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Gismonda da Mendrisio

Silvio Pellico · 1883 · Free in the US

10,273 words · about 43 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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About this book

Author
Silvio Pellico
Language
Italian
Published
1883
Length
10,273 words · about 43 min
Sections
6 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (6)
  1. Personaggi under 1 min
  2. Atto primo about 9 min
  3. Atto secondo about 9 min
  4. Atto terzo about 10 min
  5. Atto quarto about 8 min
  6. Atto quinto about 7 min

Continue:

Personaggi

IL CONTE DI MENDRISIO.

ARIBERTO, | ERMANO, | suoi figli.

GABRIELLA, moglie d’Ariberto.

GISMONDA, moglie d’Ermano.

RICCIARELLO, guerriero del Conte.

Il Margravio d’Amburgo.

Un Bambino.

Damigelle.

Guardie del Conte.

Guerrieri svevi.

La scena è in Mendrisio nel secolo XII.

Atto primo

GISMONDA DA MENDRISIO.

— • —

ATTO PRIMO.

Sala.

— • —

SCENA I.

IL CONTE, ERMANO, GISMONDA.

Il Conte.Figlio, di tue gravi ferito appena Saldo risorgi, e l’arme vesti? Omai Di nostre valli uscir che giova? Estinta La gran face di guerra, estinta è alfine, Che fe’ si reo di Lombardia governo. Ermano.Sacri alla pace del natio castello Riviver bramo anch’io miei dì. Ma sprone Oggi mi son vendetta e onor. Milano Cade, se fama non mentía. Vederla Vo’ nella sua ignominia, esser del crollo Vo’ testimon. Soave, inebbriante Vendetta fiami a tanti danni, a tanti Scherni, a queste ferite! Onor, diss’io, Spronami inoltre. Da più giorni i vinti Schiuser le mura a Federico, e indarno Pregan clemenza. Ei tace, e s’apparecchia Alla giurata nel cuor suo tremenda, Piena ruina; ma il decreto ei tarda Per securarsi de’ fedeli il voto, E scrutar forse chi secreta annidi Pietà per gli empi, e l’odio suo si merti. Deh, non sia ch’oltre il ver magnificate Pensi il monarca mie ferite, e dica: «Dubbia è la fè d’Erman, suoi pianti cela

Nel paterno castel, spettator farsi Dello sterminio di Milan non vuole.» Sì, spettator farmene vo’; i ribelli Chi più di me abborría? Chi più anelante Di mirar nella polve i lor vessilli, Il lor carroccio; le lor torri, e lieto Cavalcando avventarmi ov’esse furo, E dir: «Del mio destrïer l’ugna le pesta!» Il Conte.Ascolta, figlio. Ermanno.Cessa. Il furor mio Tanto è maggior, quanto più grave è l’onta Che sovra noi gettato ha quel fellone.... Che fratel dirmisi osa. Il Conte.Il furor nostro Contro all’empia città che per tant’anni Trascinò Italia a ribellar, che tanti Nostri congiunti trascinovvi, e un figlio, Un figlio mio! dovuta era giustizia: E il debito solvemmo. A' suoi stendardi L’inperador di noi non ebbe un prode Fra gl’itali baroni e più devoto E più del proprio sangue in venti pugne Largo effusore. E noto è a lui che il ferro Non cessò di rotar mio antico braccio, Finché da orrendi colpi io lacerato Non caddi un giorno in sua difesa; — il giorno Ch’essermi parve estremo, e stato il fòra Se a me non accorrea quell’infelice.... Ch’io maledissi, e figlio ancor mostrossi. Ermanno. Colui cessiam di rammentar. Finiti Sono e suoi vanti e sue minacce. Il Conte.Ah dove Chiuso avrà forse i mesti dì, o ramingo E sconsolato li trascina? Il cielo Severamente lo punì. Deh, flglio, Tu sol mi resti: al padre tuo, cui turba Ben non so qual presagio or di sventure, Compiaci: resta al fianco mio.

Ermanno.Non posso. Il Conte.Ten prega anco la moglie. Or su, Gismonda, Che non aggiungi tua dolce parola A rattener lo sposo? Gismonda.Io fra diverse Brame ondeggiava. Ermanno.Quali? Gismonda.O rattenerti, O mover teco ad allegrar del grande, Sospirato spettacol mie pupille: Milano in fiamme! Ermanno.Oh di me degna sposa! Grato sariami averti a fianco, e i tetti Avvampanti mirando, «Ecco là, dirti, Degli uccisori de’ tuoi cari i tetti!» Ma i perigli pur temo, e a tua salvezza Mal vegliar potrei forse. Gismonda.Oh con qual gioja A quell’orribil vista evocherei Le sacre ombre del padre e della madre E de’ prodi fratelli, atrocemente Tutti della natia Lodi sepolti Nelle ruine! Oh Lodi mia! quel giorno Ch’orfana errava io sulle tue macerie, Invano dunque al cielo io non porgea Quest’angosciato grido: «Agli atterriti Sguardi del passeggier simile appaja Un dì Milano!» Il Conte.Te esaudiva, o figlia, Te il cielo e noi. Grazie gli sien. Ma quando Nostre vendette son compiute, al gaudio Inverecondi non sciogliamo il freno. Narrasi d’un guerrier che calpestava Con alto scherno d’un nemico il tronco. «Non rider della morte; ella t’aspetta Fra sette giorni!» gli gridò un romito, E al termine segnato era spirante. Ermanno.Di Dio alla folgor non applauder? Nostri

Sono di Dio i nemici. Gismonda.Il suo gastigo Allor paventerei, se in questo core Pietà mai mi parlasse a pro degli empi Ch’arsero la mia patria e sterminaro La mia famiglia. Il Conte. Il filïal rammarco Che t’esacerba, a tua ferocia è scusa. Ma tal ferocia, o Ermano, in tua consorte Scusar dèi, non dividerla. Sui vinti Indegna mai non fu pietà. Ermano. Sui vinti In cui superbia cessi e tradimento; Non su costor, non su costor che proni Pace imploraro altra fïata, e in petto Superbia e tradimento era, e più audaci A nuove pugne indi sorgeano. Addio. Il Conte. Se vano dunque è di tuo padre il prego, Che fermarti vorrebbe, un altro prego Non rigettar: comando siati. In ceppi Scontrar potresti forse o in disperata Battaglia ancor quell’infelice.... In lui Non mirar se superbia e tradimento Covin perenni. Ah, chi di lui più iniquo? Chi più ostinato? il so; più non ispero Che si ravvegga. Nondimen ricorda Che fratel gli nascesti. Alta finora Fu grazia del Signor, che in pugna mai In lui non t’imbattevi; e se accadesse, Scansalo deh! Ermano. Scansar chi m’assalisse? Il Conte. Altr’uom non mai; bensì il fratel. Nel sangue D’un fratel non intingasi tua destra. E se.... in periglio il vedi.... e da te penda Salvar suoi giorni, salvali. E se nudo, Mendico, fuggitivo.... ah tu d’aita Generoso gli sii! Ermano. Padre, obliasti

Qual maledizïon sovra il suo capo Fulminato abbi tu? quai giuramenti Pronunciato io? Di Cesare un nemico, Un traditor, null’altro emmi colui Pur.... se fuggiasco io l’incontrassi, e aïta A me chiedesse, oblierò un istante del codardo i delitti. Il Conte.Oh! a te non mai Chiederà aïta. Ermano. (Per partire.) Gismonda.Sposo, ferma. Il nostro Ricciardo non è quello? Ermano.Esso?

Il Conte. Che rechi? Milano?... Ricciardo. Fu! Il Conte, Ermano, Gismonda. Che dici? Ricciardo. Io con quest’occhi Precipitar la vidi: io con quest’occhi Rasa vidi la terra ove s’estolse. Il Conte.Oh spavento! Ella fu! l’altera donna Delle province! la città che il pugno Stese alla fronte degli augusti, e il serto Sveller voleane ed a se stessa imporlo! La città cui vittoria avea promesso Quello infra i due pontefici di Roma Quello che a tutti d’Occidente i regni Legittimo parea! Bugiarda alfine Ecco manifestata or d’Alessandro La santità: pontefice verace Vittore é adunque. Ricciardo. Il fosse! Eppur bandita Dal popolo atterrato anco la fede In Alessandro appien non è. All’editto

Che tutti uscisser dalle mura, e maschi E femmine e fanciulli, e quanto seco Portar potean, la miserevol turba Obbedì urlando: «Ahi; ci tradì Alessandro Che a Milan gloria predicea!» Ma antichi Sacerdoti e guerrieri allor fur visti Che rimaner voleano entro le mura Esclamando: «É infallibile promessa! A mantenerla oprerà Dio portenti!» E i congiunti e gli amici a que’ vegliardi Facean più vïolenza, e trascinarli Era lor d’uopo; e udiano empi chiamarsi, Di poca fè, codardi. E molti furo Che, rigettata ogni pietà, restaro Ne’ tetti lor, ponendo in Dio fidanza Che co’ prodigi il popol suo salvasse. Ermano. Insensati! Il Conte. E magnanimi! Ricciardo. Que’ tetti Crollaron poscia e a’ miseri fur tomba! Il Conte. Sperando non giacea fuor delle mura L’espulsa moltitudine? Qui il grido Venne, che forse con minacce solo Volesse Federigo umilïarla. Ricciardo. Più dì nutrian quella speranza i folli Dalle mura cacciati, e udiansi molti Dir: «Federigo sterminar non puote Questa città; vaticinolle gloria Quell’Alessandro che in ciel legge i fati.» Il Conte. Oh quanta fede, o illusi! Ricciardo. Un largo varco, Diroccate le mura, a Federigo E al trïonfante esercito fu schiuso, Che la città spogliaro. Il derelitto Popolo ancor dicea: «Dio negli averi Or ne punì, ma porrà quindi in core Del vincitor, di renderci alle stanze De’ nostri padri.»

Il Conte. Ed allorquando il caro Inganno si disciolse, e uscì l’editto Dello sterminio?... Ricciardo. A disperato pianto Allor diersi le turbe, ed imprecato Allor s’intese d’Alessandro il nome! Ma tai v’avea che pur costanti il fero Evento non credean, che l’aspettato Miracolo invocavano! A’lor guardi Cadder le torri e tutti ad uno ad uno Gli alti palagi e popolani alberghi; E i deliranti ripeteano: «È un sogno!» Ermano. A’martelli e alle faci, oh con qual gioja Stati saran ministri i vincitori! Ricciardo. Sveve mani non fur. Il Conte.Lombarde? Ricciardo. A queste Affidò l’opra il sir. Il Conte. Oh eterno obbrobrio! Ricciardo.Pensava forse Federigo istesso Che lombardi guerrieri avrian tant’opra Supplici ricusato e sopra i vinti Implorato clemenza: — alle sei parti Di Milano scagliarsi eccoli invece, In sei falangi; e la città è sparita. Il Conte. De’ miseri dispersi, oh quai le grida Esser doveano! Ricciardo. Orribili! favella D’uom ridirle non puote. Eppure udii Più d’un di lor, quando Milan fu polve, Alle mogli e alle vergini che il crine Si laceravan, susurrar: «Cessate; Risorgerà; caduti son gli ostelli, Ma la città è nel popolo, ed è questa La Milan cui promessa è gloria ancora!» Il Conte. Non natural, sublime, spaventante D’orgoglio pertinacia! Gismonda. A che gli alberghi

Solo atterrar, se ciò che strugger dèssi Il popol è? Ermano. T’acqueta. Ove il monarca Deboli cingan consiglieri, a lui Il forte detto recherò: «Distrutta Non è Milan, finchè i suoi figli han vita: Strage sen faccia, o per le vaste selve Disseminati di Germania e schiavi Lascin, pari al Giudeo, povera e fiacca Prole che attesti la paterna infamia.» Il Conte. Nulla a dirmi, o Ricciardo, hai tu del reo Che tanti affanni mi costò? Ricciardo. Il Signore.... T’ha vendicato. Il Conte. Egli.... RicciardoÈ sotterra. Il Conte. Oh figlio, Figlio mio sciagurato! a che ti trasse Il tuo superbo inobbedir! - caduto! E dove? e quando? e senza alcuno, forse, Che raccogliesse il suo sospir, che a lui I rimorsi temprasse, e gli dicesse: «L’imprecar di tuo padre era giustizia, Odio non era; e piangerà all’annuncio Della tua morte, e implorerà da Dio De’ tuoi falli il perdono!» Oh! dimmi, come Perì? Ricciardo. Quando l’assedio ebbe a furore Suscitato i famelici, in Milano Discordia orrenda gli animi divise, E nella turba prevalea il partito Di sottoporsi al vincitor. Negaro Di consentire i magistrati. Infrante Venner lor sedi; alcuni d’essi in brani Fur fatti, e gli altri all’intimar del volgo Cessero allor. Fra i morti era il canuto Iacopo Della Torre. Il Conte. Il mio nemico!

E il popol suo lo trucidava! Ricciardo. A lui Scudo, narrasi, fean la figlia sua E il genero Ariberto: insieme oppressi Sotto i pugnali rimanean del volgo. Il Conte. Tutti sotterra eccoli dunque! Il figlio, La nuora, il vecchio che si truce e lungo Odio portommi e ch’io tanto odiava! Quante volte la fama io di sua morte Sospirai! Questa fama ecco; e letizia No, ma spavento inondami, e dolore. Ermano. Del cor dagli anni indebolito ascondi, Ascondi, o padre, i gemiti. A disdegno L’imperador trarrebbero, al suo orecchio Ove giugnesser. Il Conte. Che? Dovuta a lui Era mia fè: la tenni. A lui dovuto Non è ch’io esulti sugli estinti. Ermano.Sposa, Fra brevi dì rïabbraciarti spero.: A te, padre, l’affido.

Gismonda. Omai mi lice Più non tremar per esso. I traditori Che tante volte insidïar suoi giorni Più non son sulla terra. Il Conte. Odi, Gismonda, Quella feroce gioja al tuo sembiante E’ indecorosa, e irritami; e più assai Perchè quel figlio che sotterra io piango Amavi un dì. Gismonda. L’amai, finchè di sposo La man m’offria. Dovev’io amarlo ancora

Quando gli strazi del cor mio derise, E ad altra donna posponeami? Oh vile, S’io tanto oltraggio oblïar mai potessi! Il Conte.Giustificar del travïato i falli Nun vo’; di me null’uom più ne fremea: Di me null’uom più li punì. Ma quando Il funebre suo vel morte ha disteso Su qual siasi perverso, il maledirgli È sacrilega rabbia. Gismonda.Ai trucidati Parenti miei non maledisse? al pianto Della lor figlia non oppose spregio? Il Conte.Spregio non mai. T’abbandonò ma tristo, Te con pietà nomava. Gismonda.E abbandonarmi Non era spregio? Di pietà insultante Essere obbietto dovev’io? Il Conte.Me pure Abbandonò, me crudelmente afflisse; Ma il veggo là trafitto.... e accanto a lui La sciagurata per cui reo si fece.... Ed il suocero iniquo.... e i pargoletti.... E sovra i corpi loro a sepolcrarli Precipitare una città! — Gran Dio! Come a tal vista non tremar, nè spenta Sentirsi ogn’ira? — Ah, padre io son, tu nulla Ad Ariberto fosti!

Ad Ariberto Io nulla fui? — Troppo gli fui! mia vita Data per esso un tempo avria. Per esso Lungamente esecrato ho quella destra Che in loco della sua strinsi, che farmi In loco della sua dovea felice -

Atto secondo

Ariberto. Gabriella, sostiemmi: a tanta piena D’affetti, oppressa é l’alma mia. Qui crebbe Il tuo Ariberto; queste annose piante Mi protesser fanciullo; io su lor chiome Cento volte salii, vago talora D’un nido d’augelletti, e talor vago Scherzosamente di celarmi al guardo Del fratel mio che irrequïeto intorno Saltellava, e chiamavami, e piangea. Oh come entrambo ci amavamo! O come I genitori giubbilavan quando In dolce amplesso ci vedean congiunti; Quando, se l‘un cadendo era ferito, Più del ferito urlava l’altro! Oh infanzia! Oh giorni d’innocenza! E tanto amore Spenger poteasi nel fratel?

Gabriella.Ti calma. Recenti son tue cicatrici, stanco Sei dal lungo vïaggio, egro; di pace Hai d‘uopo. Oh come t’agita di questi Lochi l’aspetto! Ariberto.Ecco il sedile — oh gioja! — Ecco il sedile ove la madre a sera Solea raccòrci; e mentre dalla caccia Aspettavamo il genitore, o mentre, S’egli era in guerra, il messo aspettavamo, Che di lui ne parlasse, ella or mirava I nostri giochi tacita, or garriva Con dolce sdegno, or ci volea vicini (Me, perchè primogenito, a sua destra. Ed a sinistra Ermano), e ci narrava Vite di santi e glorïose imprese D’antichi cavalieri, e alte sciagure; E noi con lei lacrimavam sovente Sovra le angosce degli oppressi; e allora Ella stringeaci al seno e ci dicea: «Quand’io, diletti figli, avrò vissuto, Queste sere sovvenganvi, ed amici E prodi siate e generosi, ed io Dal ciel giubbilerò d’esservi madre.» Oh, largo a te di giubbili sia il cielo, Ma questo, o madre, ahi, ti negaro i figli! Fur prodi, sì, fur generosi spesso, Generosi con molti; — empi fra loro! Nemici! Gabriella.Ah! nel cor tuo legge il suo sguardo, E incolpevol ti vede. Il suo benigno Spirto su te vegliava, i giorni tuoi Custodia nelle pugne, e ti radduce Al padre ed al fratel. Pietosi sensi Spirerà in lor. Cónfortati; siam giunti, Inoltriam con fiducia. Ariberto.Arresta. Il padre M’amava, sì, ma duro il feano l’arti

D’Erman, poich’una volta aperto il core Ebbe questi ad invidia. Ogni mio torto Magnificato venne, ogni virtute Fu chiamata delitto. Un’altra serpe Velen giunse al veleno. Ah, tu non sai Qual sia Gismonda! Tu non sai che un tempo.... Ma che vaneggio? Andiam. Gabriella.Tu tremi. Ariberto.In guerra Io non tremava. Ora al paterno tetto Appressandomi tremo. — Il padre solo Mi si affacciasse! a sue care ginocchia Mi prostrerei senza esitar; me reo Non negherei. D’ingratitudin reo Quel dì ch’io mi partía sdegnosamente Chiamando vil l’ossequio suo alle insegne Del nemico d’Italia: un figlio mai Vibrar tai detti non dovea, l’insegna Qual fosse pur, che santa era al suo sguardo! Egli anco placheríasi: a mie discolpe Darebbe ascolto, e assai men reo me forse Trovería poscia. Ma ove seco Ermano Innanzi mi si pari, ove costui Vilipendermi ardisca, il furor mio Chi ratterrà? chi mi darà la forza D’umilïarmi a piè del padre, in faccia D’un vil che guardi mia miseria e rida? Speranza qui traeami: or che alla meta Son, m’abbandona, e fuggirei. Sì, donna, Se tu non fossi e questo figlio, a cui Dritto è immolar l’orgoglio mio, scerrei Mendico appresentarmi a ogn’altra porta Anzi che a quella... di mio padre! Gabriella.Ovunque Ti seguirei, diletto mio infelice. Ma per amor d’un figlio é dolce cosa Immolar nostro orgoglio. In quel castello Signore un giorno ei seder possa! A lui

Questa ventura non togliam. Ariberto.Chi viene? Donna è — Gismonda! — Arretrati. Gabriella.Il suo aspetto Mestizia esprime. Oh! cui mestizia é nota, Anco pietà ver gl’infelici é nota: Approssimiamci. Ariberto.Al padre, sì; a Gismonda Non posso. Gabriella.Chi tra offeso padre e un figlio Meglio di donna può interceder? — Vedi Com’é pensosa, e pallida; — e soave Parla alle ancelle sue. No, su quel volto Maligna impronta non appar. — Tu fuggi! Ariberto.È forza, è forza che io mi scosti. A lei Ignota se’: l’animo suo potresti Tentar. Gabriella.Sì. Ariberto.Messagger fingiti, nuncio Della mia morte. In quel tugurio io traggo.

Gismonda.L’inferma vecchia consolare io stessa Con alcun dono intendo. Ite: porgete Questi soccorsi agli altri addolorati. Gabriella.(Benefic’alma!) Gismonda.Dite lor che in festa Tutti vogli’io, però che in polve alfine Seppi Milano. Gabriella.(Oh barbara!) Gismonda.Chi sei, Giovin guerier? Gabriella.Signora, apportatore

Dolente io son.... di sacri ultimi detti.... D’un cavaliero al padre suo. Non questo Di Mendrisio é il castel? Gismonda. Sì. — Apportàtore D’ultimi detti.... di?... Gabriella.Ariberto in queste Braccia é spirato; e imposemi.... Gismonda.A noi giunta Già di sua morte era la fama. I brandi Degli empi Milanesi, a cui fu duce, A cui si stolto amor portò, per cui Mise in non cale e consanguinei e gloria, Lo trucidaro, e trucidàr con esso Iacopo della Torre, e la figliuola Di questo scellerato. Gabriella.In Milan nome Iacopo della Torre ebbe di giusto. Gismonda.Che? Gabriella.Placati: ei morì. Gismonda.Dal ciglio tuo Una lagrima sgorga? Gabriella.Io.... di quel vecchio... Era.... scudier. Gismonda.Cela al mio sguardo un pianto Che oltraggio a me saría. La figlia io sono Di Villelmo da Lodi. A’truci sgherri Che la mia casa estinsero, che in polve Lodi volvean, fu capitan quel vecchio. Io ‘l vidi allor grondante sangue il ferro, Le mani, il volto orribilmente; e sangue Era de’ miei! Sia il nome suo esecrato! Pianto su lui fuorché di vil non caggia! Gabriella.Donna.... Gismonda.E la figlia sua, dimmi, colei Che ad Ariberto piacque e a fellonia Scaltramente il sedusse, era.... di tanta Beltà splendente quanto è fama? Gabriella.A’ giorni

Più lieti suoi tal era forse. Ahi, brevi Que’ giorni fur! GismondaCo’suoi fratelli all’arme Cresciuta aveala il genitore. I maschi Feri costumi, la brutal baldanza Pinger doveansi nel suo volto, e orrenda Far sua beltà. Vero è, ch’ella una volta Col suo braccio allo sposo i dì salvasse? Gabriella.Valor non era, o donna. A lui salvava La vita, è ver, scagliandosi improvvisa Su nemico drappel: ma solo impulso Erale amore. Oh! sposa mai cotanto Il suo compagno non amò! — Chi maschi, Feri costumi a Gabriella appose, Non la conobbe. Timido é il suo volto, Timido il cor, timidi gli atti; e spesso L’intesi dir: «Benchè educata all’armi, Debol io son; chè se talor respinto Breve istante ho il nemico, opra non mia Era, ma in esso di pietà o stupore.» Gismonda.Giovin, tu oblii, di Iacopo tessendo E dell’empia sua figlia a me la lode, Che in terra sei non di felloni. Infamia Tutti li copra. Vanne. Gabriella.Il Conte io.... Gismonda.Vanne. Già d’Ariberto il fato ei sa, tel dissi.

Me sventurata! m’ingannai. Mestizia È nel suo viso, ma inumana. All’odio La crebber tante stragi, ahi, di sua patria E de’ congiunti. E tu, mio padre, il pio, L’intemerato fra’guerrieri, un mostro Sei di Gismonda a’guardi! Oh la infelice

Grondar del sangue ti vedea de’suoi! Compiangerla m’è forza, e te ad un tempo Cui di tua patria sospingeano l’ire. Secol funesto di discordie! il dritto Tutti gridiam; ma di quel dritto in nome, Contra la parte avversa ingiusti tutti, Inesorati siam. — Misero sposo! Così a te dunque riederò? — Già presso È a sconfortarsi ed a fuggir. Ma dove Ricovrerem? La città nostra, i cari, Tutto perdemmo. Oh, duro a chi felici Tempi conobbe è l’infortunio! Il cielo Forza ne dia.

Il Conte.Pungente cura! Indarno Allontanarla cerco. Gabriella.Ei forse.... — Il Conte Di Mendrisio.... Il Conte.Son io. Gabriella.Messagger vengo D’un infelice che moriva.... il padre Benedicendo. Il Conte.Chi? Parla. Gabriella.Guerriero Fui d’Ariberto figlio tuo. Il Conte.Morendo.... Morendo dunque ricordommi? il padre Benedicea? Gabriella.«Del padre mio, sclamava, Afflitta ho la vecchiaia; eppure inique Le mire mie non erano; a me sacra Parve l’insegna che seguii.» Il Conte.L’insegna De’ traditori!

Gabriella.Oh, non voler, Signore, Dimenticar che a molti egregi, quella Dell’onor parve. E tal fulgea alle ciglia Del generoso figliuol tuo. Il Conte.L’insegna Che sventolar facean tai che nemici Non del monarca erano sol, ma i miei Più esecrati nemici! e parentela Col maggior d’essi indi contrarre! Obbrobrio! Indelebile obbrobrio! Gabriella.Ei dicea: «Inique Le mire mio non erano, eppur duolmi Che per me tanto dolorasse il padre, Ch’io sempre amai.» Il Conte.No, non m’amò! Qual padre Tenero fu de’ figli suoi com’io? E perché primo a me nascea Ariberto, Il diletto era del mio cor. L’ingrato Tutte obliò le soavissim’ore In che appo me con tanto amor lo crebbi; Plausi obliò, consigli, e preghi, e pianto — Il pianto di suo padre! — E quand’io mite, Pria di scagliar rimproveri e minacce, Gli dicea stolta di Milan l’impresa Che a libertà chiamava Italia, Italia Si discorde e corrotta, ei con superbo Riso movea le labbra e non parlava; Ovver del padre a vil tenea, di tutti Gli avi la sapïenza; e l’arrogante Pensier nasconder non curava. Gabriella.Io spesso L’intesi dir «Parole aspre dal labbro Con si buon padre mi sfuggian: gli reca Il mio rimorso.» Il Conte.Gli perdoni il cielo. Grave fu il suo fallir; ma l’accecava Sincero zelo di virtù e di patria, E de’ ribelli la splendente audacia

Pareagli gloria; — e la beltà funesta Della figlia di Iacopo il sedusse. Gabriella.All’infelice padre ed al marito Gabriella sorvive. Il Conte.Oh sciagurata! Sorvive? e dove? e i figli? Gabriella.I due primieri, Appena nati, al seno suo languiro Come fiori che il turbine ha percossi. Ed Ariberto al morir lor piangendo Nella polve prostravasi, e sclamava: «Il padre offesi, indi a me il ciel le gioje Di padre invola!» — Nacque il terzo, e a lui Imposto volle il nome tuo. «Quel nome, Disse Ariberto, è in ciel possente, il figlio Proteggerà.» — Rise al fanciullo infatti Vigorosa salute. A lui la madre.... Il pan.... mendica. Il conte.D’Ariberto al figlio La madre il pan mendica? Oh insana! certo Dal suo feroce genitor tant’odio Eredò contro a me, che al tetto mio Cercar ricovro sdegna. Gabriella.Oh! Gabriella No, non t’odia, signor. L’odio tuo forse E le ripulse teme. Il Conte.A’ di felici Se presentata a me si fosse, oltraggi, Nol nego, oltraggi avuto avria. Ma quando Vedova, orfana, misera, punita Si orrendamente ell’è, quando al figliuolo Di mio figlio ella resta unico aiuto, Se aiuto in me non trova,... oltraggi teme? Ripulse? Oh nata alla superbia, al vile Calunnïante sospettar, che in petto Nutre l’intera de ribelli schiatta Contro ai fidi all’imper, contro a’seguaci Del vero onor! Barbari siamo; estinto

Ogni gentil moto del core è in noi! Vanne a lei. Dille che l’aspetto, dille Che del suo genitor gli avvelenati Detti che denigravanmi eran falsi; Dille che, se Ariberto in me severo Ebbe condannatore, i suoi delitti, L’irreverenza, la rivolta, il turpe Affratellarsi con nemici eterni Della mia casa io condannai; giustizia, Onor dettava la condanna; — e il core Grondava sangue; e a tutti ascose in copia Nella secreta mia stanza io spargeva Amarissime lagrime, e pregava Per quel figlio perverso, e per la donna Che, il voler mio spregiando, ei nuora diemmi, E pei lor frutti sciagurati. — E s’ella.... Odi.... abbattuti assai dall’infortunio Gli spirti avesse, mie parole irate Contro suo padre tacile; anzi.... a lei Di, ch’appo il conte di Mendrisio il nome Già esecrato di Iacopo, non mai Ella udrà mentovarsi, nè le stragi Che la sua dalla mia casa han diviso, Nè dell’estinto sposo suo le colpe. Dille.... Che fai? Perché prorompi in questi Singhiozzi? Gabriella.Io sono Gabriella! Il Conte.Oh cielo! Prestigio è questo? Chi sei tu? Gabriella.La moglie Del tuo Ariberto. Il Conte.E sarà ver? Deh, sorgi! Dunque — oh destin! — del mio nemico io stringo Al sen la figlia?.... Ah, senza odio la stringo! Ma ancor sei madre, pur dicevi: il tristo Orfanello dov’è? Gabriella.Là in quel tugurio Seco lo trasse.... uom che a’tuoi piè gettarsi

Non ardia.... Il Conte.Chi? Gabriella.Signor.... qui mendicando Un altro mosse.... Vedova io non sono. Vive Ariberto! Il Conte.Vive! Gabriella.Eccolo.

Ariberto.O padre! Ribenedici il figlio tuo! Il Conte.Qual voce? Chi stringe mie ginocchia? Esso! mio figlio! Il traviato! il misero! Oh, v’attesto, Del ciel potenze tutte: ho perdonato! Ho perdonato al figlio mio! — Qui, vieni, Qui fra le braccia di tuo padre, e teco La moglie, il pargol tuo. Vi benedico. Un sogno fu mio lungo sdegno: un sogno L’imprecar mio. Quest’ora è la felice Ora che insiem ci ridestiamo; insieme Per non più separarci. Ariberto.Oh amato padre! E oltraggiarti io potea? Il Conte.Sei tu Gismonda? Vieni. Ariberto vive: eccolo, e questa È Gabriella.

Gismonda.Oh vista! Egli.... è il mentito Scudier.... Il Conte.Deh, generosa agl’infelici Apri tu pur l’anima tua: un fratello Racquisti, una sorella.

Gismonda.Indietro. Io m’ebbi Altri fratelli! Il sangue loro, il sangue De’ genitori miei forse a’miei sguardi Di Milano le spade, ahi, non versaro? Ed avean duce il padre tuo, seguace Il traditor tuo sposo, o sciagurata! Gabriella.Deh.... Gismonda.Quel sangue a me vieta i vostri amplessi: Empi sarian, sacrileghi. No, a tanta Ignominia non nacqui! Il Conte.O amato figlio, Crudeli oltraggi ella patia; ma il tempo La placherà. — Avanzatevi, o fedeli. Col signor vostro giubilate: questo È il figlio per si lunghi anni smarrito, Quel che tutti piangeste, il benedetto Primogenito mio! Cessin le angosce, Le meste ricordanze. — Arrigo, ascendi Il più veloce mio destrier: raggiungi Per la via di Milan l’altro mio figlio. Digli che festa, grande festa splende Nel paterno castel; che ritornato È il fratel suo! Ariberto.L’anima mia commossa Da tanto amor, voce non ha che esprima La piena di sue gioie. Ah, il ciel mi doni In Ermano un fratel che t’assomigli! Gismonda.Dunque a costei mi posponevi, o indegno? E il furor mio non curi? — Il proverai!

Atto terzo

Non riede ancor. Da lui vendetta spero, Alta vendetta! E se imitasse il padre.... Se indebolito da pietà obliasse Anch’ei le ingiurie ricevute, e il proprio Onore e i detti del monarca.... Ah, tutti Deboli son fuor ch’io — Lassa! che dico? Fortezza vera é questa? od è terrore Non confessato? sentimento occulto Di palpiti codardi e non mai vinti? Volontà vana d’aborrire? e invece D’aborrimento.... — Oh sventurata! oh vile! Io l’amo ancora: e se colei non fosse La cui vista m’uccide, ad Ariberto, Riveggendolo, forse io perdonava. Ma.... Gabriella al fianco suo è felice! Felice! ed io?.... Nè i lunghi patimenti In lei distrutta hanno beltà! Il fellone Me attonito mirava: in faccia assai Forse cangiata mi trovò. Men bella Io di colei? — Da quel di pria diverso Molto ei non é. Men baldanzosi ha gli occhi.... Ma non meno terribili! portanti Nell’altrui core un tremito, un delirio.... Oh Ariberto! Oh me misera! Cangiato Perchè si poco a me ritorna? Odiarlo Non posso dunque? Il debbo; il vo’

Ariberto.Deh padre, Lasciami: ecco Gismonda. A me s’aspetta Placarla, io tanto l’oltraggiai!

Gismonda.Chi veggo? Ariberto.Donna.... Gismonda.Che ardisci?... Ariberto.Di te in cerca il padre E Gabriella ed io givam. Tuo sdegno Nostre gioie avvelena; io più di tutti Profondamente men rammarco. — Allora Che a’guardi miei la milanese insegna L’unica parve cui potessi il brando Nobilmente sacrar, zelo soverchio Trassemi a offenderer la tua stirpe, e avvolsi Te ingiustamente nell’offesa. Or piaccia A te scusar magnanima un furore Che giovane commisi, uomo condanno. Gismonda.Qual? non t’intendo. Il parteggiar pe’ sogni De’ ribellanti? Ariberto.No; arrossir non posso D’aver seguito, ove il credetti, il giusto. Bensì d’averti allor, men ch’io dovea, Onoranza mostrato. Ed onoranza Pur ti serbai nel core; e il dì ch’Ermano Riparò il fallir mio, te a nostro padre Nuora traendo, io consolato dissi: «Ella sarà felice, e ad Ariberto perdonerà.» — Se timido, se scarso È il detto mio, non adirarti. Al labbro Di chi fu reo, com’io fui teco, e pieno

È di cordoglio e di desio di pace, Mal la parola i sensi intimi svolge. Gismonda, suora a me ti volle il cielo; Immemor del passato, oh, a me sii suora! Gismonda.Immemor del passato! — A me nè danno Recavi tu nè oltraggio; ed in tua possa Non era alcun recarmene. Io felice Esser sapea, qualunque insania o colpa Te strascinasse ad adorar gl’infami Di Milano vessilli, e una sua donna. Non che offesa tenermi io da Ariberto, Benedetto anzi ho il dì che un nodo ruppe Stoltamente promesso, e a non ribelle Cavalier destinommi. — In te il nemico Odio de’ miei, di Cesare, d’Iddio: Quindi a perdon qual siavi loco ignoro. Ariberto.A’ tuoi nemico e a Cesare, almen pensa, Se scolparmi non vuoi, ch’io nella turba Degl’infelici, de’ proscritti or gemo. Iniquo io fossi qual m’estimi — e iniquo Non esser sento — il fulmin non ti basta Che mi colpì? Non quell’Iddio, per cui T’accende zel, non egli oggi palesa Ch’ei mio lutto compiange e m’ama ancora, Dacché pur dammi il riveder la fronte Venerata del padre, e in questo padre Trovar sì dolce di pietà conforto, Dopo tant’ira che già l’arse? Ah, spero Te pur placar. Verace, ossequïoso In me un fratello avrai, Gismonda; e suora Tenera a te sia Gabriella. — Ascolta, Non mi fuggir. Gismonda.Nominarla osi? Ariberto.Oh cielo! Che dici? ferma. Gismonda.Innanzi a me condurla! Perfido! Ariberto.Degno di te fora, al tempo

Che tante cose cancellò, i passati Torti non chieder d’Ariberto. Gismonda.I torti Tuoi cancellar tempo non può. Ariberto.Ammendati In parte fur. Gismonda.Da te? Ariberto.No; dagli eventi Che ti fean moglie al fratel mio; che tutti Ad altre cure, ad altri sacri affetti A poco a poco ne avvezzò. Gismonda.Avvezzarmi Ad esecrarti potev’io: non posso A sostener l’aspetto tuo, l’aspetto Di colei che di mia stirpe a’nemici Figlia nascea; di colei ch’ami, e ardisci Suora propormi. Anzi che al seno accòrre Tal serpe mai, con queste mani io stessa.... Trema! la mente mia celar non degno!... Vo’soffocarla. Ariberto.Oh atroce! eppur sovente Proprio de’ forti spirti è nobil varco Dal furor più tremendo a generosa Salda amistà. Più d’una volta al dolce Sogno m’abbandonai, che se a te noto Di Gabriella un dì fosse il modesto Animo schietto e la pietà, odïarla Più non potresti, e ch’ella ed io a Gismonda, Al suo interceder, al suo esempio andremmo Di domestica pace debitori. Gismonda.Pace? pace osi chiedermi? Chi pace A me togliea? Ariberto.Gismonda.... io.... tue parole.... Gismonda.Che? mie parole? e creder osi... Ariberto.Sdegno Orrendo ardeati: in te ragion lo spenga. Gismonda.Spegnerlo? E foco mortal forse è questo? Chi di spegnerlo mai balia mi tolse? —

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