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La Scolastica

Ludovico Ariosto · 1857 · Free in the US

18,422 words · about 1 h 17 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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About this book

Author
Ludovico Ariosto
Language
Italian
Published
1857
Length
18,422 words · about 1 h 17 min
Sections
8 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (8)
  1. Front matter under 1 min
  2. Prologo primo about 4 min
  3. Prologo secondo about 2 min
  4. Atto primo about 11 min
  5. Atto secondo about 12 min
  6. Atto terzo about 14 min
  7. Atto quarto about 16 min
  8. Atto quinto about 19 min

Continue:

Front matter

BONIFAZIO, vecchio. | IPPOLITA, innamorata di Eurialo.

M. CLAUDIO, scolare. | STANNA, fantesca di Bartolo.

M. EURIALO, scolare, figliuolo | RICCIO, staffiere.

Prologo primo

Io son mandato a recitare il prologo D’una Commedia detta La Scolastica. Così volse l’autor nomar la favola, Apparecchiata per mostrarsi in pubblico, Per due scolar che in essa si contengono; Che non tanto occupati nelle lettere Eran, ch’in parte ancor non s’adoprassero, Come pur s’usa, in fatti delle giovane. Dico ch’io son mandato a far il prologo Da chi si ha tolto in compiacervi studio: Nel qual non ho a tener lo stil medesimo C’hanno tenuto questi nuovi comici, I quai non hanno fatto a lor commedie Argomento, o risposto alle calunnie

Che le sian date da qualche lor emulo, Come fe e come fe ; Ma si son posti a scalcheggiar le femmine A dritto ed a rovescio, pur toccandole Quanto posson nel vivo, ed in quel proprio Che non è bel da scriver. Nè comprendono Come l’impresa sia di poca gloria; Chè si sa ben com’elle sono facili Da superar, chè addietro si rovesciano Per poca spinta e non senza pericolo: Chè se ben non si rompon spalla o gombito, Avvien per la caduta che si gonfiano Spesso sì forte, che par un miracolo. Adunque, in vece d’argomento scrivere, Risponder a calunnie e donne offendere, Farà il prologo nostro un altro officio. Io dico, che poc’anzi il vostro comico Che rendesse alla terra il corpo, e l’anima All’eterno Motor, una Commedia Aveva principiata, e preparavasi, Com’avea fatto l’altre, trarla all’ultimo: Però ch’avéa sempre intento l’animo A farsi grata la mente del prencipe, Di forastieri, cittadini e nobili, Che di sue finzïon tutti godeano; E più volte n’avéan goduto in pubblico Ed in privato, tal che ancor sen laudano. Esso dunque mancato, mancò l’esito Alla favola, non già il desiderio A chi n’aveva veduto il principio. Di qui nacque, che molti amici intrinseci Del mancato poeta, si voltorono All’un dei tre fratelli che superstiti Gli restaron, pregandolo e strignendolo Che volesse dar fine a questa favola.

E ad uno argomento tutti andavano: Ch’era a lor stato un precettor medesimo, E ch’ambi avéan seguiti i stessi studii; E che il tempo non meno all’un propizio Era stato ch’all’altro, perchè varia Non molto era l’età. Questo allegavano; Ma cantavano al sordo. Conoscevasi Ei d’ingegno e di forze assai più debole, Che non bisogna a simil essercizio. Altro ci vuol ch’aver visto grammatica, Ed apparati gli accenti e le sillabe, Studiato la Poetica d’, E divorati quanti libri stampansi! È bisogno che ’l Ciel per quel s’adoperi, Ch’abbia da scriver versi e ornare i pulpiti Di bei suggetti. Ed oltre ancor avvidesi Come difficil fusse ed impossibile Indovinar ch’abbia voluto fingere Il primo autor dell’opra, per concludere Il cominciato oggetto; e persüasesi Che più facil saría farn’una d’integro. Altre ragioni ancora l’avvertivano A non ridursi sotto il contubernio Delli poeti, quando par che siano In questa nostra età com’un ludibrio. Non basta che sen’ passin senza premio Le lor fatiche e lor lunghe vigilie, Chè lor sono attaccate mille infamie. Dicon che li poeti sono increduli Delle cose divine, perchè parlano Talor di Giove e talora di Venere: Ma tai calunniatori poco pescano Al fondo. Ora non vô su tal materia Entrar più addentro, nè far il filosofo, Quando appena son atto a dir un prologo. Dicon piacersi ancor col bue e con l’asino. Io non intendo ben questo proverbio: Ma non è mal che d’ogni cosa facciasi

Quando bisogna. A torto gli condannano, Che qual sansuga il sangue vivo cavano A chi s’appiglian, che suoi versi ascoltino. Ma quai son quei che ne’ suoi fatti propii, Ove intervien la gloria, non si perdano? Sono lor date ancor altre calunnie, E pur a torto; in che non voglio estendermi. Restaro adunque satisfatti gli animi Degli prenominati, che voleano Ch’e’ si giungesse il fin alla Commedia. Ma dopo, molti giorni non passarono, Ch’ebbe notizia come ancora il prencipe Desiderava che tirata all’ultimo Pur l’opra fusse: e non già perchè intendere Glielo facesse, perchè un buon giudizio Potéa comprender, come sopra ho dettovi, Ch’egli non era a questo fatto idoneo. Dunque ogni studio, questo di cui parlovi, Pose in far cosa grata a sua eccellenzia: Nè sapendo a chi altri meglio volgersi, Con umil prieghi e lacrime delibera Tentar se del fratello può trar l’anima Alle parti superne, acciò che gli esplichi Il fine risoluto della favola. A lui dunque si volge, e di ciò pregalo, E la mente del prencipe fa intenderle, Col ricordarle il lungo e grato ospizio Avuto in la sua corte, con le grazie Che benigne le ha fatte senza novero. Tre volte e quattro avéa le sollecite Preci iterate, quando apparve in sonnio Il fratel al fratello, in forma e in abito Che s’era dimostrato sul proscenio Nostro più volte a recitar principii,

E qualche volta a sostenere il carico Della Commedia, e farle servar l’ordine. E disse: — Frate, i tuoi frequenti stimoli, Ma più la reverenzia del mio prencipe, M’ha tratto a dirti il fin della Commedia. Bisogna che tu intenda la memoria Sì ben, che sia bastante recettacolo Al molto ch’ancor resta per concludere. — Mancava a farsi giorno ancor buon spazio, Quando egli cominciò dal loco proprio Ov’era monca l’opra, e con bastevole Pronunzia la ridusse in fino all’ultimo, Quando si dice: — «O spettatori, andatene In pace;» — e ciò finito, in pace andòssene. E chi ascoltato avéa si levò subito; E già veggendo il sole i raggi porgere, Tal che luce potéa dare allo scrivere, Non si fidando ben della memoria, Non si volse levar di mano il calamo, Che scrisse il compimento della favola Come gli avéa dettato la santa anima. Ascoltarete adunque La Scolastica Fatta dal vostro poeta tutta integra: E quando vi paresse alquanto vario Lo stile aggiunto, non vi paja stranio; Chè non son però i morti a’ vivi simili. Dirànvi l’argomento, come sogliono Dirvi, quei primi che verranno in pulpito. Quei stiano attenti, a’ quali le commedie Piaccion: a cui non piacciano, si partino; Ovver, mirando questi volti lucidi Di tante belle donne, stiano taciti.

Prologo secondo

Vengo a voi solo per farvi conoscere Il nome dell’autor di questa fabula, Che La imperfetta con ragion si nomina;

Per ciò ch’ebbe principio dal medesimo Autore che ci diede la , La , il e li : Le quai commedie esser note vi debbono. Ora questa così imperfetta, avendola L’autor lasciata, con gli altri ben mobili, Al figliuolo, da lui come carissima Sorella fu accettata: indi fece opera Di farle fare un fine che al principio Fosse corrispondente; ma successegli Diversamente dal suo desiderio; In modo tal che gli fu necessario Pigliar la penna, e farsi anch’egli comico. E così, mentre ch’egli di amorevole Cerca d’aver il nome, qual è l’animo Suo, egli è ben come certissimo (sic) D’averlo d’arrogante e temerario, Che ardisca di por man ne la commedia De l’Arïosto, che è stato al mondo unico A’ tempi nostri. Oh come egli è difficile Il potersi salvar da le calunnie! Ma per lui ora mi piace rispondere E dirvi, che se ben sappiam che debole È il suo saper, a paragone massima- mente di un tanto autor e di un tal spirito; Pur, perchè alcuna volta vediam mettere Gamba di legno o man di ferro agli uomini; Le quali, ancor che sian tanto dissimili, Parmi non sol che non acquistin biasimo Ai facitori, ma ben laude e gloria, Come quelle che rendano il corpo abile A molte cose, a’ quai (sic) senza esse inutile

Saría del tutto: adunque la causa eccovi Che l’indusse a finir questa Commedia. Or parmi esser qui molti che vorrebbono Sapere dove insieme si congiungano Le parti de l’autor primo e de l’ultimo. Ve lo direi volentieri; ma impostomi Ha questo nuovo autore ch’io stia tacito, Per esser qui persone di giudizio Grande e d’ingegno, a’ quai darei da ridere S’io lor dicessi quello che chiarissimo Da sè si mostra. Oltra che, dir potrebbono: — Vedi quanta esser debbo l’ignoranzia Di costui, come sciocco, che si reputa Che da noi stessi non siam per discernere Il ner dal bianco! — E perchè il ver diríano, Egli vi priega, e vel dimanda in grazia, Che scusar lo vogliate; promettendovi Che avrete gran piacer di questa fabula, Nè recitata mai, nè molto simile A l’antiche di o di . Siategli, dunque, grati e favorevoli, Stando ad udire il tutto con silenzio.

Atto primo

Bonifacio.M’incresce che vogliate, messer Claudio, Così partirvi; non perchè mi manchino Altri scolari a ch’io possi la camera Mia locar, che n’ho molti che la vogliono;

Ma perchè in questi pochi giorni postovi Avéa amor; chè mi paréa che proprio Voi mi fussi figliuol. Claudio.Io vi ringrazio Di cotesto buon animo, e in perpetuo Ve n’ho d’aver, dovunque io sia, grand’obbligo. E veramente, non minor molestia Sento io di lassar voi, che voi me: e abbiatelo Per certo, che la dolce ed amorevole Natura vostra m’ha stretto d’un vincolo Con voi sì forte di benevolenzia, Che, fin ch’io viva, nol credo disciogliere. Bonifacio.Onde nasce cotesta così subita Volontà di partirvi? Claudio.Dalla solita Disgrazia mia, ch’ovunque io vo mi seguita. E perchè non crediate, Bonifazio, Che a tal partenza leggerezza d’animo Mi muova, o ch’io la faccia voluntaria, Io vi dirò quel che però a molti uomini Io non direi; ma non debbo nascondermi A voi, ch’in luogo di padre vi reputo. Or ascoltate. Bonifacio.Io v’ascolto. Claudio.A principio Che da mio padre fui mandato a Studio, Da Verona, la quale è la mia patria, A Pavía andai, e con un messer Lazzaro, Che vi leggéa la sera l’Ordinaria, Mi messi in casa. Quasi in un medesimo Tempo ci venne anco messer Eurialo, Figliuol di questo vicin vostro Bartolo, Che, come io, pur quell’anno entrava in Studio. Quivi s’incominciò quell’amicizia, Quella fraternità fra noi, che dettavi Ho più volte. Bonifacio.Che forse fu potissima Cagion di farvi venir qui?

Claudio.Confessovi Che ne fu in parte, ma non già potissima. Udite pur; che ben vi farò intendere Il tutto. Avéa il dottore una bellissima Figliuola, ed ha, nominata Flamminia; La qual non viddi prima, ch’ardentissima- mente di lei m’accesi, ed ella il simile Fece di me. Sol non venimmo all’ultime Conclusïon, chè il padre, con gran studio, E la madre dì e notte la guardavano; E mi giovava poco che la balia Sua m’ajutasse; e m’ajutasse Eurialo Ancora, ma con qualche più modestia E più secretamente. E questo uffizio Parte facéa mosso dall’amicizia, Parte perchè da me n’avéa buon cambio; Che col mio mezzo si godéa una giovane Bella e molto gentil, ancorchè d’umile Grado fosse, la qual stava ai servizii Quivi d’una contessa, a cui domestico Era io molto ed amico, e con cui simile- mente stava una donna della patria Mia, che famigliar m’era ed intrinseca, E ne potéa disporre; e disposine In guisa, che le fece far tal’ opera Che in pochi giorni al suo disegno Eurialo Venne. Or tornando al caso mio, brevissimo Fu il mio piacer. Non potè andar sì tacita La cosa, che la madre ad avvedersene Non cominciasse, ed indi messer Lazzaro: Il qual, come prudente, alcuna collera Di ciò non dimostrando, trovò idonea Causa, e diversa da quella, di spingermi Di casa sua, con onesta licenzia. Io, pur seguendo l’impresa, e avvolgendomi Per quella strada con troppa frequenzia, E molte volte sul canto fermandomi, E facendo atti e cenni che dar carico

A tutta quella famiglia potevano, Feci sì che ’l dottor si pose in animo Di far ch’io non stessi in Pavía; e successegli: Ch’indi a pochi dì occorse ch’in le pratiche Del rettore, una notte, un uomicidio Fu fatto. Io mi trovai quella notte essere Là presso, e al rumor corsi: il dottor subito Mi fece dar la colpa, indi procedere Contra; e in un tratto fui per contumacia Condennato, e fu forza di fuggirmene, E de’ studenti amici e gentiluomini Lasciar le compagníe: ma più increscevole Mi fu perder la vista di Flamminia. E se non fusse stato che con lettere Spesso novella me n’ha dato Eurialo, Non so come sì longa resistenzia Potuto avessi fare al desiderio Che notte e dì mi rode, affligge e macera. Bonifacio.Se l’amavate tanto, domandargliela Per moglie dovevate. Forse data ve L’avrebbe: e che nol fêste maravigliomi. Claudio.Né di domandargliela ne di prenderla Avrei avuto ardir senza licenzia Di mio padre, che vivéa allor; e dubbio Non è, che ciò mio padre consentitomi Mai non l’avría: del qual sapeva l’animo Esser, che prima io finissi il mio studio E che m’addottorassi, indi in la patria Darmi, a suo modo, una moglie ricchissima. Bonifacio.Ora che senza padre siete libero, Perchè coi vostri amici non fat’opera Ch’egli pur ve la dia? Claudio.Scrissi ad Eurialo A’ dì passati, che ne fêsse pratica; E la risposta sua mi fe da Padova Levar incontinente, e qui venirmene: Perch’egli m’avvisò che messer Lazzaro, Poichè a Pavía levato era il salario

Alli dottor, nè più si facéa Studio, Per le guerre che più ogni dì augumentano, Avéa tramato, per mezzo di Bartolo Suo padre, d’esser condotto qui a leggere; E che l’avéa ottenuto, ed era in ordine Con tutta la famiglia per venirsene; E che l’abitazion sua doveva essere Qui nella casa lor: e confortavami Che anch’io mi ci trovassi; chè in presenzia Si fan meglio le cose, che con lettere. Per questa causa era venuto, e postomi In casa vostra, per potere... Bonifacio.Intendovi. Claudio.Meglio fruir la vista di Flaminia. Bonifacio.Nè potevate aver luogo più comodo. Claudio.Poichè son qui, mi par che più non seguiti Che s’abbia a fare in questa terra Studio. Poi gionse, come voi sapete, Eurialo L’altrieri, ed apportò che messer Lazzaro È condotto e che debbe andar a Padova, E che la via del Po, che va a Vinegia, Farà, senza altrimenti qui venirsene. Bonifacio.Oh! questa è, dunque, la cagion che Bartolo, Che molti giorni era stato espettandolo, Questa mattina s’è partito, e dicono Gli suoi di casa, che va fin a Napoli? Claudio.Potete or, senza ch’io ’l dica, comprendere Che m’induca, mi sforzi e mi necessiti A partir da Ferrara, ed ir a Padova. Ma, per non perder tempo, anderò a intendere, Qua dove i carrattieri si riducono, S’a Francolino è burchio per Vinegia Che parta oggi o domani; ch’io voglio essere, S’io potrò, prima là di messer Lazzaro. Bonifacio.Gli è ben ch’io torni in casa, e facci cuocere Il disnar, sì che possa ir a tavola Come ritorni. Ecco il figliuol di Bartolo,

Che vien in qua. Vô intendere se Bartolo È partito. Buon dì, messer Eurialo.

Eurialo.Dio ve ne renda cento, Bonifazio. Bonifacio.Èssi partito? Eurialo.Or ora; non debb’essere Ancora al ponte. Bonifacio.Com’ha egli indugiatosi Tanto, ch’omai credéa fusse a San Prospero? Eurialo.Gli avéa promesso di prestar quell’asino Di Giannolo un caval, ch’iersera, udendolo, Era Pegaso; e poi gli voléa mettere Sotto una mula, che sta come un trespolo In tre piedi, viziosa più che ’l diavolo. Bonifacio.Com’ha egli fatto? Eurialo.Siamo iti a uno stallatico, Ch’andando verso il ponte è, credo, l’ultimo; E quivi ha avuto un ronzino, c’ha un ambio Miglior del mondo, ma sì mal in ordine, Che più d’un’ora siam stati acconciandogli Cinghie, staffili, pettorale e redine. Al fin pur l’ho messo a cavallo, e vassene; Che Dio il conduca. Bonifacio.E andarà solo? Eurialo.Aspettalo A Bologna un famiglio, ch’al servizio Nostro stette altre volte, e apparecchiatogli Ha dui cavalli da vettura, ch’ottimi Son da vïaggio, secondo il suo scrivere. Giunto in Bologna, fa pensier fermarvisi Tre giorni o quattro, tanto che vi capiti Alcuna compagnia che vada a Napoli.

Bonifacio.E che buone faccende così il menano? Eurialo.Già molti anni n’ha voto. Messer Claudio È in casa? Bonifacio.Non. Eurialo.Com’egli torna, diteli Ch’io vô che mangi meco alla domestica Questa mattina. Bonifacio.Gliel dirò. Voletemi Comandare altro? Eurialo.Non altro. Bonifacio.(Dovendoli Dar costui disinar, meglio è non cuocere Quelle starne. Io vo a dir che non si mettino Più al fuoco.) Eurialo.Colui là mi pare Accursio. È egli non? Senza dubbio, egli è Accursio, Il mio famiglio, che dietro restatomi Era a Pavia, per far miei libri mettere E miei forzieri in nave. Alcuna lettera Arrecata m’avrà della mia Ippolita. O vita mia, quanto duro e difficile M’è il non poter vederti! Fia impossibile Che senza la tua vista io possa vivere.

Eurialo.Quando giugnesti? Accursio.Io giungo ora. Eurialo.Hai tu lettere? Accursio.N’ho così poche, che so appena leggere, Avvenga che con voi sia stato in Studio. Eurialo.Non motteggiar: m’hai tu portate lettere Della mia vita? Accursio.Messer no. Eurialo.Farestime Ben maledire e rinnegare e rompere La pazïenzia. Ma tu ridi? Dammile,

Non mi voler tormentar; chè credibile Non è che stato tu fussi tant’asino, Che senza farle motto in qua venutone Fussi; nè t’avrebbe ella, senza scrivermi, Lasciato mai così venire. Accursio.Fecile Motto pur troppo, e pur senza sue lettere Io son venuto. Eurialo.Oimè! com’è possibile? Io vô ben dir... Ma tu pur ridi? Accursio.Or ridere Non posso e non aver però sue lettere? Ma s’io avessi di lei meglio che lettere? Eurialo.E che sarà? Accursio.Ve lo dirò; ma ditemi Voi quando il vecchio sia per gire a Napoli. Eurialo.Si parte or ora per andarvi, ed essere Non può lontano ancora un miglio. Accursio.Ditemi Il ver? Eurialo.Io ’l dico: s’è partito. Accursio.Díagli Dio buon viaggio. Ora, messer Eurialo, Potete dir che siate felicissimo Per la sua andata. Eurialo.E come? Accursio.Era pericolo, Se non si partiva oggi, ch’ove gaudio V’arò portato, portata molestia V’avessi e briga. Eurialo.C’hai portato? Accursio.Volsivi Dir ch’avéa condotto, chè gravatomi Troppo arebbon le spalle. Eurialo.Orsù, espediscimi. Accursio.S’io vi dicessi che venuta Ippolita Fusse in Ferrara, vi parría miracolo?

Eurialo.Come è venuta? Accursio.In nave. Eurialo.La mia Ippolita È in Ferrara? Accursio.È in Ferrara. Eurialo.Ov’è? Accursio.Lasciatala Ho in San Polo, e m’aspetta fin che a rendere Le vo risposta. Eurialo.Non ti posso credere S’io non la veggo. Accursio.Venite, e vedretela. Eurialo.Come è così venuta? Accursio.In nave, dicovi. Eurialo.Non ti domando cotesto; dimandoti Per qual via, e come di casa partitasi Sia de la sua padrona? Accursio.Per la solita Via ch’usan gli altri, è venuta, e debb’essere Uscita per la porta. Eurialo.Tu mi strazii E mi dileggi, gaglioffo! Accursio.Anzi dicovi La verità, nè mi volete credere. Eurialo.Ella è venuta certo? Accursio.Certo. Eurialo.O anima Mia cara, o vita mia! Mi sento struggere, Mi sento il cuor liquefar di letizia. Ma dimmi un poco la cosa per ordine. Accursio.Ve la dirò, se m’ascoltate. Eurialo.Ascoltoti. Accursio.Io ritrovai la Veronese, e dissile Ch’io m’era per partir il marti prossimo (Questo fu un venerdì); sì che se Ippolita Voléa scriver, scrivesse. Ella, con lacrime Su gli occhi e tutta infiammata di colera, Si scusò non poter far questo uficio,

Perchè dalla contessa quel dì proprio Era stata di casa con suo obrobrio Cacciata; e questo, perchè alcun’ malevoli Le avéan scoperto l’amor e il commerzio Che con voi per suo mezzo tenéa Ippolita, E che rumore e pugni avéa la giovane Avuti, ed era per averne in copia: Ma pur per altra via le faría intendere Quel che detto io l’avéa. Poi, la medesima Sera venne a trovarmi con dui piccioli Forzieri e un sacco pien di massarizie, E mi pregò ch’io li facessi mettere In nave con le robbe vostre. Tolsigli, Non pensando altro. L’altro dì, che sabbato Fu, sentíi dir per la città, ch’Ippolita E che la Veronese fuggite erano Da la contessa, e dove non sapevasi. Io me ne posi, a dirvi il ver, fastidio, Ancora ch’io pensassi ch’elle fussino Venute a questa via; ma dei pericoli Stava in timor, ch’incontrar lor potevano Nel cammin. Eurialo.Gli è, per certo, stato l’animo Lor gagliardo. Accursio.Anzi audace e temerario. Eurialo.Anzi pur grato, benigno, amorevole. Accursio.Io feci pôr le robbe in nave, e messimi Alla via, e quando si fermammo al dazio Di Piacenza, trovai che m’aspettavano. Eurialo.Non è già il primo nè il secondo indizio, Ma sì bene il maggiore che mai datomi Ha dell’amor che mi porta. Ma seguita. Accursio.Quindi la feci tôrre in nave, ed hovvela Condotta; ma al côr sempre avuto un stimolo Ho, che dalla patrona sua venissemi Alcun famiglio dietro; o che levatami Tra via fusse altrimenti; o che, trovandosi Qui vostro padre, voi darle ricapito Non potessi; e che in luogo di letizia,

La sua venuta affanno dovess’esservi. Eurialo.La sua venuta in ogni tempo, o fussevi Mio padre o non ci fusse, non puot’essermi Se non giocunda; e senza fin ringraziola. Accursio.Meglio m’è tornar dunque, e far che vengano. Eurialo.Dove? Accursio.Qui in casa. Eurialo.In casa non, domine. Non sai come Piston è rincrescevole? Diría ch’io cominciassi presto. Accursio.Oh diavolo! Mi maraviglio ben di voi! Voletevi Lasciar a un sciagurato sottomettere? Non siete ormai più fanciullo: mostrateli Che voi volete esser padrone; e fategli, Se vi vuol sopraffar, parer un asino. Eurialo.Se ’l vecchio fusse sì lontan, che dubbio Del suo tornar non avessi pel scrivere Di costui, la farei secondo l’animo Tuo: ma sii certo ch’a un’ora medesima, A un tempo, a un punto ch’elle in casa entrassino, Mandaría dietro al vecchio, e querimonia Nè faría tal, che lo faría rivolgere. Meglio è che troviam lor oggi una camera, In compagnía di qualche buona femmina. Accursio.Buona? E dov’è? Eurialo.Che ne so io? volsiti Dire delle men rie che si ritrovino. Accursio.In questo mezzo, vi par ch’elle debbiano Star in chiesa digiune, o si riducano Coi frati alla piatanza in refettorio? Ma facciamo altrimenti. Eurialo.Come? Accursio.Dicasi In casa, che le son di messer Lazzaro La moglie e la figliuola, che doveano Venire, e scrisson poi che non venivano Più. Dichiamo or che di nuovo mutate si Sono, e che pur Ferrara veder vogliono

Prima che passin per andar a Padoa. Eurialo.Tu parli ben; ma come verisimile Potrà parer che senza messer Lazzaro Siano venute, e che seco non abbino Almeno una fantesca? Accursio.Messer Lazzaro, Con la famiglia e robbe diremo essere Ito per l’altro Po che va a Vinegia; Chè com’uom c’ha rispetto ed avvertenzia, Non ci vuol dar molta spesa. Lasciatemi Pur governar questa cosa. Eurialo.Governala Come ti par. Accursio.Dateli voi principio. Andate a ritrovar Pistone, e ditegli Che gionta è la moglier di messer Lazzaro, Con la figliuola, a San Polo, e che vengono; E che io son corso innanzi ad annunziarvelo, E ch’io lor torno incontra. Ed aspettatemi In casa; e fate intanto che le camere Si spazzino, e gli letti si rassettino, E le spalliere ai luoghi lor s’attacchino; E voi mostrate gran sollecitudine, Come se veramente vi venissero Persone a casa di rispetto; e siavi, Più ch’altro, a cuor ch’abbiamo bôna tavola. Eurialo.Tu, che farai? Accursio.C’ho a far, se non tornarmene Là dove l’ho lasciate, e dir che venghino? Eurialo.Or va, ma prima avvertisci ed informale. Accursio.L’avvertirò; ma d’informarle ufizio Vostro serà. Eurialo.Non ciarlar; instruiscile, Di ciò ch’elle hanno a dir ed a rispondere. Accursio.Le farò dotte, ed in modo, che credere Si potrà che allevate sieno in Studio.

Ma udite: quasi m’era di memoria Uscito che la Veronese, avendole Io detto a caso che qui è messer Claudio, M’ha imposto ch’io vi preghi e che di grazia Dimandi, che facciate che non sappia Che sieno in questa terra ella nè Ippolita. Eurialo.Perchè? Accursio.Mi penso che sia perchè, avendola Posta con la contessa messer Claudio, La si vergogni, e le paja che carico A lui ritorni questo, che fuggitasi La se ne sia, e sviata abbia Ippolita. Ed appresso m’ha detto, che volendole La contessa mandar dietro, non dubita Mandarà a Ferrara; e qui trovandosi Messer Claudio, farà il messo ricapito A lui, siccome ad uomo che amicissimo Sia della sua padrona e molto intrinseco. Eurialo.Non sa la Veronese, non sa Ippolita Che se della contessa è messer Claudio, Che gli è più mio, nè mai sería per môvere Lingua di cosa ove credesse offendermi? Accursio.Ma non sapete voi, che messer Claudio Meglio dirà che non ci son, credendosi Di dir la verità, che conoscendosi Bugiardo? e meglio le parole vengono Che si parton dal côr, che quelle ch’escono Sol dalla bocca, a la intenzion contrarie? Eurialo.Tu pensi ben. Or dille che non dubiti; Chè, poichè non le par, non son per dirglielo.

Atto secondo

Bonifacio.(Meglio è ch’io vada in piazza, e ch’io faccia opera Col bidel, che mi truovi alcuno giovane Costumato e dabbene, a ch’io le camere Mie lochi; chè, volendo messer Claudio, Come dice, partir, vuote non restino.) Pistone.Vô uscir di casa, nè prima lasciarmici Oggi trovar, che sian sonati i vesperi. Bonifacio.(Ecco la feccia di quanti si trovano Famigli negligenti, temerarii E cianciator. Non so come potutolo Abbia sì longamente patir Bartolo.) Pistone.(Dovéan mandar un messo innanzi, o scrivere, E darne almen d’un mezzo giorno spazio. Gli è un mese che non sento altro, che vengono, Non vengono. Al fin pur venuto è il vengono, Ed è venuto quando con più incomodo Nostro ha potuto venire. Or mangino Di quel ch’è in casa; e faccin come possono: Ch’io non so come provveder sì subito; Nè sapendol, ci ho tempo; che m’importano Più le faccende che ’l padrone impostomi Ha, che l’apparecchiar credenze e tavole.) Bonifacio.Che vuol dir questo apparecchio? Pistone.Ci vengono Forastieri. Bonifacio.E chi son? Pistone.Non posso dirlovi. Bonifacio.Perchè? Pistone.Perchè ha commesso in casa Eurialo, Che non si dica fuor.

Bonifacio.Fatti in qua, dimmelo Dentro l’orecchio: ma non volse intendere Di me. Pistone.Nol so: ha ben commesso in spezie Che non si dica a questo vostro giovane Che vi sta in casa. Bonifacio.E perchè? Pistone.Voglio dirlovi Pur come egli è: di voi disse il medesimo, Che non vi si dicesse. Bonifacio.È egli possibile? Pistone.Gli è com’ vi dico: ma a sua posta, vogliolo A voi dir, ogni modo, chè vi reputo De’ nostri. Poi la cosa non veggo essere Tanto importante, ch’io la debba ascondere: E gracchi quanto vuol. Son gli medesimi Ch’a questi dì aspettammo, che poi scrissono Che non voléan più venir: or ci giongono Addosso alla sprovvista, quando Bartolo È partito. Bonifacio.E chi son? pur messer Lazzaro, Quel dottor da Pavia? Pistone.Non messer Lazzaro, Ma la mogliere e la figliuola. Vogliono Veder Ferrara. Montati a Fellonica, Son nelle navi del mercato; e vengono Elle due, e con lor solo è il nostro Accursio, Senza più. Bonifacio.E dove resta messer Lazzaro? Pistone.Va giù per l’altro Po: non ci vuol, dicono, Dar tanta spesa. Bonifacio.Debbe esser che misero,

Se si va assottigliando in cose minime! Pistone.Anzi pur grandi, sì che già m’increscono. Bonifacio.Staranvi assai? Pistone.Cinque o sei giorni. Espettano Un vecchio lor di casa, che debb’essere Qui presto, il qual poi le conduca a Padova. Bonifacio.Perchè non vuol che si sappia? Pistone.Al giudicio Mio, queste donne, perchè qui si veggono Senza serve e famigli, si vergognano. Ma voglio andar. Bonifacio.La via è espedita e libera. Pistone.Ma, per dio, questa cosa, Bonifacio, Stia in voi. Bonifacio.Non dubitar, chè segretario Non potresti trovar di me più tacito. — Quel ch’egli ha detto a me, se cento vogliono Saper, lo diría a tutti; ma ponendovi Patto però, ch’ad altri non ridicano. E di quel ch’egli afferma, ch’abbia Eurialo Commesso che nè a me, nè a messer Claudio In spezie, se ne parli, si può credere Che se ne menta: ma quest’è il suo solito Di sempre rapportar ciarle, e di spargere Zizzanie, ed attaccar risse e discordie, Col malanno che Dio gli dia. Ma debbono Esser queste le donne che s’aspettano Qui; chè con lor veggio che viene Accursio. Vô veder se però questa Flamminia È bella come la fa messer Claudio, E s’egli ha avuto in amar bôn giudicio.

Veronese.I gesti e detti vostri si conformino Con quel ch’abbiamo disegnato, Ippolita; Sì che nè questi altri famigli accorgersi Nè queste serve, c’hanno in casa, possano Che noi non siamo quelle che ’l nostro utile Comun richiede che debbiamo fingerci. Ippolita.Saprò ben far io per me. Veronese.Sì, se Eurialo Non ci fusse. Accursio.Anzi il farà meglio, essendoci Egli, di non usar atto, o riguardandolo Più del dovere, o accennando, o ridendogli In viso, motteggiandolo, che liquido E chiaro faccia altrui che fra lor s’amino. Ippolita.Se ci sarà persona a cui sia debito D’aver rispetto, io starò cheta ed umile Con gli occhi bassi, che parrò una monica. Accursio.Ecco la casa là del nostro Eurialo. Ippolita.O cuor mio caro, o vita mia! Difficile Sarà potermi tener di non correre Ad abbracciarlo. Veronese.Vedi come, Accursio, M’è costei bene ubbïdiente! Ippolita.Affrettati, Vecchia; cotesto passo di testuggine Allunga un poco. Vuoi che stiamo a giungere A quella casa cent’anni? Accursio.È impossibile, In somma, che agli amanti legge mettere Si possa. Ecco siam pur a casa: entrateci. Ippolita.Entrate, madre. Veronese.Va là, ch’io ti seguito, Figliuola. Accursio.Non mi dispiace il principio.

È assai bella, per dio, e ha gentil’aria. Ma che tard’io di cercar messer Claudio, Tanto ch’io il trovi, sì ch’altri non l’occupi E gli dia prima di me questo annunzio? Ma dove il cercarò? Potría, dovendosi Partir domani, o forse bene oggi, essere Ito a pigliar dai dottori licenzia, E dai compagni; o farsi far le polizze Delle sue robe in gabella. Più facile, E più sicur sarà star qui, e non perdere Questa fatica. Non può star... Ma eccolo, Eccol, per dio: gli è desso. Or apparecchisi Di darmi il beveraggio, ch’io lo merito.

Claudio.Non so se dica il ver, ma mal credibile Mi par però che senza messer Lazzaro Debban venire. Ma sia il ver che venghino, Perchè ha così commesso in casa Eurialo A quanti ve ne son, che non mel dicano? Se non vuol pur che gli altri fuor l’intendano (Chè la causa non so, nè immaginarmela Posso), non dovría almeno a me nasconderlo. Ma sono appresso ove posso chiarirmene. Bonifacio.Che mi volete pagar, messer Claudio, Se una novella vi do che gratissima Vi sia? Claudio.La so; chè ’l servitor di Bartolo, Che m’ha trovato su quel canto, dettala Me l’ha. Bonifacio.Ve l’ha detta Piston?

Claudio.Piston dettami L’ha. Bonifacio.Guata bestia! mi prega di grazia Ch’io non vel dica; poi vien’egli a dirvela. Claudio.Così ha pregato me ancora, che tacito Io me ne stia, nè con altri il comunichi: Ma non gli credo. Bonifacio.Sopra me credetegli, Perch’egli è vero; nè sì poco giongere Potevate più tosto, che veduto le Avreste entrar là dentro. Claudio.Voi vedute le Avete? Bonifacio.Con questi occhi. Claudio.Raffermandomi Voi d’averle vedute, posso crederlo. Chi è con lor? Una serva almen non abbiano? Ben è mutato in tutto messer Lazzaro Di natura. Le mosche che volavano In casa, già in sospetto lo ponevano; Nè mai sarebbe uscito se Flaminia Non avea prima chiavata in la camara. Bonifacio.Chiavata? Claudio.Io parlo onesto: ora intendetemi Ancora onestamente. E poscia a cintola Ne portava la chiave, nè fidavasi Della moglier, e appena di sè proprio. Sì che mi par sentir come un miracolo, Che senza la sua guardia ora lasciatala Abbia venir qui, dove vecchi e giovani, Tutti generalmente dati all’ozio, Non hanno altro pensier nè altro esercizio, Che tuttavía sollecitar le femmine: Le quai, più qui che in altro loco libere E di dir e di far ciò ch’elle vogliono, Li forastieri ai lor costumi avvezzano, Da non poter Lucrezia nè Virginia, Se ci venisson, servar pudicizia. Bonifacio.Ah! non dite cotesto, chè grandissimo

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