Personaggi
FARRUSCAD, Re di Teflis. CHERESTANÌ, Fata, Regina di Eldorado, sua sposa. CANZADE, sorella di Farruscad, guerriera, amante di TOGRUL, Visir, ministro fedele. BADUR, altro ministro traditore. REZIA BEDREDINO fanciulli, figliuoli gemelli di Farruscad e di Cherestanì. SMERALDINA, damigella di Canzade, guerriera. PANTALONE, Aio di Farruscad. TRUFFALDINO, cacciatore di Farruscad. TARTAGLIA, basso ministro. BRIGHELLA, servitore di Togrul, Visir. FARZANA ZEMINA Fate. UN GIGANTE. SOLDATI e DAMIGELLE, che non parlano. Diverse voci di persone, che non si vedono.
La scena è parte in un ignoto deserto, parte nella Città di Teflis, e nelle sue vicinanze.
Atto primo
fi ct ct
ct ct
Zem.
(con mestizia)
ARZANA, dì, e non piangi?
Farz. e di che piangere, Cara Zemina?
Zem. Ah ti scordasti, amica,
Quando Cherestanì, l’amabil Fata, Figlia di Abdelazin, Re di Eldorado, Uomo a morte soggetto, e della vaga Fata Zebdon, Cherestanì, diletta Nostra compagna, a Farruscad amante. Uomo mortal, volle esser sposa, e volle, D’immortal, come noi, chieder natura Mortal, come il suo sposo? e che ’l Re nostro. Demogorgon, collerico le disse. Che desistesse, ma che...
Farz. Sì, Zemina,
So, che giurò Demogorgon, che, s'ella Passa il canicolar secondo giorno, Sin che tramonta il sol, del corrente anno, Senz' esser maladetta dal suo sposo. Che mortal diverrà, come il marito, Poich' ella così vuole.
Zem. Oh Dio! dimani
Allo spuntar del sole il dì comincia Fatal per noi. Perdiam Cherestanì Di cinque lustri appena in sul bel fiore, La più amabile Fata, la più cara. La più bella fra noi. Perdiam, Farzana, Il più bel fregio del congresso nostro. Quanto è amabil, tu 'l sai.
Farz. Non ti ricorda,
Quante Demogorgone opre in dimani Vuol che Cherestanì crude e inaudite In apparenza a Farruscad suo faccia? Che condannata l' ha a tener occulto L' esser suo per ott' anni, e 'l fatal giorno, E a non scoprir dell'opre sue gli arcani? Credimi pure: no, diman non passa, Che sarà maladetta dal suo sposo, Che rimarrà nostra compagna.
Zem. Ma
Tu sai, che Farruscad deve giurare Di non mai maladirla, e poi spergiuro Dee maladirla, e allor Fata rimane.
Farz. e bene, ei giurerà; sarà spergiuro, E la maladirà; nostra ella fia.
Zem. Non giurerà.
Farz. Sì giurerà.
Zem. Se giura, Manterrà ’l giuramento.
Farz. No, Zemina, Ei la maledirà. Fia nostra.
Zem. Cruda!
Né ti sovvien dell’orrida condanna, Alla qual per due secoli è ristretta? Che Gambiera la sua bella presenza In schifo, abbominevole sgrpente. Se lo sposo in diman la maledice?
Farz. Ben lo so, ma che importa? Della folle
Richiesta sua pagar dee qualche pena. I dugent’anni passeranno, e intanto Morrassi il temerario sposo suo, E, passati due secoli, averemo Cherestanì compagna nostra ancora.
Zem. Puolla lo sposo suo dalla condanna Sciogliere ancor, come t’è noto, e allora Fatta è mortale, e noi l’abbiam perduta.
Farz. Sogni son questi; ei lascierà la vita.
A me commessa è l’opra. A me la guardia Della nostra compagna condannata È commessa, e commessa è a me in dimani La morte del suo sposo, onde ’l periglio. Ch’ella mortal divenga, in lui finisca.
Zem. Ma di Geonca il Negromante, amico Di Farruscad, non temi?
Farz. No, non temo.
Andiam; che non è onesto il recar tedio Al mondo aspettator d’opre inaudite, E soprattutto, con gli arcani nostri Convien non recar noia a chi ci ascolta, Poichè d’essi ’l miglior saria perduto.
Zem. Oh Ciel, pria d’annoiar chi è ’l nostro bene, Con Farruscad Cherestanì perisca. (entrano)
ct
ct Questi due personaggi escono insieme abbracciandosi. Brig. Ha trovato in quel punto Truffaldino; è desideroso di sapere, come Truffaldino sia in quel deserto, e nuove del Principe Farruscad. Truff. Si pianta, com’uno, che narra una Fola ad un fanciullo, usando spesso la formula; e cusì, sior mio benedetto, ec. Narra, che nel tal anno (accenna un millesimo, che venga a formare il termine in quel punto degli ott’anni, accennati dalle due Fate) alli dodici del mese di Aprile, come Brighella sa, uscirono dalla Città di Teflis il Principe Farruscad, Pantalone, suo Aio, egli, e molti cacciatori per andar a caccia. Che giunti in un bosco, lontano dalla Città, trovarono una cerva bianca come la neve, tutta fornita di cordelle d’oro, di fiori, dì gioie al collo, anella alle zampe, diamanti sul tuppè, ec. La più bella cosa.., la più bella cosa, che si possa vedere con due occhi, ec. Che ’l Principe Farruscad s’innamorò di quella perdutamente, e la seguì. Pantalone correva dietro al Principe, egli dietro a Pantalone e corri, e corri, e cammina, e cammina, ec. Che la cerva giunse sulla riva d’un fiume; che ’l Principe le era appresso, e tutti erano lì lì lì per pigliarla per la coda, quando la cerva spiccò un salto, si scagliò nel fiume, e non si vide più. Brig. Che si sarà annegata. Truff. No, che non interrompa una narrativa di somma importanza. E così, sior mio benedetto, ec. il Principe smanioso, innamorato della cerva, e disperato, fece pescare tutto ’l giorno per trovarla viva o morta. E pesca, e pesca, e pesca, ec. e invano. Quando . . . Oh maraviglia! Si sentì una voce dolcissima uscir dal fiume, chiamare, e dire: Farruscad, seguimi. Che ’l Principe invasato non si potè più trattenere, ma col capo in giù si gettò nel fiume. Pantalone disperato con la barba in mano si gettò dietro al padrone: egli voleva gettarsi dietro a Pantalone, ma che ’l timore di bagnarsi lo trattenne. Che guardando nel fiume vide poi nel fondo una mensa imbandita di vivande, e che la fedeltà al suo padrone l’indusse a gettarsi nel precipizio. Oh maraviglia! trovò nel fondo non più la mensa, ma la cerva cambiata in una Principessa con un se- guito di damigelle, la più bella cosa, la più bella cosa, che si possa vedere con due occhi, ec. Che ’1 Principe era ginocchioni innanzi a quella Principessa. Che Pantalone stava, come un balordo. Che ’l Principe diceva:
Dimmi chi sei, bellezza inusitata. Abbi pietà di questo core afflitto, Che di sì fiero ardor non arse unquanco.
Che la Principessa rispondeva:
Non ricercar chi sia. Verrà ’l momento, Che saprai tutto. L’amorosa smania Di te mi piace, e, s’hai sì forte il core Da sofferir le più terribil cose, Sposo t’accetto, e questa destra è tua.
Che ’l Principe voleva sposarla, se cadesse il mondo. Che Pantalone gridava, e lo dissuadeva; ma ch’entrarono in un palazzo colle colonne di diamante, le porte di rubini, le travi d’oro, ec. ec. Che seguirono le nozze a dispetto di Pantalone, e che nove mesi dopo la Principessa aveva partoriti un fanciullo e una fanciulla, le più belle creature, fradello, le più belle creature, ec. Che il fanciullo aveva nome Bedredin, e la fanciulla Rezia; che potevano avere sette anni circa. Che si mangiava, si beveva, e si dormiva bene, e si faceva all’amore colle damigelle con somma felicità. Che Pantalone era sempre afflitto, non conoscendo il paese, nè la Principessa. Che ’l Principe replicava sempre:
ct
Che la Principessa rispondeva:
Non ricercar chi sia. Verrà ’l momento, Che saprai tutto. L’amorosa lsmania Di te mi piace, ed abbi forte il core Per sofferir le più tremende cose. Oimè: pur troppo giugnerà l’atroce Punto per me, per te, dolce imio sposo.
Sempre arcani, sempre cose secrete, ec. Ch’erano tre giorni, che’l Principe curioso sforzava uno scrittoio della Principessa per trovar qualche lettera di lei, e per rilevar dalla soprascritta, chi fosse. Che la Principessa lo aveva trovato in sul fatto, e che furiosa per la disobbedienza avendolo piangendo rimproverato, posto un grido, e battuto un piede per terra... Oh maraviglia! era sparita co’ figliuoli, colle damigelle, e col palazzo, ed erano rimasti in quell’orrido deserto, come vedeva. Brig. Fa degli stupori della narrazione: non presta fede. Truff. Fa de’ giuramenti, e protesta di fargli vedere cose mirabili in quel deserto. Chiede a Brighella, come sia capitato. Brig. Che non è capitato solo, ma in compagnia del Visir Togrul, e di Tartaglia, fedeli ministri del Principe Farruscad. Narra, che ’l vecchio Re, Atalmuch, padre di Farruscad, dopo ott’anni di afflizione per non aver nuova del figliuolo, era morto. Che Morgone, brutto Re Moro, gigante, pretendeva per moglie Canzade, Principessa, sorella di Farruscad, e la corona, e che aveva assalito il regno, e assediata la città di Teflis. Che Togrul, Visir, amante di Canzade, era andato alla grotta di Geonca Negromante, per aver notizia del Principe Farruscad in tal calamità. Che Geonca gli aveva detto, che si portasse sul monte Olimpo, dove troverebbe un buco, e che, discendendo per quel buco, troverebbe il Principe. Che aveva dati a Togrul dei secreti, tra gli altri, perchè ’l viaggio di quel buco era lungo, e non troverebbe cibo, né bevanda, gli aveva dato un cerotto, che posto sulla bocca dello stomaco, teneva sazi, e senza sete gli uomini per due mesi. Che Togrul, Tartaglia ed egli con quel cerotto sulla bocca dello stomaco, giunti sull’ Olimpo, trovato il buco, discesero con de’ torchi accesi; che avevano fatti quaranta milioni, settemila, dugento e quattro scaglioni, e ch’erano giunti in quel deserto. Truff. Stupisce. Chiede, dove sieno Togrul e Tartaglia. Brig. Che gli aveva lasciati sotto un albero a riposare poco discosti. Chiede, dove sieno il Principe e Pantalone. Truff. Che sono raminghi pel deserto, perchè ’l Principe smanioso cerca sempre la Principessa; che tuttavia verso la sera si riducono in quel recinto per cenare e riposare. Brìg. Qual cosa si mangi, e come si dorma in quel deserto, dove non vede, che pietre e bronchi. Truff. Che si dorme sotto alcuni padiglioni appariti dopo lo sparire del bellissimo palagio, e si mangia benissimo, cibi, che appariscono in apparecchio ad una sola dimanda, né si vede da chi. Brig. Stupisce; sente, che ’l cerotto, che ha sullo stomaco, perde la facoltà. I due mesi della sua virtù spirano. Egli è languido, non resiste più. Truff. Che lo segua, e non dubiti, ec. Brig. Che bisogna anche soccorrer Togrul, e Tartaglia. Truff. Che sarà fatto, che lo segua, che gli narrerà dell’altre maraviglie. E cusì, sior mio benedetto, ec. (in atto di seguitar de’ racconti entrano)
ct ct Far. (uscendo inquieto) Vani sono i miei passi.
Dunque, amico, Più non degg’io veder Cherestanì, La dolce sposa mia?
Pant. Mi no go più testa; el cervello me boge. Cara Altezza, a tor suso ste solane tutto el dì, chiaparemo una rescaldazion de rene, un mal maligno, le petecchie. Qua no gavemo miedeghi, né spezieri, né ceruseghi. Moriremo, come le bestie. Caro fio, caro fio, desmente gheve sta sorte de amori.
Far. Come poss’io dimenticarmi, amico, Tanto amor, tanta tenerezza, tante Beneficenze e spasmi? Ah, caro servo, Tutto ho perduto; io non avrò più pace.
Pant. Mo tenerezze, amori, spasemi, sospiri de chi? de chi?
Far. D’un’alma grande, generosa, altera, Della più bella Principessa, e cara, Che ’l sol vedesse, da che ’l mondo irraggia.
Pant. D’una striga maledetta, che tol la fegura, che la voi, co ghe piase; che deve aver quattro, o cinquecenti anni sulle tavernelle. Oh anello incantà de Angelica, dove xestu? Ti, che ti ha scoverto ai occhi de Ruggiero, che le bellezze de Alcina gera tante deformità, ti averessi pur guario anca sto povero putto, scoverzendoghe la Redodese in sta siora Cherestanì.
Far. (in trasporto da una parte) Belle chiome, ove siete? io v’ho perdute.
Pant. (dall’altra parte dopo averlo udito) Zucca pelada maledetta, con quattro cavelli canui sulla coppa, e forsi con della tegna, scoverzite per carità.
Far. (come sopra) Occhi, stelle brillanti; ahi dove siete?
Pant. (come sopra) Occhi infossai, come quelli del cavallo del Concila, pieni de sgargagi, copai, lasseve veder.
Far. Bocca, rubini ardenti, bianche perle. Più non vi rivedrò! chi mi v’ha tolto?
Pant. Zenzive paonazze, con quattro schienze marze; lavri scaffai, bocca de seppa col negro, in to tanta malora lassete veder.
Far. Guance di rose, e gigli, ahi chi v’invola!
Pant. Ganasse de baccalà, barambagole rapae, saltè fuora, come séè, e guarì sto putto da sta desgrazia, da sta fissazion.
Far. Ah delizioso sgn della mia sposa, Latte rappreso, ove ti sei nascosto!
Pant. O borse de camozza sporca, braghesse de soatto de luganegher, paleseve, come ve vedo mi coi occhi della mente, e fè dar una gomitadina a sto povero striga, (a Farruscad) Altezza, care viscere, no la se recorda la brutta burla fatta dalla striga Dilnovaz al Re de Tebet?
Far. Qual burla mai? che mai vorrete dirmi?
Pant. Schienze! La striga Dilnovaz, che aveva tresento anni, per virtù de una vera incantada, che la aveva in tel deo menuello, s’ha cambia in tela fegura della Regina, muger del Re de Tebet, che gera una zogietta de vint’anni, e la ha buo tanta forza de scazzar dal letto real la vera muger, come una impostore, e de restar ella Regina. Alle quante la vustu? Siccome sta striga gera una squartada de prima riga, el Re l’ha trovada un zorno in un certo atto, che no ga piasso, con un... che sogio mi?... da casa del diavolo. Noi s’ha podesto tegnir, e el ga lassa andar una sablada. La sorte ha fatto, che el ga tagià el deo menuello, dove la ga- veva el servizio incanta, causa della orbariola; mo sì, da bon servitor, che el se l’ha vista a restar una carampia senza un dente in bocca, con tanti de peli sulla barba, e tante grespe, che la pareva un cento pezzi de manzo. Questi xe fatti de verità, Altezza, no le xe miga fiabe da contar ai puttelli. El povero Re ha buo pò de grazia de cercar so muger che poveretta la andava cercando la lemosina con quelle parole famose:
Io son moglie di Re, pur non son quella. Son Principessa, e pur non son chi sono.
A vu canella. Ghe scometteria mi, che Cherestanì xe un’altra striga, come Dilnovaz. Oh chi avesse podesto trovarghe la veretta incantada, so ben mi. “” Far. Eh, non mi dite più. Come può darsi,
Che vecchia sia Cherestanì, mia sposa, S’ella mi fu feconda di due figli? Figli perduti, anime mie, mio sangue! (piange)
Pant. Certo che quelli m’ha portà via el cuor anca a mi. I giera i più cari cocoli, el mio solo devcrtimcnto. Quel puttello, quel Bedredin, aveva una vivacità, una prontezza de spirito, oè da farghene un capital grando. Quella puttella po, quella Rozia, cara calia, la gera la gran cara cossa: me par de vedermeli sempre intorno a zogatolar, e de sentirme a chia- mar nono. No bisognarla, che ghe pensasse, perchè me sento a spezzar le viscere; (piange) ma, Altezza, qua bisogna darse pase e coraggio. Finalmente, fìoi d’una ^striga certo. Bisogna, che la gabbia el cuor con tanto de pelo a destaccar con quella furia dal sen paterno l’unica consolazion, el proprio sangue.
Far. Ah, Pantalone! io fui di me medesmo
Il traditor. Disubbidii la moglie. Avea proibizion di non cercare Mai, chi ella fosse, insino a un certo punto Determinato. Di saperlo prima Tentai del tempo. Fui disubbidiente. La curiosità mia maledico.
Pant. Vardè che misfatti! No s’ha da saver più gnanca, chi sia la propria muger? Sta proibizion, a dirghela, m’ha fatto sempre spezie, come m’ha fatto sempre stomego sto matrimonio. Figurarse, tor per munger una cerva! Xela seguro, che un dì, o l’altro no la lo fazza deventar un cervo anca ella? Da galantomo me trema sempre el cuor de vederghe a spontar i corni. Vorla, che diga? Ringraziemo el Ciel de esserse sbrigai de sta striga. Mettemose in viazo. Qualche buso ghe sarà da andar fuora de sto inferno. Andemo a trovar el povero vecchio Atalmuc, so pare. Chi sa, quanti pianti che l’ha fatto per ella! Chi sa, se el xe più vivo! povero infelice! Chi sa, se ghe xe più Regno! La sa, quanto nemigo ghe gera quel barbaro moro, el Re Morgon, pretendente la Prencipessa Canzade, so sorella. La restarà un Re senza regno, un pitocco, un pezzente in vita sua, mario d’una striga, d’un diavolo, dell’ orco, d’una saetta, che la possa scoar via.
Far. Tacete, Pantalone. Io morrò, prima
D’abbandonar queste contrade, il giuro. Sognai già di veder l’amata sposa; Parmi d’averla innanzi. Umil perdono Chiedo al padre, se vive, e, s’egli è morto, Perdon gli chiedo ancor. Ramingo sempre Andrò per questi boschi ognor chiamando Cherestanì, mia sposa. Rezia amata, Bedredin, caro figlio, e figli, e sposa. (entra con un atto di disperazione)
Pant. Oh povero Pantalon! Mo la vada, dove che la voil, che per adesso mi no go più fià de seguitarla.
ct ct
Tart. (uscendo dal fondo, vedendo Pantalone, con trasporto di allegrezza) Signor Togrul, Togrul, Signor Visir.
Togr. (uscendo) Che c’è Tartaglia?
Tart. Pantalone, Pantalone, non lo vedete?
Togr. E sarà ciò possibile! O Cielo! ti ringrazio... Ti ringrazio. Tartaglia, abbiam trovato Farruscad.
Pant. (vedendoli in lontano) Togrul... Tarta... m’ingosso . . . ogio forsi le vertigini?
Tart.. (correndo) O caro Pantalone mio.
Togr.. (abbracciandolo) Oh caro amico, quanto mi sollieva il ritrovarti!
Pant. La scusa . . . Tartagia, scuse . . . Son ingroppa el cuor... Oimè... (in atto di deliquio, Tartaglia lo sostiene)
Tart.. Signor Togrul, il vecchio crepa, e ancora non ci ha detto, dove sia il Principe. Pantalone, narraci, dov’è ’l Principe Farruscad, e poi mori in pace.
Togr.. Amico, Pantalone.
Pant. (rinvenendo) Sior Visir, come mai capita in sto deserto?
Togr.. La storia è lunga. Prima, deh, mi dite, Dove sia Farruscad, il mio Sovrano, Che più tempo non è di perder tempo.
Pant. El xe qua vivo, e san; ma perso, ma impetolà insin ai occhi in tuna desgrazia grande. Cosse grande, ma grande; ghe dirò tutto. Come mai mo ella xela arriva in sto logo fora del mondo?
Togr.. Qui venni coll’aiuto di Geonca,
Il Negromante amico, con Tartaglia, E Brighella, mìo servo. Assai segreti Mi die Geonca per cavar da questo Luogo ignoto il mio Re. Dove s’attrova?
Pant. Eh i sarà secreti per i calli, ma no per cavar el Prencipe da sta miseria. Aseo! ghe vol altro. Se la crede, che sia da cavar un ravano, la se inganna.
Tart.. Mo dì, dov’è, dov’è, vecchio flemmatico, non ci seccare.
Togr.. Ogni momento perso. Pantalone, È della più crudele conseguenza.
Pant. Naturalmente el sarà poco lontan: el fa qualche ziro, e pò el torna a mea; ma preghiere, né lagreme no lo cava de qua certo. Co la dise pò, che la ga sti gran secreti, xe megio, che se scondemo, che nol ne veda. Bisognerà consegiar, pensar, stabilir. Qua no ghe posso dir tutto; i arcani xe grandi. Ale bisogno de restoro?
Tart.. Ma veramente sì, perchè ’l cerotto perde la sua virtù, e mi sento languido, languido.
Pant. Che cerotto?
Togr.. Eh nulla. Andiamo, Pantalone, andiamo. (entra)
Pant. La se retira drio quell’arzere, che son con ella. Dixè, Tartagia; no alo dito che ghe xe anca Brighella qua? dove xello?
Tart.. Sì certo; sarà qui d’intorno.
Pant. Mo i totani! Se el Prencipe lo vede, la fortagia xe fatta. Che secreti ga el Visir, caro fradello?
Tart.. Oh son belli ve; senti (gli parla all’ orecchio)
Pant. Minchionazzil Sior si che se poi sperar. Fe’ una cossa. Scondeve in qualche logo qua intorno. Se vede el Prencipe, no ve lasse veder. Se vede Brighella, per carità, se mai podè, feghe de moto, che noi se lassa veder, e che noi diga gnente, e po vegnì drio a quell’arzere. Oh el cielo vogia, che el Prencipe no l’abbia visto, e che podemo cavarlo da sta miseria. (entra)
Tart.. Ei, ei. Pantalone; e mangiare? Oh bella! mi lasciano qui col cerotto sullo stomaco. Questo aveva la virtù di tener sazi due mesL Sono passati cinquantaaove giorni, e cinque ore; per poche ore potrò ancora resistere, ma poi cascherò morto. Bella virtù è però quella di questo cerotto! A quante povere genti sarebbe necessario! I Padri giugnerebbero col cerotto in scarsella, troverebbero le loro famiglie affamate a piangere, e taffete, un pezzo di cerotto sullo stomaco a tutti; rimedierebbero a quella miseria, in cui sono abbandonati. A quanti Comici, a quanti Poeti sarebbe una manna! Oh se ’l Masgomieri avesse questo cerotto, farebbe certo più fortuna, che col suo balsamo greco, e col suo taccomacco del Cavalier Burri per le sciatiche, e per l’inappetenza, e l’indigestione. Qui bisogna nascondersi per non essere scoperto; ma io mi sento venire una fame che divorerei un bue. (si nasconde) ct ct Far. (uscendo smanioso) Ah invan la cerco, invano
ansante corro Pel deserto dolente, che la troppo Sdegnata mia Cherestanì crudele Sorda è al dolor, che mi distrugge il core. Io fui disubbidiente; ma ti chiedo Umil perdon. Cherestanì, mia sposa . . . Cherestanì... per un momento solo Lasciati riveder. Lascia, che un bacio Agli amati miei figli ancora imprima, Toglimi poi la vita, io mi contento.
Tart. (da sé indietro) Quello è il Principe Farruscad... è lui senza dubbio. Uh che allegrezza! . . . Io non mi posso trattenere . . . Voglio abbracciarlo, (fa qualche passo con trasporto poi si ferma) Ma, Tartaglia, che fai? Crepa per l’amore, ma non alterare gli ordini, che ti furono dati, (si nasconde di nuovo. Qui apparirà una picciola mensa imbandita di vivande)
Far. (osservando la mensa) No, che cibo non
prendo. Io vo’ morire D’inedia, e di dolor. Qual tirannia È questa, di voler, che in vita io resti, Perch’io mora d’angoscia ogni momento, E non morendo mille morti io soffra?
Tart (in dietro) Quella mensa non c’era. Chi l’ha portata? mi sento morire di fame. Se potessi di nascosto prendere qualche cibo. (si va avvicinando con timore alla mensa di nascosto)
(Una voce di dentro) Farruscad, cibo prendi, e ti nodrisci.
Tart. (spaventato) Che voce è questa! Dove diavolo m’hanno lasciato? (corre a nascondersi dall’altra parte)
Far. Voce, tu non sei già della consorte.
Voce crudele, ho di morir risolto, Se i figli miei, se la mia sposa amata Più non deggio veder.
Voce. No, non morrai. Disubbidiente, impara, quanto costi Il trasgredir della tua sposa i cenni.
Tart. (di nuovo s' avvicina di nascosto alla mensa per prendere qualche cibo. La mensa sparisce. Tartaglia spaventato fugge a nascondersi dall’altra parte)
Far. (alla voce) Dimmi, che far degg’io per porre in calma
Cherestanì, che offesi? Io farò tutto, (fa pausa per udire la voce, che non risponde; egli segue) Tu non rispondi! Dimmi almeno, dimmi. Se mai non vedrò più la dolce sposa, Se abbraccierò i miei figli, il sangue mio? (fa pausa, e come sopra)
Ah più non mi risponde! indegno sono, Abbandonato, disperato, solo Qui senz’alcun compagno, ognun mi lascia, Ed i ministri miei tra i cibi, e ’l vino Allegri goderan. Sol Farruscad Inquieto, ra’^bioso, in mille angosce Si flagella, si strugge... Ah, ingiusto sono A condannar chi passion non sente. Io solo vo’ perir, cibi non voglio. Sien questi sassi letto alle mie membra Omai stanche, languenti, e presso a morte. (siede sopra un sasso, e appoggia il viso ad lina mano in atto di dormire, e s’addormenta)
Tart. (esce in dietro) Mi gira il capo, come una ruota di fochi artifiziali. Ho vedute, e udite le gran cose! Mi sembra, che ’l Principe dorma.
ct ct Truff. Si fa sentir di dentro con voce alta, chiedendo a Brighella, dove sieno Togrul, e Tartaglia. Tart. Disperato fa cenni a quella parte, che si deva tacere, e passar per il fondo del Teatro in dietro. Escono Truffaldino e Brighella. Brig. Mostra a Truffaldino Tartaglia. Truff. Allegro alza la voce. Tart. Si dispera. Mostra il Principe, che dorme. Si guardano l’un l’altro incantati, e dopo breve scena di lazzi muti, di monosillabi, e di stupori, ridicola, entrano tutti tre per mangiare.
ct
Pant. (uscendo in dietro accompagnando col gesto la voce, che parlerà per lui) Farruscad, ti risveglia.
Far. (levandosi) Oimè! qual voce È questa mai?
Pant. È di Checsaia voce,
Del sacerdote solitario, a cui Dona il Cielo alti lumi, e grazia somma Di veder tutto, di soccorrer quelli. Che ubbidiscon al Ciel, non all’inferno.
Far. Checsaia, al Ciel diletto! Io ben conosco, Che sei Checsaia in questa parte giunto
Per mio soccorso. Dimmi, sacerdote, Che tutto vedi. Per pietà m’insegna, Dove sieno i miei figli, ove s’asconda Cherestanì, la mia compagna.
Pant. Taci,
Empio, non nominar chi è in odio al Cielo, D’un’abborribil sozza maga il nome; Io vengo a liberarti; sì, qui vengo A trarti dalle man d’una novella Circe barbara, iniqua. Ah quanto!... ah quanto Dovrai patir, stolto garzon, che cieco A lei ti desti in preda, a ripurgare La colpa tua d’esserti a lei congiunto!
Far. Come! Checsaia . . . Che mai narri! . . . No, Non è possibil quanto narri . . .
Pant. Taci,
Belva, e non uomo. Sappi, che imminente È la sciagura tua. Tutte le fiere, E gli alberi, che vedi, e i duri sassi, Che miri in questa erema valle, furo Uomini, come tu. L’ingorda maga. Lasciva, infame, poichè amanti gli ebbe. Che saziate ha l’avide sue brame, L’un dopo l’altro in fiera, in pianta, in sasso Gli ha trasformati, e gemono rinchiusi.
Far. (spaventato) Oh Dio! che sento mai!
Pant. (come sopra) Ti scuoti, folle.
Il tuo destino in poco d’ora è questo. La forma d’uomo in spaventevol drago Sarà cambiata, e fuor dagli occhi fiamme,
E dall’orrida bocca schifa bava Velenosa spargendo, e strascinando Squamoso ventre, sucido e deforme, Andrai per il deserto, inaridendo. Ovunque passerai, l’erbe e ’l terreno, Con urla orrende, e a te stesso spavento Invan ti lagnerai di tua sventura.
Far. (più spaventato) Misero! che far deggìo?
Pant. (come sopra) Seguitarmi Dei senz’alcun ritardo.
Far. Oimè! Checsaia, Deggio lasciare i figli miei perduti? No, non ho cor.
Pant. (come sopra) Vergognati. Mi segui.
Perdi omai la memoria di tai figli, Figli di sozzo amor, figli d’abisso. Dammi la destra tua.
Far. Si, sacro lume,
Ti seguirò; ma qui ’l mio cor rimane... Mi raccomando a te. (porge la mano al Sacerdote, il quale si trasforma rimanendo nella figura di Pantalone, che senz’avvedersi di essersi trasformato segue con la propria sua voce)
Pant. Così mi piaci.
Ubbidiente, Farruscad, ti mostra. Saggi riflessi, e salutar bevanda, Che di Cherestanì scordar ti faccia E de’ tuoi tigli, abbominevol frutti, Non mancheranno a me.
Far. (dopo gesti di sorpresa sulla trasformazione) Come! Che vedo! (s’allontana alquanto: da sè) Chi Checsaia mi parve è Pantalone?
Pant. (segue^ come sopra) Che! stolto, ti pentisti?
Far. Temerario,
Col tuo Signor tanto osi? Di qua parti, Levamiti dinanzi, audace, indegno.
Pant. (guardandosi intorno) Oimè! Oimè! Ah, che l’ho dito, che co i bei secreti no Io despettolevimo più da sta striga scarabazza. (entra fuggendo)
Far. (in trasporto) Cherestanì, tu m’ami ancora e vuoi,
Ch’io qui t’attenda... Ma che vidi mail Qual meraviglia!
ct
Togr.. È maraviglia, si.
Questa esecranda maga ha tanta forza Da render vano ogni pietoso uffizio,
E sin di far cambiare i Sacerdoti In ministri sospetti. Io tutto vidi. (Farruscad vedendo la figura del Padre rimarrà estatico, ed immobile. Togrul si avanza, e segue) A me nulla è nascosto. Sappi, figlio, Che colui, che a te parve Pantalone, Checsaia è, il Sacerdote. Non t’abbagli Il cambiamento suo, la fuga sua, Ch’opra della tua maga è quanto apparve.
Far. (confuso) Padre... Mio genitor... come voi qui . . . Come in questo deserto! . . . Ah, caro padre . . . (corre per abbracciarlo)
Togr. Scostati. Io fui tuo padre, or di tuo padre
Sono lo spirto, ed impalpabil ombra. (con voce piangente) Tale m’ha reso il duol d’aver perduto Miseramente un figlio. Ott’anni piansi, Ed alle angosce mie cessero alfine Le stanche membra, or muto in breve fossa Cener freddo ridotte. È tua l’impresa.
Far. Ah, caro genitore. Io dunque fui
Morte del padre mio! Cielo, che sento! (piange) Qual vi rivedo qui! Fu la più bella Donna, ch’unqua mortale occhio vedesse, Che qui mi tenne. Ella è, consorte mia. Due figli ebbi di lei. Padre, tre giorni Son, che disparve, e . . .
Togr. Non mi dir più oltre.
Abborrirti dovrei. Cherestanì, Lorda maga, ti tenne. In cerva apparve, E tu folle... arrossisco a dire il resto Di quanto è a me palese... inorridisco. Se del tuo genitor dramma, scintilla Di rispetto, e d’amor più senti al core, Segui almen l’ombra sua, dirigi i passi Dietro alla traccia mia; staccati, figlio, Da questo asilo d’ogni scelleraggine. Di bruttura, e di vizio.
Far. Padre mio . . .
Quanto sento dolor d’aver perduto Un padre, come voi! Se v’adorai, Se rispettar so l’ombra vostra, è questo Il segno, ch’io vi dò. Dove a voi piace, Pien di rimorsi, di dolor, confuso, Seguirò ’l padre mio. Cherestanì, Rimanti. Oh Dio! qual forza a Farruscad È necessaria, il sai.
Togr.. Figlio, ti lodo.
Io ti precederò; segui i miei passi, (è per inviarsi, nasce la trasformazione di Atalmuc in Togrul)
Far. (attonito) Togrul, Visir! in questo loco! in forma Del padre mio!
Togr. (con la propria voce, altero) Principe, troppa forza
Ha questa maga, e indarno opre fedeli Uso, e sento dolore estremo invano.
Far. Qual stravaganza, e qual temeritade!
Togr. (con grandezza) Sieno le stravaganze di chi sono.
Qui con l’aiuto di Geonca venni, L’amico Negromante, e sperai trarvi Dalla miseria vostra. Ah, ben mi disse, Che invan m’affannerei. Ma, se fur vane Le virtù di Geonca, alfin vi mova La verità, ch’io son per dirvi. Morto È l’infelice padre vostro. Il regno Dal Re moro, Morgone, inesorabile, È assalito, distrutto. Le campagne, Gli alberghi, i Tempi sacri saccheggiati Sono, e scorre per tutto il ferro, e ’l foco. Stupri, pianti, rovine, e sangue sparso, Che de’ sudditi vostri allaga il piano. Sono i trofei d’un Principe accecato, Che in lunga inerzia, in scellerate trame D’una vil maga, in odio a’ Numi eterni, Vive sepolto, sozzo, e al Cielo a schifo.
Far. Più non dirmi, Togrul; basta; ti ferma.
Togr. (ardito) Di chi degg’io temer? D’un, che s’è reso
Inutile a se stesso? Che abbandona I sudditi vilmente? i suoi più cari Sotto a barbare stragi? Ah, Farruscad, Teflis, la capital città del regno Fors’ora è presa, e a ferro, e a foco posta. Canzade, valorosa Principessa, Il sangue vostro, la sorella vostra,
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The end
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