Front matter
MARGARITA, fantesca. | ASTROLOGO.
BALIA. | CAMILLO.
LIPPO, amico di | MADONNA, moglie di Abbondio.
Prologo primo
Più non vi paja udir cosa impossibile Se detto vi sarà che i sassi e gli alberi, Di contrada in contrada, Orféo seguivano; Nè vi paja gran fatto se già Apolline Ed Anfïon montar le pietre fecero Addosso l’una a l’altra, come montano Li galli le galline, e se ne cinsero Tebe di mura e la città di Priamo: Poi che vedeste in cameval preterito, Che Ferrara, con le sue case e regii Tetti, e lochi privati e sacri e pubblici,
Se n’era sin qui in Roma venuta integra; E questo dì Cremona vedete esserci Venuta a mezzo il verno, per difficile Strada, piena di fanghi e di monti asperi. Nè vi crediate già che la necessiti A venir, che si voglia d’omicidii, Di voti di tai cose far assolvere; Perchè non n’ha bisogno; e quando avuto lo Avesse, aría sperato che ’l pontefice Liberal le averebbe l’indulgenzia Fatta mandar fino a casa, plenaria; E se pur non in dono, per un prezio Che più costan qui al maggio le carciofole: Ma vien sol per conoscer in presenzia, Vedere e contemplar con gli occhi proprii Quel che portato le ha la fama celebre, De la bontade, del candor de l’animo, De la religïon, de la prudenzia, De l’alta cortesia, del splendor inclito, De la somma virtù di Leon decimo. E perch’ella non v’abbia meno ad essere Grata che fusse Ferrara e piacevole, Non è venuta senza una Commedia Tutta nuova, la qual vuol che si nomini Il Negromante, e ch’oggi a voi si reciti. Or non vi parrà più tanto mirabile Che Cremona sia qui, chè già giudizio Fate che ’l negromante de la fabula L’abbia fatta portar per l’aria ai diavoli: Ma quando anche così fosse, miracolo Saría però. Questa nuova Commedia Dicevi averla avuta dal medesimo Autor da cui Ferrara ebbe i . Mo’, se non vi parrà d’udire il proprio E consüeto idioma del suo popolo, Avete da pensar ch’alcun vocabolo Passando udì a Bologna, dove è Studio;
Il qual gli piacque e lo tenne a memoria: A Fiorenza ed a Siena poi diede opera, E per tutta Toscana, a l’eleganzia Quanto potè più; ma in sì breve termine, Tanto appreso non ha, che la pronunzia Lombarda possa totalmente ascondere. Or, se la sua Commedia con silenzio Udirete, vi spera dar materia. Quanta vi désse Ferrara, da ridere.
Prologo secondo
Più non vi parrà udir cosa impossibile Se sentirete che le fiere e gli arbori, Di contrada in contrada, Orféo seguivano; E che Anfïone in Grecia e in Frigia Apolline Cantando, in tanta foja i sassi posero, Che addosso l’uno all’altro si montavano (Come qui molti volentier farebbono, Se fosse lor concesso), e se ne cinseno Di mura Tebe e la città di Priamo: Poichè qui troverete Cremona essere Oggi venuta intera col suo populo; Ed è questa ove io sono, e qui cominciano Le sue confine, e un miglio in là si stendono. So che alcuni diranno, ch’ella è simile, E forse ancora ch’ella è la medesima Che fu detta Ferrara, recitandosi : ma avvertite e ricordatevi Che gli è da carnoval, che si travestono Le persone; e le fogge ch’oggi portano
Questi, fûr jer di quegli altri, e darannole Domane ad altri; ed essi alcun altro abito, Ch’oggi ha alcun altro, doman vestirannosi. Questa è Cremona, come ho detto, nobile Città di Lombardia, che comparitavi È innanzi con le vesti e con la maschera Che già portò Ferrara, recitandosi La Lena. Parmi che vorreste intendere La causa che l’ha qui condotta. Dicovi Chiar, ch’io nol so, come chi poco studia Spiar le cose che non mi appartengono. Se avete volontà pur d’informarvene, Sono in piazza alcun’ banchi, alcuni fondachi, Alcune speziaríe che mi par ch’abbiano Poche faccende, dove si riducono Questi che cercan nuove, e solo intendono Ciò che in Vinegia e ciò che in Roma s’ordina; Se Francia o Spagna abbia condutti i Svizzeri O pur i Lanzchenecche al suo stipendio. Questi san tutte le cose che corrono Di fuor; ma quelle che lor più appartengono, Che fan le mogli, che fan l’altre femmine Di casa, mentre essi stan quivi a battere Il becco, non san forse, e non si curano Di saper. Questi vi potranno rendere Conto di quanto cercate d’intendere Della venuta di Cremona: io dirvene Altro non so, se non ch’ella, per esservi Più grata, ci ha recata una Commedia Nuova, la quale Il Negromante nomina. Ora non vi parrà già più miracolo Che sia venuta qui; chè già giudizio Fate che ’l negromante della fabula L’abbia fatta portar per l’aria ai diavoli: Chè quando anco così fosse, miracolo Saría però. Questa nuova Commedia Dic’ella aver avuta dal medesimo Autor da chi Ferrara ebbe di prossimo La Lena; e già son quindici anni o sedeci,
Ch’ella ebbe la Cassaria e li Suppositi. Oh Dio, con quanta fretta gli anni volano! Non aspettate argomento nè prologo, Chè farlo sempre dinanzi fastidia. Il varïare, e qualche volta metterlo Di dietro, giovar suol; nella Commedia Dico. S’alcuno è che pur lo desideri Aver or ora, può in un tratto correre Al spezial qui di corte, e farsel mettere, Che sempre ha schizzi e decozioni in ordine.
Atto primo
Margar.Io non ho mai, da quel dì che andò Emilia A marito, che un mese e più debbe essere, Se non solamente oggi avuta grazia Di uscir tanto di casa, che potutola Abbia venir a visitar. Se fossino Tuttavía in casa nostra cento femmine, Tocchería sempre a me guardar la cenere, Con le gatte; nè a messa mai nè a ufizio Vo con Madonna. Pur, tanto piacevole Oggi l’ho ritrovata, che partendosi Per venir qui a veder la figlia e il genero, Mi disse: — Margarita, come suonano Vent’ore, vien per me, chè io non vô perdere Oggi il vespero. — Io pure alquanto anticipo Il tempo, per veder più ad agio Emilia E star un pezzo con lei. Ma la balia Esce di casa. Dove si va, balia? Balia.In nessun luogo. Io venía che parevami D’aver sentito un di questi che girano Vendendo l’erbe. Margar.Mia Madonna acconciasi Per partir anco?
Balia.Oh! sei stata sollecita Molto a venir per lei. Margar.La nostra Emilia Che fa? Balia.Pur dianzi si serraro in camera Ella e la madre, ed è con esse un medico Che ci venne oggi forestiero e parlano Di segreto. Margar.Io venía con desiderio Di stare un pezzo pur con lei. Balia.Mal copia Oggi ne avrai, chè tutta è malinconica. Margar.Che l’è accaduto? Balia.Quel ch’avea la misera Da aspettar meno. Che nasca una fistola A chi mai fece questo sposalizio! Margar.Ognun sì lo lodava da principio Per un partito de’ miglior che fossino In questa terra. Balia.Dar non la potevano, Margarita mia, peggio. Margar.È pur bel giovane. Balia.Altro bisogna. Margar.Intendo ch’è ricchissimo. Balia.Bisogna anch’altro. Margar.Debbe esser spiacevole? Ma non stia in punta e giostri di superbia Con esso lui. Balia.Deh, non temer che giostrino, Chè la lancia è spuntata e trista e debole. Margar.Dunque non le fa il debito egli? Balia.Il debito, eh? Margar.Che! non può? Balia.La infelice è così vergine Come era innanzi questo sposalizio. Margar.Uh, che disgrazia! Balia.È ben una disgrazia Delle maggiori ch’aver possa femmina.
Margar.Lasci andar, nè però si dia molestia; Potrà ben... Balia.Quando potrà ben, se in quindici O trenta dì non può? Margar.Se ne ritrovano, Intendo, alcuni che stan così deboli Gli anni, e ritornan poi come prima erano. Balia.Gli anni? Signor! Dunque debbe ella attendere A bocca aperta, che le biade naschino E si maturin poi, s’ella dee pascersi? Non era meglio che sedessi in ozio In casa di suo padre, che venirsene La misera a marito, non dovendoci Aver se non mangiar, vestire e simili Cose, ch’aver poteva in abbondanzia Col padre ancora? Margar.Qualche trista femmina Con cui lo sposo avrà già auto pratica, L’averà così guasto per invidia: Ma pur sono a tal cose dei rimedii. Balia.Provati se ne sono e se ne provano Tuttavía molti, e par che nulla vaglino. Ben ci viene uno che in tal cose dicono Che sa molto e che fa prove mirabili; Ma sin qui non gli ha già fatto alcun utile: Sicchè di peggio che malía mi dubito, E che gli manchi ben puômmi tu intendere. Margar.Ben saría meglio che data l’avessino A Camillo, che tante volte chiedere La fece lor. Perchè gliela negarono? Perchè Cintio è più ricco? Balia.Differenzia Di roba è poca tra loro: anzi il fecero Perchè fin da i primi anni fra i due suoceri Fu sempre una strettissima amicizia. Ben se ne son pentiti; e se potessino Le cose che son ite, addietro volgersi La seconda fïata, voglio credere Che meglio della prima si farebbono. Ma ecco che vien fuor di casa Fazio. Vien dentro tu. Non vô questa seccaggine Ci coglia qui, che sempre vuole intendere
Ciò che si fa, ciò che si dice. Domine, Come è impronto, nojoso e rincrescevole!
Lippo.Questa è la prima strada, che volgendosi A man manca, passato Santo Stefano, Si trova; e questa la casa debb’essere Di Massimo, vicino alla quale abita Colui ch’io vo cercando. Ma notizia Me ne darà forse costui. Ma veggolo, Veggol, per dio! Gli è quel ch’io cerco proprio: Gli è desso. Fazio.Non è questo Lippo? Lippo.O Fazio. Fazio.Quando a Cremona? Lippo.O caro Fazio, veggoti Volentieri. Fazio.Io tel credo. Ed io te simile- mente. E che buone faccende ti menano? Lippo.Mi manda Copo vostro per riscuotere Alcuni suoi danari, che gli debbono Gli eredi di Mengoccio Della Semola. Fazio.Quando giungesti? Lippo.Giunsi ieri sul vespero. Fazio.Or che si fa a Firenze? Lippo.Si fa il solito. Odo che ti sei fatto in corpo e anima Cremonese, nè più curi la patria. Fazio.Che vuoi ch’io faccia? A Firenze sì premeno Le pubbliche gravezze, che resistere Non vi si può: qui mi ridussi, e vivomi Con la mia brigatella assai più comodo. Lippo.Tua moglie come sta? Fazio.Sana, Dio grazia. Lippo.Non avevate una figliuola? Parmene Pur ricordar.
Fazio.Ben ricordar potrebbeti D’una fanciulla che ci abbiam da piccola Allevata e tenuta cara, e amiamola Più che figliuola. Lippo.Vostra riputavola. Fazio.Nostra figliuola ella non è: lasciataci Fu da sua madre, la qual capitataci In casa inferma, dopo dieci o dodici Giorni che v’alloggiò, si morì. Lippo.Avetela Ancora maritata? Fazio.Maritatala Avevamo, e sì bene, che pochissimi Partiti in questa terra si trovavano Miglior di quello: poi c’è entrato il diavolo Dentro, sì che talor vorrei non essere Nato. Lippo.M’incresce d’ogni tua molestia. Fazio.Ben ne son certo. Lippo.E se in ciò far servizio Ti posso, mi comanda. Fazio.Ti ringrazio. Lippo.E s’io sapessi il caso, e potessi utile Farti o di fatti o di parole, avrestimi, Quanto altro amico abbi al mondo, prontissimo. Fazio.Se quando ero a Firenze, Lippo, amavoti Quanto me stesso, e s’ancor mai nasconderti Non volsi nè potéi cosa che in animo Avessi; io non voglio ora, che l’assenzia Di cinque anni o di sei possa del solito Suo aver mutata la benivolenzia Mia verso te, e ch’in te la mia fiducia Non sia in Cremona quale era in la patria. Lippo.Io ti ringrazio di queste amorevoli Parole e buona volontà; e certissimo Render ti puoi che da me n’abbi il cambio. E sia quel che si voglia, che nell’intimo De’ miei segreti pôr ti paja, ponloci Sicuramente; chè dipositario
Ti sarò in ogni parte fedelissimo. Fazio.Or odi. Nella casa qui di Massimo Un costumato e gentil giovane abita, Nomato Cintio, il qual da questo Massimo È stato tolto per figliuol, con animo (Perchè non ha alcun altro ed è ricchissimo) Di lasciarlo suo erede. Or questo giovane Gli ha quella riverenzia ed osservanzia Che immaginar ti dêi che convenevole Sia a persona che aspetti d’aver simile Ereditade; quando nè per vincolo Di sangue è indotto a fargli, nè per obbligo, Nè per altro rispetto che per libera Voluntà propria, sì gran beneficio. Essendoci vicino questo giovine, Come io ti dico, e talvolta venendoli Veduta la fanciulla, che Lavinia Si chiama, all’uscio, alle finestre, accesesi Oltra modo di lei. Lippo.Fatta debb’essere Bella, per quanto di lei far giudicio Si potéa da fanciulla. Fazio.Ha assai buon’aria. Odi pur. Cintio cominciò a principio, Con preghi e con profferte di pecunia, A tentarla: ella sempre con modestia Gli rispondeva, o gli facéa rispondere, Che sua altrimente non era per essere Che legittima moglie, e con licenzia Mia; chè m’ha in gran rispetto, nè mi nomina Se non per padre. Questo avrebbe il giovine Fatto, senza guardare all’osservanzia Che debbo al vecchio ed al pericol d’essere Cacciátone di casa. Se accordatomi Foss’io con lui, sarebbe il matrimonio Seguito; ma vedend’io che poco utile M’era dargli Lavinia, succedendone Di Massimo l’offesa e la disgrazia, Producéa in lungo la cosa, chè al giovane Non voléa dar repulsa nè promettere Liberamente. Durò questa pratica Forse quattro anni. All’ultimo, vedendolo
Perseverare in questo desiderio Sì lungamente, e conoscendo il giovine Da ben, mi parve non fosse da perdere Sì rara occasïone; e confidandomi Ch’egli è discreto e che faría procedere Queste cose segrete, finchè Massimo Ci desse luogo (il qual, secondo il termine Del corso natural, non dovría vivere Però gran tempo), fui contento darglila. Così, in presenzia di due testimonii, Operai che in segreto sposò Cintio La fanciulla, e in segreto accompagnaronsi, Ed in segreto ancor fin qui godutisi si Sono; e successo il tutto era benissimo. Lippo.Cotesto — era — mi spiace: or questo Cintio Si debbe esser mutato di proposito? Fazio.Cotesto no; Lavinia ama egli al solito. Lippo.Che ci è dunque? Fazio.Diròttelo. Non passano Tre mesi, che nulla sappiendo Massimo Di questa trama, con gli amici pratica Fece, che Abbondio, cittadin ricchissimo Di questa terra, gli promesse, e dieronsi La fede, ch’una sua figliuola, che unica Si trova aver, saría moglie di Cintio; E conchiuser tra lor lo sponsalizio, Prima che noi n’avessimo notizia; Ed alla sproveduta sì lui colsero, Che sposar gli la fêro, e il dì medesimo Menar a casa, sì che dire il misero Non seppe una parola mai in contrario. Lippo.Così Lavinia fia lasciata, e vedova Sarà, vivendo il marito? Fazio.Ne dubito: Pur tentiamo una via, che succedendoci, Si potría far che ’l nuovo sponsalizio Non seguiría. Lippo.Che via?
Fazio.Non ha ancor Cintio Fatto alcun saggio di quest’altra femmina. Lippo.Cotesto non cred’io, chè gli è impossibile; Ma che vi dia la ciancia ben vô credere. Fazio.Non mi dà ciancia, no; síane certissimo. Non ti sarebbe a crederlo difficile, Se tu n’avessi, come abbiam noi, pratica. Ti dirò più, che se n’è con la balia La sposa querelata; e riferitolo L’ha la balia alla madre e al padre Abbondio; Ed Abbondio se n’è dipoi con Massimo Molto doluto: e Massimo, che sciogliere Non vorría il parentado, nè che Cintio Sì buona ereditade avesse a perdere, È ito a ritrovar, non so se astrologo O negromante debbo dire, un pratico Molto circa a tal cose, ed ha promessogli Donar venti fiorini se lo libera. Vedi se ci dileggia o no. Lippo.Che speri tu Che per tal finzïone abbia a succedere? Fazio.Che poi che stato sia sei mesi, or mettila A un anno, Cintio in tanta continenzia, Pensando in fine Abbondio che perpetua Sia questa infermitade ed incurabile, S’abbia a ritôr la figliuola; e, potendoci Di questo nodo questa volta sciogliere, Non abbiamo dipoi di che aver dubbio. Ben saría pazzo, e bene avrebbe in odio La cosa sua, se più di darla a Cintio Parlasse, poichè d’impotente e debole Ha nome. Lippo.È bel disegno e può succedere, Purchè Cintio stia saldo in un proposito. Fazio.Non temo che si muti. Lippo.S’egli seguita, Pel più fedel lo lodo e dabben giovine Di chi io sentissi mai parlare. Or piacemi D’averti visto. Dio sia favorevole A tutti i vostri desiderî. Possoti Far cosa che ti piaccia? Fazio.Che dimestica-
mente alloggi qui meco. Lippo.Io ti ringrazio. Son con questi alloggiato Della Semola; Ed ho a far sì con loro, che spiccarmene Posso male; ed appena ho avuto spazio Di venirti a vedere, ed or m’aspettano. Fazio.Verrò a trovarti questa sera. Lippo.Lasciati, Per tua fè’ spesso veder, e godiamoci, Finch’io sto qui, più che ci sia possibile. Fazio.Cosi faremo. Ecco Cintio con Temolo. Se tutti i servitori così fosseno Fedeli alli padroni come Temolo È a questo suo, le cose passerebbono Delli padroni meglio che non passano.
Cintio.Temolo, che ti par di questo astrologo, O negromante voglio dir? Temolo.Lo giudico Una volpaccia vecchia. Cintio.Ora ecco Fazio. Io domandavo costui dell’astrologo Nostro quel che gli par. Temolo.Dico ch’io il giudico Una volpaccia vecchia. Cintio.Ed a voi, Fazio, Che ne par? Fazio.Lo stimo uom di grande astuzia E di molta dottrina. Temolo.In che scïenzia È egli dotto? Fazio.In l’arti che si chiamano Liberali. Cintio.Ma pur nell’arte magica Credo che intenda ciò che si può intendere, E non ne sia per tutto il mondo un simile. Temolo.Che ne sapete voi? Cintio.Cose mirabili
Di lui mi narra il suo garzone. Temolo.Fateci, Se Dio v’ajuti, udir questi miracoli. Cintio.Mi dice che a sua posta fa risplendere La notte e il dì oscurarsi. Temolo.Anch’io so simile- mente cotesto far. Cintio.Come? Temolo.Se accendere Di notte anderò un lume, e di dì a chiudere Le finestre. Cintio.Deh, pecorone! dicoti. Che estingue il sol per tutto il mondo, e splendida Fa la notte per tutto. Temolo.Gli dovrebbeno Dar gli speciali dunque un buon salario. Fazio.Perchè? Temolo.Perchè calare il prezzo e crescere, Quando gli paja, può alla cera e all’olio. Or, sa far altro? Cintio.Fa la terra muovere, Sempre che il vuol. Temolo.Anch’io tal volta muovola, S’io metto al fuoco o ne levo la pentola; O quando cerco al bujo se più gocciola Di vino è nel boccale, allor dimenola. Cintio.Te ne fai beffe, e ti par d’udir favole? Or che dirai di questo, che invisibile Va a suo piacer? Temolo.Invisibile? Avetelo Voi mai, padron, veduto andarvi? Cintio.Oh, bestia! Come si può veder se va invisibile? Temolo.Ch’altro sa far? Cintio.Delle donne e degli uomini Sa trasformar, sempre che vuole, in varii Animali, e volatili e quadrupedi. Temolo.Si vede far tutto il dì, nè miracolo
È cotesto. Fazio.U’ si vede far? Temolo.Nel popolo Nostro. Cintio.Non date udienza alle sue chiacchiere, Che ci dileggia. Fazio.Io vô saperlo: narraci Pur come. Temolo.Non vedete voi, che subito Un divien podestade, commissario, Provveditore, gabelliere, giudice, Notajo, pagator degli stipendii, Che li costumi umani lascia, e prendeli O di lupo o di volpe o di alcun nibbio? Fazio.Cotesto è vero. Temolo.E tosto ch’un d’ignobile Grado, vien consigliere o segretario, E che di comandar agli altri ha ufficio, Non è vero anco che diventa un asino? Fazio.Verissimo. Temolo.Di molti che si mutano In becco vô tacer. Cintio.Cotesta, Temolo, È una cattiva lingua. Temolo.Lingua pessima La vostra è pur, che favole mi recita Per cose vere. Cintio.Dunque, non vuoi credere Che costui faccia tali esperïenzie? Temolo.Anzi, che di maggior ne faccia, credere Vi voglio, quando con parole semplici, Senza aver dimostrato pur un minimo Effetto, può cavar di mano a Massimo Quando danari e quando roba. Or essere Potría prova di questa più mirabile? Cintio.Tu cianci pur, nè rispondi a proposito. Temolo.Parlate cose vere, o che si possino Credere almeno; e come è convenevole Risponderòvvi. Cintio.Dimmi questo: credi tu
Che costui gran maestro sia di magica? Temolo.Ch’egli sia mago, ed eccellente, possovi Credere; ma che farsi li miracoli Che dite voi si possano per magica, Non crederò. Cintio.La poca esperïenzia C’hai del mondo, n’è causa. Dimmi, credi tu Che un mago possa far cosa mirabile, Come scongiurar spirti, che rispondino Di molte cose che tu vogli intendere? Temolo.Di questi spirti, a dirvi il ver, pochissimo Per me ne crederei; ma li grandi uomini E principi e prelati che vi credono, Fanno, col loro esempio, ch’io, vilissimo Fante, vi credo ancora. Cintio.Concedendomi Questo, mi puoi similmente concedere, Ch’io sono il più infelice uomo e il più misero Ch’oggi si trovi al mondo. Temolo.Come? seguita. Cintio.S’egli venisse a scongiurar gli spiriti, Non saprebbe egli ch’io non sono debole Com’io mi fingo? E la cagion del fingere Non sapría ancor, che con tal mezzo studio Di tôr da me la figliuola d’Abbondio, E che Lavinia è mia moglie? Or sapendolo, Ed al mio vecchio insieme riferendolo, A che termin son io? Temolo.E’ non è dubbio Che saresti a mal termine. Cintio.Anzi pessimo. Fazio.Volete, Cintio, ch’io vi metta un ottimo Partito innanzi, sopra il qual fantastico Già molti giorni, e concludo ch’altro essere Non ci può, se non questo, salutifero? Cintio.Dite. Fazio.Mi par che costui sia molto avido Di guadagnare assai. Cintio.Son del medesimo
Parere anch’io: che più? Fazio.Dunque, rendetevi Certo ch’egli più tosto vorrà apprendersi A quaranta che a venti. Cintio.L’ho certissimo. Fazio.Il vecchio gli ha promesso, se vi libera, Di donar venti scudi; e, credo, trattone Le spese. Cintio.Seguitate. Fazio.Or, ritrovatelo, E tutto il desiderio vostro apriteli; E una profferta fategli magnanima Di quaranta ducati, e che facci opera Che si dissolva questo sponsalizio. Cintio.Ma da chi troverò quaranta piccioli, Non che fiorini, in tal tempo? Fazio.Lasciatene A me la cura. S’io dovessi vendere Letto e lenzuola ed ogni masserizia C’ho in casa, e, senza serbarmi una camera, La casa stessa, provvederò subito A tal bisogno. Cintio.In questa cosa, Fazio, Ed in ogni altra, sempre mai rimettere A voi mi voglio. Fazio.Che ne di’ tu, Temolo? Temolo.Il medesmo che voi dite. Cintio.Parendovi Dunque così, gli parlerò. Fazio.Parlategli, E tosto. Cintio.Or ora, poichè senza avvolgermi Per la terra a cercarlo, io l’ho qui comodo In casa. Fazio.Egli è qui in casa? Cintio.Sì. Fazio.Chiamatelo Da parte, o vi serrate nella camera Con lui. Cintio.Così farò. Fazio.Ma ecco Massimo, Che a tempo vi dà loco. Resti Temolo
Con esso voi; ch’io voglio ire a pôr ordine Che abbiam questi danar che ci bisognano.
Massimo.Cintio. Cintio.Messere. Massimo.Odimi un poco. Voglioti Pur dir quel che più volte ho avuto in animo, Ed ho fin qui taciuto, non fidandomi Del mio parere: or, quando altri concorrere Ci veggo ancora, tel vô dir. La pratica La quale hai col vicino nostro Fazio, Non mi par molto buona nè lodevole. Mal si confanno insieme i vecchi e i gioveni. Cintio.Messer, cotesto parlare è contrario A quel che dir solete, che li gioveni Praticando coi vecchi, sempre imparano. Massimo.Male imparar si può dove il discepolo Sa più del suo maestro. Cintio.Gli è da credere, Ma non v’intendo. Massimo.Te l’ho, dunque, a lettere Di speciali a chiarir? Mal convenevole Mi par ch’un vecchio tenga così intrinseca Dimestichezza teco, il qual sì giovane E sì bella figliuola abbi; e ti tolleri Che da mattina a sera tu gli bazzichi Per casa, essendovi egli e non essendovi. Per il tempo passato, che dal vincolo Della moglie eri sciolto, sempre vivere T’ho lasciato a tuo modo, nè molestia Mi dava che ’l vicino avesse infamia Per te; chè, del suo onor poco curandosi Egli, molto men io debbo curarmene. Ma or c’hai moglie a lato, e che i tuoi suoceri Si son doluti meco di tal pratica, Ed han sospetto che queste sue femmine T’abbiano così guasto; voglio rompere Lo scilinguagnolo, e dir che malissima-
mente fai, più tenendo cotal pratica. Cintio.Non è per mal effetto s’io gli pratico In casa, e non è tra me e quella giovane Alcun peccato: così testimonio Me ne sia Dio. Ma chi può le malediche Lingue frenar, che a lor modo non parlino? Massimo.Pur ciance! che vi fai tu? che commerzio Hai tu con lor? Cintio.Non altro che amicizia Onesta e buona. Ma in quali case essere Sentite donne voi, ch’abbiano grazia, Che tutto il dì non vi vadano i gioveni, Essendo o non essendovi i lor uomini, A corteggiar? Massimo.Nè l’usanza è lodevole: Cotesto al tempo mio non era solito. Cintio.Doveano al vostro tempo avere i giovani Più che non hanno a questa età malizia. Massimo.Non già; ma ben i vecchi più accorti erano. Mi maraviglio che al presente gli uomini Non sieno affatto grassi come tortore. Cintio.Perchè? Massimo.Perchè hanno tutti sì buon stomaco. Torna in casa, e tien compagnía all’astrologo; Ch’io voglio ire a un mio amico, che mi accomodi D’un suo bacin d’argento, ch’è assai simile Al mio, poichè non basta un solo, e vuolene Due. Di quest’altre cose che bisognano, N’ho in casa molte; e di parecchie datoli Ho li danari, acciocchè esso le comperi Secondo che gli piace. Io mi delibero, Che s’io dovessi ciò c’ho al mondo spendere, Per me non stia che tosto non ti liberi.
Atto secondo
Per certo, questa è pur gran confidenzia Che mastro Jachelino ha in sè medesimo, Chè mal sapendo leggere e mal scrivere, Faccia professïone di filosofo, D’alchimista, di medico, di astrologo, Di mago e di scongiurator di spiriti: E sa di queste e dell’altre scïenzie, Che sa l’asino e ’l bue di sonar gli organi; Benchè si faccia nominar lo astrologo Per eccellenza, sì come Il poeta e il filosofo. Ma con un viso più che marmo immobile, Ciance, menzogne, e non con altra industria, Aggira ed avviluppa il capo agli uomini; E gode e fa godere a me (ajutandoci La sciocchezza, che al mondo è in abbondanzia) L’altrui ricchezze. Andiamo come zingari Di paese in paese, e le vestigie Sue tuttavía dovunque passa restano Come della lumaca, o, per più simile Comparazion, di grandine o di fulmine: Sì che di terra in terra, per nascondersi, Si muta nome, abito, lingua e patria. Or è Giovanni, or Pietro; quando fingesi Greco, quando d’Egitto, quando d’Africa: Ed è, per dire il ver, giudéo d’origine, Di quei che fûr cacciati di Castilia. Sarebbe lungo a contar quanti nobili, Quanti plebei, quante donne, quanti uomini,
Ha giuntati e rubati; quante povere Case ha disfatte, quante d’adulterii Contaminate, or mostrando che gravide Volesse far le maritate sterili, Or le sospizïoni e le discordie Spegner, che tra mariti e mogli nascono. Or ha in piè questo gentiluomo, e beccalo Meglio che frate mai facesse vedova.
Astrologo.Provvederò ben al tutto io: lasciatene A me pur il pensier. Nibbio.Sì sì, lasciatene La cura a lui: non vi potete abbattere Meglio. Astrologo.Oh! tu se’, Nibbio, costi? Volevoti Appunto. Nibbio.Anzi, vorreste un altro, simile A quel che resta costà dentro; ch’utile Poco avrete di me. Astrologo.Vorrei de’ simili Più tosto a questi che meco fuor escono. Ve’ che non t’apponesti. Nibbio.Come diavolo Faceste? Astrologo.Dianzi me li diede Massimo, Chè in certe medicine che bisognano Io li spendessi. Te’ tu questi; comprane Due buone paja di capponi, e sieno... Tu intendi; fa che di grassezza colino. Nibbio.Vi chiamarete servito benissimo. Astrologo.Due bacini d’argento, che non vagliono Men di cento cinquanta scudi, voglioti
Far vedere in man mia. Credo che Massimo Vorrà uno scritto di mano, e in presenzia Di qualche testimonio consegnarmeli. Nibbio.Fate a mio senno, padron: come avutili Avete, andiamo a Ferrara o a Vinegia. Astrologo.Con sì poco bottin tu vuoi ch’io sgomberi? Credi tu ch’io non abbia più d’un traffico In questa terra, piena di scioccaggine Più che Roma d’inganni e di malizie? Chè s’io mi parto sol con questo, perdomi Così mille ducati, come, a studio, Andassi ov’ha più fondo il mare a spargerli. Nibbio.Che altro traffico, senza quel di Massimo, Avete voi? Astrologo.N’ho con questo suo Cintio Un altro non minor; ma da cavarsene Tosto il guadagno fuor molto più agevole, Da quel del vecchio suo diverso. Abbiamone Un altro poi, che val più che non vagliono Insieme questi dua, nè s’anco fossino Dua tanti; e tutti questi hanno un medesimo Principio. Tu devresti ben conoscere Camillo Pocosale, un certo giovane Bianco, tutto galante. Nibbio.Pur conoscere Lo devrei; così spesso venir veggolo Con voi. Astrologo.Ma tu non sai, c’ha una bellissima Quantitade d’argenti, che lasciatigli Furon, con l’altra eredità, da un vescovo Suo zio; e l’altr’ier, ch’un pezzo stetti in camera Con lui, veder me li fe tutti. Vagliono Settecento ducati, e credo passino. Nibbio.Non è già posta da lasciar: farebbono Per noi. Astrologo.Per noi faran, se mi riescono Alcuni bei disegni ch’io fantastico. Questo Camil della sposa di Cintio È sì invaghito, che quasi farnetica. Ben fe il meschino, prima che la dessino A Cintio, ciò che far gli fu possibile Per averla per moglie. Ora notizia
Di questa debiltade ed impotenzia Avendo dello sposo, il quale il vomere Non può cacciar nel campo, ha ripreso animo E speranza che a sè s’abbia a ricorrere, Volendolo ridursi che si semini: E son più giorni ch’a me venne, essendogli Detto c’ho tolto a raddrizzare il manico Dell’aratro; e due scudi in mano postimi A prima giunta, indi il suo amor narratomi, Mi supplicò piangendo, che procedere Volessi in guisa alla cura di Cintio, Che più impotente restasse e più debole Di quel che sia, e in modo che conoscere Mai non potesse carnalmente Emilia; E cinquanta fiorin donar promessemi, Se il parentado facevo dissolvere. Nibbio.Verso gli argenti cotesto è una favola: Ma nè i cinquanta fiorini anco putono; E mi par che ’l beccarli vi sia facile, Chè tosto che dichiate al padre o al suocero... Astrologo.Deh! insegnami pur altro che di mugnere Le borse, chè gli è mio primo esercizio. Non vô che trenta fiorini mi tolghino Seicento, e più. Quelli argenti mi toccano Il cuor. Bisogna un poco che si menino Le cose in lungo, finchè giunga un comodo Di levar netto. Intanto non ci mancano Altri babbion che ci daran da vivere. Sono alcuni animali, dei quali utile Altro non puoi aver che di mangiarteli, Come il porco: altri sono che serbandoli Ti danno ogni dì frutto; e quando all’ultimo Non ne dan più, tu te li ceni o desini; Come la vacca, il bue, come la pecora: Sono alcuni altri che vivi ti rendono Spessi guadagni, e morti nulla vagliono;
Come il cavallo, come il cane e l’asino. Similmente negli uomini si trovano Gran differenzie. Alcuni che per transito, In nave o in ostaría, tra i piè ti vengono, Che mai più a riveder non hai; tuo debito È di spogliarli e di rubarli subito. Sono altri, come tavernieri, artefici, Che qualche carlin sempre e qualche julio Hanno in borsa, ma mai non hanno in copia: Tôr spesso e pochi a un tratto a questi, è un ottimo Consiglio; perchè se così li scortico Affatto, poco è il mio guadagno, e perdomi Quel che quasi ogni giorno può cavarsene. Altri nelle cittadi son ricchissimi Di case, possessioni e di gran traffichi: Questi devemo differire a mordere. Non che a mangiar, finchè da lor si succiano Or tre fiorini, or quattro, or dieci, or dodici; Ma quando vuoi mutar paese, all’ultimo, O che ti viene occasïone insolita, Tosali allora fin sul vivo o scortica. In questa terza schiera è Cintio e Massimo E Camillo, che con promesse e frottole In lungo meno e menarò, finchè aridi Non li trovi del latte: un dì poi, toltomi L’agio ch’esser mi pajan grassi e morbidi, Io trarrò lor la pelle e mangeròmmeli. Ora, perchè Camillo, finchè comodo Mi sia di scorticarlo, m’abbia a rendere Il latte, di verdi erbe vo pascendolo Di speme, promettendogli d’accendere Sì del suo amor questa Emilia, che, voglino O non voglino i sua parenti, subito Che lasci Cintio, non vorrà congiungersi Ad altr’uomo che a lui; e dato a intendere Gli ho, che già in questo ho fatto sì buon’opera, Che del suo amore ella si strugge; e lettere Ed ambasciate ho da sua parte fintomi... Nibbio.Non m’avete più detto questa pratica. Astrologo.E da sua parte ancora certi piccioli Doni recati gli ho, ch’egli ha gratissimi. Questa mattina egli mi diè un bellissimo
The opening of the book is shown; the full text loads in the reader.
Loading the full text…
The end
You’ve reached the end of Il Negromante.
