Prefazione
L'amore che porto a Saluzzo, mia città nativa, m’ha indotto a cantare un fatto luttuosissimo, che trovasi ne’ suoi annali, al secolo XIV. Il Marchesato di Saluzzo era di qualche importanza a quei tempi, e la vicenda di cui parlo si collegava colle passioni che ferveano per tutta Italia.
Nel 1336 Tommaso II succedette al padre nella signorìa di Saluzzo, ma gli fu contrastato il seggio da Manfredo suo zio. Tommaso avea per moglie Riccarda Visconti di Milano, ed era quindi uno de’ Principi ghibellini, ai quali i Visconti erano capo, tutte le speranze della parte ghibellina appoggiandosi a quel tempo sovra Azzo fratello di Riccarda di Saluzzo, e poscia sovra Luchino Visconti, loro zio.
Manfredo si professò guelfo per avere la protezione del potentissimo capo de’ guelfi, Roberto Re di Napoli, della casa d’Angiò. Era questi un ragguardevole monarca per ingegno e per posse- dimenti. Oltre al suo regno ed alla contea di Provenza, suo avito dominio, gli appartenevano, per diritti veri o dubbii, parecchie signorìe qua e là in tutta la lunghezza della penisola. Roma e Firenze lo riconoscevano per protettore. Sventolava la sua bandiera sopra molte castella delle terre Lombarde, Monferrine, Astigiane, Piemontesi. A lui obbedivano Savigliano, Fossano, Cuneo ec. Non conduceva eserciti egli medesimo, e teneva tutti quei disseminati dominii con masnade Provenzali, Napoletane o d’altre razze, sotto al comando di valorosi baroni, i quali, governando ciascuno a modo suo, mal sapeano affezionare le genti al loro sovrano. Voleva Roberto far cadere la potenza ghibellina de’ Visconti, e domare tutti gli Stati Italiani; ma non essendo egli d’indole guerriera, operava con lentezza, e non conseguì mai l’ardito proposto. Guelfi e ghibellini si vantavano a vicenda d’essere i veri amanti della nazione, i veri fautori della civiltà, della giustizia, della causa di Dio; ed intanto mal si sarebbe distinto da qual lato fossero più errori e più colpe, benchè in tali tenebre pur lampeggiassero alcune alte virtù. L’età era cavalleresca e religiosa, con elementi di gelosie repubblicane. Tutto ciò è sommamente poetico.
A que’ giorni viveano con immensa fama di dottrina e , ed altri uomini sommi; ed il re Roberto ed i Visconti si gloriavano d’averli ad amici. Siccome il Marchesato di Saluzzo attraeva gli occhi della corte di Napoli, non è maraviglia che il Boccaccio abbia dato luogo fra le sue più nobili novelle alla Saluzzese Griselda.
Mentre quella splendida corte era modello di gentilezza, le schiere di Roberto, capitanate dal siniscalco Bertrando del Balzo, provenzale, e congiunte con altre armi, proruppero ne’ nostri paesi per sostenere i pretesi diritti di Manfredo, empierono di rubamenti e di carnificine la contrada, espugnarono ed incendiarono Saluzzo, presero prigione il marchese Tommaso co’ suoi figliuoli, gareggiarono con Manfredo a commettere ogni barbarie, e così in breve disingannarono coloro fra i prodi Saluzzesi che avevano sognato in Roberto un semidio, e ne’ suoi guelfi altri semidei, chiamati ad abolire le antiche ingiustizie, ed a stabilire in Italia il secolo della sapienza e della rettitudine.
Ottenne Tommaso per riscatto la libertà, e trovando che Manfredo e tutti i guelfi erano esecrati, si volse ad adunare nuova oste di ghibellini, v’aggiunse uno stuolo assoldato di lance straniere, ma ben disciplinate, guerreggiò e vinse. Il tiranno Manfredo e i suoi alleati furono espulsi.
Questi avvenimenti di Saluzzo sono il soggetto della mia Cantica. Tratta di essi con assai numero di rilevanti particolarità la storia di Saluzzo di , e di suo figlio; ed ivi leggesi pubblicato la prima volta da esso Carlo uno scritto, in cui il cominciamento di quella guerra e delle crudeltà di Manfredo è dipinto con forza da autore di quel secolo, stato anzi egli medesimo testimonio della distruzione del luogo nativo. Quello scritto intitolato Calamitas calamitatum, Commentariolum Iohannis Iacobi de Fia, rivela nell’uomo che lo dettava una mente colta e generosa. Ei dimandava al cielo, e presagiva la caduta degl’invasori. — (Ploremus ergo coram Deo, poeniteat nos iniquitatum nostrarum, et a praesenti calamitate calamitatum maxima liberi facti erimus).
La cacciata degli stranieri diede novella virtù ai Saluzzesi; le discordie civili scemarono, e s’estinse a que’ giorni con Roberto la gloria della fatale casa d’Angiò, che aveva cotanto illuso ed insanguinato l’Italia. Carlo, figlio di Roberto, era premorto al padre, e lo scettro passò nelle mani di Giovanna, figlia di Carlo, la quale, rea dell’uccisione d’un marito, patì infiniti guai, ed infine dal vendicatore del primo marito fu data a morte.
I
Dolce Saluzzo mia! terra d’antiche Nobili pugne, e d’alternate sorti Prospere e infelicissime, e d’ingegni Che t’onoràr con gravi magisteri, 5O con bell’arti, o con sincere istorie, O coll’affettüoso estro che splende In ognun che ti canta, e vieppiù splende Sovra l’arpa gentil di Dëodata,
Tua prediletta figlia! Io ti saluto, 10O terra de’ miei padri, e dall’affetto Che ti porto, m’ispiro oggi cantando Un tuo illustre dolor d’anni lontani, Che fu dolor da forti alme compianto, E da forti alme sopportato e misto 15Ahi troppo! a colpe, ma pur misto a esempi Di patrio amor, di lealtà e di senno. O fantasia, sulle tue magich’ali Toglimi a’ dì presenti, e con gagliardo Vol ritocchiamo il secolo guerriero 20Di Tommaso e Manfredo; il secol pieno Di guelfe e ghibelline ire, che servo Parve e non fu dell’ultimo Angioìno; Il pöetico secol, che dall’ombra Gigantesca di e dalle pure 25Armonìe di , e più dal lume D’ammirabili Santi, era di molti Olocausti di sangue consolato. Fra gl’Itali dominii, ecco Saluzzo Non ultima in possanza: eccola altera 30Di lunga tratta di montagne e valli E feconde pianure, e di castella Governate da prodi: eccola altera De’ prenci suoi. La marchional corona
Fregia Tommaso, affratellato ai grandi 35Ghibellini Visconti, onde Roberto Angiöin dalla sua Napoletana Splendida reggia freme, e agguati ordisce, Impor bramando con novello prence A’ Saluzzesi il guelfo suo stendardo. 40Volgea quella stagion, quando Saluzzo Vede scemar pe’ campi suoi le nevi, E ogni dì s’avvicendano i gelati Estremi soffi dell’inverno, e l’aure Che già vorrebbe intepidir l’amica 45Possa del Sol che a ricrëarci torna. E volgeva una sera, ed a tard’ora Entro alla cara sua celletta prono Stava orando il canuto Ugo, dolente Che involontaria a’ preghi si mescesse 50Nel suo intelletto or questa cura or quella Di Staffarda pel chiostro, onde ei cingea L’infula veneranda. E benchè antico Nelle salde virtù di pazïenza E d’umiltà, pur non potea ne’ preghi 55Trovar facil quïete, anco ove miti Talor dei monaster fosser gli affanni, Perocch’ei molte conoscea secrete D’alti alberghi sfortune e di tugurii,
E d’innocenti peregrini oppressi; 60E la mente magnanima del vecchio Compatìa in tutti i cuori illustri o bassi Delle colpe gli strazi e quei del pianto. Or mentre inginocchiato ei le divine Grazie per tutti invoca, ode la squilla 65Che a notte suona il vïator venuto Alla porta ospital. Sospeso allora Il conversar con Dio, s’alza ed appella Un de’ laici fratelli, e — Va, gli dice; Provvedi tu che all’arrivante abbondi 70Di carità dolcissima il conforto, Chiunque ei sia. Quindi, umilmente curva La nivea fronte, eccol di nuovo a’ piedi Del Crocefisso, e nell’orar diceva: — Or chi sarà questo ramingo? Oh fosse 75Tal di que’ mesti a cui giovar potessi! D’accelerati e poderosi passi D’un cavalier sonar sembran le volte; Poscia addotto dal laico entro la cella Viene . . . Eleardo. — Oh amato zio! — Nepote, 80Onde tu di Staffarda alla Badìa?
Il laico si ritrasse. I duo congiunti Si strinsero le destre, e il giovin prode Sovra la scarna destra del canuto Le labbra pose, ed ambe allor le braccia 85Aperse questi, e al sen paternamente Il figlio accolse dell’estinta suora. Così il giovin comincia: — Alto mistero Son chiamato a svelarti. — In me fiducia Sai qual tua madre avesse; abbila pari. 90— Dacchè in Saluzzo reduce son io Dalla corte di Napoli e dal Tebro, Poche fïate al fianco tuo m’assisi, E assai pensieri d’Eleardo ignori. — E l’ignorarli mi mettea paure, 95Che forse sgombrerai. — Padre, mentita È la fama che sparsa han da Milano I perfidi Visconti incontro al vero Proteggitor d’Italia tutta e nostro. In benefizi alto, fedel, possente 100È il regio cor del Provenzal Roberto: Ei la Chiesa vuol grande: ei de’ tiranni Flagello fia; de’ buoni prenci scampo.
— Bada, o giovin bollente, omai tremenda Splender la luce di quel re straniero 105Che di Napoli al serto altre aggiungendo Minori signorìe, stende sue lance Di castello in castel, di villa in villa, Fra’ Romani, fra’ Toschi e fra’ Lombardi, E feudi suoi non pochi ha in Monferrato 110E in Piemontesi sponde. A molti egregi Dubbia pietà è la sua sulle miserie Delle irate, cozzanti, Itale stirpi. — Dubbia fu dianzi, or più non è. Sol una Appalesasi speme, un sol desìo 115In re Roberto e nel Pastor del mondo: Concordia vonno e giuste leggi, e freno Ad eresìe, a tirannidi, a macelli: Collegare in un patto a comun gloria Vonno e prenci e repubbliche e baroni. 120— Del supremo Pastor ferve nel petto Ansïetà pe’ figli suoi sublime; Il so: ma in petto di Roberto ferve Pericolosa ambizïon. — Tal grida Del ghibellin Visconte la calunnia, 125Ma smascherato è l’impostor. Lui regge Ed ognor resse ambizïon! Lui preme
Sete d’oro e di sangue! In Lombardia Ei d’un mortal più non possede il core: Sospiran ivi tutti i buoni o il braccio 130Liberator dell’Alemanno Augusto, O della serpe Viscontèa sul capo La folgor pontificia, e i benedetti Brandi del re. Quanto i Lombardi omai Da quella fatal serpe avviluppati, 135Contaminati, laceri, scherniti Non ci vediam noi Saluzzesi forse, Dacchè sposa al Marchese incantatrice Venne Riccarda, e tracotante stormo D’Insubri cortegiani accompagnolla? 140— Figlio, ricorda ch’altre volte io seppi Quell’ira tua sedar. Ragioni mille Di Saluzzo il dominio alla fortuna Stringono di Milano. — Oggi disciolta È l’infernal necessità. — Che intendi? 145— Svelta alfin oggi dall’ignobil crine Del marchese Tommaso è la corona. — Oh ciel! che parli? Come? — Oggi Saluzzo E delle valli sue tutti i baroni
150Mutan sommo signor: nel seggio ascende Del marchesato . . . — Chi? — Manfredo. — Un sogno, Un sogno è il tuo: Manfredo osò la mano Stendere al serto del nepote un giorno, Ma pochi il secondaro, e giurò pace. 155— Fur vïolati da Tommaso i sacri Vincoli della pace, e l’insultato Manfredo sorge con diritto, e pugna. — Foggiati insulti! Agli occhi miei rifulge Di Tommaso la fede. — Or cessa, o zio, 160Di compianger l’iniquo, e sostenerlo. A quest’ora medesma in ch’io ti parlo, Invitte squadre ascosamente tratte Son da più lati del Piemonte, l’une Da Savigliano e circostanti borghi 165Obbedïenti al re, l’altre portando La Taurinense e la Sabauda insegna; Ed a lor si congiunge Asti, ed il nerbo De’ Monferrini guelfi; e, pria che albeggi, Saluzzo investiranno, e di Saluzzo 170Da interni guelfi s’apriran le porte.
— Perfidia tanta ah! non permetta il cielo! — Manfredo, signor nostro, a te m’invia, A te ch’egli ama e venera, e possente Crede appo Dio. — Che vuol da me il fellone? 175— T’acqueta. — Che vuol ei? — Rende onoranza A quella fama tua che in parte celi Per umiltade, e forse in parte ignori, Ma che sul volgo e sui baroni è immensa. Il vigor de’ Profeti è nel tuo sguardo, 180Nella parola tua, nell’inclit’opre! Nè fur poste in obblìo le ardimentose Verità che portate hai cento volte In nome dell’Eterno a’ pie de’ forti. Banditor oggi te desìa, te vuole 185Di verità terribili Manfredo: Vieni i Visconti a maledir nel campo, Vieni in Saluzzo a maledirli; vieni Tommaso a maledir, che a’ ghibellini Fatto s’era mancipio; e il tuo ispirato 190Ingegno volgi a secondar gl’intenti Di chi protegge i popoli e il diritto. Balza a tai detti dal suo antico seggio
Il sacro vecchio, e grida: — Oh sconsigliati! Oh foss’io in tempo! Oh, me vestisse Iddio 195Del vigor de’ Profeti un giorno solo! Ov’è Manfredo? — Il menan le notturne Ombre colla invadente oste a lui fida. — Mi si bardi il corsier, prorompe l’altro. E mentre il laico diligente move 200Ad obbedir, l’illustre coppia ancora Entro la cella si sofferma, e scambia Dell’agitato alterno animo i sensi. — Figlio, sedotto sei. Più che a te noti Di Roberto e Manfredo i cor mi sono. 205Ottimo è il re, ma in Napoli, ove lieto Di splendid’arti e cortesìa sfavilla: Lunge di là, malefico è il suo genio, Però che illude cavalieri e volgo Con brame empie di guerra e di rivolta. 210E mentre a chi gli sta vicino ei mostra Amabili virtù, sparge per tutte Le vie della penisola protetta Superbi capitani a intimar pace, Depredando, uccidendo e soggiogando. 215Tal è il vantato amico re. Gli giova Scemar la possa de’ Visconti, a noi
Unici grandi appoggi; ed a quel fine Oggi stromento egli Manfredo elegge. — A Manfredo parlando e a’ regii duci, 220Dissiperassi il tuo terror. Brandite Furon le generose armi con alto, Solenne giuro d’elevar gli oppressi, Ed atterrar chi leggi ed are spregia. — Di chi s’avventa a qual sia guerra, è il giuro. 225— Vedrai di stirpe Saluzzese egregi Baroni alzar la Manfredesca insegna. — So che vedrovvi tra i cospicui illusi Quell’Arrigo Elïon che ti governa, Sua figlia promettendoti. Arrossisci? 230Pur troppo non errai. — Più che gli affetti, Seguir ragione e coscïenza intendo. Bardato del canuto è il palafreno, E accanto ad esso scalpita il corsiero Del giovin cavalier. Brevi l’abate 235Lascia a’ monaci suoi caute parole; Di sua man l’acqua santa a lor comparte, Li benedice, ed eccolo salito Guerrescamente sull’arcion, siccome Uom, che pria della tonaca ha vestito 240Corazza e maglia, e nome ebbe di prode.
Stride sui ferrei cardini la porta Del monastero, e si spalanca. Entrambo Escon gl’illustri, e su minor cavalli Duo servïenti; e soffermato resta 245In sulla soglia il monacal drappello, Cui s’abboccò l’abate alla partita. — Che fia? Si dicon con alterno sguardo Paventando sciagure, ed ignorando Le sovrastanti stragi. Intanto s’ode 250La campanella de’ notturni salmi, E vien chiusa la porta, e traversato L’ampio cortil, tutta la pia famiglia Entra nel tempio e tragge al coro, e canta.
II
All’ombra delle chiese oh fortunata 255Pace, in secoli d’odii e tradimenti! Ivi mentre ne’ campi arse talora Venìan le messi, e al villanello afflitto Il guerriero aggiugnea scherni e percosse, E mentre in borghi ed in città i fratelli 260Trucidavan fratelli, e mentre noto Andava questo e quel castel per nappi Di velen ministrati, e per pugnali Vibrati nelle tenebre, e per donne,
Che il geloso, implacabile barone 265Seppellìa vive delle torri in fondo, Il monaco espïava or sue passate Colpe, or le colpe delle stirpi inique: E non di rado quelle sacre lane Coprìano ingegni sapïenti e miti, 270Stranieri al secol lor, com’è straniero Fra malefici sterpi il fior gentile, E fra cocenti arene il zampillìo Ospital d’una fonte, e fra selvagge Masnade un cor che sopra i vinti gema. 275Intanto che a Staffarda i coccollati Salmeggiavano in coro, e che l’antico Ugo sul palafreno i pantanosi Sentieri e le boscaglie attraversava, Mossa da Moncalier, tragge a Saluzzo 280Moltitudine varia e spaventosa Di regie insegne e d’alleati, e insieme Co’ guerrieri diversi orrende bande Di comprati ladroni. Il sommo duce È Bertrando del Balzo, altero e prode 285Siniscalco del rege, e di Bertrando Primo seguace è il traditor Manfredo, Ch’entrambo i suoi fratelli sconsigliati Seco strascina alla malvagia impresa.
Giunger vonno di notte appo le mura 290Insidïate, e lor sorride speme Ch’a suon di trombe s’apra ivi la porta. Ma precorsa è la fama, e quando arriva L’oste a’ piè di Saluzzo, e dagli araldi Si suonano le trombe, al suono audace 295Interna intelligenza non risponde, E nessun ponte levatoio scende Degl’invasori al passo. Irte le mura Stan di lance fedeli, scintillanti Al raggio della luna, e dal lor grembo 300Piovon sull’oste urli di rabbia, e dardi; Ed a quegli urli universal succede Il grido popolar: — « Viva Tommaso! ». Sì che Manfredo per livor si morde Ambe le labbra, e al baldanzoso volgo 305Giura dar pena d’infinite stragi. Il Provenzal Bertrando, alma beffarda, Dell’amistà del rege insuperbita, Quasi rege teneasi, e agevolmente Sovr’ogn’italo sir vibrava scherni. 310Prorompe ei quindi in tracotante riso, E voltosi a Manfredo: ― Ecco, gli dice, Quel che ne promettesti universale Amor per te de’ Saluzzesi spirti!
Poi dopo il riso atteggiasi a disdegno: 315— Tutti siete così! Promesse, vanti, Folli speranze! ed ardui indi i perigli, Lunghe le imprese, ed il mio re frattanto Per vantaggi non suoi perde i suoi prodi! — T’acqueta, dice con infinta calma 320Il fremente Manfredo; oltre poch’ore Non dureran gl’inciampi: un solo basta Gagliardo assalto, e il disporrem veloci. Mentre a dispor l’assalto ardimentosi Coopran gl’intelletti de’ supremi 325E l’obbedir delle volgari turbe, Congegnando, apprestando armi, brocchieri, Ferrate travi e macchine scaglianti, E tutta la pianura è voce e moto E cigolìo di carri, e picchiamento 330Di mannaie che atterrano le piante, E stridere di pietre agglomerate, E in mezzo alle fatiche or la bestemmia E l’impudente ghigno, ed ora il canto — Dentro Saluzzo non minor s’avviva 335Il poter delle menti e delle braccia Per la sacra difesa. Ignoti e pochi Sono gl’interni traditori, e a mille Ardono i cuori allo stendardo uniti
Del marchese Tommaso. Ei di que’ prenci 340Magnanimi era, ch’ove rischio appaia, Brillan di nova luce, e più sublime Han la parola, e più sublime il guardo, E quasi per magìa destan ne’ petti Della poc’anzi malignante plebe 345Amor, concordia, ambizïon gentile. Pressochè in tutte l’alme ivi obblïato È questo o quell’error che, apposto o vero, Jer gran macchia parea sovra Tommaso: Più non vedesi in lui che un assalito 350Posseditore di paterni dritti, Un amato signor, una man pia Che premiava e puniva e sorreggeva, E ch’uopo è conservar. Sì che la stessa Bellissima Riccarda, onde cotanto 355A’ Saluzzesi dispiacea la stirpe, Più d’abborrita origine non sembra, Or che il popol la vede paventosa, Ma non già vil, dividere i perigli E le cure del sir. La sua bellezza 360Molce i fedeli armati; il suo linguaggio Più non suona stranier, benchè lombardo. E quand’ella e Tommaso, a destra, a manca, Parlan di speme nell’accorrer pronto
Dell’armi de’ Visconti a lor salvezza, 365Esultan gli ascoltanti e mandan plauso. Al declinar di quell’orribil notte Ugo nella invadente oste arrivava Con Eleardo, e trassero al cospetto Del regio siniscalco e di Manfredo. 370Alzò Manfredo un grido di contento All’apparir del vecchio, ed a Bertrando Lo presentò dicendo: — O sir del Balzo, Eccoti di Staffarda il presul santo, Colui, che per bell’opre onnipossente 375Fama sul popol di Saluzzo ottenne! Il cor certo gli splende a questa aurora D’un avvenir pe’ nostri patrii lidi Più glorïoso e fortunato e giusto. Avvicinossi ad Ugo il siniscalco, 380E celando nell’alma dispettosa Il disamore e il tedio, un reverente Foggiò sorriso, e disse: — Anco il monarca Serba di te memoria, o illustre padre, E qui trionfo, non dall’arme tanto, 385Che ben darglielo ponno, egli desìa, Quanto dall’opra del tuo amico senno. Indi Manfredo ripigliò i motivi A spiegar della guerra, annoverando
Frodi e stoltezze e ineluttabili onte 390Sul nome di Tommaso accumulate, Perchè ligio all’astuta Insubre possa, Ed uopi urgenti di riparo, e prove Che il maggior uopo a’ Saluzzesi fosse E a tutta Italia l’unità d’omaggio 395Di quanti erano feudi al re Roberto. Ed Ugo ai cavalieri: — Il mio suffragio Certo sarìa per la comun concordia Sotto uno scettro o ghibellino o guelfo, Ma non basta d’afflitti animi il voto 400Perchè cessi il poter dell’ire antiche In un popol di stirpi concitate Ad aneliti varii e a varii lucri; E ragioni si schierano possenti Al mio intelletto, sì ch’io neghi al regno 405D’uno straniero in Puglia incoronato Il giunger con sua fama e co’ suoi brandi A collegarci a reverenza e pace. — Pensa, o canuto, ch’alto assunto è il nostro: Degna è di te l’aïta. — Aïta bramo 410Recarvi, sì: guisa sol una io scorgo. — Qual? — Del popolo agli occhi e degli armati
Intercessor presenterommi a voi, E per religïone ambi e clemenza 415Sospenderete le battaglie, e intanto A Napoli n’andrò. Placherò, spero, L’augusto re; lo distorrò da impresa Onde gli torneria danno ed obbrobrio; E se leso alcun dritto era a Manfredo, 420Per saldi patti ei risarcito andranne. — Proporne indugio alle battaglie è vano: Impermutabil di Roberto è il cenno; E mal vai profetando obbroobrio e danno A chi certezza piena ha di vittoria. 425Solo uno sguardo a nostre schiere volgi, E vedrai che Saluzzo oggi s’espugna. — Espugnarla potrete, ed il ricovro Forse tor del castello al vinto sire, E prigion trascinarlo, e dalle chiome 430L’avito serto marchional strappargli, E tu, Manfredo, ornartene la fronte. Io non ciò vi contendo; io, per l’antico Conoscimento mio di questa terra E degli animi suoi, sol vi dichiaro, 435Che al crollar di Tommaso, ardua e non ferma Vittoria avreste. In cor de’ più, gagliarde Son le eredate ghibelline fiamme,
Gagliarda quindi l’amistà a’ Visconti, Gagliardo l’odio per le guelfe insegne. 440Picciol popolo siam, ma ci dan forza E l’arme de’ Visconti e il nostro ardire, E l’indol Saluzzese, aspra, selvaggia, Che paure non piegan ne’ supplizi. — Obblii ch’io pur son Saluzzese, e mai 445Non mi piegan paure. — In te, Manfredo, Splenda il miglior degli ardimenti: quello D’anteporre alle gioie empie del brando Una gloria più pia, l’amabil gloria D’allontanar dalle tue patrie rive 450Una guerra funesta! — Altra favella Assumi, o vecchio. Se t’è caro ufizio Scemar l’orror d’inevitata guerra, Sposa il vessillo mio, movi alle mura Assedïate, i cittadini arringa, 455Traggili a sottopormisi. — Non posso! Nol debbo! Ufizio mio giovevol solo Esser ponno le supplici parole, E l’aprirvi, quai Dio me li palesa, I forti avvisi. Trattenete i brandi,
E se ingiustizia fu in Tommaso, al dritto Basteran le ragioni a richiamarlo, Ed indi a pochi dì voi satisfatti E glorïosi e senza ira di sangue, 465Benedetti dai popoli e dal cielo, Trarrete a vostre sedi. Ove sospinto Da ambizïone e da rancori antichi Tu inesorabilmente alla corona Di Saluzzo, o Manfredo, oggi agognassi, 470E afferrarla potessi, in odio fora Il nome tuo a’ soggetti, e, pur volendo, Felici farli non potresti. Iniqua Necessità di gelosie e vendette Nasce da civil guerra, e l’usurpante 475Non si sostien fuorchè a perpetuo patto Di timori e carnefici. E si ponga Che dianzi mal reggesse il prence vinto, L’esser vinto o fuggiasco ovver sotterra Amicherà al suo nome i cuori molti 480Che offeso avrai; s’obblïeranno i torti Del perduto signor; s’abbelliranno Le ricordate sue virtù. Lui spento, Sorgeran prenci astuti o generosi Per vendicarlo, e s’anco astuti ed empi 485Fossero in cor, venereralli il volgo,
Giocondo sempre d’abborrire un forte, Che per ingegno e vïolenza regni. E a cotal colleganza d’assalenti Quai son le forze che opporrìa Manfredo? 490— Le regie forze! esclama furibondo Il Provenzal barone. — In molte guerre Il vostro re s’avvolge, Ugo ripiglia, E ove sia con gagliarde armi assalito Per altri lidi, a propugnarli io veggo 495Receder queste schiere, e te, Manfredo, Veggo fremente e povero d’acciari, E tradito da’ tuoi! . . . Qui del profeta Interrompon la voce i capitani. Egli alza il Crocefisso, ed umilmente 500Prega i superbi, e pregali pel nome Del Redentor. Respinto viene, e sorge Più d’un ferro dell’oste a minacciarlo. Scudo al monaco feansi alcuni prodi, E fra questi Eleardo. Il santo vecchio 505Di scherni non tremò, nè di minacce, E più fïate ripetè ai felloni: — L’impresa vostra maledice Iddio!
III
Di te, Religïon, nobile è ufficio, L’affrontare imperterrita coll’arme 510Delle temute verità i superbi, Pur con periglio d’onta e di martirio! E quell’uficio, oh quante volte i veri Sacerdoti di Dio forti adempièro! Talor sotto l’acciar de’ vïolenti 515Perìan que’ venerandi, e talor rotti E insanguinati, e carichi di ferro Venìan sepolti in erma, orrida torre: Nè dai tremendi esempi sbigottito Era il cor d’altri santi. E se la voce 520D’un’alma pura e consecrata all’are Da iniqui prodi spesso iva schernita, Pur non inutil pienamente ell’era: Schernita andava, ma ponea ne’ petti Di que’ feroci inverecondi un germe 525Che forse un dì fruttava; ed era un germe Religïoso di terrore. E in mezzo A tai feroci petti, alcun pur sempre Te n’avea di men guasto, a cui l’ardita Sacerdotal, magnanima parola 530Or di cospicui presuli, or d’umìli
Fraticelli o romiti in patrocinio Degl’innocenti, era parola invitta Che con pronti rimorsi il tormentava, Sì che riedesse a carità ed onore. 535Compagno fessi al vecchio Ugo per molti Passi Eleardo oltre al terren coperto Da quelle schiere di crudeli armati, Indi, con grave d’ambidue cordoglio, Il nipote strappossi dalle invano 540Tenaci braccia dell’amato antico. Ahi! senza pro sclamava questi: — Oh figlio! Qui non m’abbandonar! Più fra quell’empie Insegne che il Signore ha maledette Pel labbro mio, deh non ritrarre il piede! 545Te ne scongiuro per la sacra polve Della mia suora, a te sì dolce madre! Te ne scongiuro per la polve illustre Del tuo buon genitore e de’ nostr’avi, Che fidi cavalieri ed incolpati 550Furon sostegni tutti a chi in Saluzzo Stringea con dritto il signorile acciaro! Esci dal laccio che al tuo core han teso I rapaci stranieri! A me, alla patria, Al tuo prence ritorna. Infamia e lutto 555Sta con Manfredo, con Tommaso il cielo!
Udìa Eleardo il prolungato grido Del supplice canuto, ed il veloce Corso intanto seguìa. Ma benchè sordo Paresse e irreverente, a lui que’ detti 560Eran quai dardi all’anima commossa, E vïolenza a sè medesmo ei fea Non fermando il suo corso, e non volgendo Il piè per rigittarsi alle ginocchia Del caro supplicante. Il pro’ Eleardo 565S’ostinava per varii ignoti impulsi A ritornar fra i collegati duci, Cercando creder ch’ei virtù seguisse, Ed Ugo fosse un tentatore, un cieco D’errori amico. Intende il cavaliero 570Ad ogni vil tentazïon lo spirto Incolume serbare: idolo intende Virtù, virtù, non larva farsi alcuna! Virtù vuol ravvisar, virtù secura Nelle giurate splendide fortune, 575Che il re Angioìno ai Saluzzesi e a tutta La penisola appresta. Ei quel monarca Ed i suoi capitani, e più Manfredo Vuol reputar veraci eroi. Ma pure . . . . Ad onta del proposto, il sen gli rode 580Nascente dubbio irresistibil. Cela
Questo dubbio, ma il porta, e così giunge Turbato, afflitto ai Manfredeschi brandi. A molti il cela, sì, non a sè stesso; E ondeggia alquanto, indi neppur celarlo 585Può al genitor della donzella amata, Guerrier, cui lo stringea più che ad ogn’altro Pia reverenza. E sì gli parla: — Oh Arrigo! Appartiamci, m’ascolta: allevïarmi D’occulta angoscia non poss’io, se teco 590Non ne ragiono come a padre. Il fero Barone attento il mira, e con presaga Severità: — Vacilleresti? — Lievi Estimar bramerei del venerando Ugo le voci, e non so dirti quale 595In siffatte or benigne or fulminanti Parole di tant’uom, che onoro ed amo, Splender raggio tremendo oggi mi paia! Aggrotta il ciglio Arrigo, e l’interrompe: — Bada, Eleardo, che al rischioso passo 600Dopo lungo pensar ci risolvemmo; Or paventar nel cominciato calle Obbrobrio fora.
Ma sebbene Arrigo Al giovin cavalier biasmo gettasse, Non men del giovin si sentìa colui 605Perturbato nel cor, per l’ardimento Del fatidico abate, e nel futuro Nubi scorger pareagli atre e sinistre. Dissimulava non pertanto, e saldo Stava come mortal che da gran tempo 610Il proprio senno e i proprii fatti adora. Tal era il truce Arrigo: ei mille volte Morto sarìa, pria che mostrarsi in gravi Opre dapprima certo, indi esitante. Il ferreo vecchio avea ne’ precedenti 615Anni, coll’inquïeta ed iraconda Sua desïanza di giustizia e gloria, E col non mai pieghevole intelletto, Molti alla corte di Tommaso offesi. L’esacerbaron quelli, ed egli volse 620L’animo suo secretamente a’ guelfi Ed a Manfredo, ivi lor duce occulto. Parve a Manfredo egregio essere acquisto L’amistà di tal forte, incanutito In severi costumi; e scaltramente 625Il seppe avvincolar con dimostranze Di sommo ossequio, affinchè il guelfo volgo,
Affidato d’Arrigo alla canizie, Argomentasse tutti esser maturi, Tutti esser giusti gli audacissimi atti 630Cui Manfredo appigliavasi. Ahi! d’Arrigo La canizie coprìa pochi pensieri, Benchè gagliardi, e quell’ardito prence Consigli non chiedea, ma obbedïenza. Arrigo sè medesmo in alto pregio 635Reputa nella mente di Manfredo: A lui si crede necessario, e spesso Immagina que’ dì, quando in Saluzzo Dominerà quel novo sire, ed ivi Migliorate n’andran tutte le leggi. 640Giubila e fra sè dice: — A tanto bene Della mia patria io dato avrò l’impulso! Io sono il genio di Manfredo! Io lui Illuminato avrò! Tener lontana Saprò da lui l’adulatrice turba, 645E gli ottimi innalzar! Beneficate L’adoreran le Saluzzesi terre, Ma unito al nome suo splenderà il mio! Sì grande speme ad Eleardo egli apre, Voglioso d’infiammarlo. Il giovin ode, 650Ma sta sospeso e mesto, indi ripiglia: — Rimaner con Manfredo obbligo è nostro,
S’egli, mantenitor delle più sacre Fra le promesse, non vendetta anela, Ma podestà di padre, e di supremo 655Difenditor de’ nostri antichi dritti. Chè s’egli, come d’Ugo oggi è temenza, Sol esca avesse ambizïone ed ira, E gettasse la larva, e m’apparisse Malefico signor, oh! apertamente 660Gli disdirei servigio, e a cielo e terra Confesserei ch’io per error lo amava! Del magnanimo detto d’Eleardo Stupisce Arrigo, e corrucciato esclama: — Supposto indegno è il tuo! Pensa che solo 665A impermutabil, vero animo guelfo Sposa n’andrà dell’inconcusso Arrigo L’obbedïente figlia! Il disdegnoso Vecchio si scosta, e resta ivi solingo Col suo dolore, e colla sua turbata 670Ma non corrotta coscïenza il prode Amante cavalier. — Volli del giusto Seguir la insegna, e voglio: in me desìo Altro capir non potrà mai! Sospetti Sol mi ponno assalir che non qui sorga,
Non qui del giusto la bramata insegna. E se ingannato mi foss’io? Se falsi Scorgessi i dritti di Manfredo? Ligio Ad armi inique ratterriami forse 680Perfido orgoglio? O ad armi inique ligio Mi ratterrìa questa laudevol fiamma Che in petto chiudo per Maria, per tale, Che tutte illustri damigelle avanza In bellezza e virtù? Mi farei vile 685Per ottener la mano sua? Non mai! Amarti debbo degnamente, o donna Di tutti i miei pensier; debbo onorarti Ogni virtù seguendo e suscitando, S’anco per onorarti, ah! il più crudele 690Mi colpisse infortunio, e te perdessi! Del maggior tempio di Saluzzo all’alto Vertice non lontano erge le ciglia, E curvando ei lo spirto anzi alla croce Che colassù sfavilla, al Signor chiede 695Lume a scernere il vero e a praticarlo. Il divin lume balenogli e crebbe Al guardo suo ne’ dì seguenti, alcuna Non vedendo in Manfredo esser pietosa, Verace cura nel funesto assedio 700Di tutelar gli oppressi e vendicarli,
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The end
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