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Postuma

Olindo Guerrini · 1883 · Free in the US

12,852 words · about 54 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
About this edition

Free in the US: this text is in the public domain in the United States; it may still be in copyright elsewhere.

Licence: PD-US · Published in 1883 (before 1931): public domain in the United States. Text and transcription from it Wikisource by Wikisource contributors (transcription licensed CC BY-SA 4.0; contributors: https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Postuma_(1883)&action=history). · Wikisource contributors

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About this book

Author
Olindo Guerrini
Language
Italian
Published
1883
Length
12,852 words · about 54 min
Sections
89 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (89)
  1. Indice under 1 min
  2. Avvertenza under 1 min
  3. Prologo dell'editore about 5 min
  4. Al lettore about 5 min
  5. I under 1 min
  6. II under 1 min
  7. III about 2 min
  8. IV under 1 min
  9. MEDIO EVO under 1 min
  10. VI under 1 min
  11. VII under 1 min
  12. VIII about 1 min
  13. IX under 1 min
  14. X under 1 min
  15. XI under 1 min
  16. XII under 1 min
  17. XIII under 1 min
  18. XIV under 1 min
  19. XV about 1 min
  20. XVI under 1 min
  21. XVII under 1 min
  22. XVIII under 1 min
  23. XIX under 1 min
  24. XX about 1 min
  25. XXI under 1 min
  26. XXII under 1 min
  27. XXIII under 1 min
  28. XXIV about 1 min
  29. XXV under 1 min
  30. XXVI under 1 min
  31. XXVII under 1 min
  32. XXVIII under 1 min
  33. XXIX under 1 min
  34. XXX under 1 min
  35. XXXI under 1 min
  36. XXXII under 1 min
  37. XXXIII under 1 min
  38. XXXIV under 1 min
  39. XXXV under 1 min
  40. XXXVI under 1 min
  41. XXXVII under 1 min
  42. XXXVIII about 4 min
  43. XXXIX under 1 min
  44. XL about 2 min
  45. XLI under 1 min
  46. XLII under 1 min
  47. XLIII under 1 min
  48. XLIV under 1 min
  49. XLV under 1 min
  50. XLVI about 2 min
  51. XLVII under 1 min
  52. XLVIII under 1 min
  53. XLIX about 1 min
  54. L under 1 min
  55. LI under 1 min
  56. LII under 1 min
  57. LIII under 1 min
  58. LIV under 1 min
  59. LV under 1 min
  60. LVI under 1 min
  61. LVII under 1 min
  62. LVIII under 1 min
  63. LIX under 1 min
  64. LX under 1 min
  65. LXI under 1 min
  66. LXII about 1 min
  67. LXIII under 1 min
  68. LXIV about 2 min
  69. LXV under 1 min
  70. LXVI under 1 min
  71. LXVII under 1 min
  72. LXVIII under 1 min
  73. LXIX under 1 min
  74. LXX under 1 min
  75. LXXI under 1 min
  76. LXXII under 1 min
  77. LXXIII under 1 min
  78. LXXIV about 1 min
  79. LXXV about 1 min
  80. LXXVI about 1 min
  81. LXXVII about 1 min
  82. LXXVIII under 1 min
  83. LXXIX under 1 min
  84. LXXX under 1 min
  85. LXXXI under 1 min
  86. LXXXII under 1 min
  87. LXXXIII under 1 min
  88. LXXXIV under 1 min
  89. LXXXV under 1 min

Continue:

Indice

Appendice

, Ministro della Giustizia del Regno d'Italia

Avvertenza

I compratori dei libri di mia edizione sappiano che le numerose contraffazioni che circolano sono alterate, scorrette e non riconosciute in modo alcuno dall’Autore o da me.

Per guardarsi dai ladri, potranno leggere i che sono uniti al presente volume.

Prologo dell'editore

uesto libro, che giunge ora alla sua ottava edizione legittima, ha trovato ammiratori anche tra i miei colleghi. Due edizioni contraffatte si vendono pubblicamente a prezzo derisorio, e sono di stampa lurida e sbagliatissime. Altre edizioni mie, come quella delle del furono contraffatte col nome della mia Ditta in fronte, la mia cifra e persino i miei cataloghi. Ringrazio gli ignoti colleghi (dico ignoti per riguardo alla Questura; ma io li conosco benissimo) i quali vollero dare un tal segno di entusiasmo alle mie pubblicazioni. Li ringrazio dal più profondo del cuore, e nella piena della mia riconoscenza non posso a meno di chiamarli ladri.

Sono vecchio, ma un certo fondo di ingenuità giovanile l’ho sempre conservato; e per questo ricorsi alla legge ed ai suoi esecutori. Di più, misi sossopra mezzo il mondo ufficiale, mi arrabattai, mi arrabbiai, ma dovetti finire collo stampare il libro in carta più comune per darlo a buon mercato e far la concorrenza ai ladri.

Bella conclusione davvero! Dicono che la proprietà letteraria sia tutelata come le altre proprietà, e può darsi. Ma, quanto a me, ho trovato più facile ottener giustizia contro i ladri delle mie galline che contro i ladri delle mie edizioni. Spendendo cento lire in un avvocato posso ottener subito la condanna di chi mi rubò due lire di stracci; ma spendendone anche dugento, non posso, non solo far condannare, ma nemmeno raggiungere chi mi rubò parecchie migliaia di lire.

Ad onor del vero ho trovato tutti gli esecutori della legge, dal Procuratore del Re all’ultimo usciere di Questura, non solo gentili verso di me, ma pieni di zelo pel loro dovere e pienissimi della miglior volontà di farmi rendere giustizia e di constatare e far punire un reato dei più vigliacchi che si possano dare e dei più nocivi all’interesse, non solo degli editori, ma mente anche della coltura generale che non potrà svilupparsi e crescere se gli autori non saranno un po’ più sicuri dal latrocinio indigeno e un po’ più efficacemente tutelati nell’esercizio dei loro diritti. E mi piace, appunto in questo sfogo di editoria amaritudine, di render giustizia alle egregie persone colle quali ebbi che fare, e riconoscere ingenuamente che non fu colpa loro se non poterono render giustizia a me. Non è di loro che mi lagno, ma di quel complesso di istituzioni sbagliate che rendono illusorio il diritto mio.

Non è un mese, fui condannato dal tribunale di Modena a qualche centinaio di lire di multa per non aver depositato presso quella R. Biblioteca dell’Università i libri che stampo a Modena, ma pubblico a Bologna. Dirò a scanso d’equivoci ed a giustificazione della mia buona fede che, credendo d’esser tenuto ad eseguire il deposito nel luogo della pubblicazione, che è Bologna, e non in quello della esecuzione, che è Modena, depositavo ingenuamente i libri a Bologna nè mi aspettavo quella tegola sul capo. Il tribunale mi disingannò ed io che rispetto la Giustizia del mio paese, chinai riverente il capo, e non pensai nemmeno ad appellarmi. Errai; innocentemente, ma errai, e sta bene che io paghi l’errore.

Ma non ho poi tutti i torti lagnandomi che la legge, la quale condanna anche la mia buona fede, non mi conceda poi, o almeno mi conceda solo a parole, una reciprocità cresimata con tutti i riti legislativi inutilmente. Un furto di galline, l’esposizione di uno straccio rosso sono reati di azione pubblica, immediatamente e debitamente repressi. Invece per un furto come quello del quale mi lagno, è necessaria una sequela di atti e di querele che cambiano in fatto la natura del reato e lo rendono di azione privata, non solo, ma danno agio ai rei di essere avvertiti e di sfuggire all’azione della giustizia punitiva. Non esagero: dico solo quello che è caduto a me. Dico che ho comprato io in persona, alcuni esemplari delle mie edizioni contraffatte in alcune botteghe che, dopo la lunga serie degli atti e delle querele di rito, furono perquisite dall’autorità, la quale come è da credere non trovò nulla, e per poco non mi lavò la testa per aver fatto disturbare a quel modo alcuni pacifici librai.

La colpa non è dunque rità, che compie il dover suo come la legge prescrive, ma la colpa è delle disposizioni della legge e i miei colleghi tutti lo sanno. Ci è forza tollerare piuttosto i furti e i latrocini d’ogni maniera che esporci al danno ed alle beffe querelandoci. Eppure non si chiede una protezione speciale, non si domanda una inquisizione protezionista a favor nostro; si chiede solo che la nostra proprietà sia veramente proprietà e come non si rubano impunemente i fazzoletti di tasca agli sfaccendali per le vie, così non si rubino i libri agli editori. Non è chieder troppo, e tuttavia se arrivassimo a tanto, ci sembrerebbe di toccar il cielo col dito, e lavoreremmo con più gusto, e pagheremmo gli autori con maggior larghezza. Ora siamo certi che se un libro ha fortuna, uscirà fatto e perderemmo tempo e fatica a difendere la nostra proprietà. Dunque paghiamo meno e rispettiamo meno quella legge la quale in compenso degli obblighi non ci dà che diritti illusori.

Concludo dunque che: se la legge ha troppo da fare coi borsaiuoli e coi gallinai per occuparsi efficacemente di un editore cui sono rubate a man salva alcune migliaia di lire; se gli esecutori della legge hanno quindi troppo da fare per cercare le bandierine rosse e le donnine in contravvenzione di patente e non possono occuparsi troppo dei librai che vendono in piazza la roba rubata; bisogna che mi difenda da me cercando di togliere il guadagno ai miei ladri. Ed è quello che faccio.

Non mi dolgo quindi nè della Giustizia nè della polizia come tali: e meno poi delle egregie persone che in questa mia odissea fecero quel che era in loro potere per rendermi possibile l’esercizio dei diritti sanciti inutilmente dalla legge. Mi dolgo solo che l’esempio di una impunità scandalosa, sfregio alla Giustizia che venero, ed irrisione alla Polizia che rispetto, possa incoraggiare altri a così facili furti.

Ed offro ai miei collegli onesti, vale a dire alla quasi totalità degli editori italiani, l’esempio delle mie inutili querele, de’ miei vani ricorsi, de’ miei inani tentativi per la tutela dei diritti che le leggi fingono di promettermi, perchè si guardino; perchè, non potendo ottenere giustizia, come non ho potuto io, cerchino di guarentirsi in altro modo che in quello prescritto dal legislatore in un momento di ottima digestione, quando si scherza volontieri e si fanno delle promesse per ridere.

Bologna, maggio 1881.

Al lettore

ME che pongo il mio nome sotto queste poche righe d’introduzione, come ad uno de’ più intimi amici dell’autore ed a lui congiunto per sangue, a me che più di tutti fui a parte delle sue gioie e de’ suoi dolori è toccato il triste incarico di tesserne la biografia. Non abuserò certo della pazienza di chi legge, tanto più che le vicende del mio povero amico non offrono nulla di così straordinario da tentare il narratore od il lettore. La sua storia è tutta in quattro parole: morì a trent’anni.

mio cugino (le nostre madri furono sorelle) nacque il 4 ottobre 1845 in Fiumana, piccolo comune del Forlivese, che giace in una di quelle fertili valli cui sovrastano i primi contrafforti dell’Appennino e precisamente nel villino chiamato Casella. Di famiglia non ricca ma agiata, nel 1847 gli mancò il padre, nel 1850 la madre, e mio padre assunse la tutela dell’orfano. Fu educato nel Collegio Municipale di Ravenna, quindi, dopo il 1859, nel Nazionale di Torino. Nè uscì nel 1863, e compì gli studi in quel Liceo Cavour, allora del Carmine, per venire finalmente nel 1865 ad intraprendere il corso di Giurisprudenza in questa Università di Bologna. La nostra conoscenza, che non aveva altro legame se non le poche e quasi dimenticate memorie dell’infanzia, si riannodò quì a Bologna tanto da divenire vera ed intima amicizia. Qui vivemmo dal 1865 al 1868 la vita lieta e spensierata dello studente, meno nei pochi mesi del 1866 nei quali altri doveri ci chiamarono; e qui egli dimenticava troppo spesso il codice per , e , che egli chiamava la sua Trinità.

Dopo la laurea rimase a Bologna. In una notte d’inverno del 1870, che non saprei precisare (era carnevale), nella sua cameretta in via Zamboni, egli mi leggeva qualcuno dei canti che ora si trovano in questa raccolta, e, poichè io lo confortavo a pubblicarli, mi rispose scherzando che il farlo sarebbe stata mia cura quando egli fosse morto. Pur troppo lo scherzo divenne profezia. In quello stesso inverno sputò sangue.

Lo sapemmo tardi perchè in principio egli nascose quasi con pudore la sua malattia, ma pur lo sapemmo, e noi tutti che lo amavamo fummo ben dolorosamente sorpresi. Egli no; e quando gliene parlai per la prima volta, sorrise amaramente dicendo: ― Tanto a che servivo io? Meglio così. ― Era già rassegnato.

Cosa strana per un tisico, egli non ebbe mai illusioni sul proprio stato. Continuò tuttavia il suo solito metodo di vita ed agli estranei non parve mutato nè al fisico nè al morale. Solo diventò meno gaio. Alle volte interrompeva a mezzo il riso incominciato e diventava improvvisamente serio. Molte cose che prima amava con tutto l’ardore della sua bella giovinezza, gli divennero indifferenti. Anche l’anima si ammalava.

Viaggiò. Gli avevano prescritto il clima di Napoli, ultimo rimedio che si consiglia ai disperati per tisi, a fine di prolungar loro l’agonia. E questa agonia fu per lui orribile, straziante. Non si potranno mai dire le profonde disperazioni di un’anima che a poco a poco si sente mancar tutto d’intorno. Ed egli che non sperava, cercava d’illudersi, voleva far credere a sè stesso di sperare ancora. Scriveva ad una donna:

Mi si spezza la testa. Io son malato E la febbre mi brucia entro le vene. Sono debole, giallo, dimagrato, Ma quando penso a te mi sento bene;

Ma quando penso a te cessa il dolore E la speranza mi ritorna in core.

Per non soffrir così vorrei morire, Ma quando penso a te voglio guarire.

Ma anche la speranza era fuggita.

Questa crudele agonia si prolungò per molto tempo con una lunga vicenda di miglioramenti e di peggioramenti. Pareva che la morte, condannandolo a questo lento martirio, gli dicesse come Vitellio alle sue vittime: voglio che tu senta di morire.

In una sua breve dimora in Bologna prese parte ad una lotta personale che ebbe luogo nei fogli pubblici. Assunse in quell’occasione il pseudonimo shakespeariano di Mercutio e combattè colla penna audacemente, sì che quel pseudonimo non è forse dimenticato in Bologna ed abbiamo creduto bene di trovargli posto sul frontispizio di questo canzoniere. Ci asteniamo però dal riprodurre versi amari che l’autore scrisse in quei giorni: prima perchè di argomento troppo municipale, poi perchè la persona contro la quale erano diretti ha pagato, in ben altra guisa, i suoi debiti colla società.

Finite queste lotte, finì anche l’energia momentanea che lo aveva sostenuto, peggiorò e dovette cercare aure più miti. Finalmente, sul finire del 1875, lo vedemmo improvvisamente ricomparire a Bologna, bianco, macilento, curvo come un vecchio; gli occhi solo erano vivi. Non ascoltò gli amici che lo pregavano di ritornare a Napoli od a Pisa, e volle inesorabilmente ri- ai suoi monti, dove l’inverno incrudeliva. Io ho sempre pensato che avesse deciso di finirla una volta.

Il 2 febbraio 1876 mi giunse un telegramma che diceva ― Vieni a vedermi morire ― Renzo. Il giorno dopo partii e lo trovai in letto alle prese colla morte. Il freddo era acuto ed il suo triste paesello coperto di neve e celato di nebbia.

Quando entrai non disse altro che ― grazie. ― Mi aspettava e mi tese la mano umida ed agghiacciata, dove non eran più che le ossa e la pelle.

La notte lo vegliai io, seduto al suo scrittoio, frugando fra le sue carte, povere foglie cadute da una pianta moribonda prima di portare i frutti. Che cuore fu il mio, povero amico, leggendo i tuoi canti d’amore vicino al tuo letto di morte.

Venne il giorno e la morte si avvicinava a gran passi. Il parroco faceva uffici per salire ad esercitare il suo ministero. Ne parlai al moribondo: rispose, no.

Verso il mezzodì la sua voce sfinita e fioca era ridotta ad un soffio, tanto che per udire le sue rare parole dovevo chinarmi sopra di lui, quasi coll’orecchio sulle sue labbra. Fece aprire la finestra per vedere il sole, quest’ultimo desiderio dei moribondi: ma il sole non c’era.

Alle due pomeridiane mi prese per mano. A poco a poco le forze lo abbandonarono. Intesi la parola fine, poi più nulla.

È sepolto nel cimitero del suo paese sotto al quinto cipresso a sinistra di chi entra. La pietra funeraria non porta che i nomi e le date. I suoi averi li lasciò tutti alla beneficenza.

Non ci dissimuliamo che questi versi escono alla luce in un’epoca poco propizia. L’indivi- dualismo ha fatto ormai una virtù dell’egoismo. Per questo nessuno bada a ciò che pensa o soffre il suo vicino e la massima ognuno per sè e Dio per tutti è diventata il canone della vita sociale. Le gioie e i dolori del poeta non ci riguardano più, non ci commuovono, spesso anche ci fanno ridere scetticamente. Questo pensiero ci ha spesso tormentato nell’attendere alla pubblicazione dei canti del nostro povero amico; ma tuttavia ci sorrise la speranza che il libro potesse pure incontrare qualche anima non aduggiata dall’egoismo; ci sorrise la speranza che un nome a noi caro fosse pure imparato a conoscere da qualcheduno, che il nome dell’amico nostro non passasse ignoto sulla terra. Ci siamo ingannati?

Sperando che no, abbandoniamo il libro alle tempeste della pubblicità. Potremo aver errato credendo questi canti non indegni di essere conosciuti; ma se l’affetto che portammo all’autore ci fece velo agli occhi, voglia il let- tore perdonarci, e quell’affetto stesso ci valga di scusa. Se errore c’è, è tutto nostro, e per nostro lo accettiamo.

Bologna, 6 febbraio 1877.

I

OVERI versi miei gettati al vento, Della mia gioventù memorie liete, Rime d’ira, di gioia e di lamento, 4Povere rime mie, che diverrete?

Ahi fuggite, fuggite il mondo intento A flagellar chi non l’amò; premete L’inculto sì ma non bugiardo accento, 8Conscie dell’amor mio, rime discrete.

E se la donna mia ritroverete Per cui le angosce della morte io sento, 11Voi che il segreto del mio cor sapete,

Voi testimoni del perir mio lento, Quanto, quanto l’amai voi le direte, 14Poveri versi miei gettati al vento!

hu:Szonett (Lorenzo Stecchetti)

II

. . . . Così nel mondo

Sua ventura ha ciascun dal dì che nasce.

.

RISTE chi errando in quella notte cieca Col terror dell’ignoto alle calcagna Per queste selve, udì strider la bieca 4voce del gufo ed ulular la cagna.

Tutti i fantasmi che la notte arreca Sceser qui tutti, e dalla sua montagna Solo il cupo ladron che al giorno impreca 8Non calò quella notte alla campagna.

Come nembo di furie agitatrici De’ satanici amplessi al rito immondo 11Sceser le streghe dalle lor pendici.

Triste colui che in quel terror profondo Trasse della sua vita i primi auspici! 14Io in quella notte son venuto al mondo.

III

RA una notte come questa e il vento Scuoteva urlando la mia porta invano: Lunga come un lamento Mezzanotte battea lontan lontano, Cadea la pioggia a rivi 6Dalle gronde sonore e tu partivi.

Tu partivi per sempre ed io sul letto, Col viso in giù, la còltrice mordea: Mi strideva nel petto Il singhiozzo del pianto e non piangea. Così tu m’hai lasciato 12E il bacio dell’addio non me l’hai dato.

Da quella notte non t’ho più veduta E più nulla di te non seppi mai. Forse tu sei caduta Nel vituperio ed aspettando stai, Seduta sulla porta, 18Chi compri il bacio tuo; forse sei morta.

Forse, e questo pensier più mi tormenta, Non ti ricordi più del tuo passato, E godendo contenta La casta pace d’un imen beato, Baci col labbro pio 24I figli d’un amor che non è il mio.

Nel tempo anch’io sperai che pur conforta, Che spegne pure ogni dolor più greve. Ti volli creder morta Perchè scordarsi degli estinti è lieve, E dissi al cor mio gramo, 30Dissi all’anima mia: dimentichiamo.

Invan. Da quella notte io porto in core Come una piaga che guarir non vuole: Chiuso nel mio dolore Odio la terra, maledico il sole, Maledico la vita, 36Poichè non spero più; tu sei partita

E partita per sempre! E pur se sento La piova ancor che dalle gronde scroscia E a mezza notte il vento Sonar come un lontano urlo d’angoscia, Dal mio guanciale il volto 42Levo e le voci della notte ascolto.

Così mal desto le tue bianche forme, Velate come in sogno, io veggo in mente; Tace per poco e dorme Il tarlo roditor che lentamente La mia vita divora, 48E mi par quasi d’aspettarti ancora.

Può la mente scordar tutto un passato, Ma la mia carne non li scorda mai I baci che m’hai dato, I misteri d’amor che t’insegnai, Le notti mie più liete 54E le tue voluttà le più segrete.

Ahi, ma dal mio sopor tosto destato, L’atroce verità riveggo intera! Ignudo e forsennato Levo le braccia nella notte nera E sulla coltre sola 60Spasimo e il pianto mi s’annoda in gola.

Pianger non posso. Maledetto Iddio, Se favola non è come l’amore, Egli che il pianto mio Come una pietra mi saldò nel core, Egli che ci ha diviso 66E che il pianto mi nega e il tuo sorriso.

Oh, se pianger la morte mi facesse Se una lagrima sola, e un’ora sola De’ gaudi tuoi mi desse, Ricada sovra me la mia parola Se la casa di grida 72Non risonasse già pel suicida!

IV

RIMAVERA che tu sia maledetta, Chè fra i rami de’ tigli io la vedea Allor che sola al suo balcon sedea 4L’inverno a far l’amore e la calzetta.

Baciandoci cogli occhi, alla vedetta Sempre stavamo il dì, nè fronda rea L’innocente baciar ci contendea... 8Già il difetto del tempo è la gran fretta!

E il mal tornato sole ora discioglie L’amica neve e i tigli alla leggiera 11Aura del novo april metton le foglie.

Un fitto vel di fronde, una severa Siepe di rami i baci suoi mi toglie... 14Che tu sia maledetta o primavera!

MEDIO EVO

RAN folte le tenebre Ed ogni cosa nel castel tacea, Ma il biondo paggio in carcere, 4Solo col suo dolor, così piangea:

«Ahi, troppo in alto, misero, Ho la speranza e l’amor mio levato! Amai del re la figlia 8E vivo in questo avel m’han sotterrato!

«Oh, se una sola lacrima Io le fossi costato, un sol pensiero, Questo sepolcro squallido 12Io non lo muterei con un impero!»

Quando una bianca imagine Improvvisa comparve in sulla porta E trepidando il giovane 16Le domandò — «Chi sei povera morta?» —

«Morta non son — gli mormora la parvenza gentil — guardami, tocca!... Non sai? Le scolte dormono: 20Son la figlia del re: baciami in bocca.

VI

Si fractus illabatur orbis

Impavidum ferient ruinae.

.

IENI Nerina! Siediti Lieta sui miei ginocchi E ti scintilli cupida 4La voluttà negli occhi;

Vieni ed il collo cingimi Con le soavi braccia, Io nel tuo sen che palpita 8Nasconderò la faccia.

Squarci la terra i fumidi Visceri suoi profondi, Crollino i cieli e riedano 12Infranti al nulla i mondi,

A me non cal! Se il roseo Labbro sul labbro mio Serri, Nerina, impavido 16Sfido la morte e Dio.

VII

pur mi sento nel cervello anch’io Qualche cosa che vive e che lavora, E pur quest’aura che il mio volto sfiora 4L’alito par dell’agitante Iddio!

Talor, cedendo a’ sogni miei m’avvio Per floridi sentier che il mondo ignora; Salgono i canti alle mie labbra allora 8E spero e credo nell’ingegno mio.

Ma quando il dubbio mi risveglia, quando Via per la nebbia del mattin tranquille 11Sfuman le larve che seguii sognando,

Colle man mi fo velo alle pupille E mi guardo nel core e mi domando: 14Sono un poeta o sono un imbecille?

VIII

EN ritornato, carnoval giocondo; Eccomi serio; ecco ripiglio, o mondo, La maschera bugiarda. 4Oh, non tradire il mio dolor segreto, Pallido aspetto mio! Mostrati lieto, Chè la folla ti guarda.

Nelle feste giulive ognun m’addita 8E dice: vedi un cor che non ha vita! Guarda un uom senza fede! Ed io sorrido fra la turba sciocca. Ho la morte nel core e il riso in bocca, 12Ma il cor nessun lo vede.

Oh, se sapeste ciò che si nasconde Sotto al mio lieto viso e che profonde Sanguinanti ferite 16M’han lacerato il core, oh se sapeste Tutto il martirio mio, voi torcereste Le pupille atterrite!

E tu, ribelle cor, perchè al villano 20I muscoli robusti, il sangue sano E l’ignoranza invidi? Eccoti danze, fior, chiome fluenti, Candidi petti, voluttà cocenti... 24Ridi una volta... ridi!

IX

OME il ricordo vago e mal distinto D’una speranza giovanil caduta, Come il ricordo d’un affetto estinto 4Nel mio vano sognar tu sei venuta,

E m’hai messo nel sangue un novo istinto Che scalda il cor tediato e lo tramuta; Sul mio cammin la speme hai risospinto, 8La tentatrice ch’io credei perduta.

L’anima mia così lascia la stolta Piuma dove ingrassò de’ sonni tardi 11E attenta il suono de’ tuoi passi ascolta.

Lasciar per te potrebbe i suoi codardi Ozi ed amar la vita un’altra volta, 14Ma tu le passi accanto e non la guardi.

X

O, non chiamarmi giovane Perche i capelli miei son folti e biondi E le mie guancie floride Di molli carni e di color giocondi.

Son come il frutto fradicio Dentro e che serba il suo color di fuora. Donna, ti sembro giovane E sono un morto che cammina ancora.

Chiusa per sempre ho l’anima Alle dolci lusinghe ed ai conforti, Donna, non mi sorridere; Donna, non mi tentar; rispetta i morti.

XI

EL sonno mio credei di rivederla Angel di paradiso, Coll’ali del color di madreperla Sfiorarmi il viso.

Era bianco vestita e il crin disciolto Scendea sino ai ginocchi; Luce d’amor piovea dal suo bel volto, Piovea dagli occhi.

Ahi, ma quando un sorriso errar le vidi Sulle labbra frementi, Dissi: imago gentil, se mi sorridi, O sogno, o menti!

XII

O morirò, che la fatal mia sera Volando giunge e il tempo non s’arresta E già la tomba spalancata e nera 4A divorar la carne mia s’appresta.

Quando tutto ritorna a primavera Io sol non tornerò. Sulla mia testa, Dalla materia mia già tanto altera 8La maggiorana crescerà modesta.

Là vieni, o donna: il tuo fedel t’invita. Là sulla tomba mia cògli commossa 11L’erba che amavi dal mio cor nudrita.

Oh non negarle un bacio, e liete l’ossa, Come a’ tuoi baci già soleano in vita, 14Fremeranno d’amor dentro la fossa.

XIII

UANDO nacque Gesù dal sen fecondo Della vergine ebrea, l’orrida vesta Scosse l’inverno e rinverdì giocondo, 4E Betlemme adorò di Dio la gesta.

Scese un inno d’amor dal ciel profondo, Iddio s’unì degli uomini alla festa; Osanna, ognun gridò, redento è il mondo! 8Ma l’asino ed il bue scosser la testa.

L’asino disse: o spalle mie, saprete A suon di verghe se redente siete 11Quando a Gerusalemme il condurrete!

Ed il bue: le mie costole sapranno Un giorno a Cana se redente l’hanno 14Quando in bistecche me le mangeranno!

XIV

UANDO cadran le foglie e tu verrai A cercar la mia croce in camposanto In un cantuccio la ritroverai 4E molti fior le saran nati accanto.

Cògli allor tu pe’ tuoi biondi capelli I fiori nati dal mio cor: son quelli

I canti che pensai ma che non scrissi, 8Le parole d’amor che non ti dissi.

ru:Когда спадут листы, и ты пойдёшь (Стеккетти; К. Р.)

XV

RIA ferma e corrotta, acque stagnanti, Biscie, zanzare e rane, Sabbie senza confin, corvi vaganti, Donne brutte e villane, Gente ignorante, gialla e discortese; 6Ecco questo paese.

Sbadigliando languir solo e soletto Lunghi e tediosi giorni, Dormir e ricader disteso in letto Finchè il sonno ritorni, Sentir la mente e il core in etisia, 12Ecco la vita mia.

È la vita che move il tenerume Del polipo natante; È il vegetar del verro entro al pattume Del brago ributtante; Un medico direbbe: è un caso bello 18D’atrofia di cervello.

E pur così sempre non vissi, e torna Il mio pensiero ai lieti, Ai cari monti che la vite adorna, Ai tranquilli oliveti, All’innocente riso, alla gaiezza 24Della mia fanciullezza.

Odorati rosai, dov’è rivolta Ogni speranza mia. Dove il mio core amò la prima volta E che l’estrema fia, Questo vi giunga almen lontano addio, 30Rosai dell’amor mio!

Ahi, trascinando nella pigra noia Questa vita inamena, Vie più m’è duro il rimembrar la gioia Spensierata e serena, Che non curante delibai nel fiore 36Del mio tempo migliore!

O mia Venezia! Allor non conoscea Questi tedi mortali Quand’io soletto in gondola correa La notte i tuoi canali, Da’ miei sogni cullato e dalla bruna 42Onda della laguna!

E mirando nell’acqua il tremolio De’ pallidi lampioni, E tendendo l’orecchio al mormorio Di lontane canzoni, Io gustavo l’arcana ed infinita 48Voluttà della vita.

O Napoli! O Palermo! O rimembranze De’ miei cari vent’anni, O larve liete della mia speranza Di cui piango gl’inganni. Deh, perchè tormentar quest’agonia 54Che fortuna m’invia?

Lasciate consumar stupidamente L’ozioso viver mio Tanto ch’io possa addormentar la mente Nel tedio e nell’oblio: Così riposerò notti tranquille, 60Così morrò imbecille.

S. Maria del Salice (Maremma toscana)

La notte dal 4 al 5 aprile 1870.

XVI

ELLA capanna in fondo al mio cortile Il luppolo alle canne s’attorciglia; Nell’aria fresca c’è un odor gentile, 4Odor di gelsomino e di vainiglia.

Un’Ebe quasi nuda, alta e sottile, Sorride e spia con le marmoree ciglia De’ palombi gli amor sotto al sedile; 8E il vento del mattin passa e bisbiglia.

Bisbiglia e narra di lontane aiuole Gli amor lontani a un popolo giocondo 11Di gerani fiammanti e di vïole.

Quanto amor, quanta gioia in questo mondo Di pochi passi che si desta al sole! 14Oh quanta vita! Ed io son moribondo.

XVII

OI d’Epicuro i sacerdoti siamo, Noi la face d’amor lieta rischiara, Noi l’opulenta mensa abbiam per ara 4E i cantici di Bacco al ciel leviamo;

Frine con noi sacerdotessa abbiamo Che i misteri del Dio calda c’impara Di Pafo alla Dea libera e cara 8I canti, i baci, i sacrifici diamo.

Noi non abbiam per rito altro che il riso, E non sognamo il travaglioso acquisto 11D’una noia infinita in Paradiso;

Ma l’uggia debelliam del secol tristo In un femineo sen celando il viso, 14Bevendo in fresco e bestemmiando Cristo.

XVIII

O non voglio saper quel che ci sia Sotto la chioma al bacio mio donata E se nel bianco sen, ragazza mia, 4Tu chiuda un cor di santa o di dannata.

Che cosa importa a me se una bugia Tra una promessa e l’altra t’è scappata? Che cosa importa far la notomia 8A quell’ora d’amor che tu m’hai data?

Non cercherò se dentro al vin bevuto Ci fosse qualche droga forestiera; 11Il tuo vino era buono e m’è piaciuto.

Io non voglio saper quanto sii casta. Ci amammo veramente un’ora intera, 14Fummo felici quasi un giorno e basta.

XIX

UESTA notte allungai la passeggiata Sino al balcon della fanciulla mia. E vidi un’ombra bianca ed agitata 4Accennar di lassù verso la via.

Un brivido mi corse sotto ai panni: 6«È un’ora che ci amiamo e già m’inganni!

Perchè, perchè questa finzione orrenda? 8Amor mio, che t’ho fatto...?» — Era la tenda.

XX

UANDO tu sarai vecchia e leggerai Questi poveri versi accanto al fuoco, Rivedrai colla mente a poco a poco, 4I giorni in che t’amai.

E ti cadrà sul petto il viso smorto, Per la memoria del tuo tempo lieto: A me ripenserai nel tuo segreto, 8A me che sarò morto.

E ti parrà d’udir la voce mia Nel vento che di fuor suscita il verno E ti parrà d’udir come uno scherno, 12Una bieca ironia.

E la voce dirà: «Te ne rammenti, Te ne rammenti più? Com’eran belli I tuoi capelli d’oro, i tuoi capelli 16Sul bianco sen fluenti!

Oh, come il tempo t’ha mutata! Oh, come T’ha impresso in viso i suoi pallidi segni! Dove son dunque i tuoi superbi sdegni 20E le tue bionde chiome?

Sola al tuo focolar siedi, piangendo La giovanil tua morta leggiadria; Io piango solo nella tomba mia; 24Vieni dunque: t’attendo!

Vieni e se in vita mi fallì la speme Di viver teco i giorni miei sereni, Ci sposeremo nella tomba. Vieni; 28Vi marciremo insieme.»

XXI

ON più lo scherno di Prometeo suona Superbo in faccia al Dio che lo percuote, Non più sfregia i codardi in sulle gote 4Il verso che flagella e non perdona:

Non più, terror di regi, tuona Dalla libera scena e il ferro scuote: Dormono l’ossa del tragedo ignote 8Lungi dal verde pian di Maratona.

Ma Taide mima a sazïar la fame. Tenta le reni de’ moderni ciacchi 11Levando il piede nella danza infame;

Ma noi giacciamo nauseati e stracchi, Senza un affetto in cor, sul reo letame 14Di questa sozza età. Noi siam vigliacchi.

XXII

I siamo amati in faccia al sol raggiante, Nel giugno azzurro tra le spiche bionde: Quelle quercie laggiù steser le fronde 4Sopra le audacie tue, gentil baccante.

Le parole più dolci e le più sante Ce le dicemmo tutte, e le gioconde Arti di voluttà ch’altri nasconde 8Noi le mostrammo tutte al dì fiammante.

Ma l’autunno tornò, ma in lungo stuolo Tornano i corvi, ed alle selve usate, 11Dove salimmo insiem, ritorno solo;

Ma dal vento d’ottobre assiderate Cadon le foglie delle quercie al suolo... 14Ahi, l’amor tuo durò quanto l’estate!

XXIII

R non più tra le rabbie e le contese Povera e nuda va filosofia, Ma fa la ruota a scuola e per la via, 4Tira la paga e noi facciam le spese.

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