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Indice
Personaggi
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BEDER, Re d’Ormus.
SALÈ, sua figliuola.
ZOBEIDE, altra figliuola.
SCHEMSEDIN, figliuolo di Beder.
DILARA, sua consorte.
MASUD, Principe di Zamar, amante di Salè.
SINADAB, Re di Samandal, Negromante, sposo di Zobeide, Moro.
ABDALAC, Sacerdote Calender, vecchio.
SMERALDINA, serva di Zobeide.
TRUFFALDINO, | servi di corte di Beder.
BRIGHELLA,
PANTALONE, | Ministri di Sinadab.
TARTAGLIA,
LA DISCORDIA.
SOLDATI.
Varie voci di donne.
UNA DONNA con la testa tagliata nelle mani.
La scena è intorno alle mura, e nella Città di Samandal.
Atto primo
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ct
ct ct fi UAL cagion di mestizia! E così breve
Gioia le nozze mie con Sinadabbo Dovranno aver? Per trentanove giorni Doveva esser contenta solamente? In questa Corte ognun mi guarda, e piange, Ne intender posso la cagion del pianto? Lo sposo mio da ieri in qua mi lascia! Abdalac, Calender, dove t’ascondi? Tu sol potresti la cagion narrarmi...
ct ct
Zob. Misera! che sarà? quale sventura Sta sopra al capo mio?
ct ct
Zob. Ministro, dimmi, Per pietà dimmi, a che mi guardi, e piangi?
Pant. Ah, cara vita mia... vorave, (si guarda intorno) se podesse . . . Ma cosa servirla? . . No posso parlar... go massa paura... Ancuo xe trentanove zorni del matrimonio, e doman... (si tocca la vita, e le mani, e da sè). Debotto la me succede senz’altro, me trasformo, me par de sentirme le man pelose. Me fe peccà; ma no ve posso dir gnente, no ve posso dir gnente. (entra piangendo) ct ct Zob. Padre, Abdalac, che ben chiamar ti posso
Solo padre oggidì, da che raminga, Lunge dal padre mio, dentro alle mura Giunsi di Samandal; dimmi, onde viene Tanta mestizia in questa Corte, e quale Cagion desto di pianto in chi mi vede, In chi mi parla?
Abd. Io vorrei ben, Zobeide,
Poterti rimirar senza sentire Commozion nell’interno, umido il ciglio. (piange)
Zob. Anche tu piangi? Come!
Abd. No, Zobeide,
Non piango, no. Se piango, non badarmi; Che indiscreto son’io, colla mestizia A indebolirti il core oggi, che spirto, Più ch’altro dì, ti vuol.
Zob. Che arcano è questo? Abdalac, per pietà...
Abd. Dimmi, Zobeide,
In Ormus, regno tuo, Beder, tuo padre. Ebbe altre figlie fuor di te? Dì, avevi Altre sorelle?
Zob. Ah, caro amico, e padre, Non mi rammemorar cose funeste.
Non rinnovar il pianto. Ebbi una suora, Salè nomata, ed ebbi una cognata, Dilara detta, a mio fratel consorte, Care a me tuttedue. Cinqu’anni appunto Saranno ben che l’una dopo l’altra Dalla Reggia paterna son sparite. Come ciò fosse, e dove andate sieno. Non si seppe giammai.
Abd. Dimmi, Zobeide,
Ami questo Re Moro, sposo tuo? L’ami, Zobeide? dì.
Zob. Quanto me stessa. Ma quai strane ricerche?
Abd. Ah, meno strane
Son le ricerche mie, che tu non pensi. Narrami ancor, come d’Ormus tu stessa In Samandal giungesti.
Zob. Ancor tel dissi.
Con Smeraldina, serva, or son tre mesi, Scherzava in sulla spiaggia. Un battelletto Vedemmo a riva, d’ami e cordicelle Fornito ad uso di pescar. Salimmo Ambe in quel legno, e tanto intente fummo Alla pesca, e alla preda, che levando Gli occhi dall’acque poi, più non vedemmo Le rive nostre, e in questo ignoto Regno Con stupor ci trovammo. S’io volessi Dirti di più, non potrei dirlo. Ancora Stupor mi prende nel pensarlo.
Abd. Narra
Che t’avvenne all’entrar dentro alle mura Di Samandal?
Zob.Replicherotti ancora
Ciò, che m’avvenne. La mia serva, ed io Sbarcammo spaventate a queste piagge; Vedemmo la città; movemmo il passo Verso le porte, quando una gran schiera Di giuvenche, cavalle, agnelle e capre, S’opposero all’entrar, non fiere in vista, Ma con pietosa forza, e industriosa, Parea, che c’impedissero l’entrata. Ci liberammo entrando. Tu cortese Mi raccogliesti. A Sinadabbo sposa Mi facesti, e Regina in questo Regno. Ma che giova il narrarti ciò, che sai Meglio, ch’io non lo so?
Abd. (con atto di compassione) Dimmi, Zobeide,
Ami questo Re Moro, sposo tuo? L’ami, Zobeide? dì.
Zob. Quanto me stessa.
Quai discorsi confusi, e quai ricerche Mi fai reiterate? A che piuttosto?..
Abd. Non proseguir. Ti parran strane certo
Le mie ricerche, e pur strane non sono. Udisti dir, che verso a queste rive Un’armata or veleggi?
Zob. Udito ho dirlo.
Abd. Sai, chi alla testa dell’armata sia?
Zob. Nol so.
Abd. Beder, tuo padre, il Re d’Ormusse,
È il Capitano, e Schemsedin, suo figlio, Tuo fratello è con lui; con essi è pure Masud, di Salè amante.
Zob. Che mai narri!
Da regione sì lontana il padre? Ma questa è nuova di letizia. Dunque...
Abd. Lasciami dir, Zobeide. Il padre tuo
Non viene amico a queste rive; viene Implacabil nimico, e vuol la morte Di Sinadab, tuo sposo.
Zob. Perchè? Quale
Può aver d’ira cagione il padre mio Contro di Sinadabbo?
Abd. Ah, meschinetta.
Non sai, dove tu sia. Tempo è, Zobeide, Di cavarti d’error. Bilancia il core. Sino a qual grado il Re Moro possente Ami, Zobeide? dì, sino a qual grado?
Zob. L’amo all’eccesso.
Abd. (Nuovo amor per certo,
E strano sembra). E Sinadabbo, credi Veramente che t’ami?
Zob. Io son sicura.
Abd. Sposa gli sei, son trentanove giorni
In questo dì. Mi narra, non iscopri Di freddezza alcun segno nel Re Moro?
Zob. Sempre amante il trovai; sol questa notte
Meco non fu; ma giudicai, che fosse D’alte cure occupato, per la nuova Dell’Armata, che vien.
Abd. No, no, Zobeide;
Sinadabbo è tal uom, che d’un’Armata Temer punto non de’. Tremi l’Armata Di Sinadabbo, e tu, misera figlia, Piangi ’l tuo padre estinto. Di te stessa Incomincia a temere, e t’apparecchia Ad odiar lo sposo; me abborrisci Ch’io ti sacrificai: ma al Cielo è noto, Che d’oprar ben credei. Sappi, Zobeide, Che Sinadabbo è un Negromante iniquo, La più sozza, crudel, diabolic’alma, Che ’l sol vedesse mai.
Zob. Vecchio, che narri?
Abd. Ti narro verità. Sappi, che cento,
E più real Donzelle egli ha rapite Con modi prodigiosi occultamente; E che sedotte a’ suoi voleri infami Quaranta giorni appunto ognuna d’esse Tenne appresso di sè; sul quarantesmo L’empio annoiato, l’una dopo l’altra In giuvenche, in cavalle l’ha cambiate Cacciandole da sè, come fan gli empi Seduttor sazi. Queste fur, Zobeide, Le pietose giuvenche che l’entrata Voleanoti impedir di queste mura, Prevedendo il tuo mal.
Zob. Che mai ti move A narrarmi tai fole?
Abd. Ah il so, che fole Ti den parer le verità, che troppo
Sembrano inverisimili, e che troppo Amor per Sinadabbo ti fa cieca. Ti narrerò, che Dilara, e Salè, Tue cognata, e sorella, fur rapite Da questo dissoluto, e schifo mostro; Che, mosse da virtù, piuttosto morte Volean soffrir, che cedere alle brame Del scellerato Re. Stanco, e sdegnato D’affaticarsi invano il Negromante L’ha condannate... Ah, non ti vò, Zobeide, Far morir di dolore. In questa Reggia Quelle infelici son. Per or ti basti Saper, che tu per opra del Tiranno Giugnesti in Samandal; che ’l nuovo giorno E’ il quarantesmo delle nozze tue. Trema di questo Moro.
Zob. E prestar fede
Devo a tai sogni! Sacerdote, io temo, Che fanatismo, o de’ troppi anni il peso Facciati vacillar. Tenero amante È troppo Sinadabbo; è troppo umano; Troppo è pio nell’oprar. Se tu vedessi, Come ’l Sol riverisce all’Orizzonte Boccone a terra, e come al Ciel ferventi Fa le preghiere, e ad ogni lieve colpa Corre a purgarsi all’acque; or non diresti... Io non vidi giammai menomo segno Di magic’opra, e tu vorresti... Oh Dio... Dimmi: il padre a che vien?
Abd. Zobeide, io voglio
Che tu creda al mio dir. Lo sposo tuo È un ipocrita, un empio, e certamente Non t’ama più. Fatal solito segno È l’abbandono suo, che questa notte Fece di te. Zobeide, ecco la causa, Che i cortigian ti guardano piangendo Presaghi del tuo mal; ma chiuso il labbro Tengono per timor del rio Tiranno, Che troppo puote, e sa. Beder, tuo Padre, Misero! vien, perchè dagl’Indovini Seppe, che in Samandal rapite stanno Le figlie sue, di suo figlio la sposa, Da Sinadab. So, ch’ami Sinadabbo, Che non mi credi ancor. Voglio mostrarti Cose inaudite, acciò che presti fede Alle parole mie... Ma a questa parte Viene il tiranno... Figlia, verrà tempo. Parti di qua... Vedremci in miglior punto Fa, che di bocca quanto sai non t’esca, A lui non chieder la cagion dei pianti. Amalo ancora; e s’odio in te comincia, Sopprimilo per or, fingi d’amarlo, Per quanto il Cielo adori, e se t’è cara La vita tua.
Zob. Confusa, irresoluta.
Piena d’orror, d’amor, d’angoscia estrema Seguo i tuoi detti, e come... al cielo è noto. (si ritira)
Abd. Io pur vo’ ritirarmi, e dell’iniquo Udir, s’io posso, i rei disegni infami. (si ritira) ct ct Sin. Quanto tempo è, ministri, ch’io mi lagno
De’ corrotti costumi, e de’ sfrenati Error di questo popolo? ch’io prego Calenderi, Dervis, Fachir, Papassi A minacciar nelle moschee castighi. Per raffrenar le colpe?
Tart. Ma, è un gran tempo veramente. Vostra Maestà non ha mancate mai certo, nè di buon esempio, nè di pietà, nè di ammonizioni. Un Monarca come lei, non s’è mai trovato, non si trova, e non si troverà. Gli storici, che scriveranno la sua vita, saranno certamente tenuti bugiardi.
Pant. (a parte) Che cagadonao che xe quel Tartagia co sta so adulazioni Mi no go cuor, no ghe caso, no ghe caso; no so bon; go paura anca mi, ma me desbrigo con qualche riverenza in tel stomego. (sua riverenza)
Sin. Quanti prodigi ha ’l Ciel contro a’ miei merti
In questo regno dimostrati! e invano, Che l’emenda non nacque degli errori.
Tart. Poffar Bacco, che mai si poteva vedere di più? Uomini cattivi divenuti animali, femmine triste divenute cavalle, e vacche, sono grazie, che Macometto dispensa in favore dei gran meriti di vostra Maestà. (a parte) Sino che posso, non voglio che mi faccia diventare un becco certo.
Pant. (a parte) Stimo, che noi se intartagia gnanca troppo, co se tratta de adular. Riverimolo con quattro parole in tei denti. (sua riverenza e mormorio di voce)
Sin. Ecco, il castigo è finalmente giunto
D’un assedio crudele. Arme, ed armati Occuperan queste campagne, e sangue Si minaccia, e rovina al Popol mio, E, non meno de’ rei, sotto al flagello Patiran gl’innocenti. Si provveda Tutto per la difesa, ma incominci Dal Ciel, dispensator di beni e mali, Ogni provedimento. Ite, ministri, A Fachiri, a Dervis, ed a’ Papassi; Salgan Talacimanni sulle torri Delle Moschee, si chiami il popol tutto A pregare, ed a’ voti. Assai confido Nei prodigi, e in Macone; e l’empio Beder, Che sin d’Ormusse a danneggiar mi venne, Forse si pentirà. Forse il destino Vorrà, ch’io muoia. È tutto in man del Cielo.
Tart. O gran Re! gran Re! lasciate in grazia, che io vi baci li piedi. Vado tosto a eseguire i vostri ordini di pietà.
Pant. (sua riverenza) Vegno anca mi a servir so Maestà. (basso a Tartaglia) Adulator, baron, canagia.
Tart. (basso a Pantalone) Guarda, Pantalone, che ti crescono le orecchie d’asino. (entra)
Pant. (toccandosi) Oimei. El ga vogia de scherzar quel furbazzo. Ma za la m’ha da nascer; me par sempre de sentirme a spontar la coa. {entra)
ct ct
Beder si pentirà d’aver condotto Un esercito contro a Sinadabbo. Certo avvertito fu, che le sue figlie Meco son con la nuora. Eh ben, che tenta Beder per ciò? Frema Salè rinchiusa Con Dilara, e i lor casi, e i lor tormenti Piangano eternamente, e la miseria. Paghino in lunga doglia que’ piaceri, Che negarono a me sciocche ostinate, O cedano a’ voler di Sinadabbo. Sazio son di Zobeide. È tempo omai, Che giuvenca sen vada a’ tori in preda, E me sollevi dalla noia. Il padre La vendichi, se puote. Ho sol qualch’ombra D’Abdalac, Calender; ma l’arti mie Staran sopra alle sue. Cauto si sparga Velenoso rimedio a quanto puote Oprar contro di me, giacchè opportuna La serva di Zobeide or di qua passa.
ct ct
Sin. Serva.
Smer. Signor.
Sin. Dov’è Zobeide?
Smer. In traccia Or andava di lei.
Sin. Trovala, e dille
Per parte mia, ch’io non ricevo affronti Dal padre suo, che m’ha assediato. Il Cielo Deciderà della ragion. Ch’io certo Mi pongo alla difesa, ma che prima, Che l’innocente sangue de’ soldati Si sparga, userò seco ogni dolcezza Per riporlo a dover. Dille, che ’l Cielo Forse punito il vuol; che se il decreto Ne’ Cieli è scritto, io non potrò salvarlo. Dille, che in questa parte l’ha ridotto Con zizzanie, ed inganni, e assai menzogne Chi fors’è dietro con menzogne, e inganni A sedurre anche lei, perch’io sia privo Dell’amor suo, sollievo a questo core Unico al mondo. (finge di piangere)
Smer. Sire, e chi vi sforza
A lagrimar? Chi un Re, tanto pietoso Sì buon, sì pio, può molestar? Che iniqui!
Sin. Cortese Donna, sofFerir si denno Anche gl’iniqui, e non averli a sdegno
Trova Zobeide mia; dì, che non creda Oggi a nessuno, fuor che al suo consorte; Che sangue, e stragi con arcane cose Inaudite si vuol... Che apparizioni... Che ispirazion del Ciel move il mio labbro. No, questo non le dir; ch’io non son degno Di doni tali, e più all’error soggetto Sono d’altr’uomo, che viva.
Smer. Sinadabbo,
Mia fia la cura, ed userò parole Da risvegliar Zobeide, e cauta fia. (da sè) Che Re pio! Che bell’alma! Oh sono rari! (entra)
Sin. Pera Zobeide, e pera il mondo tutto. Pur ch’io m’appaghi: e chi può darmi legge?
ct ct Abd. (uscendo da sè) Scellerato, impostore!
Sin. O sacro a’ Numi^Far\.
Sacerdote, Abdalac, a te pensava Nelle sventure mie. Tu grato al Cielo Priega per me, che generose offerte Da’ miei tesori a te fien date.
Abd. Sire,
Il tesoro migliore è nello spirto. Se in quello hai macchie, le offerisci al Cielo. Di terreni tesori io non mi curo. Gli anni miei son tesori, poichè presso
M’han condotto alla morte, e a uscir fra poco Dal veder scelleraggini, empietadi.
Sin. Pur troppo, o sacro lume, il ver ragioni: Abborribile asilo è questa terra.
Abd. Sveliamci, Sinadabbo. Tra noi due
Sai che ci conosciam. Da me raccolta L’infelice Zobeide, e da te chiesta, Darlati non volea, perchè il costume Di Sinadabbo noto m’era, ch’egli Dopo quaranta giorni le meschine Donzelle, fatte donne, via discaccia, Tramutate in giuvenche per le vie, Per le vili capanne, agli sfrenati Tori in balìa. Costume empio, inumano. Altre imprese sapea. Tu mi pregasti Molte fiate a darlati, ma indarno. Meco usar l’arti tue vedesti aperto Ch’era superfluo allora. Alfin giurasti Sopra un Altar, ricordati, giurasti Sopra un sacrato altare a me dinanzi, Che la negromanzia lasciata avresti, Riformati i costumi, e l’alma iniqua; Che tua sposa Zobeide sol bramavi Per aver una sposa, e per condurre Seco la vita insino a l’ultim’ora Pacifica, e soave. A’ giuramenti Conta, ch’io sordo fossi. Uditi furo Dagli alti Numi, a quelli eran diretti; A’ Numi gli commetto. (È ver, che anch’io Mi lusingai, che un’alma, timorata
Del Ciel, suol lusingarsi facilmente, Che nelle scelleraggini sepolta Non abbia sempre un’altra alma ostinata A rimaner.) Cessi Zobeide allora, E la cedei consorte al mio Monarca, Che riverisco ancor.
Sin. Abdalac, tronca
Le tue parole. Il tuo discorso, io veggio, Fondato è sui sospetti. Tu m’offendi, Ma ti so perdonar. Rispetto i Numi, E so eseguire i giuramenti miei.
Abd. Lascia l’ipocrisia. Meco è superfluo,
Sinadabbo, usar arte, e bontà finta. Solo in quest’oggi io seppi, che rinchiuse Stanno in questa tua Reggia, e in dura forma Due caste donne, una a Zobeide suora, L’altra cognata, a suo fratel consorte; E so che questa notte in abbandono Lasciasti la tua sposa. È questo il segno Solito, a’ nove giorni sopra a trenta. Che di cambiar le meschinelle hai brama.
Sin. Calender, tu deliri, e co’ tuoi sogni
Raddoppi a me le offese. Io fuggir voglio Occasion di sdegno; a ciò m’induce Ubbidienza ai Numi. Altro ho per mente. Che i tuoi vani sospetti. I giuramenti So d’aver fatti, e tu pensa che parli A un uomo, è ver, ma Re, che potria farti Pentir della tua audacia, e che un eccesso Di clemenza, e rispetto all’esser tuo
i Sacerdote, fa che soffra, e parta. (entra)
Abd. Empio, t’intendo. Ah, misera Zobeide,
Io ti sacrificai. Poteva, quando Eri appresso di me, non darti; ed ora Che sei nelle sue man, non posso trarti Dalla miseria tua. Troppo il destino Vuol, che prima succeda, e troppo estesa L’immensa forza, e l’arte è di costui.
ct ct Zob. (confusa da se) Io son fuori di me: che
creder deggio? Lo sposo il Calender mi fa sospetto, Abdalac dello sposo vuol, ch’io tremi. Misera! che farò?
Abd. Zobeide, io leggo
Nel tuo pensier. So, che spedì la serva Sinadabbo a munirti di ricordi, Per rendermi sospetto. Tu l’adori. Amor è cieco, e il solo amor ti regge: Per or tu non conosci altro, che sposo. La scellerata ipocrisia di lui Fa che gli credi. Odimi. Tu sei presso A cambiar la tua forma in vil giuvenca. Diman non passerà che in vil giuvenca Sarai cambiata. Io posso darti solo Avvertimenti, e, se mi credi, forse
Anche aiuto darotti; ma ben temo, Che inutil sia l’aiuto. Dì, mi credi?
Zob. Dovrei, ma non lo posso; ho chiari segni Di troppo amore, e di bontà nel sposo.
Abd. Ma perchè credi mai, che ’l Re tuo padre, Abbia assediato Samandal?
Zob. Nimici
Di Sinadabbo invidiosi, ingordi Di mal, di sangue, hanno condotto il padre.
Abd. E la mestizia de’ ministri, e il pianto Che spargon te mirando, da che nasce?
Zob. Da timor dell’assedio, e in me riguardano La cagion delle stragi.
Abd. E del tuo arrivo
Sì prodigioso in quel picciol naviglio, Che solcò tanto mare in sì brev’ora. Che pensi mai, Zobeide?
Zob. Al dolce sposo,
Chiesi un dì la ragion. Mi disse, ch’egli Tante preghiere aveva fatte ai Numi Per aver sposa al suo voler conforme, Che prodigiosamente, e contro a’ suoi Merti l’avea ottenuta in questa Donna.
Abd. O scellerati! o cieche Donne! o amore
Quanta è mai la tua forza! Odi, Zobeide; Tu affascinata sei. Voglio, che pensi Sol, che, s’io dico il ver, di troppo danno È ’l non crederlo a te. Rimanti in dubbio. Lo sposo anzi accarezza, e, se ti parla Qualche volta di me tu mi disprezza.
Ascoltami, Zobeide. Per tutt’oggi, E per domani ancor, per quanta fame, Per quanta sete ti molesta, cibo, Nè bevanda non tor. Sta questa notte In guardia delle azion di Sinadabbo, Ch’ei non s’avveda; io sarò sempre in traccia Di saperle da te. Vorrei poterti Levar dalle sue man, levar l’angoscia Alle parenti tue; vorrei potere Por argine al dolore, al pianto amaro, Che necessariamente sparger devi Per la barbara morte, ed inaudita Del padre tuo.
Zob. Oh! Dio crudel, che dici?
S’è ver quanto mi narri, e quanto ascondi Sotto agli arcani tuoi, se tanto m’ami, Salvami il genitor.
Abd. Zobeide, il padre
Fu iniquo un tempo, e sopra sè, ed i figli Attirò le sciagure. Ei de’ purgare Col sangue suo per inaudita forma I suoi misfatti, ed io, s’ei non li purga, E sin che Sinadabbo in uomo esiste, La tua famiglia sollevar non posso. Così sta scritto; e più dirti non deggio.
Zob. Quai barbari secreti, e quai menzogne?
No, crederti non posso. Tu procuri D’avvelenarmi il core, e, come tanti Seminatori di discordie, brami, E ti pasci di stragi, e di rovine.
Abd. Così pur di me parla a Sinadabbo,
Ma nel tuo cor mi credi. Io voglio darti In questo punto occasion di credermi. Quelle due fere mira. (verso la Tigre e ’l Leone incatenati) Un giorno furo Due servi alla tua corte. In quella grotta Con altre sventurate, e caste donne La tua sorella, e la cognata tua. Misere! stan rinchiuse, e i servi loro Furo in belve cambiati, e posti in guardia Della miseria lor. So, che la Reggia Puoi tutta passeggiar, ma c’hai divieto Dal tuo sposo crudel di porre il piede In quella grotta. Dimmi, il ver ti dissi?
Zob. Il ver; nol so negar.
Abd. (le dà una chiave) Prendi, e non ora.
Ma in miglior punto questa chiave adopra; Già delle fere io ti torrò l’ostacolo. Ed entra in quella grotta. Un mar di pianto Spargendo, troverai cagion di credermi. Non prender cibo, nè bevanda, e simula Per quanto scopri. Or abbi il primo segno, Ch’io non t’inganno. Belve, la mia voce Sciolga la vostra in favellare umano. Leon, chi sei? favella, e ’l ver ci narra.
ct ct Truf. (con voce grossa) El povero Truffaldin.
Zob. O Dio, che sento!
Abd. Tigre, chi sei tu?
Brig. (con voce grossa) Brighella, poveretto, Brighella.
Zob. Brighella e Truffaldino! ah non può darsi.
Abd. Figlia, non ti scordar quanto ti dissi.
Mira, e non spaventarti. Miserabili, Tosto dalla Città fuggite, e al campo Vi ricovrate, e al Ciel grazie rendete. (batterà il bastone in terra, poi partirà. Con qualche prodigio seguirà la trasformagliene del Leone in Truffaldino, e della Tigre in Brighella).
Zob. (spaventata) Oimè, che vidi! chi creduto
avrebbe? (fugge.) (Brighella e Truffaldino: lazzi di spavento, e di stupore: si guardano, provano la voce, qualche parola mescolata con qualche muggito ec. fuggono gridando: al campo! al campo ec.)
Atto secondo
fi ct
ct ct
Bed.
ASUD, Prence, siam giunti. Le mie truppe
Lungo le rive, ed i soldati tuoi Sbarchino tutti. La metà qui lascia, Coll’altra il colle passa, indi t’accampa Dall’altra parte alla città vicino. Pensa che dentro a quelle mura è chiusa La mia figlia, Salè, che ti promisi. Anima le milizie, e le ristora. Fa lor saper, che qui per morir tutti Meco gli addussi, o sin da’ fondamenti Per spianar Samandal, per far, che muoia Sinadab, traditor. Teco mio Figlio
Fra poco spedirò. Pria voglio seco Alquanto favellar.
Mas. Sire, ubbidisco;
Che se non posso liberar l’amante, Poco il mio sangue, e la mia vita io curo. (entra coi soldati)
ct ct Bed. Schemsedin, so, che m’ami, e che di quanto
Sono per dirti non avrai timore; Che intrepido sarai.
Sche. Signor, se d’arme,
Di battaglie si tratta, e di perigli, Timor non ho; ma se accadesse mai. Che di voi si trattasse, e in vostro danno, Non sarò forte. Mal sofferir puote Affettuoso figlio, che suo padre Tocco gli sia.
Bed. No, figlio, io ti prevengo
Cogli evidenti, segni, e manifesti, Ch’io perir deggio, onde la morte mia, Non attesa da te, sul duro punto Non t’infiacchisca, e tolga spirto, e il padre Invendicato resti contro all’empio Rapitor delle figlie, e tue sorelle, Della consorte tua, che tanto amavi.
Sche. Ah, caro padre, i soli detti vostri Tremar mi fanno, e rimanere oppresso.
Bed. Non esser vil, se sei mio figlio, e ascolta.
Tu sai, che al fratel mio tolsi la vita Per ingordigia di regnar. È questa La sacrilega man, che ’l crudo ferro Piantò nel seno suo, questa è la mano. Che l’usurpato scettro ingiustamente Tenne sin’or. Ma che? Da quel momento, Aspidi al cor livido da’ rimorsi, Figlio, ebbi sempre, ed inquiete l’ore. Nere passai sin’or.
Sche. Luogo non date
Padre, a pensier sì tetri. Il Ciel pietoso Forse v’ha perdonato, e voi seguite....
Bed. No, figlio mio, non m’ha rimesso ancora
L’atro misfatto il Cielo, e me felice. Se allo spirar m’accoglie; di che umile Lo prego sol. Nota, da quel momento. Gli avvenimenti miei. Peste nel Regno. Fatale ogni battaglia. D’improvvisa Furia presa tua madre, da sè stessa Trucidata giacer. Due care figlie Dal tiran Negromante a me rapite. Tenute a forza.... a te la tua consorte Tolta dal fianco.... oh Dio, pensar non voglio Alla vergogna, in cui con nostro scorno Vivon quelle infelici all’empio in preda.
Sche. Vendicheremle, amato Padre. Io voghlio
Colle mie man l’iniquo Sinadabbo Trucidar crudelmente, e a brani a brani Sparger le carni sue per la campagna.
Ma sì tristi pensier mandate in bando, Che mi tolgon coraggio.
Bed. Amato figlio,
Così mi piaci; e vedi, quanto mare Solcai per la vendetta. Io deggio dirti Però, che ad onta de’ presagi crudi Degl’indovini miei, venni all’impresa. Predissero burrasche, e naufragato La metà dell’esercito, ed avvenne Quanto han predetto. La mia morte, o figlio, Qui sotto Samandal hanno predetta; La mia morte avverrà; ciò poco importa. Trema l’interno sol, che minacciata Mi fu la morte in modo atroce, e nuovo, Ch’io non potei saper; ma più di tutto Mi fa tremar la predizion funesta. Che te, per la mia morte, un impensato Orribile dolore assalir deve, Che ti trarrà da’ sentimenti. Figlio, Ti prevengo per ciò; l’alma apparecchia Alla certa mia morte. Una sciagura Preveduta, ed attesa, al giugner suo Fa minor colpo. Intrepido mi preme Quel core in ogni evento, onde il nimico Abbia nimico coraggioso a fronte, Ed io possa morire almen sperando Che il sangue mio, le figlie, e la vergogna Della nostra famiglia abbia vendetta.
Sche. Io non voglio pensar, nè creder voglio, Padre, cose funeste. L’Indovino,
Che il mal predice, acquistar fama suole Maggior dell’Indovin, che il ben predice, Perchè ciò, che a’ mortali incresce, e duole, Più spesso avvenir suol di ciò, che piace. Natura ingorda al ben mente non pone, Ma suol notare il mal, perchè l’affligge, Quindi ingrata del ben facil si scorda. Gli abborriti successi in cor tien fermi Non negherò la fatal serie, e i mali Che sofFerimmo; ma sovviemmi ancora Che l’ore, i giorni, e gl’ anni non fur sempre Funesti, ed uniformi alla favella De’ vostri Saggi, e al crocidar de’ corvi Pioggia sempre non vidi. Chi solcando Va lungamente il mar, prova burrasche, Nelle burrasche alcun prova naufragio. Di dugento navili qui condotti Nel viaggio lunghissimo, e scabroso, Novanta son periti, è ver; ma è noto Però, che i vecchi infraciditi e smossi Furon preda dell’onde, e i rimpalmati, E bene in punto or son sicuri in porto.
Bed. Figlio tu cerchi consolarmi invano.
Non fallano i miei Dotti, ch’han saputo. Che in Samandal di Sinadab rapina Sono le figlie mie, la tua consorte. Rispetta, figlio, le dottrine, e i Saggi.
Sche. Per naturali vie da passeggieri
L’avran saputo, e avran saputo ancora Ciò nasconder con arte, e darsi merto
Con i computi lor, linee, e compassi, Nominando Saturno, e Marte, e Giove, D’indovinar ciò, ch’era lor palese. Padre, io voglio vedervi allegro, e fiero, Com’eravate un dì: qui slam venuti Per vendicarci. Questa vita è pronta Alla vendetta e ad ubbidire al padre.
Bed. (abbracc.) Baciami, figlio; vien fra le mie
braccia. Questa è l’ultima volta forse, ch’io....
Sche. Deh, caro padre, queste tetre idee....
Bed. Sì, ragion hai. Basti così. Tu passa
Il colle, ed a Masud t’unisci. In breve Segno averai di dare a quella parte L’assalto a Samandal. Io da quest’altra Spingerò le mie truppe. Voglio solo Ch’abbi a cuor la vendetta. La Cittade Arsa sia, trucidato il popol tutto, E se accidente fa, che nella strage Periscan le mie figlie, e tua consorte, Soffriamlo, o figlio, e facciam forza al core. Meglio sarà, che riaver tre donne Due sorelle, e una moglie, che perduta Avran forse virtù, per ricondurre In Ormus tre infamate, e nostra infamia. Forse innocenti son: se tali sono Il Ciel non abbandona gl’innocenti. Egli saprà salvarle. (entra)
Sche. Ah, ch’io mi sento
Tremar il cor. Sento un ribrezzo occulto
Di me medesmo, e, bench’io mostri ardire, Temo del padre, e parmi di vederlo Tra queste braccia esangue a spirar l’alma. {entra)
ct ct ct Escono ancora spaventati. Narrazione reciproca della loro miseria per cinque anni, l’uno tigre, l’altro leone. Maledicono certa frittata mangiata in Corte di Sinadab. Se la ricorderanno sempre; era a’ dì, ec. di Aprile, alle ore, ec. appena mangiata, si videro pelosi, e con le ugne lunghe, ec. Descrizione della loro metamorfosi. Della gran fame sofferta, della qualità de’ cibi mangiati. Della gran voglia di mangiar uomini, che avevano. Maniera che avevano di pensare, essendo animali. Sul raziocinio delle bestie. Brig. Che gli pare impossibile di non essere ancora Leone. Truff. Che si sente ancora un poco di natura di Tigre, che ha fame, e che mangerebbe volontieri una natica a Brighella. Brig. Sua correzione, giacchè il Cielo per bontà di quel vecchio gli ha restituiti in uomini, ec. Gran cose hanno veduto fare al briccone di Sinadabbo, e gran cose videro fare a molti, che non si schivavano da loro, perch’erano animali. A rubare, a far all’amore, ec. ec. Commiserazione a Dilara, e Salè, loro Padrone; chi sa come vivono in quella grotta. Idea di Truffaldino, che Brighella dovrebbe farsi cambiare in Leone ancora; egli sarebbe il custode, potrebbe fare mille giuochi giudiziosi, andar a Venezia, e fare un casotto, ecc. E tempo di salvarsi al campo. Truff. Che proverà la vita del soldato; ma che teme, che sarà peggiore di quella di tigre, ecc. (entrano).
ct ct ct Sin. (non vedendo le fiere) Come! che miro! chi
disciolse, e dove Sono quelle due fiere?
Tart. Cospetto di Bacco! Maestà, non vorrei, che si fossero sciolte e venissero ad assalirci.
Pant. Figurarse, xe cinqu’anni, che le xe là. Le caene, magnae dal ruzene, s’averà rotto.
Sin. (a parte agitato) Ah non vorrei,
Che Abdalac, Calender, scoperto avesse .... Ministri incauti, io veggo ben, che il Cielo Castigati vi vuol.
Tart. (a parte) È qui col suo Cielo. Ci siamo. Mi par, che i piedi mi diventino zampe di buffalo.
Pant. (a parte) Oimei, me sento la pelle dura. Deventerò un Rinoceronte seguro.
Sin. Ite, infelici,
Ambasciatori al Campo. A Beder dite Quanto v’imposi. Siatemi fedeli: Temete il Ciel. Per lunga sperienza Sapete, quanto ei m’ama, ed i prodigi, Che d’un umil suo servo in favor fece.
Tart. (a parte) (Il tuo Diavolo, e non il Cielo.) Vostra Maestà non dubiti punto, che sarà servita con una fedeltà incorruttibile da un Ministro, che l’adora. (A parte) O Satanasso, perchè non condurmi a casa tua, piuttosto che farmi venire in questa maledetta città di Samandal? (entra).
Pant. (a parte) O terra, e no ti te averzi? questi xe de quei arcani, che no so intender. Vado a servir Vostra Maestà. (a parte) Me par, che lo servirla più volentiera a metterghe un lazzo, e me degneria de darghe quattro zapegae sulle spalle con bonissimo stomego. (entra)
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The end
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