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L'Autore delle Poesie ai Lettori
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Permettendo io ed anzi aiutando con istudio e fatica questa nitida ed elegante edizione delle mie poesie, appar manifesto che io non le reputo indegne di tale onore. E però, torna meglio assai che io lo confessi al publico esplicitamente e senza spreco di modestia affettata e da niuno creduta. Non che io giunga al delirio di pormi in ischiera coi tre o quattro veri poeti de’ quali si può gloriare l’Italia de’ nostri giorni, o che io presuma di venir subito dopo essi e, come dicesi, star loro alle tacche e mettere in dubio i meno avveduti su qual gradino sia posto il mio sgabelletto. Ma pur tacendolo io, ciascuno leggerebbemi dentro l’anima che io porto opinione che se qualcuno mi collocasse fra gli ultimi sì ma non fuori al tutto del novero de’ poeti minori dell’età nostra, io non istimerei usurpato affatto quel loco e quella dignità. Nè avrei timore che in una rassegna fatta (poniamo caso) in qualche pianura della Beozia tra il monte Elicona e il monte Parnasso, le sante Muse cacciassermi fuori del picciolo stuolo di loro milizia, in cui non è mai presunto di entrare come capo, ma come semplice ed umil gregario. Trovarono i raccoglitori e compilatori greci e latini quest’ordine di poeti minori per cansar due pericoli; l’uno d’essere ingiusti coi sommi, quasi accomunandoli a gente che può tener loro il bacile; l’altro, di fraudare d’ogni gloria coloro i quali oltrepassarono chi più chi meno la detestata mediocrità, e in alcune parti, per lo manco, o del concepire o del significare riuscirono prossimi all’eccellenza. Che se tu levi di mezzo questi secondi premj e questo inferior grado di onore, tu risichi di vedere deserto affatto l’arringo poetico, dovendo gli uomini assennati e mezzanamente verecondi perdere speranza di salire a quell’altissima cima dove uno o due soltanto pervengono in uno o due secoli e forse in più. Per questa corsa, adunque, tanto difficile degli ingegni si segua la saggezza d’Achille, e dopo il figliuolo di Tideo che primo toccò la mêta, abbia Antiloco la bella puledra, abbia Menelao un lebete, e due talenti d’oro Merione.
Ma quando io m’inganni assai grossamente in questi giudicj, non desisto per ciò dal pensiere di discorrere un po’ alla distesa e di sentenziare e dottrinare (come direbbe un saccente) intorno alle mie poesie. Perocchè considero non essere quasi possibile che un uomo dedito agli ameni studj e la cui vita è trascorsa in grande porzione nella meditazione dell’arte di scrivere, non chiuda in mente verun ammaestramento buono nè alcune di quelle avvertenze e di quelle norme e pratiche le quali per li trattati e i libri non si rinvengono: e poniamo pure ch’egli adoperi esattamente come colui che porta il lume dietro e a sè non giova.
Non sarà, pertanto, senza un po’ di profitto a’ giovani letterati la breve storia ch’io narrerò loro del mio (chiamiamolo) sonnambulismo durato per tutti gli anni che è fatto versi, e pel quale io mi davo a credere che io costruivo con essi un’opera bella e durevole. Oh tu, dunque, ti reputavi (interromperà qui taluno) un poeta incompreso, una specie di Chatterton romagnuolo? Perocchè non potevi ignorare la indifferenza del publico nè la dimenticanza in che ti lasciavan cadere i tuoi lettori medesimi. Io non so (rispondo) se nulla o poco rassomiglio allo . Ma dove, certo, lo dissomiglio, si è nel non avere io punto voglia di accopparmi come fece colui con le proprie mani; e piacemi molto più di sopravivere al mio disinganno, ridendo parte di me e parte ancora de’ tempi e del gusto odierno. E a dirla intera come la sento, io voglio anche un poco sfogarmi innanzi di uscir di carriera e rassegnarmi al tutto al tutto fra gl’invalidi. Perchè, sebbene io sostenga la incuria e dimenticanza altrui molto quetamente ed anzi con festevole disinvoltura, mal conosceresti, o lettore, il fondo della natura umana, se non ti disponessi a credere che anch’io talvolta ò covata la mia biliuzza e sonmi dentro acceso di sdegno vivissimo in veggendo lodati a coro e celebrati e magnificati certi versacci a petto de’ quali i miei parevanmi pretto oro.
Sfogherommi adunque (ma sempre ne’ termini del convenevole) esprimendo sopra ciascuno de’ componimenti miei quello che io ne giudico e l’idea che l’informò e le intenzioni a cui fu rivolto; e ciò delibero di fare con semplicità e sincerità insolita; la quale differendo troppo dall’uso corrente e abborrendo dai lustri e dalle vernici di modestissime parole, verrà forse tacciata di petulanza. Pure, sia che può; io, come sciolto oggimai da ogni speranza di lode, posso e voglio godere d’un bene agli scrittori rarissimo, e cioè di non mai simulare e dissimulare e di non mentire in nulla nè ad altrui nè a sè stessi. ct Furono dettati in giovanissima età. Tornavano in quel tempo i verseggiatori a trattar volentieri gli argomenti religiosi, e in Italia cresceva meritamente ogni dì la fama degl’ di . A me purė piacevano sopramodo, e in niuna letteratura cristiana giudico vi sia qualcosa che superi di bellezza e di affetto l’inno suo per la Pentecoste o l’altro al nome di Maria. Ma quanto lontani da lui i poveri immitatori! e mi riusciva strano che ei si buscassero tuttavolta una qualche specie di celebrità. Nacquemi allora il concetto di provar di correre un’altra via; e proposimi un genere di poetare in cui diventava naturale ed agevole il temperare insieme la ed ; essendo che insino dalla primissima giovinezza nessun libro m’avea commosso l’animo e ricreato la fantasia così vivamente e con efficacia e perduranza maggiore quanto il Vecchio Testamento e l’. D’altro lato, a me pareva e par tuttavia che a rispetto della poesia religiosa il colmo della bellezza e la perfezione suprema dell’arte consista in unire ed inviscerare le concezioni e i sentimenti cristiani con tutta la leggiadria e splendenza delle forme greche. E in quel giudizioso contemperamento dei due termini consisteva per appunto l’arduo e il nuovo del genere da me tratto fuori. Perocchè, quanto al mescolare abilmente la lirica all’epica e attingere le narrazioni alle leggende cristiane in quel modo che gl’innografi greci le attingevano alle pagane, la cosa era più volte stata pensata ed eseguita tra noi, come può vedersi nel Vida per lo latino e nel Chiabrera pel nostro volgare. Ma scrivere inni cristiani con tale ornamento e copia d’immagini e con tale vaghezza e bellezza figurativa o plastica (come la chiamano gli Alemanni) da farli sembrare una quasi composizione d’Omero o di , era, per quel che io sappia, tentamento nuovo, e pareami non vi essere al tutto mal riuscito. Anzi, io poneva tanto pregio nei dilicati fiori dell’eleganza, e più ancora nel saper cogliere la forma ideale delle cose e ciò che vi si può sempre scoprire di grande e di nobile, ch’io non disperava di circondare di luce omerica persino le monachelle e le penitenti nascoste e chiuse negli eremi; nè da me era fuggito qualunque soggetto più arido e, direi quasi, mortificato della mistica e dell’ascetica; avvisando a quell’arte medesima con che il Correggio (pittore) trasmutava la sua Maddalena in una delle tre fanciulle ch’ebbero altari ed incensi nella picciola Orcomeno.
Letti quegl’Inni da alcuno intendente, per questo propriamente li censurò che i personaggi ivi verseggiati non erano Sante e Santi cristiani, ma Iddii e Dee simili a Diana, a Vesta, ad Apollo. La stimai una grossa iperbole: tuttavolta, io ci vidi dentro qualche parte di vero, e non so scusarmene interamente nemmanco oggi; e s’io dicessi: o felix culpa, sentirei di commettere una profanità. ct La poesia greça e latina è, scrive l’, esteriore e plastica; in quel cambio, la cristiana è interiore e sostanziale, perchè fondasi più che in altro nel sentimento; e però in lei debbesi riconoscere un incremento di perfezione e un progresso rilevato sopra l’antica. Tutto ciò è detto per figura d’amplificazione. Imperocchè un sentimento delicatissimo già scaldava molte pagine di e di . E d’altro lato, il sol sentimento sfornito di forme e d’immagini, porge materia all’arte, ma non è l’arte; e il progredir vero di questa si effettua per la unità compiuta di entrambo i termini. E quando il sentimento solo bastasse, quelle tavole, o Giorgio Hegel, de’ tuo’ vecchj dipintori tedeschi o fiamminghi, con que’ sparuti visaggi, con quelle vite magre e storte, con quelle gambe sbilenche, dovrebbero venir preferite alle tele del e di .
Io volli, impertanto, nel 1836 provarmi a introdurre nell’Inno a Santa Sofia quanta pietà ed affetto cristiano possa leggersi mai nelle Vite di e quanta vedesene ritratta nei quadri di ; e nondimeno, colorire ogni cosa alla greca e alla raffaellesca; intendimento superbo al quale sarei soddisfatto di essermi accostato pure un minimo che. ct Da natura fui menato prepotentemente al filosofare e dagl’infortunj estremi d’Italia al politicare; e come, d’altra banda, un amore veementissimo (e non so ancor bene se poco o niente felice) legavami alle dolci Muse, ei ne avvenne che le mie poesie uscirono spesso impregnate di metafisica e di politica. A rispetto poi della prima, io non son dubio ad affermare che io non credo cosa molto fattibile oggi il poetare senza profondità di concetti speculativi; atteso che nell’uomo tanto o quanto educato cresce al dì d’oggi l’abito del pensare e del meditare, e piacegli troppo di cercar delle cose il perchè sostanziale e l’essere universale e durevole. Nè la poesia d’oltremonte, la vuoi francese o inglese o teutonica, astiensi al presente da un alto filosofare. Se non che, dee correre fra gli oltramontani e noi questa differenza notabile, che in Italia le astrattezze metafisiche e le dottrinali intenzioni non sono tollerate frequenti ed oscure nè si vogliono nude e crude come appo i tedeschi; nè debbono similmente abbondar di soverchio le meditazioni, che chiamerò psicologiche e mistiche, come appo gl’inglesi. La filosofia che meglio s’accorda con l’arte poetica è quella, del sicuro, la quale compone un tutto col sentimento e la fantasia; e nella storia de’ fatti umani scuopre la significanza loro morale e civile; e nella pittura delle passioni rende manifesti gli occulti e arcani moventi del cuore; e inda- gando la natura universa, spiega il desiderio e il rimpianto d’ogni passato e gli enigmi e le speranze d’ogni futuro, che sono la poesia eterna del genere umano.
Nessuna lingua poi, dopo le classiche antiche, vale a competere con la italiana nella facoltà di scaldare di vita e illuminare e tingere in bei colori qualunque concetto astrattissimo e aridissimo della scienza. Nella scuola di imparasi a oltrepassare di lungo tratto gli artificj di e a non pigliar paura di quelli medesimi di .
Ne’ due Inni, adunque, alla Chiesa Primitiva io assaggiai le mie forze per comparire ne’ versi, qual mi sentivo dentro alla mente ed al cuore, poeta filosofo e poeta civile. Ma se quella fu comparsa buona o infelice non s’appartiene a me il giudicare.
La poesia politica messa in tacere dalla comune e lunga oppressione delle nostre provincie, rinacque e si rinsanguò con l’, col , col , col , col . Quella, peraltro, che io tentai di significare negl’Inni prendeva, se iò troppo non erro, un certo abito nuovo e attraente dall’immedesimarla che io faceva con gli spiriti più generosi del cristianesimo e con la santità del Vangelo, e mostravasi quale a’ dì nostri l’avria concepita un discepolo di Frate . Il che in Italia, per ciò che io conosco, non erasi veduto ancora. ct La qual poesía politica e scritturale insieme io presi a trattare con ampiezza maggiore e con intenzioni più strettamente annesse alle cose italiane nei versi qui avanti citati. Nell’Inno a Dio mi strinse necessità di competere con la più bella ed immaginosa composizione di Giovan- . Ma per fuggir taccia di presuntuoso, io piegai il comune têma ad altro disegno e il venni pennelleggiando come avrebbe fatto per avventura un Rápsoda greco, dove fosse ito di città in città ricordando, per via d’esempio, la grande sconfitta di Serse. Nell’Inno poi a Santa Rosalia patrona di Palermo, io pigliava (e nol vo’ punto dissimulare) un arbitrio sommo e chi sa se concedibile nemmanco a’ poeti; e questo fu di seguire bensì i fatti narrati nella leggenda, ma di dar loro cagioni e intenzioni per avventura molto diverse da quelle che accaddero; non però diverse e contrarie allo spirito dei Vangeli, semprechè questi fossero intesi ed interpretati giusta la virtù loro civilissima ed applicati a dovere agli uffici e alle spirazioni del buon cittadino. Chi di ciò mi vuole chiamare in colpa, affrettisi d’indicarmi alcuna persona canonizzata per santa e la quale spendesse il sangue e la vita sua per la patria; e gli do licenza di squadernare da capo a fondo i venti e più libraccioni della raccolta de’ Bollandisti. ct ct Nessuna cosa è più fredda delle astrazioni allegorizzate; e nessuna, invece, riesce più calda e immaginosa d’un nobile archetipo il quale s’incarna e individua in una reale e particolare persona. Di vero, se l’allegoria della discordia stupendamente delineata da non riempiesse dell’ pochissime pagine e di frequente ricomparisse nella narrazione come fa nell’Enriade del e come fanno parecchj personaggi fantastici nella di , la sazietà e la noja verrebbersi accompagnando all’invenzione del poeta. Accade il contrario nel Lucifero del i cui sembianti e il cui favellare tornano sempre attrattivi e maravigliosi; perchè il domma cristiano seguitato dal , benchè avvisi in Lucifero una rappresentanza terribile del principio del male, vi contempla anzi tutto una individuale e concreta persona che realmente sussiste e perpetualmente soffre, si crucia e bestemmia. E veggano i letterati inglesi quanta diversità di sentimento e di effetto interviene tra la concezione altissima e viva dell’Angiolo decaduto e l’altra di quello strano maritaggio lungamente descritto tra la Colpa e Satana, e il parto infelice che ne conséguita del Terrore prima, poi delle Cagne rabbiose o vogliam dire de’ rimorsi per opera dell’incesto tra il figlio e la madre; e in ultimo della Morte che à sostanza ed è nulla, e costruisce più tardi un ponte nel vuoto. E il simile si dica dell’altra ipotiposi bizzarra del Caos cui fanno corteo la Notte, Adel, l’Orco, il Tumulto e il Caso. Questo trovato adunque di dare corpo e persona alle idee mediante l’animata rappresentazione che ne fa un qualche individuo famoso e solenne, ebb’io a mente spesse volte nello scrivere gl’Inni. Così in Santa Cecilia disegnai di personificare l’arte cristiana, e in più particolar modo la musica. In San Giorgio volli rappresentato la forza e il valore mossi alla difensione del buon diritto e alla tutela d’ogni innocente. Nell’Inno a San Michele, di cui parlerò tra breve, procacciai di figurare la giustizia divina alla misericordia contemperata.
V’à nella lirica, ritratto della natura umana, più forme e gradi di ardore intellettuale e affettuoso. Perciò nell’Innodia alla qual posi mano volli anch’io a’ debiti luoghi rappresentare la mente e l’animo del poeta che dalla narrativa semplice e riposata trapassa alcuna volta ai sommi termini dell’entusiasmo. E di cotesto rapimento di fantasia io mi studiai di porgere un vivo esempio nell’Inno a San Giorgio, il quale in parecchie sue parti si approssima alla concitazione del ditirambo e del furor sibillino. Cotesta, a parlar con Orazio, amabilis insania è specie difficilissima di poesia e procede sempre con gran pericolo di dare nel tronfio, nello esagerato e nello smanioso. ct Non negherò al lettore che io mi compiacqui pur molto di questo componimento, in cui proponevami di far manifesto quanto la poesia cristiana valga ad emulare quella de’ greci persino nella grazia, nella varietà e nella bellezza figurativa delle lor favole, oltrepassandoli poi senza paragone possibile nella profondità del concetto e del sentimento, e per certa smisurata grandezza d’immagini e di simboli a noi provenuta dall’Oriente. Il che apparirà vero ad ognuno che ponga il nostro Inno in ragguaglio con quello celebrato e antichissimo ad Apollo Delio ricordato da , ovvero con la Gigantea d’, episodio famoso del suo poema sullo scudo d’Achille. L’allegoria poi del componimento nostro torna sempre una e sempre agevole ad essere intesa, e vi si dilata e gira dentro dal primo all’ultimo verso. Griderà forse taluno alla profanità per quel mio collocare in cielo le spose degli angioli e per avere descritto i loro arcani maritaggi. Ma quando voglia discretamente considerarsi in qual modo sieno significati da me l’indole, le cagioni e gli effetti di quelle nozze, ei non si penerà a confessare che i concetti e le immagini vi sono tutte purissime e sante; e che la maschiezza e la femminezza simboleggiano unicamente la simpatia misteriosa e spirituale di due esseri intelligenti e liberi, l’uno nato per compimento dell’altro in quel modo che ciò venne espresso altresì dai greci con la favola dell’Androgeo. Ma come ciò sia, l’angiolo Michele che sposasi alla divina Kessedía, e vale a dire il giure eterno e punitivo di Dio congiunto ed unificato con la sua ímmensa misericordia, è immagine vera e sublime, e costituisce grande porzione della morale significazione dei libri ispirati.
In questo Inno mi sono ajutato eziandio di far più visibile la temperanza ed unione intrinseca dell’idea cristiana e della forma greca, e ò desiderato assai che vi comparisse certa mischianza gradevole e insolita tra i colori morbidissimi di e le tinte vigorose e splendide sì di e sì della . Ò pur voluto che la grandiosità delle immagini e dei concetti sempre si rimanesse nei termini del figurabile, schivando d’immitare gli oltramontani che forzano la fantasia a correre dove non può; come ciò vedesi segnatamente nel , la cui macchina sopramondana per soverchia sublimità e astrattezza esce affatto dalla rappresentazione fantastica e diviene incoerente nelle sue parti e affatica il pensiere con la impossibilità d’immaginare le cose che legge. A noi italiani permanga ognora dinanzi agli occhj della mente il vecchio e trito precetto: ut pictura poesis.
Ò nominato Omero e Callimaco. Questi, come tutti gli antichi, ci vinceranno della mano pur sempre e in ogni specie di poesia, per quella purezza di vena, semplicità di dettato, spontaneità e grazia d’ispirazione che loro venne largita immediatamente dalla natura, ed è come il fior primitivo e freschissimo della incipiente civiltà. Invece, ai moderni è fatta abilità di vincere e di sovrapporsi agli antichi per altre disposizioni d’intelletto e di animo, le quali arreca con sè necessariamente il corso di moltissime età e l’accumularsi della scienza e dell’esperienza. Sono fra esse disposizioni da annoverare i cresciuti spedienti dell’arte, la copia e maturità dei pensieri, le squisite analisi dei sentimenti e delle pas- sioni, la facoltà di visitare con la memoria e l’immaginazione infinite generazioni d’uomini in infinite rivolture di tempi e di casi. Ora, nell’Inno a San Michele riesce cosa non comune e piena di varietà e di contrapposti singolari ed inaspettati il naturale trapasso che vi si fa dall’antichissimo al modernissimo, dal cielo alla terra, dall’Oriente all’Europa, dalla mitologia alla storia, e il temperarsi e intrecciarsi insieme e con facile legamento la teologia, la metafisica e la politica. O detto naturale trapasso e facile legamento; chè de’ troppo ingegnosi e reconditi non so lodar l’invenzione in nessun poeta e nemmanco nel .
Nel descrivere poi la ribellione e la caduta degli angioli io non volli pigliar l’innanzi da alcuno e nemmanco dal . Nè ciò mi sia ritorto in accusa di vanità; come se io intenda per un componimento sì breve e sì tenue di paragonarmi tanto o quanto a quel sommo ingegno. Da me a lui corre la disparità e la disproporzione appunto che da un pigmeo a un gigante di cento cubiti. Ma non mi sarà per questo interdetto di notare che, s’io non piglio errore massiccio, la conclusione del singolare conflitto avvenuto in cielo è rappresentata da me in modo più efficace e grandioso. Nel del Milton, Dio stesso nella persona del Verbo, affine di sbaragliare Satana e le falangi ribelli, lascia le altezze inaccessibili del suo trono ed entra nella battaglia. E prima, si fa apprestare un cocchio non dissimile da quello che ci descrive Ezechiele, e montavi sopra armato d’arco e faretra, preceduto da un glorioso vessillo, accompagnato dalle miriadi degli angeli rimasti fedeli e stringendo in pugno non meno di dieci mila fulmini. Tutto questo apparecchio, per mio avviso, attenua in luogo di accrescere la maestà e potenza infinita di Dio. Invece, la mia invenzione sembrami dover risvegliare della giustizia e terribilità divina un concetto e un’immagine più formidabile e così semplice come sublime. La folgore, ministra tremenda del Nume punitore e rimuneratore, arde sempiterna ed inconsumabile sulla cima del più alto e scosceso dei monti che nella Scrittura sono domandati appunto montagne di Dio. Piacque alla sapienza increata lasciar durare alcun tempo la zuffa tra le schiere degli angioli perchè la reità da un lato e la innocenza e saldezza dall’altro apparissero manifeste. Maturata la prova, la folgore eterna è con un solo atto impugnata e vibrata sugli empj. E quel solo atto basta a compire tutti quanti gli effetti perpetui e spaventevoli della punitrice giustizia. ct Ne’ tempi nostri i due testori più insigni del verso sciolto sono, per credere mio, e . Mi taccio del , superiore forse ad entrambi. Ma la foggia del suo sciolto convenientissima alla satira, non può per ciò stesso venire piegata verso altri generi di composizione. A me arrivato dopo di loro tornava assai più difficile il vestire d’armonia nuova quel medesimo verso e dargli nuovo andamento ed atteggiamento. Nè, per temerario ch’io fossi in quegli anni primi e baldanzosi di mia giovinezza, io pigliavo speranza buona di pareggiar mai il cantore della in quella sua vena sempre copiosa, scorrevole e limpida, e rado o non mai disuguale da sè medesima; per li quali pregj sonogli perdonati la soverchia pienezza del ritmo e un poco di uniformità e di ridondanza. Similmente, non isperai di raggiungere la efficacia, il nerbo, la pellegrinità, la felice arditezza, la eleganza finissima degli sciolti del Foscolo, sebbene io sapessi fuggirne la oscurità o quel poco di duro e talvolta di ricercato che vi si scorge. Ad ogni modo, io mi sono lasciato condurre dall’indole dei concetti e dei sentimenti. In un medesimo Inno il mio stile tentava di prendere colori smaglianti e pindarici; poi si allargava con gravità e quiete ne’ pensieri scritturali e nelle raccontazioni omeriche. Imbattutosi in concetti soavi e teneramente affettuosi, pigliava dolcezza di metro e morbidezza di tinte dagli antichi nostri canzonieri. Filosofando e politicando, trovava figure e modi più convenienti nella lingua di e di . Se di queste specie varie e intrecciate usciva un beninsieme gradevole e una contemperanza vaga, elegante, omogenea ed alquanto nova, non so. Quello che so ed è bene a mente si è il desiderio e lo studio sempre maggiore che è posto di togliere alla mia locuzione le fronde e gli aggiunti oziosi o troppo fatti comuni, e condurla a gran sobrietà e vigorezza, e imprimerle il carattere peculiare de’ miei pensieri e di quel genere poco usato di poetare. Il qual progresso non rimarrebbe nascosto a veruno che avesse pazienza ed ozio di far paragone, per via d’esempio, fra il primo Inno a Santa Geltrude e l’ultimo a San Giorgio patrono di Genova.
Ma il tempo e l’uso consumano la grazia nativa di molte frasi, la vivezza di molti tropi, la splendenza di molti vocaboli; e trovare per gli stessi concetti altre frasi e tropi e vocaboli così proprj come belli e impensati, non sempre si può. Nè mi sono saputo risolvere per accattar novità e solleticare il palato difficile e nauseato de’ moderni di dare nelle ricercatezze e nelle quintessenze di , dalle quali non è rimasto immune sempre ed intatto nemmanco taluno che in questi ultimi anni fu a buon titolo salutato poeta grande e di fama non peritura. ct Cura particolare è posta nel far sempre varia, convenevole ed espressiva l’armonia del verso sciolto. Perocchè studiando con diligenza la sua tessitura metrica, non mi fu malagevole di conoscere che esso non cede di molto nel numero e nella diversità delle combinazioni all’esametro greco e latino. Nel vero, la disposizione degli accenti; il diverso mescolamento dei dattili e degli spondei che un orecchio fine ed esercitato avvisa ben anche nel nostro idioma; la frequenza o radezza delle vocali, il loro incontro e le loro elisioni; le voci tronche e le sdrucciole; i dittonghi più o meno contratti; le parole corte o lunghe; infine, il trapasso dell’un verso nell’altro, formano altrettanti elementi e porgono altrettanti mezzi di sempre modificare l’armonia e farla acconcia all’indole delle cose significate: sebbene oggidì sieno pochissimi gli orecchj avezzi a sentirla e goderla compiutamente, e si mantengano quindi capaci di giudicarne appresso gli autori il pregio o il difetto. Ma ciò che al presente viene avvisato da pochi, non è impossibile che divenga fra breve tempo un sentimento quasi comune; ed allora molti poeti moderni riusciranno, da questo lato, così sazievoli e mal graziosi come è accaduto all’ e a parecchi altri cinquecentisti. E chi crederà che il sommo e quasi perfetto esemplare di tale bellezza sia il , stato il primo balio, si può ben dire, del verso sciolto, e che nondimeno nessuno dopo lui l’abbia superato sì nel temperare e variar l’armonia e sì nell’adattarla ai pensieri e agli affetti? È cosa mirabile com’egli sappia frequentissimamente condurre di seguito gli otto i dieci e gli undici versi l’uno dall’altro dissimili per la fattura metrica, e che nelle molte migliaja della sua versione dell’ sia più che raro il trovarne due consecutivi esattamente conformi d’accento e di suono. Ben tu comprendi, o lettore, che se cotesta ricchezza e cotesta grazia di prosodia torna difficilissima ad essere conseguíta, l’effetto che n’esce è altrettanto bello e incantevole. E per ciò solo, a giudicio mio, lo sciolto vince e sorpassa la leggiadria e l’attraimento de’ versi rimati, e aggiungesi alla poesia tutta la vaghezza che si nasconde ne’ ben fabbricati periodi d’un prosatore eccellente. Nè occorrono lunghe ragioni e dimostrazioni per capire quale maraviglia dilettosa e durevole debba svegliarsi da un beninsieme di concetti legati fra loro assai strettamente e nelle cui parole e frasi gira un’armonia sempre varia e conveniente alle idee, e la quale dopo essersi avvolta leggieramente come meandro o fatta grave ed equabile come la piena d’un fiume reale o invigorita di suono e di moto come gonfio torrente, nell’ultimo riempie ed appaga l’intelletto e l’orecchio ora con maggior grado di dolcezza ora con la maestà e solennità del numero ed ora, in fine, con raddoppiarne l’intensione e la veemenza. Leggasi l’infrascritto brano:
..............affanno e lutto Costan di plebe poverella e nuda Le boriose dilettanze nostre. Ai padiglioni intorno ed alle mense Macera di fatiche e di digiuno Erra, intanto, l’afflitta, e ai corsier vostri Le mangiatoie invidia, invidia il sonno Ai blanditi sparvier gioja de’ grandi. Che ministrare a me trepidi io scorga I miei fratelli con vendute, affrante Membra di schiavo, e ch’io ne beva il pianto Nelle patere d’or, mentre i lor fiochi Gemiti copre del giullar la voce
Con motti e scede? Ah! nol consenta Iddio. Me sopra i monti suoi, me paurosa Tortore ei chiama dalle valli infette Di sangue e di peccato, e quivi a lui Supplicherò per gl’infelici oppressi, Madre, per te supplicherò perdono.
Sono diciassette versi di cui nessuno è compiutamente simile agli altri nel ritmo e nell’armonia; la quale, secondo che ricercasi dal concetto e dalla passione, va prima spedita e vibrata e termina in suoni pieni di grandezza e di forza.
Ma chi penserebbe che cotesta efficacia e bellezza di metro imparata dal in e menata alla quasi ultima perfezione da lui medesimo che per primo la rinveniva e l’usava, chi penserebbe, dico, che in niuno suo scritto o degli amici suoi più dotti ed intrinseci non venga, ch’io sappia, neppur mentovata e non se ne accenni e determini nessuna regola? Forse, è provenuto il silenzio da ciò che il Caro e que’ sommi letterati e scrittori amici di lui stimarono troppo tenue cosa questi secreti di prosodia e da non curarsene più chè tanto? Ma il fatto dimostra che invece i coetanei stessi del Caro e i poeti che più tardi usarono l’endecasillabo sciolto, o non posero mente a cotesti fini artificj o non li capirono quanto bisogna. Toccai qui sopra del verso monotono dell’. Non molto migliore ci riesce quello del Tasso nel Mondo Creato; mentre pieni di varietà e di acconcissima sprezzatura sono gli sciolti dell’Aminta. Ne’ noștri tempi, io già notava che meglio di tutti, per mio giudicio, à posseduto l’abilità del ritmo il e dopo lui il ed il ; ma nessuno dei tre, per tale rispetto, è da sovrapporsi al Caro e nemmanco da pareggiarglisi. Il Monti smarrisce non di rado la varietà volendo troppo cercare la piena sonorità e scorrevolezza. Gli altri scioltisti non s’avveggono nemmanco di questa dolce e recondita fonte dell’eleganza; il difetto della quale diverrebbe intollerabile ad ogni lettore, appena fosse educato ed abituato al fine senso della bellezza ritmica; nel modo che è intollerabile ai musici qualche accozzamento di note fuor delle leggi dell’arte loro. Io poi non pervenni subito alla cognizione esatta degli artificj del . Quindi il ritmo de’ primi Inni non fu variato e studiato come ebbi cura di fare più dopo. ct Chiunque non voltò mai pagina di questo libro e udì parlare dell’autor suo come d’un freddo o ostinato seguace e mantenitore della scuola classica; certo, a questa parola Idillj, subito gli entrerà in corpo il male dello svogliato e comincerà forte a sbadigliare immaginandosi sotto quel nome le solite pastorellerie e qualche immitazione smorfiosa e sonnifera o del greco o dello svizzero . Ma rassicúrati, lettor mio dabbene, chè qui non è ombra di tuttociò; ed io la zampogna di Titiro ò lasciata appesa insieme con la sua lira a quell’albero istesso donde la vide penzolare il Costanzo, or fa tre secoli e più. Sebbene, habent sua fata libelli; ed ò pur sentito celebrare e veduto co’ miei proprj occhj ripubblicare parecchie volte le del , le più nojose, ammanierate ed arcadiche veramente che fossero potute nascere in Roma sul monte Celio, nel bel mezzo del bosco Parasio e sotto l’innocente custodia dell’innocentissimo .
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