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NEBBIA, | servi. | VOLPINO, | servi.
CORBO, | FULCIO,
CORISCA, | fanciulle. | BRUSCO, | villano
Prologo
Questa Commedia, ch’oggi recitatavi Sarà, se nol sapete, è la Cassaria, Ch’un’altra, già vent’anni passano, Veder si fece sopra questi pulpiti: Ed allora assai piacque a tutto il popolo, Ma non ne riportò già degno premio; Chè data in preda a gl’importuni ed avidi Stampator fu, li quali laceraronla, E di lei fêr ciò che lor diede l’animo; E poi per le botteghe e per li pubblici Mercati a chi ne volse la venderono Per poco prezzo; e in modo la trattarono, Che più non paréa quella che a principio Esser soléa. Se ne dolse ella, e fecene
Con l’autor suo più volte querimonia; Il qual mosso a pietà delle miserie Di lei, non volle alfin patir che andassino Più troppo in lunga. A sè chiamòlla, e fecela Più bella che mai fosse, e rinnovatala Ha sì, che forse alcuno che già in pratica L’ha avuta, non la saprebbe, incontrandosi In lei, così di botto riconoscere. Oh se potesse a voi questo medesimo Far, donne, ch’egli ha fatto alla sua favola; Farvi più che mai belle, e rinnovandovi Tutte nel fior di vostra età rimettervi! Non dico a voi che sete belle e giovani, E non avete bisogno di accrescere Vostre bellezze, nè che gli anni tornino Addietro, ch’or nel più bel fior si trovano, Che sian per esser mai: così conoscerli Sappiate, e ben goder prima che passino! Ma mi rivolgo e dico a quelle ch’essere Vorrían più belle ancor, nè si contentano Delle bellezze lor: che pagherebbono, S’augumentarle e migliorar potessino? Che pagherían molt’altre ch’io non nomino? Le quai non però dico che non sieno Belle; ben dico che potrebbon essere Più belle assai: e s’elle hanno giudizio E specchio in casa, dovrían pur conoscere Ch’io dico il vero: chè se ne ritrovano Infinite di lor più belle; e i bossoli, E pezze di Levante, chè continua- mente portano seco, poco giovano: Chè se la bocca, o il naso, grande o picciolo Hanno più del dovere, o i denti lividi, O torti o rari o lunghi fuora d’ordine, O gli occhi mal composti, o l’altre simili Parti in che la bellezza suol consistere, Mutar non li potrà mai lor industria. Che pagheríano quelle? A quelle volgomi Che soleano esser sì belle, quando erano In fiore i lor begli anni; quelli sedici O quelli venti. O dolce età, o memoria Crudel, come quest’anni se ne volano!
Di quelle io parlo che nello increscevole Quaranta sono entrate, o pur camminano Tuttavia innanzi. O vita nostra labile! Oh come passa, oh come in precipizio Veggiamo la bellezza ire e la grazia! Nè modo ritroviam che la ricuperi; Nè per mettersi bianco, nè per mettersi Rosso, si farà mai che gli anni tornino; Nè per lavorar acque, che distendano Le pelli; nè, se le tirassin gli argani, Si potrà giammai far che si nascondano Le maladette crespe, che sì affaldano Il viso e il petto, e credo peggio facciano Nelle parti anche che fuor non si mostrano. Ma, per non toccar sempre, per non essere Addosso a queste donne di continuo (Benchè toccar si lasciano, e si lasciano Esser addosso, nè se ne corrucciano; Sì di natura son dolci e piacevoli!). Voglio dir due parole ancor ai giovani; E dir le voglio a quei di corte massima- mente, li quali han così desiderio D’esser belli e galanti, come l’abbiano Le donne; e con ragion, chè ben conoscono Che in corte senza la beltà e la grazia, Nè mai favor nè mai ricchezze acquistano. Altri per altri effetti esser vorrebbono Belli: l’intenzïon perchè lo bramino Così, non vô cercar. Ma tollerabili Simili volontà sono ne’ giovani Più che ne’ vecchi: e pur non meno studiano Alcuni vecchi, più che ponno, d’essere Belli e puliti; e quanto si fa debole Più loro il corpo (chè saran decrepiti Se pochi giorni ancora al mondo vivono), Tanto più fresco e più ardito si sentono E più arrogante il libidinoso animo. Hanno i discorsi, i pensieri medesimi,
Le medesime voglie e i desiderii Medesimi che ancor fanciulli avevano; Così parlan d’amor, così si vantano Di far gran fatti; non men si profumano, Che si facesson mai, non meno sfoggiano Con frappe e con ricami; e per nascondere L’età, dal mento e dal capo si svellono Li peli bianchi: alcuni se li tingono; Chi li fa neri e chi biondi, ma varii E divisati in due o tre dì ritornano: Altri i capei canuti, altri il calvizio Sotto il cuffiotto appiatta; altri con zazzere Posticcie studia di mostrarsi giovane; Altri il giorno due volte si fa radere. Ma poco giova che l’etade neghino, Quando il viso gli accusa e mostra il numero Degli anni, a quelle pieghe che s’aggirano Intorno a gli occhi; a gli occhi che le fodere Riversan di scarlatto, e sempre piangono; O a li denti che crollano o che mancano Loro in gran parte, e forse mancherebbono Tutti, se con legami e con molt’opera Per forza in bocca non li ritenessino. Che pagheríano questi se ’l medesimo Forse lor fatto, che alla sua Commedia Ha l’autor fatto? parrebbe lor picciola Mercede ogni tesoro, ogni gran premio. Ma s’avesse l’autor della Commedia Poter di fare alle donne ed a gli uomini Questo servizio, il quale alla sua favola V’ho detto ch’egli ha fatto (chè accresciutole Ha le bellezze, e tutta rinnovatala), Senz’altro pagamento o altro premio Lo farebbe a voi, donne; chè desidera Non men farvi piacer, che a sè medesimo. Ma molte cose si trovano facili A far per uno, che sono impossibili A far per alcun altro. Se in suo arbitrio Fosse di fare più belli e più giovani Uomini e donne, come le sue favole, Avría sè stesso già fatto sì giovane, Sì bello e grazïoso, che piaciutovi
Forse saría non men ch’egli desideri Che v’abbia da piacer la sua Cassaria. Ma se questo non può far a suo utile, Che non lo possa fare avete a credere A vostro ancora: se potesse, dicovi Da parte sua, che vel faría di grazia.
Atto primo
Nebbia.Io anderò: non vi bisogna prendere Nè spada nè bastone per cacciarmene: Tutti anderemo a un tratto, e sgombreremovi La casa. Orsù, andiam tutti; lasciamolo Solo, chè possa levare o malmettere, Ciò che gli pare, e senza testimonii. Corbo.La tua per certo, Nebbia, è una mirabile Pazzía, che fra noi tutti che a un medesimo Servizio siam, tu sol sempre contrario Ai disiderii ti opponi di Erofilo. E se stato ti sia di danno o d’utile Sin qui, omai pur ti doveresti accorgere. Col malanno, obbediscegli e compiacelo Di ciò che vuole. Infatti è figliuol unico Del padrone, ed abbiam sotto il dominio Suo da servir molto più lungo termine, Secondo il natural corso. A che diavolo Cerchi restare in casa tu, volendoti Egli mandar con noi fuor? perchè studi tu Fartelo di nimico inimicissimo? Nebbia.Se dal patron le commission strettissime
Avessi avute, c’ho avute io, non dubito Che faresti il medesimo. Corbo.Puote essere. Nebbia.E se mirassi ove io miro, parrebbeti Ch’io non facessi a bastanza. Corbo.Ove miri tu? Nebbia.Io tel dirò. Tu dovresti conoscere Questo rufian, che non è molto ch’abita In questa nostra contrada. Corbo.Conoscolo. Nebbia.Se ’l conosci, credo anco che veduto gli Abbi in casa due giovani bellissime. Corbo.L’ho vedute. Nebbia.Dell’una il nostro Erofilo È sì invaghito, che torría, potendola Aver, di dar quanto egli ha al mondo, e vendere Sè stesso; ma il ruffian, che il desiderio Conosce, e sa ch’è figliuol di Crisobolo, Dei ricchi mercadanti ch’abbia Sibari, Gliene chiede più il doppio, e passa i termini Di quel che pel dover gli dovría chiedere. Corbo.E che glie ne chiede egli? Nebbia.Non so dirtelo A punto: so che più dell’ordinario Assai gli ne domanda, che nè Erofilo Da sè, nè con gli amici, eccettüandone Il padre solamente, potría ascendere A sì gran somma. Corbo.Che farà? Nebbia.Grandissimo Danno a suo padre, e insieme a sè medesimo. Credo ch’abbia adocchiato o il grano vendere, Ch’a questi dì ci venne di Sicilia, O le sete o le lane o l’altre simili Merci, che in casa a fatica capiscono. Il consiglier, come sai, di tal pratica, È questo ladro di Volpino: immagina Il resto tu. Quel ch’a punto aspettavano È venuto, che ’l vecchio per tempissimo Questa mattina è partito, per irsene A Procida: essi, acciò che non si veggano Le trame loro, in casa non ci vogliono:
Or siam mandati a ritrovar Filostrato, Con iscusa che quei si vuol dell’opera Nostra servire in sue faccende. Corbo.Faccialo A che effetto si vuol, c’hai tu a pigliartene Più cura di noi altri? Se rubassino E vôtassin la casa, del residuo Sarà Erofilo erede, e non tu, bestia. Nebbia.Bestia pur tu, che non hai più di un asino Discorso. Dimmi, Corbo: se Crisobolo Torna, che fia di me? Ch’oggi, partendosi, Mi consegnò le chiavi della camera Sua, nella qual l’altre chiavi si tengono; E comandò, per quanto la sua grazia M’era cara e la vita mia, che a cintola Tuttavia le tenessi o nella manica, Nè le déssi a persona, e meno a Erofilo Che a gli altri, e ch’io non ardissi di mettere Mai fuor di questa porta il piede. Or vedi se Ben gli ubbidisco. Non dovea ancor essere Giunto al porto, che queste chiavi Erofilo Mi domandò, e le volle infin, dicendomi Che voleva cercar fra quegli armarii Di certo corno suo da caccia; ed ebbele; E forse tu ti ci trovasti. Corbo.Udivone Ben il romor, chè da dieci o da dodici Bastonate sentî... Nebbia.Fûr più di quindici E più di venti. Corbo.Che ti rassettavano Il basto, prima che volessi darglile; Ma non mi ci trovai già alla presenzia. Nebbia.Non mi ci fussi anch’io trovato! Avrebbemi Morto, s’io non gli le lasciavo. Corbo.Credolo. Nebbia.E che dovevo io far? Corbo.Darglile subito Che te le domandò; così uscir subito Di casa, che sentisti comandartilo. Avresti sempre col vecchio legittima Scusa, che fosti sforzarlo. Lo stimi tu
Così indiscreto e poco ragionevole, Che non conosca quanto poco idoneo Tu sia a voler contrastar con Erofilo, Giovane, altiero, appetitoso, ed unico Suo figliuol? Nebbia.Sì, per dio, gli fia difficile Di pormi tutta la colpa su gli omeri! Sì perchè gli è padron, sì perchè in genere Mi avete tutti voi di casa in odio; E non già in verità per miei demeriti, Ma sì per mia bontà; perch’io non tollero, Che ’l padron sia rubato. Corbo.Per tua pessima Natura pur, chè alcun farti benevolo Non sai. Nebbia.Qual vedi tu ch’abbia l’ufizio Mio in qualsivoglia casa, e non sia simile- mente da tutti gli altri avuto in odio? Corbo.Perchè voi sete tristi affatto, ed uomini Ribaldi tutti; chè i padroni sogliono Lo più rio che sia in casa, sempre scegliere, Se pagatori o dispensieri, ch’abbiano A provvedere alla famiglia, eleggono; Acciò d’ogni disagio che patiscono Li servidori, sopra voi si scarichi La colpa. Ma lasciamo ir questo. Informami Un poco d’una cosa: chi è quel giovane Ch’entrò pur dianzi in casa, a cui fa Erofilo Così onor? Nebbia.Del capitan di giustizia È figliuol. Corbo.Come ha nome? Nebbia.Egli si nomina Caridoro. Vorría quell’altra giovane, Ch’è in casa del ruffian; nè più di Erofilo Credo che modo si trovi da spendere, Se rubar similmente non s’industria Suo padre: e come consiglier di Erofilo È Volpino, così di questo giovane È un ghiottoncel suo servidor, che Fulcio
Ha nome, che sì bene ambi starebbono Su ’n par di forche, come il vino in tavola. Ma vedi, Corbo, le fanciulle, ch’escono Di casa del ruffian. Corbo.Di quale è Erofilo Innamorato? Nebbia.Di quella più prossima All’uscio: di quell’altra l’altro giovane. Corbo.Studiamo il passo, che se uscisse Erofilo E ci trovasse qui, di negligenzia C’imputerebbe, e forse adirarebbesi.
Corisca.Deh vieni, Eulalia, poichè non c’è Lucramo In casa; vieni un poco fuor: pigliamoci Questo spasso. Eulalia.Che spasso possiam, misere! Pigliar, che ricompensi la millesima Parte, Corisca, di nostra disgrazia? Noi siamo serve: la qual dura ed aspera Condizïon saría pur tollerabile, Quando d’alcuna persona noi fossimo Ch’avesse in sè umanitade e modestia; Ma fra tutti i ruffiani che si trovano Al mondo, non è un altro dispiacevole, Avaro, empio, crudele e pien di rabbia, Come costui, del qual la nostra pessima Sorte ci ha fatto schiave. Corisca.Pazïenzia, Sorella: non abbiam così in perpetuo A star però. Spero pur che ci levino Gli amici un giorno di questa miseria. Eulalia.E quando hanno a far questo, non avendolo Sin qui mai fatto? E come vuoi, partendoci All’alba noi domani, che lo facciano? Corisca.Io so ben quel che Caridor promessomi Ha tante volte, e tu sai quel che Erofilo Ha promesso a te ancora; e quanto ci amino Sapemo parimente.
Eulalia.Che promessoci Hanno, so ben; ma che attender ci vogliano Le promesse, non so; nè so che ci amino, Nè tu lo sai, chè lor non vedi l’animo: Ben sappiam questo, che amar ci dovrebbono. Corisca.Se dovrebbono amarci, essendo giovani Dabbene, come sono, tu dêi credere Che ci amino; ed amandoci, che facciano Quello che già mille volte promessoci Hanno. Eulalia.Io vorrei più tosto che negatoci Avessin mille e duo milia, e promessoci Di poi solamente una; chè più credito Lor presterei. Se l’hanno a far, che tardano? Non n’hanno voglia, Corisca, e si pigliano Piacer di darci la baja; e grandissimo Danno ci han fatto. Se stati non fussino Eglino, forse venuti sarebbono Degli altri, che manco parole datoci Avrebbono, e più fatti. Han fatto Lucramo Di maniera sdegnar, poichè vedutosi Ha menar alla lunga e che l’uccellano, Che a patto alcun non vuol più star a Sibari, Ed ogni modo domani a partircene Abbiam. Ma ritorniam dentro, assettiamo le Cose nostre, e facciamo quanto impostoci Ha il patron: non gli diam, per trascuraggine Nostra, cagion che la stizza e la collera Sfoghi sopra di noi. Corisca.Sorella, avendoci Noi a partir da Sibari, vogliamoci Senza far motto a gli amici partircene? Eulalia.Deh, se come tu di’, costor ci fossino Stati amici, io non credo che ci avessino, Sorella mia, lasciato a questo giungere, Che far lor motto e pigliarne licenzia Per partenza dovessimo; ma toltoci Di servitude avrebbono, e tenuteci Con esso lor in questa terra.
Corisca.Perdere Non vô la speme, ch’ancor non lo facciano. Eulalia.Torniamo in casa: poichè essi non vogliono Mostrarsi fuor, non è già convenevole, Che andiam noi loro a picchiar l’uscio. Corisca.Stiamoci, Eulalia, un poco ancora: non dovrebbono Tardar già però molto. Io sento muovere Quella porta: saran dessi. Eulalia.Sono. Corisca.Eccoli.
Erofilo.O Caridoro, tutti avranno prospero Successo li disegni nostri, essendoci Sì buono incontro, sì felice augurio Venuto innanzi. Caridoro.Queste sono, Erofilo, Queste son le serene e salutifere Stelle, che’l tempestoso e oscuro pelago De’ pensier nostri all’apparire acchetano. Eulalia.Noi dir cotesto a voi più veritevole- mente potremmo, che ben potreste essere Il nostro buon incontro, il nostro augurio Felice, e le serene e salutifere Nostre stelle, se a quel che di fuor suonano Le parole, gli effetti rispondessino. Larghi promettitori alla presenzia Voi siete. — Dammi qua la mano, Eulalia; — Dammi, Corisca, qua la mano. — Diamovi La mano; e l’uno dice: — Possa io essere Tagliato in pezzi; — quell’altro: — Poss’ardere Come le legna, s’io non fo che libera Tu sii domani, anima mia. — Deh, miseri Voi, se quei mali, a che, non osservando le
Promesse, vi condennate, venissero! Erofilo.Hai torto a dir così. Eulalia.Se gentiluomini Voi sete, e ricchi, non però noi povere Donne schernir dovreste, e di noi prendervi Giôco; ch’ancor che così la disgrazia Nostra ci guidi, non però d’ignobile Casato erâmo nella nostra patria. Erofilo.Non far, Eulalia, con questi rammarichi Il mio affanno più acerbo. Deh! non credere Che con l’intenzïone non si accordino Le parole, e che tutto il desiderio Nostro non sia di trarvi dal servizio Di quest’uomo bestial: ma così facile- mente non possiam farlo, nè sì subito, Come saría il nostro disegno e l’animo Buono. Perchè mi vedi d’onorevoli Panni vestito, ed odi che ricchissimo Mercatante è mio padre, tu t’immagini Che nelli suoi danari io possa mettere Mano a mia posta, ed a mio senno spendere. E questo che di me ti dico, dicoti Ancora di quest’altro: ambi a un medesimo Segno andiamo. Gli è vero che ci abbondano Le facultadi, ma non è in arbitrio Nostro disporne: ambi abbiam padre: pensati Che tenaci non men che ricchi sieno, E che non usin minor diligenzia In conservar la roba, che l’usassino In acquistar. Non mi è stato possibile Fin qui, per dio, di por la man su ’n picciolo. Ma poi ch’oggi mio padre pur scostatosi È da me un poco, chè per ire a Procida Questa mattina si partì, non dubito Di non ti far conoscer ch’io non simulo, Ma ch’io parlo di côr. Vô che mi pubblichi Pel più scortese, pel più ingrato e perfido Uom che sia al mondo, se domani... Eulalia.Ah Erofilo, Mal abbia il mio crederti tanto. Passano E gli oggi e gl’ieri tutti; pur non giungono Mai questi vostri domani.
Erofilo.Deh lasciami Finire; ascolta quel ch’io vô concludere. Dir non ti posso ogni cosa; ma renditi Certa e vivi sicura che più termine Non voglio che domani, a farti libera. Eulalia.Ancor che tu dicessi il ver (chè credere Non posso che lo diche, pur concedere Ti voglio che lo diche, e ch’abbi l’animo, E che abbi il modo ancor di farlo), ch’utile, Morta ch’io sia, mi potrai far, porgendomi La medicina con la qual soccorrere Non m’hai voluto mentre ho avuto l’anima Nel corpo? Tu non sai, forse, che Lucramo Vuol che domani ci partiam da Sibari? Erofilo.Non credo che sia vero. Eulalia.Perchè dirti la Bugía vorrei? Corisca.Noi ci partiam, credeteci. Erofilo.Ben credo che ve l’abbia detto Lucramo, Ma che ’l ver detto v’abbia non vô credere. Caridoro.Erofilo, che può nuocere a credere Che dica il ver? Veggiam se gli è possibile, Quel che s’avea domani a far, concludere Oggi. Eulalia.Oh, fate veder in guisa a Lucramo Questo che voi disegnate, che credere Vi possa: chè ben credo io, assicurandolo Voi che domani il danajo abbia a correre, Si fermerà. Erofilo.Poichè il vecchio levatomi È d’appresso, e tener gli occhi continua- mente non mi potrà addosso, io non dubito Di non fare ogni cosa. Vivi, Eulalia, Sicura che a partir non ti hai da Sibari, E che d’altro uomo tu non sei per essere Mai, se non mia. Caridoro.Ed io dico il medesimo A te, Corisca mia. Eulalia.Dio v’oda, e facciavi Perseverare in questa voglia, e mettere Le parole in effetto. Bene il debito Vostro saría d’amarci e di farci utile;
Chè da quel primo giorno che amicizia Con voi pigliammo, quanto i nostri proprii Cuori vi amammo sempre, e sempre abbiamovi, Come Dei nostri, avuti in riverenzia. Ma or non più, che non tornasse Lucramo E ci cogliesse qui. Erofilo.Non credo passino Molte ore, che potrai star meco libera- mente. Eulalia.Dio il voglia. Corisca.Ed io? Caridoro.Non men si pratica Il tuo ben, vita mia, che quel di Eulalia. Corisca.Con questa speme andrò. Caridoro.Va di buon animo. Eulalia.Addio, Erofilo. Erofilo.Addio, cara mia Eulalia.
Erofilo.Ch’io non la faccia chiara del grandissimo Ben ch’io le voglio, e ch’io non la certifichi Ch’io non amo altra persona, nè voglione Mio padre... che mio padre? me medesimo Non ne vô trar ancor, quanto la minima Parte di lei! Le voglio questo dubbio Tôr del capo ogni modo, che s’immagina Ch’io le dia ciance. Oggi vô che sia l’ultima Volta che mai più tal cosa m’improveri: Io son disposto di farla oggi libera, S’io dovessi restar servo in suo cambio: Non vô che più le ciance mi avviluppino Di Volpino, e appo lei parer mi facciano Quel ch’io non sono, e che mai non voglio essere, Ingrato, disleal, disamorevole. Se Volpino non esce oggi di pratica, Anzi se fino a questo punto altr’opera
Non ha fatta di quella ch’egli è solito, Io non voglio più star alle sue chiacchiare, Con le qual d’oggi in domane già quindici Giorni mi mena: quando promettendomi Di far un giunto, che senza avvedersene Il vecchio, anzi credendo di ben spendere, Mi darà li danari che bisognano Di riscattarla: quando muta, e dicemi Che vuol ordir in tal modo un’astuzia, Che senza che mio padre mi dia un picciolo, O ch’altri me gli presti, abbiam la giovane In nostra potestade; e questo Lucramo, Ch’or ha tanta arroganza, vuol far umile E toso rimaner com’una pecora. Ch’io stia più a questi sogni, a queste favole? Non vi starò, per dio. Se al desiderio Mio non potrò segretamente giungere, Lo farò alla scoperta: non ci mancano Argenti e robe in casa, da far subito Le migliaja di scudi. Or, come Tantalo, Sarò nell’acqua fino al mento e struggere Mi lascerò di sete? Caridoro.Fuss’io, Erofilo, Pur nel tuo grado, che tolto da Sibari Si fosse un poco il mio vecchio, e lasciatomi La casa avesse piena ed in que’ termini Ch’a te lasciata ha il tuo! ritroverebbela Sì sgomberata al ritorno, che credere Forse potría che gli Spagnuol vi fossino Stati alloggiati alcun tempo. Ma eccolo Che vien. Erofilo.Chi viene? Caridoro.Il ruffian. Erofilo.Così fossilo Portato; ma nel modo, ch’egli merita.
Quando si sente lodar troppo e mettere, Come si dice, in ciel beltà di femmina, O liberalitade d’alcun prencipe, O santità di frate, o gran pecunia Di mercatante, o bello o buono vivere Che sia in una cittade, o cose simili, Non si potrebbe mai fallir a credere Poco; e talvolta credere il contrario Di quel ch’apporta la fama, è stato utile. Non si potrebbe anco fallir a credere Più di quel che si sente, se dar biasimo Odi ad alcuno che di latrocinio O d’avarizia sia imputato, o dicasi Che giuntator, che barro, che falsario O che traditor sia: perchè li vizii Sempremai, praticando, si ritrovano Maggiori; e le virtudi e le lodevoli Cose buone, minor di quel che ’l pubblico Grido ne porta. Non saprei già rendere Di ciò la causa; ma l’esperïenze Fatte dell’uno e dell’altro mi môveno A dir così. Son di presente in pratica Dell’uno più che dell’altro, e diròvvilo. A questi giorni, trovandomi a Genova, E quivi molte e molte volte avendo la Mia mercanzía (di che la più fallibile Non è nel mondo) possuta ben vendere, E sopra tutte le spese pigliarmene Cento fiorini, sentî dir che a Sibari, Più ch’in luogo del mondo, si prezzavano D’ogni sorta piaceri, e questi in spezie Che nelle lotte amorose si pigliano; E che i più ricchi e più spendenti giovani V’eran, ch’in altra città che si nomini Io me ne venni, mosso dalla pubblica Opinïone, in questa terra; e giuntoci
Mi rallegrai, ch’udî che gentiluomini E la più parte conti si chiamavano, E l’un con l’altro parlando, si davano Titolo di signor. Fra me medesimo Dicevo: — Nell’altre città suol esserne Uno, e nessuno in molte: or, se tal numero N’è qui, ci debbon senza dubbio correre Per le strade i danari, e l’oro piovere: — Ma non ci fui stato tre dì, che d’essere Venuto mi pentî; che, fuor che titoli E vanti e fumi, ostentazioni e favole, Ci so veder poc’altro di magnifico. Tutto ciò c’hanno, in adornarsi spendono, Polirsi, profumarsi come femmine, E pascer mule e paggi, che lor trottino Tutto dì dietro, mentre essi avvolgendosi Di qua e di là, le vie e le piazze scorreno, Più che ignuna civetta dimenandosi, E facendo più gesti che una scimia. Par lor, che col vestir di drappo ed abiti Galanti, foggie e pompe, far si debbiano Stimar dagli altri quel ch’essi si stimano, E generosi e splendidi e grandi uomini: E veramente sono come scatole Nuove, di fuor dipinte e dentro vacue. Forse crederà alcuno, che se prodighi Sono in ornar sè stessi, che poi facciano Alle lor donne usar la parsimonia; E ch’elle stando in casa e affaticandosi E industrïando, cerchino rimettere Quel che i mariti o che i figli consumano In questa ambizïon sciocca e ridicula. Anzi, mogli e mariti truovi unanimi, E figlie e madri, al danno e al precipizio Delle lor case. Lasciamo ir che vogliano Le donne nôve veste e nôve cuffie, Come anco l’altre in altre terre vogliono; Non troveresti in questa terra femmina, Della quale il marito non sia artefice, Che sappia mutar passo. Uscir si sdegnano
Di casa a piedi, nè passar pur vogliono La strada, se non hanno al culo il dondolo Della carretta: e le carrette vogliono Tutte dorate, e che di drappi sieno Coperte, e gran corsieri che le tirino; E due donzelle e una donna da camera, E staffieri e ragazzi che accompagnino. E in tal pazzia, non men de’ ricchi, i poveri Fan loro isforzi, e in guisa l’arco tirano, Che non avanza un carlino per spendere In appetito mai strasordinario. E di qui avvien, se un forestiero capita In questa terra, che trova rarissimo Chi a casa sua lo inviti, ed usi i termini Di cortesía ch’in altre terre s’usano. Chi vien di fuore, e chi non sa la pratica Di questo lor sì limitato vivere, Fa giudizio che sieno avari, e ingannasi: Più tosto giudicar li dovría prodighi, Disordinati e di poca prudenzia; Che se fossino avari, daríano opera A mercanzíe, all’altre arti che fan gli uomini Ricchi. Ma questi ogni esercizio stimano Vile, nè voglion che sia detto nobile Se non chi senza industria vive in ozio: Nè questo basta; bisogna che simile- mente suo padre sia stato e suo avolo A grattarsi la pancia. Vedi erronea Usanza; vedi opinïon fantastica; Vedi che disciplina, che bello ordine D’una savia città, che voglia accrescere In istato! A sua posta. Che? da metterla Ho per ragion? Viva pur e governisi Come le par. Se non ci fosse il proprio
Mio interesse, n’avrei quella medesima Cura c’hanno li vescovi dell’anime Che fur da Cristo lor date in custodia. Io venni in questa terra, oggimai passano Tre mesi, con speranza di ben venderci Le mie fanciulle; le qual mi parevano, Come par tuttavía, che meritassino, E per bellezza e per età e per grazia, Che tutti i gentiluomini dovessino Fare a gara d’averle, nè alcun prezio Avesse loro a parer troppo. Trovomi Di gran lunga ingannato. Ben mi vengono A parlar molti, e più vecchi che giovani, E chi vuol l’una e chi l’altra, e domandano Del prezzo: io ’l dico loro; altri si lievano Da partito, altri stanno un pezzo in pratica: Mi dicono; io rispondo: al fin si accordano; Poi quando aspetto che i danari sborsino, Non ci hanno il modo; mi domandan termine. Chi lo vuol fin che si tosin le pecore, Chi fin che l’erbe o che i grani si taglino, E chi vuol ir di là dalle vendemmie; Nè altra cauzïone dar mi vogliono, Che la lor fede, o di man propria farmene Un scritto. Altrove li contanti appajono Fatto il mercato, qui son invisibili: Ma non però li miei. S’io vô pel vivere Mio, pane o vino o carne, è forza mettere Mano alla borsa, e far ch’i danar escano E che veder si faccian. Se mi fossino Per parole e per scritti e per promettere, Le cose ad or ad or che mi bisognano, Date, io sarei contento dar per simile Prezzo, a chi le volesse, le mie femmine. Chi credería che qui, dove è sì splendida Corte, ove sono sì galanti gioveni, Non si dovesse a due fanciulle, tenere Più che latte, trovar mille ricapiti? Io son per dir che pare a questi gioveni Esser da tanto, che non si ritrovino Al mondo donne le quai degne sieno D’esser amate da loro; e vô credere,
Che l’un l’altro vagheggi, e insieme facciano l’amor, e altro ancor ch’io non vô esprimere. Non ho speranza più ch’uomo di Sibari Pigli le mie fanciulle. Son due gioveni Forestieri, nei quai tutto riduttosi È ’l mio disegno, che voglia ne mostrano, Ed ogni maggior prezzo par lor picciolo: E se l’audacia pari al desiderio Avessino, che a’ padri loro osassino Di far un fiocco, come mi promettono Di far e facilmente far potrebbono, Saressimo d’accordo; ma mi menano Di giorno in giorno in lunga, e non concludono. L’uno è figliuol d’un mercatante ch’abita In quella casa, venuto da Procida, Non è gran tempo, a far qui li suoi traffichi; L’altro d’un Catelano, il qual ci è giudice, Che chiaman capitano di giustizia Sopra li criminali. Io, perchè a muovere S’abbian di passo, fingo di volermene Andar altrove, e spero che m’abbia a essere Util la finzïon. Ma ritornarmene In casa è meglio, perchè mai nè muovere Sì poco nè sì poco allontanarmene Posso, che non mi sia danno. È impossibile Che senza gridi e senza entrare in collera, Senza minacce, anzi s’io non adopero pugni e calci e bastonate in copia, Che questi miei gaglioffi, e che queste asine Puttane, faccian cosa che a far abbiano.
Atto secondo
Lucramo.Il Furbo ancor non ritorna. Lasciatolo Ho in piazza dianzi, ch’un danar mi comperi Di radici; e credea dovesse giungere A casa prima di me, che fermatomi Sono in più lochi venendo. Ma eccolo, Che pur ritorna. Bisogna sempre, asino, Ch’io t’abbia dietro il bastone o lo stimulo, Ch’io non ti posso altrimente far muovere Di passo mai. Costà ti ferma, et odimi, Per quanto gli occhi ti sono, per quanto t’è Cara la lingua; chè so che pochissimo Conto fai delle spalle, e voglio credere Che l’abbi in odio, ch’ogni dì materia Truovi, anzi ognora, di fartele battere: Per quanto il capo t’è caro, chè rompere Non te lo vegghi, e le cervella spargere Innanzi a’ piedi; apri l’orecchie, e ascoltami. Furbo.Aprirò la bocca anco, acciocchè m’entrino Meglio le tue parole. Lucramo.Anzi pur chiudila; Nel resto poi, di sopra e di sotto apriti Quanto ti par. Ti cavo gli occhi, e taglioti La lingua, se di questo ch’io comunico Teco, tu parli. Furbo.Io tacerò. Lucramo.Ora ascoltami. Tu sai, che da sei giorni in qua continua- mente ho detto ch’io voglio ire in Sicilia, Come questo nocchiero, il quale a Drepano Vuol ritornar, si parta; e in guisa dettolo Ho, che tu lo credevi, ed anco il credeno Le fanciulle, e lo crede ognun che pratica Meco co’ miei di casa: ma contrario Dalle parole ho sempre avuto l’animo;
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The end
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