Prefazione
ct erchè possa apprezzarsi nel suo giusto valore la storia dei quattro pontefici che divisammo narrare è duopo richiamare al pensiero le dolorose condizioni, in cui era l’Europa e la chiesa quando fu sollevato alla cattedra di s. Pietro: dappoichè è noto, che la magnanimità e la grandezza dei papi si manifestò sempre in modo più luminoso quando a Dio piacque nell’arcano dei suoi consigli preparare alla chiesa giorni di amarezza e di afflizione. E allora appunto che troviamo in essi splendidi esempi di zelo sublime, di carità indomata dai patimenti e dai travaglî supremi.
La santa sede, che può esser bersaglio, ma non vittima delle persecuzioni mosse contro di lei, mai ne ha sofferta una più profondamente malvagia nei suoi principî e più lut- tuosa nelle sue conseguenze di quella che sostenne sul declinare del secolo XVIII. Falsità d’idee, temerità di dottrine stabilite a rovina di ogni dogma religioso e politico avea sanzionata la morte delle intelligenze, il suicidio della società. La religione era vedova del suo capo, le chiese prive dei loro pastori quando il libertinaggio e l’errore minacciò d’invadere tutte le contrade di Europa.
In mezzo al congiurare delle sette, che minavano i troni e gli altari, al fremito della guerra, che insanguinava gran parte del continente, si videro le leggi senza autorità, lo zelo senza energìa, la fedeltà senza coraggio, i popoli senza freno. La chiesa però, che al primo suo nascere pagò largo tributo di sangue all’ira di feroci persecutori e vinse: che assalita in appresso dall’orgoglio di nemici implacabili riportò sempre vittoria, vide nella età nostra organizzata quella vasta cospirazione, la quale tentò discacciare Cristo dal tempio, i monarchi dal trono, la morale dai cuori e vincitrice d’ogni ostacolo, mostrò come in mezzo alle lotte e in presenza ai disastri il cattolicismo trionfa. Sul finire del secolo decorso una voce profondamente maligna nella commozione e nell’affanno dei buoni avea gridato, che la serie dei papi toccava in Pio VI il suo termine. Iddio però, che i giorni del pontefice, già logoro dai patimenti e dagli anni, avea meravigliosamente prolungati, quando meno poteva sperarsi, disperse l’iniquo voto. Mossero dall’estremo settentrione quelle falangi che tolsero gli ostacoli, sgombrarono le vie ai sacri elettori e fecero tacere tutti gli interessi politici in vista del più grande degl’interessi religiosi, la elezione del vicario di Gesù Cristo.
Due grandi disposizioni che superano l’umana previdenza si ammirarono in questo fatto. Videsi per un lato dal capo scismatico della chiesa greca prestata la sua forza al compimento dei voti della chiesa latina: videsi per l’altro non dissipato, ma sospeso soltanto e distratto per poco il turbine della guerra. Eletto appena Pio VII, soddisfatta appena la chiesa, prorompevano di nuovo le armi e vincitrici sù i campi di Marengo, tornavano a conquistare l’Italia.
Ha pertanto chiuso il cuore al sentimento della verità chi in questi eventi non riconosce la mano di Dio che visibilmente protegge la santa sede. Nelle lotte crudeli che ha dessa sostenute si ammirarono i decreti di quella sapienza divina, che l’ha fondata e di quella ineffabile provvidenza che la difende. Cadono gli uomini, si distruggono le podestà della terra, la sede apostolica ferma rimane ed immobile per guidare le coscienze, per distendere il regno di Dio.
Hanno fatto ogni sforzo gl’increduli per abbattere questo sacro potere, per dissipare le ricchezze del santuario, che pur sono il patrimonio del povero, ma invano: essi caddero: la chiesa restò immobile nelle sue istituzioni.
A chi osasse dire esser libro di lieve importanza quello, che narra le gesta dei quattro pontefici, che regnarono sulla metà del nostro secolo noi contraporremo la opinione di un pregevole scrittore il quale, avvenga che poco amico alle cose di Roma, pure non dubitò dire, che chi scrivesse la storia dei papi scriverebbe la storia civile dell'Italia tenendoci paghi dall'asserire che il cristiano, il cittadino, l'uomo di stato vedrà come i pontefici, dei quali narriamo la vita, svilupparono e promossero i più grandi dogmi di religione, di politica e di morale. Contraponendo ai mali i rimedi seppero dessi con la costanza e col coraggio vincer l'orgoglio d'ingiuste pretensioni, superare le ripugnanze, riunire i cuori, far tacere le passioni per agevolare il trionfo della pace e della giustizia. Iddio si è servito talvolta delle persecuzioni per consolidare l'autorità religiosa e si è giovato della stessa ribellione per consolidare l'autorità dello stato.
La storia dei romani pontefici supremi maestri dei re e dei popoli, mentre da un lato congiungesi a tutto quello che riguarda la religione, legasi dall'altro all'interesse delle nazioni per la supremazìa esercitata da essi nel mondo cattolico, che li riguarda e li onora intemerati custodi dei doveri e dei diritti confidati loro dall'autore e legislatore divino. I papi, che nell'età decorse erano arbitri e conciliatori delle grandi sociali vertenze insorte fra i principi della terra, sostennero sempre i diritti di una legittima libertà correggendo i sovrani senza rendere arditi i sudditi, assoggettando i sudditi ai sovrani senza renderli schiavi, recarono immortali beneficî alla società attuale allorché quando opposero una fermezza incrollabile alle intemperanze del conquistatore del secolo, armati di un coraggio che emulò quello dei primi tempi, e quando alzarono barriera di savie leggi e di paterne sollecitudini alla dominante corruzione della età nostra.
A Roma è rivolto lo sguardo dell'universo, a Roma che ha più influito al progresso sociale del genere umano di quello che effettuarono gli sforzi congiunti di tutti i governi civili di Europa. La città eterna oggetto dei voti, meta dei desiderî di quanti sono cattolici sparsi sulla superficie del globo, deve ai papi tutta la sua religiosa, politica e artistica rinomanza. Senza essi non potrebbe Roma sostenere il paragone delle altre capitali di Europa: diviene con essi maestra ai popoli della terra. Come la loro potenza fu conservatrice generosa delle arti vetuste così fu creatrice magnanima delle arti novelle. La storia è là per ricordarci come il papato non solo ha saputo creare una società ove non esisteva, ma eziandio ove era stata sciolta e posta in soqquadro dalle politiche commozioni. Esso ne congregò insieme i membri dispersi, ne legò le ferite grondanti ancora di sangue ed ispirandovi lo spirito d'ordine, v'intromise la vitalità e l'energìa.
Le attuali tendenze sono la Dio mercè felicemente rivolte a vantaggio del romano pontificato, dappoichè sembra disposizione di provvidenza, che quando la religione vedesi contradetta in una parte, risplenda mirabilmente in un'altra. Furono le sofferte sventure, fu il coraggio di Pio VII, le cortesie generose dei suoi successori, che trionfarono in Inghilterra dello spirito di disprezzo che quella nazione ostentava un tempo per noi. È dovuto alla virtù, alla prudenza dei pontefici, i quali regnarono nel mezzo secolo omai decorso, se nelle sale parlamentarie del regno unito si disse non ha guari, non potersi omai più negare, che il torrente delle simpatie umane dell'Europa continentale ha presa una forte direzione in favore della papale influenza, e si disse nell'osservare il movimento religioso dell'Inghilterra e nel vedere sparire dall'impero cesareo le innovazioni di Kaunitz in un modo, che oltrepassa i comuni andamenti del mondo politico.
Assume la nostra storia l'incarico di dimostrare con la coscienziosa narrativa delle gesta dei quattro pontefici che regnarono negli ultimi tempi come nella sua purità fu per essi perpetuata quella gloria ereditaria che gelosamente si trasmettono i vicari di Gesù Cristo.
Pio VII, che tenne l’apostolico gerarcato per quasi un quarto di secolo, si segnalò fra i pontefici per lo spirito di mansuetudine e di fortezza. Se fu grande nella prosperità, grandissimo apparve nella sventura. Riordinò lo stato, restituì alla chiesa la compagnia di Gesù, arricchì Roma di opere monumentali, protesse le arti, vegliò al bene dei sudditi, alla prosperità dello stato. Il mondo vide compendiate in esso le prerogative e le virtù di quanti furono i suoi augusti predecessori. Napoleone sbalordì il secolo col prodigio della forza: Pio VII lo edificò con la santità del carattere, con l’eroismo delle virtù.
Leone XII ebbe un cuore e una mente non minore dell’augusta sede, di cui perpetuò la rinomanza e la gloria. Idee vaste, nobili, grandiose furono parto dell’animoso suo ingegno. Riformatore severo del monachismo, dei claustrali, del chiericato, degli ordini giudiziali, e degli studi, non trovò, colpa dei tempi, nè ingegni, nè petti che secondassero i suoi pensamenti e per doppia sventura interruppe la morte sul più bello i suoi ardui disegni.
Non entrò Pio VIII nei divisamenti dell’illustre predecessore. Perito in ragion canonica, saldo mantenitore della ecclesiastica disciplina, portò sul trono maschia pietà, nome di virtù incontaminata. Avrebbe compensata la brevità del suo gerarcato con la perennità di un beneficio invocato, ha più secoli dallo stato, migliorando notevolmente l’agricoltura, se non era rapito alla chiesa in sullo stringersi convenzione per dissodare la vastità dei campi che circondano Roma.
Fu Gregorio XVI uno di quei tanti pontefici che con l’ingegno e la dottrina illustrarono la cattedra di s. Pietro. La fermezza del suo carattere, l’unità delle sue vedute, il suo braccio forte tenne umiliate le sette che fremeano al suo piede. Principe nemico delle novità, amante dei sudditi ne procurò ogni ben essere possibile e trovò le sue delizie nel sapere i popoli nell’abbondanza di cereali e di numerario. Grandi furono le lotte da lui sostenute in difesa della fede cattolica, dell’antica disciplina e della libertà della chiesa. Con le sue cure istancabili ne dilatò i confini: vasti paesi, interi popoli vennero alla fede e milioni di nuovi credenti accrebbero il gregge del romano pontefice. Dovuto ad esso è l’impianto della gerarchia ecclesiastica in Inghilterra: egli molto dispose al trionfo della Madre di Dio nella di Lei immacolata concezione. Porrà il tempo in maggior luce i suoi meriti e il nome di Gregorio XVI nella serie dei romani gerarchi apparirà nella sua vera grandezza. La vastità dell’argomento, la fama meritamente acquistata dal illustre scrittore delle vite dei Pontefici, che quelli hanno preceduto, dei quali ci proponiamo narrare le gesta, anzi che renderci peritosi, rinfranca il nostro coraggio, e ci offre la occasione di chiudere la nostra letteraria carriera in quel sentimento di filiale rispetto, in cui speriamo di confermarci, e che vorremmo infuso nell’animo di quanti volgeranno l’attenzione benevola a questo nostro qualsiasi lavoro.
Libro I
ct
ct Origine della famiglia Chiaramonti: nascita di Barnaba. Sua prima educazione: dà il suo nome alla congregazione benedettina casinese: studi fatti, catedre e uffici sostenuti in religione. È inviato in Roma. Eletto per breve abate, torna in Cesena ove è visitato da . Reduce nella capitale, trionfa delle opposizioni degli emuli. Consacrato vescovo di Tivoli si fa difensore delle episcopali prerogative: eletto cardinale e vescovo d’Imola va ad occupare quella sede. Sua condotta: insigni opere di pietà da lui eseguite. La sua mansuetudine è eguale al suo coraggio. Invasione dei francesi. Vicende d’Italia: calamità dello stato pontificio e del papa. Chiaramonti salva Imola da suprema sventura. Gli comanda Pio VI di recarsi in Roma. Dolorose condizioni in cui trova la capitale. Trattato di Tolentino. Suo ritorno in diocesi. Parla al popolo parole di pace in una omelia dai malevoli giudicata troppo severamente. Si versa sangue francese in Roma: conseguenza l’invasione e la successiva repubblica. Pio VI ostaggio in mano ai soldati di Francia è condotto in Valenza, ove muore. I cardinali si adunano in Venezia per i comizi solenni. Vi giunge Chiaramonti, giovandosi dei mezzi offertigli da un amico. Consalvi pro-segretario del conclave dopo vari dibattimenti persuade i cardinali ad eleggere Chiaramonti. Esulta il mondo cattolico. Assume il no- me di . Intima in Venezia il primo concistoro. Onori a lui resi dalla città e dai sovrani cattolici. Visita Padova e i dintorni della laguna. Accompagnato da vari cardinali s imbarca sulla fregata austriaca la Bellona, e dopo perigliosa navigazione entra in Pesaro. Visita Fano, ove celebra funebri uffici a sua madre. Muove per Roma, seguendo la via di Ancona, di Loreto, di Macerata. Spedisce tre cardinali a prender possesso della capitale. È festeggiato ovunque dai popoli, che vanno ad incontrarlo. Giunge a Roma, ove è ricevuto con sentimenti di amore e di tenerezza, e applaudito da ogni ordine di cittadini.
ct I. retende la famiglia dei Clermont Tonnerre di Francia derivar da lei quella dei Chiaramonti sino dal secolo XV stabilita in Cesena. Allorchè l’immortale pontefice, di cui prendiamo a descrivere i fasti, fu sollevato alla catedra di s. Pietro molti dotti si fecero ad investigare l’origine di questa nobilissima prosapia. Si frugarono pubblici e privati archivi, si consultarono antichi autori, si tenne conto delle istorie municipali, delle tradizioni per decidere se la famiglia dei Chiaramonti dovea tenersi fra quelle, che diconsi originarie italiane, o fra le molte per vicende di guerra o per altre cause venute a noi e fatte nostre da lungo correre di anni, da maritaggi contratti, da uffici cittadini e da pubbliche cariche sostenute. Varie furono le opinioni: si negò l’affinità dei Clermont, per farla derivare da un tal Dalmasio guerriero cristiano, che prima del 1000 conquistò nella Catalogna un castello detto di Claramonte, da cui prese il nome: altri, e con più ragione, la vuole originata
da Enrico de Chiaramonte, che perseguitato da Filippo l’audace riparò in Italia, si pose agli stipendi di Carlo I l’angioino, quindi di Pietro III l’aragonese: si disse infine discendere da quel conte Manfredo di questo nome e di origine Catalana venuto in Italia nel secolo XIV e fatto ammiraglio di Sicilia. Comunque sia, basta consultare le memorie storiche di Cesena per convincersi che antica e nobilissima è questa famiglia, dappoichè Ludovico Chiaramonti fu vicario imperiale in Romagna, Scipione senatore e cavaliere di s. Stefano, Cesare, Giacinto e Francesco giureconsulti di alta rinomanza, Scipione filosofo e matematico insigne. Queste glorie per altro sono ben lievi a fronte di quella, che gli aggiunge l’aver dato alla chiesa un invitto pontefice, che, posto dalla provvidenza sul soglio del Vaticano in tempi difficilissimi, mostravasi impavido sostenitore della fede, dei diritti del sacerdozio, della maestà dell’impero.
II. Sedea sulla catedra apostolica quando in Cesena dal conte Scipione e dalla n. d. Giovanna Coronata dei marchesi Ghini il dì 14 Agosto 1742 nacque quel Chiaramonti, che divenne quindi la delizia e la meraviglia del mondo, perchè compendiò in se stesso il coraggio, la magnanimità e la costanza dei pontefici predecessori. Nella parocchia dei ss. Giovan Battista e Severo fu levato al fonte battesimale dal sacerdote Matteo Luchini vicario curato della chiesa catedrale di quella città: gli s'imposero i nomi di Barnaba, Nicola, Maria, Luigi. Cresciuto negli anni, trovò in seno alla numerosa famiglia sublimi esempi di virtù e di pietà cristiana. Si addestrò fanciullo a seguir le orme onorate dei suoi maggiori e fece presagire sino dalla sua prima età, che a grandi cose lo serbava la provvidenza. Vegliò la tenerezza materna sul fanciullo e nulla ommise perchè questa tenera pianta produrre dovesse col tempo quei frutti di soavità che sono sempre la conseguenza di una cristiana educazione.
III. Segnava appena Barnaba il secondo lustro quando i genitori lo inviarono al collegio dei nobili in Ravenna ove, iniziandosi negli studi di belle lettere, mostrò chiaramente che ad un ingegno non molto elevato è alto compenso la fatica e lo studio. Segnalandosi sugli altri, meritò giovanetto la considerazione dei superiori, l'amore dei suoi congiunti. Giunto all'età di sedici anni, decise di consacrarsi al signore vestendo le lane dell'inclito patriarca dell'occidente, che un nome di più aggiunse per esso ai moltissimi, che rendono venerando ed illustre quest'ordine benemerito della chiesa, delle lettere e delle scienze. Ricevuto novizio nel cenobio di s. Maria del Monte della vicina Cesena, dopo un anno di prova, emise i voti solenni, il nome di Barnaba cambiò in quello di Gregorio e saggio, modesto, affabilissimo tutti gelosamente rispettò e mantenne i doveri imposti ai figli di san Benedetto. Avvenuta la sua professione il di 20 agosto 1758, in quell'anno istesso, onde dar opera agli studi, lasciò il giovane cesenate quella famiglia cenobitica per trasferirsi al monistero di s. Giustina in Padova, città illustre e fiorente per discipline scientifiche e letterarie.
IV. Ma non era a Padova, ove lo attendeva la provvidenza, sempre mirabile, sempre grande nelle sue opere. Roma, che dovea più tardi onorarlo vicario di Cristo, vide entrare il giovane Chiaramonti nel monistero di s. Calisto, nominato a voti concordi alunno del primo elencato. Nella capitale del mondo cattolico, sotto gli occhi dei supremi moderatori della congregazione Casinese, si segnalò per la soavità dei costumi non meno, che per i progressi segnati nello studio delle scienze. Compiuto il corso filosofico e teologico diede prima buon conto di se in pubbliche conclusioni, andò quindi lettore di teologia nel monistero di s. Giovanni evangelista in Parma. Giusto estimatore dei suoi meriti il padre Cavalca abate di reggimento, lo chiamò a Roma per affidargli la educazione dei giovani alunni del convitto benedettino. Mentre disponevasi a lasciar Parma l'abate Sisto Rocci preside delle scuole, nell'accomiatarsi da lui, disse rivolto ai monaci che gli facevano corona: va questo giovane lettore in Roma a gettare le fondamenta del suo futu- ro cardinalato: vatidiche voci che la fama ha raccolte, e hanno confermato gli eventi.
V. Compiva l'anno trentesimo terzo dell'età sua il Chiaramonti quando cinse la pontificia tiara Pio VI suo concittadino e congiunto. Nei generali comizi dell'ordine celebrati nel 1775 fu nominato lettor teologo nel collegio di s. Anselmo: ebbe titolo di priore e per sei anni sostenne la cattedra di diritto canonico con l'impegno istesso, con cui avea anteriormente dettata filosofia ai giovani studenti nel convento di s. Paolo extra moenia. Rigido osservatore delle monastiche regole, lodato istitutore della gioventù, stretto con vincoli di affinità al regnante pontefice, pareva che tutto sorrider dovesse al virtuoso claustrale. Eppure ad onta dell'amabilità del suo carattere e delle sue virtù cenobitiche non gli mancarono afflizioni ed angustie, che talvolta lo spirito dell'invidia in quei luoghi penetra e si diffonde, che dovrebbero aprirsi soltanto alle dolci effusioni di carità. Gli s'imputava a colpa l'avere con qualche libertà disapprovato il rigore tenuto dai superiori con i loro subordinati: calunniando l'eccellenza della sua indole sempre proclive a dolcezza, si disse preso dal desiderio di dominare: chiarivano i tempi la sua innocenza: la premiava Pio VI. Per metterlo al sicuro dagli altrui bassi maneggi, impose il papa all'abate di s. Calisto Carocci di dichiarare abate il Chiaramonti; ma avendo questi rispettosamente esposto, che noi potea, senza derogare alle regole della congregazione benedettina, il pontefice da se stesso con breve segnato il 1787 gli conferì questa dignità. Tornò in Cesena abate del monistero di santa Maria del Monte, ove aveva emessi i primi suoi voti e vi dimorava ancora nel 1782. Vide due volte transitare per quella città il papa quando recavasi e tornava da Vienna d'Austria. Volle parlargli: fu ricevuto. Può credersi il Chiaramonti non molto soddisfatto della sua destinazione in Cesena, dappoiché interrogato dal papa se vivea tranquillo in quel monistero, rispose, ardentemente desiderare il ritorno in Roma, meglio consultore di qualche congregazione, che abate in santa Maria del Monte: altre cose dichiarava sommessamente al papa, che l'udiva in silenzio, ma era evidentemente colpito dalla vivacità dei suoi modi e da quella santa modestia che non accusa, ma si difende. Promise visitare il dì seguente il monistero: stessero i monaci preparati a riceverlo: e quando, accolto dai religiosi, si degnò ammetterli al bacio del piede, anzi che recarsi nell'appartamento dell'abate di governo, scelse a bello studio le stanze tenute dal Chiaramonti: che volea Pio VI da se stesso verificare ciò che il dì innanzi aveagli il suo congiunto con franca ingenuità dichiarato: sovrana degnazione, che fece travedere essere il monaco casinese serbato a più alti destini. In tal modo per arcano decreto di provvidenza si vide sotto un medesimo tetto e in condizioni tanto diverse il sommo pontefice e l'immediato suo successore.
VI. Restituivasi in Roma Pio VI: lo seguiva poco dopo l'abate Chiaramonti, che andò a stabilirsi in s. Paolo fuori le mura ove, lasciato in una quasi inazione, ebbe vaghezza di disporre la domestica biblioteca e arricchirla di nuovi libri. Amò quella solitudine a segno di passare l'intera estate in quel luogo, d'onde sì allontanano i monaci al sopravvenire del caldo, infesto sempre per i miasmi, che si sviluppano nell'agro romano. Tutti coloro, che scrissero di Pio VII narrano concordemente, che le persecuzioni durarono ostinate ed intense in modo che a chi domandò al papa, che fosse l'abate Chiaramonti allontanato da Roma, rispose volerlo anch'esso efficacemente: avere anzi date disposizioni allo scopo. La sacra congregazione dei vescovi e regolari chiariva il di appresso il segreto della volontà sovrana, che lo togliea alla vita cenobitica, chiamandolo al vescovato di Tivoli: la promozione avvenne l'anno 1783. Leggo, che pentiti i monaci della lunga guerra mossa all'ottimo religioso, dissero parole di pace e spinsero a tanto la cortesia da voler dichiarare in iscritto ingiusta e calunniosa la persecuzione sofferta: umiliazione dal Chiaramonti ricusata costantemente.
VII. Ed eccolo fatto libero dalle ambagi e dai disgusti che l'amabilità del suo carattere e le sue virtù erano ben lontane dal provocare. Consacrato vescovo nella chiesa di s. Ambrogio dal cardinal De Zelada, diresse il dì 10 gennaro 1783 lettera pastorale al clero e popolo Tiburtino, giudicata bellissima per sublimi e generosi concetti. Fu accolto in Tivoli il nuovo eletto come dono di provvi- denza, e tale veramente mostravasi quando ordinava con raro accorgimento la sua diocesi, promovea a cariche distinte uomini onorandi, vegliava alla istruzione dei giovani studiosi. Valse una circostanza a mettere in luce quella energia di carattere che avremo occasione di ammirar tante volte. Eragli riferito, che sulle mura dell’episcopio, e sulle pareti della cattedrale Tiburtina un venditore di stampe e di libri devoti avea collocato fra varie incisioni un ritratto di Clemente XIV sotto cui impropriamente leggeasi l’attributo di beato. Si turbò Chiaramonti, ne scrisse al padre Mamachi, maestro dei ss. palazzi apostolici, mandò nel tempo stesso per un suo domestico l’ordine di toglier la stampa: rifiutavasi il venditore di obbedire al vescovo, dicendosi autorizzato da altri. Incontrò ingiuste opposizioni: adiva però la curia e i suoi diritti erano sostenuti dalle congregazioni romane. La fermezza spiegata in questo incontro piacque al pontefice; fu dai cardinali lodato il contegno di un uomo, tanto di se non curante quanto energico propugnatore della dignità episcopale.
VIII. Un fratello del Chiaramonti, il conte Gregorio, educato nell’accademia ecclesiastica, ove fu ricevuto a di lui preghiera, avea dichiarato al nepote del papa monsignor Braschi, non sentirsi inclinato alla prelatura: volere abbandonar l’accademia e viver celibe. Fu ventura; che da quel tempo si fissarono in lui gli sguardi di Pio VI, che stabilì in cuor suo di promuovere il vescovo Tiburtino. Per la morte del cardinal Gian Carlo Bandi, zio materno del pontefice e vescovo d'Imola, fu il Chiaramonti nel concistoro tenuto il dì 14 febraro 1785 promosso a quella sede, della quale prese possesso per procura dopo sei giorni. Questa degnazione sovrana venne giudicata da tutti non favore di nepotismo, ma premio dovuto alle virtù dell'eletto. Nell'istesso concistoro era egli creato cardinale di santa chiesa dell'ordine dei preti col titolo di san Calisto. Corse la lieta novella a Cesena, a Padova, a Parma, che ne festeggiarono l'annuncio: esultò tutto l'ordine benedettino; nella chiesa abaziale di s. Procolo in Bologna si celebrò con superbo apparato la promozione del Chiaramonti; su tutti si distinsero in Imola i frati di s. Domenico. Tivoli però, che l'ebbe vescovo due anni e due mesi e che aveva ammirato in lui sincera umiltà, zelo apostolico e candore di animo, amaramente si afflisse, ne alla sua perdita era per essa bastante compenso vederlo fregiato della porpora romana e destinato a reggere più vasta diocesi che non era la Tiburtina. Dolcissimi pertanto furono i distaccamenti: quelli di un padre, che si allontana dai figli. Da Roma inviò al clero e al popolo d'Imola una lettera pastorale, in cui unito ad una profonda dottrina lasciò travedere quello spirito di modestia, dal quale era profondamente animato.
IX. Il giorno 12 agosto 1785 preceduto da fama onorevole e bella il cardinal vescovo Chiaramonti venne in Imola incontrato e acclamato da ogni ordine di cittadini. Giunto alla cattedrale parlò parole di benevolenza e di carità: disse esser egli tutto per tutti, disposto a dar la vita pei suoi. Lodò Pio; se chiamò immeritevole della dignità, a cui l'aveva innalzato, ma pronto a qual siasi sacrificio per lo adempimento dei suoi doveri: toccò dei tempi tristi, e dei tristissimi che si andavano addensando sul gregge di Cristo: infine chiedendo l'assistenza del clero, pregò la pace, la concordia scambievole, benedì al nuovo gregge. Per conoscer quindi da vicino e provvedere efficacemente ai bisogni di sua diocesi: giusta i doveri imposti ai vescovi dal concilio di Trento, con paterna sollecitudine intraprese la sacra visita. Mosse il giorno 19 aprile 1786 dalla cattedrale e quindi ad una ad una visitò le borgate, i castelli soggetti alla sua episcopale giurisdizione, portando ovunque le consolazioni e le provvidenze consigliate dalla carità e dallo zelo. Le fatiche, gl’incomodi, i pericoli disprezzò con coraggio apostolico, né fuvvi in diocesi luogo aspro o paludoso, ove non si diffondessero per la presenza del vescovo spirituali e temporali vantaggi. Provvedeva da un lato ai bisogni delle varie chiese, ai reclami del clero e del popolo, diffondeva dall’altro elemosine ai poveri, rimoveva gli scandali e le cose del culto avvantaggiava mirabilmente. E qui è luogo a ricordare sommariamente varie delle moltissime cose operate in Imola dal Chiaramonti durante il decennio del suo memorabile episcopato: e più certamente avrebbe egli fatto se meno calamitosa volgeva l’età, in quella parte specialmente dei domini pontifici prima delle altre agitata e sconvolta dalla invasione francese.
X. La chiesa di Castel Bolognese da altri incominciata e da lui condotta a termine, quella dei Badiani edificata dalle fondamenta sarebbero perenne monumento di animo generoso se ad altre e più memorabili opere noi serbava la provvidenza. Intese l’animo suo a migliorare le condizioni di Lugo: rese più vasto l’ospedale civico, dotò di asilo le giovani orfane; a proprie spese perfezionò la chiesa di s. Maria della regola, la consacrò insieme a quella dei padri Carmelitani. La parrocchia di S. Lucia trasferì nella chiesa di s. Bernardo per servire al decoro; e altre non poche opere condusse a lodevole termine. Deve la diocesi d'Imola al cardinal Chiaramonti un maestoso edificio destinato alla cristiana e letteraria educazione dei nobili alunni: fondò ad uso dell'ospedale e dei poveri una farmacia: di una tipografia dotò il seminario dei chierici e fece cose utili e mirabili in modo da chiamare su lui le benedizioni del paese confidato alle amorevoli e paterne sollecitudini di un vescovo, che intende con assiduità e con coraggio alla felicità del suo gregge. Belle prove di animo conformato agli alti disegni della provvidenza! Quasi appendice alla città, portò a perfezione il grandioso edificio incominciato dal cardinal Bandi che gl'intelligenti dell'arte dissero magnifico ed elegante per vastità e per ben ordinato disegno. È aperto agl'infermi e convalescenti: ivi convengono e sono accolti i pellegrini che visitano il santuario Lauretano e Roma: è ricovero ai proietti, ai dementi, stanza agl'impiegati dell'amministrazione: e a tutto questo, che non è poco, aggiungansi i reclusori per le filatrici, pei lavori delle giovani proiette, per le fanciulle orfane dei genitori: più, granai, magazzini, stenditoi, cantine e infine una chiesa e un cemetero: edificio utile ed imponente, degno d'abbellire una capitale. E per dar opera a tante lodevoli imprese e per soccorrere i poveri, dei quali fu sempre amorevole padre, il cardinale Chiaramonti non dubitò privarsi delle sue suppellettili preziose. S' ebbe meritato compenso la riconoscenza della sua Imola, l'amor del pontefice, la stima e la riverenza di tutti.
XI. E ciò per quanto riguarda la prosperità materiale di un paese da lui amato di quell'amore, che il tempo e le circostanze rendono più energico e vivo. Umile, mode- rato in tutte le azioni della vita, si armò sempre di eroico e santo coraggio quando vide in qualche modo o compromesse o attaccate le prerogative della sua chiesa. Pretendeva il cardinal Spinelli legato di Ferrara esercitare la sua giurisdizione in certe terre formanti parte della diocesi imolese. Chiaramonti con quello spirito di mansuetudine e di modestia, da cui vedremo informate tutte le sue azioni, volle sulle prime persuadere il collega a desistere da quell’atto arbitrario: e poiché vide inutili le rimostranze, senza rinunciare alla moderazione, parlò da vescovo: sostenne i diritti della sua chiesa: energiche furono le difese: immediato il riparo.
XII. Ed appunto da quest’epoca segnano il loro principio le dure prove e crudeli, che consumarono dolorosamente la vita dell’immortale Pio VI e collocarono nel punto più culminante la gloria del mansueto e magnanimo di lui successore. Discorrerò sommariamente i fatti che si congiungono alla nostra storia. Lo spirito filosofico, che avea preparati in Francia i mali e fomentate le discordie e le stragi che hanno tristamente contrasegnata la fine del secolo XVIII raccoglieva il frutta delle sparse dottrine. La repubblica di Francia bagnata di sangue dopo aver rovesciati gli ordini sociali, violate le leggi umane e divine, uscita in armi, prese a minacciare l’Europa. L’Italia divisa nelle sovranità e negl’interessi, indifesa dalla parte delle alpi, era facile a conquistarsi. Sino dal principio della rivoluzione Mirabeau avea gridato, doversi invadere la ricca penisola per ristorare le finanze di Francia: il rio con- siglio non andò perduto per uomini fieri ed audaci. Senza seguir le mosse dell'esercito repubblicano, o il successivo irrompere delle armi e peggio delle idee, diremo che le Provincie italiane altre si conservavano neutrali, altre erano in guerra, altre né dall'una né dall'altra parte inclinavano, ma aspettavano trepidanti gli eventi. Perdea il re di Sardegna la Savoia e la contea di Nizza: scendeva Napoli agli accordi, fuggivano dalla Corsica atterriti gl'inglesi, erano due eserciti imperiali poco men che distrutti. Cause che contribuirono a formar la rovina d'Italia e il trionfo delle armi francesi: la battaglia di Montenotte, la presa di Ceva sul Tanaro, l'ingresso in Mondo vi città alle falde delle alpi, il fatale armistizio di Cherasco, la pace segnata dal re sabaudo la ritirata degli austriaci al di là del Po. Lacrime e sangue sparse la povera Italia e non giunse a scongiurar la tempesta! Nel 1796 le sorti erano fermate: occupata l'Insubria e le regioni limitrofe: invasa Bologna e Ferrara, il resto dello stato pontificio e Roma istessa versante in gravi pericoli.
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