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Storia di Reggio di Calabria

Domenico Spanò Bolani · 1857 · Free in the US

253,396 words · about 17 h 45 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
About this edition

Free in the US: this text is in the public domain in the United States; it may still be in copyright elsewhere.

Licence: PD-US · Published in 1857 (before 1931): public domain in the United States. Text and transcription from it Wikisource by Wikisource contributors (transcription licensed CC BY-SA 4.0; contributors: https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Storia_di_Reggio_di_Calabria_(Spanò_Bolani)&action=history). · Wikisource contributors

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About this book

Author
Domenico Spanò Bolani
Language
Italian
Published
1857
Length
253,396 words · about 17 h 45 min
Sections
84 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (84)
  1. Front matter under 1 min
  2. Al lettore about 2 min
  3. Annotazioni under 1 min
  4. Annotazioni - Introduzione about 1 min
  5. Annotazioni - Libro ottavo about 7 min
  6. Annotazioni - Libro primo about 15 min
  7. Annotazioni - Libro quarto about 9 min
  8. Annotazioni - Libro quinto about 25 min
  9. Annotazioni - Libro secondo about 10 min
  10. Annotazioni - Libro sesto about 5 min
  11. Annotazioni - Libro settimo about 7 min
  12. Annotazioni - Libro terzo about 4 min
  13. Appendice about 7 min
  14. Cronachetta about 28 min
  15. Errata corrige about 1 min
  16. Imprimatur under 1 min
  17. Introduzione about 11 min
  18. Libro ottavo under 1 min
  19. Libro ottavo - Capo primo about 26 min
  20. Libro ottavo - Capo secondo about 29 min
  21. Libro ottavo - Capo terzo about 29 min
  22. Libro ottavo - Capo quarto about 27 min
  23. Libro ottavo - Capo quinto about 17 min
  24. Libro primo under 1 min
  25. Libro primo - Capo primo about 11 min
  26. Libro primo - Capo secondo about 12 min
  27. Libro primo - Capo terzo about 16 min
  28. Libro primo - Capo quarto about 24 min
  29. Libro primo - Capo quinto about 11 min
  30. Libro primo - Capo sesto about 14 min
  31. Libro primo - Capo settimo about 17 min
  32. Libro quarto under 1 min
  33. Libro quarto - Capo primo about 13 min
  34. Libro quarto - Capo secondo about 16 min
  35. Libro quarto - Capo terzo about 18 min
  36. Libro quarto - Capo quarto about 23 min
  37. Libro quarto - Capo quinto about 8 min
  38. Libro quinto under 1 min
  39. Libro quinto - Capo primo about 15 min
  40. Libro quinto - Capo secondo about 22 min
  41. Libro quinto - Capo terzo about 12 min
  42. Libro quinto - Capo quarto about 14 min
  43. Libro quinto - Capo quinto about 16 min
  44. Libro quinto - Capo sesto about 11 min
  45. Libro secondo under 1 min
  46. Libro secondo - Capo primo about 19 min
  47. Libro secondo - Capo secondo about 20 min
  48. Libro secondo - Capo terzo about 12 min
  49. Libro secondo - Capo quarto about 11 min
  50. Libro secondo - Capo quinto about 13 min
  51. Libro secondo - Capo sesto about 6 min
  52. Libro sesto under 1 min
  53. Libro sesto - Capo primo about 7 min
  54. Libro sesto - Capo secondo about 19 min
  55. Libro sesto - Capo terzo about 18 min
  56. Libro sesto - Capo quarto about 22 min
  57. Libro sesto - Capo quinto about 14 min
  58. Libro settimo under 1 min
  59. Libro settimo - Capo primo about 17 min
  60. Libro settimo - Capo secondo about 15 min
  61. Libro settimo - Capo terzo about 21 min
  62. Libro settimo - Capo quarto about 16 min
  63. Libro settimo - Capo quinto about 10 min
  64. Libro settimo - Capo sesto about 16 min
  65. Libro terzo under 1 min
  66. Libro terzo - Capo primo about 10 min
  67. Libro terzo - Capo secondo about 16 min
  68. Libro terzo - Capo terzo about 13 min
  69. Libro terzo - Capo quarto about 17 min
  70. Libro terzo - Capo quinto about 23 min
  71. Libro terzo - Capo sesto about 5 min
  72. Nota delle Opere consultate about 2 min
  73. Tavola cronologica de' diversi dominiii di Reggio about 7 min
  74. Tavola delle materie under 1 min
  75. Tavole illustrative e cronologiche under 1 min
  76. Tavole illustrative e cronologiche - Tavola prima - Monete reggine about 8 min
  77. Tavole illustrative e cronologiche - Tavola seconda - Marmi reggini antichi e moderni about 8 min
  78. Tavole illustrative e cronologiche - Tavola terza - Notizie degli uomini illustri di Reggio about 1 h 24 min
  79. Tavole illustrative e cronologiche - Tavola quarta - Cronaca de' vescovi ed arcivescovi di Reggio about 32 min
  80. Tavole illustrative e cronologiche - Tavola quinta - Cronaca de' protopapi della chiesa greca di Reggio about 13 min
  81. Tavole illustrative e cronologiche - Tavola sesta - Notizie de' principali conventi e monasteri di Reggio about 14 min
  82. Tavole illustrative e cronologiche - Tavola settima - Cronologia de' sindaci di Reggio dal 1324 al 1797 about 16 min
  83. Tavole illustrative e cronologiche - Tavola ottava - Cronologia de' capitanii e governatori di Reggio about 5 min
  84. Tavole illustrative e cronologiche - Tavola nona - Cronologia de' giudici assessori di Reggio about 3 min

Continue:

Front matter

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Indice

Al lettore

ct

Essendo stato mio proposito di scrivere la storia di Reggio con quella maggior verità, precisione ed imparzialità che mi fa possibile, ebbi mente a non lasciarmi distrarre da digressioni e discussioni che dal tema mi dilungassero. Ma ridotte in succo e sangue le notizie che mi furono necessarie al lavoro, narrai nettamente le avvenute cose per ordine di tempi, coordinandole convenientemente colla storia de’ Greci, dei Romani, de’ Goti, de’ Bizantini, de’ Saracini, e delle altre genti che vi tennero dominio. E mi giovai principalmente degli scrittori antichi e de’ loro dotti interpreti; degli autori sincroni; de’ monumenti; delle monete; delle pergamene; delle scritture pubbliche; delle memorie private; delle tradizioni. Quando poi mi vennero meno i sincroni, prescelsi quelli che furono più vicini a’ tempi narrati, e quelli che per critica, imparzialità e buon giudizio meritano maggior fede ed autorità. Se poi nelle circostanze di un avvenimento m’incontrai in notabili discrepanze, cercai sempre di appigliarmi a quella narrazione che mi parve non solo più verisimile e consentanea al fatto stesso, ma che da’ ravvicinamenti da me fatti mi risultò più probabile, e meno lontana dal vero. Nelle cose dubbie o ripugnanti tra loro mi attenni sempre alla opinione che mi sembrò più ragionevole; e mi sono studiato di non farmi vincere da alcun falso spirito municipale. Il quale spesso esagera tanto le cose vere che fa parerle menzogne, e le non vere racconta con tanta sicurezza, che altrui porgono sembianza di verità, mentre verità non sono. Quindi delle goffe, bugiarde o confuse dicerie di taluni cro- nisti non tenni conto alcuno; nè m’indugiai a confutarle, poichè saranno smentite abbastanza dalla mia stessa narrazione. Nè volli esser perpetuo citatore di autori; nè volli impinguar l’opera mia di greco, di latino, o di altro che sia, per far pompa di una erudizione, che mi avrebbe reso prolisso, e grave al più de’ miei leggitori. Alcune annotazioni ad ogni libro, e parecchie tavole cronologiche disposte acconciamente dopo il libro ottavo ch’è l’ultimo, saranno sufficienti a contentare ogni desiderio. Chi poi è dotto di storia o antica o moderna, saprà assai agevolmente da quali fonti abbia io derivata la materia del mio dettato, e chi dotto non è stia pur certo non aver io raccontata cosa alcuna che non abbia l’appoggio di autentici documenti, e di probe testimonianze. A taluni umanitarii e cosmopoliti questa mia storia parrà forse soverchia, e d’interesse troppo locale; ma io penso che non mi verrà scarso merito dall’aver tentata un’impresa, la quale non sarà alla mia patria nè inutile, nè sgradita; ed è parte di storia italiana.

Delle urbane e ragionate critiche sarò a tutti riconoscente, e o confesserò docilmente i miei falli, o mi difenderò con pari urbanità. Alle critiche villane, o stampate, o scritte a penna, o verbali, non risponderò mai.

Annotazioni

ct

Indice

Annotazioni - Introduzione

INTRODUZIONE. Aschenez. Circa la fondazione di Reggio attribuita ad Aschenez pronipote di Noè io mi attengo all’opinione del dotto , il quale () dice: Non mi persuado che de’ primi abitatori di questa città intendesse parlare sotto il nome di Aschenazei stirpe de’ Gomeriti, i quali ne sarebbero stati secondo altri scrittori i fondatori primitivi, perchè con meglio avvisati geografi sono da riferire all’Ascania, regione dell’Asia Minore, la quale stendevasi al di là del fiume e del lago Ascanio tra il mare, il fiume Angar ed il monte Olimpo. Nello stesso Gioseffo gli Aschenassi sono confinanti a’ Paflagoni ed a’ Misii nell’Asia Minore.

Ercole e le Cicale. — Di questo miracolo di Ercole fanno menzione molti scrittori antichi; ma noi veggiamo tuttavia che le nostre cicale sono assai stridule, nè forse meno di quelle del territorio locrese. () accenna la venuta di Ercole in Reggio.

Oreste. — Della venuta di Oreste in Reggio parlano () () , e . La testimonianza di Varrone è appoggiata ad un suo frammento del decimo libro «», che colle altre opere di lui si è perduto; e questo frammento, come anche quello di Catone (dal terzo ) è riferito dallo stesso Probo ne’ Fragmenta veterum Historicorum ad calcem Sallustii, edizione di Venezia 1733. Il nella sua Geografia trascrive i nomi de’ fiumi un poco diversamente da quelli da me riferiti; ma io ho voluto seguire la lezione preferita dal nostro . Nell’antichissima Tavola Peutingeriana non si trova che il solo Argeades.

Annotazioni - Libro ottavo

ct CAPO PRIMO. §. I. Nel mese di marzo del 1730 cominciarono a selciarsi le strade di Reggio con pietra minuta per ordine de’ Sindaci e del Comandante della piazza. Fu deputato ad assistervi l’Alfiere di artiglieria Antonino Greco ch’era Ajutante della piazza. Ed ogni padrone di casa fu tassato a pagare carlini tre a canna per pietra e maestria per tutta la lunghezza della sua casa.

CAPO SECONDO. §. III. Breve di Benedetto XIV in sovvenzione della pestilenza di Calabria, a Lodovico Gualtieri Nunzio Apostolico. Riferisco qui un tratto di un Breve di , da cui apparisce quanto questo gran Pontefice abbia secondato re Carlo a sollievo delle dolorose calamità della pestilenza di Reggio. (Esiste nell’Archivio generale di Napoli). Benedictus Papa XIV Venerabili fratri Aloysio, seu Ludovico Archiepiscopo Miren. apud charissimum in Christo Filium nostrum Carolum Sebastianum utriusque Siciliae et Hierusalem Regem illustrem nostro et Apostolicae Sedis Nuncio.

«Venerabilis Frater, Salutem et Apostolicam benedictionem... Cum itaque, sicut pro parte chiarissimi in Christo filii nostri Caroli Sebastiani utriusque Siciliae et Hierusalem Regis illustris nomine Nobis nuper expositum fuit, licet ipse nihil omnino praetermiserit, quo epidemica lues, quae civitatem Messanam diu afflixit, in alias Civitates, Terras, Oppida, et loca sui dominii temporalis incessisset, nihilominus Civitas Rheginensis Provinciae Calabriae lue praedicta de praesenti laborat: ad illam vero avertendam, depellendamque non solum Civitatem ipsam firmissimis praesidiis, annona, comeatu, aliisque rebus necessariis, verum etiam loca, Oppida, et Castra ipsi circumjecta instruere ac praemunire cogatur; re tamen accurate perpensa, id omnino explorato constet, nec vires Ærarii ejusdem Caroli Sebastiani Regis, nec Laicorum ei subditorum facultates ob praesentium temporum calamitates undique vigentes in hanc causam faciendis sumptibus usquoquoque pares fore: ac proinde idem Carolus Sebastianus Rex aliquo praesentaneo, opportunoque ex rebus, et bonis Ecclesiarum, et locorum piorum Regni Neapolitani citra Pharum subsidio a Nobis juvari plurimum desideret: Nos etsi pro debito Pastoralis officii Nobis commissi ab Ecclesiasticarum personarum, Ecclesiarumque et locorum piorum gravaminibus animo simus maxime alieni, nec quicquam Nobis magis cordi sit, quam eorum libertatem, immunitatemque illibatam conservare, nihilominus considerantes universae Italiae, ac Civitatum, ac Terrarum et locorum Status nostri Ecclesiastici rationibus, et securitati summopere conducere, ac non minus Clericorum quam Laicorum interesse, Civitates Terras, loca et Oppida praedicta valide, omnique cura ac studio custodiri, et conservari; memorati Caroli Sebastiani Regis postulatis annuendum, eique hac in re, quantum Nobis ex alto conceditur, quacumque promptiori, expeditiorique ratione subveniendum duximus. De Nobis itaque attributae divinitus potestatis plenitudine unum subsidium, seu contributionem centum millium ducatorum monetae Regni Neapolis liberorum, et ab omni onere exemptorum loco et ad instar decimae pro una vice tantum, et infra unius spatium, a data praesentium computandum, super omnibus et singulis fructibus, redditibus, proventibus, decimis, censibus, obventionibus, emolumentis, aliisque juribus quibuscumque omnium Metropolitanarum, Cathedralium, Collegiatarum, et Parochialium, aliarumque Ecclesiarum, nec non Monasteriorum, Conventuum, Collegiorum, Hospitiorum, domorum, et aliorum locorum Regularium utriusque sexus, ac etiam Àrchiepiscopalium, Episcopalium, Abbatialium, Conventualium, Capitularium, et aliarum mensarum; Prioratuum quoque, Praeceptoriarum seu Commendarum, Praepositurarum, Praepositatuum, Canonicatuum, et Praebendarum, Dignitatum, etiam post Pontificales majorum in Cathedralibus, et principalium in Collegiatis Ecclesiis, Personatuum, administrationum et officiorum, ceterorumque Beneficiorum Ecclesiasticorum etiam de jurepatronatus quorumque Principum et Laicorum, etiam ex fundatione, vel dotatione existentium cum cura et sine cura secularium, ac Sancti Benedicti, Saniti Augustini, Cluniacen., Cistercien., Praemonstraten., Carthusien., Sancti Basilii, et qui proprietates, redditusque certos ex privilegio, vel alias possident, Mendicantium, et quorumcumque aliorum Ordinimi utriusque sexus, necnon Cassinensis, Lateranensis, Sancti Salvatoris, Vallis Umbrosae, Montis Oliveti, Montis Virginis, Camaldulensis, Caelestinorum, Silvestrinorum, ac Clericorum Regularium Societatis Jesu, aliarumque Congregationum, Societatum, et institutorum Regularium exemptorum, et non exemptorum, quorumlibet... Fraternitati tuae per praesentes committimus et mandamus ut ipsius subsidii, seu contributionis, sic impositi et indicti, ratas portiones, et singulas Ecclesias, Monasteria, Collegia, ceteraque loca pia et Beneficia praedicta, ac eorum Capitula, Conventus, Praelatos, Rectores, Administratores, et personas quascumque respective contingentes, assumptis tamen, et adhibitis ad hoc aliquibus timoratae conscientiae viris, earum rerum peritis, quos assumendos et adhibendos esse duxeris, seu censueris, auctoritate nostra Apostolica taxes, definias, et determines, ipsasque ratas portiones sic taxatas, icfinitas, et determinatas, per Commissarios, Exactores, Collectores et Executores a Te constituendos et deputandos, a praedictis omnibus, aliisve quibuslibet ad quos spectat et spectabit, cujuscumque qualitatis, status, ordinis, praeminentiae, conditionis et dignitatis, ac quocumque privilegio, immunitate, vel exemptione reali, personali et mixta, quantumlibet antiqua et pacifica, nec unquam interrupta, et libertate suffulti, seu alias specifica, et individua mentione et expressione digna existant, omni et quacumque appellatione, exceptione, reclamatione, recursu, excusatione, et tergiversatione remotis et postpositis, eadem auctoritate exigas et exigi cures, illosque, et eorum quemlibet tam conjunctim, quam divisim ad veram, realem, et actualem solutionem subsidii, seu contributionis hujusmodi eos respective contingentium sine ulla mora faciendam, opportunis juris et facti remediis, etiam per censuras Ecclesiasticas, dicta auctoritate cogas et compellas... Volumus autem, ut pecuniae quaecumque ex subsidii et contributionis hujusmodi exactione quomodolibet proventurae et redigendae, memorato Carolo Sebastiano Regi, seu ejus Ministris ab eo deputandis, a Te, seu Commissariis tuis, de speciali mandato tuo per te subscripto, tradantur et consignentur, ad hoc, ut in causam expensarum pro avertenda, depellendaque epidemica lue hujusmodi faciendarum, et non in aliam quamcumque omnino convertantur, ipsarumque pecuniarum, quae sic traditae et consignatae fuerint, rationes seorsum habeantur, quo de earum erogatione in causam expensarum hujusmodi certius quocumque tempore constare possit; super quibus, aliisque omnibus et singulis praemissis, tuorum Commissariorum, Executorum, Exactorum, et Collectorum conscientiam oneramus. Etc. etc.».

Datum Romae apud Sanctam Mariani Majorem sub annulo Piscatoris die prima junii 1744. Pontificatus Nostri anno quarto.

CAPO SECONDO. §. IX. Quantunque la Vergine della Consolazione fosse già da gran tempo la più adorata ed efficace Patrona della Città in tutte le menti de’ devoti Reggini, ed a Lei si dirigessero nei più dolorosi momenti delle pubbliche e delle private calamità tutte le preghiere, e tutti i voti, contuttociò non prima del 3 agosto 1743 fu fatto atto pubblico dalla città, col quale la Santa Vergine ne fu dichiarata solennemente Protettrice. Erano allora sindaci Giuseppe Miceli, Carlo Plutino, e Giorgio Lopa.

Poi nel 1752 si chiese alla Sacra Congregazione de’ Riti che concedesse al Capitolo e Clero della Metropolitana Reggina uffizio e messa propria sotto il titolo della Madonna della Consolazione, da celebrarsi ciascun anno il martedì dopo la domenica infra octavam della Natività della Vergine, e se ne ottenne Decreto in luglio di detto anno.

CAPO TERZO. §. VII. Contuttochè già la Madonna della Consolazione fosse stata con atto pubblico, come testè dicemmo, dichiarata Patrona di Reggio, è curioso il sapere che a dì 13 agosto 1752 si convocò il Parlamento municipale da’ sindaci Trimarchi e Colleghi, e fra le altre cose si fece proposta di dichiararsi Patrono e Protettore di Reggio S. Antonio da Padova, per li bisogni ed urgenze della città. E tal proposta fu approvata quasi ad unanimità da’ Reggimentarii.

Le Trentatrè famiglie degli Abilitati. — Le Trentatrè famiglie che diedero i Sindaci nobili dal 1732 al 1748 furono: — Barone, Laboccetta, Bosurgi, Capua, Dainotto, Ferrante, Filocamo, Fùrnari, Genoese, Del Giudice, Granata, Griso, Guerrera, Logoteta, Melissari, Monsolino, Musitano, Pagano, Plutino, Prato, Spanò, Suppa, Sirti, Sarlo, Rodino, Ramirez, Sacco, Trapani, Gatto, Flesca, Miceli, Cannizzone, e Manti.

§. VIII. Festa delle Miniere. — Riferisco la narrazione che ne fa il ne’ suoi Diarii: «In occasione della festività di S. Giovanni Nepomuceno nella Chiesa delle Miniere, la mattina del 16 maggio 1755 dovendosi portare processionalmente la statua del sodetto Santo in essa chiesa, e preceduta prima di ogni altro la esposizione del Venerabile, e giunta la Processione, diede la benedizione il Padre Cura, sacerdote assai esemplare; e si sono a tale effetto la stessa mattina verso le ore undici portati il Clero e religiosi tutti nella gran pianura della chiesa di Santa Maria di Modena, a’ quali si è data una gànnola per ciascheduno. Ed ivi puranche concorsero tutti quelli che sono addetti al servizio delle miniere al numero di 700 in circa, con i loro ministri ed uffiziali, vestiti colle insegne ed uniforme, e tutti in ordine. E poi verso le ore tredici e mezzo si diede principio alla Processione accompagnata con numerosi istrumenti musicali, e si sono incamminati con ordine verso la Chiesa di dette Reali Miniere; nella cui pianura vi era concorsa alla curiosità una gran quantità di persone di ogni stato, sesso e condizione, oltre a quelli che vennero dalla vicina Messina. E quando fu la statua del Santo vicino alla chiesa un tiro di pistola, si fece incontro Monsignor Arcivescovo col Capitolo, e ad ogni Canonico si donò una grossa torcia, e si unirono con detta processione. E nello stesso atto si fece numerosa salva di mortaretti, e collocata che fu la statua, si cantò la Messa con pontificale e mitra dal Decano D. Tiberio Genoese, e si recitò panegirico in lode del Santo dal celebre Padre Marzano Gesuita. E finita la funzione in chiesa, si pose in ordine il sontuosissimo pranzo, ancorchè in giorno di negro, e riuscì abbondantissi- mo di ogni sorta di esquisito pesce. Per la moltitudine delle persone si sono imbandite molte tavole, ed ivi banchettando e facendo replicati brindisi che venivano applauditi con continuo e numeroso sparo di mortaretti, si stiede allegramente sino alle ore venti. Dopo di che vi furono abbondantissimi rinfreschi e frutti gelati. La stessa notte poi si diede ricco festino in casa del signor Antonio Gongora, e la sera susseguente altro divertimento in casa del signor Tommaso Piconiero, Maestro Portulano.

CAPO QUARTO. §. V. Antica effigie di S. Paolo. — Tra le chiese che rovinarono per cagion de’ terremoti del 1783 fu la nobilissima chiesa di S. Paolo, la quale sorgeva presso quel luogo dove oggi si vede il Monastero di S. Maria della Vittoria. Allora l’antica statua del Santo ch’era di legno, e messa ad oro di zecchino con rabeschi colorati, fu trasferita nella Chiesa Parrocchiale di S. Lucia; donde nel 1793 fu rimossa, e collocata nella Cattedrale dentro la cappella che fu detta di S. Paolo. Ma tale statua perdette tutto il pregio della sua antichità, perchè in vece dì restaurarla conservandole quel suo lavorìo, le fu levato via l’oro, e datole di bianco.

Annotazioni - Libro primo

ct CAPO PRIMO. § I. I Calcidesi. — Secondo che dice (de Politiis) i Calcidesi sulle prime abitarono presso il sepolcro di Giocasto, a cui diede morte un dragone. Avevano essi avuto dall’oracolo di dovere stabilire la loro colonia nel luogo dove vedessero una femina abbracciata ad un maschio. Sicchè vedendo in Reggio una vite maritata ad un elce congetturarono esser questo il luogo loro assegnato. Questo luogo (segue Eraclide) aveva avuto il nome di Reggio da un Eroe indigeno, che così si chiamava.

§ III. I Messenii di Naupatto. — Da Naupatto i Messenii furono cacciati dagli Spartani nel secondo anno della 91a Olimpiade; ed usciti di Grecia, una gran parte passarono in Sicilia al soldo di Dionisio, tiranno di Siracusa, e molti vennero a far dimora in Reggio. Ma dopo la battaglia di Leuttri (Olimp. 102) nella quale Epaminonda Tebano debellò al tutto gli Spartani, questo Eroe indusse i suoi concittadini a fare invito a’ profughi Messenii di ritornarsi alle loro antiche sedi, e di restituir loro l’antico territorio, affinchè potessero rifabbricare la distrutta Messena.

§. V. Due Anassili. — Che debbano ammettersi due Anassili si desume chiaramente dalle narrazioni di , di , e di . A questa opinione da me seguita mi persuasero l’, il , ed il . Il , il , lo ed il avevano stabiliti tre Anassili, ma senza necessità storica. Il nostro ed il restano dubbiosi. Certo è che l’Anassila che viveva nell’Olimp. 27a è detto Egemone da ; e non può essere il medesimo che l’Anassila tiranno, il quale dominò per diciotto anni Reggio, e venne a morte nell’anno primo della 76a Olimpiade.

Dialetti degl’Italioti. — I dialetti usati dagl’Italioti furono, conforme alla loro origine, il dorico e l’eolico; ma poi il dorico cominciò a preponderare, e divenne a poco a poco la lingua speciale della Magna Grecia con certe voci e frasi tutte proprie, differenti dagli altri dialetti greci. La lingua osca ritenne vigore presso gl’Itali ed i Siculi, e restò dialetto volgare degli stessi Sicilioti ed Italioti. Ma lo scambievole commercio, e la continua dimestichezza di questi Italioti ed Itali co’ Greci orientali fece sì che la lingua greca fosse fra noi assai prevalente; onde gl’itali ed i Siculi erano chiamati bilingui, dall’uso che facevano delle due lingue osca e greca. E ciò ci si rende anche manifesto dalle monete de’ Brettii e de’ Mamertini, segnate con parole greche e lettere osche.

I Focesi dell’Ionia in Reggio. — Verso l’olimpiade 60a i Focesi, cacciati dalla patria loro da Arpago capitano di Ciro, alle cui armi non poterono resistere, si misero in mare con tutte le famiglie e robe loro, e fecero vela verso Chio. Donde si diressero a Cirna (Corsica), nella quale isola avevano venti anni prima fondata la città di Alalia. Stabilitisi ivi colle loro famiglie e co’ loro Dei, vi dimoravano già da cinque anni. Ma avendo cominciato a rendersi molesti e gravi a’ vicini popoli colle loro scorrerie, furono da’ Tirreni e Cartaginesi sconfitti in un conflitto navale, e costretti a lasciar quell’isola. I Focesi allora fecero navigazione verso Reggio, e vi sbarcarono, tentando d’impiantarsi in colonia su qualche punto di questo territorio. Ma i Reggini nol soffersero, e li costrinsero ad avviarsi altrove. Presero allora cammino per le campagne dell’Enotria, e vi fabbricarono la città di Elea.

Tutto questo ci viene narrato da Erodoto; a qual proposito osserva il dotto () che essendo ciò avvenuto in tempo che Sibari era al colmo della sua potenza, ed aveva piena preponderanza su quella contrada, Elea non potè esser fondata da’ Focesi che coll’assenso de’ Sibariti.

§. VII. Alcune leggi di Caronda. — Le leggi di Caronda, secondo il costume di quell’età, erano scritte in versi, e tal celebrità avevano acquistata presso gli stessi Greci, che gli Ateniesi solevano cantarle ne’ loro conviti. Chi voglia copiose notizie di tali leggi potrà leggere e . Basterà qui accennarne alcune che valgano a dar saggio delle rimanenti.

1.° Chi dà matrigna a’ suoi figli sia rimosso dal Senato, e dal Consiglio della patria.

2.° Chi è convinto di calunnia, e di falsa delazione di un delitto, abbia la punizione di esser condotto intorno per tutta la città incoronato di tamerice.

3.° È proibito aver consorzio e familiarità co’ malvagi.

4.° Tutti i figliuoli de’ cittadini devono essere ammaestrati nelle belle lettere a spese pubbliche.

5.° Il patrimonio degli orfani sia affidato alla tutela ed amministrazione de’ loro agnati; la educazione loro alla fede e cura de’ cognati.

6.° Chiunque in guerra diserti le bandiere e gli ordini, o si nieghi a prender le armi in difesa della patria, stia esposto per tre giorni sulla pubblica piazza vestito da donna.

7.° Chiunque vorrà proporre la correzione di qualche legge, facendone la proposta dovrà tenersi un laccio alla gola, ed in quest’attitudine aspettar la deliberazione del popolo; affinchè se la correzione sarà ammessa, egli possa partirsi libero, e se sarà rifiutata, sia immantinente strangolato con quel laccio.

CAPO SECONDO. §. VI. I Japigi in Reggio. — Asserisce Diodoro Siculo che i Japigi vincitori, perseguitando i Tarentini ed i Reggini, fossero entrati confusi con questi ultimi in Reggio, ed occupata avessero questa città. Io ho modificato alquanto il racconto di Diodoro, attenendomi alle savie osservazioni de’ suoi commentatori, e del nostro dotto Arcidiacono Gaetano Paturzo, il quale in un suo opuscoletto inedito (Historica Rhegii civitatis Synopsis) così ragiona: «At vero tam longinquum reputanti spatium, quod Rhegium inter et pugnae locum Tarento proximum intercedit, haud scio an incredibilia videri possint ea, quae extremo loco unus modo Diodorus, silente Herodoto, prodit. Qui enim Japyges insequentes, fugientesque Rhegini, tot dierum iter, et quidem fere avium per mediterranea, infinitum per maritima, alii aliorum vestigiis inhaerentes decurrissent, victoresque victis immistos urbem nec opinantem oppressissent? Rhegium crederis Tarento vix unius horae spatio distantem. Quin tantum abest ut ejusmodi calamitatis appareat ullum vestigium, ut etiam Rhegio Pyxuntem coloniam triennio post deductam mox legas ex eodem Diodoro».

Pissunte o Bussento. — Niuna notizia storica abbiamo presso gli scrittori antichi sul progresso e floridità di questa colonia reggina; ma da una rara medaglia di Siri e Bussento, ch’esiste nel regio Museo di Parigi, e che pare (come attesta il ) essere stata battuta per occasione d’amistà, possiamo argomentare che tal colonia dovette prosperare per più tempo.

CAPO TERZO. § II. Le Terme. — Fra i monumenti, la cui ricordanza serve ad attestare l’antica civiltà della repubblica Reggina nell’epoca splendidissima della Magna Grecia, erano le Terme, o pubblici Bagni. Sorgeva questo elegante edifizio in quel sito della città, ove ora è una casa di proprietà del Monastero delle Salesiane, la quale fa angolo retto colla Strada Crisafi a mezzodì, e coll’altra detta delle Terme ad oriente. Dopo che, per i gagliardi terremoti del 1783, la nostra città rimase distrutta in non poca parte, e crollante in moltissima, sarebbesi potuto pure da quella sventura trarre occasione di fare non pochi scavamenti per diseppellire, quanto più fosse possibile, ciò che a noi rimane tuttavia sotterra della gloria degli avi. Certo egli è che (per la forza inevitabile delle infinite e continue vicende sì politiche che fisiche onde questo paese è stato sempre travagliato) tutta sotterra è l’antica Reggio; e le moderne abitazioni non sono fondate per lo più che in suolo mal fermo, o soprapposto all’antico da’ naturali rivolgimenti, o rammassato qua e là dalla singolare perizia degli architetti, per la strana voglia (che ancor dura) di ridurre tutta ad una livellazione la superficie della città.

Niente dunque potendo dir noi nè del Teatro antico, nè del Pritaneo, nè della Zecca, nè di molti altri vetusti edifizii, de’ quali or non ci avanza che il nome, intendiamo far brevi parole delle Terme, scoperte, sono ormai quarantasette anni, dal mio concittadino , caldo ricercatore delle patrie cose, e lodato scrittore di varii opuscoli appartenenti alla storia reggina. E tanto più dovrà parer utile che di questo nostro monumento si dia contezza, in quanto che al presente null’altro veggiamo nel luogo ov’esso sorgeva, che la mentovata casa, dove da moltissimi anni si lavorano indefessamente maccheroni e lasagne.

Nell’anno 1810, a premura del Barilla, la pubblica amministrazione provvide che si facessero scavi per disotterrare la Terme, e questi tosto cominciatisi coll’assistenza dello stesso, si giunse a scoprire non poca parte di quel monumento. Dal che si potette arguirne la solida ed ampia struttura, degna veramente dell’epoca più florida della nostra repubblica. Il Barilla ne fece il disegno, ed una minuta descrizione; dalla quale io desumo e riferisco qui quanto basta a dare a’ lettori una chiara idea dell’antico edifizio.

La sala centrale delle Terme faceva un esagono, del quale ogni lato aveva la lunghezza di venti palmi, ed il suo pavimento veniva sostenuto da parecchie serie di pilastrini laterizii dell’altezza di tre palmi, e della grossezza di un palmo e mezzo quadrato. Questi pilastrini formavano l’ipocausto inferiore, luogo ne’ bagni antichi dove faceva entrarsi il calore che serviva a riscaldar le stanze e le acque. Con questo ipocausto avevano comunicazione altri simiglianti ipocausti laterali. L’ingresso esteriore delle Terme fu trovato nel lato orientale dell’esagono; e vicino all’ingresso si rinvenne un braccio di marmo, che dovette appartenere per la sua grandezza ad una statua colossale ch’era forse eretta all’entrata. Si è scoperta ancora presso l’ingresso una base di marmo murata tenacemente, dove erano scolpite talune lettere greche, dal cui raccozzamento, benchè mezzo consunte, risultò la parola Diana. Ma non si potè conchiudere che la statua colossale avesse dovuto raffigurare tal Dea, poichè quella base di marmo, non essendo di tal proporzione da poter assettarvi una statua più grande del vero, fece congetturare ch’abbia dovuto servire ad altra statua minore.

In ciascuno degli altri due lati dell’esagono, attigui al lato orientale ed anteriore, e proprio nel mezzo di essi, era un adito che dall’esagono menava a due laconici laterali, i quali potevano dirsi anteriori, per la ragione che da ognun di essi, mediante un’altra entrata, passavasi ad altri due laconici posteriori. Appellavasi laconico negli antichi bagni quella came- retta, in cui il solo ambiente caldissimo provocava, per mezzo dell’ipocausto (senza far uso dell’acqua calda) un caldo sudore; e forse così si disse perchè nella Laconia si praticava in tal maniera. La figura di questi quattro laconici era circolare, ed aveva il diametro di palmi diciannove.

A’ tre lati posteriori dell’esagono erano contigui tre bagni semicircolari, di uguale grandezza, co’ corrispettivi sedili di marmo bianco. Il che si dedusse dalla forma architettonica dell’edifizio, essendosi trovato di tal marmo (e ben conservato) il sedile del bagno annesso a quello de’ tre lati dell’esagono che stava a mezzogiorno e ponente. Gli altri sedili, parte non furono scavati per non pregiudicare alla casa di Agostino Spanò, e parte dettero indizio di essere stati distrutti da urti violenti. Nello stesso bagno, ch’era tra ponente e mezzodì, furono scoperti varii di que’ tubi di terra cotta, che dovevano comunicare coll’ipocausto per la trasfusione e durata del calore nelle acque de’ bagni. Fu rinvenuto altresì nel semicerchio dello stesso bagno, e segnatamente dalla banda occidentale, il conduttore del calore della fornace negl’ipocausti; ma la fornace era al tutto rovinata, di esso conduttore non restavano che pochi frantumi.

Ma intanto che aspettavasi di veder conservato ed illustrato pienamente questo monumento, e lasciato aperto alla curiosità delle culte persone, come uno de’ pochissimi avanzi della nostra prisca civiltà, venne prima ordinato che si sospendesse lo scavamento, e poi s’inculcò che si tornasse ad interrare ciò che si era sterrato; affinchè nè alle pubbliche vie, nè alla contigua casa dello Spanò si venisse a recare ulterior detrimento. E così fu fatto: e quindi nell’anno 1824 fuvvi sopra costrutta la suddetta casa del .

§. II. Essormisto o Murena. — Il , nelle annotazioni alle Epistole di , dice dell’essormisto: «Est piscis ita a Graecis illis, qui ultimam oram Graeciae in Italia accolebant, vocatus, quia fundum maris deserere solet, ut in summum natet, qnod proprie dicitur de navi sublatis anchoris». È lo stesso che la murena plota de’ Greci, fluta de’ Latini; il che vuol dire soprannotante; «quod hae (murenae) dice , in stimma aqua prae pinguedine fluitent». Ne’ tempi posteriori queste murene servirono alle piscine romane, come si rileva da e da . Ecco le parole di Macrobio: «Arcessebantur murenae ad piscinas nostrae urbis ab usque freto Siculo, quod Rhegium a Messana dispescit. Ibi enim optimae a prodigis esse creduntur, tam hercule quam anguillae». Della murena (secondo la traduzione del dotto ) scrive presso Ateneo:

Se nell’angusto fluttuoso Stretto Che parte Italia, presa vien la plota Detta murena, comprala, chè questo Ivi è boccone di stupendo gusto.

Anguilla. — Dallo stesso Archestrato è assai lodata la nostra anguilla:

Lodo ogni anguilla, ma la più squisita È quella che si pesca nello Stretto, Nel mar, che Reggio di rincontro guarda O di Messina abitator felice Sopra ogni altro mortal, che questo cibo In copia mangi.

Sifia o Pescespada. — Questo pesce pare che corrisponda al pesce lato di , che dice:

Là nello Stretto che riguarda Scilla Nella piena di selve Italia, il mare Il pesce lato, ch’è famoso, alleva, Boccone intero da recar stupore.

Della pesca del pescespada presso gli antichi fa una curiosa descrizione , dalla quale si scorge che l’antico modo della pesca è poco differente dall’odierno. Io la trascrivo secondo l’elegante traduzione latina fattane dal soprallodato nostro , (Historica Rhegii civitatis Synopsis): «Est in specula explorator communis venatoribus ad insidias propter navium stationem paratis in lembis compluribus, qui duobus remis aguntur: duo viri in singulis lembis: alter lembum agit, alter hasta armatus stat in prora, galeotae adventum speculatore indicante. Tertia sui parte bellua sopra mare solet eminere. Appropinquante vero rate feramque attingente, cominus ille hastam ejus corpori impingit, evellitque, relicta in corpore ejus cuspide quae hamata est, et dedita opera leviter hastili praefigitur. Ab ea dependit longus funiculus, quem, bellua vulnerata, laxat; donec palpitando ac subterfugiendo defatigetur. Tum ad terram educunt, aut in lembum imponunt, nisi omnino vasto sit corpore. Hastile, etiamsi in mare excidat, non perii: est enim compactum ex quercu et abiete, ut cum pendere pars querna mergitur, rcliquum in sublimi extet, ac recipi facile possit. Nonnunquam etiam remex per ipsum lembum vulneratur ob magnitndinem gladii galeotae et vim belluae: cujus et impetus et venatio aprorum similis est».

Haec quidem omnia (continua qui il Paturzo) singulis annis incunte aestate apud Scillaeos videmus, et hoc amplius quod praetermisit Polibius, speculatores, quos supra diximus, galeotae adventum, variosque motus ex alto prospectantes, vocibus etiam nunc graecanicis, at corruptissimis, et usu sibi modo cognitis, venatorios lembos, quocumque ille fertur ita dirigere ut eos ferae veluti impingant. — Descrissero la pesca del pescespada ed il Can. , il primo in eleganti esametri latini, il secondo in prosa italiana.

Vino di Reggio. — Del nostro vino dice che aveva più forza e corpo di quello di Pozzuoli, e durava utile e buono sino al quindicesimo anno. Ed in questo luogo non voglio lasciare di far menzione del vino biblino, la cui vite dall’antichissima Italia fu introdotta in Sicilia. Ateneo, recando varie opinioni dell’origine di tal nome biblino, si attiene da ultimo alla narrazione che ne fa il reggino . Sentiamo dunque Ateneo: «Hippius Rheginus, quam vitem εἰλεὸν, idest tortuosam dicebant, bibliam vocatam fuisse tradit, eamque argivum Pollin, qui regnavit Syracusis, primum ex Italia Syracusas invexisse. Quaroobrem quod dolce vinum Siculi Pollium nuncupant, biblinum fuerit. Al che aggiunge il Mazzocchi: Italia illa ex qua vitis biblia Syracusas traslata fuit, non alia quam Italia vetustissima erat».

§. III. Alleanza de’ Reggini cogli Ateniesi. ― Tra i marmi che trasportò dalla Grecia in Inghilterra, ve n’è uno dove è incisa, come assicura l’ (Sylloge graecarum inscriptionum) la formola di que- st’alleanza, ch’era antica, e che apparisce rinnovata e riconfermata, in occasione della nuova guerra, nel quarto anno dell’olimp. 86a.

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