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Dio ne scampi dagli Orsenigo

Vittorio Imbriani · 1883 · Free in the US

40,416 words · about 2 h 50 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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About this book

Author
Vittorio Imbriani
Language
Italian
Published
1883
Length
40,416 words · about 2 h 50 min
Sections
26 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (26)

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Capitolo primo

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ct On presumo sputar fuori ned un paradosso, ned una novità; credo, anzi, ripeter cosa, ormai, consentita, da chiunque s’intenda, alcun po’, della partita; dicendo — «che una relazione è, quasi sempre, più pesante del matrimonio.» — Sicuro! Impone obblighi maggiori, senza diritti corrispettivi: e la parte piacevole tocca, non di rado al marito; e la gravosa, all’amante. Questo, perchè l’amore non è da tutte; bensì, da pochissime, arcipochissime.

L’amore, anch’esso, è manifestazione della fantasia; la facoltà d’amare è cognata alla virtù poetica. Se una femmina non ha il cervelluzzo congegnato in quel dato modo, ben potrà civetteggiare, condiscendere, eccitare, lusingare, promettere, deludere, crucïare e crucciarsi, bisticciarsi, rappattumarsi, come chiunque sa contar fino ad undici può scandire endecasillabi: ma i versi, per sè soli, non fanno poesia, nè le condiscendenze, da sole, costituiscono l’amore. Il senso n’è sustrato e presupposto, non essenza. Moltissime donnine, punto maliziose, ti fan le scapate, proprio, senza vocazione! E le non s’impaccerebber, mai, d’un ganzo, se nol ritenessero imposto dalla moda, dal buon-tono; se non temessero di scomparire, in faccia alle amiche ed al mondo. - «Mi crederebbero trascurata dagli uomini, destituita d’ogni attrattiva per invaghirli. E non voglio io!» - Troppo spesso, le donne somigliano al Gramprincipe Costantino, fratel maggiore dell’autocrate Niccolò primo. Aveva per favorito un generale Nostitz; il quale, discorrendo, con gli amici, del gran frutto, ch’e’ ricavava dall’affetto di su’ Altezza: – «Non dico però» – soggiungeva – «che il Gramprincipe m’ami; chêh! niente affatto! ma gli è caro di avere un bestione par mio, nel suo serraglio». – Così l’Ida e l’Ada si compiacciono d’aver addo- mesticato alcun mammalucco della vostra taglia e del mio calibro.

Le distrazioni conjugali avvengono, rado assai, per impeto di desiderio; qualche volta, per animo perverso; ne’ più casi, per vanità. Amano il marito e sottostanno al drudo, che par loro un cilicio; come, talvolta, si assoggettano, docilmente, ad alcune mode, poco igieniche e punto eleganti. Persino col cancro al petto, portano e stringono la fascetta; e, del pari, malgrado la ribellione della coscienza e la nausea del senso, prolungano la tresca. Si direbbe, che le pratiche servan loro per mortificarsi.

Quel povero giovanotto, che c’è capitato, guai a lui, guai! Quanti e quali bocconacci amari non gli tocca mandar giù! E, forse, che egli ama daddovero e strenuamente. Forse, mentre, agli occhi di madama, egli non ha importanza maggiore d’un qualunque capriccio del figurino, come il pennacchio sul cappellino o le lacrime di vetro sulle maniche; madama è, per lui, più che la vita, più che l’onore, più che la patria. Ed, a questa passione tenace, egli consacra il presente e sacrifica l’avvenire, senza raccôrne alcuna letizia, senza ottener, nemmanco, la gratitudine di colei, che, frattanto, lo stima strumento fatale del martirio suo. Infelicissima, infelicita l’amico. Questi sconta gli scrupoli e le incertezze della coscienza di lei; e soffre della fiacchezza di carattere, la cui mercè, ella contraddice, con le azioni, a’ suoi principî, non sapendo o consentire con la mente alla pratica universale, cui, pur, si conforma, od astenersi da ciò, che, pur, disapprova.

A me, non diletta il posare a lungo, con la fantasia, su’ particolari d’una tortura morale, più efferata delle materiali, che affermano inflitte, ne’ tempi andati, dall’Inquisizione; e, quindi, non descriverò, minutamente, le grandi e piccole sevizie, codarde tutte e sempre, che una cotal signora adopera nell’uomo, caduto in sua balìa. Come si sia, daccapo, ogni giorno, a ricominciarne la conquista. Come darà poste ed appuntamenti: ma per mancarvi, poi, sopraggiunta da rimorsi; o per venirvi, con indugio, armata di difficoltà, di ma, di se, di non posso, di mai più, di bisogna finirla, di piuttosto morire, negando, persino, a’ baci, la mano inguantata. Nuove scuse, nuove scappatoje, nuove tergiversazioni, nuovi pretesti, di continuo: ieri, metteva in campo messer Domineddio; oggi, allega que’ moccicosì de’ figliuoli, che non può più abbracciare, senza arrossire; domani, occorrendo, uscirà fuori, persino, col marito. Per costui, fra le pareti domestiche, mille riguardi, ogni arrendevolezza, dimostrazioni d’affetto senza fine: per l’amante, al convegno, sgarbi, ritrosie, fastidî, rimproveri, impertinenze. Domando io, perchè non rompere, allora? Sei pentita d’aver concesso le tue buone grazie particolari a Tizio? Beh! le relazioni, al postutto, non sono indissolubili come i matrimonî! Ma dove pescare la risolutezza, che ci vorrebbe, per venire ad una rottura? E, poi, dove pescare, la dimane, un’altra vittima, del pari rassegnata agli affronti, a’ vilipendi, alle punture d’ago ed alle pugnalate? Gli uomini di cuore son creati per lo svago delle femminette: sono anime vili, sulle quali è lecito sperimentare.

Darò qualche esempio, che dimostri, come le parentesi aggravano il matrimonio, in quel modo, appunto, che rendon pesante lo stile. Fra mille, ch’io ne so, scelgo le avventure di due sorelle Napolitane: l’Almerinda e la Berenice Scielzo. Nel MDCCCLXV, la seconda era moglie, da poco più di due anni. La prima, invece, s’avvicinava alla trentina; aveva, da un pezzo, per marito, il commendatore Don Liborio Ruglia, Consigliere di Cassazione; e, da diciotto mesi, per amante, il cavalier Maurizio Della-Morte, capitano di cavalleria nel Regio Esercito.

Capitolo secondo

Donn’Almerinda Ruglia-Scielzo usciva da una famelica famiglia d’ufficiali borbonici, tanto numerosa, che le spietate ruberie del padre non avevan potuto rimpannucciarla; chè il babbo Scielzo s’era persuaso, tardi assai, della necessità di adoperar gli artigli e di farsi le porzioni da sè, in questo basso mondo e, spezialmente, in questa bassa Italia. Prode e probo sotto il Murat, probo e prode, dapprima, anche, sotto i Borboni, non imitò que’ colonnelli, che, violando la disciplina, imposer loro, nel venti, la costituzione; e, neppur, quelli, che, poi, tradirono la costituzione giurata, o fuggendo o patteggiando. Non c’era macchia qualsiasi sul nome suo; la integrità n’era proverbiale. Quindi, fu messo in disparte e trasandato, come sospetto e malsicuro. Aveva, imprudentemente, impalmata una certa Filomena Jaquinangelo; e, tanto per occupar l’ozio, prolificarono, con quella, che, i francesi, nel decennio, chiamavano immorale facilità de’ Napoletani. Sicuro, sicuro! que’ gallettacci, che han disimparata l’arte di generare, quelle pollanchelle, dotte nelle frodi conjugali, sdottoreggiavano, malthusianamente, co’ babbi e con le mamme partenopee: «O non vi sembra illecito e disonesto il moltiplicare il numero degli infelici, anche se privi affatto di mezzi per mantenere i figliuoli, educarli e trovar loro una nicchia?» Non so quanti, fra maschi e femmine, uscirono, per venti anni di seguito, da’ capaci fianchi di Donna Filomena: non vi fu, mai, sciopero, anzi un continuo infornare e sfornare. Parecchie creature morirono, fortunatamente per la società, pe’ genitori, pe’ fratelli e per loro stesse; ma, con tutto questo disgravio, la sordida miseria stava di casa col colonnello, divenuto taciturno ed ipocondrico. Soltanto, di tempo in tempo, anche fra gli amici, soleva sclamare, con un sospiro profondo: «Se mi torna, mai, al fianco, quello sciabolotto!...» Frase, che gli amici interpretavano come semplice speranza e desiderio di riottenere servizio attivo, massime conoscendo quante pratiche facesse all’uopo, non lasciando nulla d’intentato.

Difatti, un giorno, lo sciabolotto, (o, com’egli diceva, napoletanescamente, lo sciabolillo,) gli tornò al fianco. Era scoppiato, io non so se una sommossa od il brigantaggio, in qualche provincia. Ci voleva un uomo, desideroso di farsi merito e, nel contempo, d’abilità e valore sperimentato, in cui concentrare potere politico e poter militare. Parve acconcio il colonnello, che, richiamato in attività e spedito lì, giustificò, pienamente, la fiducia regia. Che ti fece! che ti fece! Represse le turbolenze, con sollecitudine e felicità; questo sì. Ma si ricorda, ancora, con ispavento, dalla provincia interna, il sistema di ricatti e di concussioni inaugurato e praticato da lui. Giunse a tale lo scandolo, che il governo stesso fu costretto a richiamarlo; ma premiandolo di decorazioni e di promozioni; ma collocandolo, per sempre, al di sopra del turpe bisogno. E, del resto, stavolta, aveva saputo approfittare a dovere del tempo, in cui gli pendeva al fianco lo sciabolotto.

La figliuola Almerinda era stata educata (o, meglio, ineducata) a’ Miracoli, grazie ad un posto gratuito, largito dalla Maria Teresa. Poi, giovanissima, sposò un uomo più che maturo, quasi coetaneo del padre, per convenienza ed interesse. Quante vaghe fanciulle non conchiudono, così, matrimonî osceni, ripromettendosi una pronta vedovanza e rassegnandosi, di buon grado, per breve tempo, allo schifoso connubio, acciò, poscia, un ricco vedovile, un largo usufrutto od una grassa eredità, le metta in condizione di scegliere e di pretendere! Sembra, ch’e’ non ci sia nulla da biasimare in questo contratto lecitissimo; la legge nol vieta, la religione nol condanna, i costumi nol riprovano: ma gli è, pur troppo, aleatorio. E bisogna badar bene a non isbagliare i conti, per, poi, rimanersene col danno e con le beffe, come quella tale inglesoccia... Oh quale? La What-afair-foot, che, sedicenne, appena, e tanto tanto avvenente, si allogò, per moglie, con un sessagenario, rachitico, antipatico, collerico, bisbetico, sofistico. Speculava sulla morte prossima del conjuge; del quale era certa non aver figliuoli: ed, ereditandone, conforme alle clausole delle tavole nuziali, avrebbe sposato un bel giovanotto, di cui, già, s’era provvista. Quel vecchiaccio la condusse in villa; e la tenne, sempre, murata in casa; e non le lasciò campo di veder, neppure, un cane, nonchè il bel giovinotto: sinchè una scalmana la portò via, nel suo quadragesimosesto anno, dopo trent’anni d’unione conjugale, sopravvivendole lo sposo nonagenario e quattro o cinque figliuoli con un palmo di barba, per piangerne, coralmente, l’immatura perdita.

Anche l’Almerinda sbagliò, in parte, i calcoli. Don Liborio le fece un par di figliuoli, alla meglio, mentre fu, ancora, in condizione da imbastirne: e, poi, riposandosi su quegli ultimi allori, dormì, la notte, nel talamo, come assonnava, il giorno, nella sua brava poltrona, alla Corte. Ma non chiuse, non sorvegliò, non tiranneggiò la consorte; anzi, le accordò, pienamente, ciò, che le donne, secondo la graziosa novellina del , più d’ogni altra cosa, e giorno e notte, desiderano, cioè, d’esser padrone di casa in casa propria. E Donn’Almerinda usò ed abusò della libertà concessa. Durante i beati sonni del commendatore, scarrozzava a Chiaja, splendeva in teatro e riceveva un nugolo di persone, specie ufficiali della guarnigione, che i fratelli Scielzo (i quali avevan ripreso servizio nell’esercito Italiano) le presentavano. Si strimpellava, si canticchiava, si ballonzolava, qualche volta; la signora era bella, affabile, non incuteva soggezione: insomma, la serata si ammazzava allegramente in quella casa ospitale.

Ma, per quanto il Ruglia (contra il solito de’ vecchi, che impalmano giovanette) largheggiasse del suo con la moglie, abbandonandole la piena disposizione degl’introiti, senz’obbligo di render, mai, conto, ella si trovò, a poco a poco, inviluppata in una fitta rete di debiti. La vita elegante è spesosa; a tener dietro a’ capricci della moda, e’ si spende un diluvio, un profluvio, una colluvie di quattrini; e l’Almerinda aveva, inoltre, la tribù de’ fratelli, che la sfruttavano, che non seppe negarsi a salvare, da più d’un mal passo. Chiedevano e richiedevano, insaziabili; e del benefizio d’oggi, si formavano un argomento, per pretenderne altri, domani. La facilità di contrar debiti, firmando cambialette o non pagando, ne’ negozî, a pronti contanti, illudendoci, trascina a moltiplicarli al di là del nostro potere: la scadenza par, sempre, lontana; e, fin allora, si troverà modo di provvedere, qualche santo ajuterà. Per essere più franca, più libera, nella sua vita dissipata, la Ruglia-Scielzo avea, già, chiusa in educandato la figliuoletta maggiore; e non abbracciava, quasi mai, quel maschietto, che, per via dell’età, troppo tenera ancora, tollerava in casa, affidato, prima, ad una balia, poi, ad una bambinaja.

Così fanno tante e tante delle nostre madrifamiglie; ma naturalmente, spensieratamente, senza rimorsi o pentimenti, persuase di non far male. Considerandosi la maternità come un peso, ognuna cerca di sgravarsene, quanto più può. Reputando ogni lasciata esser perduta, ognuna cerca goder della vita, quanto più si può. Stimandosi padrona assoluta, illimitata dispositrice della roba propria e del conjuge, non già mera usufruttuaria ed amministratrice de’ beni, che, moralmente, appartengono a’ figliuoli, ognuna scialacqua e sciala, noncurante di minuirne l’eredità per quanto s’impoverisca, essi saranno, sempre, in obbligo di ringraziare i genitori, che avrebbero ben potuto ridurla al puro niente. Così la pensan molte; ed operano in conformità de’ loro pensieri. Ma l’Almerinda nostra, no: se operava come le molte, pensava altrimenti. Quel dolce peso della maternità, essa il rimpiangeva; e si macerava di non aver, continuamente, d’intorno la sua prole, di non accudirla in persona. Gl’impegni clandestini, i conti interminabili, le cambialette rinnovate, gli avalli imprudenti, a lei, costavano nottate crudelmente insonni. La noncuranza geniale dell’avvenire non è da tutte, ed il dimenticarsi de’ figliuoli; e lo sparnazzarne il patrimonio con animo imperturbato. Si nasce prodiga; e chi non v’ebbe disposizione ingenita, male si studierà di acquistare una certa bravura negli sprechi. Ci sono i pachidermi e ci sono i solleticoni. Alcuni inghiottono, senza nausea, le velate impertinenze de’ creditori e le aperte. I fratelli Scielzo erano di questa tempra; ma l’Almerinda degenerava. Nata massaja come si nasce matematico, non poteva diventare una dissipatrice vera, per isforzarsi e studiarsi, che facesse, mancandole il bernoccolo, l’organo. Nondimeno, fiacchezza di carattere, accidia morale, arrendevolezza all’esempio, peritanza di navigar contro corrente od altro, che si fosse, o tutto questo insieme; la non osava reagire contro l’abitudine invalsa, ed esser sè, ed appagarsi, e ritôrsi in casa i figliuoli, ed amministrare seriamente la roba, e restringersi nella vita casalinga e borghese, conforme a’ bisogni ed alle aspirazioni dell’animo.

Capitolo terzo

Fra gli ufficiali, più assidui alla sua conversazione, c’era il capitano Maurizio Della-Morte, napolitano anch’esso, ma d’una famiglia liberale. Figliuolo di un emigrato del MDCCCXLIX; volontario, dieci anni dopo, nell’esercito sardo; con la medaglia al valore, meritata, da sergente, a Montebello, e l’ordine militare di Savoia, preso, da luogotenente, a Castelfidardo. Bel giovane e di cuore, meno terribile del suo cognome, eppure accattabrighe e sciabolatore. Amò Donn’Almerinda non per capriccio, anzi profondamente; e, dopo esitazioni protratte, io non so quando nè dove nè come, si fece animo a dirglielo. Ebber luogo tutte le peripezie, che son di regola: e, dapoi mille ripulse, mille scoraggiamenti, mille nuove insistenze, a grado a grado, senza che il sonnacchioso Ruglia nè gli svegliatissimi Scielzo sospettassero di nulla, ottenne quantunque desiderava.

Ottenne più agevolmente, ch’e’ non si mantenesse in possesso della conquista. Donn’Almerinda, come diceva ella stessa, (perchè il francese, poi, sel sapeva benino; anzi, era l’unica cosa, che s’imparasse, allora, a’ Miracoli, dove, ora, la Dio mercè, non s’impara, più, neppur questa!) somigliava la Fedra raciniana, diversa da quelle audaci:

Qui, dans le crime une tranquille paix, Ont su se faire un front, qui ne rougit jamais.

Convinta di commettere un abominevol peccataccio, consumava le ore di solitudine, rimproverandoselo; sciupava il tempo de’ convegni, nel rinfacciarlo e farlo scontare al povero Maurizio. Questi, con la sua morale cavalleresca, non riusciva a capacitarsi, come potesse od addimandarsi colpa l’incoronare un Consigliere di Cassazione settuagenario, o qualificarsi delitto l’amore tra una bella bionda ed un bel bruno. Nulla, secondo lui, di più legittimo e naturale: - «Colpa o delitto e peccato sarebbe, piuttosto, il non far la cosa, quantunque volte se ne presenti l’occasione. Una legge, più antica e meno antiquata del decalogo, condanna il privarsi delle soddisfazioni possibili e che, al postutto, non danneggiano alcuno...» - O il marito? - «Bah! se l’appura, è cosa da nulla; e, se non l’appura, è, proprio, nulla». - Quindi, a dubitare sul serio del buonsenso e del senno della signora, vedendola struggersi, disperarsi, singhiozzare, pregare Iddio, tremando per l’inevitabil castigo celeste, ed invidiarsi ed invidiare all’amico l’ambìto piacere.

Difatti, era un amore insolitamente faticoso. Ogni abboccamento, condito di lacrime, gira gira, somigliava ad uno stupro violento. Baruffe continue amareggiavano la relazione. Non si trattava mica di lezî e di scede, simulate per far la preziosa, chêh! Donn’Almerinda soffriva daddovero; la ripugnanza di lei nel compiacere all’amico era immensa, ripeto, davvero: non ci trovava gusto, anzi soltanto rimorsi. Eppure, dopo aver combattuto alquanto, s’arrendeva e continuava. Non sapeva accettare queste sofferenze, occultandole, e preferire la gioja di quell’uomo alla pace della coscienza ed alla salvazione dell’anima; nemmanco, poi calpestare la sinderesi e ridere del pregiudizio; nè, finalmente, romperla col damo, troncando, bravamente, d’un colpo, il nodo gordiano. Lasciarlo? No, c’era abituata; e’ ci vuol risolutezza, per ispezzare una consuetudine. E, poi, del bene, avea finito per volergliene, a forza di vedersi amata; e prevedeva quanto lui soffrirebbe di un distacco: era un bene curioso, questo sì, misto d’odio e d’indifferenza, quella specie d’affezione, che può darsi tra galeotto ed agozzino, tra prigione e carceriere. E, poi, s’era provveduta d’un ganzo, perchè? Per seguir la moda e far come tante altre: come la duchessa di Vattelappesca e la professora Tal di tale, e la moglie del maggior Comesichiama; e, finchè le altre conservavano l’amico, smetterlo sarebbe stato come uscire senza crinolino o senza borsa di capelli. Avrebbe, subito, dovuto surrogarlo; e la sua memoria le avrà, forse, suggerito quel distico:

Homme pour homme et péché pour péché, Autant me vaut celui-ci que tout autre.

E poi, gusto, è vero, non ce ne provava: ohibò, gusto, lei, in tali cose! ma quelle tempeste interne, l’agitazione, gli scrupoli, erano contenuto di vita; e si tituba, sempre, ad emergere da una grande attività morale, per attuffarsi nell’apatia. La cessazione del travaglio ha troppa somiglianza con la morte. Il dolore è la forma più intensa di vita, è sovreccitazione: quindi, il ricerchiamo. Il veggo in me stesso: perchè, puta, ostinarmi a buttar bezzi in tabacco, quando sta in fatto, che il fumo sgradevolmente mi vellica il palato? Le papille della lingua e delle mucose circostanti si convellono; il naso si contrae; l’occhio lagrima; i nervi si ammaricano pel sapore e per l’odore; e, poscia, seguono cefalalgie, lunghe e crudeli. E, nondimeno, io mi ostino a fumare. Perchè mai? Per la voluttà implicita in ogni sensazione, ancorchè sgradita. Perchè piace il sentire, ancorchè rincresca la sensazione determinata. Perchè si preferisce la tribolazione de’ nervi, anzichè lasciarli disoccupati, inerti, in riposo.

D’altra parte, Maurizio, fiacco, moralmente, com’egli era, amava tanto l’Almerinda, che ne avrebbe tollerato, con rassegnazione supina, qualsivoglia indegnità. Inoltre, ve l’ho pur detto, s’immaginava, che la vagellasse un po’ con la testa; e la commiserava grandemente. Quindi, mai, di quelle reazioni, che avrebber potuto condurre ad una rottura. Per disputarsi, bisogna esser contenti in due. Se c’è, chi, sistematicamente, vuol pace ad ogni costo, dove pescherà l’altro cavilli per motivare un passo decisivo? E, così, que’ due continuavano a rimaner vincolati per mutuo tormento, per flagello reciproco. Un buon cattolico avrebbe detto, che rinvenivano il castigo nella colpa loro stessa; e che la scontavano, fin da questo mondo, con un purgatorio anticipato. E chi sa? la malauspicata pratica durerebbe, forse, ancora! ma un incidente imprevedibile, interrompendola, costrinse entrambi cercare, altrove, la felicità, che essa non poteva somministrar loro.

Ho detto: cercare. Se trovassero, l’è, poi, un altro par di maniche.

Capitolo quarto

I fratelli Scielzo eran quattro: due in artiglieria, che, a Napoli, si vedevan, quindi, rado assai; e due in fanteria, che servivano nello stesso Reggimento e Battaglione, sotto un maggiore lombardo, Babila Salmojraghi, amatissimo nel corpo e de’ più assidui in casa Ruglia, de’ più devoti a Donn’Almerinda. E Babila Salmojraghi aveva un fratello, per nome Gabrio, banchiere o negoziante, non so più cosa, a Milano; e si volevano un gran bene, come, pure, qualche rara volta, accade tra fratelli. Da lunga pezza, non s’erano abbracciati, come portò il gravoso servizio per la repressione del brigantaggio; ed il banchiere, cedendo alla ressa amorevole del germano, deliberò di venirsene, per un mesetto, a Napoli, con mogliera e figliuola, per vedere quella città cospicua e distrarsi dalle cure del suo negozio. Cara donnina quella su’ moglie! piccola, con un par d’occhioni di que’ neri neri; pallida, con lunghi capelli, con un sorriso, che ti andava al cuore e ti mostrava una dentaturina, bianca al pari dell’avorio; con un pieducciuolo, che avrei tutto raccolto nella palma della manaccia mia. Si chiamava Radegonda Orsenigo, di chiarissima prosapia, facoltosissima; un po’ viziatella, questo sì, fin da quando, figliuola unica ed orfana, l’allevava una vecchia nonna; e, poi, idolatrata dal marito. Carina tanto, anche, quella figliuoletta! fanciullaccia, che parlacchiava il meneghino con invidiabil purezza ed era stata registrata, cinque o sei anni prima, quando, ancora, gli Austriaci occupavano Milano, fra’ battezzati della parrocchia di San Marco, col nome di Clotilde, in omaggio alla prima figliuola del Re Nostro, Vittorio Emanuele II.

Il maggiore Salmojraghi volle ricevere il fratello con festosa cordialità; ed invitò parecchi amici ad accompagnarlo sul piroscafo, per condurre a terra i bene arrivati. Ci furono gli Scielzo; ci fu il Della-Morte; e ci fu, pure, Donn’Almerinda. La Radegonda, quantunque abbattuta dal viaggio travaglioso e con gli occhi cerchiati, parve, a tutti, delle bellissime. Le due donne ad abbracciarsi e baciucchiarsi, con mille smancerie, com’è usanza delle femmine tra loro; e, prima ancora di sedere al gran digiunè imbandito dal maggiore, che fu il primo atto sussecutivo allo sbarco, divenute amicone, le s’eran già confidato, reciprocamente, quanto vi era d’ostensibile nella vita e nelle abitudini loro. Del resto, se alla Napolitana importava nasconderne qualcosetta, la Milanese, invece, avrebbe potuto avere il cranio trasparente, in modo che ognuno ne leggesse i pensieri, senza, per questo, temer nulla; e, per natura sua propria, non sarebbe stata buona a custodire un secreto del cuore, ad occultare una preferenza, per interesse o riguardi. Era di quelle nobili creature, che non sanno rassegnarsi all’ipocrisia, alla menzogna quotidiana; e, per le quali, ogni trascorso diviene scandalo: ma, ripeto, trascorsi non ce n’erano stati punti. Tanta intrinsechezza sorse repentinamente, fra le due, che il povero Gabrio dovè consentire a mandar moglie e figliuola ospiti in casa Ruglia, ed andarsene egli col fratello, invece di occupare le stanze, preparate all’albergo per la famiglia: ma vel determinò, specialmente, il pensiero, che la bambina, (la quale pure non poteva stare in piedi tutta la giornata, ned accompagnarli in ogni gita) cessando di esser loro d’impaccio, rimarrebbe, però, ben custodita e cautelata.

Ne’ giorni seguenti, fu una lunga filza di gite e di feste e di banchetti; e lo stesso Consigliere di cassazione scosse, talvolta, la sonnolenza abituale e disertò la poltrona della Corte, per onorare gli ospiti lombardi. Pompei, Caserta, Baja, Capri, i Camaldoli, Pesto furono visitati. La Salmojraghi aveva argento vivo nelle gambe; ed un brio, uno spirito, che infondevano allegria ne’ più ipocondrici. Ma, già, figuriamoci, chi avesse voglia di rimanere ipocondrico in quella brigata lì, composta per la maggior parte di giovanotti militari! Si faceva un chiasso! I soli restii, quasi, a parteciparvi, e ne’ quali le franche risate degli altri si attenuavano in sorrisi fugaci, erano l’Almerinda e, per contraccolpo, Maurizio.

– Non che l’Almerinda invidiasse all’amica tanta serenità d’animo, tanta felicità: ma non poteva non rimpiangere di non fruirne anch’essa. Quello spettacolo era, quasi, un’offesa per l’occulto suo stato, inciprigniva la piaga secreta, rinvigoriva gli scrupoli divoratori. La Radegonda non era travagliata da preoccupazioni pecuniarie; non languiva, divisa da’ figliuoli delle sue viscere; non tribolava per alcuna relazione, sul genere di quella, stretta dall’Almerinda con Maurizio, e che non le bastava il cuore di rompere, quantunque ne vergognasse e raccapricciasse. La Radegonda non aveva da paventar nulla; e poteva affidarsi, confidentemente, all’avvenire: non rimorsi, non angosce, non rossori, non insonnii, non paure di sorprese e smascheramento, non sospetto di un doppio senso ingiurioso in ogni parola, a lei rivolta. Essa, invece, povera Almerinda, nessuna pace, nessuna speranza! costretta a disprezzarsi, a vilipendersi! Non avere, nemmanco, il coraggio di sfogarsi con qualcuno! non poter chiedere consiglio a chicchessia! Una confidenza di quella fatta lì, l’avrebbe resa schiava del confidente e consigliere, l’avrebbe data in sua balìa. E, poi, come esporre certe cose? Ed, anche, chi scegliere? Aborriva da’ preti e dalla confessione; ed, intorno a lei, chi c’era? quel dormiglione del marito; quegli scioperati de’ fratelli; una sorella senz’alcuna elevatezza d’animo; amiche delle solite; amici, i quali avrebber pensato, solo, a soppiantare Maurizio... Ah! questi era il migliore di tutti, a conti fatti; ma, pur troppo, anche un consigliere pregiudicato, avendo un interesse proprio nella quistione.

La Radegonda, perspicace, s’accorse della cupa melanconia dell’ospite amica; e s’avvide la ragione starne in una cura secreta dell’animo: solo, non poteva sospettare, la sua stessa presenza essere nuovo martello e continuo per l’infelice. Ed, essendolesi proprio affezionata, se ne rammaricava. È spettacolo atroce il veder deperire una bella creatura, stoicamente muta sul cordoglio, che la consuma. E cercò, discretamente, d’indurla ad aprirsi: ma invano. Nè, per osservare, che facesse, le riuscì di scoprire il menomo indizio di quanto, poi, seppe essere il vero.

Capitolo quinto

Un giorno, stavano sole, sole. Tornate in casa, poco prima, oppresse dal caldo, dall’afa, s’erano spogliate e lavate, mani e volto, e mutata la biancheria ed arruffate e scomposte alquanto le pettinature e, poi, rivestite un po’ sciattamente, infilzando: la Radegonda, una veste da camera di casimiro rossa, costretta negligentemente da un cordoncino dorè; l’Almerinda, un camice di mussolina, listato di verdognolo e bianco. L’Almerinda sedeva su d’un canapè, dritta, dritta, col gomito sur un tondino di marmo, con la guancia nella palma, con gli occhi fissi nel sottolume d’inceratina; la Radegonda si cullava, sdrajata lunga lunga, in una poltrona a dondolo, con le palpebre abbassate, accarezzandosi le labbra con l’indice della sinistra. Chicchieravano d’ineziucole; commentavano burlescamente alcuni discorsi, fatti dagli amici; deliberavano sull’impiego della serata e della dimane; ma, pian piano, la conversazione illanguidì, quasi le sonnecchiassero. Eppure, tutt’altro: la Ruglia-Scielzo corrugava le sopracciglia e si sentiva rivoltare lo stomaco, pensando al convegno, dato a Maurizio pel giorno seguente; e che non avrebbe la forza d’animo di non andarci, e che non saprebbe resistere, finalmente, alla ressa di lui, e che si contaminerebbe, nuovamente, di amplessi adulteri. E così rimeritava il buon marito della fiducia illimitata, della piena libertà concessale! Così adempiva a’ doveri materni! Invece di accudire a’ figiuoletti, d’istruirli ed educarli, invece di badare alla casa, in braccia al drudo, eh? In que’ giorni di svago, i fratelli e lei avevano speso anche più dell’usato, accumulando nuovi deficit agli antichi: dove prenderebbe il denaro? Ed era giusto, era onesto il dilapidare la sostanza del marito, lo sperperare il patrimonio de’ figliuoli, per inutili sfoggi o per saldare i debiti di giuco de’ germani? Pensava così, con gli occhi intesi, con le labbra strette, con le braccia rigide, senza che un moto, un cenno rivelasse la tempesta interna. La Salmojraghi, all’incontrario, vinta da stanchezza voluttuosa, riandava i piaceri goduti, le belle cose viste in que’ giorni. Vaghi que’ dintorni di Napoli, sempre! vaghissimi, poi, quando si percorrono, in brigata, di primavera o d’autunno, col cielo senza una nuvoletta, tutti amici, giovanotti spensierati e baldanzosi, donne sorridenti e benevole! Cogliere il capelvenere ne’ vomitorî degli anfiteatri a Pompei o Pozzuoli; fare echeggiare paurosamente di risa le grotte di Ercolano; so io di molto! La lombarda diè un sospiro; e la meridionale, riscuotendosi, chiese con premura: - «Che c’è? che ti manca? Vuoi qualcosa?» -

— «Nulla, nulla, nulla!» -

— «Bah! se sospiri? Coeur qui soupire, n’a pas ce qu’il dèsire. E chi può giurare di non nutrir qualche desiderio insoddisfatto?» -

— «Io, bell’Almerinda. Ah sì, davvero, davvero, non mi avanza che desiderare. Sono felice quanto nessun’altra mai.» -

— «Eppure ho notato, che, la camicia, tu ce l’hai.» -

— «Burlona!» .

— «Ti pregherò di prestarmela; vedrei se mi giova.» -

— «Ma, veramente, sai? sono felice tanto, da non poterci pensare senza un certo raccapriccio. Tutto riesce a seconda de’ miei desideri più secreti. Se credessimo all’invidia de’ numi, io mi dispererei. Mi sforzo ad aver capricci; il caso o la provvidenza li soddisfa. S’io fossi irragionevole tanto, da incapricciarmi di una stella, persuaditi, la stella si staccherebbe dal cielo per cadermi in grembo. Guarda, giorni sono, mi soffermo innanzi alla vetrina d’un negoziante di stampe: c’era esposto un panorama di Napoli. Io penso: Sarebbe pur bello l’andarci! Torno a casa; e mio marito mi dice: Se facessimo un viaggetto? Io: Per Napoli? E lui: Già, fino a Napoli, da mio fratello. Voglio morire, se avevo pensato, che il fratello di Gabrio si trovava qui. Purchè la duri! purchè, un giorno, io non abbia a scontare, con atroci dolori, la felicità d’oggi! E questo è niente: io non ricordo di avere avuto un mal di capo. Sono privilegiata; ed il Signore Iddio non parlò per me, quando disse alla donna: Ti accrescerò il travaglio della gravidanza e le doglie dello sgravo; partorirai figliuoli dolorosamente; e dipenderai, per ogni desiderio, dal marito, che ti signoreggerà. In casa, comando io; mio marito, se gli dicessi di buttarsi dalla finestra, mi compiacerebbe, senza discutere: Mi ama come un matto: tanto, ch’è, quasi, ridicolo. E gli vuò bene, anch’io. Non desideravo se non un rampollo: uno ne ho avuto. Desideravo la femmina; ed è una tosetta, che mi vien su, come puoi vedere, prosperosa, intelligente. E la non mi lascerà, mai, un giorno solo, finchè non sia grande e passi a marito. Gabrio giura, ch’io gli ho portata la benedizione in casa; che, da quando son sua, non ha più incontrato difficoltà e gli affari gli vanno a vele gonfie. Suo fratello, Babila, pretende, che l’avermi per cognata ha portato fortuna, anche, a lui. Non ho un rimorso; non ho nulla da rimproverarmi. Temei, che il mio confessore, don Cammillo Berretta, eccedesse nella indulgenza; e gli ho fatto qualche infedeltà, una e due volte, ricorrendo a chi aveva fama di severo. Ma sì! non ho potuto trovare chi m’imponesse la menoma penitenziuola; e, sicuro, temo, quasi quasi, d’aver esagerati i miei scappucci!... E, qui, in Napoli, come si portano a confessori? com’è il tuo, bell’Almerinda? Rigido molto? Da chi vai? sei, anche tu, delle infatuate del Capecelatro? vai dal Pica?» -

— «Il mio? Non ne ho. Sono anni, ch’io non mi confesso. Sono anni. Confessarmi? Dire ad un prete, ad un uomo... Oh no!» -

— «Eh, eh! che occhiate, che mosse! Sei più avanzata di me, tu! Quasi quasi, scommetterei, che fai la scettica. Perchè, mo, tanto orrore?...» -

L’Almerinda si sentiva un nodo alla gola e mancare il respiro. Il vaso, troppo colmo, deve traboccare. Vengono momenti, in cui non se ne può, proprio, più; e ci vuole lo sfogo, a qualunque costo. Quando il soldato, rifinito, nel giorno della battaglia, sta per morir di sete, beve, ingordamente, l’acqua delle pozzanghere, che avrebbe, in altro tempo, fuggita con isdegno, con cui non avrebbe voluto lavarsi i piedi. Quell’impeto del bisogno, che il costringe a berne, costringeva, ora, l’Almerinda a piangere e parlare.

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