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I. - Pregato dalla sua donna, descrive...
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Pregato dalla sua donna, descrive il trionfo d’amore che ella riportò, con la sua bellezza, su di lui, legandolo d’un nodo indissolubile. Ciò avvenne in Firenze durante le feste del 1513 in onore del Battista.
Non so s’io potrò ben chiudere in rima quel che in parole sciolte fatica avrei di ricontarvi a pieno; come perdei mia libertá, che prima, 5Madonna, tante volte difesi, acciò non avesse altri il freno; tenterò nondimeno farne il poter, poi che cosí vi agrada, con desir che ne vada 10la fama e a molti secoli dimostri le chiare palme e i gran trionfi vostri.
Le sue vittorie ha fatto illustri alcuno, e con gli eterni scritti ha tratto fuor del tenebroso oblio; 15ma li perduti esserciti nessuno, e gli adversi conflitti ebbe ancor mai di celebrar disio; sol celebrar voglio io il dí ch’andai prigion ferito a morte; 20ché contra man sí forte, ben ch’io perdei, per l’aver preso assalto, piú che mill’altri vincere mi essalto.
Dico che ’l giorno che di voi m’accesi non fu il primo che ’l viso 25pien di dolcezza e li real costumi vostri mirassi affabili e cortesi, né che mi fossi aviso che meglio unqua mirar non potea lumi; ma selve, monti e fiumi 30sempre dipinsi inanzi al mio desire, per levarli l’ardire d’entrar in via, dove per guida porse io vedea la speranza star in forse.
Quinci lo tenni e mesi ed anni escluso, 35e dove piú sicura strada pensai, lo volsi ad altro corso; credendo poi che piú potesse l’uso che ’l destin, di lui cura non ebbi; ed ei, tosto che senza morso 40sentissi, ebbe ricorso dove era il natural suo primo instinto; ed io nel labirinto prima lo vidi, ove ha da far sua vita, che pensar tempo avessi a darli aita.
45Né il dí, né l’anno tacerò, né il loco dove io fui preso e insieme dirò gli altri trofei ch’allora aveste, tal che apo loro il vincer me fu poco. Dico, da che ’l suo seme 50mandò nel chiuso ventre il Re celeste, avean le ruote preste de l’omicida lucido d’Achille rifatto il giorno mille, e cinquecento tredeci fiate, 55sacro al Battista, in mezo de la estate.
Ne la tósca cittá, che questo giorno piú riverente onora, la fama avea a spettacoli solenni fatto raccôr, non che i vicini intorno, 60ma li lontani ancora; ancor io, vago di mirar, vi venni. D’altro ch’io vidi tenni poco ricordo, e poco me ne cale; sol mi restò immortale 65memoria, ch’io non vidi, in tutta quella bella cittá, di voi cosa piú bella.
Voi quivi, dove la paterna chiara origine traete, da preghi vinta e liberali inviti 70di vostra gente, con onesta e cara compagnia, a far piú liete le feste, a far piú splendidi i conviti, con li doni infiniti in ch’ad ogn’altra il ciel v’ha posto inanzi, 75venuta erate dianzi, lasciato avendo lamentar indarno il re de’ fiumi, ed invidiarvi ad Arno.
Porte, finestre, vie, templi, teatri vidi piene di donne 80a giuochi, a pompe, a sacrifici intente, e mature ed acerbe, e figlie e matri ornate in varie gonne; altre star a conviti, altre agilmente danzare; e finalmente 85non vidi, né senti’ ch’altri vedesse, che di beltá potesse d’onestá, cortesia, d’alti sembianti voi pareggiar, non che passarvi inanti.
Trovò gran pregio ancor, dopo il bel volto, 90l’artificio discreto, ch’in aurei nodi il biondo e spesso crine in rara e sotil rete avea raccolto; soave ombra dirieto rendea al collo e dinanzi alle confine 95de le guance divine, e discendea fin all’avorio bianco del destro omero e manco. Con queste reti insidiosi Amori preson quel giorno piú di mille cori.
100Non fu senza sue lode il puro e schietto serico abito nero, che, come il sol luce minor confonde, fece ivi ogn’altro rimaner negletto. Deh! se lece il pensiero 105vostro spiar, de l’implicate fronde de le due viti, d’onde il leggiadro vestir tutto era ombroso, ditemi il senso ascoso. Sí ben con aco dotta man le finse, 110che le porpore e l’oro il nero vinse.
Senza misterio non fu giá trapunto il drappo nero, come non senza ancor fu quel gemmato alloro tra la serena fronte e il calle assunto, 115che de le ricche chiome in parti ugual va dividendo l’oro. Senza fine io lavoro, se quanto avrei da dir, vuo’ porr’ in carte, e la centesma parte 120mi par ch’io ne potrò dir a fatica, quando tutta mia etá d’altro non dica.
Tanto valor, tanta beltá non m’era peregrina né nuova, sí che dal fulgurar d’accesi rai, 125che facean gli occhi e la virtute altiera, giá stato essendo in pruova, ben mi credea d’esser sicur ormai. Quando men mi guardai, quei pargoletti, che ne l’auree crespe 130chiome attendean, qual vespe a chi le attizza, al cor mi s’aventâro, e nei capelli vostri lo legâro.
E lo legâro in cosí stretti nodi, che piú saldi un tenace 135canape mai non strinse né catene; e chi possa avenir chi me ne snodi, d’imaginar capace non son, s’a snodar Morte non lo viene. Deh! dite come aviene 140che d’ogni libertá m’avete privo e menato captivo, né piú mi dolgo ch’altri si dorria, sciolto da lunga servitute e ria.
Mi dolgo ben che de’ soavi ceppi 145l’inefabil dolcezza e quanto è meglio esser di voi prigione che d’altri re, non piú per tempo seppi. La libertate apprezza fin che perduta ancor non l’ha, il falcone; 150preso che sia, depone del gir errando sí l’antiqua voglia, che sempre che si scioglia al suo signor a render con veloci ale s’andrá, dove udirá le voci.
155La mia donna, Canzon, sola ti legga, sí ch’altri non ti vegga, e pianamente a lei di’ chi ti manda; e, s’ella ti comanda che ti lasci veder, non star occulta, se ben molto non sei bella, né culta.
II. - Meritevole di compassione per...
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Meritevole di compassione per l’audacia di avere rivolto il suo amore troppo in alto, brama solo che la sua donna non abbia a sdegno se l’ama.
Quante fiate io miro i ricchi doni e tanti che ’l Ciel dispensa in voi sí largamente altre tante io sospiro; 5non che ’l veder che inanti a tutte l’altre donne ite ugualmente mi percuota la mente d’invidia; ché a ferire in molto bassa parte, 10se la ragion si parte da un alto oggetto, mai non può venire; e da la umiltá mia a vostra altezza è piú ch’al ciel di via.
Non è d’invidia effetto 15ch’a sospirar mi mena, ma sol d’una pietá c’ho di me stesso; però ch’ancor mi aspetto de la mia audacia pena, d’aver in voi sí inanzi il mio cuor messo. 20Ché, se l’esser concesso di tanti il minor dono far suol di ch’il riceve l’animo altier, che deve di voi far dunque, in cui tanti ne sono, 25che da l’Indo all’estreme Gade tant’altri non ha il mondo insieme?
L’aver voi conoscenza di tanti pregi vostri che siate per mirare unqua sí basso 30mi dá gran diffidenza; e ben che mi si mostri di voi cortesia sempre, pur, ahi lasso! non posso far ch’un passo voglia andar la speranza 35dietro al desir audace. La misera si giace, ed odia e maledice l’arroganza di lui, che la via tiene molto piú lá che non se li conviene.
40E questo che io temo ora, non è ch’io non temessi prima che sí perdessi in tutto il cuore; e qual diffesa allora, e quanto lunga io fêssi 45per non lasciarlo, è testimonio Amore. Ma il debole vigore non puote contra l’alto sembiante e le divine manere e senza fine 50virtú e bellezza, sostener l’assalto; cosí il cuor persi e seco perdei il sperar d’averlo mai piú meco.
Non sería giá ragione, che per venire a porse 55in vostre man devessi esservi a sdegno; se n’è stato cagione vostra beltá, che corse con troppo sforzo incontro al mio disegno.
Egli sa ben che degno 60parer non può ch’abbiate, dopo un lungo tormento, in parte a far contento; né questo cerca ancor, ma che pietate vi stringa almen di lui, 65ch’abbia a patir senza mercé per vui.
Canzon, concludi in somma alla mia donna ch’altro da lei non bramo, se non ch’a sdegno non le sia s’io l’amo.
III. - Pur disperando di vincere la...
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Pur disperando di vincere la indifferenza, anzi la crudeltá della sua donna, non può non amarla.
Dopo mio lungo amor, mia lunga fede, e lacrime e suspiri ed ore tetre, deh! sará mai che da Madonna impetre al mio real servir qualche mercede? 5Ella vede ch’io moro e che nol vede finge, come disposta alla mia morte. Ahi dolorosa sorte, che di sua perfezion cosa sí bella manchi, per essere di pietá ribella!
10Lasso! ch’io sento ben che in que’ dolci ami, ove all’esca fui preso, o mia nimica, è l’amaro mio fin. Né perché ’l dica mi giova, perché Amor vuol pur ch’io v’ami, e ch’io tema e ch’io speri e ’l mio mal brami, 15e ch’io corra al bel lampo che mi strugge, e segua chi mi fugge libera e sciolta e d’ogni noia scarca, con esta vita stanca e di guai carca.
Né mi pento d’amar, né pentir posso, 20quantunque vada la mia carne in polve, sí dolce è quel venen nel qual m’involve Amor, che dentro ho giá da ciascun osso, e d’ogni mio valor cosí mi ha scosso,
che tutto in preda son del gran disio, 25che nacque il giorno ch’io mirai l’alta beltá, ch’a poco a poco m’ha consumato in amoroso foco.
Se mai fu, Canzon mia, donna crudele al suo servo fedele, 30tu puoi dir che l’è quella, e non t’inganni che viva, acciò ch’io mora de’ miei anni.
IV. - Filiberta di Savoia, sconsolata,...
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Filiberta di Savoia, sconsolata, invoca amaramente la morte per ricongiungersi al marito Giuliano dei Medici, che tutto il mondo, e specialmente Roma, ha lasciato in preda allo sconforto.
Spirto gentil, che sei nel terzo giro del ciel fra le beate anime asceso, scarco dal mortal peso, dove premio si rende a chi con fede 5vivendo fu d’onesto amore acceso, a me, che del tuo ben non giá sospiro, ma di me ch’ancor spiro, poi che al dolor che ne la mente siede sopra ogn’altro crudel non si concede 10di metter fine all’angosciosa vita, gli occhi che giá mi fûr benigni tanto, volgi alli miei, ch’al pianto apron sí larga e sí continua uscita; vedi come mutati son da quelli 15che ti solean parer giá cosí belli.
La infinita inefabile bellezza, che sempre miri in ciel, non ti distorni che gli occhi a me non torni, a me, che giá mirando, ti credesti 20di spender ben tutte le notti e i giorni; e se levarli alla superna altezza ti leva ogni vaghezza di quanto mai qua giú piú caro avesti, la pietá almen cortese mi ti presti 25che ’n terra unqua non fu da te lontana; ed ora io n’ho da aver piú chiaro segno,
quando nel divin regno, dove senza me sei, n’è la fontana. S’amor non può, dunque pietá ti pieghi 30d’inchinar il bel sguardo alli miei prieghi.
Io sono, io son ben dessa; or vedi come m’ha cangiata il dolor fiero ed atroce, ch’a fatica la voce può di me dar riconoscenza vera. 35Lassa! che al tuo partir partí veloce da le guance, da li occhi e da le chiome quella a cui davi il nome tu di beltá ed io n’andava altèra, ché mel credea, poi ch’in tal pregio t’era. 40Ch’ella da me partisse allora e s’anco non tornasse mai piú, non mi dá noia; poi che tu, a cui sol gioia di lei dar intendea, mi vieni manco. Non voglio, non, s’anch’io non vengo dove 45tu sei, che questo o ch’altro ben mi giove.
Come possibil è, quando soviemme del bel sguardo soave ad ora ad ora, che spento ha sí breve ora, o di quel dolce e lieto riso estinto, 50che mille volte io non sia morta o mora? Perché, pensando all’ostro ed alle gemme ch’avara tomba tiemme, di ch’era il viso angelico distinto, non scoppia il duro cor dal dolor vinto? 55Come è ch’io viva, quando mi rimembra ch’empio sepolcro e invidiosa polve, contamina e dissolve le delicate alabastrine membra? Dura condizion, che morte e peggio 60patir di morte e insieme viver deggio!
Io sperai ben di questo carcer tetro, che qui mi serra, ignuda anima sciôrme, e correr dietro all’orme de li tuoi santi piedi, e teco farme 65de le belle una in ciel beate forme; ch’io vederei, quando ti fusse dietro e insieme udisse Pietro e di fede e d’amor da te lodarme, che le sue porte non potria negarme. 70Deh! perché tanto è questo corpo forte, che né la lunga febre né il tormento, che maggior nel cor sento, potesse trarlo a disiata morte, sí che lasciato avessi il mondo teco, 75che senza te, ch’eri suo lume, è cieco?
La cortesia e il valor, che stati ascosi non so in qual’antri e latebrosi lustri eran molt’anni e lustri, e che poi teco apparvero, e la speme 80che in piú matura etade all’opre illustri pareggiassi di Publi e Gnei famosi tuoi fatti gloriosi, sí ch’a sentir avessero l’estreme genti, ch’ancor vive di Marte il seme; 85or piú non veggio, né da quella notte ch’alli occhi miei lasciasti un lungo oscuro, mai piú veduti fûro; ché ritornâro a loro antique grotte, e per disdegno congiuraron, quando 90del mondo uscîr, tôrne perpetuo bando.
Del danno suo Roma infelice accorta, disse: — Poi che costui, Morte, mi tolli, non mai piú i sette colli duce vedran che trionfando possa
95per sacra via trar catenati colli. De l’altre piaghe, onde son quasi morta, forse sarei risorta, ma questa è in mezo il cor quella percossa che da me ogni speranza m’ha rimossa. — 100Turbato corse il Tibro alla marina, e ne die’ annonzio ad Ilia sua, che mesta gridò piangendo: — Or questa di mia progenie è l’ultima ruina. — Le sante Ninfe, i boscarecci dèi 105trassero al grido a lacrimar con lei.
E fu sentito in l’una e l’altra riva pianger donne e donzelle e figlie e matri, e da’ purpurei patri alla piú bassa plebe il popul tutto; 110e dire: — O patria, questo dí fra li atri d’Alia e di Canne a’ posteri si scriva; quei giorni che captiva restasti e che ’l tuo imperio fu distrutto, né piú di questo son degni di lutto. — 115Il desiderio, signor mio, e il ricordo che di te in tutti gli animi è rimaso, non trarrá giá all’occaso sí presto il violento fato ingordo; né potrá far che, mentre voce e lingua 120formin parole, il tuo nome si estingua.
Pon’ queste appresso l’altre pene mie, ché di salir al mio signor, Canzone, sí ch’oda tua ragione, d’ogn’intorno ti son chiuse le vie; 125piacesse ai venti almen di rapportarli che di lui sempre o pensi o pianga o parli!
V. - Giuliano risponde affettuosamente...
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Giuliano risponde affettuosamente alle preghiere di Filiberta, esortandola a prepararsi alle gioie del cielo senza sgomentarsi dell’aspra e pericolosa via che ha da percorrere.
Anima eletta, che nel mondo folle e pien d’error, sí saggiamente quelle candide membra belle reggi, che ben l’alto disegno adempi 5del Re degli elementi e de le stelle che sí leggiadramente ornar ti volle, perch’ogni donna molle e facile a piegar ne li vizi empi, potessi aver da te lucidi essempi, 10che, fra regal delizie in verd’etade, a questo d’ogni mal seculo infetto giunt’esser può d’un nodo saldo e stretto con summa castitá summa beltade; da le sante contrade, 15ove si vien per grazia e per virtute, il tuo fedel salute ti manda, il tuo fedel caro consorte, che ti levò di braccia iniqua morte.
Iniqua a te, che quel tanto quieto, 20iocondo e, al tuo parer, felice tanto stato, in travaglio e in pianto t’ha sotto sopra ed in miseria vòlto; a me giusta e benigna, se non quanto l’odirmi il suon di tue querele drieto 25mi potria far men lieto, s’ad ogni affetto rio non fusse tolto
salir qui dove è tutto il ben raccolto; del qual sentendo tu di mille parti l’una, giá spento il tuo dolor sarebbe 30ch’amando me (come so ch’ami) debbe il mio piú che ’l tuo gaudio rallegrarti, tanto piú ch’al ritrarti salva da le mondane aspre fortune, sei certa che commune 35l’hai da fruir meco in perpetua gioia, sciolta da ogni timor che piú si moia.
Segui pur senza volgerti la via che tenut’hai sin qui sí drittamente; ch’al cielo e alle contente 40anime altra non è che meglio torni. Di me t’incresca, ma non altamente che, s’io vivessi ancor, t’incresceria d’una partita mia che tu avessi a seguir fra pochi giorni; 45e se qualche e qualch’anno anco soggiorni col tuo mortale a patir caldo e verno, lo déi stimar per un momento breve verso quest’altro, che mai non riceve né termine né fin, vivere eterno. 50Volga Fortuna il perno alla sua ruota in che i mortali aggira; tu quel ch’acquisti mira, da la tua via non declinando i passi; e quel che a perder hai, se tu la lassi.
55Non abbia forza il ritrovar di spine, e di sassi impedito il stretto calle, di farti dar le spalle al santo monte per cui al ciel tu poggi, sí che all’infida e mal sicura valle 60che ti rimane a drieto, il piè decline;
le piagge e le vicine ombre soavi d’alberi e di poggi non t’allentino sí che tu v’alloggi; ché, se noia e fatica fra li sterpi 65senti al salir la poco trita roccia, non v’hai da temer altro che ti noccia, se forse il fragil vel non vi discerpi. Ma velenosi serpi per le verde, vermiglie e bianche e azurre 70campagne, per condurre a crudel morte con insidiosi morsi, tra’ fiori e l’erba stanno ascosi.
La nera gonna, il mesto oscuro velo, il letto vedovil, l’esserti priva 75di dolci risi, e schiva fatta di giochi e d’ogni lieta vista, non ti spiacciano sí che ancor captiva vada del mondo, e il fervor torni in gelo, c’hai di salir al cielo, 80sí che fermar ti veggia pigra e trista; ché quest’abito inculto ora t’acquista, con questa noia e questo lieve danno, tesor che d’aver dubbio che t’involi tempo, quantunque in tanta fretta voli, 85unqua non hai, né di fortuna inganno. O misero chi un anno di falsi gaudi o quattro o sei piú prezza che l’eterna allegrezza, vera e stabil, che mai speranza o téma 90o altro affetto non accresce o scema!
Questo non dico giá perché d’alcuno freno ai desiri in te bisogno creda, che da nuova altra teda so con quanto odio e quanto orror ti scosti;
95ma dicol perché godo che proceda come conviensi e come è piú opportuno, per salir qui, ciascuno tuo passo, e che tu sappia quanto costi il meritarci i ricchi premi posti. 100Non godo men ch’all’inefabil pregi, ch’avrai qua su, veggio ch’in terra ancora arrogi un ornamento che piú onora che l’oro e l’ostro e li gemmati fregi; le pompe e i culti regi, 105sí riverir non ti faranno, come di costanzia un bel nome, e fede e castitá, tanto piú caro, quanto esser suol piú in bella donna raro.
Questo è piú onor che scender da l’augusta 110stirpe d’antiqui Ottoni, estimar déi; di ciò piú illustre sei, che d’esser de’ sublimi, incliti e santi Filippi nata ed Ami ed Amidei, che fra l’arme d’Italia e la robusta, 115spesso a’ vicini ingiusta, feroce Gallia, hanno tant’anni e tanti tenuto sotto il lor giogo costanti con li Alobrogi i populi de l’Alpe; e de’ lor nomi le contrade piene 120dal Nilo al Boristene, e da l’estreme Idaspe al mar di Calpe. Di piú gaudio ti palpe questa tua propria e vera laude il core, che di veder al fiore 125di lise d’oro e al santo regno assunto chi di sangue e d’amor t’è sí congiunto.
Questo sopra ogni lume in te risplende, se ben quel tempo che sí ratto corse
tenesti di Namorse 130meco il scettro ducal di lá da’ monti; se ben tua bella mano il freno torse al paese gentil ch’Apenin fende, e l’Alpe e il mar diffende. Né tanto val ch’a questo pregio monti 135che ’l sacro onor de l’erudite fronti, quel tósco in terra e in ciel amato Lauro socer ti fu, le cui mediche fronde spesso alle piaghe, donde Italia morí poi, furon ristauro; 140che fece all’Indo e al Mauro sentir l’odor de’ suoi rami soavi; onde pendean le chiavi che tenean chiuso il tempio de le guerre, che poi fu aperto, e non è piú chi ’l serre.
145Non poca gloria è che cognata e figlia il Leon beatissimo ti dica, che fa l’Asia e l’antica Babilonia tremar, sempre che rugge; e che giá l’Afro in l’Etiopia aprica 150 col gregge e con la pallida famiglia di passar si consiglia; e forse Arabia e tutto Egitto fugge verso ove il Nilo al gran cader remugge. Ma da corone e manti e scettri e seggi, 155per stretta affinitá, luce non hai da sperar che li rai e ’l chiaro sol di tua virtú pareggi; sol perché non vaneggi drieto al desir, che come serpe annoda, 160ti guadagni la loda che ’l patre e li avi e’ tuoi maggiori invitti si guadagnâr con l’arme ai gran conflitti.
Quel cortese signor ch’onora e illustra Bibiena, e inalza in terra e ’n ciel la fama, 165se come, fin che lá giú m’ebbe appresso, m’amò quanto se stesso cosí lontano e nudo spirto m’ama; s’ancora intende e brama satisfare a’ miei preghi, come suole, 170queste fide parole a Filiberta mia scrivi o rapporti, e preghi per mio amor che si conforti.
Sonetti
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I. - Perché Fortuna, non vuoi che io...
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Perché, Fortuna, quel ch’Amor m’ha dato, vommi contender tu l’avorio e l’oro, l’ostro e le perle e l’altro bel tesoro, 4di ch’esser mi credea ricco e beato? Per te son d’appressarmeli vietato, non che gioirne, e in povertá ne moro; non con piú guardia fu su ’l lito moro 8il pomo de l’Esperide servato. Per una ch’era al precioso legno, cento custodie alle ricchezze sono, 11ch’Amor giá di fruir mi fece degno. Ed è a lui biasmo; egli m’ha fatto il dono; che possanza è la sua, se nel suo regno 14quel che mi dá non è a difender buono?
II. - Quanto è mal compensato il suo...
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Mal si compensa, ahi lasso! un breve sguardo all’aspra passion che dura tanto; un interrotto gaudio a un fermo pianto; 4un partir presto a un ritornarvi tardo. E questo avien, ché non fu pari il dardo, né il fuoco par ch’Amor m’accese a canto; a me il cor fisse, a voi non toccò il manto; 8voi non sentite il foco ed io tutt’ardo. Pensai che ad ambi avesse teso Amore, e voi legar dovesse a un laccio meco; 11ma me sol prese, e lasciò andar voi sciolta. Giá non vid’egli molto a quella volta, ché, s’avea voi, la preda era maggiore; 14e ben mostrò ch’era fanciullo e cieco.
III. - Finalmente sta per essere...
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O sicuro, secreto e fidel porto, dove, fuor di gran pelago, due stelle, le piú chiare del cielo e le piú belle 4dopo una lunga e cieca via m’han scorto; ora io perdono al vento e al mar il torto che m’hanno con gravissime procelle fatto sin qui, poi che se non per quelle 8io non potea fruir tanto conforto. O caro albergo, o cameretta cara, ch’in queste dolci tenebre mi servi 11a goder d’ogni sol notte piú chiara, scorda ora i torti e i sdegni acri e protervi; ché tal mercé, cor mio, ti si prepara, 14che appagará quantunque servi e servi.
IV. - L'amata si conformi in tutto al...
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Perché simil le siano, e de li artigli e del capo e del petto e de le piume, se l’acutezza ancor non v’è del lume, 4riconoscer non vuol l’aquila i figli. Una sol’ parte che non le somigli, fa ch’esser l’altre sue non si pressume; magnanima natura, alto costume, 8degno onde essempio un saggio amante pigli. Che la sua donna, sua creder che sia non dee, s’a’ suoi piacer, s’a’ desir suoi, 11s’a tutte voglie sue non l’ha conforme. Non siate dunque in un da me diforme, perché mi si confaccia il piú di voi; 14ché o nulla o vi convien tutta esser mia.
V. - Felice tutto che la sua donna...
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Felice stella, sotto ch’il sol nacque che di sí ardente fiamma il cor m’accese; felice chiostro ove i bei raggi prese 4il primo nido in che nascendo giacque; felice quell’umor che pria gli piacque, il petto onde l’umor dolce discese; felice poi la terra in che ’l piè stese, 8beò con gli occhi il fuoco, l’aere e l’acque. Felice patria che, per lui superba, con l’India e con il ciel di par contende; 11piú felice che ’l parto che lo serba. Ma beato chi vita da quel prende, ove ’l bel lume morte disacerba, 14ch’un molto giova e l’altro poco offende.
VI. - A una donzella che porta il manto...
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Non senza causa il giglio e l’amaranto, l’uno di fede e l’altro fior d’amore, del bel leggiadro lor vago colore, 4vergine illustre, v’orna il sacro manto. Candido e puro l’un mostra altro tanto in voi candore e puritá di core; all’animo sublime l’altro fiore 8di constanzia real dá il pregio e il vanto. Come egli al sole e al verno fuor d’usanza d’ogni altro germe, ancor che forza il sciolga 11dal natio umor, sempre vermiglio resta, cosí vostra alta intenzion onesta, perché Fortuna la sua ruota volga, 14com’a lei par, non può mutar sembianza.
VII. - Una corona di ginepro è il premio...
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Un arbuscel ch’in le solinghe rive all’aria spiega i rami orridi ed irti, e d’odor vince i pin, gli abeti e i mirti, 4e lieto e verde al caldo e al giaccio vive; il nome ha di colei che mi prescrive termine e leggi a’ travagliati spirti, da cui seguir non potrian Scille o Sirti 8ritrarmi o le brumali ore o l’estive. E se benigno influsso di pianeta, lunghe vigilie od amorosi sproni 11son per condurmi ad onorata meta; non voglio, e Febo e Bacco mi perdoni, che lor frondi mi mostrino poeta, 14ma ch’un genebro sia che mi coroni.
VIII. - Teme che il suo pensiero si...
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Del mio pensier, che cosí veggio audace, timor freddo com’angue il cor m’assale; di lino e cera egli s’ha fatto l’ale, 4disposte a liquefarsi ad ogni face. E quelle, del desir fatto seguace, spiega per l’aria e temerario sale, e duolmi ch’a ragion poco ne cale 8che devria ostarli e sel comporta e tace. Per gran vaghezza d’un celeste lume temo non poggi sí, ch’arrivi in loco 11dove s’incenda e torni senza piume. Seranno, oimè! le mie lacrime poco per soccorrergli poi, quando né fiume 14né tutto il mar potrá smorzar quel foco.
IX. - Non si duole di aver perduto la...
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La rete fu di queste fila d’oro in che ’l mio pensier vago intricò l’ale, e queste ciglia l’arco, i sguardi il strale, 4il feritor questi begli occhi fôro. Io son ferito, io son prigion per loro, la piaga in mezo ’l core aspra e mortale, la prigion forte; e pur in tanto male, 8e chi ferimmi e chi mi prese adoro. Per la dolce cagion del languir mio o del morir, se potrá tanto ’l duolo, 11languendo godo, e di morir disio; pur ch’ella, non sappiendo il piacer ch’io del languir m’abbia o del morir, d’un solo 14sospir mi degni o d’altro affetto pio.
XI. - La morte soltanto dovrá provare il...
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Ben che ’l martír sia periglioso e grave, che ’l mio misero cuor per voi sostiene, non m’incresce però, perché non viene 4cosa da voi che non mi sia soave; ma non posso negar che non mi grave, non mi strugga ed a morte non mi mene; ché per aprirvi le mie ascose pene, 8non so, né seppi mai volger la chiave. Se, perch’io dica il mal, non mi si crede; e s’a questa fatica afflitta e mesta, 11se a’ cocenti sospir non si dá fede, che prova piú, se non morir, mi resta? Ma troppo tardi, ahi lasso! si provede 14al duol che sola morte manifesta.
X. - Neppur la chioma di lei è in grado...
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Com’esser può che dignamente io lodi vostre bellezze angeliche e divine, se mi par ch’a dir sol del biondo crine 4volga la lingua inettamente e snodi? Quelli alti stili e quelli dolci modi non basterian, che giá greche e latine scole insegnâro a dire il mezo e il fine 8d’ogni lor loda alli aurei crespi nodi, e ’l mirar quanto sian lucide e quanto lunghe ed ugual le ricche fila d’oro 11materia potrian dar d’eterno canto. Deh! morso avess’io, come Ascreo, l’alloro. Di queste, se non d’altro, direi tanto, 14che morrei cigno, ove tacendo io moro.
XII. - Fu proprio lui la vittima d'Amore?
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Non fu qui dove Amor tra riso e gioco le belle reti al mio cuor vago tese? Non sono quello ancor che non di poco 4ma del meglio di me fui sí cortese? Qui certo fu, ché riconosco il loco u’ dolcemente l’ore erano spese; quinci l’ésca fu tolta e quinci il foco, 8che d’alto incendio un freddo petto accese. Ma ch’io sia quel che con lusinghe Amore fece, per darlo altrui, del suo cuor scemo, 11s’io n’ho credenza, io n’ho piú dubbio assai; ché mi sovien che quel che perse il core, arder lontan parea da questi rai; 14ed io che son lor presso, aggiaccio e tremo.
XIII. - È contento del carcere soave,...
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Aventuroso carcere soave, dove né per furor né per dispetto, ma per amor e per pietá distretto 4la bella e dolce mia nemica m’ave; gli altri prigioni al volger de la chiave s’attristano, io m’allegro; ché diletto e non martir, vita e non morte aspetto, 8né giudice sever né legge grave, ma benigne accoglienze, ma complessi licenziosi, ma parole sciolte 11da ogni fren, ma risi, vezzi e giochi; ma dolci baci, dolcemente impressi ben mille e mille e mille e mille volte; 14e, se potran contarsi, anche fien pochi.
XIV. - Della sua donna è superiore la...
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Quando prima i crin d’oro e la dolcezza vidi degli occhi e le odorate rose de le purpuree labra e l’altre cose 4ch’in me creâr di voi tanta vaghezza, pensai che maggior fusse la bellezza di quanti pregi il ciel, Donna, in voi pose, ch’ogni altro alla mia vista si nascose, 8troppo a mirar in questa luce avezza. Ma poi con sí gran prova il chiaro ingegno mi si mostrò che rimaner in forse 11mi fe’ che suo non fusse il primo loco. Che sia maggior non so: so ben che poco son disuguali e so ch’a questo segno 14altro ingegno o bellezza unqua non sorse.
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The end
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