Bernardino di Saint-Pierre
Qual tipo di amabile sognatore fu mai Bernardino di Saint-Pierre! Fin da fanciullo si piaceva della solitudine, stava lunghe ore a guardare lo svolgersi delle nubi, piangeva nel veder maltrattare gli animali, prodigava alle piante del giardino, che coltivava ad otto anni, una cura affettuosa come fossero persone intelligenti. Un giorno il maestro lo minacciò collo staffile: il dì seguente di buon mattino fuggì dalla città col suo asciolvere nel panierino, deciso a farsi eremita in qualche bosco vicino, e a vivere in compagnia degli alberi, dei fiori e degli uccelli, senza inquietarsi delle lagrime dei parenti. Si rivelava in tal modo nel fanciullo l’uomo egoista e sensibile, che doveva preferire la libertà della natura agli obblighi della vita sociale — l’imaginazione del quale era troppo viva per poter sopportare le ingiustizie o le prepotenze, ma il cui carattere era troppo personale per risentire vivamente i dolori o le gioje di coloro che lo toccavano più davvicino.
Bernardino nacque il 19 gennajo 1737 all’Havre. Un giorno gli capitò fra mano il libro di : lo lesse e lo rilesse, ed ecco sognare viaggi, deserti ed avventure. Un suo zio Godebout, capitano di vascello, propose ai parenti di condurlo seco alla Martinica. Il permesso fu dato, e Bernardino salì sulla nave fra trasporti di gioja; ma la disillusione venne ben presto. Il fanciullo non aveva pensato nè alle fatiche della navigazione, nè ai doveri da compiere; e quando provò il mal di mare, quando si vide costretto di servire alle manovre e di piegarsi agli ordini dello zio Godebout, non pensò più che a ritornare all’Havre. Tale fu per tutto il tempo della sua vita: entusiasmato dall’ignoto, spaventato dai doveri e dalle difficoltà.
Quando tornò dal viaggio i genitori lo mandarono a scuola dai gesuiti di Caen: questi che cercavano negli scolari tanti proseliti per le loro missioni, trattenevano sovente il giovinetto sui popoli barbari da convertire alla fede; e l’imaginazione di Bernardino si esaltò di nuovo, sicchè voleva partire come missionario. Ma il padre non voleva saperne di questi progetti; lo tolse da quelle scuole, e lo inviò nel collegio di Rouen, dove studiò sopratutto matematiche. Poco dopo Bernardino chiese di essere ammesso nelle scuole dei giovani ingegneri che si stava formando a Versailles, sotto gli ordini del conte di San Germano. Accolto, fu inviato a Düsseldorf nell’esercito; ma per il suo carattere suscettibile si creò numerosi nemici e fu sospeso del suo grado. Torna a casa, e trova che il padre aveva fatto sedere al posto venerato della madre morta una matrigna. Sdegnoso esce di là, e con sei luigi in tasca parte per Parigi. Aveva anche un biglietto della lotteria di San Sulpizio: il caso lo favorisce; lo fa diventar vincitore e raddoppia in tal modo il suo capitale. Sente correr voce di una guerra contro i Turchi nell’isola di Malta. Accorre colà come ingegnere militare; ma la guerra non si fa ed egli torna a vagare alla ventura. Ode dell’accoglienza che l’imperatrice Caterina di Russia faceva agli stranieri e pensa: «Questa volta ho trovato la mia fortuna.» A Pietroburgo il generale Dubosquet lo prende sotto la sua protezione e lo fa sottotenente nel corpo del genio. Ma era l’imperatrice ch’egli voleva vedere. Nella sua mente aveva formato un grande progetto. Volgeva in animo di proporre a Caterina la fondazione di una Compagnia per la scoperta di un passaggio alle Indie per la Russia; ma entusiasta per la repubblica di Catone, per i sogni di Telemaco e per le idee generose delle filosofie contemporanee, aveva sperato di poter fondare, sotto questo titolo di Compagnia, presso le rive orientali del mar Caspio, una Repubblica nella quale tutti gli uomini buoni e sofferenti potessero trovare un asilo. Finalmente ottiene l’udienza: si pro- pone di essere eloquente e di commovere l’imperatrice. Ma la vista dei cortigiani comincia a intimidirlo: l’imperatrice compare: egli si turba, piega il ginocchio e mormora qualche frase: e l’imperatrice passa con un sorriso. I suoi sogni erano tutti svaniti.
In quel tempo Radziwill faceva un tentativo per formare un regno di Polonia. Bernardino s’innamora del progetto e si dirige a Varsavia. A tre miglia da questa città è arrestato; ma nove giorni dopo lasciato libero, può finalmente battersi come desiderava, per l’indipendenza di un popolo. Ma qui vien trascinato via dall’amore. La principessa polacca Maria M... lo ammaliò, ed egli per parecchi mesi l’adorò gelosamente, furiosamente. Ma questa sorte di amore non piaceva alla principessa che un giorno gli scrisse:
«Le vostre passioni sono furori che io non posso sopportare: io parto, vado a raggiungere mia madre nel Palatinato di X... Non ritornerò a Varsavia se non quando non vi sarete più.»
Avvampò d’ira Bernardino: lasciò Varsavia e corse in Sassonia, col cattivo proposito di vendicarsi di Maria coll’arruolarsi nell’esercito che si preparava a combattere la Polonia. Il 15 giugno 1765 entrò in Dresda, dove lo aspettava l’avventura più romanzesca.
Aveva allora 28 anni: era bello, sebbene d’una grazia un po’ troppo femminile. Una sera era seduto sopra un banco erboso, quando un paggio gli rimise il biglietto d’una dama che lo invitava da lei. Una carrozza era pronta, vi salì fu condotto alla porta d’un palazzo. Dopo averlo guidato attraverso magnifici appartamenti, il paggio disparve a un tratto: si aperse una porta attraverso nuvole di profumi che ardevano nei bracieri dorati, vide adagiata sui fiori una donna di rara bellezza. Ella s’avvicinò à Bernardino stupefatto, lo coronò di rose e lo strinse fra le sue braccia... Poco dopo fu servito il pranzo da una schiera di donzelle seminude, e intanto le arpe facevano udire una musica dolce e soavissima... Bernardino passò otto giorni in quell’ebbrezza dei sensi; poi fu licenziato, senza che mai riescisse a sapere il nome di quell’Armida voluttuosa.
Intanto gli erano passate le idee di vendetta contro la Polonia. Torna a Parigi, ottiene un brevetto di ingegnere per l’Isola di Francia e s’imbarca per le Colonie. Ma giunto colà sente che la nave deve fare la tratta dei negri. Inorridito si ferma all’isola, acquista una capanna e si acconcia quale ingegnere nello studio del signor Benil. Si fermò tre anni a studiare storia naturale; poi eccolo di nuovo a Parigi.
Nel 1773 vendeva la sua opera Viaggio all’isola di Francia per mille lire; poi s’accinse a scrivere Paolo e Virginia. Frequentava allora la casa di madamigella di Lessinesse dove si radunavano i letterati di moda, che negavano tutto e quello che non potevano negare volgevano in riso. A costoro lesse una sera il suo Paolo e Virginia. I filosofi lo trovavano troppo ingenuo: guardava l’orologio: Thomas si addormentò: sorrideva vedendo piangere le signore: e queste, vergognandosi delle loro lagrime, non osavano confessare che si erano commosse. Bernardino partì di là furibondo. Pubblica il libro, e il pubblico vero lo accoglie con entusiasmo, a tal punto che i librai in un anno solo ne fecero più di cinquanta edizioni... contraffatte. Povero autore! Lodatissimi furono anche gli Studi della natura.
A cinquantacinque anni prese in moglie la signorina Didot, della quale ebbe due figli, rimasto vedovo, a sessantatrè, si sposò un’altra volta con la signorina Pelleport.
Il 21 gennajo 1814 moriva nel villaggio d’Hagny dicendo con fede di credente: «Sento che abbandono la terra, ma non la vita.»
Testo
Sul fianco orientale del monte che si alza a tergo del Porto-Luigi dell’Isola di Francia, veggonsi in un terreno, che fu già coltivato, le rovine di due piccole capanne. Sono esse poste nel mezzo quasi di un bacino formato da due scogli, i quali nol lasciano aperto che dal lato settentrionale. Scorgesi a mano manca il colle chiamato della Scoperta, donde si velettano i vascelli che approdano all’isola, ed appiè di questo colle si vede la città chiamata Porto-Luigi; a mano diritta evvi la strada che da Porto-Luigi conduce al quartiere dei Pamplemussi; più in là è la chiesa che porta questo medesimo nome, la quale torreggia sopra que’ suoi viali di bambù, nel mezzo di una vasta pianura; ed in lontananza si vede una selva che occupa il resto di quell’isola fino a’ suoi confini. Apparisce in riva al mare il golfo della Tomba; alquanto verso la mano destra il Capo-Infelice; e l’alto mare al di là, dove appajono a fior d’acqua alcuni isolotti inabitati, fra i quali il cantone di Mira, che somiglia un bastione in mezzo alle onde. All’imboccatura di questo bacino, d’onde si scoprono tante cose, l’eco del monte riproduce di continuo i fischi dei venti che scuotono le vicine foreste, e lo strepito lontano dei fictti che si rompono intorno all’isola contro gli scogli; ma chi giunge fino alle capanne non sente colà più alcun romore, nè altra cosa vede intorno a sè se non alte roccie, scoscese e perpendicolari a guisa di muraglie. Spuntano macchie d’alberi al piè di quelle roccie e fuor delle fessure loro e su per le vette dove posano le nubi; la pioggia attratta da quelle cime, dipinge dei colori dell’iride quei sassi verdi-bruni, ed alimenta le sorgenti che zampillano alle falde, di che formasi il fiumicello dei Latanieri. Tutto ivi tace, chè tutto ivi è quieto, l’aria, le acque e la luce. Odesi appena, ripetuto dall’eco, il mormorare dei palmizii, che spuntano sulle appianate cime dei circostanti massi, e dànno i loro stecchi al vento che gli agita incessantemente. Una luce soave illumina il fondo di questo bacino, dove il sole non giunge che a mezzodì; ma fin dallo spuntare ne lambe esso intorno intorno le cime, le quali, per le sottoposte ombre del monte, pajono dorate e porporine incontro l’azzurro del cielo.
Io mi diportava sovente in questo luogo, dove si gode di una immensa veduta, ed insieme di una solitudine profonda. Standomi un giorno seduto al piè di quelle capanne, e considerandone le rovine, un uomo attempato passò per ventura a quella volta. Indossava egli un piccolo farsetto e certi suoi calzoni lunghi all’usanza di quegli antichi isolani. Camminava a piedi ignudi e sorreggeva la persona con un bastone d’ebano. I suoi capegli erano affatto bianchi, e la sua fisonomia spirava una nobile semplicità. Io lo salutai rispettosamente; egli mi corrispose, e dopo aver tenuto un istante lo sguardo in me, mi si avvicinò, ed adagiossi sul poggio medesimo dove io stava seduto. Affidato io da questo contrassegno della sua confidenza, me gli volsi con queste parole: «Padre mio, sapreste voi dirmi di chi furono queste capanne? Figlio, rispose, questi casolari e questo terreno incolto erano, or sono vent’anni, l’asilo di due famiglie che avevano trovata qui la loro felicità. La loro storia è commovente: ma in quest’isola posta sul cammino dell’Indie, qual Europeo può mai sentirsi tocco dalla sorte di alcune oscure persone? Chi toglierebbe d’esservi felice, non che povero e sconosciuto? Gli uomini cercano soltanto di conoscere la storia dei grandi e dei re, che non giova a nessuno. — Padre mio, io ripigliai, dal vostro aspetto e per le vostre parole si conosce facilmente che voi avete acquistato gran capitale di esperienza. Deh! se ne avete agio, narratemi, ve ne prego, quel che sapete intorno agli abitanti di questo deserto. Anche l’uomo il più guasto dai mondani pregiudizii gode, credetemi, di sentir ragionare della felicità che viene dalla natura e dalla virtù».
Allora quel vecchio, posta un momento la mano sulla fronte, come chi vuol riordinare in sua mente varii fatti, ecco quello che mi narrò.
Nell’anno 1726, un giovine di Normandia, chiamato il signor De la Tour, dopo aver fatto invano molte pratiche per ottenere un grado militare ed un qualche ajuto dalla sua famiglia, risolse di venire in quest’isola per procacciarvi fortuna. Avea con sè una giovine sposa, della quale era amante riamato. Era ella uscita da una famiglia delle nobili e ricche di sua provincia; ma l’aveva sposata segretamente e senza dote, perchè i parenti di lei si erano levati contro questa unione, perocchè egli non era gentiluomo. Egli la lasciò al Porto-Luigi di quest’isola, ed imbarcossi pel Madagascar, colla speranza di comperare colà un qualche moro, e di tornar qui prontamente a stabilire una piantagione. Sbarcò al Madagascar nella cattiva stagione, la quale comincia alla metà d’ottobre, e poco appresso vi morì côlto dalle febbri contagiose che dominano quel paese sei mesi dell’anno, e che saranno sempre un ostacolo per le nazioni europee che vi si volessero stabilire. L’avere che egli aveva portato con sè, andò tutto perduto, come accade d’ordinario quando uno muore fuor della sua patria. Sua moglie, rimasta all’isola di Francia, si vide vedova, incinta, e senza niuna altra cosa al mondo, tranne una femmina mora, in una terra ove ella non aveva nè credito, nè raccomandazione di sorta. Non volendo rivolgersi ad uomo alcuno, morto colui che solo ella aveva amato, la sua sventura le diede coraggio, e risolse di coltivare colla sua schiava un cantuccio di terreno, onde procacciarsi vitto.
In un’isola quasi deserta, ove il terreno era in balía d’ognuno, ella non istette già a scegliere nè l’angolo più ferace, nè il punto più favorevole al commercio; ma cercando una qualche gola di monte, un qualche asilo nascosto per vivervi sola e sconosciuta, volse dalla città i passi a questi scogli, per ritirarvisi come in un nido. Egli pare che sia istinto comune a tutte le persone appassionate quello di rifugiarsi nei luoghi più salvatici e deserti, quasi che le roccie siano muraglie contro la mala fortuna, e come se la calma della natura potesse quietare i crudeli sconvolgimenti dell’anima. Ma la provvidenza, che ne soccorre sempre quando altro non domandiamo tranne i beni necessari, aveva in serbo per la signora De la Tour un tal bene, che l’eguale non ponno apportare nè le ricchezze, nè la grandezza: questo bene era un’amica. Dimorava qui già da un anno una donna vivace, buona e di gran cuore, che avea nome Margherita; era nata in Bretagna, in una buona famiglia di villani che molto l’amavano, e che l’avrebbero fatta felice, se non avesse avuto la debolezza di prestar fede ad un gentiluomo de’ suoi dintorni, il quale avevale promesso di sposarla; ma, spenta la sua passione, si allontanò da lei, e ricusò persino di assegnarle tanto con che si potesse mantenere un figlio di cui la lasciò incinta. Fermato ella allora il proposito di abbandonare per sempre il villaggio dov’era nata, pensò di andare a nascondere il suo fallo lungi dal suo paese, dov’ella aveva perduta tutta la dote di una fanciulla povera ed onesta.... Un vecchio moro da lei comperato con alcune monete pigliate qui e qua ad imprestito, lavorava con lei un cantuccio di questa terra.
La signora De la Tour, accompagnata dalla sua mora, trovò qui Margherita che allattava il suo bambino. Dolce cosa le fu l’abbattersi in una donna, posta in uno stato che le parve simile al suo proprio: essa le svelò in brevi parole la passata sua condizione ed i bisogni che la stringevano di presente. A questo racconto Margherita fu tutta commossa; e bramando di meritarsi la confidenza della signora De la Tour piuttosto che la sua stima, le confessò il suo fallo senza tacer nulla. «Quanto a me, le diceva, l’ho meritata questa dura sorte; ma voi, signora.... voi, saggia ed infelice!» E senza più le offrì, piangendo, la sua capanna e la sua amicizia. La signora De la Tour, commossa da un’accoglienza così tenera, stringendo Margherita fra le braccia, le disse: «Ah! ben veggo che Iddio vuole che finiscano le mie pene, poich’egli ispira a voi verso di me straniera, tanta bontà, mentre nessuna ne ho mai trovata ne’ miei parenti».
Io conosceva Margherita, e sebbene abiti lunge di qui una lega e mezzo, nei boschi, al di là del Monte Lungo, mi tenea suo vicino. Nelle città d’Europa, una strada, un sol muro, distolgono i membri di una medesima famiglia dal vedersi per anni interi; ma nelle nuove colonie si considerano come vicini quelli dai quali non siamo separati che da boschi e da montagne. E sopratutto a quei dì, siccome quest’isola commerciava poco colle Indie, la sola vicinanza era qui un titolo d’amicizia, e l’ospitalità verso i forestieri era un debito ed un piacere.
Quando seppi che la mia vicina aveva una compagna, venni a visitarla a fine di cercar la via di giovare all’una ed all’altra. Vidi la signora De la Tour, e dal suo aspetto attraente mi parve di scorgere un’anima nobile e melanconica: era allora vicina al parto. Dissi a queste due donne che pel bene de’ loro figli, e sopratutto per impedire che alcun altro venisse a stabilirsi qui, mi pareva conveniente ch’esse si dividessero fra di loro questo bacino, il quale rinchiude da venti jugeri di terra. Le buone donne si rimisero al mio giudizio sulla divisione. Io ne feci due parti poco meno che eguali: una comprendeva il tratto superiore di questo seno, e ne tirai la linea di confine da quello scoglio acuto, coperto di nuvole, onde ha la sorgente il fiume dei Latanieri, fino a quella spaccatura che vedete là in cima al monte, la quale chiamano Cannoniera, perchè veramente la pare una cannoniera da bastione. Il fondo di questo suolo è sì ingombro di scogli e di fessure tra quelli, che a stento vi si può camminare; ma gli alberi vengonvi grandi, ed è tutto pieno di sorgenti e di ruscelletti. Compresi nell’altra parte tutto il piano inferiore che stendesi lungo il fiume dei Latanieri fino a quell’apertura donde il fiume comincia a scorrere tra due colline, e sempre in mezzo a quelle si va al mare. Voi vi scorgete qualche lembo di prato, ed il terreno è piano quanto basta, ma non vale gran fatto più dell’altro; imperocchè nella stagione piovosa impaluda, e nel secco si fa duro come piombo, sì che bisogna tagliarlo colla scure chi vuole aprirvi un solco. Fatte queste due parti, persuasi quelle due donne a trarle a sorte. Toccò la superiore alla signora De la Tour, l’altra a Margherita. Ambedue rimasero contente, ma mi pregarono di non dividerle quanto all’abitazione. «Vogliamo, dissero, vederci, parlarci e darci ajuto reciprocamente». Ad ogni modo era mestieri l’assegnare a ciascheduna un luogo appartato. La capanna di Margherita, posta in mezzo al bacino, veniva a trovarsi precisamente sul confine del suo terreno. Fabbricai ivi presso sulla possessione della signora De la Tour un’altra capanna, di modo che quelle due amiche rimasero unite, quantunque ognuna si stesse sul suo podere. Tagliai io stesso sul monte il legname, tolsi alla marina le foglie dei latanieri per la costruzione di queste due capanne, alle quali non rimane ora più nè tetto, nè porta. Aimè! che ne rimane anche troppo per la mia rimembranza! Il tempo, che sperde con tanta rapidità i monumenti degli imperi, pare che rispetti quelli dell’amicizia in questi deserti, per alimentare il mio dolore fin ch’io ci viva.
Era appena compiuta la seconda capanna, quando la signora De la Tour si sgravò di una bambina. Io era padrino del figliuolo di Margherita, il quale chiamavasi Paolo. La signora De la Tour mi pregò che lo fossi anche della sua bambina, e volle che in unione della sua amica le mettessimo il nome. Margherita la chiamò Virginia, e disse: «Ella sarà virtuosa, e sarà quindi felice. Io non ho conosciuto la sciagura se non quando mi sono allontanata dalla virtù.»
Quando la signora De la Tour uscì dai disagi del parto, queste due casette cominciarono un poco a pigliar piede, per le cure che io ci metteva a quando a quando, ma sopratutto in forza del lavoro indefesso di que’ due schiavi. Quello di Margherita, chiamato Domingo, era un moro di quelli che in Africa si chiamano Joloff, attempato alquanto, ma gagliardo ancora: mostrava avere della sperienza, ed era assennato naturalmente; aveva notato in ambedue le possessioni i terreni più adatti alla coltura e lavoravali senza distinzione, spargendovi le semenze opportune. Metteva miglio e grano turco dove il terreno era mediocre, ponea un po’ di frumento nel suolo buono, del riso nei fondi umidi, ed al piè delle roccie piantava citriuoli, zucche e cocomeri, cose che inclinano a rampicare; metteva patate nei luoghi secchi, dove esse vengono dolci assai; collocava il cotone nei siti eminenti; avea destinato alcune terre forti alle canne da zucchero; pose alcune piante di caffè sulle colline; il grano quivi riesce minuto, ma eccellente. Lungo il fiume e qua e là intorno alle capanne, allevò certe ficaje, chiamati banani, che portano frutto tutto l’anno e dànno una bell’ombra; e finalmente ebbe cura d’alcuna pianta di tabacco, onde cacciar via il fastidio da sè e dalle care sue padrone. Tagliava sul monte legne per fuoco, e spezzava gli scogli per rendere piano il suolo intorno alle case. Tutti questi lavori egli faceva con molta intelligenza ed attività, perchè li faceva di buon cuore: era affezionatissimo a Margherita, e lo era egualmente alla signora De la Tour ed alla sua mora, che sposò quando nacque Virginia. Questa sua moglie per nome Maria, amò egli sempre teneramente. Ella era nata a Madagascar, d’onde avea portato alcun’arte, quella sopratutto di far panieri e certe stoffe chiamate pagne, con alcune erbe che nascono ne’ boschi. La era destra pulita e fedelissima: le sue faccende erano il preparar da mangiare, allevar polli e andare di quando in quando al Porto-Luigi per vendervi quel che sopravanzava alle due famiglie, che era ben poca cosa. Mettete anco un pajo di capre, cresciute coi fanciulli, e un cane di guardia, ed eccovi un’idea di tutto l’avere di quelle due piccole masserie. Le due amiche filavano bambagia tutto il dì, e questo lavoro bastava per vestire di robe, casalinghe sè medesime e le loro famiglie; ma quanto all’altre cose che vengono di fuora, elle ne pativano sì gran disagio, che bisognava loro starsene scalze in casa, onde risparmiare le scarpe per andare la domenica con quelle a messa, alla chiesa dei Pamplemussi, dove si recavano per tempissimo. Voi la vedete colà in fondo quella chiesa, ed è veramente più lontana di qui che non è il Porto-Luigi; ma elle andavano di rado alla città, temendo d’esservi disprezzate, colle loro gonnelle di tela grossolana turchina, all’uso degli schiavi; ma infin dei conti l’essere tenuti da qualche cosa in piazza, monta egli più dello avere la domestica felicità? Gli è vero che le buone donne dovean soffrire qualche umiliazione al di fuori; ma rientrando in casa vi trovavano tanta pace che era per loro una consolazione.
Appena Maria e Domingo da quest’eminenza le miravano salire su per la via dei Pamplemussi, correvano tostamente ad incontrarle fino al fondo, per ajutarle a montare; e le padrone potevan leggere negli occhi dei loro schiavi la gioja che risentivano al rivederle. V’era nelle loro case la pulizia, la libertà; v’eran certi agi procacciati colle proprie fatiche, ed un pajo di servi pieni d’amore e di buon volere. Elle, unite tra loro dagli stessi bisogni, avendo provato quasi le medesime sventure, dandosi i dolci nomi d’amica, di compagna, di sorella, non avevano che un voler solo, un solo interesse, un solo desco. Tutto era fra loro comune, e se mai alcuna volta ridestavasi nel loro seno un antico affetto più vivo di quello dell’amicizia, una religione pura, sostenuta da costumi illibati, dirigeva quel fuoco verso un’altra vita: così vola la fiamma al cielo, quando le manca in terra l’alimento. Anche la voce soave della natura rallegrava quelle compagne; l’amicizia loro scambievole cresceva alla vista de’ loro figliuolini, frutti di amori egualmente sventurati. Era loro diletto il porli insieme nello stesso bagno, l’adagiarli nella medesima culla, e nel dar loro la poppa, sovente se li scambiavano. «Amica, diceva la signora De la Tour, ciascuna di noi avrà due figliuoli, e ciascuno de’ nostri figliuoli avrà due madri.»
Se accade che due piante d’una stessa specie, sfrondate intieramente dalla grandine, conservino ciascuna un sol germoglio, ne verranno più dolci i frutti se, distaccando que’ germogli dal loro tronco materno, lo si innesterà sul tronco vicino; così que’ due bambini, senza parenti, s’imbevevano di sentimenti più teneri, che non sono quelli di figlio e di figlia, di fratello e di sorella, quando cambiavano loro il latte le due amiche che li avevano partoriti. Sulla loro culla cominciavano già le due madri ad intavolare parole di matrimonio, e quest’idea di felicità conjugale onde raddolcivano le loro pene, le inteneriva spesso fino alle lagrime, chè una rammentava essergli derivato ogni guai dall’avere trascurata la cerimonia conjugale, l’altra dall’averne osservate le leggi; una dall’avere alzate le sue mire al disopra della sua condizione, e l’altra dall’aver fatto il contrario; ma esse si consolavano nel pensiero che un giorno i loro figli più felici avrebbero, lungi dai pregiudizii europei, goduto i piaceri di sposo e di sposa, e nel tempo stesso la felicità dell’uguaglianza. E veramente era un portento l’affezione che già si mostravano que’ fanciullini. Se Paolo piangeva, gli mostravano Virginia: al vederla egli sorrideva, e si calmava. Se alcun male accadeva a Virginia, le strida di Paolo ne davano avviso; ma quell’amabile fanciullina ripigliava tosto l’aria lieta perchè l’altro non si crucciasse. Ogni volta che io veniva qui, vedeva que’ due bamboli ignudi all’usanza del paese, che potendo a stento reggersi a camminare, si tenevano abbracciati, come vediamo rappresentata la costellazione dei Gemelli. Nemmeno la notte potevasi separarli. Sovente al suo arrivare essi erano già stesi nella culla medesima ed uniti strettamente guancia a guancia, petto a petto, e dormivano abbracciati.
Quando seppero parlare, i primi nomi che si diedero, furono quelli di fratello e sorella; l’infanzia, che conosce le carezze più dolci, non conosce più dolci nomi. La loro amicizia, volta dall’educazione ai bisogni reciproci, diveniva più ferma; già l’economia, la pulitezza con tutte le altre cure casalinghe furono i doveri di Virginia, e l’opra sua era premiata sempre dalle lodi e dai baci di suo fratello. Egli, instancabile sempre, o s’affannava provandosi a vangare l’orto con Domingo, o gli teneva dietro nel bosco con una piccola scure in mano, e se mai, strada facendo, gli veniva di vedere un bel fiore, un buon frutto, ovvero un nido d’uccelli, quand’anche fossero stati sull’ultima cima di un albero, egli vi si arrampicava per coglierli a sua sorella. Dove uno se ne incontrava, si congetturava che l’altro non poteva essere lontano. Scendendo io un giorno da questo monte, vidi Virginia che dal fondo dell’orto correva alla volta di casa, coperta il capo colla sua gonnellina, che per di dietro si era tirata addosso, per ripararsi da una pioggia impetuosa. Dalla lunga la credetti sola, ed essendo corso per ajutarla a camminare, vidi ch’ella se ne andava abbracciata con Paolo, quasi tutto coperto anch’egli dallo stesso riparo, ridendo ambedue di avere trovato un nuovo ombrello. Quelle due care testine, così rinchiuse sotto quella sottana enfiata dal vento mi ricordarono i figli di Leda chiusi nel medesimo guscio.
Ogni loro studio mirava a compiacersi l’un l’altro, e a darsi mano nelle faccende. Per altro erano ignoranti come creoli, e non sapevano nè leggere nè scrivere. Non si travagliavano dell’accaduto ne’ tempi remoti, in parti lontane; la loro curiosità non sorpassava questo monte; pensavano che in capo a quest’isola stesse il fine del mondo, e non sapevano vedere qualcosa amabile potesse darsi colà dove essi non erano. Il volersi bene e il volerne alle loro madri occupava tutto il potere delle loro anime; le scienze inutili non avevano mai turbata la serenità dei loro visi, nè furono mai annojati dallo studio di una malinconica morale. Avendo ogni cosa comune tra loro, ignoravano che vi è il rubare, che è vietato; nè conoscevano che fosse intemperanza, avendo solo copia di semplici vivande; mentire non sapevano, chè nissuna verità avevano a nascondere. Niuno li sbigottì mai narrando con che fieri castighi si puniscano da Dio i figli ingrati: quivi l’amor filiale procedeva dall’amore materno. Della religione non si era loro insegnato che quel tanto che la rende amabile, e se non erano spesso in chiesa a porgere lunghe preci, alzavano però ad ogni momento le loro mani innocenti al cielo a cui offerivano un cuore tutto semplice, e pieno di amore, e questo dovunque si fossero, in casa, ne’ campi, nel bosco.
Così trascorse la prima loro infanzia come una bell’alba che promette un più bel dì. Erano omai venuti sì innanzi, che potevano dividere colle loro madri le domestiche faccende. Come udivasi il gallo dare avviso del giorno vicino, Virginia si alzava, andava per acqua alla fontana, e rientrando in casa apprestava la colazione. Poco dopo, quando il sole indorava le piante che circondano questa chiostra, Margherita veniva col suo figliuolo dalla signora De la Tour: intuonavano allora tutti le loro orazioni, dopo le quali facevasi il primo pasto, stando sovente sulla porta seduti sull’erba sotto un pergolato di bananieri, che fornivano vivanda ne’ loro frutti sostanziosi, ed anche i tovagliolini nelle larghe e lunghe loro foglie. Un cibo sano ed abbondante sviluppava rapidamente le membra di que’ due giovanetti, ed una dolce educazione dipingeva nella loro fi- sonomia la purezza e la quiete dell’anima loro. Virginia non aveva più che dodici anni; e più che mezzo adulte erano le sue forme, lunghi capelli biondi le ondeggiavano sul capo, l’azzurro degli occhi suoi ed il corallino del labbro facevano bella mostra in quel volto freschissimo, dove brillava il sorriso quando ella parlava: che se taceva, aveva la sua pupilla una certa naturale tendenza verso il cielo, che le dava l’aria di un finissimo sentire, e fors’anche di una leggiera melanconia. Quanto a Paolo gli si vedeva spiegato nel viso il carattere virile fra le grazie dell’adolescenza; più di Virginia era egli alto della persona, e più bruno era il suo colorito, il suo naso più aquilino, e negli occhi suoi, che erano neri, si sarebbe quasi ravvisato un po’ di alterigia; ma guerniti com’erano di lunghe ciglia vaghissime, non vi appariva altro che una grande dolcezza. Egli non amava di ristare mai, ma come appariva sua sorella, pigliava un’aria quieta, e si componeva al lato di lei. Sedevano alcuna volta a mensa taciturni, e si alzavano senza aver proferito una parola. A quel silenzio, alla semplicità de’ lore atteggiamenti, alla bellezza de’ loro piedi ignudi, si avrebbe potuto immaginare di vedere un gruppo antico di marmo bianco, rappresentante alcuno de’ figli di Niobe; ma ai loro sguardi che si cercavano, a quel sorriso corrisposto da un sorriso più dolce, si vedeva in essi di quelle creature celesti, di quegli spiriti felici che tendono per natura ad amarsi, e non hanno bisogno di spiegare per via di pensieri il loro sentire, e l’affezione colle parole.
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The end
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