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Indice
Lettera dedicatoria
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Sono già alquanti anni, riveritissimo , che animato da lei a secondare l’onorevole invito fattomi da un valente uomo, misi mano a questo lavoro storico delle maioliche castellane: il quale non vide allora la luce per varie cagioni, che non è mestiere che le ricordi. Ora essendomi determinato di porle a stampa, stringemi obbligo d’intitolarlo a lei che diede occasione a questa qualsiasi scrittura. Non è sol questa la ragione che a così fare mi ha mosso, ma il vivo desiderio altresì di dimostrarle a questo modo la gratitudine e la stima ch’io sento per lei.
Le sue opere che dottamente trattano di cose artistiche, invece di sconfortarmi, mi hanno rassicurato a presentarle questo tenue dono: dappoichè Ella, che le difficoltà ben intende di simili lavori, più meglio che niun altro scusare i difetti del mio libro. Il quale se nulla di buono racchiude, mostra almeno l’amor grande ch’io porto alle belle arti, e alla gloria italiana.
La prego intanto di accogliere di buon animo l’umile offerta: e raccomandandomi alla sua buona grazia, me le proffero.
2.5
Prefazione
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Mentre nel secolo passato parecchi chiari uomini erano intenti ad illustrare i vasi antichi, il (ch’era così versato nella geologia come negli studî archeologici) avvisatamente notava, che non avrebbe fatta opera di lode men degna chi l’animo avesse rivolto alla illustrazione delle maioliche dipinte, le quali in questi ultimi tempi fecero onore all’Italia. Nè mal si appose quel raro ingegno; chè il suo libro delle maioliche pesaresi fu accolto con plauso dall’universale. In prosieguo l’esempio del fu seguito dal , dal , dal Muzzi, dal , dal e da tanti altri: i quali degnamente parlando delle maioliche lavorato nel Pontificio, loro accrebbero il grido che aveano acquistato.
Le officine di Castelli, che mantennero l’onore dell’arte ceramica nel regno di Napoli, e ravvivarono quella già scaduta di pingere in maiolica, non sono abbastanza conosciute, perchè insino ad ora non ebbero chi le trattasse al disteso. Se ne togli il , che a discorrere di esse alquanto s’intrattenne, gli antichi scrittori le passarono con poche parole. Da questo è proceduto che le nostre maioliche sono spesso confuse con quelle di altri luoghi: nè ciò si è visto avvenire solo in lontane regioni, ma anche nella nostra Italia. Sia di esempio l’inganno dell’egregio dottor , che nel descrivere la celebre raccolta Delsette, credette lavorate in Castel Durante circa 400 opere della nostra Castelli. Ma assai onora questo valente uomo la candidissima confessione che fece del suo errore, allorchè illustrò il Museo Pasolini: verissime tenendo le osservazioni del chiaro avvocato .
La presente età, più curante dell’onore delle nostre arti, non ha trasandato di celebrare le antiche maioliche castellane. Lasciano star quelle carte, che brevemente e di passaggio toccarono questa materia, voglionsi qui ricordar quelle che di proposito la trattarono. Il assai tenero della gloria abruzzese, nel 1845 la prima volta, e poi negli anni seguenti con molta erudizione parlò di alcuni pittori della famiglia Grue, e con buon gusto artistico illustrò vari loro dipinti. Appresso nel 1847 un cenno storico intorno all’origine e ai progressi dell’arte figulina in Castelli, fu da me letto all’Accademia degli Aspiranti Naturalisti. Da ultimo una dotta lettera intorno a siffatto argomento, fu dal data in luce nello scorso anno: con la quale, dopo aver discorso dello stato dell’arte ceramica ne’ vari tempi, viene bellamente e con finissimo giudizio a descrivere talune delle più vaghe pitture in maiolica raccolte nel suo Museo. Però queste brevi scritture, nel dar nome alle maioliche castellane, misero in molti il desiderio di aver notizie più minute di esse. Onde io, che molto le ho a cuore perchè son cose della mia patria carissima, volentieri ripresi questo lavoro, e sollecita- mente mi diedi a cercare tra le antiche memorie, e a raccogliere dalla tradizione popolare tutto che riguardar potesse la storia di questa nostra industria. Oltre a ciò mi feci ad osservare con grande diligenza quante maioliche antiche io potei: ed in particolar modo posi ogni mio studio in quelle che portano segnato l’anno ed il nome dell’artista. Così guidato solo dal natural senno, m’ingegnai di studiar le vicende di quest’arte presso di noi; e di acquistar qualche pratica della maniera di dipingere de’ nostri pittori: chè sebbene tutti siano di una medesima scuola, pure ciascuno conserva un fare tutto proprio, che lo fa singolare dagli altri.
Nel porre ad ordine le presenti notizie, spesso dolevami di vedere ignoti tanti nomi di valorosi pittori, e quasi celata gran parte di questa nostra gloria artistica: perciò, senza più mettere indugio, lascio dar fuori questa mia povera fatica, sperando che non sia stimata al tutto vana e disutile dagli amatori delle buone arti.
Capitolo I
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Chi viene in Italia dalla parte d’oriente, entrando per l’Abruzzo teramano, vede di fronte il gruppo più grande di monti che formano gli Appennini: e dalla vetta più alta, che le altre di tanto sovrasta, riconosce a prima vista il Gran-Sasso d’Italia, detto altrimenti Montecorno alla destra del quale la catena degli Appennini alquanto declina, e dopo parecchi monticelli, si eleva di nuovo formando altro gran monte, che chiamano le pareti; perchè tagliato a piombo come un’enorme muraglia. Le sue falde son circondate da folto bosco di faggi, che estendendosi in sotto, finisce al cominciare del piano di S. Salvatore; così detto da un antico ed illustre monistero di Benedettini. L’un lato di questo piano è bagnato dalle fresche acque del Leomogna, e l’altro dall’umile Rio: i quali strisciando sempre ai fianchi di esso, vanno via via ; finchè dandogli forma di angolo, si uniscono insieme, e serpeggiando altro poco, sboccano finalmente nel fiume Navone.
Il tratto di terreno compreso tra i due torrenti (che non può dirsi piano che in piccola parte), per lo frequente mutar di scena è assai dilettevole a vedere; e specialmente passati i rigori della stagione invernale. Se volgi lo sguardo all’intorno, vedi d’appresso smisurate giogaie di monti, selve foltissime, colline rivestite di boschetti e di case campestri, cadute di acqua, fontane limpidissime: qui una Chiesetta, colassù un castello distrutto, che ricorda il potere feudale dei bassi tempi. Se cali giù l’occhio vedi rupi altissime formate dal rodere continuo dei torrenti: sopra le quali poggia il piccolo Castelli tanto celebre per le sue maioliche.
La sua origine è incerta, e si perde nella oscurità dei secoli. Il territorio dov’esso è fondato facea un dì parte dell’Agro Atriano, e con quasi tutto l’attuale Circondario di Tossicia, veniva anticamente chiamato Valle Siciliana: nome che oggidì anche ritiene, e che rammenta essere stata ivi l’antica abitazione de’ Siculi primitivi abitatori degli Abruzzi, secondo che dicono il , il e il : anzi quest’ultimo è di credere, che sia rimasta a questa regione un tal nome, perchè forse quei popoli vi si poterono più lungamente sostenere.
Ad onta di che i Siculi, come narra , furono poscia espulsi dall’Agro Atriano dagli Umbri, questi dagli Etruschi, ai quali successero finalmente i Galli.
A quale di questi popoli debbesi la fondazione di Ca- stelli nol sappiamo. Certo è che in diversi luoghi del territorio Castellano si osservano tuttavia gli avanzi di antichissime fabbriche, e finanche vicino ai monti, dove oggi la selva è più folta, veggonsi le tracce di esse. Si conosce solo per costante tradizione, che nei tempi andati gli edificii non erano come al presente uniti insieme, ma sparsi qua e là in gruppi fortificati, e che perciò vennero chiamati li Castelli o le Castella. Crollato però l’Impero Romano, allorchè i barbari penetrarono in Italia, e presero a disertare il bel paese, i Castellani così divisi malsicuri si videro e poco forti a resistere alla turba de’ tristi, che profittando di questi sconvolgimenti, faceano frequenti scorrerie in queste contrade. Sicchè raccolti in consiglio, determinarono formare dei diversi Castelli un sol paese, che tolse da essi il nome che tuttora conserva.
In mezzo a così indisciplinata e miseranda barbarie, non rimase al tutto spenta la civiltà nella Valle Siciliana, come ne fan fede tanti chiari uomini, che allora vi splendeano per grandi dignità ecclesiastiche, civili, e militari; non che le arti che con lode vi si profes- savano. In ciò gran parte dovettero avere i molti signori, che, in tempo dell’invasione de’ Saraceni, si afforzarono presso a questi mondi, ed i monaci Benedettini quivi stabiliti, i quali tra le dense tenebre, il tesoro delle lettere e delle arti si diedero sollecitamente a conservare. Tra i vari Monisteri della contrada, il più celebre si fu quello di S. Salvatore di Castelli, il quale però ebbe pur molto a soffrire nel generale disordine, e venne quasi al tutto disfatto. Ma restaurato per cura dei monaci, e di tutti i suoi beni arricchito, verso la fine del secolo XI, da S. Berardo de’ Conti di Pagliara; fu trovato in ottimo stato dal Pontefice Pasquale II che, perseguitato da Arrigo V nell’anno 1117, costretto a lasciar Roma, trovò quivi un sicuro rifugio. Durante la sua breve dimora, consecrò la Chiesa di S. Salvatore, e molti privilegi all’Abate concesse a al Monistero, che rese immediatamente soggetto alla S. Sede, come rilevasi dal Diploma nello stesso anno speditogli da Benevento. I Monaci grati vollero questo fatto rammentare agli avvenire con una lapide, che apposero nella loro Chiesa. La quale in prosieguo abbandonata dai monaci (per i troppi pericoli nei quali erano costretti di vivere), e poco curata dagli Abati Commendatarii che loro successero; cadde finalmente, non è ancora mezzo secolo, e seppellì con le sue rovine questo monumento, riferitoci da persona tuttora vivente che l’ha più volte osservato.
Divisa l’Italia in feudi, la nostra Castelli fu signoreggiata dai Conti di Palearea: di che si ha la più antica memoria nel registro dei Baroni del regno di Napoli, compilato sotto i Normanni verso la metà del secolo XII. Questa nobile famiglia Salernitana, come alcuni vogliono, prendea ora il cognome di Collepetrano da un feudo che possedea, ed ora di Palearea dal luogo di sua residenza, ch’era una rocca ben fortificata in su un alto colle, che Castelli sovrasta dalla parte di Occidente, detto oggigiorno Pagliara. Tommasa, unica erede di Gualtieri conte di Palearea, sposatasi ad un Conte di Chieti, ebbe da tal matrimonio una sola figlia, che nel 1340, od i quel torno, si congiunse con Napoleone Orsini. Così la casa de’ Conti di Palearea si estinse, ed i suoi feudi passarono in potere di questa nobilissima famiglia romana.
Ma non andò molto, che spogliati gli Orsini di tutti gli stati per aver prese le armi contro a Ladislao, questi concessi il dominio di Castelli e di tutta la Valle Siciliana a Francesco Riccardi di Ortona, che appresso nel 1419 fu confermato nel possesso dalla Regina Gio- vanna II. Dal Riccardi venne la signoria di Castelli alle mani di Antonello de Petrutiis di Aversa; e finalmente tornò di nuovo agli Orsini. Questi continuarono a godere pacificamente dei loro stato insino al 1524: nel quale anno, avendo il Re di Francia mandato l’esercito in Italia all’acquisto del regno di Napoli, Camillo Pardo Orsini di sua volontà il dominio rifiutò della Valle Siciliana all’ambasciadore di Carlo V presso la corte di Roma, per non incorrere in nota di ribellione. Rimaste vittoriose le armi dell’Imperatore, questi per rimeritare i servigi del suo Capitano Ferrante Alarcon y Mendozza, nel 1526 gli concesse col titolo di Marchese la signoria della Valle Siciliana.
Perdette allora la Valle Siciliana quella pace, che avea lungamente goduta sotto i Palearea e gli Orsini: dappoichè i novelli padroni, non essendo stretti da alcun legame nè di patria nè di amicizia nè di parentela alle terre che dominavano, poco umanamente usavano con i loro soggetti. I Castellani quantunque fuor del dovere aggravati, pure soffrivano e tacevano. Finalmente ogni vincolo d’amore e fiducia scambievole tra essi e la casa Mendozza fu rotto per cagione di un balzello, che nell’anno 1660, col nome di piazza, fu posto sulle maioliche che si estraevano, per soccorrere ai bisogni del Comune. Cadde nell’animo al Marchese nel 1715 d’impadronirsi di tale imposizione, sotto pretesto che la terra di Castelli fu alla sua concessa cum viis, pla- teis ec: e poichè con tutte le arti possibili non avea potuto mandare ad effetto i suoi disegni, veduta l’ostinazione di quei di Castelli, risolse nell’anno seguente di spedirvi una squadra di sue genti d’arme, per condurli all’ubbidienza con la forza. I Castellani sdegnati dalle troppe gravezze, adunatisi segretamente a consiglio, deliberarono far trovare a sì brutti forte resistenza: e perciò ben armati, avendo alla testa il celebre pittore Francescantonio Grue, animosi si fecero loro davanti; e nel primo incontro venuti alle mani, taluni di quei bravi rimasero uccisi, vari feriti, e tutti gli altri battuti e sbaragliati. Ma poichè le ragioni e gli sforzi dei deboli poco valgono, pagarono essi a gran costo la loro prodezza. La corte marchesale, avuto nelle mani il Capo, e fatta inquisizione ne’ complici, cinquantaquattro cittadini notò come ribelli: de’ quali molti furono imprigionati e tenuti per otto anni, e gli altri pochi postisi in fuga furono costretti andar lungamente raminghi. Dello sventurato numero dei prigioni uno fu il Grue, il quale mentre era rinchiuso nelle più spaventevoli carceri di Napoli, con acerbi versi sfogava lo sdegno di cui era tutto acceso.
La patria dolente della fine infelice di questi suoi figli più coraggiosi che provvidi, volle prenderne vendetta col far noto al Vicerè in quali oppressioni e travagli essi viveano. Ne’ ventidue articoli di accuse leg- gonsi oggidì con orrore gli eccessi dei Baroni in quei tempi di calamità, che l’età presente non sostiene neppure di nominare. Dietro di ciò il fuoco della discordia vieppiù si accese tra le due parti; e la quistione addivenendo ogni giorno più intralciata, per essa occupavansi la R. Udienza di Teramo, la R. Camera, il R. Collaterale Consiglio, e lo stesso Vicerè. Passato alquanto tempo senza favorevole successo, i Castellani si persuasero che vanamente imploravano la giustizia: dappoichè se per ragioni essi vincevano il Marchese, questi li avanzava in potenza: sicchè, stanchi di consumare il tempo in timori e angustie, si rivolsero agli accordi. Trattato l’affare da uomini di legge scelti da ambe le parti, fu composto in modo che a Castelli libera rimase l’imposizione della piazza; ed al Marchese furono ceduti alcuni dritti controversi. Così fu la pace a 10 Marzo 1727.
Lasciato stare il Comune, i Mentozza misero mano alle sostanze della Chiesa: e non temerono appropriarsi le ricche rendite della Badia Curata di S. Salvatore, col conferirla a individui di loro famiglia anche laici, obbligando i cittadini a pagare il Parroco con i proprii danari! Questa faccenda però venuta a notizia del Re, verso la fine del secolo passato, con R. dispaccio de’ 3 Febbraio 1798, ne fu tolto l’abuso.
Caduta la potenza de’ Baroni, i Castellani speravano vivere riposatamente; ma altre calamità erano loro serbate. I torrenti che ai fianchi scorrono della loro patria, avendo d’intorno scoverte le fondamenta delle case, si temeva ogni dì che rovinassero: e infatti una notta di Febbraio del 1834, cadde l’antica Chiesa di S. Pietro e vari edifici vicini, con generale sbigottimento dei cittadini. La qual cosa come seppe il Commendatore Palamolla, che la provincia di Teramo allora reggeva, ogni opera fece per cessare i mali di quegli sventurati. Di paterno zelo si mostrò e di animo affettuoso il Marchese di Spaccaforno, il quale, alzato poco dopo a sì nobile officio, delle sciagure di Castelli più volte parlò con calore al Consiglio Provinciale. Nè minore fu la sollecitudine del Cavaliere Valia, che nell’amministrazione gli successe, poichè molto s’adoperò per campare dai pericolo l’infelice paese. Il ch. Commendatore Roberti, che ora al governo presiede della detta Provincia, ogni sua cura ha parimenti rivolta, perchè la patria dei Grue altrove si riedificasse. Egli espose il quadro miserando davanti agli occhi dell’Augusto Monarca: e la M. S. volendo alla salute provvedere di così industriosi cittadini, con R. Rescritto de’ 12 Dicembre 1850, si degnò ordinargli che sul luogo si conducesse per ponderare la spesa occorrente per la nuova Castelli. Essendo stato già compilato il lavoro, i Castellani an- siosi aspettano le sovrane disposizioni, come quei che temono una rovina certa e vicina.
L’aria di Castelli è pura e salubre; il terreno quantunque poco fertile, pure quello che produce è bastevole ai bisogni dei cittadini. Tutto il popolo del Comune è composto di 2932 abitanti. Essi sono di bello aspetto, svelti intelligenti, allegri, affettuosi, ospitali.
Capitolo II
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Se per amore della brevità non mi è dato qui ricordare quelli di minor fama; non mi pare ragionevole trapassare con silenzio i due chiari letterati , e . ct Poche notizie si hanno della vita di questo celebre poeta, ignorandosi finanche il suo vero cognome: si conosce solo che nacque nel 1475, e che morì in Napoli in 1555. Fu chiamato Epicuro, come dice l’, più per esser lieto e sollazzevole, che per non credere: e poichè era bello della persona, soleva egli stesso dire per ischerzo esser figlio d’amore, ed esser nato da Virginio Orsini, di cui era vassallo.
Alcuni scrittori, fra’ quali il , vogliono che l’Epicuro sia nato in un castello dei Marsi: altri poi, e tra questi il , son di credere che sia veramente di Castelli. A me pare più fondata questa ultima opinione; dappoichè gli Orsini ne’ tempi dell’Epicuro teneano la signoria del detto paese.
Egli ebbe gran fama nel far imprese, e perciò fu stimato ed onorato da molti nobili napoletani. Scrisse versi eleganti nella lingua del Lazio, pieni di venustà e di dolcezza; come osservasi da quelli sul tumolo scolpiti di un’infelice giovinetta, eretto nella Chiesa di S. Chiara in Napoli; il quale presentasi a man sinistra, a chi entra per la piccola porta.
Fu anche autore di bellissimi versi italiani, ed ebbe il vanto, come osserva il , di aver scritto il primo in Italia una Tragicommedia intitolata la Cecheria, o Dialogo dei tre ciechi; messa a stampa primamente in Venezia nel 1526, e quindi più volte in Napoli. Questo componimento ripieno di bellezze poetiche è oggi rarissimo; onde a ragione il mostrava non ha guari il desiderio che si tornasse a stampare, acciò meglio si conoscano i primi passi fatti dagl’Italiani nella drammatica carriera.
Fu lodato nelle loro opere dal , dal , dal , dal , e dal . Quest’ultimo, grato alla memoria del suo illustre maestro, gli eresse un monumento nella Chiesa di S. Chiara, con la seguente epigrafe riportata dall’ nella sua Napoli Sacra, al foglio 246. ct ct ct ct ct ct
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Non sono di accordo quelli che scrissero la vita del chiarissimo Cardinale Silvio Antoniani, intorno alla patria di lui: vi ha chi crede esser egli nato in Roma, e chi in Castelli. Per decidere tale contesa, basta qui allegare l’epigrafe dell’eruditissimo Medico di Penne, contemporaneo dell’Antoniani: la quale viene dal riportata nella sua Biblioteca Napoletana: ct ct ct ct ct ct ct ct ct ct ct ct Da Matteo Antoniani di Castelli, e da Pace Colelli Romana nacque Silvio nell’anno 1540. Fin da’ primi anni mostrò grande altezza d’ingegno ed amore agli studî vivissimo; perciò solleciti i genitori lo condussero in Roma, allongandolo nella casa materna: dove conosciuto dal Caro tanto gli piacque, che volle egli stesso prender cura dell’istruzione del fanciulletto, presagendo quello che un dì esser dovea. Nè mal s’appose il gran tradut- tore di Virgilio; dappoichè entrato appena ne’ dodici anni, cantava in sulla lira all’improvviso sopra qualsivoglia soggetto versi italiani e latini, bellissimi per dolcezza, purità di lingua e vaghezza di pensieri. Racconta il nell’Ercolano, che non udì mai cosa più maravigliosa; e che se udito non l’avesse, non avrebbe mai creduto che versi sì belli e sentenziosi si potessero fare improvvisamente: perciò chiama il piccolo Antoniani un mostro, un miracolo della natura. Non andò guari che la fama del giovinetto si sparse sì fattamente, che Principi, Cardinali, e finanche Re amavano conoscerlo e udirlo — Intanto egli non trascurava d’istruirsi in ogni maniera di studi, e veniva crescendo ogni dì nel sapere: di sorta che non ancora era nei diciassette anni quando dagli Estensi fu chiamato a leggere pubblicamente l’eloquenza latina in Ferrara: dove allora dimoravano uomini dottissimi in ogni maniera di scienze, di lettere e di arti. Avendo l’Antoniani seco medesimo deliberato di rendersi ecclesiastico, studiò con amore le scienze sacre, nelle quali addivenne dottissimo: e perciò fu caro a diversi Pontefici, che a molti e importanti ufficii lo elessero. Pio IV lo destinò precettore e segretario di S. Carlo Borromeo suo nipote, a premura del quale scrisse il libro della cristiana educazione dei fanciulli. Innalzato quindi da Clemente VIII all’insigne onore della sacra Porpora, tornò in Roma: dove ornato delle più amabili virtù, di alto sapere, e di moltissimi onori, compianto dai più grandi uomini del suo tempo rese l’anima a Dio nel 1603.
L’Antoniani scrisse molte opere in prosa e in versi, delle quali un lungo catalogo fu pubblicato dal : compose diversi inni sacri riportati nel Breviario Romano. Uno è quello che incomincia: — Fortem virili pectore ecc.
Molti scrittori parlano di questo valente uomo con gran lode, e specialmente , , il , il , il , e il : quest’ultimo sottopose al giudizio di lui la sua . Il nella sua Illustre Italia lo pone qual principe de’ poeti estemporanei: ed il raccomanda il libro della come esempio di bello scrivere in fatto di filosofia morale.
Capitolo III
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Trovasi l’arte ceramica stabilita in Castelli da tempi antichissimi, talchè la sua origine è avvolta fra le tenebre dell’antichità. Certi scrittori di patrie memorie son d’avviso che ci sia stata insegnata dagli Etruschi, antichissimi abitatori delle nostre contrade: i quali, come narra , furono i primi che co amore coltivarono la ceramica, e la condussero a quella eccellenza, che anche oggi ammiriamo. E per verità, quantunque presso di noi non siano stati mai fatti scavi regolari per studî archeologici, pure spesse volte sonosi rinvenuti frammenti di vasi etruschi, e di figuline con lettere osche: e ben si conosce che la lingua osca ha lo stesso fondo che l’etrusca. Oltre a ciò l’elegante vase di figura diota, che nel triente atriano osservasi, non pure dinota chiaramente la nostra provenienza dagli Etruschi; ma fa conoscere altresì che l’arte ceramica era in quel tempo tra le nostre più ricercate manifattu- re: avendola stimata degna gli Atriani di perpetuarla nelle loro monete. Al che vuolsi aggiungere che siccome gli Etruschi vengono dagli antiquarii reputati inventori de’ vasi a due manichi, è da credere che questi si lavorassero precisamente da quelli nelle nostre terre stabiliti; essendo di tal forma il vase effigiato nel triente anzidetto.
Niuno certamente farà le meraviglie, che questi popoli scelsero il territorio Castellano per fondarvi l’arte che lodevolmente esercitavano: poichè trovarono essi in così piccolo spazio tutto che è necessario. Qui strati profondi di eccellente argilla plastica, qui abbondanza di acqua e di combustibile, qui finalmente molti banchi di quarzo. Tutti questi agenti naturali sempre viva mantener vi doveano sì fatta industria, e serbarla a noi con felici auspici.
La figulina, che in Castelli lavoravasi, veniva nel commercio degli antichi popoli, chiamata atriana dal nome di tutto l’agro di cui Castelli era parte: oppure, come altri crede, perchè dall’antico porto di Hatria sul Matrino veniva inviata all’Oriente.
In processo di tempo, venuta la nostra provincia nel dominio de’ Romani, andò man mano perdendosi quella maniera elegante di lavorare in creta; e comechè le nostre figuline avessero già acquistato i caratteri di quella così detta romana, non pertanto esser doveano anche stimate ai tempi di Plinio, poichè questi ricorda con lode i nostri lavori in terra cotta, ed assai li commenda per la loro fermezza. Si scavano tuttodì dappresso a Castelli ed in altri luoghi del Teramano anfore grandissime, olle cinerarie, dolii, lucerne sepolcrali, vasi lacrimali ec. Una specie di coppia maestrevolmente tornita e coperta di lieve lustro nero, non ha guari si rinvenne in un antico sepolcro nelle vicinanza di Castelli, e da me si conserva.
La figulina romana, come tutte le altre di Europa, era inverniciata di una leggerissima patina, che il lucido prendea da un silicato alcalino, il color rosso dal ferro, e il nero dal manganese: e siccome non impediva che i liquidi passassero per i pori della sottostante argilla; così adoperar non poteasi in tutti gli usi domestici.
L’Italia, che nel medio evo fu la più sollecita a riscuotersi dal letargo, in che giacque lunga pezza tutta Europa, diede all’arte ceramica notevole miglioramento mostrando la vernice composta dall’ossido di piombo prima che fosse edificato il palazzo de’ Re Arabi a Granata. E quantunque affermi il , che le analisi fatte al laboratorio di Sèvres, non hanno scoperto nè piombo nè rame nè stagno nelle figuline europee, lavorate prima del secolo XIII: pure il ricorda parecchi mattoni smaltati coll’ossido di piombo, esistenti in un sepolcro in Bologna, e certe scodelle della facciata della Badia di Pomposa: sì gli uni che le altre lavorati nel 1100. Se gli esempi porti dal non bastano, giova far notare che in parecchie antiche Chiese e campanili della provincia teramana, molti ornamenti osservansi di figulina smaltata e colorata in azzurro coll’ossido di cobalto, e in verde con l’unione degli ossidi di cobalto e di antimonio. E di particolar menzione son degne le figuline del campanile di Atri alzato nel 1279; e molto più quelle del frontespizio della Chiesa di S. Maria a mare, costruita verso il X secolo in Castro Nuovo, oggi Giulia Nuova. Da tuttociò si vede chiaro che gli artefici castellani furono i primi, od almeno tra i primi che la nuova vernice piombifera adoperarono in Europa. Nè vi ha dubbio che siffatte figuline sparse d’intorno a Castelli sieno state ivi lavorate; dappoihchè le simiglianti vi si trovano assai di leggieri, e gran copia di frammenti.
Per quanto io abbia investigato, non ho potuto trovare il come tale miglioramento vi avvenisse; chè gli Arabi che tale smalto introdussero in altri luoghi di Europa, non posero mai piede in questa parte degli Abruzzi. Se il mio corto veder non erra, parmi che i Castellani dovettero aver grand’obbligo ai monaci Benedettini, che nella generale ignoranza non solo le lettere ebbero in cura, ma ancor le arti per comodo comune: come leggesi nelle loro regole antiche nel capitolo che riguarda gli artefici.
Ma intorno a ciò sia che vuole: certo è che i nostri artisti poco di poi migliorarono d’assai siffatta vernice: poichè ad essi venne primamente pensiero di covrir le figuline di una veste di terra bianca, acciò postovi sopra lo smalto trasparente, i lavori comparissero di delicata bianchezza, senza far vedere il colore dell’argilla. Di che ci ha serbato memoria il Cavalier Cipriano Piccol-Passo, che il primo, verso la metà del 1500, un’opera scrisse intorno all’arte del vasaio: egli chiama questa specie di manifattura, oggi detta mezza-maiolica, sempre col nome di lavori alla Castellana. Il Sig. sta in forse se questa gloria debbasi alla città di Castello (Tifernum Tiberinum), od a Castelli del regno di Napoli: ma cessa ogni dubbio se si pone ben mente, che in quella città del Pontificio a quei dì non esistevano fabbriche di figuline; mentre nella nostra Castelli molte ve n’erano, ed ora tra il molto rottame che osservasi presso le antiche officine, si scoprono frammenti di mezza-maiolica. Vari io ne conservo, che mostrano il bel cangiante di madreperla notato dal .
Non v’ha dubbio che l’arte ceramica grande utilità trasse da questo trovato; la cui mercè potè avvantaggiarsi degli ornamenti della pittura, che insino allora poco o niuno aiuto avea potuto porgerle, per quei colori troppo forti che allo smalto toglier doveano la trasparenza.
Capitolo IV
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Dopo molti e duri travagli, verso l’anno 1420, il valentissimo Luca della Robbia fu lieto di aver trovato il modo da difendere dalle ingiurie del tempo i suoi lavori di plastica; e farli come marmi diventare, mediante uno smalto forte, lucidissimo ed opaco, che diede loro addosso. Questa specie di vernice (che terra invetriata e poi maiolica fu detta) egli ottenne mercè l’ossido di stagno, che allo smalto allora in uso congiunse. La fama della utilissima invenzione dello scultore fiorentino si sparse subitamente per le diverse contrade d’Italia: sicchè i più lodati artefici, ch’erano attesi all’industria ceramica, furono solleciti di farne tesoro. Non furono tarde le officine di Castelli a giovarsi del maraviglioso smalto robbiano, ma per memoria che ne sia , non si sa quando vennevi la prima volta adoperato. Forse i nostri artefici ne ebbero notizia e l’impararono dallo stesso Luca, allorchè questi dimorava in Napoli: dove per incarico di Alfonso Duca di Calabria lungamente s’intertenne, per compiere molti lavori di terra invetriata, che furono posti nel cortile del R. Palazzo di Poggioreale. Per quante investigazioni io abbia fatte, non ho trovato scritta sulla maiolica castellana epoca più antica di quella segnata in una mattonella ch’io posseggo, nella quale così si legge: ct ct ct Quest’epoca è di pochi anni a noi più vicina di quella che il trovò segnata sulla maiolica pesarese.
Mentre le fabbriche di Pisa, di Urbino, di Castel Durante, di Pesaro, di Faenza e di altri luoghi vicini, mercè la protezione de’ loro Principi, venivano in gran fama per le stupende opere che da esse uscivano; quelle del nostro umile paese invece di vilmente sconfidare, si diedero con tutto l’animo ad emulare l’eccellenza dell’arte, cui le predette città erano giunte. E tante gloriose fatiche non rimasero senza frutto; chè si videro avvantaggiare siffattamente, che i suoi lavori sostener potettero il paragone delle maioliche più nominale. Di che ne fa certa testimonianza Antonio Beuter, che scrivendo delle cose di Spagna verso il 1540, dopo aver lodato a cielo i vasi di parecchie fabbriche della sua nazione, conchiude con queste parole: «Corebo, che, secondo Plinio, fu l’inventore di lavorar la creta, in Atena, non li fece migliori, nè furono di più valore i vasi dei Corinti, nè l’opere di Pisa, nè di Castelli della Valle Siciliana d’Abruzzo, nè d’altri luoghi in sottigliezza di lavoro, nè bellezza».
Però giunta a tale perfezione, alla fine del secolo XVI scadeva l’arte ceramica in Italia: e le officine di sopra mentovate furono poco men che dismesse, tra per la morte dei Principi che le proteggevano, e degli artisti che le illustravano. Non così avvenne di quelle di Castelli, che seguitarono ad essere in fiore e lodate, come afferma : il quale, parlando della patria del Cardinale , nella iscrizione che per lui compose nel 1592, così si esprime: ct ct ct In prosieguo i nostri artisti, se non accrebbero, seppero almeno mantener la fama procurata alla patria industria dai loro maggiori. Infatti, secondochè dice il , le maioliche di Castelli erano celebri in tutta Italia: e poco dipoi il scriveva che i vasi di questo paese erano molto simili a quelli di Faenza.
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