Personaggi
Margherita Gauthier
Armando Duval
Duval, suo padre
Erminia
Gastone de Rieux
Madame Duvernoy
Saint-Gaudens
Gustavo
Nanetta
Il conte di Giray
Il signor de Varville
Olimpia
Un Dottore
Servi
Un Porta-lettere.
Atto I
Gabinetto in casa di Margherita. — Una porta al fondo. — A destra un cammino. A sinistra una tavola rotonda. — Fra la porta del fondo ed una laterale, a sinistra, una porta aperta, che lascia vedere una tavola, sopra della quale vi sono candelabri. — Sul davanti un piano-forte, poltrone, sedie, ecc.
Scena prima
Varville. Qualcuno che ha suonato.
Nanetta. (lasciando il lavoro) Valentino è già andato ad aprire.
Varville. Sarà senza dubbio Margherita.
Nanetta. Non lo credo, perchè non sono ancora le dieci, e prima d’uscire mi disse che non sarebbe rientrata che verso le undici... Oh! è madamigella Erminia.
Scena seconda
Erminia. (restando sulla porta) Margherita non è in casa?
Nanetta. No, madamigella. Avevate bisogno di lei?
Erminia. No, ma nel passare vicino alla sua casa, a-
vrei avuto piacere di augurarle la buona notte; ma poichè è fuori di casa, io me ne vado.
Nanetta. Se aveste la compiacenza dì attenderla, poco può tardare.
Erminia. Non lo posso, perchè v’è abbasso Gustavo che s’impazienta... A proposito, quel pacchetto che aveva preparato Margherita è di là in anticamera?
Nanetta. Sì, madamigella.
Erminia. Nel passare lo prenderò.
Nanetta. Volete portarlo con voi?...
Erminia. È un lavoro che Margherita vuole che io termini al più presto possibile... Al suo ritorno le dirai che verrò domani di buon mattino per abbracciarla... Addio, Nanetta. Vi riverisco, signore. (esce)
Scena terza
Varville. E chi è quella giovine?
Nanetta. Madamigella Erminia, vale a dire, una delle più care compagne di madama, quando lavoravano insieme nel magazzino di madama Bertrand.
Varville. Margherita dunque non era che un’operaia!
Nattetta. Sicuramente... una delle prime cucitrici in strada del Tempio N 20... L’ignoravate forse?... eppure essa non si vergogna di rammentarlo.
Varville. È bella questa piccola Erminia!
Nanetta. E per di più onesta!
Varville. Ma quel signor Gustavo?...
Nanetta. Qual Gustavo?
Varville. Del quale parlava madamigella, e che l’attendeva alla porta di strada?
Nanetta. Ah!... è suo marito... cioè, non ancora marito, ma lo sarà fra poco.
Varville. In una parola... è il suo amante... Ah! ah! ed è onesta!
Nanetta. Sì, o signore, ve lo ripeto... madamigella Erminia è un’onestissima fanciulla.
Varville. (alzandosi) Del resto poi cosa deve importare a me? Mi rincresce solo che io non posso esser amato da Margherita... bisogna confessare che è pur una pazza idea quella di ricevere ogni giorno il signor de Mauriac, che è la figura la più antipatica di questo mondo.
Nanetta. Cosa volete!... il vecchio duca le tien luogo di padre!...
Varville. Ah sì!... la è infatti una storia di questo genere... per mia disgrazia!
Nanetta. Per vostra disgrazia?
Varville. Certo, perchè io duro fatica a credervi.
Nanetta. Ascoltate, signor de Varville. Può darsi che vi sieno delle cose vere da dirsi sul conto della mia padrona, ma questa non è una ragione per cui si debba negare la verità. Io posso dunque dirvi che, or sono due anni, la signora Margherita era andata ai bagni, per rimettersi da una penosa malattia che poco mancò non le costasse la vita. Io l’accompagnava. Fra gli ammalati dello stabilimento v’era una giovinetta, quasi della sua età, affetta da egual malattia, ma in terzo grado, e che le rassomigliava come una goccia d’acqua. Questa fanciulla era la figlia del duca di Mauriac.
Varville. Che in seguito morì.
Nanetta. È vero.
Varville. Ed il duca, ritrovando nei tratti, nell’età, e persino nella malattia di Margherita l’immagine della figlia che aveva perduta, la supplicò di riceverlo in casa sua e di permettergli d’amarla come la sua Emilia. Allora Margherita gli confessò la sua critica posizione...
Nanetta. Sì, perchè la signora è incapace di mentire, poco importandole che l’opinione degli altri a suo riguardo sia buona o cattiva.
Varville. E siccome madamigella Margherita non assomigliava alla figlia del duca anche nelle ricchezze... il duca promise di fissarle un discreto appannaggio... Margherita non esitò ad accettare... Il duca mantenne la sua parola, ma non quanto la tua padrona avea sperato, per cui in oggi ha più di 50 mila lire di debito.
Nanetta. Che voi vi siete offerte di pagare. Ma, per disgrazia, vi sono delle persone che amano meglio dovere 50 mila lire ad un usuraio che della riconoscenza a voi, signor de Varville!
Varville. Sì, perchè io non sono il conte di Gray.
Nanetta. Quanto siete insopportabile! Tutto quello che posso dirvi si è, che la storia del duca è reale, e ve ne do la mia sacra parola. Quanto al conte poi, è un amico del fratello di Margherita, che in altri tempi ebbe la fortuna di salvargli la vita...
Varville. Margherita ha un fratello?
Nanetta. Come ho l’onore di dirvelo, signor incredulo... Oh! hanno suonato. È la padrona senz’altro. Volete che io le ripeta quanto ora mi avete detto?
Varville. (dandole una borsa) Non una parola, te ne prego.
Nanetta. (prendendola) Meritereste che vi facessi raffronto di non accettarla.
Scena quarta
Margherita. Nanetta, va’ a sollecitare la cena... Olimpia e Saint Gaudens saranno qui a momenti; li ho incontrati all’Opera, (Nanetta esce. A Varville) Siete voi, signor de Varville? (Va a sedersi al cammino).
Varville. È forse questa la prima volta che io sono qui ad attendervi?
Margherita. Lo so pur troppo che sono condannata a vedervi sempre!
Varville. Sino a che voi non mi scaccerete, io non lascerò di venire nel vostro palazzo.
Margherita. Infatti, io non posso rientrare una sol volta, senza che voi siate qui ritto in piedi, che mi sembrate l’ombra di Nino. Avete qualche cosa di nuovo a dirmi?
Varville. È inutile ripetervi quello che già sapete.
Margherita. Quanto siete monotono, signor de Varville! Sempre le stesse frasi!
Varville. È forse mia la colpa, se sono costretto ad amarvi?
Margherita. Bella ragione! Ma se io dovessi ascoltare tutti quelli che dicono d’amarmi, non mi resterebbe neppure il tempo per cenare. Per la centesima volta, ve lo ripeto, mìa caro signor Varville, voi non giungerete a farmi dividere la vostra passione. Io vi permetto di venire da me a qualunque ora, entrare quando sono in casa, aspettarmi se ne sono uscita; ma vi protesto che se continuate a parlarmi d’amore, io sarò costretta ad ordinare che vi lascino alla porta di strada. Scolpitevelo bene in mente e... per ora basta così.
Varville. Eppure, Margherita, l’anno scorso a Bagnères mi avete fatto concepire qualche speranza!
Margherita. Ma a Bagnères io era ammalata e m’annoiava mortalmente... qui invece è tutt’altra cosa... sono guarita e mi diverto.
Varville. Dite piuttosto che quando si ha la fortuna d’esser amata dal duca di Manriac...
Margherita. Pazzo!
Varville. E che si ama il conte di Gray!...
Margherita. Io sono padrona d’amare chi a me più pare e piace; ciò non riguarda alcuno, e se voi non avete qualche cosa di più nuovo a dirmi, potete andarvene.
Varville. No. Io resterò qui a vostro dispetto.
Margherita. Davvero!... allora sedete al piano-forte... è il solo luogo dove voi fate una mediocra figura!
Varville. E cosa debbo suonare per divertirvi?
Margherita. Dio buono! tutto quello che vorrete.
Scena quinta
Margherita. Hai ordinata la cena?
Nanetta. Sì, o signora.
Margherita. Cosa suonate, signor de Varville?
Varville. Il sogno di Rosellen.
Margherita. Deve esser bello!
Varville. Ascoltate, Margherita! io ho 80 mila franchi di rendita...
Margherita. Ed io ne ho cento!
Varville. Margherita, il vostro sangue freddo mi renderà pazzo.
Margherita. Siete padrone, (a Nanetta) Hai veduto la signora Duvernoy?
Nanetta. Sì, o signora.
Margherita. Verrà questa sera?
Nanetta. Ha detto di sì. Anche madamigella Erminia è salita da voi.
Margherita. E perchè non m’ha aspettato?
Nanetta. V’era il signor Gustavo che l’attendeva. Anzi ha preso i vostri pizzi per accomodarli. Madamigella Erminia vi risparmia per lo meno un migliaio di scudi all’anno.
Margherita. Una cara fanciulla!
Nanetta. È venuto anche il dottore.
Margherita. E cosa ti ha detto?
Nanetta. Ti raccomanda il riposo.
Margherita. Che buon dottore!.. hai altro a dirmi?
Nanetta. Hanno portato un mazzo di fiori per voi!
Varville. Da parte mia!
Margherita. (prendendo il mazzo) Rose e gigli! Nanetta, porterai questo mazzetto nella tua stanza!
Varville. Come, rifiutate? (s’alza).
Margherita. Sapete voi il mio nome, signor de Varville?
Varville. Quale domanda! Margherita Gautier!
Margherita. E qual soprannome m’hanno aggiunto?
Varville. Quello della signora dalle Camelie.
Margherita. E perchè?
Varville. Perchè voi amate le camelie alla follia.
Margherita. Questo vuol dire che io non amo che quelle, e che è inutile regalarmene degli altri. Se voi avreste creduto che io volessi fare un’eccezione a vostro riguardo, vi siete ingannato. I profumi mi fanno girare il capo. Porta nella tua camera questo mazzetto.
Varville. Io non dovrò mai essere felice.... Addio, Margherita!
Margherita. Addio.
Scena sesta
Nanetta. Signora, è giunta madamigella Olimpia col signor Saint-Gaudens!
Margherita. Oh! ci sei finalmente! io credeva che tu non arrivassi più!
Olimpia. Incolpane il signor Saint-Gaudens!
Saint. Già: la colpa deve sempre esser mia! Buona sera, Varville... Voi cenate senza dubbio con noi?
Margherita. No.
Saint. (a Margherita) E voi, mio piccolo serpente, come ve la passate?
Margherita. Benissimo!
Saint. Tanto meglio, per bacco! così ci divertiremo, non è vero?... Quanto mi rincresce che Varville non sia dei nostri! (a Margherita) Nel passare vicino alla trattoria della casa d’oro, ho ordinato delle ostriche, ed un certo sciampagne che non danno che a me.... È perfettissimo... lo assaggerete!... Me ne intendo io.
Olimpia. Vi sarà anche la signora Duvernoy, non è vero?
Margherita. Senza dubbio... almeno mi ha promesso che sarebbe venuta... Ma la cena dovrebbe esser pronta... Nanetta?
Nanetta. Fra cinque minuti, o signora... Devo far apparecchiare nella gran sala?
Margherita. No: qui che sarà meglio... signor Varville, non siete ancora partito?
Varville. Se questo può darvi piacere, io me ne vado.
Margherita. (Meno male!) (va alla finestra e chiama) Signora Francesca?
Olimpia. Come! la signora Duvernoy abita forse qui dirimpetto?
Margherita. Ma sì, le sue finestre corrispondono alle mie... è una cosa molto comoda, perchè quando sono sola io la chiamo, e subito viene qui a tenermi compagnia.
Saint. E quale professione esercita la signora Duvernoy?
Margherita. Lavora da modista, ma già non vi sono che io che comperi le sue cuffie ed i suoi cappellini.
Olimpia. Che però non metti mai!
Margherita. Perchè, a dirti la verità, sono d’un gusto barocco... Per me basta che li comperi... la signora Duvernoy è una buonissima donna ed ha bisogno di denaro, (come sopra). Signora Francesca?... ah! mi ha intesa e viene!... Aspettava anche il signor Gastone de Rieux, che deve presentarmi un suo amico... giovine allegro, a quanto dicono, ed io son ben contenta di fare la sua conoscenza, (va vicino ad Olimpia) E tu stai sempre bene, non è vero?
Olimpia. Io sì.
Margherita. Varville, giacchè ve ne state qui perdendo il vostro tempo, occupatevi a ravvivare il fuoco... non sentite che freddo diabolico fa in questo gabinetto?...
Varville. (si mette vicino al fuoco e lo ravviva).
Scena settima
Nanetta. Il signor Gastone Rieux, il signore Armando Duval e madama Duvernoy.
Olimpia. E v’era bisogno di quest’insulso cerimoniale?
Duvernoy. La felice sera a tutti questi signori e signore... Margherita, io credeva di trovare una brigata più numerosa.
Saint. Ecco la signora Duvernoy che comincia con le sue solite pazzie!
Rieux. Signora, mi permettete che chieda nuove della vostra salute?
Margherita. La mia salute è eccellente... e la vostra?
Duvernoy. Ah! ah! cominciamo coi complimenti fuori di moda!... libertà! libertà, signori miei... non dico bene?
Margherita. Il signor Gastone conosce gli usi del bel mondo!
Rieux. Lo credete?... A proposito, dunque, lasciate che io vi presenti il signor Armando Duval... un giovinetto dell’alta società, e che da qualche tempo è pazzamente innamorato!
Margherita. Davvero. (a Francesca) Dite a Nanetta che metta un coperto di più: l’amore io spero che non gl’impedirà di cenare con noi! (stende la sua mano ad Armando che la bacia e s’inchina).
Saint. Mio caro Gastone, io sono felice di vedervi in questo luogo.
Rieux. Sempre giovine il nostro vecchio Saint-Gaudens!
Saint. Lo credo io! gli anni non pesano sulle mie spalle perchè so portarli bene.
Rieux. E gli amori?
Saint. Ecco la mia diva.
Rieux. Ve ne faccio i miei complimenti!
Saint. Avevo una terribile paura di trovar qui Virginia.
Rieux. Povera Virginia! essa che vi amava sì tanto?
Saint. Mi amava troppo... eppure le era simpatico anche una specie di giovinotto, figlio d’un ricco banchiere... io però era il prescelto... io! Eppure molte volte ero costretto a nascondermi negli armadi, ed aspettare per delle ore in fondo alla strada nelle fredde notti d’inverno!
Rieux. Tutto questo vi avrà prodotto dei reumatismi?
Saint. No; ma che volete però? altri tempi, altre cure; la gioventù è passata. Lo credete? io sono dispiacentissimo che quel caro Varville non ceni con noi.
Rieux. (avvicinandosi a Margherita) Ebbene, signora Margherita, che ne dite del mio amico?
Margherita. Io direi che il signor Armando Duval è il modello della galanteria francese.
Saint. (ad Armando che gli viene presentato da Olimpia) Siete voi parente del signor Duval, ricevitor generale?
Armando. È mio padre; lo conoscete?
Saint. L’ho conosciuto in altri tempi nella casa del signor barone de Narsay, come anche la signora Duval vostra madre, che era una bella e gentile donnina.
Armando. Mia madre? è morta da tre anni!
Saint. Morta! allora perdonatemi d’avervi cagionato un involontario dolore!
Armando. V’ingannate, signore; le pure e nobili affezioni sono tali appunto, perchè, dopo la felicità d’averle provate, ci resta quelle di risovvenirsene.
Saint. Siete unico della vostra famiglia?
Armando. Non ho che una sorella. (s’allontanano parlando).
Margherita. (a Gastone) Quanto è educato il signore Duval!
Rieux. Lo credo io! e per di più, follemente innamorato di voi!
Margherita. Di me!
Rieux. Sì, o signora, egli vi ama, e non ha mai osato dirvelo.
Margherita. Ah! ah! voi siete pazzo!
Rieux. No, vi dirò anzi che sono due anni ch’esso nutre questo romanzesco amore.
Margherita. Davvero, signor Gastone, che così celiando voi mi piacete infinitamente.
Rieux. Armando passa l’intiere giornate in casa di madamigella Erminia, per sentire a parlare contituamente di voi!
Margherita. Sì?
Rieux. E quando, or son due anni, prima di recarvi a Bagnéres, foste per tre mesi ammalata, non vi dissero che un giovinotto veniva tutte le mattine a chieder nuove della vostra salute, senza mai pronunciare il suo nome?
Margherita. Mi sembra infatti...
Rieux. Era lui!
Margherita. (Era lui!) Signor Duval?
Armando. Signora...
Margherita. Sapete voi quello che ora mi diceva il signor de Rieux?
Armando. Non saprei indovinarlo...
Margherita. Mi diceva che, durante la mia malattia, voi siete più volte venuto a chieder nuove della mia salute.
Armando. È vero, o signora.
Margherita. Permettetemi allora che ve ne ringrazi, ed alla presenza di tutti questi signori, perchè nessuno di essi ha fatto altrettanto.
Varville. Io, per esempio, a quell’epoca non vi conosceva.
Margherita. Ed il signore che non mi conosce che da cinque minuti?... Bisogna convenire che voi, signor Varville, siete nato per dir sempre delle assurdità. (Nanetta entra coi domestici che portano la tavola).
Duvernoy. A tavola, signori, perchè io muoio dalla fame.
Varville. Tornerò a vedervi, Margherita, quando vi piacerà ricevermi.
Margherita. Allora soltanto? buona notte!
Varville. Signori... (esce).
Saint. Eppure mi rincresce che non resti a cenare con noi! (in questo tempo la cena è stata servita, e tutti siedono).
Scena ottava
Olimpia. Mia cara amica, tu tratti troppo male quel signor de Varville!
Margherita. Lo faccio per distrarmi; eppoi non fa che parlarmi delle sue rendite... Ma non pensiamo a lui. Signori, bevete, mangiate e ridete: ecco la vita che io amo. Una vita d’emozioni, senza le quali sarebbe pur misera la nostra breve esistenza.
Olimpia. Sai tu quello che m’ha regalato Saint-Gaudens pel mio giorno onomastico?
Margherita. No davvero!
Olimpia. Una bellissima carrozza.
Saint. Che ho avuto l’imprudenza di comperare da Devedeux.
Olimpia. Ma, per quanto abbia insistito, non c’è stato verso di fargli comperare i cavalli.
Saint. E non basta il coupè? L’anno venturo completerò l’equipaggio; in un bisogno li prenderemo a nolo; già non saremmo i soli! D’altronde, sapete che ormai sono al verde: e se non vi decidete d’amarmi per la sola mia figura che voi trovate simpatica...
Olimpia. Oh! allora si che impiegherei bene il mio tempo!
Duvernoy. Ma guardate che razza di discorsi mi va facendo quel sarcofago di Saint-Gaudens! A’ miei tempi...
Rieux. Per carità, signora Duvernoy, risparmiate per un altro momento le vostre cronologiche ricordanze; io sono certo che voi venite a parlarmi di Luigi XV. Signora Margherita, guardate piuttosto l’amico Duval, che non ha ancora vuotato il suo bicchiere.
Margherita. Signore Armando, rifiutereste voi di fare un brindisi alla mia salute?
Armando. Oh signora! (alza il bicchiere).
Saint. Alla salute dunque della regina di questa festa! (tutti bevono).
Margherita. Grazie, signor Armando, grazie!
Duvernoy. Se, aspettando il dessert, cantassimo l’aria dei bevitori?
Rieux. E baie! il cantare intanto che si mangia è passato di moda; e non so come alla vostra età si possa ancora avere una tale passione.
Duvernoy. Alla mia età?... quanti anni credete che io abbia?
Saint. Che so io? per lo meno quarantacinque battuti!
Duvernoy. L’avete sbagliata di grosso, perchè ho compiti i trentasei or son quattro giorni. (tutti ridono) Non c’è dunque che la pìccola differenza di nove!
Margherita. A proposito d’età, signor Saint-Gaudens, mi hanno raccontato un bell’aneddoto sul vostro conto.
Olimpia. Ah! è vero.
Saint. Un aneddoto? e quale?
Margherita. Si tratterebbe d’un piccolo fiacre di colore giallo!
Duvernoy. Sentiamo questa cara storiella.
Olimpia. Bisogna che vi dica che quest’infamissimo Saint-Gaudens, che sino ad ora non ha mai voluto mantenere la promessa di sposarmi...
Saint. La manterrò, Olimpiuccia mia, quando però a Dio piacerà di chiamare a sè la buon’anima del mio vecchio zio.
Olimpia. Suo zio! ed avete anche l’imprudenza di chiamarvi nipote a quell’età? Vostro zio è forse l’Ebreo errante?
Saint. Anche questo può darsi.
Rieux. Allora tutta la sua eredità consisterebbe in cinque soldi.
Olimpia. Un giorno, o piuttosto una sera...
Rieux. (picchiando sul piano-forte) È falso!
Olimpia. Cosa?
Rieux. Questo do.
Margherita. Continua, Olimpia, non perdere il tuo tempo con lui!
Rieux. A dirvi la verità, questa storiella m’annoia!
Saint. Gastone ha ragione.
Rieux. D’altronde poi, cosa proverebbe il vostro aneddoto? che Saint-Gaudens è stato ingannato da madamigella Virginia! E non è forse questo l’aneddoto di tutti i giorni? e chi è quel disgraziato mortale che non sia stato almeno una volta ingannato? — Sic fata referunt. — ormai è una cosa più vecchia e più rancida dell’invenzione delle strade.
Margherita. Saint-Gaudens ha trovato un possente difensore nel signor de Rieux, ed io propongo un brindisi in suo onore. Il signor Saint-Gaudens è il decano della compagnia, e se non amore, desta almeno venerazione!
Saint. Ben detto, o signora, profonda venerazione!
Margherita. Chi è del mio parere, prenda il suo bicchiere, si alzi, e beva alla sua salute. (si alza vivamente, mà tosto ricade) Ah!
Saint. Che avete, o signora?
Margherita. Nulla... una vertigine senza dubbio, ma che però si è dissipata... Riprendo il mio bicchiere, e ne do il buon esempio. (fa per alzarsi ma ricade sulla poltrona: tutti s’avvicinano a lei).
Armando. Ma voi soffrite, o signora!
Margherita. Sì... un poco... ma è una cosa da nulla... un po’ d’aria, e passerà!
Saint. Allora un brindisi. (prende il bicchiere).
Olimpia. Silenzio, imbecille!
Saint. (restando col bicchiere alzato) Eh?
Duvernoy. (Margherita è ammalata!)
Olimpia. (Lo veggo pur troppo!)
Margherita. Datemi un bicchiere d’acqua.
Duvernoy. Ma che avete?
Margherita. Sempre la stessa cosa. Una crisi a cui vado quasi ogni giorno soggetta. Un momento di calma mi rimetterà. Voglio che passiamo la sera in allegria, balleremo, canteremo; passate intanto nella gran sala, fra pochi istanti io vi raggiungerò.
Rieux. Venite madamigella. Signor Saint-Gaudens, voi sapete che quando l’assale il suo male, ama di restarsene da sola. Coraggio, Margherita.
Margherita. Grazie.
Armando. (guardandola) (Povera donna! essa è realmente ammalata). (Tutti escono).
Scena decima
Armando. Ebbene, o signora, vi sentite voi meglio?
Margherita. (alzandosi lentamente il capo) Ah! siete voi, signor Armando? vi ringrazio, sto meglio, assai meglio! d’altronde, è una crisi alla quale vi sono omai abituata. Armando. Finirete coll’uccidervi, o signora; io vorrei essere un vostro parente, un vostro amico, per potervi dire che questa vita d’ebbrezza, questa vita d’orgie non è fatta per voi.
Margherita. Tanto e tanto io non la lascerei, anzi io mi sento meglio, e voglio raggiungere la comitiva. (Si alza) Mio Dio! signor Duval, ora è voi che siete pallido!
Armando. Oh! se sapeste quanto male m’ha fatto nel vedere che voi soffrivate!
Margherita. Siete troppo buono, signor Duval. Guardate un po’; di tutti i miei amici non ve n’ha un solo che s’occupi di me in questo momento.
Armando. Perchè nessuno di loro v’ama quanto io vi amo!
Margherita. Ah! è vero! in fatti mi avevano detto che nutrite per me un amore da romanzo!
Armando. E voi ne ridete?
Margherita. Riderne?... una volta, forse, ma oramai, che sono assuefatta a sentirmi sempre ripetere le stesse parole, ho cangiato sistema: non rido più.
Armando. Sia pure, o Margherita; ma se in premio almeno di quest’amore io vi chiedessi un sacrificio, me lo rifiutereste voi?
Margherita. Secondo!
Armando. Vorrei che aveste un po’ più cura della vostra salute!
Margherita. E lo potrei io forse?
Armando. E perchè no?
Margherita. Ma ignorate dunque che se avessi la pazienza d’intraprendere una lunga cura, monotona, dovrei morire? io ho bisogno di questi passatempi e di queste orgie, come voi le chiamate. Aver cura della mia salute? ma questo è buono per le grandi dame che hanno un nome, una famiglia, degli amici, ma non per me, per me che non ho nessuno, che quando la mia gioventù sarà trapassata, e che il regno degli amori non mi lascerà che una dolorosa rimembranza nel cuore, sarò avvilita, abbandonata come tante altre, ed il mio nome sarà ben presto dimenticato. Io posso dirvelo, o signore, perchè ho avuta la sfortuna di provarlo: non erano due mesi che era ammalata, e non un solo de’ miei amici saliva da me per vedermi, per consolarmi!
Armando. È vero che io non sono nulla per voi, o Margherita, ma se voi me lo permetteste, io vi presterei un’assistenza da fratello, non vi lascerei un solo istante, vi renderei la salute; ed allorquando aveste riacquistate le forze perdute, se lo credeste necessario alla vostra felicità, potreste senza tema riprendere il vostro tenore di vita. Ma son certo che in allora la riflessione subentrerà alle vostre idee esaltate e sceglierete una vita più calma e più tranquilla, che vi conserverà sempre più giovane e bella.
Margherita. Poeta!
Armando. Ma voi dunque, o Margherita, non avete un cuore?
Margherita. E perchè una tale domanda?
Armando. Perchè se voi aveste un cuore non ridereste delle mie parole.
Margherita. Il signor de Rieux non mi ha dunque ingannata, quando mi disse che voi siete un amante sentimentale!
Armando. Infatti ai nostri giorni l’amare in tal modo è una cosa ridicola!
Margherita. Secondo i modi con cui s’interpreta o le persone alle quali si dirige una dichiarazione. (pausa) Per cui voi v’incarichereste della mia salute?
Armando. Sì.
Margherita. Restando sempre presso di me?
Armando. Almeno sino al giorno in cui voi sarete stanca di me e mi scaccerete.
Margherita. E qual cosa può inspirarvi tanto interesse a mio riguardo?
Armando. Una irresistibile simpatia che sento per voi da due anni, dopo un giorno che vi ho veduta passarmi dinanzi bella, allegra e felice. Da quel giorno io non v’ho lasciata un solo istante, da quel giorno volli sapere il vostro nome, e come l’ombra del vostro corpo, ebbro di un amore che era la mia felicità, seguiva da lungi e nel silenzio le fasi tutte della vostra vita.
Margherita. E perchè aspettaste sino a questa sera a farmi una tale confessione?
Armando. Perchè?... perchè non vi conosceva.
Margherita. Bisognava cercare di conoscermi.
Armando. Non l’osava, perchè...
Margherita. Perchè?...
Armando. Debbo dirvelo, o signora? aveva paura di voi! aveva paura dell’influenza che avreste esercitata su me, su la mia intiera vita; e già l’ho provato, perchè al solo vedervi soffrire, ho sentito il mio cuore a spezzarmisi, ho creduto morire.
Margherita. Mi amavate dunque sì tanto?
Armando. Oh, signora, voi non giungerete giammai a comprendere la forza del mio amore... e non era questa sera che io avrei dovuto scegliere per palesarlo.
Margherita. Sarebbe stato meglio che ne aveste deposto del tutto il pensiero.
Armando. E perchè?
Margherita. Perchè da questa vostra ingenua confessione non ne potrebbero risultare che due conseguenze. O che io non vi credo, ed allora, se non è esagerazione la vostra, voi ne soffrireste troppo; o che vi credo, ed allora poi sareste obbligato a passare dei giorni tristi accanto ad una donna ammalata, bizzarra, allegra, se volete, ma d’una allegria che uccide più del dolore; d’una donna che spende centomila lire all’anno. Tutto questo è buono per un vecchio come il duca di Mauriac, che nel vedermi, nello stringermi la mano ravvisa la figlia sua, che sacrifica le sue sostanze per mantenermi in questo lusso che lo rovina: ma non per voi, Armando, per voi, che passate la vostra vita in mezzo ai balli, alle passeggiate, ai teatri, dove nobili dame, con un labbro forse più mendace del nostro, colla faccia coperta dai loro ventagli, vi ripeteranno parole d’amore. Or via, siamo ragionevoli, signor Duval, datemi la vostra mano, e rientriamo nella gran sala; a quest’ora forse già avranno sparlato della nostra assenza.
Armando. Rientriate, se lo volete, o signora, io non mi muoverò da questo luogo.
Margherita. E perchè?
Armando. Perchè la vostra gioia febbrile, perchè quel riso che appena sfiora le vostre labbra mi fa troppo male.
Margherita. (prendendogli la mano) Signor Duval, accettereste voi un mio consiglio?
Armando. Parlate.
Margherita. Se è vero quanto voi mi diceste, lasciate da questa sera Parigi e dimenticatemi, oppure, se realmente non lo potete, amatemi come un buon amico e nulla più; venite qualche volta a trovarmi; noi rideremo, parleremo; ma non figuratevi in me un tipo eccentrico, perchè, a dirvi la verità, valgo ben poca cosa. Voi avete un cuore nobile e franco, avete bisogno d’esser amato da una donna che abbia la forza di corrispondervi come voi meritate: voi vedete che io sono una buona fanciulla e che vi parlo sinceramente.
Armando. Margherita, e se io vi dicessi che ho passate delle intere notti sotto le vostre finestre! se io vi dicessi che da sei mesi conservo un bottone caduto dal vostro guanto?
Margherita. Non vi crederei.
Armando. Avete ragione, sono un originale; ridete di me, è quanto di meglio potete fare. Addio.
Margherita. Armando?
Armando. Mi richiamate?
Margherita. Non vorrei vedervi partire in collera.
Armando. In collera con voi! ma lo potrei io forse?
Margherita. Aspettate. Nelle vostre parole, nella vostra leale e nobile affezione v’è qualche cosa che mi obbliga a credervi; ebbene, eccovi la mia mano, signor Duval... tornate da me, e ne riparleremo.
Armando. La vostra mano? oh! è ben poca cosa, o Margherita, per quello che io vi chiedeva.
Margherita. Allora, se ciò non basta, dite quello che posso fare per voi, perchè omai sembra che abbiate dei diritti incontrastabili sopra di me.
Armando. Dei diritti io! io che non vi supplico che d’una sola grazia! io che non vorrei che una sola vostra risposta!
Margherita. E quale?
Armando. Margherita, volete voi essere amata, ma amata d’un amore il più profondo, reale, eterno?
Margherita. Eterno?
Armando. Sì, Margherita, sì.
Margherita. E se io vi rispondessi di sì, qual concetto prendereste di me?
Armando. Oh! io direi che voi siete un angelo!
Margherita. No, voi direste di me quello che tutti dicono. Ma poco importa; giacchè la vita è sì breve, bisogna bene che m’approfitti del poco tempo che mi resta. Ma tranquillatevi, per eterno che sia il vostro amore, e per breve che sia la mia vita, io sono certa, o Armando, che vi sopravviverò.
Armando. Oh Margherita!
Margherita. Ebbene, Armando, prendete questo fiore: è una camelia!
Armando. E che debbo farne?
Margherita. Voi me la riporterete.
Armando. Quando?
Margherita. Quando sarà appassita.
Armando. E quanto tempo vi vorrà perchè appassisca?
Margherita. Dio buono! voi lo sapete; il tempo che scorre dalla sera al mattino.
Armando. Oh, Margherita, quanto sono felice!
Margherita. Ora partite.
Armando. Io parto. Addio, Margherita, addio! (Le bacia un’ultima volta la mano ed esce. — Si sente a ridere nella sala).
Margherita. (si pone una mano al cuore) Il mio cuore! (va alla porta di mezzo e s’appoggia al muro guardando di fuori) Egli mi ama!
Scena nona
Margherita. Ah! (Si guarda nello specchio) quanto sono pallida! Dio mio! (Si pone il capo tra le mani).
Atto II
Altra sala in casa di Margherita. Una porta al fondo, laterale a destra ed a sinistra una ricca toelette. Alla sinistra un tavolo rotondo con libri, ecc. Poltrone e sedie.
Scena prima
Margherita. (è seduta alla toeletta pensierosa)
Duvernoy. (venendo dal fondo) Margherita?
Margherita. (alzandosi) Siete voi, signora Dnvernoy?.... Avete veduto il Duca?
Duvernoy. Gli ho parlato.
Margherita. E la sua risposta?
Duvernoy. Eccola. (Le dà dei biglietti di banco).
Margherita. Oh! io n’era sicura. Gli avete voi palesata la mia intenzione d’andare per qualche mese in campagna?
Duvernoy. Sì.
Margherita. E che cosa ha risposto?
Duvernoy. Approva il vostro desiderio, aggiungendo che spera di vedervi al vostro ritorno perfettamente ristabilita... Ma v’andrete realmente?
Margherita. Vado oggi stesso a visitare la casa.
Duvernoy. E per quanto vogliono affittarla?
Margherita. Per duemila franchi.
Duvernoy. Caspita! una spesa così enorme! ma dunque siete realmente innamorata?
Margherita. Può darsi... forse non sarà che una passione effimera... un capriccio dal momento... Tutto quello che posso dirvi si è, che da quindici giorni io non riconosco me stessa.
Duvernoy. Ieri è venuto da voi?
Margherita. E me lo chiedete?
Duvernoy. Ritornerà questa sera?
Margherita. L’attendo a momenti.
Duvernoy. Io lo so, perchè l’ho veduto in casa di madamigella Erminia; è amico del signor Gustavo.
Margherita. Ha parlato di me?
Duvernoy. Credo non abbia fatto altro.
Margherita. E che cosa ha detto?
Davernoy. Che è pazzamente innamorato di voi.
Margherita. È molto tempo che lo conosce il signor Gustavo?
Duvernoy. Sono compagni di collegio; anzi, ridendo, gli disse che era la prima volta che lo vedeva innamorato.
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The end
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