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Ester d'Engaddi

Silvio Pellico · 1883 · Free in the US

11,321 words · about 48 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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Licence: PD-US · Published in 1883 (before 1931): public domain in the United States. Text and transcription from it Wikisource by Wikisource contributors (transcription licensed CC BY-SA 4.0; contributors: https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Ester_d'Engaddi&action=history). · Wikisource contributors

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About this book

Author
Silvio Pellico
Language
Italian
Published
1883
Length
11,321 words · about 48 min
Sections
8 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (8)
  1. Front matter under 1 min
  2. Personaggi under 1 min
  3. Atto primo about 11 min
  4. Atto secondo about 10 min
  5. Atto terzo about 9 min
  6. Atto quarto about 9 min
  7. Atto quinto about 7 min
  8. Note about 2 min

Continue:

Front matter

. . . . Venezia . . . . . . Giugno 1821.

Indice

Personaggi

AZARIA, capitano degli Ebrei ricoverali in Engaddi.

ESTER, sua sposa, figlia di

ELEAZARO, vecchio martire cristiano.

JEFTE, sommo sacerdote.

Un Bambino.

Sacerdoti.

Popolo.

Guerrieri.

L'azione è nei monti quasi inaccessibili di Engaddi, ove è ricoverata una popolazione d'Ebrei. — Il secolo è il secondo dell'era cristiana, e circa 50 anni dopo la distruzione di Gerusalemme.

Atto primo

Valle cinta di balze scoscesissime. Nel fondo della scena v’è una città tutta di tende. Da un lato sta un grande edifizio, costruito di magnifiche cortine: esso è il Tabernacolo. Sul davanti della scena si scorge alquanto una gran rupe, che toglie chi si ritira di qua da essa alla vista della città. Dalla parte opposta alla rupe, ma in qualche distanza, la prima tenda che si trova è quella di Azaria. — È l’alba.

Oh Engaddi! Oh sacra, inespugnabil valle, Ove al Roman superbo io da Sionne Questa reliquia d’Israel sottrassi! Sovra te mai, se non furtivo, il guardo Porterà dunque Eleazar, l’antico Glorïoso tuo prode? Invan la morte Fuggo dagl’idolatri: una non havvi Tenda fra’ miei, che il capo mio ricovri? Nè ad abbracciar la mia figlia, pur oso Fino alla tenda sua spingere il piede! Qui de’ suoi mattutini inni la voce Ascolto e piango; e il fausto dì sospiro In ch’io parlarle, o almen vederla io possa. Parlarti, si! Nella tua mente il raggio Porger del ver, che l’Uom-Iddio fe’ aperto A’ genitori tuoi! Questa è la speme Che qui a periglio il vecchio esul conduce!

«Luna e stelle della notte, Del mattino dolce albore, Astro, oceano di splendore, Terra e ciel, chi vi creò? Siam pensieri d’una Mente, Raggi siam del vero Sole: Disse e fummo, nè parole A nomarlo c’insegnò. Fulgid’astri, cielo e terra, Del Signor opre ammirande, Ah! un’altr’opra Ei fea più grande: Il mortal ch’Egli animò.» Eleazaro. Oh voce d’Ester mia! Come all’infermo Genitor nova inspiri aura di vita! Oh lunghi i giorni in ch’io ritrar le membra Non potea da lontano antro romito!

Ester. «Ma mesta, o Signor mio, suona la corda Quando l’ancella tua mira i suoi figli, E non vede il lor padre, e si ricorda Che cinto è di perigli. Stagion tornò di guerra. Il campion mio È il campion d’Israel: tu lo difendi. Madre, e solinga, ed orfana son io: Il mio campion mi rendi.» Eleazaro.Fia ver? Lunge è Azaria? Che fo? Innoltrarmi.... Ester.Che veggo? A questa tenda incerto il passo Move canuto peregrin,... s’arresta,...

Ondeggia.... Ah, forse uopo ha d’aiuto. Ei sembra Misero. D’Azaria l’ospital tetto, Ecco, o stranier. Lontan da Engaddi è il prode; Ma il suo pan, la sua tazza al peregrino Ei vuol comuni sempre. — Un fedel servo Che ti dia stanza io chiamerò. Eleazaro.La figlia.... Cerco.... d'Eleazar.... Ferma. Ester.Son io. Qual voce! Eleazaro.Meco, deh, t’apparta! Arcane Cose degg’ io.... Ester.No; non m’inganno! Desso, O l'angiol sei del genitor mio estinto? Eleazaro.Ester! Oh gioia! E in te memoria è ancora Del sembiante paterno? Ester.Ei vivo! Il padre! Oh me felice! E come? Eleazaro.A’ servi tuoi Mostrarmi non poss’io. Tu il sai; proscritto A morte io son. Nè per me temo io morte: Ad evitarla sol pietà m’astringe Dell' egra tua canuta genitrice, Cui là, sui gioghi più deserti, è asilo La caverna di Davide. Ester.Oh compiuta Celeste grazia! Anco la madre è in vita! Ma sola, egra! A lei tosto.... Oh non sperato Prodigio mai! Fuori di me son. Deh, lascia Che questo amato capo Ester di baci Copra! Che in lunghi amplessi io de' tant’anni Ch’ orfana piansi mi ristori. Estinto Diceanti, sì; degli empi idoli all’are Estinto colla madre. — Albeggia.... in loco

Non visto discostiamci. Eleazaro. Appiè dell’are Idolatre ogni giorno orrido strazio Han, fra’ Romani, del ver Dio gli amici: E i genitori tuoi più d’una volta Spiranti eran lasciati ivi; ma Iddio Li serbò. Ester. A me serbolli Iddio. Sui forti D’Israel duce, e ad Ester tua benigno È lo sposo; zelante, è ver, l’antica Legge egli osserva, e la novella abborre; Ma ciò in esso de’ padri è reverenza E non ferocia. Ov’ei dal campo torni, Cauta di te gli parlerò: disporlo A pietà, le mie lagrime il potranno, E più del ciel l’aiuto. Io spero assai Fia annullato il decreto empio di morte: Al mio fianco vivrai: teco al mio fianco Vivrà la madre.... Oh, a lei condurmi.... Eleazaro.Troppo Distante è il loco, e ben poss’io per aspre Balze evitar degli uomini l’incontro: Tu noi potresti. E il tuo partir da Engaddi Saria fatal: scoprirà forse altrui De’ tuoi parenti il vivere e il rifugio. Chi ci difende allor? Molto tu speri In Azaria; ma al campo egli è, dicesti, E qui il più truce mio nemico impera. Ester. Jefte, sì! me infelice! Eleazaro.Onde le pugne? Assalir questi scabri ermi dirupi Osa il Romano? — Ed a difenderla io, Io della nuova patria il fondatore, Correr non posso? Oh del mio braccio antica Gagliardia! Più che gli anni, i lunghi, feri Martír me la toglieano. Ester. Assai di gloria

Mèsse, o padre, coglievi: or abbia pace Tua guerriera alma. In securtà si posa Questo a Israel da te fondato albergo. Dalle fauci de’ monti, unico passo Agli audaci avversari, i pochi cento, De’ mille e mille, il sai, rompon l’orgoglio. Acquetati. Eleazaro.Mi narra. A te benigna Dunque è Azaria? De’ suoi congiunti l’odio Non eredò contro il mio sangue? Oh quanto Piansi, in Gerusalem, quando, di ferri Carco, in orrida carcere io rinvenni Altro, a me par’, cristiano esul d’Engaddi, Che di tue nozze mi fe’ conscio! Nuora La figlia mia di chi primier le pietre Sovra il proscritto mio capo scagliava! Ester.E piansi io pure allor: ma la mestizia Della misera sposa al signor mio Non recò sdegno: e pur mi amò: più forse Quindi ei mi amò; nè più abborrirlo io seppi. Ai suoi feri congiunti, ei negl’istanti D’ira, somiglia; ma sovr’Ester mai L’ira sua non balena: io con umile, Timido ossequio, anche da altrui la pronta Del giovine bollente ira talvolta Rimovo: e poscia ei men sa grado: e dice Ch’ei vorrebbe con mite alma esser nato, Onde mertar ch’io più l’amassi. Oh, schiavo Non fosse egli di scaltro, iniquo spirto Che al laccio il prese d’amistà e di santa Sacerdotal virtù mentita, e spesso Il fa men pio! Eleazaro.Di Jefte.... Ester.Solo io tremo. Costui per or (finchè propizio io m’abbia Lo sposo a te) con ogni cura fuggi. Della Croce a’ seguaci, ah, nol vid’io, Nuovo ispirato Samuello agli atti,

Ma non al cor, col sacro acciar dall’ara Avventarsi e trafiggerli? Oh me lassa! Già sorto è il Sol: temer non deggio?.... Eleazaro.O figlia, Non mi cacciar: pochi momenti ancora Dammi. Nulla ti dissi.... e i lunghi preghi Che in mezzo a’ miei martiri io per te sempre Al ciel porgeva, e il giubilo, allorquando, Dalla carcer fuggito, io la tua madre, Dolce peso, dagli omeri posai Su quel ciglion del monte, e discoprimmo La città delle tende, ed «Ester nostra, Dicemmo, alberga in quelle tende!» e a terra Proni ambedue chiedemmo a Dio ch’un giorno, A te pur, salutare onda le avite Colpe cancelli e il ciel ti schiuda!... E ancora Non dissi della sera, in ch’io disceso A questa valle, qui rinvenni un servo, E fra sue braccia era un bambino.... e fatto Ardito dal desio, «Qual d’Azaria È il padiglion?» gli domandai. — «Tu il vedi, Rispose, è il primo; e suo famiglio io sono.» — «E quel bambin?» — «Del mio signore è il figlio.» Oh amor di padre! Come io strinsi al seno Quel pargoletto! Ed io.... Ma a non tradirmi Fuggir fu forza. Ester.Oh padre mio! Eleazaro.Più giorni Qui scesi all’alba; e il tintinnio dell’arpa, E la tua voce alcuna volta io udiva: E sedea su quel masso: e lì piangeva; E doleami, che al Sol (come quel santo Condottiero) il cammino io non fermassi Col fervido bramar, sì che più lungo Fosse il mattino e il tuo canto e mia gioia! Ma di’, lusinga non fia vana? Insieme Vivremo ancor? Potrà Azaria?... Ester.Lo spero:

Purché tu a lieve simular ti pieghi. Eleazaro. Qual? Ester. Nol conosco; ma il tuo culto onoro, Poich’egli è tuo: tu il serberai: si, padre.... Non ti sdegnar; tu il serberai, ma in core. Eleazaro. Vergognarmi del vero? Ester.Agl’idoli empi Non immolar, dritto è: ma qui mentito Dio non s’adora: e (qual pur fosse il Giusto, Che in Golgota moría) de’ giusti il rege Altro esser può che di Giacobbe il Dio? All’ara sua ti curva, e in cor racchiuso Ti stia l’amor del tuo profeta. Eleazaro.Il vero, Lassa! t’è ignoto, e ti compiango. Uom puote Ignorarlo: nasconderlo non puote, Quando a lui splende. Teco viver chiedo, Amata figlia, ed ombra niuna a Jefte Recar, nè ad altri ambizïosi o forti. Sol di virtù pacifiche contesa Vuol il fedel con chi all’errore è servo: Vincer le offese col perdono: l’odio Coll’amore: i martír colla costanza: Null’ altro ei vuol;... ma simular non mai! Ester.Sublime legge! In un l’ ammiro e temo! Eleazaro. Ma il vivo affetto uopo è ch’io freni: il giorno S’avanza. Addio. Ester.Senza alcun don lasciarti Partir? No. Eleasaro.Ferma. Uso al deserto, io ricco Son di silvestri frutta, e di poca onda. Nulla or mi manca: ti trovai, gli amplessi Tuoi recherò alla genitrice. Oh doni D’ogni tesor più preziosi! Ester.E vuoi?... Eleazaro.Soverchio indugio fòra. Addio: ritorno Qui al tramonto, farò. Ester.Si, padre: e, colti

Dalla stessa mia man, tu dolci frutti Quindi alla genitrice apporterai. Per or l’abbraccia; di me a lei tu parla. Di me a lungo! Eleazaro.Sì.... figlia... Oh dì felice!

Misero! A stento egli si regge! Oh come Incanutì! Come in suo volto io scorsi Le tracce del dolor! Pallido; emunto, Pieno di cicatrici, eppur.... costante! Qual misto è in me d’inesplicabil gioia, E di desio di sciorre al pianto il freno! Andiamo.— O tu che i genitor mi rendi, Fa ch’io più non li perda, e l’amor mio Lungamente i lor vecchi anni consoli!

Jefte.Ester! Tu, a si precoce ora, lontana Dal padiglion! Ester.Signor... Jefte.Giocondo annunzio Credea recarti: appien disfatta è l’oste: Oggi torna Azaria. Ester.Fia vero? Oh sposo! Jcfte. Sincer giubilo è il tuo? Ester.Che ardisci? Jefte.Amante Moglie, in sì mattutina ora, a segreti Colloquii vien con uom che fugge? Ester.E pensi?...

Jefte.Nol veggio forse ancor? Ester.Chi? Jefte.Fra le palme Or del torrente egli dispàr. Ester.Mendico Vecchio infelice. Jefte.E chi fia che tel creda? Se amante tuo non è colui.... via, il noma.... Esiti?... In me tua fama or sta. Guai s’io Del violento tuo consorte in seno Gelosa serpe vibro! Ester.Oh infami detti! Potresti? Jefte.Ciò che possa uom, se spregiato Vede il suo amore, io ben nol so: — soltanto, So che, mentre sì poca è di tua fama La cura in te, d’inorridir non hai Tanto diritto, ov’io d’amor ti parlo. Ester.Lasciami. Jefte.Ascolta. — Nuocerti non voglio, Ma gratitudin voglio. Austera vanti Virtù: sia pur: ma di virtù nemico Forse son io? Ch’altro ti chiesi io mai Fuorchè gentile, pura, amistà santa, Qual le più a Dio devote alme in soave Nodo innocente avvincer può? Ester.Le cure Di sposa e madre, già tel dissi, loco Ad altri affetti in me non lascian.... tranne La riverenza che al ministro io debbo Dell’ara, e che non mai perder vorrei. Jefte.Pria ch’Azaria t’amasse, io già ti amava; Già in cor volgea di farti mia: tuoi crudi Congiunti mi prevennero: pietade Non ebber di tua dolce indole umana, E al più feroce de’ guerrier ti diero. Ester.E così d’uom, cui tanta amistà fingi, Parli?

Jefte.Del forte onoro i pregi: abborro Suoi feri modi; e il tuo destin compiango. Che? le segrete tue lagrime credi A tutti asconder? non a Jefte il puoi: Amante è Jefte. Ei spesso alla presenza Del tuo torvo signor tremar ti vede, Impallidir, reprimere i più giusti Pensieri, ed in silenzio a te medesma Dir con dolor: «Sacrificata io fui!» Ahi vittima infelice! Io allor (nol niego) Più d’Azaria non son l’amico: io l’odio; Io penso ai dì che tratto avresti al fianco Di più degno amator, di tal cui gloria, Non l’imperar, sol l’obbedirti fòra, L’adorarti qual servo. Ester.Or basta: io d’uopo Di compianto non ho. Travedi: il prode A cui son moglie è quale il bramo; e solo Ad altri in braccio abborrirei la vita. Jefte.Donna, i tuoi detti aspri son molto, e fiele Maggior ne’ guardi sta. Ester.Sì, la parola Tutta non esce qual dovria dal core. Pontefice, il tuo grado ognor rammento: Nè mai dispero, che il tuo error tu scerna E ten vergogni,... ed io stimarti possa. Che attendi alfin? d’altri non sono io sposa Irreparabilmente? Jefte.Oh, ch’havvi mai Che irreparabil sia? Se altro pensiero Non fosse inciampo all’amor tuo, deh il caccia! Ester.Tant’osi? Jefte.Ahi, più ch’io non volea già dissi! Or ben,... più non si finga. Ester.Io tremo. Jefte.Sappi, Che in me speranza non fu estinta mai: D’Azaria la fierezza a me fa certo

Che tu non l’ami: non indarno a spesse Guerre il Signor lo tragge. Un dì tua destra Esser libera puote,... e, oh! non ingrata Fossi tu all’amor mio! quel dì felice Non penderla da incerte guerre. Ester.Oh cielo! Jefte.Il più santo de’ regi arse, e il marito Di Betsabea perì. Fu colpa, è vero; Ma l'espïaro gli olocausti: e moglie Del santo re fu Betsabea. Ester.Che intendo? Oh, ben vegg’io, che, a trarli ogni speranza Forza è ch’io cessi da ogni ossequio, e tutto Quant’è prorompa il mio ascoso disdegno. Sì, Jefte, a’ guardi miei tu se’ il più vile, Il più esecrando infra i mortali: io t’odio Non tua; più t’odierei, se tua foss’io. Fida allo sposo, non virtù, ma amore, Immenso amor mi tien: quanto ei più disia Da tua melata, finta, empia dolcezza, Io tanto più quel suo spirto guerriero Amo; guerriero, ma leal, ma giusto, Ma incapace di frodi! Ahi, scellerato! Sì reo delitto meditavi? e cieco A te Azaria tanto s’affida? Io voglio D’inganno, io, trarlo. Jefte.Audace! e di calunnia Rea tenuta sarai. Trema! inconcussa È la fama: trema. E a rintuzzarti Il folle orgoglio, arma io non ho possente? Colui, che teco dianzi era a nascoso Colloquio credi che a me ignoto ei sia? Ester.Lassa! che feci? Jefte.Invan Jefte non siede Di Mosè sulla cattedra tremenda: Regnar so: moto esser non può di fronda Ch’io in Engaddi non veggia. Il padre tuo Posa là su que’ monti, in romito antro:

Spesso furtivo ei scende: io già immolato Lo avria, se un empio qual m’estimi, io fossi. Se per te no, per l’esul vecchio or trema! Ester. Deh, per pietà! Jefte.Fa’ senno. Ester.Ah, s’io t’offesi.... Jefte. A te s’aspetta il riparar.... Ma suoni Già di vittoria non si senton? — Donna, In altro tempo udrotti. — Il popol esce Delle sue tende. — A rispettarmi impara.

Continua ad appressarsi il suono della marcia. Il popolo esce dai padiglioni, e s'avanza sulla scena, rivolto alla parte opposta alla rupe che è sul davanti. Alcuni salgono il monte per andare all'incontro de' guerrieri. Tutte le fisonomie esprimono allegria. — JEFTE al cospetto del popolo si atteggia con tutta maestà e compostezza religiosa. ESTER ha dimenticata ogni sua inquietudine, ed è al colmo della gioia.

Viva Israello! Azaria.Jefte — amata sposa Popolo — amici. — Oh gioja! Sì, vincemmo! Credea il Romano altero (uso a mostrarsi E trïonfar), credea ch’impeto e morte E instancabile ardir, dischiuso il varco Dell’erte balze ad esso avrian. Tre giorni Respingemmo color: fuor dello stretto Fieramente accampati, immensa mostra Fean di macchine ed armi; ed appellando

Di sognate rapine e tradimenti Engaddi rea, giuravano con empi Sacrifici vendetta a’ loro Iddii. M’adirò lor baldanza: al mio furore Sorse fausta una notte. Orrendo nembo Tempestava di grandine e di pioggia E di fulmini i monti. — «Andiam, compagni, Dissi: ne’ padiglioni il vil s’acquatta. Sorprendiamlo: con noi scende dal cielo Iddio nel tuono, e solo i rei percuote.» Ci avventiam nell’orror della tempesta, Trucidiamo, inseguiam. — «Non son mortali» Esclamava il Romano e, ove le lance Noi raggiungeano, il fulmin lo atterrava. Si piena strage mai non fu: — di sangue E fango intrise, l’aquile del Tebro, Eccole: calpestatele.

Vittoria! Viva il Dio d’Israel! viva Azaria!

Atto secondo

ESTER che ha inteso la voce dello sposo esce dalle stanze vicine, portando nelle braccia un figliuolino di non più di due o tre anni, e viene incontro ad AZARIA che entra.

Azaria. Ester — diletto figlio — alcuni istanti A voi concessi alfin mi son! Ester.Mio sposo! Azaria.Al festeggiante popol mi sottrassi

Onde abbracciarvi. A’ miei dover di stato, Sacordotal congresso indi m’appella. Ester.Si breve già.... Azaria.Nel tabernacol (dove Religïosa pompa inni al Signore Della vittoria appresta) io rivedrotti: Là d’Ester mia sulla davidic’arpa Udrò beato i dolci canti. O gioja! Al sen vi stringo! Amato figlio, oh quanto In picciol tempo tua beltà s’accrebbe! Come alla madre t’assomigli, e caro Vieppiù sempre mi sei! Vel giuro; in mischia Mi ride il cor: degl’idolatri il brando Misurar godo col mio brando; e pace È per me tempo di languor che abborro: Eppur — il credereste? — anco ove ardente Più fervea la battaglia, a me compiuta Gioja non dava de’ nimici il sangue, E per vedervi io desïava pace. Ester.E lunga sia! Benchè, se all’ozio astretto, Talvolta il mio signor fremere io vegga Sospirando le pugne, ai suoi contrari D’Ester i voti son. Non sa Azaria Ch’ogni ora di sua assenza ora è d’affanno A chi sol vita ha nell’amarlo? Azaria.Oh sposa! No, quando rugga nembo altro di guerra, Ester qui non starà: presso al mio campo Vo’ che attendata col figliuol m’aspetti Reduce dalla zuffa, e con sua dolce Pietà lo stanco vincitor rallegri, E ferito il conforti. Ivi cresciuto Delle lance al fragor, più gagliarda alma Avrà il prode futuro, e giovinetto Del non canuto genitor compagno, Lo vedranno i Romani e fuggiranno. Ester.Valoroso! non anco hai terso il volto Dalla polve campale, e già di nuove

Mischie tu parli? Azaria.A che varrian lusinghe? Di questi audaci figli del deserto Scritta è, nel libro del Signor, la sorte. Chi dagl’imperatori della terra Omai può i ceppi ricusar, se, in ardue Montagne inaccessibili, a selvaggia Vita non vive, e ognor la man sull'elsa? Ester.Tu dunque, fido a tua promessa, al campo Mai non tornar senz’Ester! comun teco, Si, vo’ il periglio sempre. Oh, pargoletta Perduto il padre non avessi! ei spesso Dicea che al fianco suo cinta d’usbergo Avriami adulta, onde Israel, sospinto Dal forte esempio, a racquistar Sïonne Armasse un dì sin le femminee destre. Quante dolce sariami a te far scudo, Emularti, difendere i tuoi giorni E quei del figlio! Azaria.Oh di me degna! Ester.Ah, credi, L’odio, che in te pel padre mio nutriro I tuoi congiunti, odio era ingiusto! ei grande Il core avea! Azaria.Del valor suo fia eterna La rimembranza: nè in te danno il pio Cieco amor filïal — ma cieco ad altri Esser non lice ove d’Iddio un nemico L’abborrire è dover. — Perdona. Acerbo Mal mio grado ti son: meste memorie Sì fausto di non turbino: tua colpa Non fu del padre il traviar: sei mia! T’amo! nè di tua stirpe altro m’è noto. Ester.Pur l’infelice Eleazar.... Azaria.Ten prego; Ei dorme nella tomba, e più l’oblio Che il rammentarlo giova: astio paterno Non eredai: ma testimon vivente

Dell’empietà d’Eleazar fu Jefte, Pari a lui d’anni quasi: e da quel santo Petto più volte il vero udii. La fronte Deh rasserena; al tuo consorte, al figlio Pensa: felice essi ti vonno. Addio. Il pontefice attende.

Ester. Ahi lassa! appena Gli nomo il padre, e’si, corruccia. In lui Paterno odio non è: quel Jefte iniquo Gliel nutre; ogn’ira, ogni cagion di pianto, Tutto da Jefte è qui. Dio di Giacobbe, Perchè delle tue sante are ministra Esser permetti iniquità? Ritolto Dal popol tuo gli sguardi avresti, e novo Fatto a te popol, della Croce i figli? Vero saría? Deh, s’è il dubbiar delitto; E tu il perdona! il vero amo e nol scerno. Ma qui al tramonto il genitor.... parlargli Potrò? avvertirlo, che il suo asilo è noto Al tremendo pontefice? Avvertirlo Ad ogni costo! ei fugga! indi lo sdegno Affronterò del traditor: palesi L’empie sue brame ad Azaria saranno: Crederammi Azaria, sì! tra l’amico E la moglie ondeggiar? tra indegno amico E amante, fida, irreprovevol moglie?

Ester.Al padiglion tu d’Azaria? Chiamato Da te a congresso, al tabernacol move. Jefte. Non ci scontrammo. Or qui....

Ester.Se riedi.... Jefte.Io stesso Qui attenderollo. Oggi i solenni riti Loco non danno a cure altre di stato. Ester.Del figlio mio sull’orme.... Jefte. Un detto. Meglio All’util tuo pensasti? Ester.Utile un veggio. Jefte. Qual? Ester.La virtù. Jefte. Virtù son molte: scegli: Fè ostinata, o prudenza. Ester.Havvi prudenza Dove sta infamia? Jefte. E dove è infamia mai, Quando di cauto vel fallo s’ammanta? Ester. Oh ardir! Jefte. Se fallo onesto amor tu nomi. Ester. Onesto? Jefte. E farti sposa mia non bramo? Ester.Oh truce idea! D’insidïar tu parli.... Jefte. Di porre in soglio il non prezzato merto. Ester.Che? Jefte. Non m’intendi? In Israello, a cento Son de’ prodi le braccia: una è la mente. Chi regna? Ben tel sai: Jefte qui regna: Nulla è Azaria se non per Jefte. Io gemo Nel veder che te onor nullo distingue Dalle altre oscure ed umili Engadditi: Qual vita traggi, o misera? qual lustro, Qual piacer ti circonda? E del tuo abbietto Viver si duol pur Azaria? Nè gode Egli in mirarti fra sue ancelle prima; Prima forse, e non più? — Trarti vuol Jefte Dalla tua polve: accanto a lui su tutta Engaddi alzarti: a’ piedi tuoi sommesse Veder le tue rivali: assumer egli

Ciò che d’ingrato ha il comandar; lasciarti Le grazie, la clemenza, i benefizi: Udir tue lodi da ogni labbro! I sacri Della profetic’arte alti misteri Imparerai da me: voler d’Iddio Fia il voler tuo. Vecchiezza verde io godo: Ma giovin sei: del regno mio te erede Lascio: novella Debora tu imperi Ai figli del deserto, e in guerra o in pace Assoluta, adorata, unica imperi! Ester.Terminasti? Jefte.La sorte ecco, ch’io t’offro. Ester.Ed io rispondo. Ove al tuo dir credessi, Ove non vedess’io, che tu, d’onesto Amor parlando e di future nozze, Tu a nulla aspiri che a sedurre, a sdegno Pur moveriami l’impudente oltraggio. D’ambizïon la vile esca mi tendi? Io glorïarmi di calcar nel fango L’emule mie? di finger teco il dono Di profezia, che a’ rei Dio non concede? Io non al regno nata, a’ piedi miei Veder curvato un popolo di prodi? Oh, sì, in me pure è ambizïon, ma tale Che non la intendi. Jefte.Spiegati. Ester.Onorato Compagno aver de’ giorni miei; migliore Di me; tal ch’io, più che d’amor, di stima Arda per lui; tal, che da Dio il pensiero Rivolgendo alla terra, il primo oggetto Che mi s’affacci sia lo sposo: amarlo Con timor; non con voglia empia d’impero, Ma con dolce timor, quasi in quel modo Ch’amo Colui ch’ottimo è solo, e sempre D’affligger temo: e sposo tal, vederlo Dell’umiltà della sua ancella pago, E felice, e più amante indi e più mite,

Ed io più sempre quindi amarlo — e avvolta Dell’altre donne infra la turba, in niuna Muovere sdegno, eppure invidia in tutte! Ah, tale, si, tal d’Azaria è l’ancella! JefteTu mi dileggi: oh rabbia! Ester.E che? non brami La felicità mia? dessa è compiuta! JefteMenti: sul padre tuo pende il mio ferro! Ester.Oh ciel! JefteFa’ senno, tel ripeto. Ester.Ah, Jefte! L’amor tuo fero in pietà cangia: acquista Dritti all’ossequio mio: fa’ che in segreto (S’è ver che m’ami) io l’amor tuo compianga. E spregiar non ten debba. — Oh, appien felice Non sono, è ver! Ben più il sarei, se spesso Appiè dell’ara, iniqui, audaci dubbi Non m’assalisser contra Lui, che in petto Al pontefice suo virtù non mise! Dopo è del Ciel! di cieca fede in esso! Tu in me vieppiù la ispira: egregio sia Chi del Signore è in terra il nuncio! Allora Sarò felice, sì; che allor l’egregio Mortal di pace e di perdono il nuncio Sarà: la mano ei porgerà primiero All’infermo, canuto, esul mio padre, Che nulla chiede fuorchè asilo, e seco L’amata figlia, e obblio degli odii amichi.... JefteE vantarsi che a lui dèssi il rifugio Di questo avanzo d’Israello, ed arti Studiar nuove onde aver scettro, ed allora Stendardo infame alzar la Croce, e a forza Curvarvi Engaddi! Ester.No, t’inganni: ei disse.... JefteNoto da lungo m’ è l’astuto. — Io vita Lasciargli posso: io (debol troppo forse) Più ancora al reo concederò, se ingrata

Ester non sia. Ester.Lasciami. Orror soverchio Omai m’ispiri.. Jefte.Nè sperar... Ester.Giammai! No, appiè del vizio infame, in supplice atto Non può piegarsi l’innocenza! Indarno M’impongo di placarti: è in me una forza Di me maggior che d’avvilirmi vieta. E chi sei tu perch’ io ti preghi? Ai giusti Resta un Vendicator: tua sola vista Credere in lui quasi mi toglie: vanne: In lui creder vogl’io: null’altra aita Vo’ che la sua! Jefte.«Giammai» dicesti Ester.Il dissi. Jefte.E l'odio tuo... Ester.Poco! lo spregio è sommo!

Un confin v’era: entrambi lo varcammo! Nuocermi or può costei... me? Si prevenga. E sì amato è Azaria? sì pienamente Felice egli è?.. Per breve tempo ancora! Eccolo.

Azaria.A me, pontefice, tu stesso! Jefte.Doman fia l’adunanza: oggi....

AzariaTurbato Mi sembri. JefteZelo d’amistà soverchio Toglie talor, senza ragion, la pace. AzariaChe dici? JefteNulla. In altro tempo.... or troppo Errar potrei. — Ma delle tue vittorie Dimmi.... AzariaNo, ti scongiuro: infra i miei servi Scandal sariavi che del giusto il core Affligga? JefteSi. AzariaTi spiega. JefteIn altro tempo; Tel dissi. AzariaE a che? JefteBollente alma sei troppo. Vani sospetti miei potrian giudizio Ispirarti non retto.... e prematuro. AzariaJefte! JefteSommesso parla.... AzariaDi che temi? Ester là. JefteTaci. AzariaI tuoi sospetti.... JefteIo t’ebbi Qual figlio sempre: or, se prudenza impongo, E freddezza, e silenzio,... ubbidirai? AzariaTel giuro. JefteAscolta.— Un angiolo d’amore Credo ella sia.... ver te. AzariaSì; ma tu.... JefteDubbio Non n’ebbi mai. Pontefice ha severi Dover: la vigilanza! e più se lunge Dal padiglion domestico è il guerriero. Io su questa colomba, insidïata Forse, vegliar doveva.

Azaria.Io ten pregai. Non ch’Ester.... JefteNo, capace Ester di colpa.... Azaria.Non è. JefteNon credo. Azaria.Ah, per pietà, mi svela Quest’orribil segreto! JefteE a furibondo Impeto già trascorri?— Anzi ch’ io parli, Rammentar dei, che ad inesperta donna Indulgente esser vuolsi. A beltà somma Lacci il maligno tende ognor. Azaria.Che sento? Raccapricciar mi fai. JefteMai del sentiero, No, di virtù non uscirà: gentile, Religïosa, candida è quell’alma. Sol vigilar conviensi, onde il veleno Di giovenile passïon non tolga Al Signore ed a te tesor sì degno. Azaria.D’un rival.... JefteTemo. Azaria.E già certezza?.... JefteIndizio. Azaria.Come? JefteJefte solea, quando altra volta Tu givi al campo, in volto ad Ester lunga Trovar d’alta mestizia orma pietosa Che inteneria. La nuova luna al campo Or t’appellò: ben atteggiata al duolo Era la donna (e certo a lei sei caro! Non esser tal puote Azaria?) ma vidi Ch’oltre al dolor di tua partenza, un’altra Ansïetà premeala.... e troppo io t’amo Perchè ciò a me non increscesse.... Azaria.Ah, tutto

Detto non hai! Jefte.Potresti udirlo? Azaria.Il posso. Jefte.Io le parlai di te sovente: e il pianto Talor correale agli occhi: umano core! Noto mi sei. Quel pianto era (o parea) Di cor nato a virtù, che abbandonarla Non vuol. Azaria.Oh rabbia! e il traditor? Jefte.Nol vidi. Se non da tergo. Azaria.Quando? ove? Jefte.Sta mane. Azaria.Qui? Jefte.No. Azaria.Fuor della tenda Ester! Jefte.T’acqueta, Fuori, sì. Azaria.Dove? Jefte.Loco evvi, non lunge, Ma solingo, appartato, ove ogni via Manca, e protetto dalla rupe. O l’empio Che t’insidia la sposa, o un messo infame.... Azaria.Sta mane! Jefte.Sì. Azaria.Ma il dì spuntava, e io giunsi. Jefte.Prima del dì. Azaria.No, no! truce calunnia Ti riferian! Jefte.Non m’odi? io ’l vidi, io stesso; Che del vicin ritorno tuo recando L’annuncio a lei, qui non la trovo: ansante Erro: oltrepasso quella balza: uditi Forse erano i miei passi: un uom si fugge: Ester confusa.... Azaria.Che ti disse? Jefte.Aiuto A infermo vecchio....

Azaria.Ed era ei tale? Jefte. Il bramo, Ma.... Azaria.Tal nol credi. Ah Jefte! Jefte.Il giuramento! Azaria.Osservarlo non posso! Jefte.Empio! lo sdegno Provocherai del cielo? Ecco onde nasce La tua sventura! irreverente guardi Chi con un cenno il nulla anima e atterra. Mertavi tu d’esser felice? insulta Religïon, la insulta; i suoi tremendi Fulmini a scherno l’abbi, ed Ester rea.... Rea fosse pur, giustificata è appieno! Così balzato è nell’obbrobrio l’empio! Azaria.Oh spavento! Jefte.Che dissi? — Ah, in mia possanza Non è lo spirto, se lo investe Iddio! Fera allor, mal mio grado, esce dal labbro La tonante parola: altri in me parla! Azaria.Pontefice d’Iddio, pietà! M’è sacro Ogni tuo detto. Jefte.Il giuramento osserva. Esser colei potria innocente, e oltraggio Imperdonabil ogni tua rampogna. Simula pace, amor, dolcezza: il tempo Corremo: ascosa star non può la colpa. Azaria.E se.... Jefte.All’infame seduttor la morte: In Ester.... colpa esser non puote, o lieve: Nobile ha il cor. Azaria.Ma di rea fiamma acceso! Oh, che imparai? Non sogno io dunque? Io vile Quasi a lei servo! io che di niun mai tremo, Eppur del biasmo suo spesso arrossiva, Come debil fanciullo! io che obliato Avria per lei.... te, il mio migliore amico,

La gloria, e — inorridisci! — anche gli altari! Oh ingratitudin non udita, atroce! E quei modesti, umili atti soavi? Scellerata arte! arte e null’ altro! — Jefte, In me t’affida: tacerò: un istante Da’ tuoi consigli (nuovamente il giuro) Dipartirmi non vo’. Ma in ciel possenti Sono i tuoi preghi: assistimi: allontana L’orribile sciagura! Offerte al tempio Chiedi: tutto! il mio sangue anco ti dono! Ma colei sia innocente! Jefte.Al ciel nulla evvi Impossibil: t’umilia, e prega, e spera.— Ma i cantici del volgo odo: ecco l’ora Del sacrificio. Azaria.Or or ti seguo. Ad Ester Mostrarmi vo’, ma, tei prometto, mite.

Azaria.Ester! Ester.Del popol salmeggiante questa, l’armi, è la voce: andiam. Azaria.Tanta bellezza, Tanto candor! Ester.Che miri? Azaria.Ester!... tu m’ami? Ester.Oh, il sai! Azaria.No, tu non menti! Ester.E puoi?...

Azaria.T’offesi? Deh, dimmi il ver: t’offesi io mai? Ester.M’offendi Quando mel chiedi. Azaria.Ah in quegli sguardi brilla L’ingenuo core! oh me infelice! — Andiamo.

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