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Manfredo

Silvio Pellico · 1883 · Free in the US

11,215 words · about 47 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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Licence: PD-US · Published in 1883 (before 1931): public domain in the United States. Text and transcription from it Wikisource by Wikisource contributors (transcription licensed CC BY-SA 4.0; contributors: https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Manfredo&action=history). · Wikisource contributors

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About this book

Author
Silvio Pellico
Language
Italian
Published
1883
Length
11,215 words · about 47 min
Sections
5 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (5)
  1. Personaggi under 1 min
  2. Atto primo about 13 min
  3. Atto secondo about 19 min
  4. Atto terzo about 14 min
  5. Note about 1 min

Continue:

Personaggi

manfredo. un cacciatore. l'abate di san maurizio. manuele. herman. la fata delle alpi. arimane. nemesi. le parche spiriti ec.

Atto primo

La lampada ha bisogno d’essere riempita, ma né anche allora arderà quanto ho bisogno di vegliare. Il mio dormire — se pur m’addormento — non è sonno, ma la continuazione d’un tenace pensiero a cui non posso resistere. La veglia è nel mio cuore, e questi occhi non si chiudono che per guardare in esso: eppure io vivo, e porto l’aspetto e la forma degli uomini che respirano. Ma l’affanno dev’essere il maestro del savio; il sapere è dolore: coloro che più sanno, devono più profondamento affliggersi di quella fatal verità, che l’albero del sapere non è quello della vita. La filosofia e la scienza, le sorgenti della maraviglia e la saviezza del mondo, tutto ciò ho provato, e vi è nella mia monte un potere capace di assoggettare a lei tali cose. Ma esse a nulla giovano. Ho beneficato gli uomini, e fra gli uomini ho ritrovato anche il bene — ma questo a nulla giovò. Ho avuto nemici, e niuno m’ha deriso, molti sono caduti dinanzi a me — ma questo a nulla giovò. Il bene, il male, la vita, le facoltà, le passioni, tutto quel ch’io veggio negli altri enti, è stato per me come la pioggia per lo arene, da quella ineffabile ora in poi. Non temo, e sento che la maledizione non produce alcun naturale terrore, alcun palpito di speranza o di desiderio, nè occulto amore per nulla sovra la terra — Ma ora, all’opera mia! —

Misteriosa Potenza! Voi spiriti dell’illimitato universo, che cercai nelle tenebre e nella luce; — voi che misurate la terra tutto intorno, e abitate nella più sottile essenza;— voi a cui le cime delle montagne inaccessibili danno ricovero, e a cui son famigliari le caverne della terra e dell’oceano, — io vi appello, per quello scritto incantesimo che mi dà potere sopra di voi.— Sorgete! apparite! (Una pausa.)

Non vengono ancora. — Or, per la voce di colui ch’è fra voi il primo — per questo sogno che vi fa tremare — per l’autorità di colui ch’è immortale, — sorgete! apparite! — Apparite! (Una pausa.)

S’egli è così, — Spiriti della terra e dell’aria, non mi schernirete così; per un potere maggiore di quel finora adoprato, per un irresistibile incanto che ha la sua origine in una stella dannata, reliquia ardente d’un demolito mondo, inferno errante nell’eterno spazio; per la forte maledizione ch’è sull’anima mia, quel pensiero che tutto mi penetra e mi circonda, vi costringerò al mio volere. — Apparite! (Una stella comparisce nel fondo più cupo della galleria; ella è fissa; e si ode una voce che canta.)

Primo Spirito. Mortale! Attratto io dal tuo comando, giù dalla mia magione, ch’è in quella nube che produce gli zefiri dell’aurora, e che indora il tramonto del sole estivo con quell’azzurro e quel vermiglio che sono misti per tingere il mio padiglione; sebbene la tua inchiesta possa essere illecita, ho cavalcato sopra un raggio di stella, attratto dal tuo scongiuro, o mortale. — Sia il tuo desiderio manifesto!

Voce del secondo Spirito. Il Montebianco è il monarca delle montagne: esse lo hanno incoronato da lungo tempo sopra un trono di rupi, in abito di nube con un diadema di neve. Intorno alla sua cintura stanno affibbiate le foreste, la valanga è nella sua mano; ma prima che cada, questo fulmineo globo deve fermarsi per mio comando. La fredda e irrequieta massa delle ghiacciaje s'innalza di giorno in giorno; ma io sono colui che le intima di passare o di fermarsi col suo ghiaccio. Io sono lo spirito del luogo, potrei piegar la montagna, farla tremare fino alla cavernosa sua base. — E da me che vuoi tu?

Voce del terzo Spirito. Nella cerulea profondità dell’ac- que, dove l’onda non combatte, dove straniero è il vento e il serpe marino ha vita, dove la sirena adorna di conchiglie i suoi verdi capelli; là, come la burrasca, sulla superficie venne il suono de’ tuoi incantamenti; sulla mia queta sala di corallo rotolò l’eco profondo. Allo spirito dell’oceano palesa le tue brame.

Quarto Spirito. Dove il sopito terremoto giace posando sul fuoco, e i laghi di bitume bollono più forte; dove le radici delle Ande s’avvallano così profondamente nella terra, come le loro cime si slanciano al cielo, ho abbandonato il luogo della mia nascita per obbedire al tuo comando. — Il tuo incanto m’ha soggiogato; il voler tuo sarà mia guida.

Quinto Spirito. Io sono il cavalcatore del vento, l’agitatore della tempesta; il turbine ch’io lasciai dietro me, è caldo ancora di lampi; per affrettarmi a te volai sopra la bufera per terre e per mari: la flotta ch’io incontrai, veleggiava felicemente, eppure affonderà pria che sia trascorsa la notte.

Sesto Spirito. Il mio albergo è l’ombra della notte; perchè la tua magia mi tormenta colla luce?

Settimo Spirito. La stella che regola il tuo destino, fu regolata, pria che la terra cominciasse, da me. Era un mondo così fresco e bello, che mai non ne girò per l’aria un simile intorno al sole; il suo corso era libero e regolare, lo spazio non contenne mai più amabile astro. L’ora giunse — ed egli divenne un’errante massa d’informe fiamma, una traviata cometa, una maledizione, la minaccia dell’universo, rotolante ancora per innata forza, senza sfera, senza corso, una luminosa deformità nel cielo, il mostro del superiore firmamento! E tu sotto la sua influenza nato— tu verme! ch’io obbedisco e — spregio — io costretto da un potere (che non è tuo, e che non t’è imprestato che per farti mio), costretto a discendere per questo breve momento dove questi deboli spiriti si curvano intorno a te, e conversano con una creatura qual sei, che vuoi tu, figlio della creta, da me?

I sette Spiriti. La terra, l’oceano, l’aria, la notte, le montagne, i venti, la tua stella, stanno a’ tuoi cenni, o figlio della creta! Dinanzi a te i loro spiriti sono pronti al tuo comando.— Che vuoi da noi, figlio de’ mortali? — parla.

Manfredo. Dimenticanza.

Spirito. Di che — di chi — e perchè?

Manfredo. Di ciò ch’è in me; leggetelo qua. — Voi lo sapete, ed io non posso pronunciarlo.

Spirito. Noi non possiamo darti che ciò che possediamo. Chiedi a noi tuoi sudditi sovranità, potere sovra la terra, o tutto o in parte, o un segno che governi gli elementi di cui siamo i dominatori, ciascuna di queste cose e tutte insieme saranno tue.

Manfredo. L’obblio, l’obblio di me stesso.— Non potete strapparlo fuori dai nascosti regni, voi che offrite si prodigamente, ciò che io domando?

Spirito. Non è nella nostra essenza, nella nostra facoltà. Ma — tu puoi morire.

Manfredo. La morte mi procaccerà essa l’obblio?

Spirito. Noi siamo immortali e non dimentichiamo, siamo eterni, e a noi il passato è, come il futuro, presente. Sei soddisfatto?

Manfredo. Voi mi schernite — ma il potere che vi ha portati qua vi fece miei. Schiavi, non deridete la mia volontà! La mente, lo spirito, la prometea favilla, il lampo del mio essere è così splendido, così penetrante, dardeggia così lunge come il vostro, e al vostro non cederà, quantunque rinchiuso nella creta! Rispondete, o v’insegnerò chi sono.

Spirito. Rispondiamo come rispondemmo; ciò che abbiamo a dirti già sta nelle tue parole.

Manfredo. Perchè ciò?

Spirito. Se, come dicesti, la tua essenza è come la nostra, abbiamo risposto in dirti che quel che i mortali chiamano morte, nulla ha che fare con noi.

Manfredo. Dunque invano vi chiamai da’ vostri regni; o non potete o non volete ajutarmi.

Spirito. Parla: noi t’offriamo ciò che possediamo; egli è tuo. Pensavi prima di congedarci, ridomanda — Regno, dominio, forza, lunghezza di giorni.

Manfredo. Maledetti! Che ho io a fare di giorni? Troppo lunghi già sono. — Via di qua — partite!

Spirito. Ancora un istante; poichè siam qui, la nostra volontà sarebbe di giovarti; pènsavi: non vi è altro dono che possiam farti il quale non sia spregevole a’ tuoi occhi?

Manfredo.-No, nessuno; ma fermatevi — un momento prima che ci separiamo. — Vorrei mirarvi faccia a faccia. Odo le vostre voci, grati e melanconici suoni, come la musica sopra lo acque, e veggio lo stabile aspetto d’una grande lucida stella, ma nulla più. Accostatevi a me quali siete, uno o tutti, nelle usate vostre forme.

Spirito. Non abbiamo altre forme che gli elementi di cui siamo l’intelligenza e il principio: ma scegli una forma — in quella appariremo.

Manfredo. Io non ho scelta: non v’è forma sulla terra, odiosa o bella per me. Colui che fra di voi è il più potente, prenda quell’aspetto sotto il quale può parer più gentile. Venga!

Il settimo Spirito (apparendo sotto forma di bellissima donna). Eccomi.

Manfredo. Oh Dio! se così è, se tu non sei un prestigio, una derisione, io potrei ancor essere l’uomo più felice. — Ti stringerò fra le mie braccia, e sarò di nuovo.... — (La figura svanisce.) Il cuore è lacerato! (Manfredo cade privo di sensi.)

(Si ode una voce nel seguente incantamento.)

Quando la luna è sull’onda e la lucciola nell’erba, quando la meteora è sulla tomba e il fuoco fatuo sulla palude, quando sono slanciate le stelle cadenti, e ululano alternamente i gufi, e le tacite foglie stanno immobili nell’ombra della collina, l’anima mia starà sovra la tua con un potere e con un segno.

Quantunque il tuo sonno sia profondo, il tuo spirito non dormirà; vi sono ombre che non si dileguano, vi sono pensieri che non puoi bandire; per una potenza a te incognita non ti sarà mai dato di essere solo; tu sei cinto come da un drappo funereo; tu sei ravvolto in una nube, e per sempre abiterai nello spirito di questo incantamento.

Quantunque tu non mi vegga passare, mi sentirai coll’occhio interno come una cosa che, sebbene non veduta, deve starti presso e ti è stata; e quando in quel secreto spavento avrai volto intorno a te la testa, ti maraviglierai ch’io non sia come la tua ombra sul terreno, e il potere che tu senti sarà quello che devi celare.

Una voce, un carme magico ti ha battezzato di maledizione; uno spirito dell’aria t’ha cinto d’una rete; vi è nel vento una voce che t’interdice la gioia; la notte ti negherà tutta la quiete del suo firmamento, e il giorno avrà un sole che ti farà desiderare che sia tramontato.

Dalle tue false lagrime io distillai un’essenza che ha virtù di uccidere; dal tuo proprio cuore spremei il nero sangue nella sua più nera sorgente; dal tuo sorriso trassi una serpe che là s’attorcigliava come nella selce; dal tuo labbro trassi il fascino che dà a tutte queste cose ciò che hanno di più nocivo. Nel provare ogni conosciuto veleno, trovai che il più forte era il tuo.

Per il freddo tuo seno, pel tuo sorriso di serpente, per l’incommensurabile abisso della tua iniquità, per l’occhio tuo spirante virtù, per l’occulta ipocrisia dell’anima tua, per la perfezione della tua arte che fa parere umano il tuo proprio cuore, per la gioia che provi dell’altrui pene, e per la tua fratellanza con Caino, io appello te, e ti obbligo ad essere l’inferno di te medesimo!

Io verso sul tuo capo l’ampolla che ti condanna a questa prova; nè il dormire nè il morire saranno nel tuo destino; la morte parrà vicina al tuo desiderio, ma ti sarà oggetto di spavento. Ah! l’incanto or ti circonda, e la sorda catena ti ha legato. Sul tuo cuore e sul tuo cervello ad un tempo la parola passò — or ti appassisci!

Gli Spiriti ch’io aveva fatti sorgere, m’abbandonano; gl’incanti ch’io aveva studiati, mi deludono; — il rimedio ch’io scelsi, mi ha tormentato; non m’affida più alcun ajuto soprumano; esso non ha potere sovra il passato, e in quanto al futuro, finchè il passato non è sommerso nelle tenebre, è inutile ch’io lo ricerchi. — O madre terra! e tu nascente giorno, e voi, o monti, perchè così belli? Io non posso amarvi. E tu, occhio lucente dell’universo, che ora ti apri sopra tutte le cose ond’empirle di delizia, tu non risplendi sovra il mio cuore. E voi, balze, sul cui estremo orlo mi sto, guardando giù sulla riva del torrente gli alti pini impiccioliti come arboscelli, nella vertigine della lontananza; se un salto, una scossa, un moto, un sospiro portasse il mio seno sul pietroso letto di quell’abisso onde riposare per sempre, — perchè mi soffermo? Sento l’impulso — eppur non mi scaglio; veggio il pericolo — e non retrocedo; il mio cervello gira — e il mio piede è fermo: vi è un potere sopra di me che mi trattiene e comanda ch’io viva; se pure è vita il portare entro me questa aridità di spirito, ed essere io il sepolcro dell’anima mia, poichè ho cessato di giustificare a me stesso i miei fatti — ultima infermità del malvagio. Oh, tu, fenditore di nubi, alato ministro (passa un’aquila), il di cui fortunato volo è presso i cieli il più alto, deh! piombassi tu così presso di me — ch’io fossi tua preda, e saziassi i tuoi figli; tu sei andata dove l’occhio non può seguirti; ma il tuo penetra all’ingiù, e sopra ed intorno con acutissima vista.— Bello! quanto bello è tutto questo visibile mondo! quanto glorioso nella sua azione ed in sè stesso! ma noi che ci diciamo suoi sovrani, noi mezzi polvere, mezzi deità, egualmente incapaci di inabissarci e di sorvolare, facciamo colla nostra mista essenza un conflitto de’ suoi elementi, e respiriamo l’alito della degradazione e dell’orgoglio, luttando con bassi bisogni e sublimi voleri, finchè la nostra mortalità predomina, e gli uomini sono — ciò che non dicono a sè medesimi e non si confidano uno all’altro. Odi! (si ode una zampogna pastorale in distanza) la nota, la musica naturale della zampogna delle alpi — qui i giorni patriarcali non sono una favola pastorale — que’ suoni in un’aria libera, misti ai sonagli dell’armento ramingo.... oh! l’anima mia vorrebbe sorbire quegli echi. — Oh! foss’io l’invisibile spirito d’un amabile suono, una voce vivente, un’armonia animata, un incorporeo diletto, nato e spirante col giocondo tono che lo ha formato.

(Entra dal piano un Cacciatore di camosci.)

Cacciatore. Appunto questo è il sentiero dov’è saltato il camoscio; il piede suo snello mi ha burlato; i miei guadagni quest’oggi stenteranno a pagare la mia fatica da rompicollo. Chi mai fia colà? Non sembra del mio mestiere, eppure è salito ad un’altezza che niuno, nè anche de’ nostri montanari, tolti i migliori cacciatori, potrebbe attingere; il suo vestire è nobile, il suo aspetto è virile, e il suo portamento è altero come di uno di questi paesani nati liberi, se in questa distanza ben giudico. — Voglio accostarmegli.

Manfredo (non vedendolo). Esser così — incanutito dall’angoscia, come que’disseccati pini, rovinati da un solo inverno, senza corteccia, senza rami, un putrido tronco sopra una radice maledetta che non ispira altro senso che quello del deperimento;— essere così, eternamente nient’altro che così, essendo stato in altra guisa! Solcato di rughe, incavate non dagli anni, ma dalle ore, dagli istanti — e sono tutti secoli di tormenti — secoli ai quali io sopravvivo! — O crollanti cime di ghiaccio! o valanghe che un respiro trae giù in ammontate ruine, venite a schiacciarmi. Io vi sento ad ogni istante di sopra e di sotto scricchiolare con frequente conflitto; ma voi passate e non cadete se non sovra cose che ancor vorrebbero vivere; sulla giovine fiorita selva o sulla capanna ed il borgo dell’innocente villano.

Cacciatore. La nebbia comincia ad alzarsi dalla valle; avvertirò colui perchè discenda, o può rischiare di perdere ad un tempo la sua strada e la sua vita.

Manfredo. La nebbia ondeggia intorno alle ghiacciaje; le nubi si elevano inanellandosi qui presso, sotto a me, bianche e sulfuree, come schiuma sorgente dall’agitato oceano del profondo inferno, di cui ciascun’onda si frange sopra un lido vivente formato da un mucchio di dannati, a guisa di selci. Mi gira il capo.

Cacciatore. Mi avvicinerò a lui cautamente; altrimenti un passo improvviso può spaventarlo, e già sembra vacillante.

Manfredo. Talora montagne sono cadute lasciando una fessura nelle nubi, e crollando le alpi fraterne col loro urto, riempiendo le verdi feconde valli delle macerie della distru- zione, facendo siepe ai fiumi con subitaneo scroscio che ne scagliò le acque per l’aere come nebbia, e fece trovare alle loro fonti un altro sbocco; — così, così nella sua vecchiaja accadde al monte Rosenberg. — Perchè non era io sotto esso?

Cacciatore. Amico! badate, un passo che facciate ancora può esservi fatale! per l’amore di colui che v’ha dato la vita, non rimanete su quel ciglione!

Manfredo (non udendolo). Quella sarebbe per me stata una tomba opportuna; le mie ossa allora in quella profondità avrebbero avuto quiete, non sarebbero allora state sparse sovra le rupi per trastullo dei venti — come così — così avverrà in questo precipizio. — Addio, spalancati cieli! non guardatemi così iratamente. — Non eravate fatti per me. — Terra! ricevi questi atomi! (Mentre Manfredo è in atto di balzare dalla rupe, il Cacciatore lo afferra.)

Cacciatore. Arresta, o folle! — quantunque stanco della tua vita, non macchiare le nostre pure valli col tuo colpevole sangue. — Via con me — non abbandonerò la mia preda.

Manfredo. La mia grave malattia è nel cuore; — no, non afferrarmi.— Io son tutto debolezza — le montagne girano intorno a me. — Mi s’offusca la vista. — Chi sei tu?

Cacciatore. Ti risponderò fra poco. — Via con me. — Le nubi s’addensano — là — ora appoggiati sopra me — poni qua il tuo piede — qui, prendi questo bastone, e attaccati un momento a questo arbusto — or dammi la mano, e tieniti stretto alla mia cintola — piano — bene — arriveremo alla capanna fra un’ora — vieni, troveremo presto una più sicura traccia, e qualche cosa di simile a un sentiero, segnato dal torrente fin dall’inverno. — Vieni, bravissimo. — Tu devi essere stato un cacciatore. — Seguimi. (Mentre discendono le rupi con difficoltà, la scena si chiude.)

Atto secondo

Cacciatore. No, no, riposati, non devi ancora uscire. La tua mente e il tuo corpo sono egualmente incapaci, almeno per alcune ore, di fidarsi un all’altro; quando starai meglio, io sarò tua guida, ma per qual parte?

Manfredo. Non importa: conosco benissimo la mia strada, e non ho d’uopo di guida.

Cacciatore. Il tuo aspetto e il tuo contegno ti palesano d’alto lignaggio, uno di quei capi supremi di cui le rupi sormontate di castella guardano sulle profonde valli; — qual di esse ti chiama signore? Io non conosco altro che le loro porte; il calle della mia vita mi conduce di rado a scaldarmi agli enormi focolari di quelle vecchie sale, banchettando coi vassalli; ma i sentieri che vanno dalle nostre montague alle loro porte, io li conosco dall’infanzia; — qual è fra queste la tua?

Manfredo. E che importa?

Cacciatore. Ebbene, signore, perdona alla mia domanda, e sii di miglior cera. Vieni, gusta il mio vino; è d’un’antica vendemmia; molte volte ha sciolto il gelo delle mie vene in mezzo alle nostre ghiacciaje, or faccia altrettanto alle tue. Vieni, rispondi al mio brindisi.

Manfredo. Via, via! v’è del sangue sull’orlo! Non cadrà dunque mai — mai nella terra?

Cacciatore. Che intendi dire? i tuoi sensi vaneggiano.

Manfredo. Dico che è sangue — il mio sangue! la vera calda corrente che scorrea nelle vene di mio padre e nelle nostre, quando eravamo nella nostra gioventù, ed avevamo un cuore, e ci amavamo un l’altro come non avremmo dovuto amarci, e questo sangue fu versato; ma ancora si rialza colo- rando le nubi che mi chiudono fuori del cielo, dove tu non sei — ed io non sarò mai.

Cacciatore. Uomo di strane parole, se hai qualche peccato che ti altera la mente o popola al tuo sguardo il vuoto di fantasmi, qualunque sia il tuo terrore e il tuo patimento, v’è conforto ancora — l’ajuto dei santi uomini e la celeste pazienza.

Manfredo. Pazienza, pazienza! lungi da me; — questa parola fu fatta pei bruti da soma, non per gli augelli di rapina; raccomandala ai mortali di una polvere simile alla tua, — io non sono del tuo ordine.

Cacciatore. Grazie al cielo! io non vorrei esser del tuo per la libera fama di Guglielmo Tell; ma qualunque sia il tuo male, convien sopportarlo, e questi selvaggi impeti sono inutili.

Manfredo. Non lo sopporto? — Guardami. — Io vivo.

Cacciatore. Questa è convulsione e non vita in salute.

Manfredo. Ti dico, o uomo, ch’io ho vissuto molti anni, molti lunghi anni, ma essi sono un nulla in paragone di quelli ch’io devo numerare; secoli — secoli — spazio ed eternità — e coscienza di me stesso colla fiera sete della morte — e non disfatto mai!

Cacciatore. Eppure sulla tua fronte il suggello della mezza età è appena impresso, io sono molto più vecchio di te.

Manfredo. Credi tu che l’esistenza dipenda dal tempo? Sia; ma le azioni sono le nostre epoche; le mie hanno fatto i miei giorni e le mie notti di una durata infinita immortale, e sempre simili come la sabbia sul lido, innumerevoli atomi; deserto sterile e freddo su cui le feroci onde si rompono, ma nulla resta fuorchè carcami e naufragi, sassi ed alghe amare.

Cacciatore. Oimè! è fuor di senno — ma pur non devo abbandonarlo.

Manfredo. Così lo fossi! — allora le cose ch’io vedo, non sarebbero che un sogno agitato.

Cacciatore. Che vedi tu, o che pensi tu vedere?

Manfredo. Me stesso e te — contadino delle alpi — le tue umili virtù, l’ospitale tua casa, uno spirito paziente, pio, altero e libero; il rispetto di te medesimo fondato sopra inno- centi pensieri; i tuoi giorni di salute e le tue notti tranquille; le tue pene nobilitate dal pericolo, quantunque innocenti; la speranza d’una lieta vecchiaja o d’un quieto sepolcro con una croce e una ghirlanda sulla sua verde zolla, o l’amore dei figli de’ tuoi figli per epitafio; questo io vedo — e allora guardo qui dentro. — A nulla giova, — l’anima mia ardeva già prima!

Cacciatore. E cangieresti la tua sorte colla mia?

Manfredo. No, amico! Non vorrei nuocerti, nè cambiare la mia sorte con alcun essere vivente: io posso sopportarla; benchè miserabilmente, pur è ancora sopportabile — questa vita che gli altri inorridirebbero di sognare, e morrebbero dormendo.

Cacciatore. E con questi — questi premurosi sentimenti per le pene d’un altro, puoi tu essere nero di delitti? — non dirlo. Può alcuno che abbia pensieri sì gentili aver preso vendetta sopra i suoi nemici?

Manfredo. Ohi no, no, no! I miei torti si rovesciano su coloro che mi amano, su coloro ch’io maggiormente amai; non estinsi mai un nemico, fuorchè in mia giusta difesa — ma i miei amplessi furono fatali.

Cacciatore. Il cielo ti dia riposo! e la penitenza ti renda a te stesso; le mie preghiere saranno per te.

Manfredo. Io non ne ho di bisogno, ma posso tollerare la tua pietà. Or parto — n’è tempo — addio! — Eccoti dell’oro e i miei ringraziamenti.— Non replicare — ti è dovuto.— Non seguirmi. — So la mia strada — il pericolo della montagna è passato: — una volta ancora te l’impongo, non seguirmi! (Manfredo esce.)

Manfredo. Non è mezzodì; — i raggi dell’arco solare attraversano ancora il torrente coi varii colori del cielo, e rotolano l’ondeggiante colonna di foglio d’argento giù perpendi- colarmente sulla rupe, o scagliano in lungo le loro linee di spumante luce, e qua e là, simile alla coda del pallido corsiero, del gigantesco cavallo che dev’essere cavalcato dalla morte, come dice l’Apocalisse. Altri occhi fuorchè i miei non bevono questa vista di delizia; vorrei essere sempre solo in questa dolce solitudine, e dividere col Genio del luogo gli omaggi di queste acque. — Evochiamolo. (Manfredo prende un po’ d’acqua nella palma della mano, e la getta in aria, mormorando lo scongiuro. Dopo una pausa, la Fata dell’Alpi sorge sotto l’arco che fanno i raggi del sole al torrente.)

Manfredo. Leggiadro Spirito! la tua chioma è di luce, e gli occhi tuoi scintillano di gloria; nella tua bella forma le figlie meno mortali della terra crescono a sovrumana statura, in un’essenza di purissimi elementi. I tuoi colori sono quelli della gioventù; — la tua carnagione è simile alla guancia d’un fanciullo dormiente, ondeggiato dai battimenti del cuore materno, o simile alle tinte rosee che lascia il crepuscolo estivo sulla virginea neve delle ardue ghiacciaje, quasi rossore della terra in abbracciamento col cielo. — Tai colori splendenti sul celeste tuo volto umiliano le bellezze dell’arco solare che s’inclina sopra di te. Leggiadro Spirito! nella chiara tranquilla tua fronte, dove è specchiata la serenità dell’anima che dimostra l’immortalità di essa, io leggo che tu perdonerai a un figlio della terra — le astruse potenze della quale gli permettono qualche volta di conversar con loro — s’egli si prevale dei suoi incanti per chiamarti e vagheggiarti un momento.

Fata. Figlio della terra, io conosco te e le potenze che danno potenza a te; io ti conosco per un uomo di molti pensieri e di molte azioni nel bene e nel male, estremo in ambidue, fatale o fatato nei tuoi patimenti. Io ho aspettato questo,— che vuoi da me?

Manfredo. Contemplare la tua bellezza,— nient’altro. L'aspetto della terra mi ha tolto il senno, ed io prendo rifugio ne’ suoi misteri, e penetro nel soggiorno di coloro che la governano — ma essi non possono ajutarmi. Io ho cercato da loro ciò che non poteano concedere, e or non cerco più altro.

Fata. Qual potrebb’essere la domanda che non possano soddisfare i potentissimi, i regolatori dell’invisibile?

Manfredo. Una grazia; ma che giova ripeterla? sarebbe vano.

Fata. Io non la conosco; il tuo labbro la pronunzi.

Manfredo. Ebbene, ancorchè ciò mi tormenti, non importa; il mio dolore troverà una voce. Fin dalla mia gioventù il mio spirito non camminò mai colle anime degli uomini, nè guardò con occhi umani la terra; la sete della loro ambizione non era la mia; lo scopo della loro esistenza non era il mio; le mie gioje, i miei dolori, le mie passioni e le mie facoltà faceano di me uno straniero; quantunque io ne portassi la forma, non avea simpatia colla carne respirante, nè fra le creature di creta che mi circondavano ve ne fu altra che una — ma di quella parlerò poi. Dissi che cogli uomini e co’ loro pensieri non ebbi se non poca comunione; ma invece, la mia gioja era nel deserto a respirare la difficile aria della gelata cima delle montagne, dove gli uccelli non osano fabbricare, nè l’ale dell’insetto sorvolare sul granito nudo d’erba; o a scagliarmi nel torrente e rotolarmi sul rapido vortice della nuova onda spezzantesi del fiume o dell’oceano, nel loro gonfiarsi. In queste cose la mia giovenil forza esultava; oppure in seguire, durante l’intera notte, la commovente luna, le stelle e il loro svolgimento; o in cercare gli abbaglianti lampi finchè i miei occhi ne fossero offuscati; o nel guardare, ascoltando, sopra le sparse frondi, quando i venti dell’autunno susurravano il loro canto della sera. Tali erano i miei diletti, e principalmente lo star solo; chè se gli enti, dei quali io era uno — abborrendo di esser tale — traversavano la mia via, io mi sentiva degradato dietro loro e ridiveniva tutto creta. E allora io errava solingo e scendeva nelle fosse della morte, cercando la sua causa nel suo effetto, e traeva dalle aride ossa, dai cranii e dall’ammucchiata polvere le più illecite conclusioni. Allora io passava le notti degli anni in scienze che non si studiarono fuorchè nell’età remota; e con tempo e fatica, e terribili prove e penitenze tali che hanno possanza sopra l’aria e gli spiriti che misurano aria e terra, e spazio e il popolato infinito, i miei occhi facev’io famigliari coll’Eternità, come, pria di me, fecero i Magi e colui che dalle loro abitate fontane trasse fuori Eros ed Anteros a Gadara, come io traggo te; — e col mio sapere crebbe la sete del sapere, e il potere e la gioja di questa chiarissima intelligenza, finchè —

Fata. Continua.

Manfredo. Oh! non ho fatto che prolungare le mie parole, vantando questi vani attributi, perchè siccome io m’avvicino al massimo de’ miei cordogli.... — Ma si prosiegua. Non ti ho nominato nè padre, nè madre, nè amante, nè amico, nè alcuno degli enti con cui portai la catena dei vincoli umani; s’io gli ebbi, essi non parvero tali a me. — Eppur ve ne fu uno.—

Fata. Non contenerti — prosiegui.

Manfredo. Ella era simile a me nei lineamenti, — i suoi occhi, la sua chioma, le sue fattezze, tutto fino al suono della sua voce, dicevasi che fosse simile al mio; ma tutto raddolcito e temperato nella bellezza; ella aveva gli stessi solinghi ed astratti pensieri, l’avidità delle occulte cognizioni e una mente da comprendere l’universo; nè queste cose sole, ma con esse alcune facoltà più gentili delle mie, la pietà e i sorrisi e le lagrime — che io non aveva; e la tenerezza, — ma questa io l’aveva per lei; l’umiltà, — e questa non l’ebbi mai. Le sue colpe furono mie; — le sue virtù furono proprie di lei. — Io l’amava, e la distrussi!

Fata. Colla tua mano?

Manfredo. Non colla mia mano, ma col cuore — che lacerò il suo cuore, — questo si fissò sopra il mio e inaridì. Ho sparso sangue, — ma non il suo; — eppure il suo sangue fu sparso — lo vidi — e non potei ristagnarlo.

Fata. E per colei — per un ente della razza che tu dispregi, d’un ordine sul quale vorresti innalzarti, mischiandoti con noi e coi nostri, tu rinunzi ai doni del nostro alto sapere, e retrocedi alla vile mortalità?— Via!

Manfredo. Figlia dell’aria! Io ti dico che da quell’ora — ma le parole non sono altro che vento — guardami ne’ miei sonni, o veglia sulle mie veglie. — Ponti a sedere presso di me! La mia solitudine non è più solitudine, ma è popolata dalle Furie; — ho digrignato i denti nell’oscurità fino al ritorno del mattino, e allora ho maladetto me stesso fino al tramonto del sole; — ho pregato per ottener la pazzia come una grazia — ella m’è negata. Ho affrontata la morte — ma nella guerra degli elementi le acque si scostarono da me, e gli accidenti fatali passarono senza nuocermi, — la fredda mano d’uno spietatissimo demonio mi ritenne; mi ritenne per un solo capello che non volle rompersi. Nella idealità, nell’immaginazione, in tutta l’affluenza dell’anima mia, che un giorno era un Creso di creazione — io mi ingolfai; ma mi rispinse quasi un’onda regurgitante, nell’abisso immensurabile del mio pensiero. M’ingolfai nella società.— Io cercai l’obblio dappertutto, fuorchè dove egli si trova, e questo ho ad imparare — le mie scienze, la mia lungamente studiata arte soprannaturale, è mortale qui. — Abito nella mia disperazione — e vivo — e vivo per sempre.

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