Ai Lettori
I due volumi che ti presentano riunite le Opere minori di Lodovico Ariosto, furono compilati con intenzioni meramente letterarie: quindi non si stimò necessario di tessere una vita novella dell’Autore, nè un discorso filosofico per ispiegare (come oggi si desidera) i fini civili degli scritti di lui; ed anche perchè simili antiporti e corredi meglio si sarebbero accompagnati coll’Orlando Furioso, riprodotto sino dal 1843. Ci duole bensì che d’altro e opportunissimo ornamento debba andar priva questa edizione, per la morte immatura e sempre compianta del professore , il quale avea promesso di scrivere, e fors’anche preparato per la medesima, un Discorso intorno all’antico teatro comico italiano.
Rimasto io solo, e dolente, all’adempimento dell’impresa che ad entrambi erasi dall’editore confidata, mi volsi all’erudito veronese signor dottore , che sapevasi aver fatto scopo a’ suoi studii le varie poesie e le prose ariostée sin da quando le prime ripubblicavansi, per le cure di e di Antonio Renzi, nel 1824. Nè mi fu difficile l’ottenere quel ch’io bramava da quel cortesissimo; cioè la cessione delle varianti inedite della Commedia La Imperfetta o Scolastica; il trasferimento in noi stessi della permissione già ottenuta da lui per la ristampa del Rinaldo Ardito; e in fine l’uso di un numero non iscarso di libri a stampa da lui raccolti, e spesso di sua mano postillati, per oggetto consimile a quello che a me veniva proposto.
Così passata in proprietà dell’editore una parte delle cose anzidette, e di tutte venendo a me fatta comodità, mi posi a paragonare i testi più recenti e più divulgati delle scritture da ripubblicarsi colle loro più antiche edizioni, e con quelle che si professano e veramente furono eseguite colla scôrta di autentici manoscritti. Del metodo da me tenuto nelle collazioni di tal fatta, degli argomenti avuti alla preferenza o al dissenso, del mio benchè raro scostarmi da tutte le ricevute lezioni per proporne alcun’altra che dalla logica paresse comandarsi (cose non forse del tutto nuove a chi legge), vien reso conto, semprechè parve occorrere, nelle nostre medesime annotazioni.
Vuolsi qui nondimeno epilogare la qualità ed il numero delle edizioni, benchè altrove additate, le quali avemmo più continuamente sotto gli occhi nel condurre la nostra; e furono le seguenti:
Opere di L. Ariosto. Venezia, Orlandini, 1730; Le stesse. Ivi, Bortoli, 1739 e 1755; Le stesse. Ivi, Pitteri, 1766 e 1783; Opere varie ec. Parigi, Lambert, 1776; Poesie varie ec. Firenze, Molini, 1824; Le Satire. Venezia, Zoppino, 1535;
Le Satire e le Rime, Londra, Pickard, 1716; La Cassaria e i Suppositi in prosa. Venezia, Zoppino, 1525; La Scolastica. Ivi, Grifio, 1547; La stessa. Londra, Edlin, 1737; Le cinque Commedie in versi. Venezia, Giolito, 1562; Commedie e Satire. Firenze, Barbèra ec., 1856; Carmina illustrium poetarum italorum. Ivi, Tartini ec., 1719.
Non era d’uopo il replicare tra questi ancora quei libri diversi di cui dovemmo farci modello, sia per qualche unico e incerto, sia solo per pochi e minori componimenti del nostro autore.
A maggiore comodità dei discenti, e perchè i maestri far possano più agevolmente quello che, non per volontà ma per impotenza, si fosse da noi tralasciato di operare, soggiungiamo a questo avvertimento una indicazione delle più (come pensiamo) e delle meno sconosciute fra le impressioni fattesi delle varie opere dell’Ariosto, escluse quelle dell’Orlando; nelle quali saranno pure da ricercarsi le ristampe da noi non menzionate dei Cinque Canti, che falsamente vennero riguardati come continuazione di quel poema.
Per ciò che spetta alle varianti introdotte nella Scolastica, o riferite come ad illustrazione critica di essa Commedia, ecco ciò che ci accade far noto a chi voglia valersi della presente edizione. In un esemplare interfogliato e con gli altri libri consegnatoci della stampa del Grifio del 1547, sono scritte via via sopra le carte aggiuntevi e fronteggianti le impresse, codeste lezioni, che ci era pur forza a tutt’altre preferire, perciocchè precedute, nella prima di esse carte, da una dichiarazione di tal tenore:
Le varianti che s’incontrano in quest’esemplare furono da me soscritto collazionate dietro l’autografo del- l’Ariosto, esistente nella nostra pubblica Biblioteca di Ferrara. Ferrara, dalla pubblica Biblioteca, 19 decembre 1826.
Andava, poi, e va unito ad esso libro un quadernetto di pagine 24, di cui manoscritte sole 18, rimanendo le altre in bianco; ove si richiamano quelle della stampa anzidetta, le quali sommano in tutto a 102; e nella prima pagina o frontespizio di esso fascicolo, sono da egual penna segnate queste parole:
Varie lezioni che s’incontrano nella Scolastica di Lodovico Ariosto dietro l’esemplare corredato di postille dal Ch.° , esistente nella nostra Biblioteca di Ferrara, segnato fra’ Codici della prima classe Num.° I, sulla Commedia ch’esso possedeva di pugno di , fratello del nostro poeta, registrate da Don Giuseppe Antonelli Bibliotecario aggiunto, questo dì 19 decembre 1826.
Ora quel libretto e il relativo quadernuccio, torneranno, secondo i patti, in podestà del primo possessore e cessionario dell’uso già fattone, il prefato signor .
Coll’ordine da noi seguito, in ispecie nel primo volume, intendemmo a classare le materie in esso contenute, conciliando, quant’era possibile, il tempo a cui quelle si riferiscono nella vita dell’Autore, col grado d’importanza che alle varie specie di esse ci pareva da attribuirsi. Speriamo ancora che altri non giudichi soverchio il rigore con che si volle per noi separata dalle poesie legittime di messer Lodovico ciascuna di quelle sulle quali cader potesse qualche, benchè leggiera, dubitazione.
Dei costumi e dei casi del poeta nostro, che di ciò pur tanto ci diè a conoscere ne’ suoi versi, toccammo qua e là a maniera di commento dovunque ci parve utile o necessario: e benchè a noi rifuggisse l’animo dal sobbarcarci ad una tale fatica, reputiamo altresì che non farebbe perduta opera chi oggi si ponesse a ritessere con maggiori notizie e critica migliore la vita di lui, che in molte parti rimane tuttavía confusa e mal nota, e in ispecie in quanto risguarda alle sue attenenze coi due principi Alfonso ed Ippolito d’Este. Del primo de’ quali vogliamo qui dire, che non fu mal uomo, nè signor crudele nè stolto; non mecenate amplissimo delle scienze, nè gran benefattore (come alcuni supposero) di Lodovico; migliore economo del pubblico avere, che facile a riversarlo sopra una particolar classe di cittadini (foss’anco quella de’ dotti), trasformandola in parassita delle altre; gran zelatore, anche per salvezza de’ suoi stati, del così detto equilibrio d’Italia; appassionato di cosa che molto onora un dominante: cioè di adoperarsi con l’ingegno e con la mano affinchè gl’Italiani giungessero a pareggiare e a superare altresì gli stranieri nella formazione e nel maneggio delle artiglieríe. Del che, senza qui replicare le lodi già resegli da , oggi imperatore de’ Francesi, e ricordate recentemente negli scritti di un nostro amico, ci piace produrre una più nuova e diversa testimonianza, ma procedente da persona che menò sua vita a’ fianchi del lodato, e di quel fatto portava giudizio secondo l’utilità presente, non secondo le fantasíe che a noi miseri spigolatori di virtù e gloríole dimenticate, non di rado sminuiscono il grande, e fanno più spesso parere il piccolo di smisurata grandezza. Dice, adunque, , od altro, qual ch’egli fosse, ducale segretario: «Si dilettò (Alfonso) d’avere cognizione di tutte quelle cose che non solamente a’ signori, ma a private persone sono convenienti... Ebbe grandissimo giudizio d’armi...; e della maggior parte di quelle arti che sono ad uso e necessità degli uomini, sapéa più che mezzanamente parlare, e di molte eziandio di propria mano lavorare...; delle quali essendo poi anco duca, si prese spasso et essercizio, quando non aveva occupazioni d’importanza, o voleva ricreare l’animo fastidito da nojose cure.... Ebbe profondissimo giudicio d’artigliaria, e fu inventore di nuove forme di essa, a farle più comode e più perfette che sino al tempo suo state non erano. Et fecene fare gran quantitade.» Vuolsi che codesta quantità sommasse al numero di trecento grossi cannoni; e che tutt’insieme i potentati d’Italia non possedessero allora tanta e sì bella copia di artiglieríe, quanta faceva egli solo.
Tuttochè poi da un generale discorso ci fossimo deliberati di astenerci, non potemmo far sì che intorno a ciascun’opera in particolare non si dicesse di luogo in luogo quel che noi stessi ne pensavamo: il che dichiariamo di aver fatto, postergata ogni mira più superba, a mêro conforto e profitto della studiosa gioventù.
Firenze, 24 luglio 1857.
Commedie in prosa
Nei sette componimenti drammatici che forniscono pressochè tutta la materia di questo volume, è da specolare non meno che in tutti gli altri la natura benigna insieme e benefica di , l’ingegno di lui trasmutabile (come diceva) in più guise; e pur sempre assai rilevato, quando ancora non sopra tutti eminente. Per forza comica, per la novità degli archetipi nessuno superò allora il ; ma nelle morali intenzioni sarà tuttavia da anteporgli il Ferrarese, che altresì nella fama goduta nell’arte di e di non sembra che avesse rivali. Nelle allusioni, frequenti e pungentissime, agli errori ed abusi, alle ingiustizie e sciagure del tempo, sarà da considerarsi la libertà che in esso era data così alla penna come alla stampa, prima che si avverasse quell’ultima rovina d’Italia, che i sapienti avevano prognosticata, e si compiè veramente quando i due maggiori stati di essa ebbero senza riparo perduta la loro indipendenza. Le oscenità scoperte o velate di equivoci non ci faticheremo a scusare, perchè procedenti da cosa per sè non iscusabile, com’è la inverecondia dei costumi.
Le due Commedie in prosa sono il solo documento ben certo e studiato che l’Ariosto ci lasciasse della sua perizia e maniera di fare trattando la sciolta orazione. Molti si ostineranno a credere ch’egli assai meno in questa valesse, che non quando constringea sè medesimo tra le leggi del metro e della rima: contuttociò non appajono in quella difetti che a lui potessero tôr grado di prosatore eccellente, ov’ei pur tale si fusse proposto divenire. La sola qualità che contrasti non lievemente all’indole e ai bisogni della drammatica, si è il periodare per lo più nei monologhi dilungato, oratorio piuttosto o accademico, spesse volte tortuoso e rientrante in sè stesso per soverchio d’incisi o mal effetto delle trasposizioni. Ma questi vizii dello stile si ravvisano in parte corretti, dopo il primo e più giovanile sperimento della Cassaria, nella commedia I Suppositi; e in quanto spetta alla lingua, ambedue sono, a malgrado di poche macchie, meritevolissime della stima che ottennero, e da tenersi più che sinora non fecesi ad esemplare.
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Commedie in versi
A chi paresse per troppo affetto men valida la testimonianza di Virginio Ariosto, a comprovare ciò che altrove dicevasi (pag. ) circa la fama goduta da Lodovico nella comica poesia, potrebbe oggi aggiungersi quella di , coetaneo a Virginio, ma più tardi scrivente, com’è da credere, il suo prologo alla commedia I Rivali. Che anzi giova por mente alla mirabile consonanza dei giudizi espressi da ambedue: chè, dove quel da Ferrara asserisce genericamente, benchè di commedie parlando,
il Fiorentino raggrandisce quell’elogio e il rende eziandio più specifico, scrivendo:
Ma tra le lodi a lui date da quei che vivo il conobbero, la più singolare ci sembra essere la tributatagli da un uomo generalmente infamato come adulatore e malédico, da un suo rivale nell’arte, da quel flagello non già de’ principi ma delle lettere ch’egli vituperò, . Costui, nella Cortigiana, facendo chiedere all’uno de’ due recitatori del prologo di chi fosse questa commedia e s’ella fosse dell’Ariosto, induce l’altro a rispondere: «Oimè, che l’Ariosto se n’è ito in cielo, poichè non aveva più bisogno di gloria in terra;» poi tosto il primo a soggiungere: «Gran danno ha il mondo di un tanto uomo, che, oltre alle sue virtuti, era la stessa bontà.» La quale sentenza, stendendosi non che alla celebrità, ma ai pregi morali del poeta, vedesi eziandio profferita quando la morte stessa avéa tolto di mezzo gl’incentivi siccome i ritegni al mentire.
Queste cose accennammo, non per fare vieppiù graziosi nè raccomandati i componimenti drammatici di messer Lodovico, ma perchè da noi non sapevasi chi avesse posta su quelle particolare attenzione. Nè vogliamo tuttavía diffonderci in encomî, che non bisognano; nè in analitiche dimostrazioni, per le quali e l’attitudine e lo spazio ci mancano egualmente. Diremo invece, e con ingenuità, le impressioni da noi ricevute durante il lavoro ingratissimo del sopravvedere alla stampa. Ci è parso che l’autor nostro sia quello che più, fra gli antichi, somiglia al nell’intento di correggere, castigando, i molli costumi specialmente de’ gentiluomini dell’età e della patria sua. È satira anch’essa acerba l’aver finto in Sibari la scena di fatti coi quali egli volle, per più segni, ritrarci il vivere della sua Ferrara. Il desiderio stesso del moralizzare traevalo a quegli eccessi che dirsi possono ultradrammatici, ma che più gravi appariscono nei sentimentali d’un tempo: io dico, alla prolissità ed alla dissertazione. Ma chi vorrebbe contuttociò cancellare certi un po’ lunghi monologhi, certe verbose repliche, che ritardano bensì il corso della favola, ma per la finezza e giustezza dell’osservazione son tali da sentirne invidia lo stesso ? Tutti quasi i caratteri, allorchè nostri sono, ossia non tolti (come per lo più i giovani e i servi) dal teatro greco e latino, hanno in sè verità inemendabile, sicchè pajono ricopiati in presenza della vivente natura. Guardate, non che altro, quelle figure, come i pittori dicono, sfumate delle poche matrone e fantesche, dell’unico frate domenicano; poi l’altre più espresse del giovane Camillo, e di quel Bartolo che della tradita amicizia cerca scusa nell’amore soverchio verso il figliuolo. Sono composti di elementi diversi, ma tuttavía non repugnanti, e perciò veritieri, quelli di Lucramo nella Cassaria, di Jachelino nel Negromante; semplicissimo e, al mio credere, sopra tutti perfetto quel della Lena, nella Commedia di questo nome. Peccato che a una tal donna non si facesse la sua parte nella vena inesauribile delle bugíe, che tutta intera al servo Corbolo vien prodigata!
In quanto allo stile, troppo è chiaro il progresso che l’autore avea fatto dopo il divulgamento a lui mal gradito (Vedi la Lettera XXVI) delle Commedie in prosa; troppo ad ognuno è sensibile quella spontaneità di verso elegantissima, e sempre intesa a nascondere il suo proprio artifizio; quel fraseggiare sì eletto, e pur lontano egualmente dall’idiotaggine e dalla rettorica: per il che molte volte ci nacque in cuore il desiderio che gl’Italiani mai non avessero abbandonato la forma metrica nelle loro teatrali composizioni. E dove pur venga il giorno ch’essi ravveggansi del già commesso errore, come di chi nella scultura lasciasse i marmi per le cere colorale e pei drappi, non avrebbero miglior modello da proporsi di queste cinque Commedie; felici prove d’un intelletto per più rispetti prodigioso; capolavori di un’arte che se allora potè dirsi fanciulla, non mancherà forse chi voglia oggidì chiamarla decrepita.
Indice
I Cinque Canti
I Cinque Canti. Venezia, in casa de’ figliuoli d’Aldo, 1545; in-4. * Stampati in appendice al Furioso, con nuova numerazione di carte e nuovo frontispizio. Quest’appendice è di carte ventotto, nell’ultima delle quali sta il registro, la data e l’áncora aldina (Gamba).
— ivi, Giolito, 1548 (uniti all’Orlando ec. ); in-8.
— Lione, Bartolommeo Onorati, 1556 (coll’Orlando ec.); in-4.
— ivi, Vincenzo Valgrisi, 1580 (coll’Orlando ec.); in-8. *
— ivi, Francesco de’ Franceschi Senese e Compagni, 1584 (coll’Orlando ec.); in-4. *
— ivi, Nicolò Moretti, 1603; in-4. Questa edizione trovasi unita a quella del Furioso fatta dal Valgrisi nell’anno medesimo; e della quale continua la numerazione.
Cinque Canti e Frammenti ec. Venezia, Orlandini, 1730 (Opere di Lodovico Ariosto ec); in fol., vol. II, pag. 3. *
— ivi, Giuseppe Bortoli, 1739 (coll’Orlando e le altre Opere); in-12., vol. II, pag 571; e vol. III, pag. 559. *
— ivi, Pitteri, 1741 (Opere di L. Ariosto ec.); in-12, vol. III, pag. 1. *
— ivi, Bortoli, 1755 (ristampa della sopraindicata del 1739). *
— ivi, Pitteri, 1766 (la più completa, e divenuta oggi rara, delle edizioni procurate dal Barotti); in-12, vol. IV, pag. 237; e vol. VI, pag. 79, 147, e 149.
— Bassano, Remondini, 1771 (Tutte le opere di L. Ariosto); in-12. *
— Venezia, per Antonio Zatta, 1772 (Tutte le opere di L. Ariosto); in-4. *
— Cinque Canti e Frammenti ec. Parigi, presso Michele Lambert, 1776 * (Opere varie di L. Ariosto; edizione diretta da ); in-8., vol. I, pag. 1.
— Venezia, Pitteri, 1783. (Materiale ristampa dell’antecedente del 1766).
— Parigi, Merigot, 1784 (Opere varie ec.; ristampa dell’edizione procurata dal Pezzana); in-12.
— Milano, Società tipografica dei Classici Italiani, 1814 (coll’Orlando ec.); in-8., vol. V, pag. 343.
— Firenze, Molini, 1822 (Rime e Satire di L. Ariosto); in-8, pag. 3.
— ivi, pel medesimo, 1824. (Poesie varie di L. Ariosto) in-12. pag. 1.
— ivi, Ciardetti, 1825 (Tutte le opere di L. Ariosto) in-12.
Satire
Satire. — * 1533; in-8. — Il padre , agostiniano, nell’opera sua manoscritta intorno agli uomini illustri di Ferrara, fa menzione di questa stampa, fatta probabilmente, come suol dirsi, alla macchia, senza nota nè di luogo nè di stampatore. *
— 1534; in-8. — * Senza alcuna nota di stampatore nè luogo; ma nel principio del libro dicesi: di nuovo stampate nel mese di giugno 1534; il che conferma la esistenza della edizione precedente. * — Fin qui il ; al che giova soggiungere l’opinione del : « scrisse: Quantunque abbia nel frontispizio di nuovo stampate, tuttavia essendosi fatta un anno dopo la morte dell’Ariosto, il quale non so che in vita permettesse mai che lo fossero, io credo essere stata la prima edizione (Note al ). Vuolsi non sussistere un’edizione dell’anno 1533, accennata soltanto dal Baruffaldi nella Vita dell’Ariosto.»
— Venezia, per Francesco Bindoni e Maffeo Pasini, 1535, in-8; e poi anche 1537 e 1538 *.
— ivi, per Niccolò d’Aristotile detto Zoppino, 1538; in-8. Di pagine sessantaquattro non numerate, col ritratto dell’autore nel frontispizio, sopra il quale è il titolo Le satire de M. Lodovico Ariosto, e sotto la semplice data M.D.XXXVIII. (A. Torri.) Dello stesso Zoppino citasi ancora una edizione colla data del 1537.
— ivi, 1546; in-8. *.
— ivi, Bindoni e Pasini 1548 e 1550; in-8.
— ivi, Giolito, 1553; in-12.
— ivi, Plinio Pietrasanta, 1554; in-8. Vi sono unite le satire di . (Gamba.)
— ivi, per Gabriel Giolito, 1556 e 1557; in-8; e 1560 in-12. Unite alle Rime. *
— ivi, Milano, per Giovanni Antonio degli Antoni, 1558. Merita di essere ricordata per l’eleganza della impressione, e serbasi nella Trivulziana. (Gamba.)
— Venezia, Francesco Sansovino, 1561; in-12. (Fontanini).
— ivi, De Leno, 1562; in-8. Con ritratto sul frontispizio; non però quello dell’Ariosto, ma sì quello di . ().
Satire. — Venezia, Bevilacqua, 1563 e 1583. Nei Sette libri di Satire raccolte da Francesco Sansovino; in-8, a cart. 1.
— ivi, Rampazzetto, 1567; in-12, riveduta e corretta da . Se ne hanno esemplari coll’anno 1566. (.)
— ivi, per Alessandro de Vian (senz’anno); in-8. Il Catalogo Capponi la pone tra quella di Bindoni e Pasini, 1535, e la seguente del Giolito, del 1567.
— ivi, pel Giolito, 1567; in-12.
— ivi, per Giuseppe Guglielmi 1573; in-12. Con note di trivigiano. ().
— ivi, Salicato, 1585 (Rime e Satire); in-12. ().
— Londra, per Gio. Pichard, 1716; in-8. Colle annotazioni di : bella e rara edizione. * — Vi sono unite le Rime e le Stanze sopravanzate alla ristampa del Furioso.
— Venezia, Orlandini, 1730 (Opere ec.); in-fol., vol. II, pag. 368. *
— ivi, Abramo Vandenhock, 1731; in-8.
— Amburgo, 1732; in-8. Questa rara edizione devesi anch’essa a Paolo Antonio Rolli, che l’arricchì di annotazioni, colle quali corresse non pochi errori in cui era caduto nella stampa di Londra 1716. (Gamba.)
— Londra, per Oliviero Paiine, 1735; in-8. Con un ritratto dell’Ariosto, creduto di da Parma. *
— Venezia, Bortoli, 1739 e 1735 (Orlando e Opere ec.); in-12, vol. III, pag. 396. *
— ivi, Francesco Pitteri, 1766 (Opere di L. Ariosto); in-12, vol. VI, pag. 157. *
— Bassano, Remondini, 1771 (Tutte le Opere ec.); in-12. *
— Venezia, Zatta, 1772 (Tutte le opere ec.); in-4. *
— Parigi, presso Michele Lambert, 1776, (Opere varie ec.) in-8. vol. III, pag. 137. *
— Venezia, Pitteri, 1783 (Opere ec.); in-12.
— Parigi, Merigot, 1784 (Opere varie ec.); in-12.
— Londra (Livorno), Tommaso Masi e C., 1786, in-8. (Unite con le Satire di , , e ) Edizione diretta dal Poggiali, e preceduta da una dedicatoria al marchese Federigo Manfredini.
— Milano, Mussi, 1807; in fol. Edizione di soli cinquanta esemplari, dei quali uno in pergamena per la libreria Melzi. (Gamba).
— Pisa, Società letteraria, 1809; in fol. Anche di questa edizione fu tirato un esemplare in pergamena. (Gamba.)
— Firenze, Molini, (Rime e Satire ec.); in-8, pag. 367.
— ivi, lo stesso 1824 (Poesie varie ec); in-12, a pag. 265.
— ivi, Ciardetti, 1825 (Tutte le opere ec.); in-12.
— ivi, Barbèra, Bianchi e C., 1856 (Commedie e Satire di Lodovico Ariosto annotate da Giovanni Tortoli); in-18 charp., pag. 549.
Egloga
Egloga. — Ferrara, Bianchi e Negri, 1807. (I primi sessantatrè versi soltanto.) Dopo la Vita di M. Lodovico Ariosto scritta dal Baruffaldi.
— Nel Poligrafo di Milano, per cura di e . (Un semplice frammento.)
— Nella Nuova Collezione d’opuscoli fatta da ; Firenze, Poligrafia Fiesolana, 1820. Leggesi intera nel volume primo, pag. 162.
— Firenze, Molini, 1822 (Rime e Satire ec.); in-8, pag. 459.
— ivi, lo stesso, 1824, tra le Poesie varie di L. Ariosto; pag. 228.
— ivi, Ciardetti, 1825 (Tutte le Opere ec.), in-12.
— Napoli, dalla tipografia del real Ministero di stato degli affari interni, nel reale Albergo de’ poveri, 1835. Opuscolo di pagine 40, in-8, a cui precede una dedicatoria dell’editore e annotatore Urbano Lampredi Al Cavalier Pietro Manni; e seguono un’Ode d’incerto autore greco tradotta da Vincenzo Monti, l’Elegia di Solone, e l’Epistola seconda del libro primo d’Orazio, tradotte dallo stesso Lampredi. Le note all’Egloga tengono dalla pag. 25 a 38.
Rime
Sonetti, Madrigali, Canzoni e Capitoli. Ad instantia di Hippolito Ferrese,1537, in-8. È senza luogo e nome di stampatore, e con segnature da a sino a f, tutti duerni. Un esemplare sta nella trivulziana in Milano, ed ha nel frontispizio: Forze d’Amore, Opera nova, nella quale si contiene sei Capitoli di messer Ludovico Ariosto sopra diversi sogetti non più venuti in luce, intitolata le Forze d’Amore Con altri Capitoli, Sonetti, Strambotti, Barzellette d’altri autori sopra varii e diversi propositi. (Gamba)
— Venezia, ad istanza di Giacomo Modenese, 1546; in-8. *
— Firenze, ad instantia di Iacopo Coppa modanese, 6 giugno 1547; in-8. Di questa sconosciuta edizione ci è dato notizia nel libro intitolato: Novelle di M. , colle notizie sulla vita dell’autore, raccolte da Salvatore Bongi; Lucca, tip. di A. Fontana, 1832, in-8; colle parole che seguono: «Libro di 60 carte, col ritratto dell’Ariosto sul frontispizio. Edizione che non abbiamo veduta citata nelle biblioteche, e che dal riscontro dei caratteri apparisce fatta dal Doni. È dedicata dal Coppa a Cosimo de’ Medici, con lettera del 20 maggio 1547. Sta nella pubblica Libreria di Lucca.» (A. Torri.)
— 1552; in-8. Edizione citata dalla Crusca. Fu fatta in Venezia, ma senza nome di stampatore. Il Gamba disse di non riconoscervi alcun pregio particolare, se non quello d’essere la sola citata nel Vocabolario. Vi mancano alcuni dei componimenti che si trovano nelle due sopra citate del 1537 e 1546. Un esemplare di questa impressione posseduto dal ch. ab. G. Manuzzi porta visibilmente al fine la data del M.D.LIIII; e ancora nel frontespizio apparirebbe la data stessa, se gli ultimi due II non fossero stati coperti da un pastello, forse per farla apparire la citata del 1552. Può dedursene che la detta edizione fosse ripetuta ancora nell’anno 1554.
— Venezia, per Gabriel Giolito 1556 e 1557 (unite alle Satire); in-8; e 1560, in 12.* — Quest’ultima edizione del 1560 fu da Apostolo Zeno registrata tra le migliori.
Sonetti, Madrigali, Canzoni e Capitoli. — Venezia, per Francesco Dalla Barba, detto l’Imperadore 1559; in-8. (Catalogo Capponi).
— Venezia, presso Francesco Sansovino, 1561; in-12. *
— ivi, per il Rampazzetto, 1564; in-12. Colle annotazioni del . *
— ivi, Giolito, 1567 e 1568; in-12. Colle note di .
— ivi, pel medesimo, 1570; in-12. Rivista da .
— ivi, per Giorgio Angelieri, 1573; in-12.
— Londra, Pichard, 1716 (unite alle Satire); in-8. *
— Venezia, Orlandini, 1730 (Opere ec.); in-fol., vol. II, pag. 333. *
— Amburgo, 1732 (unite alle Satire); in-8.
— Venezia, Bortoli, 1739 e 1755 (Orlando e Opere ec).; in-12, vol. III, pag. 495. *
— ivi, Pitteri 1766 (Opere ec.); in-12, vol. VI, pag. 3, 121 e 148. *
— , Remondini, 1771 (Tutte le opere ec.); in-12. *
— Venezia, Zatta, 1772 (Tutte le opere ec.), in-4. *
— Parigi, Michele Lambert, 1776 (Opere varie ec.), in-12, vol. III, pag. 3. *
— Venezia, Pitteri, 1783 (Opere ec.); in-12.
— Parigi, Merigot, 1784 (Opere varie ec.); in-12.
— Firenze, Molini, 1822 (Rime Satire ec.); in-8, pag. 193.
— ivi, pel medesimo, 1824 (Poesie varie ec.); in-12, pag. 143.
— ivi, Ciardetti, 1825 (Tutte le opere ec.); in-12.
— Capitolo che incomincia «O più che il giorno a me lucida e chiara,» nell’opuscolo intitolato: Copia d’un capitolo nuovo del Divin S. S. Messer Lodovico Ariosto, con alcune bellissime ottave, in lode delle bellezze d’una donna, et una canzone del melon. Cose tutte piacevoli, non più poste in luce, et nuovamente stampate. Ad instanzia di Messer Giulio Ferrarese. Libretto di sole pag. 8 non numerate, senza nome di stampatore, nè data di luogo od anno; ma delle prime decadi del secolo XVI. Non ci è detto chi sia l’autore delle Ottave, in numero di dodici; la prima delle quali comincia «Chi dira mai di quel bel oro ardente,» e l’ultima finisce «Se agguagli, o signoril Donna, e felice.» La canzone del melon, detta ancora a suo luogo dell’Ortelano, è cosa assai goffa, come può comprendersi dai primi versi che si riportano: «Caro ser homo, buteme un bon melon — Butemalo che ’l sia picolo, che ’l sia fato e che el sia buon, — Che ’l voi donar al mio fidel amor — Son corrocciato con lei per sto melon.» Trovasi nella Biblioteca Magliabechiana.
— Alcuni Sonetti, due Canzoni e un Capitolo furono inseriti anche nella Parte prima delle Rime scelte di diversi autori, di nuovo corrette e ristampate per cure di Lodovico Dolce; Venezia, Giolito, 1553, pag. 114.
— Otto sonetti, tra le Rime scelte de’ Poeti Ferraresi antichi e moderni; Ferrara, Pomatelli, 1713; in-8, a pag. 63. In questa raccolta si trovano ancora le rime di , di e di .
— Quattro Sonetti e un Madrigale. Nella Scelta di Sonetti e Canzoni ec. di ; Venezia, Baseggio, 1727, in-12, voi. I, pag. 288.
— Quattro Canzoni, trentadue Sonetti e nove Madrigali. Nel Parnaso italiano raccolto da ; Venezia, 1787; in-8, tomo XXVI, pag. 5.
Poesie attribuite
Canzone «Quando il sol parte ec.» nell’opera intitolata I Marmi, di Giovan Francesco Doni. (Venezia, Bertoni, 1609; in-4; a car. 44, tergo.)
— Livorno, 1813; nel vol. I, della Serie di testi di lingua raccolta da Gaetano Poggiali; in-8, a pag. 18.
Sonetto, due Madrigali e due Canzoni. Firenze, Molini, 1822 (Rime e Satire ec.); in-8.; pag. 450.
Rinaldo ardito di Lodovico Ariosto, frammenti inediti; pubblicati sul manoscritto originale da Innocenzio Giampieri e Giuseppe Aiazzi. Firenze, nella tipografia Piatti, a spese degli editori, 1846; in-8 grande, di pag. xxiv, e 120. Precede un’epigrafe dedicatoria all’Accademia Valdarnese del Poggio. Da pag. v a xxiv è la prefazione degli editori. A tergo della xxvi è il fac-simile del carattere dell’Ariosto, preso dalla pag. 30 dell’autografo del Rinaldo Ardito. Corre il poema dalla pag. 1 alla 85, cui segue l’Indice di tutti i nomi propri contenuti in quest’opera, sino alla pag. 98. A pag. 101 comincia la prefazione di Luigi Maria Rezzi alla Canzone che comincia «Deh chi sent’io, mie dolci rive amiche,» qui ristampata, e colla quale ha fine il volume.
Canzone per le partenza di Ginevra («Deh chi sent’io ec.»), pubblicata per cura di Luigi Maria Rezzi da un codice Barberiniano, per li spon-
sali di donna Carlotta Luisa Barberini col marchese Raffaele Casali Del Drago; Roma, Tip. delle Belle Arti, 1835.
Due Capitoli di Lodovico Ariosto, pubblicati per cura di Giovanni Veludo da un codice Marciano, per nozze Guidoni-Sartori; Venezia, coi tipi d’Antonio di Tommaso Filippi, 1856. Opuscolo in-8 grande, di pag. 16 non numerate.
Versi latini
L. Areosti carminum libri duo. — Venezia, Valgrisio, 1553; in-8. — (Stanno nelle pagine 292 a 312 del libro che ha per titolo: Io. Baptistæ Pignæ Carminum Lib. quatuor. Ad Alphonsum Ferrariæ principem. His adiunximus Cœlii Calcagnini Carm. lib. III, Ludovici Areosti Carm. lib. II. I materiali per questa edizione furono somministrati al Pigna da Virginio Ariosto, che ne rimise ancora al medesimo la scelta, com’è detto nella dedicatoria di esso Pigna al principe Alfonso: Cum..... parentis..... sui poetice scripta Virginius Areostus, doctrinæ et humanitatis vincolo mihi coniunctissimus, arbitrio iudicioque meo commisisset, elegi ego quæ mihi magis approbarentur. Sono 53 i componimenti che in essa si contengono.
— Firenze, Tartini e Franchi, 1719; in-8. (Nel tomo I della raccolta intitolata: Carmina illustrium poetarum italorum.) Vi sono riportati soli 18 componimenti.
— Venezia, Orlandini, 1730 (Opere ec.); in-fol., vol. II, pag. 389. *
— ivi, Bortoli, 1739 e 1753 (Orlando e Opere ec.); tom. III, pag. 667. *
— ivi, Pitteri, 1766 (Opere ec.); in-12., vol. VI, pag. 427. *
— , Remondini, 1771 (Tutte le opere ec.); in-12. *
— Venezia, Zatta, 1772 ( Tutte le opere ec.); in-4. *
— Parigi, Lambert, 1776 (Opere varie ec.); in-12., vol. III, pag. 239.
— Venezia, Pitteri, 1783 (Opere ec.); in-12.
— Parigi, Merigot, 1784 (Opere varie ec.); in-12.
— Firenze, Ciardetti, 1825 (Tutte le opere ec.); in-12.
I Suppositi (in prosa)
I Suppositi, Commedia. Senz’alcuna data; in-8. In carattere tondo e senza numerazione di pagine, ma con segnatura da a ad l, duerni. (Gamba.)
— Siena, 1523. Senza nome di stampatore; in-12. *
— Roma, adì 20 settembre 1524; in-12. Senza nome di stampatore. In fine si fa menzione della stampa antecedente con queste parole: «Finisce la Commedia di Lodovico Ariosto Ferrarese restituita alla sua vera lezione, dopo la scorrettissima stampa di Siena.» *
— Venezia, per il Zoppino, 1525. * Adì viii di luglio; carte lviii; in-8.
— Rimini, Soncino, 1526; in-12.
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The end
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