Personaggi
PERSONAGGI.
LEONIERO, vecchio cavaliero, reduce dalla crociata.
ENZO, console di Dertona, | rowspan=2 | |rowspan=2 valign=center|suoi figli.
ELOISA, moglie d’Arrigo,
AUBERTO, antico nemico di Leoniero.
ARRIGO, figlio d’Auberto.
GUIDELLO, amico di Leoniero.
CORRADO, | rowspan=2 | |rowspan=2 valign=center|senatori.
LANDO,
BERENGARIO, | rowspan=2 | |rowspan=2 valign=center|giovani guerrieri.
UBALDO,
UGGERO, confidente d’Enzo.
ORATORE milanese.
CONTE DI SPILBERGA
GHILEMO, fratello d’Auberto.
SENATORI, GUERRIERI SVEVI E DI DERTONA, DUE FANCIULLI.
Atto primo
Son io nella mia patria? — Un pur non veggio Degli edifizi di Dertona antica. Tutti li strusser la ferocia e il foco Degli stranieri. — Oh gioia! oh dolorosa Gioia! in quelle macerie una reliquia Ecco di te, prisca città. Ch’io baci Queste pietre che albergo erano a’ prodi De’ tempi miei, de’ tempi degli eroi! Ire di sangue dividean que’ forti, Ahi, troppo spesso! Ma se ferri estranei La comun patria minacciavan, l’ire Cittadine tacean, sin che Dertona Della vittoria il cantico intonasse. Ed ora... Obbrobrio! E sarà ver? Curvarsi Anzi color che la struggean? coll’empio Svevo allearsi? E il figlio mio.... La fama Non mentirebbe? Egli il fellon?
Guidello.Signore, Da mie case te vidi io questi novi Edifizi ammirar, sì che straniero
Mi ti palesi. Io dertonese antico Sono e i costumi di mia patria osservo: Quello è il mio tetto: ivi fraterno pane E a tua difesa fedel brando io t’offro. Leoniero.Mercè ti rendo, o cavalier; ma un figlio A visitar qui mossi. — (Egli?...) Guidello.(Qual voce!) A che mai sì mi guardi, e ti commovi, E mi riguardi più commosso? Leoniero.Oh amico! Guidello.Desso! Tu da sì lunghi anni ramingo Co’ pii crociati! Oh Leonier! Leoniero.Guidello! Tu vivi ancor! Più rabbracciarti io mai Non isperava. Guidello.Oh! reduce a tue mura Ben attendesti allor che il primo nembo Della guerra ruggía di Federigo Sulla misera Italia. A lungo il nembo Imperversò; non comparisti, e allora Dissi: «Sotto l’acciar del Saracino «Caduto è Leonier!» Leoniero.Non tardi il grido Degli affanni lombardi in Orïente Giugnea; ma nelle tende saracine Io fremente languia, nè di prigioni Cambio accadea. Spuntò quel giorno alfine Che ricinsi la spada e intesi il bando D’Alessandro pontefice, che sciolti Dalla crociata, all’arme avea i Lombardi Contra la boreale oste chiamati. M’accoglie il primo pin; Napoli tocco; Ma epidemico morbo io da Sionne Portato avea. Scoppiò il malor. Respinto Fui dall’uman consorzio, e un lazzeretto Me intero un anno seppellì. Risorto Quasi da morte, a rapide giornate Qui m’avvio; ma sonar per le vicine
Terre udii tal novella, che formarne Dubbio non oso,... o d’accertarmen tremo. Guidello.Che? Leoniero.Tu mel chiedi? E qual delle lombarde Città, quando Dertona al suol fu rasa, Braccia mandò e tesori a rialzarla? Non sallo Italia? Fu Milan, la pia E gagliarda Milan. Chi più fedele Esser doveale di Dertona? Guidello.Ah, dunque Tu sai.... Leoniero.Che ingratamente abbandonata È la città materna; e alla nemica Repubblica Pavese, e agli stranieri, Che da nostra perfidia or traggon lucro, Oggetti siam di spregio. Guidello.Altro intendesti? Leoniero.Prosegui. Guidello.Sai chi all’avversario i brandi Nostri promette?— Leonier, tu fremi; Tu ascondi il viso. — Ah, nulla ignori! Leoniero.Vero, Vero è dunque? Mio figlio? Oh narra! Ei cinge L’annuo consolar ferro, e da quattr’anni Deporlo niega; e tinto ora di sangue Cittadino è quel ferro. — Ma tu taci, E affermi. Guidello.Vieni entro mie stanze. Leoniero.Al figlio Parlar vo’ pria. Se indegno ei mostrerassi Di dare ospizio al genitore, ospizio Accetterò da te. Per trar secreta Del tristo ver contezza, ignoto entrai Nella città. Da niun, che da te, meglio Posso le colpe di colui con luce Non fallevol saper. Guidello.Misero padre! Breve ti parlo. Anzi al tuo arrivo, io speme
Nulla serbava che l'estrema: guerra Civil. Ma più felice ora il futuro Splendemi. Dall’abisso Enzo ritrarre Zel paterno potrà. Leoniero.Tant’ oltre mosse? Ei che sì generoso animo, quando Giovinetto lasciavami, mostrava! Ah, non è dubbio! il traviò l’iniqua Stirpe nemica a me mortal, gli Auberti Che a turpe macchia il seducean. Guidello.T'inganni. Leoniero.Vincol di sangue Enzo con lor non strinse? La figlia mia! di Leonier la figlia Sposa al figliuol d'Auberto! Guidello.Ah, mal conosci L’intemerato genero! Egli solo Argine da gran tempo è all’impudenza Di chi ne opprime. E Auberto stesso, troppo Abborrito da te, posto ha cogli anni Giù la ferocia, e no il cavalleresco Di patria amor che in ogni età infiammollo. A lor temuta stirpe Enzo s'unía, Sedur quelle gagliarde alme sperando. Fallò il suo intento. Appena l’anno ei chiuse Del consolar suo ufficio, e il sommo acciaro Volle serbar; levossi Arrigo, e sforzi Oprò ad infranger la congiura ordita Fra il vil senato e il console. Disdisse Ad Enzo l'amistà: tribun fu scelto Dal popolo e custode della rocca Ovo dal cenno suo pendon le insegne Della città. Ma che mai son le insegne Co’ nostri pochi cento, appo le squadre De’ masnadieri, che dappria con arte, Quasi contro agli Svevi, Enzo adunava? Intrepida la voce è del tribuno, Ma numerosa turba ama il fellone Che i ricchi spoglia e prodigo sovr' essa
Gli aver ne spande. Io memore ogni giorno Della tua fratellanza, esser l’amico D’Enzo e raddurlo a fedeltà tentai. Ma quando— or volge il quinto dì— prestarsi Orecchio vidi a’ patti obbrobrïosi Dello stranier,— dirtel degg’io?— il tuo nome Invocando e la patria, io nel mio core Giurai guerra civile. — Ad impedirla Ti manda il ciel. Leoniero.Fiducia alta ne nutro. Egli m’udrà. Non indugiam.— Migliori Di lui gli Auberti! i figli di coloro Che trucidaro il padre mio! Guidello.Quai grida? Stuol di popol s’avanza.
Eloisa.Aita, aita! È il vostro eroe! salvatelo! Leoniero.Che dici? Guidello.Sua voce parmi. — Ah, sì, tua figlia. Leoniero.Oh figlia! Son Leonier: ravvisami. Popolo.Oh prodigio! È Leoniero! è Leoniero! Eloisa.Oh padre! Oh dolce nome! Ah, in quale istante!... Sappi... Leoniero.Che forsennata sì spingeati? Eloisa.Arrigo.... Misera me! Salvami Arrigo. Cittadino.In ferri È il tribuno; salviamlo. Guidello.Oh tradimento! Come in poter del console?
Eloisa.Ahi! credeva Arrigo troppo in suo valor. Soletto Ieri a tard’ora in sul destrier movea All’ostello di Ghieimo. Io di sciagure Presaga il cor, spesso gliel dissi: «Oh, mai Scompagnato non veggianti a tard’ora Le infide vie della città!» — «Baldanza, Diceva ei, ne trarrebbe Enzo ove segno In me scorgesse di timor; nè ardito Enzo è ancor tanto, ch’anzi al popol levi La sacrilega man contro al tribuno.» Lassa! negro jersera e tempestoso L’aer favoria gli agguati. A’ focolari Suoi già raddotto il popol era, e s’anco Aggiravasi alcun, notturne guardie Cacciando il gían. Così un canuto artiero Inseguito è da quelle. Il tolgon dense Tenebre all’altrui vista, e per macerie S’appiatta, donde vede in sulla piazza Brigata accorrer di cavalli, e assalto Intende, e molte grida, e udir fra queste Crede la voce del tribun. Non trasse Quindi più al tetto suo, ma cautamente Andò al castello, e poichè assente Arrigo Seppe, tutto narrò. Celommi Auberto Sino al mattin tanta sciagura; io poscia Al vecchio artier parlai. Tornano i messi Ch’iti d’Arrigo erano in cerca:— a Ghielmo Jernotte uom non comparve! — Insana quasi Corro alle soglie del fratel: «Che festi, Che festi, grido, dello sposo?»— «Ei vive, Rispose, e in lui staría salvarsi.» — E disse, Mie disperate lagrime spregiando, Che, o l’usurpata rocca il tribun renda, O reo di morte egli è. Guidello.Sir della rocca Il popol è. Eloisa.Ciò pure a lui diss’io,
Nè rampogna obliai, nè umile prego, Onde a vergogna indurlo, e a generosi Sensi, e a pietà di me. Per la paterna Fama il pregai, pel cenere ancor caldo Di nostra madre che a mie nozze pianse, E al fratello dicea: «Ben d’Eloisa Degna è l’alma d’Arrigo; oh! ma d’Arrigo, Poichè cognato il vuoi, più non t’offenda La virtù troppa, e sia tra voi concordia.» Mie supplici querele Enzo irritaro. Vedere almen lo sposo mio, vederlo Almen chiedea. Ciò pur negommi; e irato Alfin da me strappandosi, «Nemico Èmmi colui! proruppe, e a te l’amarlo Disdice!» — E queste orribili parole Proferiv’ei con sì tremenda voce, Con sì furente sguardo, che speranza Altra a me non lucendo, il clamor mio Fermai recare al popolo. Leoniero.Ah! tua madre Dunque io veder più non dovea? — T’incuora, O figlia; un padre oggi racquisti; ed oggi, Benchè figlio d’Auberto, oggi il tuo sposo Un padre acquista ei pur. Popolo.Fuggiamo: è desso! Il console! Leoniero.Fermatevi, codardi: Leoniero è con voi.
Enzo.Credere il deggio? Ov’è l’illustre genitor? Chi tarda Gli adorati suoi passi? Enzo tuo figlio Ti chiama, o Leonier. Leoniero.Qui un Leoniero
Sta, che partendo, or son molt’anni, un figlio Benedicea. Abbracciava il giovinetto Queste ginocchia, lagrimando, e il giuro Ripetea ch’io dettavagli. Se vive Quel figlio mio, s’avanzi, e mi ripeta Qual fu quel giuro. Enzo.Sì m’accogli? Leoniero.Intendi? Quel giuro io ti domando. Enzo.Io.... Leoniero.Tu,— se quello Sei che allor benedissi, — a me giuravi.... Enzo.D’amar la patria, e l’amo. Leoniero.E la calpesti? Enzo.Che dici? Leoniero.Di difenderla giuravi Contro a’ nemici. Enzo.Sì, e nemici sono Quelli ond’io la difendo. Leoniero.«Io giuro, o padre (Queste fur d’Enzo le parole), io giuro Di camminar sulle vestigia sante Degli avi miei, che per gli altar, le leggi, La patria gloria, prodigare il sangue! Com’essi allo stranier giogo la fronte Non lascerò che mai Dertona inchini! Com’essi, se onorata un dì mia destra Verrà del brando signoril, nel sangue Nol tingerò degl’innocenti mai! E vòlto l’anno, io deporrò quel brando, Nè tollerato per me fia, che ad onta Delle leggi, oltre l’anno altri lo jmpugni!» Enzo.Indugia, o padre, a condannarmi. I vili Che mi fan guerra e circuíanti, il loro Veleno in te soffiàr; ma ben coll’alto Senno tu in breve scorgerai qual bassa Di calunnia opra sia, vestir d’infame Manto i servigi che più eccelsi, e l’orme
Calcando avite, alla mia patria io resi. Ma decoroso loco a indagin tanta Questo non è. Deh, piacciati al palagio Trar, laddove il più tenero de’ figli E di te degno dimostrarmi ambisco. Leoniero.Decoroso è ogni loco, ove la causa Di giustizia agitar. Se qui soverchia La presenza è d’alcun, quella è del tuo, Non del corteggio mio. Eloisa.Padre, deh frena Il magnanimo sdegno! all’infelice Genero pensa. Leoniero.Tu d’Auberto il figlio Far potevi mio genero! e tal sangue Mescolar che d’atroci odii e vendette Nelle vene e sui ferri e sui sepolcri Da secoli arde! — Inverecondia orrenda, Che avria dovuto trar di sotto terra Dell’avo tuo l’invendicato spettro L’empie tede a smorzar! — Ma poichè il nodo Malaugurato avvenne, e fratellanza Ad Arrigo giurasti, il giuramento Che franger può, se non maggior delitto? Enzo.Ei primo il vincol franse. Leoniero.Ei t’è fratello. E ove da violenza un fratel tuo Oppresso geme, ospite andrò? Enzo.Decreto È del senato, che tra’ ferri il pone; Sciorlo il consol non può. Duolo e vergogna Ben de’ misfatti di colui mi punge, Ma manifesti son. Contro al comando Invïolabil del senato, ei nega Ceder la rocca, e in nido di rubelle Armi la volge. Guidello.In te rientra, o figlio
Di Leonier. Gran tempo è che di spade Non natie ti circondi, e col terrore Sospendi il moto delle sacre leggi. Passeggero silenzio è, che tue lance Intimar ponno: guai se irrompon gli atti Pria della voce! guai!... Enzo.Che ardisci! Guidello.Arrigo Abborria il civil sangue. Ei troppo spesso La tribunizia podestà adoprava Sol gli animi a sedar; ch’egli dal tempo, Da’ privati consigli e dal tuo senno, Enzo, molto sperava. Ei.... Enzo.Taci. Popolo.Arrigo Vogliamo! Arrigo, il tribun nostro! Enzo.Pace, O cittadini! Guidello.E sì la intimi? Enzo.O insano, All’antica amistà che a noi t’univa, Tanta audacia perdono. — Or, Leoniero, Vedi con qual maligna arte a cimento Sia provocato il figlio tuo. — S’acqueti Il tumulto, ma salvo ognun ritorni A sua magion. De’ Dertonesi il sangue Con mio dolor si verserebbe. Cittadino.È padre Del popolo Enzo! Molti.Il tribun nostro Arrigo! Il tribun nostro! Eloisa.Arrenditi, fratello. Enzo.Padre, meco ritratti. Leoniero.In ceppi è Arrigo. Popolo.Forza al padre vuol far. Enzo.No, forza al padre Io non farò: sacro egli m’è. Il periglio Della città costringerai, e te lascio,
Mal consigliato padre. In miglior punto Conoscerai del figlio tuo l’amore, E l’innocenza. —
Leoniero. Figlia mia, Guidello, Cittadini! a quai giorni era serbato Mio infelice ritorno! Onde consiglio Trar? Guidello.Mio consiglio è questo. Or farti forza Enzo qui non ardía, ma con più armati Le mie pareti assalir può: securo Asilo or non saríanti. Ad ogni costo Ei vorrà al popol tòrti, a cui possente Sprone a virtù, com’altra volta fosti, Ridivieni oggi. Leoniero.Adunque.... Guidello.Entro il castello Ricovrarti fia ’l meglio. Leoniero.Oh che parli? Io D’Auberto ospite? Ah! mai di chi la spada Nella strage de’ miei tinse, le soglie Non toccherò. Nato non era Arrigo Allor; non sovra lui de’ miei congiunti Imprecante cadea l’ultimo sguardo. Ma sotto un tetto Auberto ed io? Non mai, Fuor che fosse la tomba! Guidello.Oh d’eredati Odii ferocia, al comun ben funesta! Ma tu meco ti sdegni? Il tetto mio D’armi privo non è. Vieni. Consiglio Alcuni retti ci saran: difesa.... Popolo.Noi tutti! Leoniero.All’uopo la mia voce, o forti, Vi chiamerà; chè a vïolenta impresa
Enzo or provocherían vostre minacce. Pronto a virtù, ma queto a’ focolari Suoi ciascun torni, e in Leonier s’affidi. Popolo.Viva l’antico eroe! Leoniero.Padre son d’Enzo; Ma a virtù ritrarrollo, o d’esser padre Pria obblierò, che d’esser dertonese. Eloisa.Pietoso Iddio, deh, illumina de’ buoni La mente; e a lor la patria, e a me ad un tempo Lo sposo e il genitor salva e il fratello!
Atto secondo
Enzo.Alt’uopo, o senatori, oggi v’appella A secreto consiglio. Il già già colto Di vostre cure frutto, ahi, di fortuna L’invida man ne vuol ritòr. Domati Gli audaci credevam, se in nostra possa Cadea il tribun; vi cadde, e per noi resta Che a suoi delitti imposta sia la meta. Ma che? se il genitor suo snaturato Redimer nega il figlio, e la fatale Ròcca non cede, di che a noi continua Fa inchiesta l’oste imperïale, e a dritto; A dritto, sì, però che alla lombarda Nemica lega, ove quest’un rapito Sia propugnacol sommo, a sostenerla Mancherà in breve sino all’Alpe ogn’altro Minor di questo; e minor, — tutti il sono. L’alta importanza della rocca, ahi troppo!
Pur Auberto sentia. Messo andò Uggero Al fero vecchio. Che ottenesse, udite. Uggero.M’accolse Auberto in mezzo all’armi. Cerchio Feangli Ghielmo, Ricciardo, Ugo, e i maggiori Infra i chiusi ribelli.— «Il figlio mio! (Gridò ferocemente) o il consol tremi, __ Ch’io queste sitibonde aste una volta Su lui proromper lasci!» — «Auberto, io dissi, Stagion passò di tracotanza; io vengo Messagger di clemenza ultimo a rei Che sull’abisso pendono, e ritrarsi Più non potrian, se pia una mano ancora Lo scampo lor non desiasse. Arrigo In ferri per decreto è del senato: Guai se il giudicio si pronunci! È morte De’ felloni il destin. Ma ancor nell’alma Generosa del console è memoria, Più che de’ torti del tribun, del nome Di consanguineo che al tribuno ci dava. Medïator fattosi quindi, ei l’ire Del senato rattenne, e asseveranza, Se la ròcca cediate, offre d’intero A voi perdono, e libertà ad Arrigo.» Corrado.Che rispose il superbo? Uggero.Invan la morte Gli minacciai del figlio. — «Il popol solo Della ròcca è signor; di fellonia Reo verso il popol, se cedessi, io fòra.» Sì mi rispose. Enzo.Udiste? I ceppi al reo Sciorre o la guerra sostener. Ma obbrobrio Non parvi, se assalirne osin gli Auberti, Noi, che intimando ognor la resa, ognora Minacciam d’assalirli, e inoperosi Ognor ci stiam? Non di fiacchezza indizio Questo sarà che al popolo in dispregio Ponga la signoria? ch’ansa gli doni Co’ ribelli ad unirsi? Il popol muto
Sinor tenemmo colla forza: or guai Se questa forza simulacro appaia! E oggi più temo: oggi soltanto io temo. Però che il popol, oggi, alma riceve Quasi novella nel suo antico eroe, In Leonier. Lando.L’indole tua gagliarda Troppo spesso a gagliardi atti t’inchina, E ora all’assalto spingeriati. E fermo Non avevam, che avventurare assalto Pria non si debba che i promessi aiuti L’imperador ne mandi? È ver, men lenti Fummo l’oro a spedir ch’ei le sue lance: Ma sacra di monarca è la parola, Nè omai tardar può d’adempirla. E saggio Saría consiglio, un dì, poc’ore forse Pria che giungan gli aiuti, al periglioso Assalto cimentarne? Corrado.Io pur dissento Dal tuo proposto, o console. Ed errore Grave — soffri ch’io ’l dica — era, che al primo Scontro con Leonier sagace modo Non sovveníati di sottrarlo al volgo. Ma vana sul passato è la contesa: Del riparar non già il consiglio. Al padre Messagger manda; placalo; salute Fingi in lui porre; a te si renda; e il volgo Poscia persuader che il vecchio eroe Santa conobbe nostra causa e a noi Si vincolò, fia agevol opra. Enzo.È questa D’ognun la mente? Senatore.Sì: il tribun prigione Vivo tener. Altro.Protrar della fortezza L’or dubbio assalto, e volger l’armi intanto Tutte al terror dell’arrogante turba. Corrado.Ed anzi ogn’altro rischio, all’arrogante
Turba, campione uom per antica fama Ed austeri principii sì possente, Tor che divenga. Enzo.Ognun qui Leoniero Paventa; e anch’ io il pavento. Or per lui dunque Comincisi. Ammendar, s'error commisi, L’error conviemmi. A me le vie lasciarne Piacciavi solo. Senatori.In te fidiamo. Enzo.Il tempo Urge; all’impresa accingomi; e allorquando Fatto il padre avran mio l’arti o l’ardire, Norma ci fia il silenzio, o la baldanza De’ cittadini, a più tentare o a starci.
Di timid’arti consiglieri sempre! E innanzi sì magnanimo mortale, Innanzi un Leoniero, io timid’ arti, Io vil menzogna adoprerò? I sublimi Spirti qual tu, genitor mio, ogni colpa Tranne viltà perdonar ponno. — Al primo Scontro, a me trarlo io, sì, dovea: gl’indugi Il senno son de’ pavidi. — M’inganno, O Eloisa odo? — Ascolterolla?— Un lampo Splendemi: se per essa Arrigo ancora A piegar valgo ed il castello acquisto, Un delitto risparmio, il padre mio Più non assalgo; tutto allora è vinto.
Eloisa.Enzo. Enzo.A oltraggiarmi anco ritorni? Eloisa.Ferma. Giunto è all’orecchio mio, ch’appo te accolti Furono i senatori. Ahimè! il giudicio Pronunciarono forse? Enzo.A che del volgo Ti giovò contra me suscitar l’ire, Mal consigliata? Temo il volgo io forse? Io che.... Ma il susurrar de’ temerari Vieppiù a danno d’Arrigo esacerbati Ha i senatori, e già cadría la scure, S’io per tuo amor non sospendeala a stento. Eloisa.Misera! Enzo, fia ver? Pietà ti prese Della sorella? Ma che ondeggi? Il guardo Perchè pur sì funesto? Oh! di speranza Qual debil raggio mi dái tu? Enzo.L’estremo. Ingannarti non posso. Io con Arrigo Già lunghi parlamenti oggi, ed indarno, Pria del giudicio tenni. Ingratamente Ei mia pietà rigetta, ed oblïando Ch’è sposo e padre, anzi che i vani sogni Del suo orgoglio immolar, se stesso immola. Eloisa.L’alto suo cor lo perde. Enzo.Di te duolmi; Pur tacertel non vo’. Poca m’avanza Nel mio zelo fiducia. Ah, se tu.... il cielo Forse m’ispira. Eloisa.Spiegati. Enzo.Lo sposo Veder tu brami? Eloisa.Oh, sì! Enzo.V’assento: m’odi. —
Olà, qui Arrigo traggasi.— Il suo scampo Persüadergli sia tua cura. A lui L’aspetto mio che a furor troppo il tragge Sparmiar fia il meglio: in calma il tuo porrallo. Sagace sii: con tutte armi il combatti Che amor di donna inventar può. M’ intendi? Fa’ ch’egli scriva al genitor; le chiavi Del castel si depongano. Trionfa; Niuna repulsa stanchiti; trionfa, O i figli tuoi diman più non han padre. Eloisa.Inumana parola! Enzo.Or ver favella. Temer degg’io, ch’oltre il cognato, un’altra A noi più sacra testa i fulmini osi Della legge schernir? D’udirmi ancora Ricusa il padre? Eloisa.Innanzi al convocato Popolo udirti ei vuol. Ben di sue austere Virtù nova sciagura io paventando, Cercai più mite renderlo.— «Prostrarsi Un dee, dic’ei, ma non a figlio il padre; Prostrarsi a offeso padre il figlio debbe.» EnzoL’inesorabil suo spirto conosco; Dritto è che il mio conosca ei pure, e tosto. Eloisa.Enzo! dove?... Enzo.Mi lascia. Eccoti Arrigo. Bada; fatale istante, o donna, è questo. Più non ti dico. I figli tuoi rammenta.
Arrigo.Mi fugge? — Oh sposa! tu? Deh quest’affanno Perchè? In pianto ti stempri, nè parola Formar puoi. Mia Eloisa! mia Eloisa! Del mio destin vieni tu nuncia?— Intendo;
Non ti turbar, l’annuncio tuo ad Arrigo Inatteso non giunge; e se d’amaro Alcun che avea, tu, donna, gliel toglievi, Recandol tu. Eloisa.No, Arrigo. Oh quai funesti Detti! o con quale snaturata quiete Osi tu proferirli! Arrigo.Io non m’inganno; Nel tuo pallor, nella tua angoscia io leggo. Nè snaturata appellar dèi la pace Con che l’addio tuo tenero ricevo. Pace quest’è dell’incolpevol prode Nell’ora sua suprema. In siffatt’ora Pianto addiríasi a chi d’Auberto nasce? E tu, d’Auberto non sei nuora? Eloisa.Io moglie Ti sono, Arrigo. Mia virtù è l’amarti; Mio bisogno il tuo vivere; di questo Insanguinato cor l’acuto grido È il viver tuo! il viver tuo! Arrigo.Pietosa Meco non sei. Chi di fortezza ha d’uopo Non gentil atto è intenerir. Ten prego, Eloisa: tua nobile costanza Degna di me or ti mostri. Io ne’ tuoi figli Ti resto ancor. Eloisa.Ah, i figli!... Abbi di loro Pietà. Qui non li addussi; Auberto teme Che ostaggio Enzo li tenga. Oh! a tue ginocchia Entrambo s’avvinghiassero, e «Deh, padre, Ti dicessero, in te il serbarci stassi L’unico nostro difensor. Canuto È l’avo, egra la madre, e senza alcuna D’armi possanza. È a noi fero uno zio Che non perdoneríane essere prole Di chi nemico ei trucidato avesse. Estranei amici? Oh! amici han mai pupilli Cui del tiranno insegua l’odio? O padre!
D’Auberto, se tu cadi, accelerata Mira al sepolcro la vecchiaia, e mira Noi da ciascuno derelitti, oppressi, Profughi forse, anco dal vil respinti Cui vergognando un pan chieggiamo.» Arrigo.Cessa. Eloisa.La madre trafugavali. Sotterra Tosto posela il duol. Niun prende cura Degli orfanelli più. Timor di giusta Vendetta auge l’iniquo; ei li persegue, Ei.... dir nol posso. Oh figli miei! Arrigo.Delirio Spaventoso quest’è. Eloisa.Salvali. Arrigo.E il posso? Eloisa.Sì, Arrigo, è tempo ancora. Impietosito Enzo un indugio alla sentenza ottenne. Fè non mi presti? Oh, ascoltami: ottenuto Di tutte le tue ostili opre ha l’obblio, Se la fortezza tu consegni. Scrivi Al genitor, fa ch’ei le chiavi arrenda. Arrigo.Donna, tu oltraggi il padre mio. Al delirio Che t’invade perdono.— In te un istante Rientra, amica, e t’avvedrai che patto Inaccettabil ne propongon. Morte O disonor? E ch’io disonor scelga? Che a’ figli miei mi serbi, ed al codardo Padre un giorno rampognino la macchia Di tradimento che il lor nome sfregi? No, Eloisa, nol vuoi; di Leoniero Prole sei non degenere tu sola. Non d’Enzo il guasto cor, ma dell’estinto Tuo genitor la irreprensibil vita Tuoi sensi informi. Eloisa.Ah, il padre mio strascini Teco in una ruina! Ei d’Orïente Tornò. Arrigo.Che intendo?
Eloisa.Egli dal sen respinse Il figlio suo: del popol le ragioni Sostener volle. Ma che pro? Vigliacca E divisa è la plebe; e or più divisa, Dacchè ad Auberto pe’ rancori antichi Legarsi Leonier nega, e civile Stendardo alza novello. Arrigo.Oh cieche menti! Ma deh narrami: come?... Eloisa.Ancora al sangue Niuna parte venía. Tituba e freme Leonier che già scorto ha del presente Popolo la viltà. Vane battaglie Divoreranno alla città i suoi prodi! Orfana io rimarrò! — Ma se la ròcca, Esca fatale a inutili sommosse, Se la ròcca s’arrenda, allor tu, Arrigo. Ed il padre e ogni buon, ritrar potrete Al valor prisco la città; allor forse Concilïati Auberto e Leoniero, Per nostr’opra, verranno, e lor concordia Vincol sarà che tutte alme congiunga. Deh, que’ giorni felici or dal futuro Non cancellar. Delitto fòra, ah! dubbio Non è, tua morte; il patrio ben costando, Non più virtù, ma parricidio fòra. Arrigo.Oh illusïoni, ond’è il tuo cor fecondo! Come il ver ti sfigurano! Io la benda Dalle ciglia ti strappo; eccoti il vero. Se per vil tema un tradimento al padre Io dimandar potessi, e compierlo egli, Del castel disponendo, ah! di tesoro Non mio dispongo. E qual tesor! lo ignori? Tal che perduto, a’ barbari, dall’acque Di Bormida e di Scrivia insino al varco Che Italia serra, allegro campo in breve Schiuder potrebbe di rapine e morte.— È falso, o donna, che a virtù ritrarre
Suoi cittadini con basse arti uom possa. Sola virtù, virtù raccende! Chiuso È al linguaggio del vil, che i giorni ha compri Colla viltà, d’ognuno il cor; ma al core Parlan d’ognun de’ generosi l’ossa. Eloisa.L’obbrobrio tuo non vo’; ma obbrobrio è forse Il sedar gli odj? il ceder, quanda nullo E funesto è il resistere? Ah, de’ beni Il primiero è la pace. E tu rammenta Che così rompe a vïolenza il freno Enzo sol dacchè il popolo a’ tumulti Vede proclive; ed opra è tua. Se cessi Di civil guerra in lui la tema, e pegno N’abbia il castel (solenne fede innanzi Al popolo ten dava), ei dello Svevo Rigetta i patti. Ah! il popol desioso D’interna pace da te pende. Ei tutto Pria che te perder.... Arrigo.Che m’accenni? Eloisa.Oh Arrigo! Arrigo.S’esemplo io doni di viltà, nel fango Si prostran tutti? E a ciò tu plaudi? Eloisa.Ah vivi! Arrigo.Sorella d’Enzo! Eloisa.Ahi voce!
Enzo.Enzo t’ascolta. Ti consigliasti? Arrigo.Coll’onor. Enzo.Sei padre. Arrigo.Son cittadin. Enzo.Miei patti accetti? Arrigo.Infami Son. Enzo.Non gli accetti?
Arrigo.Infami son! Enzo.Tu.... Arrigo.Arrigo Degli Auberti son io. Enzo.Polve a un mio cenno Sei. Arrigo.Ma polve onorata. Eloisa.Oh ciel! gli atroci Sdegni non si raccendano. Deh, sposo, Pietà! — Fratello, ei di sua mente ancora Tutti i consigli non pesò. Enzo.Assai tempo S’ebbe. Intendesti? Con tua scritta annuncia Al genitor.... Arrigo.Che a genitor sì grande Indegno figlio esser non vo’; che lieto Augurio siagli il mio morir, che segno Di somma debolezza è quando rotto D’ogni pudore il varco hanno i felloni; Che veduto dappresso ho i compri armati Onde sfidati siam, gente codarda Che in frotta assalta cavalier solingo, E a stento il doma; che.... Enzo.Tant’osi? al padre, Folle! altro nuncio recherà il tuo capo. Eloisa.Misera me! fermatevi. A’ tuoi piedi Eccomi, Arrigo. Pace, pace io prego; Santo è il mio prego. Alla città niun bene Senza la pace avvenir puote. Il padre, Ah, già tel dissi, mi torran le pugne! Orfana io resterò! Vedova, o immersa Per la perdita tua sempre nel pianto, Qual resteria al canuto Auberto e a’ figli In me conforto? Arrigo.A te ed a loro, Iddio. Eloisa.Ah, l’amor mio non senti! Io di me appena Sinor parlarti osava. Il tuo severo Ciglio temea. Ma, o Arrigo, io t’amo, io t’amo
Come mai donna non amò! Sì grato T’era un di quest’amor! Donde in oblio Così il ponesti! In che mancai? Lasciarmi Perchè vuoi desolata!...— Ah, sì, tu piangi?. Ho vinto, ho vinto! Enzo.Arrigo.... Arrigo.A questa donna D’esser stata d’Arrigo, Enzo, perdona. Or da me la dividi. — Al mio destino, Custodi, conducetemi. Enzo.Oh ferocia! E in mezzo al pianto pur?... Arrigo.Sì, in mezzo al pianto Che pietà e amor mi strappano, io la patria E il dover mio rammento. — Enzo, i tuoi patti Spregio. Enzo.E il tuo spregio, o temerario, è morte. Eloisa.Ah no, barbari! Uditemi. Arrigo.La forza Onde il cor tuo abbisogna, il ciel ti doni. Eloisa.Seguirlo voglio. — Sposo.... — io manco. Enzo.Uggero, Costei soccorri. — È impreteribil uopo Di Leoniero impadronirci. Andiamo.
Atto terzo
Auberto.Sospirato a noi giungi, o di Milano Illustre nuncio. In quali nove angosce Gemiam, t’è noto.
Oratore.Al mio venir, da questi Cavalieri narrata a me d’Arrigo Fu la sciagura. Auberto.Alla tua patria esposto Hai, come della macchia ond’è lordo Enzo Puri ha Dertona molti prodi? Oratore.Leve Placar l’universale ira non fummi Del popol mio per le scoverte trame D’Enzo con Barbarossa e dell’intero Di Dertona senato. Di Dertona, Che dianzi in polve, della polve uscía Pel milanese braccio. A punir tanta Ingratitudin, memorando esempio Il popolo chiedea: venir chiedea, La città sconoscente entro la polve A ricorcar di novo. Ma più miti Tosto gli animi feansi, il generoso Oprar di voi, leali spirti, udendo; E a voi che soli Dertonesi estima, A voi mi manda il popol mio, l’antica Sua fratellanza a confermar. Auberto.Men grave D’ogni danno, tel giuro, il timor m’era, Che di pochi il delitto alle lombarde Repubbliche fraterne in abbominio Posto, e a’ nepoti, il nome nostro avesse. Dimmi: or sovrasta al figlio mio la morte Se la ròcca non s’apra. Arbitrio pieno In me riposto ha la città. Se.... Oratore.Auberto! Auberto.Che! Oratore.Dolce a me sarebbe altri ad un padre Accenti dar, — ma cedere il castello Più in voi non sta. Auberto.Chi ’l vieta a noi? Oratore.L’onore. Auberto.Oh figlio mio!
Oratore.Compiuto è il tradimento Del consol vostro: allo stranier si vende; Certezza n’ebber gli alleati. Auberto.Oh Arrigo! Ahi, prepotente è di natura il grido! Perdonate, o guerrieri. Alla rovina Della patria darei fiumi di pianto: Oh! che al figlio una lagrima almen doni! Oratore.Quella lagrima sacra è quella, o Auberto, Che ovunque in Lombardia sorge stendardo Benedetto da Roma, al rïacquisto De’ dritti nostri, ognuno omai, chi a figlio Chi a padre, dona; ma una man l’asciuga, E rota l’altra più assetato il brando: E così sol trïonfar puossi. — Io il giorno Che in Milan primo il padre mio l’ardita Alzò voce di guerra, e il popol tutto, In loco di tributi, al messaggero Del nemico d’Italia e della Chiesa Mostrò di ventimila aste la luce, Io quel giorno ti vidi. Altri oratori Degli alleati impallidian: tu, in mezzo Alla piazza ti festi, e «Milan sola Sostenitrice non sarà del dritto!» Sclamasti. — E il padre mio dal consolare Seggio scendendo t’abbracciava, e «guerra!» Gridaste entrambo. E allor di guerra il grido Da’ quattro lati di Milano alzossi. Tal fu quel dì la città mia; e Dertona L’imitò prima. E sole, in mezzo a cento Dubbie o nemiche itale genti, l’ira Sfidàr d’un re, che sir si vanta al mondo. Tanta virtù non tornò vana: a gara Di mezza Lombardia trarsi le insegne Appo l’insegna sua vide Milano. Cadde Dertona, ma risorse. Cadde La città madre: — il peregrin cercava Il loco ove fanciullo avea onorato
De' nostri santi le reliquie; e quale De’ magnifici templi era spogliato, Quale in rovine, e di parecchi indicio Nullo più v’era, o indicio erano appena Alcune lignee croci. A quelle croci, Ed a quell’arse e diroccate mura S’adunarono intorno, e il seminato Sale da Federigo in novi templi Trasformàr più superbi e in nove torri Gli esuli Milanesi: — e or quelle torri Guarda da lunge Federigo, e trema! — E giunti a tal, mentre alla lega è ignoto Pur di viltà un esempio, e profetata Dal romano Alessandro è la vittoria, Dertona.... Auberto, il detto mio indovini, Compir nol posso. Auberto.Che? Oratore.Primiera dianzi Nel glorioso arringo, or quell’esempio Daria Dertona? Auberto.Ecco rasciutto il ciglio. Tuoi detti intendo, o pro' guerriero: aiuti Dal milanese campo a noi verranno. Oratore.Fra brevi giorni. Auberto.Ad aspettarli invitto Sarà il castel. Oratore.Fra lor fortezze prima Oggi i Lombardi questa pregian. Caso Saría funesto il cedere. Auberto.Ancor temi? Tal diffidanza muove in te il paterno Gemito? — Or ben, tutti m’udite. Un giuro, O compagni, solenne a tutti impongo: Se di Milan contro alla mente, io patti Mostri accettar dall’inimico mai, S’a tal fiacchezza indurmi un solo istante Sembri del figlio la pietà, ciascuno Di voi su me scagliar giuri il suo brando.
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The end
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