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BIBLIOTECA UNIVERSALE
FINGAL
POEMA EPICO
Ossian (Giacomo Macpherson)
Giacomo Macpherson, letterato scozzese, celebre per la pubblicazione dei Poemi d’Ossian, nacque nel 1738 a Ruthven, nella contea d’Inverness, e morì il 17 febbrajo 1795. Destinato dai suoi parenti alla professione ecclesiastica, fece gli studi nel collegio del Re ad Aberdeen. Lasciando il collegio, si fece maestro di scuola, ed in questa umile posizione pubblicò nel 1758 un poema intitolato l’Highlander. Dicesi avesse scritto prima alcuni altri opuscoli poetici, come un poema sulla Morte ed un poema intitolato Il Cacciatore, primo abbozzo dell’Highlander.
Poco dopo inviò allo Scots Magazine alcune composizioni in versi, pochissimo segnalate, ma che più tardi furono tolte dall’oblio e citate come documenti giustificativi nella famosa polemica, sull’autenticità dei poemi d’Ossian.
Incominciavano ad occuparsi dei canti popolari dei montanari o Highlanders scozzesi; lo storico Adam Ferguson, montanaro anch’esso, pel primo diede la sveglia a questo soggetto. I suoi amici, il dottor Alexander Carlyle, ministro d’Inverness, che aveva numerosi conoscenti fra i letterati di quel tempo, e John Home, l’autore del Douglas, seguirono il suo impulso. Nell’autunno del 1759, Carlyle e Home incontrarono Macpherson, che mostrò loro alcuni frammenti di poesia gaelica (il gaelo o gaelico è il dialetto nativo degli Highlands) e condiscese a tradurli. Queste traduzioni, comunicate al Hugh Blair, a William Shenstone, a , eccitarono grandemente la loro ammirazione; esse furono pubblicate nel 1760 sotto questo titolo: Fragments of ancient Poetry, collected in the Highlands of Scotland, and translated from the gaelic, or Erse language, con una prefazione anonima di Blair. Questi frammenti erano in numero di sedici. L’effetto ne fu tale, che la facoltà degli avvocati di Edimburgo fece una sottoscrizione che fornì a Macpherson i mezzi di visitare gli Highlands collo scopo di raccogliervi altri canti gaelici. Macpherson portò a Londra i prodotti veri o fittizii di tal investigazione e li pubblicò in due volumi che vennero successivamente pubblicati: il primo nel 1762 sotto il patronato di lord Bute, col titolo di Fingal, an epic poem in eight books with other lesser poems; il secondo nel 1763, col titolo di Jemora, an epic poem in eight books, with other poems. Queste produzioni, la cui autenticità fu però messa in dubbio da più critici, trovarono ammiratori entusiasti ed aprirono all’editore la via alla fortuna. Nel 1764 diventò segretario particolare del capitano Johnstone, governatore di Pensacola. Nominato poi ispettore generale delle Floride, visitò le Indie occidentali, ed al suo ritorno in Inghilterra nel 1766, ricevette una pensione di 200 sterline che godette fino alla morte.
Benchè le opere di Macpherson attestino un certo talento, e l’autore fosse un uomo abilissimo che non si lasciava sfuggire veruna occasione di aumentare la sua fortuna e la sua fama, tuttavia non l’avrebbero forse fatto uscire dall’oscurità se egli non fosse stato l’editore di Ossian.
Secondo l’editore, i Poemi d’Ossian erano una traduzione fatta da lui medesimo sopra antichi manoscritti ersi da lui raccolti negli Highlands di Scozia. Siffatti manoscritti contenevano composizioni autentiche di Ossian, poeta highlandese che viveva verso il mezzo del terzo secolo dell’era cristiana e le cui opere si erano trasmesse oralmente di bardo in bardo fino all’introduzione della scrittura nelle montagne della Scozia. Il più gran critico di quel tempo, il dottor Johnson, dichiarò che tutte queste asserzioni erano false, che i poemi attribuiti ad Ossian erano un’impostura, e sfidò Macpherson a produrre un solo manoscritto d’un poema erso più antico del decimosesto secolo. Anche e si espressero, benchè con maggior riserbo, contro l’autenticità dei poemi d’Ossian. D’altra parte Blair li difese in una dissertazione critica, più eloquente che solida, e nella sua Histoire de la Grande-Brétagne si fondò sulla loro testimonianza per dipingere i costumi primitivi degli abitanti della Scozia. Lord Karnes, nei suoi Schizzi dell’Uomo, invocò pure la loro autorità, in appoggio alle sue teorie. Il traduttore italiano non si peritò di collocare Ossian a livello se non al di sopra di . si espresse nel medesimo senso e, per orgoglio nazionale, tutti gl’Highlanders difesero il loro poeta gaelo contro gli sforzi d’una critica troppo chiaroveggente. Ma nella stessa Scozia, nelle terre basse, è vero, si levò un avversario più formidabile di Johnson, perchè meglio informato.
aggiunse al secondo volume della prima edizione della sua History of Scotland una dissertazione nella quale si sforzò di assodare mediante prove tolte dalla storia e dalla verosimiglianza, che i Poemi d’Ossian erano senza eccezione intieramente ipotetici. Egli ritornò all’assalto in una edizione di Ossian. Segnalò con un’erudizione ingegnosissima i plagi del preteso bardo gaelico. La Bibbia, i poeti greci, i poeti latini, i poeti inglesi furono messi a contribuzione da Macpherson per il suo mosaico celtico. Gli Highlanders non si diedero per vinti. L’Highland Society d’Edimburgo formò nel 1797 un comitato per aprire un’inchiesta sull’autenticità dei Poemi d’Ossian. La commissione, presieduta da Enrico Mackenzie, procedette con uno zelo coscienzioso e presentò nel 1805 il suo rapporto che concludeva coi quesiti e le risposte seguenti:
«Ha esistito anticamente nell’alta Scozia una poesia conosciuta sotto il nome di ossianica, e quale ne era il merito? La raccolta pubblicata da Macpherson è autentica? Sul primo punto la commissione risponde senza difficoltà che tale poesia ha esistito, ch’essa era generalmente sparsa, ch’essa aveva un carattere commovente e sublime. Sul secondo punto la commissione risponde essere difficile dare una risposta categorica. Essa dichiara però di aver raccolto del frammenti di poemi che contengono spesso la sostanza o talvolta quasi le espressioni medesime di passi contenuti nei poemi di cui Macpherson ha pubblicata in traduzione, ma nessun poema identico pel titolo e pel soggetto. Essa crede che questo scrittore avesse l’abitudine di riempire lacune, di collegare frammenti sparsi, inserire passi nuovi, di potare frasi, di addolcire incidenti, di forbire il linguaggio, infine di modificare ciò che gli sembrava troppo semplice o troppo rozzo per un orecchio moderno e di rialzare ciò che gli pareva inferiore all’ideale della poesia. La commissione soggiunge es- serle impossibile determinare fino a qual punto Macpherson abbia usato di siffatta licenza. »
La commissione pubblicava contemporaneamente alcuni frammenti brevissimi raccolti negli Highlands, la descrizione d’un carro, d’un combattimento, d’uno scudo. Era poca cosa, ma bastava per provare che le poesie d’Ossian avevano qualche reale combattimento. I partigiani del preteso poeta gaelo continuarono dunque a credere alla sua autenticità, e fino all’anno 1837 negli Highlanders of Scotland, their origine, History and Antiquities, pubblicati da F. Shene a richiesta dell’Highland Society di Londra, si trovano asserzioni positive come queste: « I poemi d’Ossian contengono un corpo completo d’antiche storie verificate; Ossian come poeta storico ha il più gran valore; sia antica o moderna la redazione della maggior parte di questi poemi, non si può dubitare ch’essi contengano le più antiche testimonianze d’un’epoca remotissima. »
Che partito prendere fra tali contraddittorie asserzioni? I fatti noti permettono di abbracciare un partito?
Dei diversi dialetti parlati dalle nazioni gaeliche che abitavano le parti occidentali dell’Europa ai tempi di , l’irlandese probabilmente è quello che ha sofferto meno pel miscuglio con altre lingue. L’erso parlato dagli Highlands di Scozia somiglia tanto all’irlandese, che si può considerarlo piuttosto come un dialetto che come una lingua distinta. Ma mentre l’irlandese è stato scritto sino dai primi tempi dell’êra cristiana e fors’anche prima, e conta non solo dei bardi, ma anche degli annalisti, dei quali alcuni manoscritti risalgono fino al IX secolo, non vi è alcuna prova che l’erso sia stato scritto prima del XV o del XVI secolo. Se i poemi pubblicati da Macpherson sono stati composti da Ossian in erso alla fine del IV secolo, dovettero essere conservati per tradizione orale dodici o tredici secoli, il che è assai poco verosimile. L’irlandese, nonostante l’immenso vantaggio d’essere stato fissato colla scrittura, ha subìto tante alterazioni, che i manoscritti più antichi sono appena compresi anche dai dotti, ed alcuni sono persino inintelligibili.
Il gaelico, non scritto, e parlato da un popolo ignorante almeno come gl’irlandesi, dovette subire menti simili, e se esistessero ancora dei poemi realmente composti nel IV secolo, riuscirebbe impossibile il comprenderli.
Macpherson pubblicò il testo erso del VII libro di Temora; ma la stampa fu fatta sopra una copia sua particolare, e l’originale non venne giammai prodotto. Macpherson di Strathomashie, che pretendeva di avere coadiuvato a trascrivere i poemi, sia dietro vecchi manoscritti, sia dietro la tradizione orale, dice che uno di quei vecchi manoscritti datava dal 1410. Lord Kames afferma che i primi quattro libri di Fingal furono copiati da un manoscritto gaelico su carta velina del 1403, trovato dal traduttore nell’isola di Sky. Evidentemente lord Kames non fa che ripetere un racconto di Macpherson senza aver veduto egli stesso un manoscritto che non fu mai prodotto. Il più antico manoscritto scozzese conosciuto, la Cronaca di Winton, nella biblioteca reale di Edimburgo, non risale oltre il 1420.
Le fonti autentiche addotte da Macpherson e dai suoi amici erano assai numerose, ma all’esame si trovarono tutte false. Una di tali fonti originali era, dicesi, il Red Book (Libro Rosso, libro di canzoni) del bardo della famiglia Clauronald; esso trovavasi in mano di Macpherson e conteneva alcuni dei poemi tradotti da lui. Il possessore fu forzato dalla minaccia d’un processo giudiziario da parte della famiglia Clauronald a produrre il libro, che era datato dall’8 settembre 1726 e non conteneva che un solo canto relativo ad Ossian e una piccola ballata sulla longevità dei Fiani.
Se il preteso traduttore di Ossian fosse stato di buona fede, avrebbe avuto una risposta facilissima a tutti gli assalti; era la pubblicazione degli originali. I suoi concittadini per rimborsarlo delle spese di stampa, fecero una sottoscrizione di mille sterline che gli vennero consegnate. Egli le serbò fino alla morte senza farne l’uso desiderato, e lasciò ai suoi esecutori testamentari la cura di pubblicare gli originali ersi. Essi vennero alla luce sotto questo titolo: The Poems of Ossian, in the original gaelic, with notes and observations, by John M. Artur; Londra, 1807, 3 volumi, in-8°. Il testo era accompagnato da una traduzione latina letterale di Roberto Macpherson e preceduto da una dissertazione sulla autenticità dei poemi di sir John Sinclair. Per disgrazia questo manoscritto originale era tutto di pugno di Macpherson, che senza verun dubbio aveva ritradotto il suo inglese gaelico. Il tempo per far codesto non gli era mancato, nè le cognizioni, perchè l’erso era la sua lingua nativa. La dissertazione non aggiungeva nulla agli argomenti già prodotti e non si segnalava che per eccesso di credulità. Che inferire da tutto ciò? Che l’Ossian di Macpherson è una soperchieria. Esistono in gaelico e sopratutto in celtico o irlandese delle ballate nelle quali sono celebrati gli eroi ossianici. La biblioteca dell’università di Dublino contiene un’ampia collezione di siffatte ballate, e miss Brooke ne ha pubblicato parecchie con una traduzione inglese nel 1789. Sussistono pure in Irlanda ed in Iscozia delle tradizioni relative a Fingal, ad Ossian. Tali tradizioni e ballate non furono inutili a Macpherson e gli permisero di dare una parvenza speciosa a cotesta ardita supposizione che si impose a quasi tutti i suoi contemporanei e si mantiene ancora alquanto viva nella posterità. La finzione di Ossian è uno dei rari esempi d’una leggenda formata intieramente nel cuore d’una epoca storica e con tutta l’autorita d’una narrazione reale.
Secondo i Poemi d’Ossian, Fingal era re di Morven (senza dubbio l’Argyleshire e le parti adiacenti dei West-Highlands) ed abitava il palazzo di Selma (nome fino allora ignoto) ove regnavano suo padre, suo nonno, Frathal, e suo bisnonno, Trenmor. Ossian era figlio di Fingal, ed Oscar figlio di Ossian. Di questo reame e di questi re non si trova la minima traccia negli annali degli Highlands e dei clan scozzesi. Però alcune ballate erse ed alcune tradizioni highlandesi parlano di Fingal, e di Ossian come di eroi highlandesi, mentre in altre essi sono menzionati come irlandesi. Gli annalisti ed i bardi irlandesi, molto più sodi nei loro racconti, si accordano nel fare di Fingal il genero di Cormac, re di Leinster ed il comandante dei Finna Erinn, tribù militare dell’Irlanda. Fingal aveva il suo palazzo ad Almhuim o Allen, nel Leinster e morì nel 273.
Introduzione
Arto, supremo re d’Irlanda, essendo venuto a morte, ebbe per successore Cormac suo figliuolo, rimasto in minorità. Cucullino figliuolo di Semo, signore dell’Isola della nebbia, una delle Ebridi, ritrovandosi a quel tempo in Ulster, ed essendo rinomatissimo per le sue grandi imprese, fu in un’assemblea di regoli e capi delle tribù radunate per quest’oggetto a Temora, palagio dei re d’Irlanda, eletto unanimemente custode del giovine re. Non aveva governati molto a lungo gli affari di Cormac, quando fu recata la novella che Svarano figliuolo di Starno, re di Loclin, o sia della Scandinavia, aveva disegnato d’invader l’Irlanda. Cucullino a tal nuova spedì tosto Munan figliuolo di Stirmal, guerriero irlandese, a Fingal re o capo di que’ Caledonii che abitavano la costa occidentale della Scozia, per implorarne soccorso. Fingal mosso non meno da un principio di generosità, che dall’affinità che passava tra lui e la famiglia reale d’Irlanda, risolse di far una spedizione in quel paese: ma prima ch’egli arrivasse, il nemico era già approdato ad Ulster. Cucullino in questo frattempo aveva raccolto il fiore delle tribù irlandesi a Tura, castello di Ulster, e mandati scorridori lungo la costa, perchè gli dessero pronte notizie dell’arrivo del nemico. Tal è lo stato degli affari, quando il poema incomincia.
L’azione del poema non comprende che cinque giorni e cinque notti. La scena è nella pianura di Lena, presso una montagna chiamata Cromla, sulla costa di Ulster.
Canto primo
Cucullino postosi a seder solo sotto d’un albero alla porta di Tura, mentre gli altri capitani erano iti a caccia sul vicino monte di Cromla, è avvisato dello sbarco di Svarano da Moran figliuolo di Fitil, uno de’ suoi scorridori. Egli raduna i capi della nazione; si tiene un consiglio nel quale si disputa se debbasi dar battaglia al nemico. Conal regolo di Togorma, ed intimo amico di Cucullino, è di parere che debbasi differire sino all’arrivo di Fingal; ma Calmar, figlio di Mata, signor di Lara, contrada del Connaught, è d’opinione che si attacchi tosto il nemico; Cucullino già desideroso di combattere, s’attiene al parere di Calmar. Nella rassegna de’ suoi soldati non vede tre de’ suoi più valorosi campioni, Fergusto, Ducomano e Catbar. Giunge Fergusto e dà notizia a Cucullino della morte degli altri due capitani. L’armata di Cucullino è scoperta da lungi da Svarano, il quale manda il figliuolo ad osservare i movimenti del nemico, mentre egli schiera le sue truppe in ordine di battaglia. Descrizione del carro di Cucullino. Le armate si azzuffano; ma, sopraggiunta la notte, la vittoria resta indecisa. Cucullino, secondo l’ospitalità di que’ tempi invita Svarano ad un convito per mezzo del suo bardo Carilo. Svarano ricusa ferocemente l’invito. Carilo narra a Cucullino la storia di Grudar e Brassolis. Si mandano, per consiglio di Conal, alcune scorte ad osservare il nemico; e con questo termina l’azione del primo giorno.
Di Tura accanto alla muraglia assiso, Sotto una pianta di fischianti foglie Stavasi Cucullin: lì presso, al balzo
Posava l’asta, appiè giacea lo scudo. 5Membrava ei col pensiero il pro Cairba Da lui spento in battaglia, allor che ad esso L’esplorator dell’oceàn sen venne, Moran figlio di Fiti. ― Alzati, ei disse, Alzati, Cucullin: già di Svarano 10Veggo le navi; è numerosa l’oste, Molti i figli del mar. ― Tu sempre tremi, Figlio di Fiti, a lui rispose il duce Occhiazzurro d’Erina, e la tua tema Agli occhi tuoi moltiplica i nemici; 15Fia forse il re de’ solitari colli, Che a soccorrer mi vien. ― No, no, diss’egli, Vidi il lor duce; al luccicar dell’arme, Alla quadrata torreggiante mole Parea masso di ghiaccio: asta ei solleva 20Pari a quel pin che folgore passando Disfrondato lesciò: nascente luna Sembra il suo scudo. Egli sedea sul lido Sopra uno scoglio, annubilato in volto, Come nebbia sul colle. O primo, io dissi, 25Tra’ mortali, che fai? son molte in guerra Le nostre destre, e forti; a ragion detto Il possente sei tu, ma non pertanto Più d’un possente dall’eccelsa Tura Fa di sè mostra. Oh, rispos’ei, col tuono 30D’un’infranta allo scoglio, e mugghiante onda, Chi mi somiglia? al mio cospetto innanzi Non resistono eroi; cadon prostrati Sotto il mio braccio. Il sol Fingallo, il forte Re di Morven nembosa, affrontar puote 35La possa di Svaran. Lottammo un tempo Sui prati di Malmorre, e i nostri passi Crollaro il bosco; e traballàr le rupi Smosse dalle ferrigne ime radici; E impauriti alla terribil zuffa 40Fuggir travolti dal suo corso i rivi. Tre dì pugnammo, e ripugnammo: i duci Stetter da lungi, e ne tremàr. Nel quarto Vanta Fingàl, che’ re dell’oceàno Cadde atterrato, ma Svaran sostenta 45Ch’ei non piegò ginocchio, e non diè crollo.
Or ceda dunque Cucullino oscuro A lui, che nell’indomita possanza L’orride di Malmòr tempeste agguaglia. ― No, gridò il duce dal ceruleo sguardo, 50Non cederò a vivente: o Cucullino Sarà grande, o morrà. Figlio di Fiti, Prendi la lancia mia, vanne, e con essa Batti lo scudo di Cabàr che pende Alla porta di Tura: il suo rimbombo 55Non è suono di pace: i miei guerrieri L’udiran da’ lor colli. Ei va, più volte Batte il concavo scudo: e colli e rupi Ne rimbombaro, e si diffuse il suono Per tutto il bosco. Slanciasi d’un salto 60Dalla roccia Curàn; Conallo afferra La sanguinosa lancia; a Crùgal forte Palpita il bianco petto; e damme e cervi Lascia il figlio di Fai: Ronnàr, Lugante, Questo è lo scudo della guerra, è questa 65L’asta di Cucullin: qua, qua, brandi, elmi; Compagni all’arme: vèstiti l’usbergo, Figlio dell’onda: alza il sanguigno acciaro, Fero Calmàr: che fai? su sorgi, o Puno, Orrido eroe: scotetevi, accorrete 70Eto, Calto, Carbàn: tu il rosseggiante Alber di Cromla, e tu lascia le sponde Del patrio Lena, e tu t’avanza, o Calto, Lunghesso il Mora, e l’agil piede impenna. Or sì gli scorgo: ecco i campion possenti, 75Fervidi, accesi di leggiadro orgoglio. La rimembranza delle imprese antiche Sprona il valor natio. Son i lor occhi Fiamme di foco, e dei nemici in traccia Van dardeggiando per la piaggia i sguardi. 80Stan su i brandi le destre: escon frequenti Dai lor fianchi d’acciar lampi focosi. Ciascun dal colle suo scagliossi urlando Qual torrente montan. Brillan i duci Della battaglia nei paterni arnesi, 85Precedendo ai guerrier: seguono questi Folti, foschi terribili a vedersi, Siccome gruppo di piovose nubi
Dietro a rosse del ciel meteore ardenti. S’odon l’arme a stridir; s’alzan le note 90Del bellicoso canto: i grigi cani Le interrompon cogli urli, e raddoppiando L’indistinto fragor Cromla rintrona. Stettersi tutti alfin sopra il deserto Prato di Lena, e l’adombrâr, siccome 95Nebbia là per l’autunno i colli adombra, Quando oscura, ondeggiante in alto poggia. ― Io vi saluto, Cucullin comincia, Figli d’anguste valli, oh vi saluto, Cacciatori di belve; a noi ben altra 100Caccia s’appresta, romorosa, forte Come quell’onda che la spiaggia or fere. Dite, figli di guerra: or via, dobbiamo Pugnar noi dunque, od a Loclin la verde Erina abbandonar? Parla, Conallo; 105Tu fior d’eroi, tu spezzator di scudi, Che pensi tu? più d’una volta in campo Contro Loclin pugnasti; ed or vorrai Meco la lancia sollevar del padre? ― Cucullino, ei parlò placido in volto, 110Acuta è l’asta di Conallo, ed ama Di brillar nella pugna, e diguazzarsi Nel sangue degli eroi: pur se alla guerra Pende la man, sta per la pace il core. Tu che alle guerre di Cormàn sei duce, 115Guarda la flotta di Svaràn: stan folte Sul nostro lido le velate antenne Quanto canne del Lego: e le sue navi Sembran boschi di nebbia ricoperti, Quando gli alberi piegano alle alterne 120Scosse del vento: i suoi guerrier son molti: Per la pace son io. Fingàl, non ch’altri, L’incontro scanserìa, Fingallo il primo, L’unico fra gli eroi, Fingal che i forti Sperde qual turbo la minuta arena. 125A lui rispose disdegnosamente Calmar figlio di Mata: ― E ben, va, fuggi Tu pacifico eroe, fuggi, e t’inselva
Tra’ colli tuoi, dove giammai non giunse Luce d’asta guerriera: ivi di Cromla 130I cervi insegui, ivi coi dardi arresta I saltellanti cavrïol del Lena Ma tu di Semo occhi-ceruleo figlio, Tu delle pugne correttor, disperdi La stirpe di Loclin; scagliati in mezzo 135Dell’orgogliose schiere, e latra, e ruggi. Fa che naviglio del nevoso regno Più non ardisca galleggiar sull’onde Oscure d’Inistòr. Sorgete o voi Voi d’Inisfela, tenebrosi venti, 140Imperversate tempeste, fremete Turbini e nembi. Ah sì, muoja Calmarre Fra le tempeste infranto, o dentro a un nembo Squarciato dall’irate ombre notturne; Muoja Calmar fra turbini e procelle, 145Se mai grato gli fu suono di caccia, Quanto di scudo messaggier di guerra. ― Furibondo Calmàr, Conàl riprese Posatamente, è a me la fuga ignota; Misi l’ale al pugnar: bench’anco è bassa 150La fama di Conallo, in mia presenza Vinsersi pugne, e s’atterràr gagliardi. Figlio di Semo, la mia voce ascolta: Cura ti prenda del regal retaggio Del giovine Cormàn; ricchezze e doni, 155E la metà della selvosa terra Offri a Svaràn, finchè da Morven giunga Il possente Fingallo in tuo soccorso. Quest’è ’l consiglio mio; che se piuttosto La pugna eleggi, eccomi pronto; e lancia 160Brandisco e spada; mi vedrai tra mille Ratto avventarmi, e l’alma mia di gioja Sfavillerà nei bellicosi orrori. ― Sì, sì, soggiunse Cucullin; m’è grato Il suon dell’armi, quanto a primavera 165Tuono forier di desïata pioggia. Su dunque tosto si raccolgan tutte Le splendide tribù, sicch’io di guerra
Ravvisi i figli ad uno ad un schierarsi Sulla pianura, rilucenti come 170Anzi tempesta il sol, qualora il vento Occidental le nubi ammassa, e scorre Il sordo suon per le morvenie querce. Ma dove son gli amici? i valorosi Compagni del mio braccio entro i perigli? 175Ove se’ tu Catbarre? ove quel nembo In guerra Ducomano? e tu Fergusto M’abbandonasti nel terribil giorno Della tempesta? tu de’ miei conviti Nella gioja il primier, figlio di Rossa, 180Braccio di morte. Eccolo; ei vien, qual leve Cavrïol da Malmorre. Addio, possente Figlio di Rossa, e qual cagion rattrista Quell’anima guerriera? ― In su la tomba Di Catbarre, ei rispose, in questo punto 185S’alzano quattro pietre, e queste mani Sotterràr Ducomàn, quel nembo in guerra. Catbarre, o figlio di Torman, tu eri Raggio sulle colle; o Ducomàn rubesto Nebbia eri tu del paludoso Lano, 190Che pel fosco d’autunno aer veleggia, E morte porta al popolo smarrito. O Morna, o tra le vergini di Tura La più leggiadra, è placido il tuo sonno Nell’antro della rupe. Ah! tu cadesti 195Come stella fra tenebre che striscia Per lo deserto, e ’l peregrin soletto Di così passeggier raggio si dole. ― Ma di’, riprese Cucullin, ma dimmi Come cadder gli eroi? cadder pugnando 200Per man dei figli di Loclin? qual altra Cagion racchiude d’Inisfela i duci Nell’angusta magion? ― Catbar cadeo Per man di Ducomàno appo la quercia Del mormorante rio; Ducomàn poscia 205Venne all’antro di Tura, e a parlar prese All’amabile Morna: O Morna, o fiore Delle donzelle, a che ti stai soletta Nel cerchio delle pietre, entro lo speco? Sei pur bella, amor mio: sembra il tuo volto 210Neve là nel deserto, e i tuoi capelli Fiocchi di nebbia che serpeggia, e sale In tortuosi vortici, e s’indora
Al raggio occidental. Sembran le mamme Due liscie, tonde, luccicanti pietre 215Che spuntano dal Brano; e le tue braccia Due tornite marmoree colonne, Che sorgon di Fingalo entro le sale. E donde vieni? l’interruppe allora La donzelletta dalle bianche braccia: 220Donde ne vieni, o Ducomàn, fra tutti I viventi il più tetro? oscure e torve Son le tue ciglia, ed hai gli occhi di bragia. Comparisce Svaran? di’, del nemico Qual nuova arrechi, Ducomàno? O Morna, 225Vengo dal colle, dal colle de’ cervi Vengone a te; coll’infallibil arco Tre pur or ne trafissi, e tre ne presi Coi veltri della caccia. Amabil figlia Del nobile Cormante, odimi: io t’amo 230Quanto l’anima mia: per te col dardo Uccisi un cervo maestoso; avea Alta fronte ramosa, e piè di vento. Ducomàn, ripigliò placida e ferma La figlia di Cormante: or via, non t’amo; 235Non t’amo, orrido ceffo; hai cor di selce, Ciglio di notte. Tu Catbàr, tu solo Sei di Morna l’amor, tu che somigli Raggio di sole in tempestoso giorno. Di’, lo vedesti amabile, leggiadro 240Sul colle de’ suoi cervi? in questa grotta La sua Morna l’attende. E lungo tempo Morna l’attenderà, ferocemente Riprese Ducomàn: siede il suo sangue Sopra il mio brando. Egli cadeo sul Brano: 245La tomba io gli alzerò. Ma tu donzella Volgiti a Ducomàno, in lui tu fisa Tutto il tuo core, in Ducomàn che ha ’l braccio Forte come tempesta. Oimè! cadeo Il figlio di Torman? disse la bella 250Dall’occhio lagrimoso; il giovinetto Dal bel petto di neve? ei ch’era il primo Nella caccia del colle? il vincitore Degli stranier dell’oceàno? ah! truce, Truce sei, Ducomàn; crudele a Morna 255È ’l braccio tuo: dammi quel brando almeno,
Crudo nemico, ond’io lo stringa; io amo Il sangue di Catbar. Diede la spada Alle lagrime sue: quella repente Passògli il petto: ei rovinò qual ripa 260Di torrente montan. Stese il suo braccio, E così disse: Ducomàno hai morto; Freddo è l’acciaro nel mio petto: o Morna Freddo lo sento. Almen fa che ’l mio corpo L’abbia Moina: Ducomàno il sogno 265Era delle sue notti; essa la tomba Innalzerammi; il cacciator vedralla, Mi loderà: trammi del petto il brando, Morna; freddo è l’acciar. Venne piangendo; Trassegli il brando: ei col pugnal di furto 270Trafisse il bianco lato, e sparse a terra La bella chioma: gorgogliando il sangue Spiccia dal fianco; il suo candido braccio Striscian note vermiglie: ella prostesa Rotolò nella morte, e a’ suoi sospiri 275L’antro di Tura con pietà rispose. — Sia lunga pace, Cucullin soggiunse, All’alme degli eroi: le loro imprese Grandi fur ne’ perigli. Errinmi intorno Cavalcion sulle nubi, e faccian mostra 280De’ lor guerrieri aspetti; allor quest’alma Forte fia ne’ perigli, e ’l braccio mio Imiterà le folgori del cielo. Ma tu, Morna gentil, vientene assisa Sopra un raggio di luna, e dolcemente 285T’affaccia allo sportel del mio riposo, Quando cessò lo strepito dell’arme, E tutti i miei pensier spirano pace. Or delle mie tribù sorga la possa, Alla zuffa moviam. Seguite il carro 290Delle mie pugne: a quel fragor di gioja Brìllivi l’alma: mi sien poste accanto Tre lancie, e dietro all’anelante foga De’ miei destrier correte. Io vigor quindi Novo concepirò, quando s’offusca 295La mischia ai raggi del mio brando intorno. Con quel rumor, con quel furor che sbocca Torrente rapidissimo dal cupo Precipizio di Cromla, e ’l tuon frattanto Mugge su i fianchi, e sulla cima annotta; 300Così vasti, terribili, feroci
Balzano tutti impetuosamente D’Inisfela i guerrier. Precede il duce, Siccome immensa d’oceàn balena, Che gran parte di mar dietro si tragge. 305Lungo la spiaggia ei va rotando, e a rivi Sgorga valor. L’alto torrente udiro I figli di Loclin: Svaran percosse Lo scudo, e a sè chiamò d’Arno la prole. — Dimmi, che è quel mormorio dal monte, 310Che par d’un sciame di notturni insetti? Scendono i figli d’Inisfela, o ’l vento Freme lungi nel bosco? in cotal suono Romoreggia Gormàl, prima che s’alzi De’ flutti miei la biancheggiante cima. 315Poggia sul colle, o figlio d’Arno, e guata L’oscura faccia della piaggia. Andonne, Ma tosto ritornò: tremante, ansante Sbarra gli occhi atterriti, e il cor nel petto Sentesi palpitar; son le voci 320Rotte, lente, confuse. — Alzati, o figlio Dell’oceàn, veggo il torrente oscuro Della battaglia, l’affollata possa Della stirpe d’Erina: il carro, il carro Della guerra ne vien, fiamma di morte, 325Il carro rapidissimo sonante Di Cucullin figlio di Semo. Addietro Curvasi in arco, come onda allo scoglio, Come al colle aurea nebbia: i fianchi suoi Son di commesse colorate pietre 330Varïati, e distinti, e brillan come Mar che di notte ad una barca intorno De’ remi all’agitar lustra e s’ingemma. Forbito tasso è ’l suo timone, e ’l seggio Di liscio e lucid’osso: e quinci e quindi 335Aspro è di lancie, e la più bassa parte È predella d’eroi: dal destro lato Scorgesi il generoso, il ben-crinito, Di largo petto, di cervice altera, Alto-sbuffante, nitritor destriero; 340L’unghia sfavilla, ed i suoi sparsi crini Sembran quella colà striscia fumosa. Sifadda ha nome, e Duronallo è l’altro, Che al manco lato del terribil carro Stassi, di sottil crin, di robusta unghia, 345Nelle tempeste dell’acciar bollente Veloce corridor, figlio del colle. Mille strisce di cuojo il carro in alto Legano; aspri d’acciar bruniti freni Nuotano luminosi in biancheggiante
350Corona ampia di spume, e gemmi-sparse: Liscie sottili redini scorrendo Libere van su’ maestosi colli De’ superbi destrieri: essi la piaggia Libano velocissimi, qual nebbia 355Le acquose valli, e van ferocemente Con la foga de’ cervi, e con la possa D’aquila infaticabile che piomba Sulla sua preda, e col fragor del verno Là per le terga di Gormàl nevose. 360Sul carro assiso alto grandeggia il duce, Il tempestoso figlio della spada, Il forte Cucullin, prole di Semo, Re delle conche: le sue fresche guance Lustrano a paro del mio tasso; e ’l guardo 365De’ cerulei suoi lumi ampio si volve Sottesso all’arco delle ciglia oscuro. Volagli fuor come vibrante fiamma Dal capo il crin, mentr’ei spingesi innanzi Crollando l’asta minacciosa: fuggi 370O re dell’oceàn, fuggi; ei s’avanza Come tempesta. — E quando mai, rispose, Mi vedesti a fuggir? quando ho fuggito, Figlio di codardia? Che? di Gormallo Le tempeste affrontai, quando dei flutti 375Torreggiava la spuma; affrontai fermo Le tempeste del cielo, ed or vilmente Fuggirò da un guerrier? Foss’ei Fingallo, Non mi si abbuierìa l’alma di tema. Alzatevi, versatemivi intorno, 380Forti miei mille, in vorticosi giri Qual rotante profondo, il brando vostro Segua il sentier del luminoso acciaro Del vostro duce, e dei nemici all’urto Siate quai rupi del terren natio, 385Che baldanzosamente alle tempeste Godon di farsi incontro, e stendon tutti Al vento irato i tenebrosi boschi. Come d’autunno da due balze opposte Iscatenati turbini focosi
390S’accavallan tra lor, così l’un l’altro S’avviluppan gli eroi; come dall’alto Di rotte rupi rotolon cadendo Due torrenti spumosi urtansi in giostra Con forti cozzi, e poi con le miste onde 395Van rovinosi a tempestar sul piano; Sì romorose, procellose, e negre Inisfela, e Loclin nella battaglia Corronsi ad incontrar: duce con duce Cambiava i colpi, uomo con uom, già scudo 400Scudo preme, elmetto elmo, acciar percosso Rimbalza dall’acciaro: a brani, a squarci Spiccansi usberghi; e sgorga atro e fumeggia Il sangue, e per lo ciel volano, cadono Nembi di dardi, e tronchi d’aste, e schegge; 405Quai circoli di luce, onde s’indora Di tempestosa notte il fosco aspetto. Non mugghiar d’oceàno, e non fracasso D’ultimo tuono assordator del cielo, Può uguagliar quel rimbombo. Ancor se presso 410Fosservi i cento di Cormàn cantori, Per dar al canto le guerresche imprese, Pur di cento cantor foran le voci Fiacche per tramandar ai dì futuri Le morti degli eroi; sì folti e spessi 415Cadeano a terra, e de’ gagliardi il sangue Sì largo trascorrea. Figli del canto, Piangete Sitalin; piangi, Fïona, Sulle tue piagge il grazïoso Ardano. Come due snelli giovinetti cervi 420Là nel deserto, essi cadèr per mano Del feroce Svaràn, che in mezzo a mille Mugghiava sì, che il tenebroso spirto Parea della tempesta assiso in mezzo Dei nembi di Gormàl, che della morte 425Del naufrago nocchier s’allegra e pasce. Nè già sul fianco ti dormì la destra, Sir della nebulosa isola: molte Del braccio tuo furon le morti, e ’l brando Era un foco del ciel quando colpisce 430I figli della valle; incenerite Cadon le genti, e tutto il monte è fiamma. Sbuffan sangue i destrier; nel sangue guazza L’unghia di Duronàl, Sifadda infrange Pesta corpi d’eroi: sta raso il campo 435Addietro lor, quai rovesciati boschi Nel deserto di Cromla, allor che ’l turbo Sulla piaggia passò carco de’ tetri Spirti notturni le rugghianti penne.
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The end
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