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Le Satire, così dette, che meglio Epistole si chiamerebbero, sono, dopo il Furioso, la più singolare e più giustamente lodata opera dell’Omero Ferrarese. In esse, oltre alla bellezza esemplare del linguaggio e della forma, l’autore dipinse mirabilmente sè stesso, e nelle condizioni sue proprie, molte anche fra le più notabili del secol suo, sicchè molto è da profittarne eziandio per l’istoria di quel tempo, e molto già dagli studiosi di tal sorta si citarono e citeranno.
Noi le riordinate secondo la successione degli anni nei quali apparisce o congetturasi che fossero dettate; e ci studiammo di mettere in rilievo maggiore certe notizie o allusioni storiche, che gli altri avevano o non iscorte o neglette.
Indice
Satira I
Perc’ho molto bisogno, più che voglia, D’esser in Roma, or che li cardinali 3A guisa delle serpi mutan spoglia: Or che son men pericolosi i mali A’ corpi, ancor che maggior peste affliga 6Le travagliate menti de’ mortali; Quando la ruota, che non pur castiga Issïon rio, si volge in mezzo a Roma 9L’anime a crucïar con lunga briga: Galasso, appresso il tempio che si noma Da quel prete valente che l’orecchia 12A Malco allontanar fe dalla chioma, Stanza per quattro bestie mi apparecchia, Contando per me due con Gianni mio, 15Poi metti un mulo e un’altra rôzza vecchia. Camera o buca, ove a stanzar abbia io, Che luminosa sia, che poco saglia, 18E da far fuoco comoda, desio. Nè de’ cavalli ancor meno ti caglia,
Chè poco giovería ch’avesser pôste, 21Dovendo lor mancar poi fieno o paglia. Sia per me un materasso, che alle coste Faccia vezzi, di lana o di cotone, 24Sì che la notte io non abbia ire all’oste. Provvédimi di legna secche e buone, Di chi cucini pur così alla grossa 27Un poco di vaccina o di montone. Non curo d’un che con sapori possa De’ varî cibi suscitar la fame, 30Se fosse morta e chiusa nella fossa. Unga il suo schidon pure, o il suo tegame, Sin all’orecchio a ser Vorano il muso, 33Venuto al mondo sol per far letame; Che più cerca la fame perchè giuso Mandi i cibi nel ventre, che per trarre 36La fame, cerchi aver delli cibi uso. Il novo camerier tal cuoco innarre, Di pane ed aglio uso a sfamarsi, poi 39Che riposte i fratelli avean le marre, Ed egli a casa avea tornati i buoi; Ch’or vuol fagiani, or tortorelle, or starne, 42Chè sempre un cibo usar par che l’annoi. Or sa che differenza è dalla carne Di capro e di cinghial che pasca al monte, 45Da quel che l’Eliséa soglia mandarne. Fa ch’io trovi dell’acqua, non di fonte, Di fiume sì, che già sei dì veduto 48Non abbia Sisto nè alcun altro ponte. Non curo sì del vin, non già il rifuto; Ma a temprar l’acqua me ne basta poco, 51Che la taverna mi darà a minuto. Senza molta acqua i nostri, nati in loco Palustre, non assaggio; perchè puri
54Dal capo tranno in giù, che mi fan rôco. Cotesti che farían, che son ne' duri Scogli de' Côrsi ladri, o d’infedeli 57Greci, d’instabil Liguri, maturi? Chiuso nel studio frate Ciurla se li Bea, mentre fuor il popolo digiuno 60Lo aspetta che gli esponga gli Evangeli; E poi monti sul pergamo più di uno Gambaro cotto, rosso, e rumor faccia 63E un minacciar che ne spaventi ognuno. Ed a messer Moschin pur dia la caccia, Al fra Gualengo ed a’ compagni loro, 66Che metton carestía nella vernaccia; Che fuor di casa, o in Gorgadello o al Moro Mangian grossi piccioni e cappon grassi, 69Come egli in cella, fuor del refettoro. Fa che vi sien de' libri, con che io passi Quelle ore che comandano i prelati 72Al loro uscier che alcuno entrar non lassi: Come ancor fanno in su la terza i frati; Chè non li muove il suon del campanello, 75Poi che si sono a tavola assettati. — Signor, dirò (non s'usa più fratello, Poi che la vile adulazion spagnuola 78Messe la signoría fino in bordello), Signor (se fosse ben mozzo da spuola), Dirò, fate, per Dio, che monsignore 81Reverendissimo oda una parola. — Agora non si puede, ed es meiore, Che vos torneís a la magnana. — Almeno, 84Fate ch'ei sappia ch’io son qui di fuore. — Risponde, che 'l padron non vuol gli sieno Fatte imbasciate, se venisse Pietro,
87Pavol, Giovanni e il mastro Nazzareno. Ma se fin dove col pensier penetro, Avessi a penetrarvi occhi lincei, 90O i muri trasparesser come vetro; Forse occupati in casa li vedrei, Che giustissima causa di celarsi 93Avrían dal sol, non che dagli occhi miei. Ma sia a un tempo lor agio di ritrarsi, Ed a noi contemplar sotto il cammino 96Pei dotti libri i saggi detti sparsi. Che mi môva a veder monte Aventino, So che vorresti intendere, e diròlti: 99È per legar tra carta, piombo e lino, Sì che tener che non mi sieno tolti Possa, pel viver mio, certi bajocchi 102Che a Milan piglio, ancor che non sian molti: E provveder ch'io sia il primo, che mocchi Sant'Agata, se avvien che al vecchio prete, 105Sopravvivendogli io, di morir tocchi. Dunque io darò del capo nella rete Ch'io soglio dir che 'l diavol tende a questi 108Che del sangue di Cristo han tanta sete? Ma tu vedrai, se Dio vorrà che resti Questa chiesa in man mia, darla a persona 111Saggia e scïente e di costumi onesti, Che con periglio suo poi ne dispona: Io nè pianeta mai nè tonicella, 114Nè chierca vo' che in capo mi si pona. Come nè stole, io non vo' ch'anco anella Mi leghin mai, che in mio poter non tenga 117Di elegger sempre o questa cosa o quella. Indarno è, s'io son prete, che mi venga
Disir di moglie; e quando moglie io tolga, 120Convien che d'esser prete il desir spenga. Or perchè so com'io mi muti e volga Di voler tosto, schivo di legarmi 123Donde, se poi mi pento, io non mi sciolga. Qui la cagion potresti dimandarmi Perchè mi levo in collo sì gran peso, 126Per dover poi su 'n altro scaricarmi. Perchè tu e gli altri frati miei ripreso M'avreste, e odiato forse, se offerendo 129Tal don fortuna, io non l'avessi preso. Sai ben che 'l vecchio la riserva avendo Inteso d'un costì, che la sua morte 132Bramava; e di velen perciò temendo; Mi pregò che a pigliar venissi in corte La sua rinuncia, che potría sol tôrre 135Quella speranza onde temea sì forte. Opra feci io che si volesse porre Nelle tue mani, d'Alessandro, il cui 138Ingegno dalla chierca non aborre. Ma nè di voi, nè di più giunti a lui D'amicizia, fidar unqua si volle; 141Io fuor di tutti scelto unico fui. Questa opinïon mia so ben che folle Diranno molti, che a salir non tenti 144La via ch'uom spesso a grandi onori estolle. Questa, povere, sciocche, inutil genti, Sordide, infami, ha già levato tanto, 147Che fatti gli ha adorar da re potenti. Ma chi fu mai sì saggio, o mai sì santo, Che di esser senza macchia di pazzia, 150O poca o molta, dar si possa vanto? Ognun tenga la sua; questa è la mia: Se a perder s'ha la libertà, non stimo 153Il più ricco cappel che in Roma sia. Che giova a me sedere a mensa il primo,
Se per questo più sazio non mi levo 156Di quel ch'è stato assiso a mezzo o ad imo? Come nè cibo, così non ricevo Più quïete, più pace o più contento, 159Sebben di cinque mitre il capo aggrevo. Felicitade istima alcun, che cento Persone t'accompagnino a palazzo, 162E che stia il volgo a riguardarti intento: Io lo stimo miseria, e son sì pazzo, Ch'io penso e dico che in Roma fumosa 165Il signore è più servo che 'l ragazzo. Non ha da servir questi in maggior cosa, Che d'esser col signor quando cavalchi; 168L'altro tempo a suo senno o va o si posa. La maggior cura che sul cor gli calchi, È che Fiammetta stia lontana, e spesso 171Causi che l'ora del tinel gli valchi. A questo ove gli piace è andar concesso, Accompagnato e solo; a piè, a cavallo; 174Fermarsi in ponte, in Banchi e in chiasso appresso: Piglia un mantello o rosso o nero o giallo; E se non l'ha, va in gonnellin leggiero: 177Nè questo mai gli è attribuito a fallo. Quell'altro, per fodrar di verde il nero Cappel, lasciati ha i ricchi uffici, e tolto 180Minor util, più spesa e più pensiero. Ha molta gente a pascere, e non molto Da spender; chè alle bolle è già obbligato 183Del primo e del secondo anno il ricolto: E del debito antico uno è passato, Ed uno, e al terzo termine si aspetta 186Esser sul muro in pubblico attaccato.
Gli bisogna a san Pietro andare in fretta; Ma, perchè il cuoco o il spenditor ci manca, 189Che gli sian dietro, gli è la via interdetta. Fuori è la mula, o che si duol d'un'anca, O che le cinghie o che la sella ha rotta, 192O che da Ripa vien sferrata e stanca. Se con lui fin il guattero non trotta, Non può il misero uscir, chè stima incarco 195Il gire e non aver dietro la frotta. Non è il suo studio nè in Matteo nè in Marco, Ma specula e contempla a far la spesa 198Sì che il troppo tirar non spezzi l'arco. D'uffici, di badíe, di ricca chiesa Forse adagiato alcun vive giocondo, 201Chè nè la stalla nè il tinel gli pesa. Ah, che 'l desio d'alzarsi il tiene al fondo! Già il suo grado gli spiace, e a quello aspira 204Che dal sommo pontefice è il secondo. Giugne a quell'anco, e la voglia anco il tira All'alta sedia che d'aver bramata 207Tanto, indarno. San Georgio si martira. Che fia s'avrà la cattedra beata? Tosto vorrà gli figli li nipoti 210Levar dalla civil vita privata. Non penserà d'Achivi o d'Epiroti Dar lor dominio; non avrà disegno 213Della Morea dell'Arta far dispoti: Non cacciarne Ottoman per dar lor regno, Ove da tutta Europa avría soccorso, 216E faría del suo ufficio ufficio degno: Ma spezzar la Colonna e spegner l'Orso, Per tôrgli Palestina e Tagliacozzo,
219E dargli a' suoi, sarà il primo discorso. E qual strozzato e qual col capo mozzo Nella Marca lasciando ed in Romagna, 222Trionferà, del cristian sangue sozzo. Darà l'Italia in preda a Francia e Spagna, Che sozzopra voltandola, una parte 225Al suo bastardo sangue ne rimagna. Le scomuniche empir quinci le carte, E quindi ministrar si vederanno 228Le indulgenze plenarie al fiero Marte. Se 'l Svizzero condurre o l'Alemanno Si dee, bisogna ritrovare i nummi, 231E tutto al servitor ne viene il danno. Ho sempre inteso e sempre chiaro fummi, Ch'argento che lor basti non han mai 234O veschi o cardinali pastor summi. Sia stolto, indôtto, vil, sia peggio assai, Farà quel ch'egli vuol, se posto insieme 237Avrà tesoro; e chi bajar vuol, bai. Perciò gli avanzi e le miserie estreme Fansi, di che la misera famiglia 240Vive affamata, e grida indamo e freme. Quanto è più ricco, tanto più assottiglia La spesa; chè i tre quarti si delibra 243Por da canto di ciò che l'anno piglia. Dalle otto oncie per bocca, a mezza libra Si vien di carne, e al pan di cui la veccia, 246Nata con lui, nè il loglio fuor si cribra. Come la carne e il pan, così la feccia Del vin si dà, c'ha seco una puntura 249Che più mortal non l'ha spiedo nè freccia; O ch'egli fila, e mostra la paura Ch'ebbe a dar volta di fiaccarsi il collo, 252Sì che men mal saría bêr l'acqua pura. Se la bacchetta pur levar satollo
Lasciasse il cappellan, mi starei cheto; 255Se ben non gusta mai vitel nè pollo. — Questo, dirai, può un servitor discreto Patir, che quando monsignor suo accresce, 258Accresce anco egli, e n’ha da viver lieto. — Ma tal speranza a molti non riesce; Chè, per dar loco alla famiglia nôva, 261Più d’un vecchio d’ufficio e d’onor esce. Camerier, scalco e secretario truova Il signor degni al grado; e n’hai buon patto, 264Che dal servizio suo non ti rimuova. Quanto ben disse il mulattier quel tratto, Che tornando dal bosco, ebbe la sera 267Nuova che ’l suo padron papa era fatto! — Che per me stesse cardinal meglio era: Ho fin qui avuto da cacciar dui muli, 270Or n’avrò tre: chi più di me ne spera, Comperi quanto io n’ho d’aver, due giuli. —
Satira II
Io desidero intendere da voi, Alessandro fratel, compar mio Bagno, 3S’in corte è ricordanza più di noi; Se più il signor me accusa; se compagno Per me si leva, e dice la cagione
6Per che, partendo gli altri, io qui rimagno: O, tutti dotti nella adulazione (L’arte che più tra noi si studia e côle), 9L’ajutate a biasmarmi oltra ragione. Pazzo chi al suo signor contraddir vuole, Se ben dicesse c’ha veduto il giorno 12Pieno di stelle, e a mezza notte il sole! O ch’egli lodi, o voglia altrui far scorno, Di varie voci subito un concento 15S’ode accordar di quanti n’ha d’intorno. E chi non ha per umiltà ardimento La bocca aprir, con tutto il viso applaude, 18E par che voglia dire: — Anch’io consento. — Ma se in altro biasmarmi, almen dar laude Dovete, che volendo io rimanere, 21Lo dissi a viso aperto e non con fraude. Dissi molte ragioni, e tutte vere, Delle quali per sè sola ciascuna 24Esser mi dovea degna di tenere. Prima la vita, a cui poche o nessuna Cosa ho da preferir, che far più breve 27Non voglio che il ciel voglia o la fortuna. Ogni alterazïone, ancor che leve, Ch’avesse il mal ch’io sento, o ne morrei, 30O il Valentino e il Postumo errar deve. Oltra che ’l dicano essi, io meglio i miei Casi d’ogni altro intendo; e quai compensi 33Mi siano utili so, so quai son rei. So mia natura come mal conviensi Co’ freddi verni; e costà sotto il polo 36Gli avete voi, più che in Italia, intensi. E non mi nocerebbe il freddo solo; Ma il caldo delle stufe, c’ho sì infesto,
39Che più che dalla peste me gl’involo. Nè il verno altrove s’abita in cotesto Paese; vi si mangia, giuoca e bee, 42E vi si dorme e vi si fa anco il resto. Chi quindi vien, come sorbir si dee L’aria che tien sempre in travaglio il fiato 45Delle montagne prossime Rifee? Dal vapor che, dal stomaco elevato, Fa catarro alla testa e cala al petto, 48Mi rimarre’ una notte soffocato. E il vin fumoso, a me vie più interdetto Che ’l tôsco, costì a inviti si tracanna, 51E sacrilegio è non ber molto e schietto. Tutti li cibi son con pepe e canna Di amomo, e d’altri aromati che tutti, 54Come nocivi, il medico mi danna. Qui, mi potreste dir ch’io avrei ridutti, Dove sotto il cammin sedería al fôco, 57Nè piei nè ascelle odorerei nè rutti; E le vivande condiríami il cuoco Come io volessi, ed inacquarmi il vino 60Potre’ a mia posta, e nulla berne o poco. Dunque, voi altri insieme, io dal mattino Alla sera starei solo alla cella. 63Solo alla mensa, come un certosino? Bisogneríano pentole e vasella Da cucina e da camera, e dotarme 66Di masserizie qual sposa novella. Se separatamente cucinarme Vorrà mastro Pasino una o due volte, 69Quattro e sei mi farà ’l viso dell’arme. S’io vorrò delle cose ch’avrà tolte Francesco di Siver per la famiglia, 72Potrò mattina e sera averne molte.
S’io dirò: — Spenditor, questo mi piglia, Che l’umido cervel poco nodrisce; 75Questo no, che ’l catar troppo assottiglia; — Per una volta o due che mi ubbidisce, Quattro e sei mi si scorda, o perchè teme 78Che non gli sia accettato, non ardisce. Io mi riduco al pane; e quindi freme La collera: cagion che alli due motti 81Gli amici ed io siamo a contesa insieme. Mi potreste anco dir: — Delli tuoi scotti Fa che ’l tuo fante comprator ti sia; 84Mangia i tuoi polli alli tuo’ alari cotti. — Io per la mala servitude mia Non ho dal cardinale ancora tanto, 87Ch’io possa fare in corte l’osteria. Apollo, tua mercè, tua mercè, santo Collegio delle Muse, io non possiedo 90Tanto per voi, ch’io possa farmi un manto. — Oh! il signor t’ha dato... — Io vel concedo, Tanto che fatto m’ho più d’un mantello; 93Ma che m’abbia per voi dato non credo. Egli l’ha detto: io dirlo a questo e a quello Voglio anco, e i versi miei posso a mia posta 96Mandar al culiséo per lo suggello. Non vuol che laude sua da me composta, Per opra degna di mercè si pona; 99Di mercè degno è l’ir correndo in posta.
A chi nel barco e in villa il segue, dona; A chi lo veste e spoglia, o pona i fiaschi 102Nel pozzo per la sera in fresco a nona; Vegghi la notte, in sin che i Bergamaschi Si levino a far chiodi, sì che spesso 105Col torchio in mano addormentato caschi. S’io l’ho con laude ne’ miei versi messo, Dice ch’io l’ho fatto a piacere e in ozio; 108Più grato fôra essergli stato appresso. E se in cancellería m’ha fatto sozio A Milan del Constabil, sì c’ho il terzo 111Di quel che al notar vien d’ogni negozio; Gli è perchè alcuna volta io sprono e sferzo, Mutando bestie e guide, e corro in fretta 114Per monti e balze, e con la morte scherzo. Fa a mio senno, Maron; tuoi versi getta Con la lira in un cesso, e un’arte impara. 117Se beneficii vuoi, che sia più accetta. Ma tosto che n’hai, pensa che la cara Tua libertà non meno abbi perduta, 120Che se giocata te l’avessi a zara; E che mai più (se bene alla canuta Età vivi, e viva egli di Nestorre) 123Questa condizïon non ti si muta. E se disegni mai tal nodo sciôrre, Buon patto avrai, se con amore e pace 126Quel che t’ha dato si vorrà ritôrre. A me, per esser stato contumace Di non voler Agria veder nè Buda, 129Che si ritoglia il suo sì non mi spiace (Sebben le miglior penne ch’avea in muda
Rimesse tutte, mi tarpasse), come 132Che dall’amor e grazia sua mi escluda; Che senza fede e senza amor mi nôme, E che dimostri con parole e cenni, 135Che in odio e che in dispetto abbia il mio nome. E questo fu cagion ch’io mi ritenni Di non gli comparire innanzi mai, 138Dal dì che indarno ad escusar mi venni. Ruggier, se alla progenie tua mi fai Sì poco grato, e nulla mi prevaglio 141Che gli alti gesti e ’l tuo valor cantai, Che debbo fare io qui, poich’io non vaglio Smembrar sulla forcina in aria starne, 144Nè so a sparvier nè a can metter guinzaglio? Non feci mai tai cose, e non so farne: Agli usatti, agli spron (perch’io son grande) 147Non mi posso adattar, per porne o trarne. Io non ho molto gusto di vivande, Che scalco io sia: fui degno essere al mondo 150Quando viveano gli uomini di ghiande. Non vuò il conto di man tôrre a Gismondo: Andar più a Roma in posta non accade 153A placar la grand’ira di Secondo.
E quando accadesse anco in questa etade, Col mal ch’ebbe principio allora forse, 156Non si convien più correr per le strade. Se far cotai servigi, e raro tôrse Di sua presenza dê chi d’oro ha sete, 159E stargli come Artofilace all’Orse; Più tosto che arricchir, voglio quïete; Più tosto che occuparmi in altra cura 162Sì, che inondar lasci il mio studio a Lete. Il qual, se al campo non può dar pastura, Lo dà alla mente con sì nobil’esca, 165Che merta di non star senza cultura. Fa che la povertà meno m’incresca, E fa che la ricchezza sì non ami, 168Che di mia libertà per suo amor esca. Quel ch’io non spero aver, fa ch’io non brami; Che nè sdegno nè invidia mi consumi 171Perchè Marone o Celio il signor chiami: Ch’io non aspetto a mezza estate i lumi Per esser col signor veduto a cena, 174Ch’io non lascio accecarmi in questi fumi: Ch’io vado solo e a piedi ove mi mena Il mio bisogno; e quando io vo a cavallo, 177Le bisacce gli attacco sulla schiena; E credo che sia questo minor fallo, Che di farmi pagar s’io raccomando 180Al principe la causa d’un vassallo; O mover liti in beneficii, quando Ragion non v’abbia, e facciami i pievani 183Ad offrir pensïon venir pregando. Anco fa che al ciel levo ambe le mani, Ch’abito in casa mia comodamente, 186Voglia tra cittadini o tra villani: E che nei ben paterni il rimanente Del viver mio, senza imparar nova arte,
189Posso, e senza rossor, far, di mia gente Ma perchè cinque soldi da pagarte, Tu che noti, non ho, rimetter voglio 192La mia favola al loco onde si parte. Aver cagion di non venir mi doglio; Detto ho la prima, e s’io vuò l’altre dire, 195Nè questo basterà nè un altro foglio. Pur ne dirò anco un’altra: che patire Non debbo che, levato ogni sostegno, 198Casa nostra in ruina abbia a venire. De’ cinque che noi siam, Carlo, è nel regno Onde cacciare i Turchi il mio Cleandro, 201E di starvi alcun tempo fa disegno: Galasso vuol nella città di Evandro Por la camicia sopra la guarnaccia: 204E tu sei col signore ito, Alessandro. Ècci Gabriel, ma che vuoi tu ch’ei faccia? Chè da fanciullo la sua mala sorte 207Lo impedì delli piedi e delle braccia. Egli non fu nè in piazza mai nè in corte; Ed a chi vuol ben reggere una casa, 210Questo si può comprendere che importe. Alla quinta sorella che è rimasa,
Era bisogno apparecchiar la dote 213Che le siam debitori or che si accasa. L’età di nostra madre mi percôte Di pietà il cor, che da tutti in un tratto 216Senza infamia lasciata esser non puote. Io son de’ dieci il primo, e vecchio fatto Di quaranta quattro anni, e il capo calvo 219Da un tempo in qua sotto il cuffiotto appiatto. La vita che mi avanza, me la salvo Meglio ch’io so: ma tu, che diciotto anni 222Dopo me t’indugiasti a uscir dell’alvo, Gli Ongari a veder torna e gli Alamanni, Per freddo e caldo segui il signor nostro, 225Servi per amendue, rifà i miei danni. Il qual se vuol di calamo ed inchiostro Di me servirsi, e non mi tôr da bomba, 228Digli: — Signore, il mio fratello è vostro. — Io stando qui, farò con chiara tromba Il suo nome sônar forse tanto alto, 231Che tanto mai non si levò colomba. A Filo, a Cento, in Ariano e a Calto Arriverei, ma non sin al Danubbio, 234Ch’io non ho piè gagliardi a sì gran salto. Ma se a volger di nuovo avessi al subbio I quindici anni che in servirlo ho spesi, 237Passar la Tana ancor non starei in dubbio. Se avermi dato onde ogni quattro mesi Ho venticinque scudi, nè sì fermi, 240Che molte volte non mi sien contesi, Mi debbe incatenar, schiavo tenermi, Obbligarmi ch’io sudi e tremi, senza 243Rispetto alcun ch’io muoja ch’io m’infermi; Non gli lasciate aver questa credenza: Ditegli che più tosto ch’esser servo, 246Torrò la povertade in pazïenza. Uno asino fu già, che ogni osso e nervo Mostrava di magrezza, e entrò pel rotto 249Del muro, ove di grano era uno acervo.
E tanto ne mangiò, che l’epa sotto Si fece più d’una gran botte grossa, 252Fin che fu sazio, e non però di botto. Temendo poi che gli sien peste l’ossa, Si sforza di tornar dove entrato era, 255Ma par che ’l buco più capir nol possa. Mentre s’affanna e uscire indarno spera, Gli disse un topolino: — Se vuoi quinci 258Uscir, trâtti, compar, quella panciera. A vomitar bisogna che cominci Ciò c’hai nel corpo, e che ritorni macro: 261Altrimenti quel buco mai non vinci. — Or conchiudendo dico, che se ’l sacro Cardinal comperato avermi stima 264Con li suoi doni, non mi è acerbo ed acro Renderli, e tôr la libertà mia prima.
Satira III
Da tutti gli altri amici, Annibal, odo, Fuor che da te, che sei per pigliar moglie: 3Mi duol che ’l celi a me; che ’l facci, lodo. Forse mel celi perchè alle tue voglie Pensi che oppor mi debbia, come io danni, 6Non l’avendo tolta io, s’altri la toglie. Se pensi di me questo, tu t’inganni: Ben che senza io ne sia, non però accuso 9Se Piero l’ha, Martin, Polo e Giovanni. Mi duol di non l’avere; e me ne iscuso Sopra varî accidenti che l’effetto
12Sempre dal buon voler tennero escluso. Ma fui di parer sempre, e così detto L’ho più volte, che senza moglie a lato 15Non puote uomo in bontade esser perfetto. Nè senza si può star senza peccato; Chè chi non ha del suo, fuori accattarne, 18Mendicando o rubandolo, è sforzato. E chi s’usa a beccar dell’altrui carne, Diventa ghiotto, ed oggi tordo o quaglia, 21Diman fagiani, un altro dì vuol starne. Non sa quel che sia amor, non sa che vaglia La caritade; e quindi avvien che i preti 24Sono sì ingorda e sì crudel canaglia. Che lupi sieno e che asini indiscreti, Mel dovreste saper dir voi da Reggio, 27Se già il timor non vi tenesse cheti; Ma senza che ’l diciate, io me ne avveggio. Della ostinata Modena non parlo, 30Che, tutto che stia mal, merta star peggio. Pigliala se la vuoi; fa, se dêi farlo; E non voler come il dottor Buonleo, 33Alla estrema vecchiezza prolungarlo. Quella età più al servizio di Lieo, Che di Vener conviensi: si dipinge 36Giovane fresco, e non vecchio, Imeneo. Il vecchio, allora che ’l desir lo spinge, Di sè prosume e spera far gran cose; 39Si sganna poi che al paragon si stringe. Non voglion rimaner però le spose Nel danno sempre: ci è mano adiutrice, 42Che sovviene alle pover’ bisognose. E, se non fosse ancor, pur ognun dice Che gli è così: non pôn fuggir la fama,
45Più che del ver, del falso relatrice; La qual patisce mal chi l’onor ama. Ma questa passïon debole e nulla, 48Verso un’altra maggior, ser Jorio chiama. Peggio è, dice, vedersi un nella culla, E per casa giocando ir duo bambini, 51E poco prima nata una fanciulla; Ed esser di sua età giunto a’ confini, E non aver chi dopo sè lor mostri 54La via del bene, e non li fraudi e uncini. Pígliala, e non far come alcuni nostri Gentiluomini fanno, e molti fêro, 57Ch’or giaccion per le chiese e per li chiostri. Di mai non la pigliar fu il lor pensiero Per non aver figliuoli, che far pezzi 60Debbian di quel che a pena basta intiero. Quel che acerbi non fêr, maturi e mézzi Fan poi con biasmo: trovan nelle ville 63E nelle cucine anco a chi far vezzi. Nascono figli, e crescon le faville; Ed al fin, pusillanimi e bugiardi, 66S’inducono a sposar villane e ancille, Perchè i figli non restino bastardi. Quindi è falsificato di Ferrara 69In gran parte il buon sangue, se ben guardi: Quindi la gioventù vedi sì rara, Che le virtudi e li bei studi, e molta 72Che degli avi materni i stili impara. Cugin, fai bene a tôr moglier; ma ascolta: Pensaci prima; non varrà poi dire 75Di no, s’avrai di sì detto una volta. In questo il mio consiglio proferire Ti vuò, e mostrar, se ben non lo richiedi, 78Quel che tu dêi cercar, quel che fuggire. Tu ti ridi di me forse, e non vedi Come io ti possa consigliar, ch’avuto 81Non ho in tal nodo mai collo nè piedi.
Non hai, quando dui giocano, veduto Che quel che sta a vedere ha meglio spesso 84Ciò che s’ha a far, che ’l giocator, saputo? Se tu vedi che tocchi, o vada appresso Il segno il mio parer, dàgli il consenso; 87Se no, réputal sciocco, e me con esso. Ma prima ch’io ti mostri altro compenso, T’avrei da dir, che se amorosa face 90Ti fa pigliar moglier, che segui il senso. Ogni virtude è in lei, s’ella ti piace: So ben che nè orator latin nè greco 93Saría a dissuadertilo efficace. Io non son per mostrar la strada a un cieco; Ma se tu il bianco e il rosso e il ner comprendi, 96Esamina il consiglio ch’io ti arreco. Tu che vuoi donna, con gran studio intendi Qual sia stata e qual sia la madre, e quali 99Sien le sorelle, se all’onore attendi. S’in cavalli, s’in buoi, s’in bestie tali Guardiam le razze, che faremo in questi, 102Che son fallaci più ch’altri animali? Di vacca nascer cerva non vedesti, Nè mai colomba d’aquila; nè figlia 105Di madre infame, di costumi onesti. Oltre che il ramo al ceppo s’assimiglia, Il dimestico esempio, che le aggira 108Pel capo sempre, ogni bontà scompiglia. Se la madre ha duo amanti, ella ne mira A quattro, a cinque e spesso a più di sei, 111Ed a quanti più può la rete tira: E questo, per mostrar che men di lei Non è leggiadra, e non le fûr del dono 114Della beltà men liberali i Dei. Saper la balia e le compagne è buono; Se appresso il padre sia nodrita, in corte, 117Al fuso, all’ago, pur in canto e in suono. Non cercar chi più dote, chi ti porte Titoli e fumi, e più nobil parenti, 120Che al tuo aver si convenga e alla tua sorte, Chè difficil sarà, se non ha venti
Donne poi dietro e staffieri e un ragazzo 123Che le sciorini il cul, tu la contenti. Vorrà una nana, un buffoncello, un pazzo, E compagni da tavola e da giuoco, 126Che tutto il dì la tengano in sollazzo. Nè tòr di casa il piè nè mutar loco Vorrà senza carretta: bench’io stimi, 129Fra tante spese, questa spesa poco; Chè se tu non la fai, che sei de’ primi E di sangue e d’aver nella tua terra, 132Non la faran già quei che son degl’imi. E se mattina e sera ondeggiando erra Con cavalli a vettura la Giannicca; 135Che farà chi del suo li pasce e ferra? Ma se l’altre n’han dui, ne vuol la ricca Quattro: se le compiaci più che ’l conte 138Rinaldo mio, la ti avviluppa e ficca. Se le contrasti, pon la pace a monte; E, come Ulisse al canto, tu l’orecchia 141Chiudi a pianti, a lamenti, a gridi ed onte: Ma non le dire oltraggio, o t’apparecchia Cento udirne per uno, e che ti punga 144Più che punger non suol vespe nè pecchia. Una che ti sia ugual, teco si giunga; Che pôr non voglia in casa nuove usanze, 147Nè più del grado aver la coda lunga. Non la vuò tal che di bellezze avanze L’altre, e sia in ogni invito, e sempre vada 150Capo di schiera per tutte le danze. Fra bruttezza e beltà truovi una strada,
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The end
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