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Le mie prigioni

Silvio Pellico · 1832 · Free in the US

51,728 words · about 3 h 37 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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Licence: PD-US · Published in 1832 (before 1931): public domain in the United States. Text and transcription from it Wikisource by Wikisource contributors (transcription licensed CC BY-SA 4.0; contributors: https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Le_mie_prigioni&action=history). · Wikisource contributors

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About this book

Author
Silvio Pellico
Language
Italian
Published
1832
Length
51,728 words · about 3 h 37 min
Sections
101 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (101)
  1. Front matter under 1 min
  2. Introduzione about 1 min
  3. Capo I about 2 min
  4. Capo II about 1 min
  5. Capo III about 2 min
  6. Capo IV about 2 min
  7. Capo V about 2 min
  8. Capo VI about 2 min
  9. Capo VII about 3 min
  10. Capo VIII about 3 min
  11. Capo IX about 2 min
  12. Capo X about 2 min
  13. Capo XI about 2 min
  14. Capo XII about 2 min
  15. Capo XIII about 2 min
  16. Capo XIV about 2 min
  17. Capo XV about 2 min
  18. Capo XVI about 2 min
  19. Capo XVII about 2 min
  20. Capo XVIII about 3 min
  21. Capo XIX about 2 min
  22. Capo XX about 2 min
  23. Capo XXI about 2 min
  24. Capo XXII about 3 min
  25. Capo XXIII about 2 min
  26. Capo XXIV about 2 min
  27. Capo XXV about 2 min
  28. Capo XXVI about 3 min
  29. Capo XXVII about 3 min
  30. Capo XXVIII about 2 min
  31. Capo XXIX about 2 min
  32. Capo XXX about 2 min
  33. Capo XXXI about 2 min
  34. Capo XXXII about 3 min
  35. Capo XXXIII about 2 min
  36. Capo XXXIV about 3 min
  37. Capo XXXV about 2 min
  38. Capo XXXVI about 2 min
  39. Capo XXXVII about 3 min
  40. Capo XXXVIII about 3 min
  41. Capo XXXIX about 2 min
  42. Capo XL about 2 min
  43. Capo XLI about 2 min
  44. Capo XLII about 2 min
  45. Capo XLIII about 2 min
  46. Capo XLIV about 2 min
  47. Capo XLV about 2 min
  48. Capo XLVI about 3 min
  49. Capo XLVII about 2 min
  50. Capo XLVIII about 3 min
  51. Capo XLIX about 2 min
  52. Capo L about 3 min
  53. Capo LI about 2 min
  54. Capo LII about 2 min
  55. Capo LIII about 2 min
  56. Capo LIV about 1 min
  57. Capo LV about 2 min
  58. Capo LVI about 2 min
  59. Capo LVII about 2 min
  60. Capo LVIII about 2 min
  61. Capo LIX about 2 min
  62. Capo LX about 2 min
  63. Capo LXI about 2 min
  64. Capo LXII about 3 min
  65. Capo LXIII about 2 min
  66. Capo LXIV about 2 min
  67. Capo LXV about 2 min
  68. Capo LXVI about 2 min
  69. Capo LXVII about 2 min
  70. Capo LXVIII about 2 min
  71. Capo LXIX about 3 min
  72. Capo LXX about 2 min
  73. Capo LXXI about 3 min
  74. Capo LXXII about 2 min
  75. Capo LXXIII about 2 min
  76. Capo LXXIV about 2 min
  77. Capo LXXV about 2 min
  78. Capo LXXVI about 2 min
  79. Capo LXXVII about 2 min
  80. Capo LXXVIII about 2 min
  81. Capo LXXIX about 3 min
  82. Capo LXXX about 2 min
  83. Capo LXXXI about 2 min
  84. Capo LXXXII about 2 min
  85. Capo LXXXIII about 2 min
  86. Capo LXXXIV about 2 min
  87. Capo LXXXV about 2 min
  88. Capo LXXXVI about 2 min
  89. Capo LXXXVII about 2 min
  90. Capo LXXXVIII about 2 min
  91. Capo LXXXIX about 2 min
  92. Capo XC about 1 min
  93. Capo XCI about 3 min
  94. Capo XCII about 2 min
  95. Capo XCIII about 2 min
  96. Capo XCIV about 2 min
  97. Capo XCV about 2 min
  98. Capo XCVI about 2 min
  99. Capo XCVII about 2 min
  100. Capo XCVIII about 2 min
  101. Capo XCIX about 3 min

Continue:

Front matter

LE

MIE PRIGIONI,

MEMORIE

Introduzione

Ho io scritto queste Memorie per vanità di parlar di me? Bramo che ciò non sia, e per quanto uno possa di sè giudice costituirsi, parmi d’avere avuto alcune mire migliori: — quella di contribuire a confortare qualche infelice coll’esponimento de’ mali che patii e delle consolazioni ch’esperimentai essere conseguibili nelle somme sventure; — quella d’attestare che in mezzo a’ miei lunghi tormenti non trovai pur l’umanità così iniqua, così indegna d’indulgenza, così scarsa d’egregie anime, come suol venire rappresentata; — quella d’invitare i cuori nobili ad amare assai, a non odiare alcun mortale, ad odiar solo irreconciliabilmente le basse finzioni, la pusillanimità, la perfidia, ogni morale degradamento; — quella di ridire una verità già notissima, ma spesso dimenticata: la Religione e la Filosofia comandare l’una e l’altra energico volere e giudizio pacato, e senza queste unite condizioni non esservi nè giustizia, nè dignità, nè principii securi.

Capo I

Il venerdì 13 ottobre 1820 fui arrestato a Milano, e condotto a Santa Margherita. Erano le tre pomeridiane. Mi si fece un lungo interrogatorio per tutto quel giorno e per altri ancora. Ma di ciò non dirò nulla. Simile ad un amante maltrattato dalla sua bella, e dignitosamente risoluto di tenerle broncio, lascio la politica ov’ella sta, e parlo d’altro.

Alle nove della sera di quel povero venerdì, l’attuario mi consegnò al custode, e questi, condottomi nella stanza a me destinata, si fece da me rimettere con gentile invito, per restituirmeli a tempo debito, orologio, denaro, e ogni altra cosa ch’io avessi in tasca, e m’augurò rispettosamente la buona notte.

― Fermatevi, caro voi, gli dissi; oggi non ho pranzato; fatemi portare qualche cosa.

― Subito, la locanda è qui vicina; e sentirà, signore, che buon vino!

― Vino, non ne bevo.

A questa risposta, il signor Angiolino mi guardò spaventato, e sperando ch’io scherzassi: I custodi di carceri che tengono bettola, inorridiscono d’un prigioniero astemio.

― Non ne bevo, davvero.

― M’incresce per lei; patirà al doppio la solitudine....

E vedendo ch’io non mutava proposito, uscì; ed in meno di mezz’ora ebbi il pranzo. Mangiai pochi bocconi, tracannai un bicchier d’acqua, e fui lasciato solo.

La stanza era a pian terreno, e metteva sul cortile. Carceri di qua, carceri di là, carceri di sopra, carceri dirimpetto. M’appoggiai alla finestra, e stetti qualche tempo ad ascoltare l’andare e venire de’ carcerieri, ed il frenetico canto di parecchi de’ rinchiusi.

Pensava: ― Un secolo fa, questo era un monastero: avrebbero mai le sante e penitenti vergini che lo abitavano, immaginato che le loro celle suonerebbero oggi, non più di femminei gemiti e d’inni divoti, ma di bestemmie e di canzoni invereconde, e che conterrebbero uomini d’ogni fatta, e per lo più destinati agli ergastoli o alle forche? E fra un secolo, chi respirerà in queste celle? Oh fugacità del tempo! oh mobilità perpetua delle cose! Può chi vi considera affliggersi, se fortune cessò di sorridergli, se vien sepolto in prigione, se gli si minaccia il patibolo? Jeri, io era uno de’ più felici mortali del mondo: oggi non ho più alcuna delle dolcezze che confortavano la mia vita; non più libertà, non più consorzio d’amici, non più speranze! No; il lusingarsi sarebbe follia. Di qui non uscirò se non per essere gettato ne’ più orribili covili, o consegnato al carnefice! Ebbene, il giorno dopo la mia morte, sarà come s’io fossi spirato in un palazzo, e portato alla sepoltura co’ più grandi onori. ―

Così il riflettere alla fugacità del tempo m’invigoriva l’animo. Ma mi ricorsero alla mente il padre, la madre, due fratelli, due sorelle, un’altra famiglia ch’io amava quasi fosse la mia; ed i ragionamenti filosofici nulla più valsero. M’intenerii, e piansi come un fanciullo.

en:My Ten Years' Imprisonment/Chapter 1

Capo II

Tre mesi prima, io era andato a Torino, ed avea riveduto, dopo parecchi anni di separazione, i miei cari genitori, uno de’ fratelli e le due sorelle. Tutta la nostra famiglia s’era sempre tanto amata! Niun figliuolo era stato più di me colmato di benefizi dal padre e dalla madre! Oh come al rivedere i venerati vecchi io m’era commosso, trovandoli notabilmente più aggravati dall’età che non m’immaginava! Quanto avrei allora voluto non abbandonarli più, consacrarmi a sollevare colle mie cure la loro vecchiaia! Quanto mi dolse, ne’ brevi giorni ch’io stetti a Torino, di aver parecchi doveri che mi portavano fuori del tetto paterno, e di dare così poca parte del mio tempo agli amati congiunti! La povera madre diceva con melanconica amarezza: «Ah, il nostro Silvio non è venuto a Torino per veder noi!». Il mattino che ripartii per Milano, la separazione fu dolorosissima. Il padre entrò in carrozza con me, e m’accompagnò per un miglio; poi tornò indietro soletto. Io mi voltava a guardarlo, e piangeva, e baciava un anello che la madre m’avea dato, e mai non mi sentii così angosciato di allontanarmi da’ parenti. Non credulo a’ presentimenti, io stupiva di non poter vincere il mio dolore, ed era sforzato a dire con ispavento: «D’onde questa mia straordinaria inquietudine?». Pareami pur di prevedere qualche grande sventura.

Ora, nel carcere, mi risovvenivano quello spavento, quell’angoscia; mi risovvenivano tutte le parole udite, tre mesi innanzi, da’ genitori. Quel lamento della madre: «Ah! Il nostro Silvio non è venuto a Torino per veder noi!» mi ripiombava sul cuore. Io mi rimproverava di non essermi mostrato loro mille volte più tenero. ― Li amo cotanto, e ciò dissi loro così debolmente! Non dovea mai più vederli, e mi saziai così poco de’ loro cari volti! e fui così avaro delle testimonianze dell’amor mio! ― Questi pensieri mi straziavano l’anima.

Chiusi la finestra, passeggiai un’ora, credendo di non aver requie tutta la notte. Mi posi a letto, e la stanchezza m’addormentò.

Capo III

Lo svegliarsi la prima notte in carcere è cosa orrenda! — Possibile! (dissi ricordandomi dove io fossi) possibile! Io qui? E non è ora un sogno il mio? Ieri dunque m’arrestarono? Ieri mi fecero quel lungo interrogatorio, che domani, e chi sa fin quando dovrà continuarsi? Ieri sera, avanti di addormentarmi, io piansi tanto, pensando a’ miei genitori? —

Il riposo, il perfetto silenzio, il breve sonno che avea ristorato le mie forze mentali, sembravano avere centuplicato in me la possa del dolore. In quell’assenza totale di distrazioni, l’affanno di tutti i miei cari, ed in particolare del padre e della madre, allorché udrebbero il mio arresto, mi si pingea nella fantasia con una forza incredibile.

— In quest’istante, diceva io, dormono ancora tranquilli, o vegliano pensando forse con dolcezza a me, non punto presaghi del luogo ov’io sono! Oh felici, se Dio li togliesse dal mondo, avanti che giunga a Torino la notizia della mia sventura! Chi darà loro la forza di sostenere questo colpo? —

Una voce interna parea rispondermi: — Colui che tutti gli afflitti invocano ed amano e sentono in sè stessi! Colui che dava la forza ad una Madre di seguire il Figlio al Golgota, e di stare sotto la sua croce! l’amico degl’infelici, l’amico dei mortali! —

Quello fu il primo momento, che la religione trionfò del mio cuore; ed all’amor filiale debbo questo benefizio.

Per l’addietro, senza essere avverso alla religione, io poco e male la seguiva. Le volgari obbiezioni, con cui suole essere combattuta, non mi parevano un gran che, e tuttavia mille sofistici dubbi infievolivano la mia fede. Già da lungo tempo questi dubbi non cadevano più sull’esistenza di Dio, e m’andava ridicendo che se Dio esiste, una conseguenza necessaria della sua giustizia è un’altra vita per l’uomo, che patì in un mondo così ingiusto: quindi la somma ragionevolezza di aspirare ai beni di quella seconda vita: quindi un culto d’amore di Dio e del prossimo, un perpetuo aspirare a nobilitarsi con generosi sacrifizi. Già da lungo tempo m’andava ridicendo tutto ciò, e soggiungeva: — E che altro è il Cristianesimo se non questo petuo aspirare a nobilitarsi? — E mi meravigliava come sì pura, sì filosofica, sì inattaccabile manifestandosi l’essenza del Cristianesimo, fosse venuta un’epoca in cui la filosofia osasse dire: — Farò io d’or innanzi le sue veci. — Ed in qual modo farai tu le sue veci? Insegnando il vizio? No certo. Insegnando la virtù? Ebbene sarà amore di Dio e del prossimo; sarà ciò che appunto il Cristianesimo insegna.

Ad onta ch’io così da parecchi anni sentissi, sfuggiva di conchiudere: "sii dunque conseguente! sii cristiano! non ti scandalezzar più degli abusi! non malignar più su qualche punto difficile della dottrina della Chiesa, giacché il punto principale è questo, ed è lucidissimo: ama Dio e il prossimo".

In prigione deliberai finalmente di stringere tale conclusione, e la strinsi. Esitai alquanto, pensando che se taluno veniva a sapermi più religioso di prima, si crederebbe in dovere di reputarmi bacchettone, ed avvilito dalla disgrazia. Ma sentendo ch’io non era né bacchettone né avvilito, mi compiacqui di non punto curare i possibili biasimi non meritati, e fermai d’essere e di dichiararmi d’or in avanti cristiano.

en:My Ten Years' Imprisonment/Chapter 3

Capo IV

Rimasi stabile in questa risoluzione più tardi, ma cominciai a ruminarla e quasi volerla in quella prima notte di cattura. Verso il mattino le mie smanie erano calmate, ed io ne stupiva. Ripensava a’ genitori ed agli altri amati, e non disperava più della loro forza d’animo, e la memoria de’ virtuosi sentimenti, ch’io aveva altre volte conosciuti in essi, mi consolava.

Perchè dianzi cotanta perturbazione in me, immaginando la loro, ed or cotanta fiducia nell’altezza del loro coraggio? Era questo felice cangiamento un prodigio? era un naturale effetto della mia ravvivata credenza in Dio? ― E che importa chiamar prodigj, o no, i reali sublimi benefizi della religione?

A mezzanotte, due secondini (così chiamansi i carcerieri dipendenti dal custode) erano venuti a visitarmi, e m’aveano trovato di pessimo umore. All’alba tornarono, e mi trovarono sereno e cordialmente scherzoso.

― Stanotte, signore, ella aveva una faccia da basilisco disse il Tirola; ora è tutt’altro, e ne godo, segno che non è ― perdoni l’espressione ― un birbante: perchè i birbanti (io sono vecchio del mestiere, e le mie osservazioni hanno qualche peso), i birbanti sono più arrabbiati il secondo giorno del loro arresto, che il primo. Prende tabacco? ― Non ne soglio prendere, ma non vo’ ricusare le vostre grazie. Quanto alla vostra osservazione, scusatemi, non è da quel sapiente che sembrate. Se stamane non ho più faccia da basilisco, non potrebb’egli essere che il mutamento fosse prova d’insensatezza, di facilità ad illudermi, a sognar prossima la mia libertà?

― Ne dubiterei, signore, s’ella fosse in prigione per altri motivi; ma per queste cose di stato, al giorno d’oggi, non è possibile di credere che finiscano così su due piedi. Ed ella non è siffattamente gonzo da immaginarselo. Perdoni sa: vuole un’altra presa?

― Date qua. Ma come si può avere una faccia così allegra, come avete, vivendo sempre fra disgraziati?

― Crederà che sia per indifferenza sui dolori altrui: non lo so nemmeno positivamente io, a dir vero; ma l’assicuro che spesse volte il veder piangere mi fa male. E talora fingo d’essere allegro affinchè i poveri prigionieri sorridano anch’essi.

― Mi viene, buon uomo, un pensiero che non ho mai avuto: che si possa fare il carceriere ed essere d’ottima pasta.

― Il mestiere non fa niente, signore. Al di là di quel voltone ch’ella vede, oltre il cortile, v’è un altro cortile ed altre carceri, tutte per donne. Sono... non occorre dirlo... donne di mala vita. Ebbene, signore, ve n’è che sono angeli, quanto al cuore. E s’ella fosse secondino...

― Io? ― (e scoppiai dal ridere).

Tirola restò sconcertato dal mio riso, e non proseguì. Forse intendea, che s’io fossi stato secondino mi sarebbe riuscito malagevole non affezionarmi ad alcuna di quelle disgraziate.

Mi chiese ciò ch’io volessi per colezione. Uscì, e qualche minuto dopo mi portò il caffè.

Io lo guardava in faccia fissamente, con un sorriso malizioso che voleva dire: «porteresti tu un mio viglietto ad altro infelice, al mio amico Pietro»?. Ed egli mi rispose con un altro che voleva dire: «No, signore; e se vi dirigete ad alcuno de’ miei compagni, il quale vi dica di sì, badate che vi tradirà».

Non sono veramente certo ch’egli mi capisse, nè ch’io capissi lui. So bensì ch’io fui dieci volte sul punto di dimandargli un pezzo di carta ed una matita, e non ardii, perchè v’era alcun che negli occhi suoi, che sembrava avvertirmi di non fidarmi di alcuno, e meno d’altri che di lui.

en:My Ten Years' Imprisonment/Chapter 4

Capo V

Se Tirola, colla sua espressione di bontà, non avesse anche avuto quegli sguardi così furbi, se fosse stata una fisionomia più nobile, io avrei ceduto alla tentazione di farlo mio ambasciatore, e forse un mio viglietto giunto a tempo all’amico gli avrebbe data la forza di riparare qualche sbaglio, - e forse ciò salvava, non lui, poveretto, che già troppo era scoperto, ma parecchi altri e me!

Pazienza! doveva andar così.

Fui chiamato alla continuazione dell’interrogatorio, e ciò durò tutto quel giorno, e parecchi altri, con nessun altro intervallo che quello de’ pranzi.

Finchè il processo non si chiuse, i giorni volavano rapidi per me, cotanto era l’esercizio della mente in quell’interminabile rispondere a sì varie dimande, e nel raccogliermi, alle ore di pranzo ed a sera, per riflettere a tutto ciò che mi s’era chiesto e ch’io aveva risposto, ed a tutto ciò, su cui probabilmente sarei ancora interrogato.

Alla fine della prima settimana m’accadde un gran dispiacere. Il mio povero Piero, bramoso, quanto lo era io, che potessimo metterci in comunicazione, mi mandò un viglietto, e si servì, non d’alcuno de’secondini, ma d’un disgraziato prigioniero, che veniva con essi a fare qualche servigio nelle nostre stanze. Era questi un uomo dai sessanta ai settant’anni, condannato a non so quanti mesi di detenzione.

Con una spilla ch’io aveva, mi forai un dito, e feci col sangue poche linee di risposta, che rimisi al messaggero. Egli ebbe la mala ventura d’essere spiato, frugato, colto col viglietto addosso, e, se non erro, bastonato. Intesi alte urla che mi parvero del misero vecchio, e nol rividi mai più.

Chiamato a processo, fremetti al vedermi presentata la mia cartolina vergata col sangue (la quale, grazie al cielo, non parlava di cose nocive, ed avea l’aria d’un semplice saluto). Mi si chiese con che mi fossi tratto sangue, mi si tolse la spilla, e si rise dei burlati. Ah, io non risi! Io non poteva levarmi dagli occhi il vecchio messaggero. Avrei volentieri sofferto qualunque castigo, purchè gli perdonassero. E quando mi giunsero quelle urla, che dubitai essere di lui, il cuore mi s’empì di lagrime.

Invano chiesi parecchie volte di esso al custode e a’ secondini. Crollavano il capo, e dicevano: «L’ha pagata cara colui ― non ne farà più di simili ― gode un po’ più di riposo». Nè voleano spiegarsi di più.

Accennavano essi a prigionia ristretta in cui veniva tenuto quell’infelice, o parlavano così perch’egli fosse morto sotto le bastonate od in conseguenza di quelle?

Un giorno mi parve di vederlo, al di là del cortile, sotto il portico, con un fascio di legna sulle spalle. Il cuore mi palpitò come s’io rivedessi un fratello.

en:My Ten Years' Imprisonment/Chapter 5

Capo VI

Quando non fui più martirato dagl’interrogatorii, e non ebbi più nulla che occupasse le mie giornate, allora sentii amaramente il peso della solitudine.

Ben mi si permise ch’io avessi una Bibbia ed il Dante; ben fu messa a mia disposizione dal custode la sua biblioteca, consistente in alcuni romanzi di Scuderi, del Piazzi, e peggio; ma il mio spirito era troppo agitato, da potersi applicare a qualsiasi lettura. Imparava ogni giorno un canto di Dante a memoria, e questo esercizio era tuttavia sì macchinale, ch’io lo faceva pensando meno a que’ versi che a’ casi miei. Lo stesso mi avveniva leggendo altre cose, eccettuato alcune volte qualche passo della Bibbia. Questo divino libro ch’io aveva sempre amato molto, anche quando pareami d’essere incredulo, veniva ora da me studiato con più rispetto che mai. Se non che, ad onta del buon volere, spessissimo io lo leggea colla mente ad altro, e non capiva. A poco a poco divenni capace di meditarvi più fortemente, e di sempre meglio gustarlo.

Siffatta lettura non mi diede mai la minima disposizione alla bacchettoneria, cioè a quella divozione malintesa che rende pusillanime o fanatico. Bensì m’insegnava ad amar Dio e gli uomini, a bramare sempre più il regno della giustizia, ad abborrire l’iniquità, perdonando agl’iniqui. Il Cristianesimo, invece di disfare in me ciò che la filosofia potea avervi fatto di buono, lo confermava, lo avvalorava di ragioni più alte, più potenti.

Un giorno avendo letto che bisogna pregare incessantemente, e che il vero pregare non è borbottare molte parole alla guisa de’ pagani, ma adorar Dio con semplicità, sì in parole, sì in azioni, e fare che le une e le altre sieno l’adempimento del suo santo volere, mi proposi di cominciare davvero quest’incessante preghiera: cioè di non permettermi più neppure un pensiero che non fosse animato dal desiderio di conformarmi ai decreti di Dio.

Le formole di preghiera da me recitate in adorazione furono sempre poche, non già per disprezzo (chè anzi le credo salutarissime, a chi più, a chi meno, per fermare l’attenzione nel culto), ma perchè io mi sento così fatto, da non essere capace di recitarne molte senza vagare in distrazioni e porre l’idea del culto in obblio.

L’intento di stare di continuo alla presenza di Dio, invece di essere un faticoso sforzo della mente, ed un soggetto di tremore, era per me soavissima cosa. Non dimenticando che Dio è sempre vicino a noi, ch’egli è in noi, o piuttosto che noi siamo in esso, la solitudine perdeva ogni giorno più il suo orrore per me: «Non sono io in ottima compagnia?» mi andava dicendo. E mi rasserenava, e canterellava, e zufolava con piacere e con tenerezza.

- Ebbene, pensai, non avrebbe potuto venirmi una febbre e portarmi in sepoltura? Tutti i miei cari, che si sarebbero abbandonati al pianto, perdendomi, avrebbero pure acquistato a poco a poco la forza di rassegnarsi alla mia mancanza. Invece d’una tomba, mi divorò una prigione: degg’io credere che Dio non li munisca d’egual forza? ―

Il mio cuore alzava i più fervidi voti per loro, talvolta con qualche lagrima; ma le lagrime stesse erano miste di dolcezza. Io aveva piena fede che Dio sosterrebbe loro e me. Non mi sono ingannato.

en:My Ten Years' Imprisonment/Chapter 6

Capo VII

Il vivere libero è assai più bello del vivere in carcere; chi ne dubita? Eppure anche nelle miserie d’un carcere, quando ivi si pensa che Dio è presente, che le gioie del mondo sono fugaci, che il vero bene sta nella coscienza e non negli oggetti esteriori, puossi con piacere sentire la vita. Io in meno d’un mese avea pigliato, non dirò perfettamente, ma in comportevole guisa, il mio partito. Vidi che non volendo commettere l’indegna azione di comprare l’impunità col procacciare la rovina altrui, la mia sorte non poteva essere se non il patibolo od una lunga prigionia. Era necessità adattarvisi. — Respirerò finchè mi lasciano fiato, dissi, e quando me lo torranno, farò come tutti i malati allorchè son giunti all’ultimo momento. Morrò. —

Mi studiava di non lagnarmi di nulla, e di dare all’anima mia tutti i godimenti possibili. Il più consueto godimento si era di andarmi rinnovando l’enumerazione dei beni che avevano abbellito i miei giorni: un ottimo padre, un’ottima madre, fratelli e sorelle eccellenti, i tali e tali amici, una buona educazione, l’amore delle lettere, ec. Chi più di me era stato dotato di felicità? Perchè non ringraziarne Iddio, sebbene ora mi fosse temperata dalla sventura? Talora facendo quell’enumerazione m’inteneriva e piangeva un istante; ma il coraggio e la letizia tornavano.

Fin da’ primi giorni io aveva acquistato un amico. Non era il custode, non alcuno de’ secondini, non alcuno de’ signori processanti. Parlo per altro d’una creatura umana. Chi era? — Un fanciullo, sordo e muto, di cinque o sei anni. Il padre e la madre erano ladroni, e la legge li aveva colpiti. Il misero orfanello veniva mantenuto dalla Polizia con parecchi altri fanciulli della stessa condizione. Abitavano tutti in una stanza in faccia alla mia, ed a certe ore aprivasi loro la porta affinchè uscissero a prender aria nel cortile.

Il sordo e muto veniva sotto la mia finestra, e mi sorrideva, e gesticolava. Io gli gettava un bel pezzo di pane: ei lo prendeva facendo un salto di gioia, correva a’ suoi compagni, ne dava a tutti, e poi veniva a mangiare la sua porzioncella presso la mia finestra, esprimendo la sua gratitudine col sorriso de’ suoi begli occhi.

Gli altri fanciulli mi guardavano da lontano, ma non ardìano avvicinarsi: il sordo-muto aveva una gran simpatia per me, nè già per sola cagione d’interesse. Alcune volte ei non sapea che fare del pane ch’io gli gettava, e facea segni ch’egli e i suoi compagni aveano mangiato bene, e non potevano prendere maggior cibo. S’ei vedea venire un secondino nella mia stanza, ei gli dava il pane perchè me lo restituisse. Benchè nulla aspettasse allora da me, ei continuava a ruzzare innanzi alla finestra, con una grazia amabilissima, godendo ch’io lo vedessi. Una volta un secondino permise al fanciullo d’entrare nella mia prigione: questi, appena entrato, corse ad abbracciarmi le gambe mettendo un grido di gioia. Lo presi fra le braccia, ed è indicibile il trasporto con cui mi colmava di carezze. Quanto amore in quella cara animetta! Come avrei voluto poterlo far educare e salvarlo dall’abbiezione in che si trovava!

Non ho mai saputo il suo nome. Egli stesso non sapeva di averne uno. Era sempre lieto, e non lo vidi mai piangere se non una volta che fu battuto, non so perchè, dal carceriere. Cosa strana! Vivere in luoghi simili sembra il colmo dell’infortunio, eppure quel fanciullo avea certamente tanta felicità, quanta possa averne a quell’età il figlio d’un principe. Io facea questa riflessione, ed imparava che puossi rendere l’umore indipendente dal luogo. Governiamo l’immaginativa, e staremo bene quasi dappertutto. Un giorno è presto passato, e quando la sera uno si mette a letto senza fame e senza acuti dolori, che importa se quel letto è piuttosto fra mura che si chiamino prigione, o fra mura che si chiamino casa o palazzo?

Ottimo ragionamento! Ma come si fa a governare l’immaginativa? Io mi vi provava, e ben pareami talvolta di riuscirvi a meraviglia: ma altre volte la tirannia trionfava, ed io indispettito stupiva della mia debolezza.

en:My Ten Years' Imprisonment/Chapter 7

Capo VIII

Nella mia sventura sono pur fortunato, diceva io che m’abbiano data una prigione a pian terreno, su questo cortile, ove a quattro passi da me viene quel caro fanciullo, con cui converso alla muta sì dolcemente! Mirabile intelligenza umana! Quante cose ci diciamo egli ed io colle infinite espressioni degli sguardi e della fisionomia! Come compone i suoi moti con grazia, quando gli sorrido! Come li corregge quando vede che mi spiacciono! Come capisce che lo amo, quando accarezza o regala alcuno de’ suoi compagni! Nessuno al mondo se lo immagina, eppure io stando alla finestra, posso essere una specie d’educatore per quella povera creaturina. A forza di ripetere il mutuo esercizio de’ segni, perfezioneremo la comunicazione delle nostre idee. Più sentirà d’istruirsi e di ingentilirsi con me, più mi s’affezionerà. Io sarò per lui il genio della ragione e della bontà; egli imparerà a confidarmi i suoi dolori, i suoi piaceri, le sue brame: io a consolarlo, a nobilitarlo, a dirigerlo in tutta la sua condotta. Chi sa che tenendosi indecisa la mia sorte di mese in mese, non mi lascino invecchiar qui? Chi sa che quel fanciullo non cresca sotto a’ miei occhi, e non sia adoperato a qualche servizio in questa casa? Con tanto ingegno quanto mostra d’avere, che potrà egli riuscire? Ahimè! niente di più che un ottimo secondino o qualch’altra cosa di simile. Ebbene, non avrò io fatto buon’opera, se avrò contribuito ad ispirargli il desiderio di piacere alla gente onesta ed a se stesso, a dargli l’abitudine de’ sentimenti amorevoli?

Questo soliloquio era naturalissimo. Ebbi sempre molta inclinazione pe’ fanciulli, e l’ufficio d’educatore mi parea sublime. Io adempiva simile ufficio da qualche anno verso Giacomo e Giulio Porro, due giovinetti di belle speranze ch’io amava come figli miei e come tali amerò sempre. Dio sa, quante volte in carcere io pensassi a loro! quanto m’affliggessi di non poter compiere la loro educazione! quanti ardenti voti formassi perchè incontrassero un nuovo maestro che mi fosse eguale nell’amarli!

Talvolta esclamava tra me: Che brutta parodìa è questa! Invece di Giacomo e Giulio, fanciulli ornati de’ più splendidi incanti che natura e fortuna possano dare, mi tocca per discepolo un poveretto, sordo, muto, stracciato, figlio d’un ladrone!... che al più diverrà secondino, il che in termine un po’ meno garbato si direbbe sbirro.

Queste riflessioni mi confondeano, mi sconfortavano. Ma appena sentiva io lo strillo del mio mutolino, che mi si rimescolava il sangue, come ad un padre che sente la voce del figlio. E quello strillo e la sua vista dissipavano in me ogni idea di bassezza a suo riguardo. — E che colpa ha egli s’è stracciato e difettoso, e di razza di ladri? Un’anima umana, nell’età dell’innocenza, è sempre rispettabile. Così diceva io; e lo guardava ogni giorno più con amore, e mi parea che crescesse in intelligenza, e confermavami nel dolce divisamento d’applicarmi ad ingentilirlo; e fantasticando su tutte le possibilità, pensava che forse sarei un giorno uscito di carcere ed avrei avuto mezzo di far mettere quel fanciullo nel collegio de’ sordi e muti, e di aprirgli così la via ad una fortuna più bella che d’essere sbirro.

Mentre io m’occupava così deliziosamente del suo bene, un giorno due secondini vengono a prendermi.

— Si cangia alloggio, signore.

— Che intendete dire?

— C’è comandato di trasportarla in un’altra camera.

— Perchè?

— Qualch’altro grosso uccello è stato preso, e questa essendo la miglior camera... capisce bene...

— Capisco: è la prima posa de’ nuovi arrivati.

E mi trasportarono alla parte del cortile opposta, ma, ohimè! non più a pian terreno, non più atta al conversare col mutolino. Traversando quel cortile, vidi quel caro ragazzo seduto a terra, attonito, mesto: capì ch’ei mi perdeva. Dopo un istante s’alzò, mi corse incontro; i secondini volevano cacciarlo, io lo presi fra le braccia, e, sudicietto com’egli era, lo baciai e ribaciai con tenerezza, e mi staccai da lui — debbo dirlo? — cogli occhi grondanti di lagrime.

en:My Ten Years' Imprisonment/Chapter 8

Capo IX

Povero mio cuore! tu ami sì facilmente e sì caldamente, ed oh a quante separazioni sei già stato condannato! Questa non fu certo la men dolorosa; e la sentii tanto più che il nuovo mio alloggio era tristissimo. Una stanzaccia, oscura, lurida, con finestra avente non vetri alle imposte, ma carta, con pareti contaminate da goffe pitturacce di colore, non oso dir quale; e ne’ luoghi non dipinti erano iscrizioni. Molte portavano semplicemente nome, cognome e patria di qualche infelice, colla data del giorno funesto della sua cattura. Altre aggiungeano esclamazioni contro falsi amici, contro se stesso, contro una donna, contro il giudice, ec. Altre erano compendi d’autobiografia. Altre contenevano sentenze morali. V’erano queste parole di :

«Coloro che combattono la religione imparino almeno qual ella sia, prima di combatterla. Se questa religione si vantasse d’avere una ve- duta chiara di Dio, e di possederlo senza velo, sarebbe un combatterla il dire, che non si vede niente nel mondo che lo mostri con tanta evidenza. Ma poichè dice, anzi, essere gli uomini nelle tenebre e lontani da Dio, il quale s’è nascosto alla loro cognizione, ed essere appunto il nome ch’egli si dà nelle Scritture, Deus absconditus... qual vantaggio possono essi trarre, allorchè nella negligenza che professano quanto alla scienza della verità, gridano che la verità non vien loro mostrata?»

Più sotto era scritto (parole dello stesso autore):

«Non trattasi qui del lieve interesse di qualche persona straniera; trattasi di noi medesimi e del nostro tutto. L’immortalità dell’anima è cosa, che tanto importa e che toccaci sì profondamente, che bisogna aver perduto ogni senno per essere nell’indifferenza di saper che ne sia».

Un altro scritto diceva:

«Benedico la prigione, poichè m’ha fatto conoscere l’ingratitudine degli uomini, la mia miseria, e la bontà di Dio».

Accanto a queste umili parole erano le più violente e superbe imprecazioni d’uno che si diceva ateo, e che si scagliava contro Dio come se si dimenticasse di aver detto che non v’era Dio.

Dopo una colonna di tai bestemmie, ne seguiva una di ingiurie contro i vigliacchi, così li chiamava egli, che la sventura del carcere fa religiosi.

Mostrai quelle scelleratezze ad uno de’ secondini, e chiesi chi l’avesse scritte. — Ho piacere d’aver trovata quest’iscrizione, disse: ve ne son tante, ed ho sì poco tempo da cercare! —

E senz’altro, diessi con un coltello a grattare il muro per farla sparire.

— Perchè ciò? dissi.

— Perchè il povero diavolo che l’ha scritta, e fu condannato a morte per omicidio premeditato, se ne pentì, e mi fece pregare di questa carità.

— Dio gli perdoni! sclamai. Qual omicidio era il suo?

— Non potendo uccidere un suo nemico, si vendicò uccidendogli il figlio, il più bel fanciullo che si desse sulla terra. —

Inorridii. A tanto può giungere la ferocia? E siffatto mostro teneva il linguaggio insultante d’un uomo superiore a tutte le debolezze umane! Uccidere un innocente! un fanciullo!

en:My Ten Years' Imprisonment/Chapter 9

Capo X

In quella mia nuova stanza, così tetra e così immonda, privo della compagnia del caro muto, io era oppresso di tristezza. Stava molte ore alla finestra la quale metteva sopra una galleria, e al di là della galleria vedeasi l’estremità del cortile e la finestra della mia prima stanza. Chi erami succeduto colà? Io vi vedeva un uomo che molto passeggiava colla rapidità di chi è pieno d’agitazione. Due o tre giorni dappoi, vidi che gli avevano dato da scrivere, ed allora se ne stava tutto il dì al tavolino.

Finalmente lo riconobbi. Egli usciva della sua stanza accompagnato dal custode: andava agli esami. Era !

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