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Roma | Firenze
Piazza S. Venanzio | Via de’ Pandolfini
N. 35 | N. 20
Cenni sulle vicende edilizie della Roma moderna
Onorevoli signori Consiglieri!
Ogniqualvolta per vicende storiche la Roma moderna venne fatta segno di riordinamento o di rinnovamento politico, i suoi governanti posero fra le prime cure l’assetto edilizio della città; imperocchè essa dopo la decadenza dell’Impero, nel primo periodo medioevale, e durante il soggiorno dei Papi in Provenza, erasi ridotta in stato sempre più misero, per diminuzione di abitanti e per materiale deperimento. Il risveglio artistico si manifestò al ritorno dei Papi da Avignone; e nelle monografie della nostra città si rileva, che le prime ampie strade a traverso il dedalo delle antiche rovine, delle casipole e dei recinti baronali si tracciarono sotto i pontificati dei Colonna, dei Cordulmieri, dei Barbo, dei Della Rovere, dei Borgia, dei Medici e dei Boncompagni. Fu durante questo periodo, che si rettificarono, o si aprirono il Corso, la Via del Babuino e di Ripetta, la Giulia, la Paolina, l’Alessandrina, la Bonella, quella d’Ara-Coeli e la Gregoriana. Quando poi , pontefice di forte intelletto, affermò il principato civile contro le fazioni feudali, un nuovo e potente sviluppo edilizio fu impresso a Roma per opera di lui; e in meno di cinque anni furono aperte e sistemate le Vie Felice, Sistina, Quattro Fontane, di Porta Pia, di Santa Maria Maggiore fino a Santa Croce in Gerusalemme, di Porta S. Lorenzo, la Merulana e lo stradone di S. Giovanni, le Piazze del Laterano e dell’Esquilino; senza dire della costruzione dell’, degli imponenti edifizi e degli abbellimenti, di cui allora fu arricchita la nostra città. Venendo poi
all’epoca della rivoluzione francese, troviamo che il breve periodo del regime Napoleonico in Roma non fu meno vantaggioso al progresso edilizio: infatti dal 1809 al 1814 le scoperte e le sistemazioni di carattere archeologico furono oltremodo ricche ed estese, e non fu trascurato l’abbellimento della Roma moderna. A quell’epoca si riferisce l’apertura della nuova piazza Trajana, ottenuta colle demolizioni dei monasteri di Santa Eufemia e dello Spirito Santo; l’apertura della nuova cogli emicicli, le fontane, i fabbricati simmetrici, le sostruzioni e la passeggiata del ; la strada che dalla valle del Fôro conduce al ; il primo impianto del ; opere poi condotte a termine sotto il pontificato di o de’ suoi successori. Oltre a ciò furono in quell’epoca compilati gli studi e i piani d’esecuzione, per l’apertura di una piazza larga 40 metri, concentrica al ; per l’isolamento del ; per formare delle vaste piazze innanzi allo stesso Pantheon e innanzi alla ; pel prolungamento della piazza del Vaticano, demolendo le case fra il ; non che per la sistemazione del tronco urbano del Tevere, con i muri e gli stradoni ripuari, a scopo di risanamento e abbellimento della città. Le quali opere sarebbero state tutte, o eseguite, o iniziate in quei tempi di straordinaria operosità, se per poco avesse ritardato la catastrofe della potenza Napoleonica.
Proclamata Roma capitale del Regno e trasportata qui la sede del Governo, necessariamente le condizioni materiali della città si trovarono non rispondenti alla sua nuova destinazione. L’insufficienza dell’abitato, per un immediato aumento di popolazione stabile, e per quello progressivo, che doveva tener dietro all’accentramento politico; il bisogno delle moderne città di avere facili e libere comunicazioni, di igieniche disposizioni degli scoli sotterranei, fino allora mal soddisfatto; l’esempio recente della rapida trasformazione edilizia di Firenze nel quinquennio in cui ospitò le rappresentanze della nazione, preoccuparono subito l’animo dei nuovi reggitori. E quindi, mentre si pose ogni cura a promuovere tutti quei lavori che presentavano carattere di urgente necessità, si sentì egualmente il bisogno di coordinarli con un piano regolatore generale. A questo effetto la Giunta provvisoria di Governo trascorsi appena dieci giorni dalla data memorabile del 20 settembre 1870, aveva già nominata con decreto del 30 dello stesso mese una Commissione di undici persone, coll’incarico di studiare l’ingrandimento e il miglioramento della città. La Commissione era composta dei Signori , presidente — , vicepresidente — — — — — — — — — ; ingegneri ed architetti questi quasi tutti romani o da lungo tempo dimoranti in Roma, e perciò conoscitori appieno della topografia, delle difficoltà locali, dei problemi infine che erano chiamati a risolvere, per l’assetto edilizio della capitale.
Storia del piano regolatore
Fu quella Commissione che pose le prime basi del piano regolatore; ma se furono i suoi membri ben presto d’accordo sulle massime generali del piano, si divisero poi quando si trattò di concretarne il disegno particolareggiato. Ed è naturale; imperocchè se non è difficile di determinare collegialmente i principii, ai quali si vuole informata un’opera per sua natura vasta e complessa, non è ugualmente facile il tradurli in progetto d’arte concreto, se non se ne affida il carico a pochi, e preferibilmente ad un solo. Si ebbe tuttavia un primo piano regolatore di massima dalla Commissione governativa, un secondo da una frazione della Commissione stessa, e contemporaneamente venivano presentati all’Amministrazione del Comune un terzo piano regolatore dall’ingegnere Mirotti, un quarto dall’. Il Consiglio comunale chiamato a deliberare intorno ai detti piani nominò il 3 giugno 1871 un’altra Commissione col mandato di esaminarli e di riferire sul merito e sulla preferenza da darsi ad uno di quei progetti. Essa componevasi dei signori ingegneri Giordano, , e Ruspoli; trovò di che encomiare ogni disegno, giudicò più completo e preferibile quello della prima Commissione governativa, e suggerì nuove linee e sistemazioni da comprendere in un piano regolatore generale. E il Consiglio commise alla Giunta di compilare, con l’opera dell’ufficio tecnico municipale, un nuovo piano regolatore, il quale racco- gliesse e coordinasse quanto di meglio e di più pratico era stato fino allora proposto nei progetti anteriori, tenendo anche conto delle idee manifestate dalle persone più competenti. Fu a tale effetto chiamato alla direzione speciale di questo studio e di questo piano il distinto ingegnere signor , che aveva fatto parte della prima Commissione e che poco appresso fu nominato Direttore dell’ufficio d’arte municipale. Dopo qualche mese il piano generale di massima era approntato; la Giunta lo presentò al Consiglio, e fu da questo approvato nella seduta del 28 novembre 1871. Ma prima di sanzionarlo con una approvazione definitiva, e di decidersi a dargli effetto esecutivo nei modi voluti dalla legge 25 giugno 1865 sulle espropriazioni per causa di pubblica utilità, volle l’Amministrazione comunale che quel piano fosse esposto al pubblico, per raccoglierne le osservazioni e le critiche; e con notificazione del 13 gennaio 1872 si diè avviso che tutti potevano esaminarlo nell’aula massima capitolina. Si prese nota delle persone che intervennero, le quali furono in media 120 al giorno per 15 giorni consecutivi; in tutto circa 1800. Grandissima parte adunque dei proprietari e degli artisti ebbero esatta conoscenza delle generalità delle proposte, pel miglioramento ed ampliamento della città. Le obiezioni furono poche e parziali, tendenti in genere o ad evitare la distruzione di qualche stabile, o a tutelarne il valore in caso di espropriazione. Ad ogni modo fu fatto tesoro delle osservazioni private e di quelle del giornalismo, per apportare qualche perfezionamento, qualche correzione nel piano di massima. Nel frattempo si vennero man mano approvando non poche delle opere del piano stesso, poi- chè il bisogno di provvedere all’alloggio della ognora crescente popolazione si era fatto imperioso. Il 14 settembre 1871 il Consiglio approvò i disegni del ; il 13 novembre dello stesso anno la sistemazione della Piazza di Santa Maria Maggiore e delle vie adiacenti; il 20 febbraio 1872 i piani del e del Viminale; il 20 marzo successivo quello del quartiere industriale al ; il 6 aprile dello stesso anno 1872 quello del . Per i quartieri dell’Esquilino e del Castro Pretorio si domandò e si ebbe la dichiarazione di pubblica utilità; per quelli del Viminale e del Celio si fecero convenzioni coi proprietari, all’effetto di tracciare le vie e contrassegnare le aree di terreno fabbricabile; e tutti si trovano ora in stato di avanzata costruzione. Pel Testaccio si stipulò un contratto di concessione; ma il concessionario non essendo riuscito a costituire una società, si ristette da ogni operazione esecutiva. E finalmente nella seduta del 19 agosto 1872 fa approvato il progetto e il piano d’esecuzione del proseguimento della via Nazionale diretta alla e alla Piazza di Sciarra; progetto pel quale si ottenne il diritto di espropriazione, e se ne cominciarono gli atti a forma di legge.
Erasi così pervenuti all’estate del 1873, e il piano di massima tradotto dal Direttore dell’ufficio tecnico in piano particolareggiato, comprendente le parziali approvazioni, e mantenendo intiero il concetto e le basi fondamentali del primo disegno, fu nuovamente presentate alla sanzione del Consiglio, il quale, prima di prendere una deliberazione definitiva intorno al grave argomento, nominò il 9 luglio 1873 una terza Commissione, che riuscì composta degli ingegneri Armellini, Cipolla, Gabet, Montiroli e Ruspoli, con incarico di esaminare nuovamente il piano ed altri dieci progetti, che da privati ingegneri erano stati nel frattempo esibiti all’Amministrazione municipale. Circa due mesi appresso quella Commissione pubblicò il suo rapporto colla data 3 settembre 1873. Essa concludeva che niuno dei progetti privati aveva qualità da renderlo, o preferibile al piano regolatore dell’ufficio, o da potersi con questo combinare. E in ordine al detto piano ne classificava le opere in tre categorie; la prima comprendente quelle che essa riteneva indispensabili; la seconda quello che qualificava relativamente utili; la terza quelle che considerava di lusso, od anche inutili: le opere delle due prime categorie opinava potessero costituire il piano definitivo, quelle della terza dovessero togliersi dal disegno. Nella relazione si leggevano le seguenti parole: «A raggiungere convenientemente l’importantissimo oggetto della classificazione, non vi voleva meno che avere sott’occhio un lavoro completo, com’è quello presentato dall’ufficio d’arte comunale; che studiato com’è in tutti i sensi, ed anche sotto quello dell’economia e del rispetto a quanto singolarmente abbellisce Roma, è degno di moltissimo elogio.» La discussione fu amplissima in quell’occasione, ed il Consiglio intiero invitato dal Sindaco tenne molte sedute preparatorie, nelle quali ogni parte fu presa in esame; si ascoltarono le obbiezioni e le opinioni di ciascuno, le spiegazioni dell’autore del piano e della Commissione, e furono presi accordi, che il Sindaco riassunse in una relazione a stampa, letta al Consiglio nella tornata del 6 ottobre 1873.
E il Consiglio in più sedute pubbliche rifece la discussione generale e particolareggiata sul piano regolatore; esaminò e respinse i reclami dei privati che erano pervenuti all’Amministrazione durante i 15 giorni, nei quali al principio del 1872 il piano di massima era stato esposto al pubblico; ed in adunanza 18 ottobre 1873 approvò il piano regolatore e di ampliamento, quale finalmente era stato presentato dall’ufficio, in parte ristretto o modificato d’accordo coll’ultima Commissione, e diè incarico al Sindaco di farlo approvare dal Governo come opera di pubblica utilità. Ma mentre si stavano approntando le copie dei disegni e degli allegati richiesti dai regolamenti a corredo delle domande per la sanzione legale del piano, taluno dei consiglieri municipali venne in tanto pensiero per lo stato economico del Comune, che non dubitò di proporre al Consiglio la sospensione generale non solo dei progetti approvati, ma anche dei grandi lavori incominciati, per esaminare in appresso quali fosse opportuno continuare, quali abbandonare. Il disavanzo nei bilanci dei primi anni, gl’impegni gravi assunti per straordinari lavori edilizi, il prestito già contratto ed insufficiente, avevano reso manifesto che senza il concorso del Governo, la città non avrebbe potuto, colle proprie forze, sopperire alle esigenze della sua nuova posizione; e che non potevasi pretendere dal Comune di Roma lo eseguimento di una mole di opere, le quali in gran parte si domandavano a comodo e decoro della capitale dell’intiera nazione. Lo che rende ragione del come e del perchè il Consiglio, tornando sui propri passi, approvò la proposta sospensione; tanto più che allora nè si era fatta alcuna pratica per ottenere un concorso nelle spese, nè forse si sperava di ottenerlo. Si decise pertanto di continuare solamente i lavori dei nuovi quartieri nell’altipiano, e di collegarli alla città colla prosecuzione della via Nazionale, ponendo per intanto in disparte i progetti per apertura di altre grandi strade, e per impianto di altri quartieri.
E poichè, secondo il piano regolatore, via Nazionale avrebbe dovuto sboccare in Piazza di Sciarra e continuare fino alla Piazza del Pantheon, e via Cavour collegarsi a , il Consiglio, abbandonato questo concetto, determinò che via Nazionale dovesse invece volgere a Piazza di Venezia, e di soprassedere ad ogni nuovo lavoro. Così il piano regolatore, studiato indefessamente e con amore, condotto innanzi attraverso gli esami od i giudizii delle Commissioni che si succedettero una all’altra, uscito vittorioso dal cimento della pubblica discussione, dovè rimanere nell’archivio dell’ufficio tecnico fino al momento presente. Tuttavia il proposito di desistere da nuove grandi opere non si potè in modo assoluto mantenere; ed incalzando i bisogni, non solo si proseguì nei lavori per i nuovi quartieri dell’altipiano, e si continuò la via Nazionale collo sbocco a Piazza di Venezia, ma a poco a poco si intrapresero altri lavori, o per provvedere alla viabilità prendendo occasione dalle ricostruzioni di alcuni stabili privati, o per la fognatura e il bonificamento del sottosuolo, o per il comodo e il decoro della città. Citiamo ad esempio gli allargamenti delle vie del Corallo, di Piè di Marmo, della Gatta, delle Convertite, di alcuni tratti della via Venti Settembre, di Piazza della Minerva, della via Tiburtina fino al Cimitero, concorrendo alle spese dell’opera provinciale; le sistemazioni della via Baccina e degli Zingari, delle vie di San Vitale, Panico, Borgo Nuovo e dei Piazzali di Termini; il prolungamento dello stradone Principe Eugenio fino alla ; il fognone per lo scolo delle acque del ; il tratto di collettore alto a sud del Colosseo stesso; la costruzione di un serbatoio di 1000 metri cubi d’acqua; il collocamento di una prima rete di condotture per l’inaffiamento degli alti quartieri; la nuova scuola all’Esquilino; il mercato del pesce; l’allargamento di ; l’apertura di fornici laterali alla ; il cavalcavia di S. Bibiana, il che si sta costruendo per l’Esposizione di Belle Arti, ecc. Delle opere principali eseguite dal 1870 al 1881 noi daremo in fine di questa relazione un elenco, che ne dimostra l’importanza e la spesa. Inoltre si fece approvare, come opera di pubblica utilità, lo stralcio del piano regolatore per i versanti dei colli Quirinale e Viminale; e dal Consiglio furono approvati altri stralci del piano stesso, cioè il proseguimento di via Cavour fino alla via Alessandrina, e di via Nazionale fino a S. Pantaleo, con animo di domandarne la dichiarazione di pubblica utilità anche nel caso, in cui non si fosse conclusa col Governo la convenzione pel Concorso alle opere della capitale. Se però il Comune costretto dalla forza delle cose a recedere dal riserbo, che erasi imposto in ordine alle nuove costruzioni edilizie, sobbarcavasi a nuove spese, sproporzionate in tutto alle sue risorse, non ometteva contemporaneamente di rappresentare alle autorità dello Stato, che le condizioni delle finanze municipali non avrebbero consentito di continuare nella vasta impresa; e che il Governo avrebbe dovuto soccorrere moralmente e materialmente la trasformazione edilizia della città, che d’un tratto era divenuta centro politico della nazione italiana. Questa idea a poco a poco divenne generale; la giustizia e la necessità del concorso governativo non furono più messe in dubbio; le varie Amministrazioni, che si succedettero nel Comune di Roma, ne trattarono col Ministero le condizioni; il Parlamento ed il Senato le sanzionarono; e finalmente fu pubblicata la legge 14 maggio 1881, sul concorso dello Stato nelle opere edilizie e di ampliamento della capitale del regno.
Mandato della Commissione esaminatrice del piano regolatore
Questa legge naturalmente doveva esigere la pubblicazione del piano regolatore, costituendo esso il concetto e la base di tutto il riordinamento edilizio. Difatti l’articolo 2° della convenzione fra Governo e Comune stabilisce, che innanzi tutto debba quel piano essere sottoposto all’approvazione legale. E l’Amministrazione municipale, confortata dalla deliberazione presa dal Consiglio nella seduta 20 luglio 1881, ordinò al Direttore dell’ufficio tecnico di riassumere e dare perfezionamento al piano regolatore in modo, che riuscisse informato ad unità di concetto, in armonia con quanto è stato eseguito o iniziato, corrispondente ai bisogni accertati dalla esperienza, conforme infine alle idee più vagheggiate, che si vennero manifestando dal 1870 in poi; delle quali l’ufficio possedeva la tradizione, ed avevano formato oggetto di studio continuo.
La sopraccennata deliberazione, la quale autorizzava la Giunta a far preparare e presentare il disegno definitivo del piano regolatore, riservava però al Consiglio la nomina di una Commissione per esaminarlo. E nella seduta del 9 decembre 1881 avendo appreso, che il piano era terminato (salvo le varianti, che potevano occorrere dopo la scelta delle aree per alcuni edifizi governativi), e che da parte della Giunta era già stato discusso, per farne argomento di proposta, il Consiglio stesso stabilì, che la nomina della Commissione si facesse prima che il piano gli fosse presentato, anche per la economia di tempo, che si sarebbe ottenuta risparmiando al Consiglio di dover fare esso medesimo un esame particolareggiato sopra ciascuna proposta del piano regolatore; tanto più che si trattava di un piano, il quale non è che la riproduzione e la riduzione di quello che qualche anno avanti era stato approvato. Si deliberò pertanto un ordine del giorno nei seguenti termini: «che la Commissione debba essere composta di sette consiglieri, con facoltà di aggregarsi tutte quelle persone, anche estranee al Consiglio, delle quali credesse utile udire il parere.» E infine il Consiglio nella successiva seduta, 12 decembre 1881, nominò i componenti la Commissione nelle persone dei sottoscritti.
Noi ci ponemmo subito all’opera con quell’impegno, che era imposto non solo dalla fiducia, che a Voi, Onorevoli Colleghi, piacque accordarci, ma anche dalla gravità del mandato. Che se abbiamo creduto richiamare alla memoria dei Consiglieri, i quali da molti anni seggono in questo consesso, ed esporre agli altri eletti più recentemente, la lunga storia del piano regolatore e di ampliamento della Città, ciò facemmo, perchè potesse apprezzarsi meglio la logica e il nesso, tanto del disegno definitivo, sul quale siete ora chiamati a deliberare, quanto delle nostre deduzioni e proposte; le quali, benchè sieno conseguenza di un esame fatto integralmente, non potevano scompagnarsi dal riguardo dovuto alle opere edilizie compiute od iniziate, ed agli intendimenti di tempo in tempo espressi dal Consiglio colle successive approvazioni. Sicchè potrà aversi fino da ora la convinzione, che se vi fu mai progetto esaminato in ogni sua parte, riveduto da Commissioni rinnovate con l’ammissione di persone che voi giudicaste competenti, discusso ripetutamente ed in epoche di vario indirizzo amministrativo dal Consiglio comunale, questo è certamente il piano regolatore della nostra Città.
Teniamo inoltre a far palese, come noi preoccupati sopratutto dal timore, che col piano regolatore si potesse recare oltraggio, anche inavvertito, alle opere e alle memorie antiche, medioevali e storiche, di cui è cotanto ricca la nostra città (alcune delle quali non appariscono, o sono note soltanto agli speciali cultori degli studi archeologici e dei patri monumenti), volemmo che ci assistessero nell’esame del piano, sotto tale punto di vista, i signori, architetto cav. e dottor , ai quali ci piace esprimere qui sinceri e meritati ringraziamenti.
Il fatto fin qui non è poco «meminisse juvabit,» e ciò che rimane a farsi è più assai; ma come per lo passato la Comunale amministrazione non prese sgomento soverchio del trovarsi tutto ad un tratto, ed impreparata, nel turbinìo di cento e mille bisogni da soddisfare, così può affidare sè e gli altri che proseguirà nell’opera sua con senno e risolutezza.
Ed ora noi v’intratterremo, o Signori Consiglieri, colla esposizione del nostro operato.
Criteri seguiti
Abbiamo detto che, prescindendo da ogni anteriore concetto sull’argomento, si è da noi voluto rifare in tutto l’esame del piano, quale oggi trovasi delineato, e quale è proposto dall’Amministrazione municipale. Partendo dunque dalla cognizione dello stato attuale della città, tanto nella parte del vecchio abitato, come in quella ove si è venuta ampliando, noi volemmo dapprima fissare le massime generali, che, a parer nostro, si debbono riscontrare nel progetto di un piano regolatore, e le speciali derivanti dalle condizioni topografiche e artistiche di Roma. Stimiamo di esporre tali massime, perchè giovano a render conto al Consiglio dei pareri, che saremo per manifestare sullo insieme e su ciascuna parte del vasto progetto.
La necessità di un piano regolatore, pel razionale coordinamento dei lavori di sistemazione ed ampliamento della nostra Città, non ha bisogno di essere dimostrata. La Legge sul concorso governativo ci domanda questo piano, e anche senza di essa lo reclama la natura delle cose e la pubblica opinione. Le Amministrazioni comunali passate hanno dovuto mano a mano adottarne degli stralci; è la mancanza di un piano generale obbligatorio non mancò di produrre i suoi in- convenienti, quantunque le amministrazioni stesse si adoperassero costantemente, e riuscissero talvolta a diminuirli o anche evitarli con trattative private. Ciò non pertanto furono in diversi casi costrette di concedere licenza di ristauri e di edificazioni in luoghi, dove cadrebbero aperture o correzioni di vie importantissime; e così, quando non sia possibile modificare l’andamento delle linee regolatrici, saremo costretti ad espropriare a caro prezzo fabbriche ricostruite di recente, che nel loro stato primitivo avrebbero avuto pochissimo valore.
Ma a parte la necessità del piano, noi dovevamo occuparci della sua estensione, in rapporto all’aumento della popolazione prevedibile entro un lasso razionale di tempo. Già le statistiche del decennio anteriore al 1871 avevano dimostrato che l’incremento naturale della città si approssimava ai tremila abitanti per anno: dal 1871 al 1881 l’incremento invece fu di circa 80 mila abitanti. Buona parte di questi, forse la metà, è dovuta all’eccezionale circostanza del trasporto in Roma della Sede del Governo, e delle pubbliche Amministrazioni; e può argomentarsi che l’incremento naturale sia stato in media di soli 4 mila abitanti per anno. Però è da notare, che le cifre dell’aumento in questi ultimi anni, nei quali poteva considerarsi compiuto quello eccezionale suindicato, fu superiore a quella media; risultando di 7100 nel 1879, di 9600 nel 1880, di 6500 nel 1881. È prudente dunque che le previsioni siano alquanto superiori al risultato medio normale del decennio trascorso, tanto più che in conseguenza dell’approvazione di un piano regolatore, dell’obbligo di nuovi edifizi ed istituti governativi, dello spirito d’intrapresa ognora crescente, del credito pubblico vieppiù assodato, l’incremento della popolazione sarà favorito in un prossimo avvenire meglio, che non potè esserlo in passato, causa non ultima la deficienza di abitazioni.
Ci siamo quindi formato il criterio, che l’aumento naturale entro i prossimi 25 anni (periodo che corrisponde al valore giuridico dei piani regolatori e di ampliamento delle città) possa essere, in media, di 5 mila abitanti per anno, ed in tutto di 125 mila; i quali aggiunti ai 300 mila, e più, accertati nell’ultimo censimento, danno una cifra di popolazione prevedibile di 425 mila abitanti. Ora considerando, che le città bene costituite contengono ordinariamente 500 abitanti per ettaro di terreno, tra fabbricato e stradale, l’estensione del nostro piano avrebbe a comprendere una superficie di 850 ettari; e siccome l’abitato della città nel 1871 già aveva una estensione di circa ettari 500, così ne deriva che i nuovi quartieri bisogna siano tracciati sopra una superficie di ettari 350, assegnando una superficie ulteriore per le parti che possono essere più adatte a villini, piazzali a giardino, viali, opifici e stabilimenti industriali.
Determinata in tal modo l’estensione necessaria per i nuovi quartieri, e scelte le località più acconcie a costruirveli, bisogna poi metterli in comunicazione fra loro e coi centri del vecchio abitato, mediante grandi vie, ed anche mediante parecchie vie, secondo l’ampiezza di ciascun quartiere. Tali comunicazioni poi hanno a farsi larghe così, da permettere libera circolazione a’ pedoni ed a’ veicoli, e l’adozione di quei mezzi più celeri ed eco- nomici, oggi in uso nelle grandi città, per temperare il difetto delle grandi distanze; dirette più che sia possibile; di pendenze moderate, quanto il comporti la differenza altimetrica dei punti da collegare. Tuttociò è essenziale per favorire l’iniziamento e il rapido sviluppo delle fabbriche, e per assicurare il compenso locatizio al valore fondiario delle nuove costruzioni. E altre linee debbono parimenti essere segnate, le quali mettano fra loro in rapporto i quartieri, che sorgessero sovra zone separate.
In quanto ai luoghi opportuni per i nuovi quartieri, benchè oramai tutti scelti, la Commissione ha ritenuta per massima, che l’estensione dell’abitato abbia a promuoversi di preferenza nell’interno della cerchia della città, ove esistono tuttora grandissimi spazi disabitati, di quello che assegnare troppo vasta superficie esterna, da includere poi nella cinta daziaria.
Ma oltre al bisogno di nuove abitazioni, una grande città deve pur provvedere a che abbiano sede conveniente, e possibilità di sviluppo, quelle istituzioni commerciali, e quelle industrie e manifatture, che meglio prosperano nei grandi centri di popolazione; come ad esempio, i doks, i mercati, i mattatoi, certi opifici meccanici, le fonderie, i laboratori, e soprattutto le industrie applicate alle belle arti. Il terreno propizio a ciò deve per massima essere scelto abbastanza appartato, anche perchè possano trovarvi posto le arti o insalubri o romorose: deve avere modo di collegarsi ai binari delle ferrovie, e di smaltire facilmente le acque impure per sostanze organiche o minerali: deve finalmente aver giacitura adatta per la distribuzione della forza motrice, sia meccanica, sia idraulica.
Né si è omesso di stabilire anche le norme relative all’ampiezza delle strade nei quartieri, che ancora dovranno sorgere. L’opinione delle strade larghissime fu sostenuta da coloro, che prendono a modello le grandi nuove città dell’estero, e che prevedono il moltiplicarsi delle linee ferrate interne a trazione animale, od anche a trazione meccanica; l’opinione contraria traeva argomenti dal nostro clima variabile, meridionale, e dal bisogno di strade ombreggiate durante il lungo periodo estivo. La questione si riduceva adunque ad esaminare, se convenisse adottare l’alberatura nelle vie interne fiancheggiate da case, lo che avrebbe diminuito il difetto delle grandi larghezze; ed infine fu ammessa la massima, per non pregiudicare la possibilità dell’alberatura, che le strade principalissime dei quartieri nuovi da tracciarsi ancora, abbiano 25 metri di larghezza; e che le altre da non alberarsi possano variare dai metri 20 ai 12, secondo la loro lunghezza ed importanza.
Più difficile era il fissare norme sull’apertura o correzione delle strade nel vecchio abitato, attese le molte soggezioni, che tale assunto presenta, e che per ragione di archeologia e di arte si trovano in Roma in grandissimo numero, anzi ad ogni passo. Tuttavia riservando i temperamenti per risolvere le difficoltà in ogni caso speciale, la Commissione ritenne, che in genere dovessero essere osservati i seguenti principi:
a) Le grandi arterie interne poche, attraversanti da un capo all’altro la città, e dirette secondo la corrente del movimento attuale, o di quello che andrà a crearsi per l’impianto dei grandi nuovi quartieri; tenendo presente la necessità di servire contemporanea- mente alle stazioni ferroviarie, al quartiere industriale, al mercato.
b) Le arterie secondarie, ma necessarie a collegare i centri più importanti delle varie regioni della città, doversi dirigere, pure esse, secondo le correnti già determinate del movimento; e doversi anche distribuire in modo equabile e alternato colle strade attuali, compiendo colle arterie principali una rete, che favorisca in ogni senso la libera circolazione.
c) Per le ultime linee poi, che chiameremo di terz’ordine, doversi limitare l’opera a parziali allargamenti e rettificazioni di alcune strade esistenti, che possano riuscire di complemento alla nuova rete stradale; senza preoccuparsi troppo delle correzioni, che potessero desiderarsi nella generalità delle vie e dei vicoli di Roma. Imperocchè facendo altrimenti, non si lascerebbe intatto alcun punto della città, la mole dei lavori si aggrandirebbe sconfinatamente, ed i risultati che se ne otterrebbero riuscirebbero inadeguati al grave dispendio, perdendo di mira il vero obbiettivo di un piano regolatore, che è quello di aprire opportune, ma grandi linee di comunicazione e di circuito, nelle quali vadano a riversarsi le correnti del transito, obbligate prima a spandersi nello anguste e tortuose vie del vecchio abitato.
Per le larghezze delle vie da aprirsi nell’interno della città, ragioni di economia e di riguardo ai fabbricati di molta mole, che si trovano disseminati in ogni contrada, ci hanno consigliato a moderare gli altrui ed i nostri desideri; ed eccettuata la prosecuzione della via Nazionale, che per legge siamo obbligati a tenere di metri 20 di sezione, noi crediamo che basti assegnare 16 metri di larghezza alle arterie principali, 14 ed anche 12 alle secondarie.
Tuttavia quei moduli non si possono avere come invariabili in ogni singola strada, volendosi, per regola, fare a meno di distruggere, senza assoluta necessità, qualunque opera d’arte antica e moderna, che sia pregevole per merito, per nobiltà o per carattere. Per la quale ragione crediamo possibili i rettifili assai di rado, e ci contentiamo che si segua andamento apparentemente meno regolare. Riteniamo nondimeno assai più conveniente, quando giovi alla continuità delle nuove arterie, il partito di aprire coi tagli quei gruppi di case vecchie e scadenti senza interni passaggi, che s’incontrano in alcuni punti della città, piuttosto che impegnarsi in allargamenti equivalenti di prossime strade. Per tal modo si raggiunge lo scopo con minore sacrificio, e colla ricostruzione si provvede alla riforma e all’igiene delle contrade più misere e deserte.
La Città essendo divisa in due parti dal Tevere, occorreranno alcuni ponti nuovi per la traversata del fiume; e considerato, come i ponti attuali fossero insufficienti al bisogno, anche quando la città conteneva meno di 200 mila abitanti, e quando il Trastevere e i Borghi non accennavano a riordinarsi e ad ampliarsi, la Commissione riconosce utile, che i ponti nuovi si abbiano a costruire non solo presso i luoghi destinati alle novelle edificazioni, ma eziandio nei tratti troppo estesi del fiume, i quali ne sono privi lungo le sponde abitate dalle due parti. Ad ogni modo la distanza di un ponte dall’altro non dovrebbe possibilmente essere maggiore di 300 o 400 metri, e vorrebbero essere situati in coincidenza di grandi strade, o esistenti o nuove, dirette in senso normale alle rive.
Ogni città, che si rimoderna, cerca la facilità delle comunicazioni, ma non trascura il diletto delle passeggiate e dei giardini. Abbiamo però riflettuto, non essere conveniente destinare a questi terreno utilizzabile per l’ampliamento dei quartieri di abitazione; ma che si debba profittare dei grandi spazi, dove si estendono gli avanzi della Roma antica, e dove pel rispetto a questi dovuto non si potrebbe estendere il caseggiato, e riteniamo che le passeggiate abbiano a svilupparsi utilmente alla periferia della città, e collegarsi ai proposti giardini con ampi viali.
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