Personaggi
PERSONAGGI
EVRARDO, console d'Asti, | ghibellini.
IGINIA, sua figlia,
ROBERTA, aja d'Iginia,
ARNOLDO, fratello d’Evrardo,
ROFFREDO, primo senatore,
GIANO, guerriero,
GIULIO, guerriero guelfo.
Alcuni Cittadini.
Un Banditore.
Uno Scudiero d’Evrardo.
Senatori ghibellini.
Un Usciere.
Popolo.
Otto o dieci Nobiluomini condannati.
Guerrieri ghibellini.
Guerrieri guelfi.
La scena è in Asti, nel secolo decimoterzo.
Atto primo
Stanno seduti ROFFREDO e gli altri Senatori; a destra di ROFFREDO è seduto ARNOLDO. V’ha nella sala molti Guerrieri, e fra i capi GIANO. Presso la porta è il Banditore. Entra preceduto da qualche guardia EVRARDO: è vestito militarmente.
Roffredo. Il console! Evrardo. Signori, oggi alfin chiudo Il penoso anno della mia possanza, Ed a me spetta l’onorarvi. Roffredo. Sorgi, O valente guerriero. — Oggi al senato Ritorna il ferro signoril che al prode Tuo braccio si affidava, e te rimira Asti suddito suo novellamente. Ma non col grado consolar s’estingue Lo splendor di che cinto era appo noi D’Evrardo il nome: più che il grado, eccelse Opre il fean chiaro: e cittadino o duce La repubblica t’abbia, è in lei perenne Pel suo campion la riverenza. Evrardo. È dolce D’Evrardo al cor la lode tua, Roffredo:
E vieppiù dolce, chè d’alcuni l’odio (Che appellar suoi nemici ei neppur degna) Palese gli era, e la speranza iniqua Di veder qui depresso oggi colui, Al cui braccio, al cui senno, al cui versato Sangue dèn tutto, e le ritolte a’ guelfi Sostanze loro e lor codarde vite. Ma intorno miro, e niun veggio che ardisca Al non più consol, pur non vil guerriero, Mostrar dispregio: e di lor taccio io quindi. Bensì pria di tornarmi alla quïete Di mie torri paterne, udir vi prego Dal fido Evrardo, o padri, umil consiglio.— Fama, il so, e non men cale, io di tiranno Lascio appo il volgo: ma la guelfa antica Idra che per sì lunghi anni rinacque A desolar la patria, io spensi, io solo, Io, che, di quanti precedeanmi invitti Capitani, minor, sol li avanzava Nel ferreo, inesorato, alto proposto Di non aver mezza vittoria mai! E chi volgo non è, plaude, e mi basta. Novo periglio or sorgeria? — Sì. — Quale? Che il mio nome, esecrato infra gli stolti, Rechi spavento a chi dopo me il brando Da voi torrà di console, e si ambisca L’agevol, ma fatal, gloria di pio: Gloria fatal, perocchè il lungo regno D’un inflessibil Romolo ad un Numa Apparecchiati non ha gli ozi ancora. Molte in un anno fur mie stragi: poche Per elevare in Asti ai ghibellini Impero tal che un dì non crolli, o tosto. Non io, ma del passato il tristo esempio Vi parli: dieci volte i nostri padri Vinsero e perdonaro, e dieci, in premio Di lor fiacca clemenza, ebber l’esiglio. Quant’era d’uopo io mi spiegai. Gagliarda
Man fra le tempestose onde governi, O mal certa è la nave. Roffredo.Appien conforme Al guardo del senato è il guardo tuo. Securo vivi. Udimmo, e dispregiammo Que’ fiacchi spirti, a cui tutto par colpa, Fuorchè l’oprar tremando: e veggiam solo Nel calcato sentiero esser salute. Perciò tra i capitani, oggi al novello Consolato proposti, ebber di voti Il numero maggior.... Evrardo. Chi? Roffredo.Due canuti Rigidi ghibellini: eguale entrambi Numero han di suffragi.... Evrardo e Giano. Evrardo e Giano. Io? Roffredo.Decida la sorte; ecco nell’urna I nomi vostri. Arnoldo.Arresta. — Amici detti Pria dal fratello udir piaccia ad Evrardo. Roffredo.L’uomo di Dio s’ascolti. Arnoldo.Io, fin dal giorno Ch’ascesi a sacro ministero, e dritto Ebbi a seder tra voi, l’antica forma Biasmai della repubblica, ove molti Il poter divideansi, e, con invidia Guardandosi a vicenda, ognun si stava D’oprar bramoso, e a non oprare astretto. E più biasmai l’oltraggio a’ cittadini Fatto sovente, allor ch’uopo incalzando D’oprar robusto, un dittatorio scettro Ora a barbaro duce, ora a superbo Podestà non natio davasi, indegno Quasi d’onor chi della patria è figlio: E ottenni che, sì stolti usi cessando, La consolar vestisse annua possanza
Astigian nato, ghibellin patrizio. E quello ancor son io, che le sventure De’ passati anni al trepidare apposi Di chi la signoria tenne dell’armi; E il regno della forza, unico, dissi, Di giustizia esser regno, allorchè infette Membra vuol tronche la città, o perisce. Me dunque detrattor, certo, al robusto Governo suo temer non debbo Evrardo. No, fratel: ti compiansi, e fra le stragi T’ammirai pure, e carità di patria Pareami in te ciò ch’altri empietà noma. Ma sì lontan fra la giustizia il varco E la clemenza fia? sì a lungo vero Di sparger sangue il lagrimevol uopo? E il tristo esperimento, ahi, di perigli Pur troppo non sognati! immaginari Non creeríane al nostro occhio atterrito? Un editto feroce oggi il senato Mio malgrado proclama. A tal editto Consentiresti? nol cred’io: severa, Ma non tirannic’alma la tua estimo. Di quell’editto chiedi: odilo: e il nuovo Consolato vestir, tu il niegherai. Evrardo.Che? Roffredo. Sebben grande sia pel santo vecchio La riverenza del senato, or vieta Alta ragion con lui starci concordi. L’editto ch’ei riprova a lungo dianzi S’agitò nel consesso, e i più il sanciro: Eccol. — T’avanza, o banditor: l’annuncia Dalla tribuna alla città: — fia noto Così ad entrambi i consoli proposti. Il Bandit.«Palese a’ senatori è che si oltraggia Da taluni la legge, e clandestino
Ricovro entro le mura a guelfi dassi. A tale ardir, che alla città funesto Farsi potria, non più l’esiglio è pena, Ma vi s’assegna morte. Arnoldo.Odi il confuso Fremito della plebe? — Al genitore Che il traviato suo figlio ricovra Più l’esiglio non basta! È reo di morte Chi di natura non calpesta i dritti, E al patibol la sua prole non tragge!» Il fratello al fratello il seno squarci, E la sposa allo sposo, e il figlio al padre, O rei fansi di morte! Oh non più udito Inumano furor! — Chiedean vendetta L’ombre de’ padri? E l’ebbero: cadute Son d’infra i guelfi le più illustri teste, Le sole che nocean. Non basta: il ferro Del nobil ghibellino ora discende Ne’ tuguri plebei: cercando il sangue Di chi? di guelfi? — Ma il plebeo fu guelfo O ghibellino mai? cieco stromento Non è de’ forti? — Avidità di preda Or lo tragge fra queste or fra quell’armi: Combatte, ma non odia, e al vincitore Lambisce i piè, purchè gli getti un pane. Nè chiuder gli occhi si vorrà, se oscuro, Ma valente guerrier, pentito riede Alle mura paterne, e nascondendo Ch’egli era guelfo, ai ghibellin si dona? Alla deserta patria utili figli Racquistar non si vonno? — Eh, vergognamci, Evrardo, noi, se in altri petti è muto Il vergognar d’ignobili atti! Il fero Editto mai te difensor non abbia: Di console prestare il giuramento Altri potrà, non tu, fratello. — Vieni. Evrardo. (È quasi scosso dall’autorità di suo fratello, il quale gli prende la mano per condurlo via.)
Roffredo. Dunque a Giano tu cedi? Giano.Entrar tremando In aringo dovrei dove sì eccelso Eroe mi precedea: ma, se in non altre Doti, in amar la mia patria l’agguaglio; E il servirla m’è gloria, arduo qualunque Patto ella imponga. Evrardo. E che vuoi dir? rampogna Forse mi vibri, quasi ch’io la patria Servir negassi ov’ardue cose imponga? Arnoldo. Vieni. Evrardo. Al fratel profondo ossequio porto; Ed accolte in silenzio e ponderate Ho sue gravi parole. Oh quanto dolce Mi saria l’approvarle, e ragion quindi Giusta sentir di riedere ai felici Sospirati ozi di mia casa! Un vile Però non son; nè, se la patria chieda L’ultima goccia del mio antico sangue, Fia ch’io neghi versarla. Arnoldo.Ahi! velo a indegno Mire non sien pomposi detti. Evrardo.In mano Iddio non tien dell’uom la sorte? a Dio Chi sottrarsi ardirà? Tragga ei dall’urna L’eletto suo: divota al sacro cenno La fronte piegherò, pace ei mi doni, O travagliati ancor giorni m’appresti. Arnoldo.Dio non tentar: di cieche età fu sogno Il creder che alle sorti empio fidando Scoprir uom possa del Signor la mente. Parla Iddio, sì, ma de’ mortali al core Segreto parla: e tu, fratel, lo ascolta. Ei ti dice, che orrendo il giuramento Dal tuo labbro usciria, se il sovran ferro Tu ripigliassi, allor che a snaturata Legge sostegno le faresti. — Ah pensa,
Giacchè a nulla tacer tu mi costringi, Che tra i dispersi guelfi evvi taluno Ch’ebbe parenti ghibellini — e il sangue Che correa nello vene a que’ parenti In nostra madre pur corse! Fu truce Cosa il rischiar d’immerger tra le pugne La lancia parricida in cotal sangue: Ma poichè nelle pugne il ciel distolse Il sacrilego colpo, or freddamente Puoi tu giurar di spegnere il congiunto, S’ei venisse mendico a ricovrarsi Di nostra madre appo il sepolcro? Evrardo.Taci. Arnoldo.Sì, di Giulio favello. E pria che insano Le guelfe armi vestisse, a lui promessa Era da te la figlia: e non estinto Della fanciulla misera nel core Forse è l’amor. S’ei l’ami ognora, il sai, Da quel di che prigion t’ebbe, e ti sciolse Perchè d’Iginia padre.— Oh, delle offese A mutuo obblio vengasi omai! ritorni Il congiunto al congiunto. Roffredo.Ignora Arnoldo Che il ragionar contro sancita legge A null’uom lice? — Impor silenzio a tanto Personaggio m’accora: e imporre il deggio. — D’Evrardo e Giano i nomi agiti l’urna. Arnoldo.Fratello! — Ei più non m’ode. Ohimè! qual grande Da ambizïon d’impero alma corrotta! Roffredo.Evrardo! Arnoldo.Ah, ch’io ’l temea! Roffredo.(Presenta di nuovo la spada consolare ad Evrardo.) Evrardo.Compiasi adunque L’arduo nostro destin. — Giuro, che tutte Difenderò le patrie leggi.
Tutti i Guerrieri. Viva Il nuovo consol! Roffredo.Tosto all’adunata Impazïente plebe il sommo duce Mostrar conviensi, e celebrar nel tempio Con magnifica pompa il dì solenne.
Giano.Un istante. Arnoldo.Che vuoi? Tu impallidisci? Che fia? parla. Giano. Il fratel tuo.... Non invidio Il tristo onor.... Arnoldo. Che dunque or si ti turba? Giano. Ei più di me.... tal onor merta. — Oh d’altra, Ben altra cura volea dirti! — Io tremo Di confidar.... ma tu parlasti in guisa.... Certo il vedesti pur. Arnoldo. Chi? Giano. Come mai Giulio nomavi? Arnoldo. In Asti egli! Che intendo? Giano. Che? Nol sapevi? oh incauto me! Arnoldo. Oseresti D’Arnoldo dubitar? Giano. Sì pio t’udiva Dianzi parlar del consanguineo tuo, Che te di sua venuta io stimai conscio. L’arcano che sfuggiami uom non risappia, Deh, mel giura! Arnoldo. Che temi? A vil cotanto
Mi tieni tu? — Parla: hai mia fede. Giano.Alcuno Qui non ci ascolta? — Il dì spuntava appena: Al tempio ir voglio, ed ecco, anzi alla porta Del mio palagio, in manto d’eremita Uom che mi ferma — Giulio! — Abbrividii Ravvisandolo: tosto io lo respingo, Paventando che seco altri mi veggia: Ospizio egli mi chiede: «A’ tuoi congiunti Vanne,» gli dico. — «In lor fidar non posso, Chè all’ingrata d’Evrardo ambizïosa Alma devoti son tutti,» risponde. Di nuovo lo respingo. — «Abbi memoria Del padre mio, dic’ei, che il dolce amico Fu di tua giovinezza e di tua gloria: Per lui ten prego: un giorno sol: poche ore Ospizio dona del tuo amico al figlio: Niun te sospetta, e tu gran pro ne avrai.» Pietà mi fea, ma resistei. - «Le leggi D’ascoltarti mi vietano!» proruppi: Alla man che m’afferra io mi divelgo, Balzo nel tempio, e in cor m’agita fero Dubbio, se il tristo incontro io tacer debba, O se dover di ghibellin m’imponga Farne dotto il senato. — Allor che Giulio T’udii nomar, pronto avea quasi io ’l labbro A riferir lo incontro mio: ma tema Presomi, che sospetto a que’ gelosi Spirti diveniss’io, perocchè il guelfo In me fidanza avesse posta, e uscito Libero fosse di mie mani. Arnoldo.Asilo In nome di suo padre ei ti chiedea, Del padre suo, già del tuo cor l’amico! E tu il respingi! E ne vai — dove? Al tempio! Giano, fia ver? Tu di magnanimi avi Figlio, tu prode, tu d’allori carco,
Tu — e negli anni canuti, allorchè nulla, Tranne l’infamia, uom de’ temer — tu schiavo Del più indegno timor! Giano! e il rimorso Che ti pungea non era, ahi, perchè muta Fu in te pietà, ma perchè fatto sgherro Non t’eri al derelitto, e de’ possenti Compro in tal guisa non t’avevi il plauso! Giano.Uom che d’aspre battaglie, ove i più forti Suoi guerrieri cadean, sempre tornossi Colla vittoria in pugno, uom tal non teme, O Arnoldo, aver mai di codardo taccia. Ma qual prode sul suo capo onorato Il coltel del carnefice sospeso Vedrà senza ritrarsi? Ivi coraggio Non è il dispregio della morte, è insania. — Perciò consiglio io ti chiedea. Son molti I delatori, e il mio breve accostarmi Al giovin guelfo esser può noto.... Io certo D’esser consol teneami.... e paventato Di niuna accusa allora avria: ma Evrardo Quanto m’abborra, il sai; chi mi difende Or dal feroce, se di stato appormi Ombra può di delitto? Arnoldo.Io da gran tempo Ti leggo in cor — nè, benchè astuto, il pensi. Giano.Che? Arnoldo.Parlar deggio senza vel? — Te rode, Non men che invidia, ambizïon: tu oscure Ambagi e mezze confidenze adopri Con ogni uom che ad Evrardo esser nemico Presumi occulto: partigiani cerchi: E a me — cui mai non fosti amico — or fingi D’amicizia desio, sol perchè avverso Al fratel mio ti parvi. Ebben! m’ascolta: Avverso a lui, ma più a certe alme il sono Superbe al par di lui — men grandi assai.
Così tradito mi son io? — Men grandi! E udir potei.... nè gli risposi? — Audace! No, qual mi sia tu non conosci ancora.
Atto secondo
Si ode per un momento una musica di ballo, ma lontana. ROBERTA esce affannata da stanze vicine. IGINIA da altra parte le viene incontro. Sono entrambe magnificamente vestite.
Roberta.Dal giardino ritorni? Iginia. Oh! alfin la mesta Anima mia dall’importuna gioia Di quelle danze si sottrae! Non cessa D’accrescersi la pompa: ad ogni istante Nuova magica scena in luminose Sale una parte del giardin trasmuta.... Ma quelle feste, il sai, tedio a me sono: E tu, crudele amica, ivi sì a lungo Perchè lasciarmi? Roberta. Iginia.... Iginia. E che? Tremanti I detti tuoi? Roberta mia, deh, loco Non ti tengo di figlia? — A te mie pene Ascose non son mai: le tue mi schiudi. Roberta.Io tremo, sì. — Mentre con regio fasto Gli onori a cui salía celebra Evrardo,
Mentre pari a’ più splendidi monarchi Di cortigiani un vile stuol lo acclama, Niun sa, che al fianco suo dianzi un nemico, Un guelfo s’accostava. Iginia.Ohimè! in periglio.... Roberta.No: il ciel non volle che feroci spirti Questo guelfo portasse. Iginia.E occulto.... Roberta.Io il vidi, E pe’ giorni del tuo padre tremai, E pe’suoi giorni stessi. Oh, guai, se alcuno Riconosceal! Di sangue intrisa certo Venia la festa. — Ratta io dalla turba Lunge trassi l’incauto: — amata figlia, Deh, non biasmarmi: forza erami udirlo, E nasconderlo.... Iginia.Chi? dove? Roberta.T’acqueta. Scorgesti un vecchio cavalier dall’ombre Del più folto boschetto al rilucente Vial de’ tigli scorrere, e più volte Rinselvarsi, e apparir, quindi appressarsi Al sedil nostro? Iginia.Al padre io l’additai, Ma già lontano era l’ignoto, e il padre Nol ravvisò: teco il rividi poscia In segreto colloquio, e tu il seguisti. Roberta.Passato erami accanto, e da’ negri occhi Tal guardo in me vibrò, ch’io ’l riconobbi. Atterrita ammutisco: ed ei: «Roberta, » Bada, son io, m’ascolta.» A quella voce Più non v’ha dubbio: che far deggio? orrende Sciagure penso: Evrardo mai da guelfi Cinto sarebbe? — Gridar quasi io volli «Al tradimento!» ma rattenne Iddio La funesta parola; e sulle tracce Del travisato cavalier mi spinse. Il seguo: ci appartiam.
Iginia.Madre! Roberta.Sì.... desso! Dalla finta canizie il giovenile Sembiante discoperse.... Iginia.Ah mi sostieni! Egli era!... — E questi miei palpiti indegni Al cor vietar non saprò dunque io mai? Giulio! — Oh madre, io l’amava! Immensamente Io quell’ingrato amava! Al padre mio I sacri giorni a insidiar vien forse? Roberta.No: calmati. Iginia.Prosiegui: il mio pallore Non ti spaventi. — Oh Giulio! E che cercava Fra’ suoi nemici? Del feroce editto Ignaro ei solo? Roberta.— «Ad affrontar la morte, » (Disse) mi spinge amor: sovra la casa » Del consol pende alta sciagura: Iginia, » E chiunque è a lei caro io vo’ far salvi: » Perciò ad Iginia uopo è ch’io parli.» Iginia.Audace! Parlarmi, disse? E qui lo spinge amore? Crede forse ch’io ignori?... Oh, ma qual pende Su noi sciagura? Veritier lo estimi, Od impostor? No, no, Roberta: ei ménte: Egli non m’ama. E tu, sdegnata, certo, Il cacciavi. Roberta.Rampogne, ira, preghiere, Tutto adoprava per cacciarlo. Oh figlia, Qual torvo sguardo su me figgi? Iginia.A guelfo, D’Evrardo io figlia, io dar ascolto! E il pensi? No, Roberta, nol pensi: amica troppo A Iginia sei. Perdona: al senno tuo Oltraggio io fea. Roberta.Misera me! Sa Iddio Come l’insano io respingessi....
Iginia.Un detto Solo bastava: i traditori abborro: Ed ei la patria e me tradiva a un tempo. Roberta.Gliel dissi: e forsennato esso alla festa Rieder volea, parlarti ad ogni costo, E non curar, se a’ piedi tuoi spirante Da’ ghibellini ferri indi cadesse. Iginia.Oh truce idea! Ma dunque ei.... Roberta.Da mie stanze Partir non volle. Iginia.Oh cielo! Qui? — Roberta, L’amica mia, no, tu non sei: di Giulio I delitti obliasti e il dover mio: Del ghibellino console io son figlia. Va’, l’allontana: salvalo; e s’ei chiede Dell’odio mio, digli, ch’a dritto io l’odio, Ma che il vo’ salvo. Affrettati: m’udisti? Veder non posso un traditor.
Giulio.Quel nome, Quel nome infame, ah no, Giulio non merta; Te ingannò la calunnia. Iginia.Audace! Giulio.Ah Iginia! Pe' tuoi giorni ten supplico, pe’ giorni Del padre tuo; non puoi negarmi ascolto! Iginia.Temerario! Fuggirti.... Giulio.Una parola, Un breve istante! — Ah, colui tanto abborri, Che un giorno.... Iginia.Tu le guelfe armi vestisti! Del padre mio il nemico, altro non veggio! Giulio.Ferma! — Sol che un istante udito m’abbi,
Poi farò l’odio tuo pago, tra i ferri Inimici scagliandomi: chè gioja Unica ad uom, cui tu dispregi, è morte. Iginia.Giulio! fuggi. In qual rischio?... Giulio.Ora opportuna, Securissima è questa: odimi: tutta Ne’ festivi orti accogliesi la turba: Niun qui mi scopre. Ah, per l’immenso amore Ch’arde — qui— per te sola, e più sempre arde!.. Iginia.Perfido! E speri anco ingannarmi? Giulio.Oh quanto Sdegno nel tuo sembiante! Io.... Iginia.Qual rimane, Delle vedove guelfe or tra l’illustre Campione e me comun pensiero? Giulio.Oh, Iginia! Sì crudo oltraggio io da te avermi, indegno È del tuo cor. — Tu pur, tu alle sciagure Insultar d’onorata inclita stirpe, Che i suoi prodi, e sue case, e suoi tesori Perdea miseramente, e a far palese La sua innocenza non trovava un solo Vendicator! — Io quello esser dovea, Io, d’Iginia l’amante, o d’un tal core Immeritevol divenir! — Manfredo Fratel d’arme non m’era? Alterna gloria, E negli studi, e nelle giostre, e in campo, Sin da’ più giovanili anni segnato Noi pari entrambi avea, fulgido esempio D’amistà e di virtù. Che? abbandonarlo, Di sua innocenza io conscio, allor che vili Tradimenti apponeagli un vil senato D’oro e di sangue sitibondo sempre? No, difenderlo! e te perder piuttosto, Te sommamente amata.... abbenchè figlia, Ahi, d’un tiranno!
Iginia.Il padre mio rispetta. Giulio.Difendere l’amico, e gridar empia La legge, che alla patria il miglior tolse De’ cittadini suoi! Scuotere il sangue D’un tal eroe dal ghibellin mio manto; E non più ghibellin dirlo, chè infamia Stava e delitto su quel nome! E il giorno Che alla raminga vedova e ai pupilli Non rimanea ricovro altro che i guelfi, Seguirli nell’esiglio! e miei fratelli Color nomar, che del mio amico ai figli La ghibellina origine obliando, Offrian la destra, e ospital tenda, e scudo! Tale, adorata Iginia, era del prode Che tu amavi il dover! dover, ch’enormi Sacrificii m’impose: ah, mi credea Che Iginia li sentisse — ella mi spregia! Iginia.Reo non sarebbe? oh, me infelice! Giulio.E duolti Ch’io spregevol non sia! Iginia.Giulio, deh, lascia Ch’io forte sia nell’abborrirti! Giulio.E il brami? No. Iginia.Ma creder poss’io? Te l’onorata Vedova di Manfredo.... Giulio.Amante mai: Amico avrammi sempre. Iginia.Amante, mai? Quel volto, quel linguaggio.... Oh qual barbarie Saria il tradirmi! Giulio.Oh gioja! ancor tu m’ami 1 Tu m’ami, sì. — Debol fanciulla! E tanto Avvilir la tua grande alma potevi, Sì indegnamente gl’incolpevoli atti (Lascia ch’io ’l dica), i più magnanimi atti
Interpretando di colui che t’ama, E cui l’alto desio sol d’onorarti Spinge fuor delle basse orme del volgo! Te meglio e me conosci: uom, cui donato Avevi il cor, tal uomo era, o divenne, Che non più mai disistimare è forza. Iginia.Oh fia vero? Roberta.... Giulio.E chi rattenne, So non tu, il ferro mio, quando a’ miei piedi Cadde Evrardo in battaglia? E chi al superbo La non merlata libertà rendea? Tu, Iginia; tu: che indivisibil genio Me ispiri sempre, e a degne opre costringi! Iginia.Oh, ben allor mi disse il cor: «Memoria » Di me Giulio serbò.» Giulio.Ma incalza il tempo. L’alta ragion che qui m’adduce ascolta. Sui ghibellini impreveduto nembo Rugge. — Tu tremi? Calmati: — propizio Alla patria ed a noi spunta il futuro. I rei soli cadranno: i rei — non tutti, Non tutti, no — suo difensore avrammi Evrardo. Iginia.Oh ciel! Giulio.Di plebe il furor primo In questo tetto (Iginia, ah, caldamente Te ne scongiuro) non ti trovi. Iginia.Ahi, quando? Come? Giulio.Dimane — a mezza notte — i guelfi.... Ma tu vacilli.... Iginia.No. Giulio.D’Evrardo è usanza Appo la suora sua teco ad amiche Veglie recarsi: in quel securo ostello Diman, ven prego, donne, ivi la sera Abbiavi. Qui potria l’ira del volgo Contra la consolar reggia irrompendo
Obliar che co’ rei stan gl’innocenti. Io il cieco popol frenerò: distorre Da questo albergo ogni ruina io bramo: Ma se il furor, le tenebre, la forza D’irresistibil moltitudin vano Rendesse il pensier mio.... deh, fra 'l tumulto L’amata Iginia non si trovi. — Orrendo Arcano ti paleso: un vostro detto Perder mi può ma s’io qui pur cadessi, Non però certa men fia la vittoria De’ congiurati guelfi. I truci editti De’ tiranni son tardi: ascoso e lieve Foco omai più non è: fiamma gigante, Che tutte le astigiane alme divora, Di vendetta e giustizia è il desir santo. Divise, ignote, sì, ma numerose Schiere di guelfi alla città fan siepe: Nostra è la plebe entro le mura: un cenno Soltanto aspetta. — Dubbia anco a me fosse La fede vostra, o donne; anco tradito Foss’io, — il ripeto — me perderei solo, Non la fraterna impresa. Il dover mio Doman co’ guelfi — oggi appo te mi chiama: A loro e a te sacra è del par mia vita. Iginia.Oh madre mia! Parlar non posso: un gelo Mi stringe il cor. — Che fia di noi? Sul padre, O sull’amante, iniquo ferro pende: Come dall’un rimoverlo, e non l’altro Tradir? Giulio. Miei giorni in tua balia son posti: Bensì, ov’io pèra, al genitor rapisci L’unica guelfa man, sovra lui pronta Generoso a protendere uno scudo. Iginia.Qual d’eroismo e di barbarie un misto V’agita, o furibonde alme guerriere? Non v’abborrite, e vi svenate: un gioco Feroce è l’assalirsi, e il perdonarsi,
Onde uccidersi poscia, e uccider sempre, Onde aver morti a vendicar. Ma intanto Alla virtù s’intrecciano delitti Più enormi ognor: non più vergogna, è gloria Il farsi d’un’insegna oggi campione, Diman d’un’altra; — gloria, alla donzella, Cui si giura d’amar, cui si vuol salva Dalla ruina, il guerreggiarle il padre, Il cingerlo d’insidie e di perigli, Ove, men che d’estinguerlo, si ostenta Nobil desio di calpestarlo, e il braccio Tendergli poscia, onde vieppiù avvilirlo! Giulio.Me così trasfiguri? E amante.... Iginia.Figlia Del console son io. Giulio.Sì reo mi tieni? Or ben, le lance del tuo padre invoca: Fra loro a pormi io venni. Iginia.Ah crudel! taci: Lasciami: il ciel solo mi resta. Ah, Giulio, Se è ver che m’ami, il reo nembo allontana; Salva la tua città da nuova strage! Molto può il nome tuo, molto può eroe Cui virtù, e amor con egual fiamma accende. Grande agli sguardi miei fora colui, Di tutto l’amor mio colui sol degno, Che a non tentata ancor gloria aspirasse.... Giulio.Qual? Iginia.Non di fere, inutili vendette; Non di brutal desio d’empi trionfi; Ma di terger le lagrime all’afflitta Patria; di richiamar tutti a un’insegna I discordi fratelli, ambe lasciando Le sanguigne di guelfo o ghibellino Maledette bandiere. — Alti mortali Alcuna volta apparvero, onde il cenno Era sovra le turbe onnipossente: Oh l’età mia d’un simile mortale
Priva non fosse! — e quei fosse il mio amante! E sì pura e magnanima splendesse L’ambizïon di lui, che strascinati Da dolce irresistibile malía Si sentissero i cuori, e — s’appressando Con alterna pietà — sulla sventura Comun s’intenerissero, e un sol grido Ripetesser con lui: «Pace, ed oblio. » Del mutuo errar! Siam d’una patria figli!» Oh quel degno mortal, quasi un Iddio Alla mia innamorata alma parrebbe! Giulio, tu quello sii! Giulio.Lusinghier sogno, O fanciulla, t’illude. Havvi perversi Tai secoli, ove l’uom, se pure è grande, Tutto mostrarsi qual ei sia non puote. Abietta stirpe è questa infra cui nacqui: Sorda a’ bei nomi di fraterna pace, Di virtù, d’amor patrio. Ira e vendetta Spigne i men tristi, i più viltà e rapina: Ed i men tristi io scelsi. — Oh al guardo mio Il tuo sogno un dì pur, ma breve tempo, Ahi rifulgea, nell’inesperta aurora Della mia giovinezza! Il mondo è vile, Non il tuo amante, o Iginia. Iginia.Ogni speranza Dunque?... Giulio.Immutabil fato! Roberta.Alcun s’appressa. Iginia.Perduti siam. Roberta.Qui celati. Iginia.Oh me lassa! Giulio! Giulio.Iginia! dimane in questo tetto Deh, non ristarti! Iginia.Ah fuggi!
Evrardo Eccola. — Figlia, Sola tu qui? Iginia. Padre.... Giano. Il tremor suo chiara Mi fa la colpa: indizii certi io n’ebbi: Giulio qui si nasconde. Iginia. Ah no! Giano.Si scorra Ogni recesso dell’ostello. Iginia. Ferma. Padre, consol non sei? Tal soffri oltraggio All’onor tuo? Giano. Se più la figlia o il padre Colpevol sia, giudicherà il senato. Evrardo. Temerario! Roffredo. T’arresta: al consol fatta Verrà ragion: ma provi il consol pria Che reo di stato egli non è.
Evrardo. Si ardisce D’Evrardo dubitar? — Perfida! il vero Celar non puoi. Come il vedesti? Parla: Dove s’asconde? Il furor mio paventa. Iginia. Ahi! gli sgherri il trascinano. Mio Giulio!
Giano.Ite: ovunque s’insegua. Roberta.Oh figlia mia! Roffredo. Che? il vedeste? Giano.Balzato è da un verone: Ma scampo a lui non fiavi: ancor dischiuse Della città non son le porte. — In nome Della legge domando or che tradotte In carcer sieno e queste donne entrambe, E del sospetto Evrardo i servi tutti. Evrardo.Oh rabbia! Roberta. Io sola, io son la rea! Evrardo. Costei, Sì, che tradiami, in carcere si ponga: Mallovador mi rendo e per Iginia E pe’ famigli miei. Iginia. Dov’è? Con esso Morir vo’. Evrardo. Sciagurata! In qual abisso Precipitato hai di tuo padre i giorni! Iginia.Roberta! ohimè, dove ti traggon? — Padre, Pietà! pietà! Evrardo. Colei più non la merta. Roberta.Addio!| Iginia. Seguir la vo’. — Padre.... Evrardo.In me scorgi Il console, empia! il tuo giudice.... e trema!
Atto terzo
Chi viene? — Oh me delusa! Oh lunghe, atroci Ore! Oh incertezza! Mute son le sale. Roberta! Fidi servi! Ah, in carcer tutti! E d’ogni parte io qui rinchiusa! — Oh Giulio, Di te almen sapess’io. Chi sa in qual negra Prigion ti strascinaro? — E non vantavi Nella città possenti amici? Ah, l’arme Ciascuno afferri e a liberarti accorra! Guelfa io pur mi son fatta: astretta io sono, Astretta, o padre, a desiarti vinto (Purchè i tuoi giorni mi si serbin), vinto! Ma che spero? A che illudersi? Più scampo Giulio non ha,... più forse ei non respira! O in quest’istante — barbari, fermate; In me quei ferri!
IGINIA è talmente fuori di sè, che non ode l' arrivo del padre. EVRARDO entra sdegnato, ma vedendola in tanta desolazione si commove alquanto.
Evrardo. Siagurata! In pianto Si strugge. — A trar dalle suo labbra il vero L’ira freniam. Iginia. Chi veggio? Deh, ch’io sappia.... Forza non ho....
Evrardo.Che dir volevi? Iginia.Oh angoscia! Chieder.... Evrardo.Se al genitor tu di compiuta Rovina eri cagion? Se di tue colpe Vittima, dal suo seggio alto ei crollava Sotto il piè de’ maligni? — Oh, di te strazio Ben aspro far denno i rimorsi! Al colmo Quasi di mia grandezza, io già già veggo Splendermi agli occhi un serto: ad acquistarlo Un passo ancor.... Chi mi rattien? Qual crudo Nemico indietro mi ritrae? La figlia, L’unica figlia mia! Iginia.Padre.... Evrardo.Colei Per cui sola a’ canuti anni miei nego Ogni riposo! Iginia.Per me.... Evrardo.Sì: — ad ogni uomo Nascose esser dovean, ma tu del padre Le alte mire, tu scorgerle dovevi! Ma giacchè sì poc’oltre il guardo tuo Giunge (e men duol), d’uopo è ch’a te le sveli. Odi: — costor che nel senato assisi Pari a’regi s’estimano, al mio carro Avvince la invisibile catena Dello scaltro mio senno. A lunghe guerre Trassi i più forti, e son caduti alfine: Or non restan che i vili: e infra lor togli Pochi, non so se inetti più o superbi, Che sonmi inciampo, e immolar vuolsi — ed ecco Farsi il consolar brando in mia man scettro. Vecchio, in atto di scender nel sepolcro, Ch’è omai per me la gloria? Ah, d’una figlia Penso al retaggio! — De’ più illustri prenci Alle figlie adeguata, illustri prenci La sua destra ambiranno: a lei fia dote La paterna possanza: i figli suoi
Dritto avran forse ad eminenti troni.... Sì, tal mia speme, tai le ardenti cure D’un’genitor che troppo t’ama, e a cui Mercè si ingrata rendi! Iginia. Ah signor!... Mai Pria d’or teneri detti.... alla tua figlia Tu non volgevi.... mai, dacchè svaniti Sono i bei giorni in che vivea l’amata Mia genitrice! — Or a que’ giorni, o padre, Tu mi richiami: allora pur, se irato T’avess’io, miste mi scendeano al core E tue rampogne e tua pietà. Deh, torna Qual eri allor!... Te della gloria lunge Dalle cure tenea la genitrice: Tue domestiche mura ad ogni reggia Anteponevi: meno spesso il suono Di festeggianti arpe s’udia: men folto Corteggio ne cingea: rari i conviti, Rari gli amici, e pur maggior la gioia! Nè sull’amata tua fronte appariva Quella nube ch’or sempre e nuove brame E nuovi affanni e nuove ire palesa, Onde affrettata è tua vecchiezza. Ah, il giuro, Segretamente alcune volte io piango Per ciò! — Non grave è l’età tua, ma veggo Far, più che gli anni, al tuo sembiante oltraggio I voraci pensieri: e dirtel mai Non osava pria d’or, perocchè tanto Cangiato era il tuo sguardo, e m’atterria. Padre, se m’ami, deh, i tuoi cari giorni Serba alla figlia tua! Gloria, potenza Che fien per me, se di tua pace a costo Io le ottenea? Viverti al fianco, e liete Col mio tenero ossequio a te far l’ore, E prolungare il viver tuo, ed amata Esser da te: null'altro io chieggo. Evrardo.Affetti
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The end
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