Read here

L'Augellino Belverde

Carlo Gozzi · 1884 · Free in the US

18,928 words · about 1 h 20 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
About this edition

Free in the US: this text is in the public domain in the United States; it may still be in copyright elsewhere.

Licence: PD-US · Published in 1884 (before 1931): public domain in the United States. Text and transcription from it Wikisource by Wikisource contributors (transcription licensed CC BY-SA 4.0; contributors: https://it.wikisource.org/w/index.php?title=L'Augellino_Belverde&action=history). · Wikisource contributors

Text from Wikisource and set out for reading on screen; no words of the book are rewritten or summarized. How RedLectern is built

About this book

Author
Carlo Gozzi
Language
Italian
Published
1884
Length
18,928 words · about 1 h 20 min
Sections
7 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (7)
  1. Front matter under 1 min
  2. Personaggi about 1 min
  3. Atto primo about 20 min
  4. Atto secondo about 11 min
  5. Atto terzo about 27 min
  6. Atto quarto about 17 min
  7. Atto quinto about 5 min

Continue:

Front matter

ct ct ct

Indice

Personaggi

ct

TARTAGLIA, Re di Monterotondo.

TARTAGLIONA, vecchia Regina de’ Tarocchi, sua madre

NINETTA, moglie di Tartaglia, madre di

RENZO, e di | gemelli.

BARBARINA

POMPEA, Simulacro, amato da Renzo.

CALMON, antica statua morale, Re de’ Simulacri.

BRIGHELLA, poeta ed indovino, amante finto di Tartagliona.

TRUFFALDINO, Salsicciaio.

SMERALDINA, sua moglie.

PANTALONE, ministro di Tartaglia.

AUGEL BELVERDE, re di Terradombra, amante di Barbarina.

POMI, che cantano.

ACQUA D’ORO, che suona e balla.

STATUA, fontana di Trevigi.

RIOBA, e Compagni, statue del Campo de’ Mori di Venezia.

VOCE DI SERPENTINA, fata.

CAPPELLO | novellatori della piazza, statue.

CIGOLOTTI

SERVI, guardie e varie fiere.

La scena, è parte nella città immaginaria di Monterotondo, parte nel giardino di Serpentina, parte al colle dell’Orco, e in altri luoghi correlativi all’indole d’una rappresentazione fiabesca.

Atto primo

fi ct ct

ct ct

Pant.

(da se in entusiasmo)

sol, che ti xe specchio Delle umane vicende, Mai ti deventi vecchio Per scoprir a chi sa cose tremende!

Pant. (da sè) Mi ghe son matto drio sto poeta. El dixe cose, che le xe da retrazer; ci fa versi, che i xe da raccolta per nozze.

Brig. (come sopra)

O dei Tarocchi misera regina! O Tartagia felice! O Renzo, o Barbarina! Tal frutto nasce da fatai radice!

Pant. (da sè) Olè! qua l’entra in tel sangue real de Monterotondo. La regina dei Tarocchi meschina? Sior sì; lascio merita. Sta vecchia marantega dopo la partenza del re Tartagia, so fio, non la fa altro, che tirannie, e lu no merita de esser felice per aver lassà el governo in man per el corso de disdott’anni a sta striga. Fussela morta da quel resepiglion, che la gavega in telle gambe al tempo delle nozze de so fio. Ma no capisso. O Renzo, o Barbarina! tal frutto nasce da fatal radice!

Brig. (come sopra)

O spirito gentil del Re de Coppe, Passa nell’altro mondo! Quanti gran casi, quante gran faloppe Famoso deve far Monterotondo!

Pant. (come sopra) Ancora più famoso? No basta, che s’abbia visto Naranze a deventar femene, femene a deventar colombe, colombe a deventar regine di felice memoria?

Brig. (come sopra)

Tartaglia, ti vedo; Tu torni alla corte, Ninetta, nol credo, Non sei fra le morte, non son perse ancora le speranze, Discendenza real delle Naranze.

Pant. (da sè) No ghe caso, bisogna star colla bocca averta, e ascoltarlo, come cocali. E in tell’indovinar costù xe più bravo del Schieson sie volte. Tartagia, te vedo? Seguro, el Re Tartagia, che xe andà alla guerra contro i rebelli, e che xe disnov’anni che el manca, xe qua stassera, seguro. Ninetta, no ti è fra le morte? Oh, qua no ghe la catto. La regina Ninetta xe stada seppellia viva, xa disdott’anni, sotto el buso della scaffa, per le persecuzion de sta vecchia carampia de regina, e l’ho vista mi con sti occhi. Figurarse, se no la xe marcìa, e in polvere? No xe persa la descendenza delle Naranze? L’è bella; ma no la se pol sorbir. Se me par, che sia ancora quel momento fatal, che la quondam povera regina Ninetta, prima de esser sepolta viva sotto el buso della scaffa, ha partorio quei do zemelli, puttello e puttella, che gera un naroncolo, e una riosa de bellezza. A mi i me xe stai consegnai da sta vecchia carampia de so nona, coll’ordene de scannarli, pena la mia vita, e, pena la mia vita, de taser; e me par de veder ancora l’azion negra de metter in tela cuna, in cambio dei do zemelli, do cagnetti mufferle, che aveva partorido la Mascherina de corte; scrivendo po al re quelle relazion, quelle accuse, e quelle iniquità, che ha causa tanti ordeni tragici, i quali sarà contai sotto el camin, come fiabe. Xe ben vero, che mi no ho abuo cuor de scannar quelle raise, e me recordo, come se fusse in sto punto, che li ho fatti in rodolo con vintiquattro brazza de tela incerada veneziana, perfetta, de quella del Traghetto del Buso, e che con la possibile diligenza ben condizionai per defenderli dal- l’umiditae, ho buttà quel caro tramesso zoso per el fiume, portando a so nona do cuori de cavretto, come sol far i boni ministri in sti casi. Dopo disdott’anni, se anca no i xe morti negai, o dalla fame, i sarà morti per no aver podesto crescer, perchè so de averli cusii stretti col spago sforzin. Sior strolego caro, se’ un poeta felice, no se’ imitator, no affettè la lingua toscana; le vostre xe cose, e no parole; el cielo sa dar del gran talento ai omeni, ma sti omeni sa anca dir delle bestialità da riderghe in tel muso. No gh’è più tacconi, la descendenza delle Naranze xe estinta.

Brig. (che sarà stato colle mani alla fronte, come sopra)

Se dai tremendi pomi, che cantano, Dall’acque d’oro, che suonano e ballano, Dai re fatati pennuti, che parlano, Tartagliona non sei difesa Per quella forza non unquanco intesa, Hai contrari i simulacri Solidi, fluvidi, alcalici, ed acri; Una pozzanghera sarà il tuo nicchio; Nè può difenderti Brighella, strologo, vate Caicchio. (viene in sè)

Ma, oimè, va mancando l’entusiasmo celeste; resto un minchion, come tutti i altri omeni. Me chiappa el solito languor de polmoni, me vien el consueto svenimento. Vedo vicina una bottega de Luganegher. Reparemo con do soldi de sguazzetto la debolezzza, che sol lassar l’estro divin, el furor poetico. (entra)

Pant. Sangue della Noffia, che ha buo el terzo in Regata, che bel pezzo de poesia che xe sta questo! No ghe n’ho inteso una maledetta; porlo esser più divin de cusì? Pomi, che cantano, acque che ballano, solidi, fluvidi, alcalici, ed acri. Sia come se vogia, qualcosa de grando ha da nasser certo Jn sta corte. Mi ho visto tante cose impossibili, che son in dubbio de tutto, e son deventà un filosofo Pironian marzo. Se poi veder de più dopo una serie de metamorfosi indiavolae? Se fa brusar Smeraldina mora, e Brighella, servitor del Caval de Coppe. Smeraldina mora, dopo brusada, renasce bianca, come una pippa vecchia buttada in fogo; la sposa Truffaldino, cogo de corte, e i mette su bottega da luganegher. Brighella brusà, che sogio mi?... come un sonetto per dottorato, renasce dalle so cenere indovin e poeta insigne. Ohè no me stupisso de gnente; se pol dar tutto, se poi dar tutto. (entra)

ct ct Truff. Gridando che non può più soffrirla, che quando fu abbruciata, era una scellerata utile, e che se doveva risuscitare una minchiona, era meglio, che se ne restasse un carbone. Maledice il punto, in cui l’ha sposata, ch’è il suo ultimo esterminio, ec. Smer. Che certamente era meglio, che si fosse rimasta cenere, piuttosto che sposare un briccone della sua qualità, che non pensa ad altro, che a mangiare, e dilapidare in vizi tutti 1 capitali della bottega. Truff. Che i capitali erano suoi, acquistati co’ suoi sudori facendo il cuoco in corte, e con quelle oneste ruberie, solite del suo mestiere; che sarebbe stato meglio l’averli gettati nel fiume, piuttosto che aprir bottega da salsicciaio, perch’ella donasse a tutte le sue pettegole della città di nascosto, trippe, salami, ec, e che tacesse credenze a facchini, a vetturini, e sino (che non si sa dar pace) in un secolo, qual’era il corrente, ai poeti. Smer. Che s’ella fu un poco facile, può protestare innanzi al cielo d’essere stata per buon cuore sì, ma sempre in utile del negozio, e ch’egli, oltre quello che s’è mangiato a tutte l’ore, mettendosi sino sotto il capezzale il fegato fritto da mangiare la notte, ha donato fuori di casa alle femmine di mal odore in danno della bottega non solo, ma di sè medesimo, perchè ha dovuto poi anche dare a medici, a chirurghi, e a speziali, prosciutti, bondole, ec. Truff. Arrabbiato, ch’ella voglia aver ragione, ed esser ultima a parlare. Che intanto nella bottega non v’erano più che quattro folpi duri, e due grossi d’anguille fritte; esser fallito per il suo lusso, e per le sue matte generosità; che il cielo non aveva dati loro figli, che uno, il quale si morì, e ch’ella aveva voluto per forza raccogliere quei due fanciulli, trovati nel fiume rivolti in quella tela incerata, allattarli tutti due, rovinarsi, e dimagrarsi; che da quel punto le aveva perduto l’amore, e che per tal causa s’era sviato dalle tenerezze matrimoniali, cercando sollievo all’animo nauseato, e che il voler mantenere un fanciullo, ed una fanciulla sino all’età di diciott’anni, è stata una bestialità, principal cagione della sua rovina, ec. Smer. Furiosa, che non le tocchi mai Renzo nè Barbarina, nè con fatti nè con parole, o farà il diavolo a quattro. Truff. Che assolutamente ha risolto, e che non li vuol più in casa. Smer. Sua disperazione, compassione, e sue lodi a Renzo, e Barbarina sulla loro obbedienza, bontà, e indifferenza agli incomodi. Che mangiano gli avanzi; che studiano sempre; che sono utili, perchè Renzo va alla caccia, e reca sempre lepri, ec. Barbarina va a legna, lava, spazza, ec. Truff. Conclude non volerli, perchè Renzo ha delle massime da filosofo più di lui, e perchè Barbarina é troppo modesta, e non si può sperar nulla d’utilità ec. ct

Barb. Renzo, la madre nostra e il padre nostro Sono in question.

Ren. È ver; deh gli ascoltiamo. (si fermano in attenzione)

Smer. (a Truff.) Che, se averà coraggio di dire una parola torta a Renzo, ed a Barbarina, farà eccessi.

Truff. Che non vede l’ora che giungano per poterli scacciar di casa.

Smer. Sue preghiere a Truffaldino, perchè non faccia questa tirannia.

Truff. Che non ha figli, e che non vuol far le spese a bastardi.

Ren. Bastardi siamo! (a Barbarina)

Barb. Io non intendo: come!

Smer. Prega Truffaldino a non lasciarsi mai scappar di bocca questa parola: bastardi.

Truff. Ch’è quasi morto affogato a trattenersi per tanto tempo a non dirla loro; che non può più trattenersi. Che appena capitati, vuol dir loro, bastardi, bastardi mille volte, per respirare.

Smer. Che forse saranno figli di qualche gran signore; che le loro belle maniere, e i loro visi lo dicono. Truff. Che i figli de’ gran signori non si trovano nei fiumi ignudi in una tela incerata, ecc. Che non vuol assolutamente far le spese a bastardi.

Ren. (a Barb.) Sorella, or slam chiariti; siam bastardi.

(s’avvicina a Truff.) Padre, è poi ver, che siamo bastardelli?

Barb. (s’avvicina a Smer.) Ditemi, è ver, che noi non vi siam figli?

Smer. (senza risponder si inette a pianger dirottamente).

Truff. (in gravità) Che non sa di pianti, e di tenerezze eroiche; che la sua miseria non ammette eroismi. Esagera sul suo stato di fallito, narrando in caricatura il bilancio del suo negozio. Dice di averli mantenuti anche troppo; che però sappiano, che sono realmente due bastardi, trovati ignudi in una tela incerata con la pelle sola indosso. Ch’egli non ha colpa della loro miseria, e che il cielo sa, che protesta al cielo, che dal canto suo ha procurato, che la moglie ricuperasse quel poco di tela incerata, e li tornasse a gettar nel fiume ad annegarsi, perchè non patissero le infinite miserie di questo mondo. Suoi giuramenti per sostener questa verità. Che la moglie sempre matta, e indiscreta, aveva voluto per forza tenerli vivi, e allevarli per loro fatalità. Ch’egli dalla sua parte non avea da render conto al cielo di non aver loro data un’educazione umana e neces- saria. Ch’è persuaso, che abbiano imparato a mangiare, a bere, e a sgravare il corpo; che però dovevano prevalersi delle virtù insegnate loro dal canto suo, partire immediatamente, e non ardire di por più piede nella sua casa; altrimenti ec. {entra)

ct. ct Ren. Oh bella! Barbarina, è certo questa

Una curiosa novità. Ringrazio Il cielo assai d’aver in sen rinchiuso Uno spirito forte.

Barb.8 Io non vel nego.

Saria questo per noi barbaro punto; Se i nostri libriccini filosofici Gli opportuni riflessi in sull’umana Natura, e la ragione, starei fresca.

Smer. Cari i miei figli, so che non darete

Orecchio alcuno all’asino furfante Di mio marito.

Ren.7 Ma, sìam vostri figli, O no?

Smer.3 No, non lo siete. Avete intese

Già le vostre vicende; ma che serve? V’ho allattati, allevati come figli; Non dovete staccarvi dal mio seno.

Bar. No, Smeraldina. I benefizi vostri,

Se avrem fortuna, fieno compensati. Non è dover, che chi del, vostro sangue Non nacque, resti ad aggravar la vostra Famiglia meschihetta, ad onta massime Del vostro sposo. Io già tra me suppongo, Che del distacco nostro voi proviate Qualche amarezza. Questo dispiacere Nasce in voi solo per la consuetudine Del conviver con noi, dal far riflessa Che a noi dispiaccia d’esser discacciati, D’andar raminghi. Voi pensar dovete, Che il dispiacer, che dentro a voi sentite, Nasce dall’amor proprio, che in voi regna.

Smer. Come amor proprio? che parlar è questo?

Barb. Sì, Smeraldina; voi sentite affanno,

Che noi partiamo; dunque voi cercate, Che ci fermiam per sollevar voi stessa; Dunque cercate un benefizio a voi. Non vaneggiate; qui non c’è risposta. Sappiate, che il fratello Renzo, ed io. Quando andiamo nel bosco, leggiam sempre De’ libretti moderni, a peso compri Da voi per la bottega, e facciam sempre Riflessi filosofici sull’uomo, E conosciamo a fondo ogni sorgente Di tutte quante son le azioni umane, Nè ci facciam di nulla maraviglia. Del vostro dispiacer già non v’abbiamo Nessun’obbligo al mondo, perchè nasce Dall’amor vostro proprio. Moderatelo,

Con somma indifferenza andiamo via. Se faremo fortune, avremo a mente Quanto per noi faceste, state certa. Vi rimunereremo per le leggi Di società, ma non giammai per obbligo. Ritiratevi. Addio.

Ren. Brava, sorella.

Siete brava filosofa, e assai bene Della pretesa umana separate L’intrinseco valore delle leggi Di società. Mia cara Smeraldina, Il cieì vi dia salute; andate in casa Con quello sposo, che v’han stabilito Di società le leggi, e procurate i sviluppar da’ sensi la ragione. Se mai potete, e di frenar con questa Quell’amor proprio, che vi dà tormento. Ritiratevi, addio.

Smer. O frasconcelli

Senza giudizio! che parlar è il vostro? Che amor proprio? che ragione umana? Che società? che leggi? chi v’insegna A pensare, e a parlar in questa forma. Ragazzi matti?

Barb. (ridendo forte) Ah, ah, fratello,

La si riscalda, senti. Che disgrazia È non esser filosofi!

Ren. Amor proprio. Smeraldina, v’accende. Ritiratevi.

E non vi fate svergognar qui in strada Dalle persone che, potrien passare, Colte, e spregiudicate.

Smer. Ah, giuro al cielo,

Che, se credeva d’allevar due ingrati, Vi lasciava annegar nel fiume. Dunque Fu per amor di me medesma, ch’io Di là vi trassi, e non lasciai negarvi?

Barb. Che dimande son queste! Non v’è dubbio.

In voi stessa sentiste del piacere Di far l’azione, e perciò la faceste.

Smer. Per allattarvi mi svenai; spogliata

Mi son per rivestirvi; dalla bocca Mi trassi il pane per nodrirvi insino A quest’età; per voi mille afflizioni, Mille angosce ho sofferte; ed avrò fatto Tutto per amor proprio?

Ren. Voi mi fate

Rider di gusto. Ah, ah, ah. Sì, certo, Il fanatismo d’un’azion’eroica. Quella dolcezza, che in voi sentivate Di quell’azion, l’idea di guadagnarvi Dominio sopra noi, sempre vi mosse Ad operar per amor proprio.

Smer. O cielo!

Dunque non ho con voi merito alcuno Di quanto feci?

Barb. Smeraldina, adagio. L’intrinseco valore dell’azione

Non vi dà nessun merto. Se avrem sorte, Procureremo d’adattarci l’animo Di società alle leggi, ed averete jl Ricompensa a quel danno, che vi siete Fatto per amo proprio.

Smer. (furiosa). Io maledico

Il punto in cui per troppo amar me stessa Tanto ho penato ad allevar due ingrati. Due matti da legar, che m’abbandonano Con tanta indifferenza e ingratitudine. Se mai nessun più aiuto, che s’annega, Se mai vesto nessuno, ch’abbia freddo. Se mai più faccio un soldo d’elemosina A chi si muor di febbre, o fame o sete, Poss’essere tanagliata, strangolata, Tagliata a pezzi, ed arsa un’altra volta. (entra)

ct ct Ren. È partita collerica. Sorella, Scusar bisogna l’ignoranza.

Barb. È vero.

Ma dì, fratel; non ti fa spezie alcuna Quest’improvviso restar qui ramingo. Stracciato, e il non saper di chi sei figlio?

Ren. Niente affatto, sorella; ed ecco i computi Filosofici miei. Non abbiam padre,

Non abbiam madre. Eccoci dunque sciolti Da obbedienza e soggezion; ed ecco Il desiderio trónco della morte Dei genitori rimaner eredi Della lor facoltà, per appagare Delle umane insaziabil passioni I trasporti infiniti. Un bene è questo In confronto del mal. Veniamo adesso All’altro punto. Hai tu nessun amante?

Barb. No in coscienza, Renzo, v’assicuro.

Ren. Né men io ho amorose, ed ecco tronca

Quella sorgente al desiderio pazzo, A quella passion pericolosa Di comparir galanti per piacere, Che infelici e ridicoli suol fare Gli spasimati, e che suol far sudare Tanti mercanti, i quali fancreoenze. È questo un ben, che supera di molto II mal di questi stracci. Non bisogna Dunque avvezzar giammai questa natura A niente di ciò, che il secol nostro Comodo chiama, e dilicato. Mai Non converrà prender affetto alcuno, Amicizia nessuna a questo mondo. Ci difenda il riflesso, ch’ogni donna, Ogni uom per amor proprio opera sempre. La massima fissiam, che in generale Tutti i mortali sien superbi, avari, Vani, vendicativi, impraticabili. Quest’idea filosofica ci pasca;

Spogliamci d’amor proprio affatto, affatto, E saremo felici. Andiam, sorella.

Barb. Odimi, Renzo. Io t’assicuro, e giuro

Che nessuno amerò, cha sarò sempre Per la vita filosofa. Ma deggio Confessarti però, quantunque dissi Di non amar nessun, che spesso intorno Mi suol girare un certo Augel belverde, Ch’egli mostra d’amarmi, e ch’io mi sento Per quell’animaletto alquanto debile.

Ren. Nulla, sorella; io ti guarisco tosto

Da quest’amor. Sappi, gli uccelli tutti, Per proprio istinto, girano d’intorno A tutte le civette. Quest’Augello Ti crede una civetta, e ti circonda. Lungi da tutti andiamo, e fuor di questa Città pericolosa. (entra)

Barb. O mondo! o mondo!

Certo sei tristo, se nemmen si puote Dell’amor lusingarsi in sulla terra, Dell’amicizia d’un’Augel belverde. (entra)

ct ct

Perchè mai vivo ancor dopo sì lungo Tempo, sepolta in quest’orrida fossa. Dove tante immondizie, e sì fetenti Colano sempre? O di Concul figliuola,

Miserabii Ninetta! Era pur meglio Restar colomba un dì, restar rinchiusa Nella scorza fatal di melarancia, In poter di Creonta, gigantessa, Che rimaner senza capir la causa, Senz’aver colpa, condannata ad essere Sepolta viva in così lorda fossa, Mentre non era ancor fuori del parto. Ecco il pietoso usato Augel belverde, Che del solito cibo mi soccorre, Pel buco della scaffa discendendo. O Augello, Augello, quanto meglio fora Il lasciarmi morir! Termine avrebbe La lunga pena mia. Sazio sarebbe L’inumano Tartaglia, il re, mio sposo, E la nimica mia, sua madre antica. (piange)

ct ct Aug. Ninetta, frena il pianto; forse non è lontano Il fin delle miserie del sepolcro inumano.

Nin. Come? l’Augel belverde, che ragiona?

Aug. Non istupir, Ninetta, se dopo diciott’anni

Sol oggi teco parlo per scemarti gli affanni. Se tu di re sei figlia, e fosti melarancia, Sai, che non è impossibile il cambiar d’una guancia.

Io son di re figliuolo, e nell’età più verde Fui cambiato da un Orco in Augellin belverde. Sta la nostra fortuna, la nostra sorte ria In man di Barbarina, tua figlia, e amante mia; Ma oh quante dure imprese, quanti orridi, indiscreti Stan sulle nostre vite inumani decreti!

Nin. O caro Augel, mi narra, e qual mia colpa

Mi tien sepolta in quest’immonda stanza? Ch’è del mio sposo, e de’ miei cari figli?

Aug. L’odio di Tartagliona è la tua colpa solo.

T’ha accusata d’adultera a Tartaglia, figliuolo, In cambio di due figli, scrisse al re, tuo marito, Che un mufferle, e una mufferla avevi partorito. Lo sposo, rea credendoti, rimise con un foglio La cose a Tartagliona, più dura d’uno scoglio. La vecchia crudelmente ti fece seppellire; Commise, che i due parti si facesser morire. I figli non son morti; n’ebbe compassione Il Veneto pietoso, il vecchio Pantalone. Van sconosciuti errando, quai bastardi in rovina; L’uno si chiama Renzo, e l’altra Barbarina. Spera, Ninetta, spera; ma aggiungi alla speranza Calde preghiere a’ Numi per l’ammorbata stanza.

Se i tuoi gemelli vincono i perigli tremendi, Tu dall’immonda fossa l’usato trono ascendi; Perisce Tartagliona; io lascio queste spoglie, Se Barbarina è forte, e la prendo per moglie. Ma, oh Dio, ch’io son forzato ad esserle avversario. Ninetta, più non dico; ti volgo il taffanairio. (rialzasi ed entra)

Nin. Mente, resisti; ahi le gran cose intesi!

Prendiamo il cibo, e preci al ciel si mandino. Se dopo diciott’anni di sepolcro Trovo d’uscir la via, Storia, non v’è, che superi la mia. (si chiude)

ct ct Brig. Ha ristorata la vena di previdenza con una coratella di pecora in guazzetto, mangiata dal salsicciaio. Si sente nel ventre gorgogliare la astrologia e l’arte poetica e indovinatoria; che i preludi sono imminenti per uscire. Che assisterà Tartagliona per quanto potrà; che si sente della debolezza amorosa per quella vecchia; che di gusti non si dee disputare. Ch’è vecchia, grima, ma regina. Che un poeta può aver delle inclinazioni, che si distinguano dalle comuni. Che vorrebbe poterle intenerir il cuore colle attenzioni, delicate espressioni, e teneri versi.

Chiome d’argento fine, irte ed attorte, Avvolte intorno ad un bel viso d’oro! (entra)

ct ct ct Barb. Renzo, la notte è presso: qui non veggio,

Che una spiaggia diserta. È l’aer crudo, E le piante, e le mani, e i denti in bocca Mi triemano pel freddo. Ti confesso, L’amor proprio comincia a dominarmi.

Ren. Barbarina, sta forte e lo sopprimi.

Io non mi reggo in piedi per la fame; Ma questa spiaggia ignuda d’ogni bene, Quest’esser lungi dagli uomini perfidi, Che tutto fan per amor proprio, credi, Mi rinfranca lo spirto....

Barb. Ma, fratello,

Se, verbigrazia, una persona adesso C invitasse all’albergo, ci accendesse Un bel foco dinanzi, ci donasse Ben da cena, un buon letto; dimmi il vero, Questa persona ti rincrescerebbe?

Ren. Avrei cara la cena, il foco, il letto;

Ma, quando riflettessi alla persona. Che solo per piacere a se medesma

Ci darebbe l’alloggio, avrei dispetto Ad accettar quel benefizio.

Barb. Renzo,

Ti dico il ver; la fame, il freddo, il sonno Mi farieno parer quella persona Adorabile affatto, e d’amor piena Più per noi, che per sè.

Ren. Oibò, oibò.

Quella persona certo, o saria donna, E queir azion farla per me, che sono Maschio; o sarebbe un uomo, e lo farebbe Per te, che donna sei. Sempre malizia. E per lo men farebbe quest’azione Per fanatismo, e per amor di gloria, E perchè si dicesse: quella è grande. Generosa, magnanima, ospitale, Adorabil, benefica. Amor proprio Fracido sempre in mezzo, sempre, sempre.

Barb. Renzo, la fame, il freddo e la stanchezza

Hanno in me tal vigor, che agli occhi miei Ti dipingono un pazzo., ed un fanatico, E pieno d’amor proprio più degli altri.

Ren. Perchè?

Barb. Tutta la rabbia, che tu senti,

E i disprezzi, che scagli contro gli altri, Hanno sorgente dall’amor tuo proprio; E l’amor proprio è tanto grande in te, Che capir non ti lascia, che ti muori Di fame e freddo. Or poco fanatismo Forse ti sembra questo?

Ren. Aspetta un poco. Temo, che tu dica

La verità. Se il vero tu dicessi, Noi so negar, m’increscerebbe assai. (pensieroso)

ct ct ct Calm. Barbarina ha ragion: Renzo apri gli occhi.

Barb. O Dio, Renzo; una statua, che cammina! Una statua, che parla!

Ren. È questo un caso,

Che un filosofo mai noi crederebbe, E pur è ver. Statua, mi dì, chi sei?

Calm. Son un che un giorno visse qual tu or sei

Filosofo meschin. Scoprir pretesi Degli uomini l’interno, ed uomo anch’io Vidi amor proprio in tutti esser cagione D’ogni menoma azion. Vidi, o mi parve Farneticando di veder, ragione Schiava de’ sensi, e colla mente ardita Generalmente avara, traditrice, Perversa, ingrata, tutta per sè stessa, Nulla per gli altri, di veder mi parve L’umana spezie, e del motor superno La più illustre fattura, la più bella Temerario sprezzai. Tronca mi fossi

La lingua, prima di cambiare il nome Dell’eroismo d’opere pietose, Che pur vedea talor d’uom per altr’uomo, In quel di fanatismo, di follia, Figlia del proprio amor, nata da intenso Compiacimento borioso, e stolto. Quante troncai beli opre, e quanti ingrati A’ benefizi fur per mia cagione! Qual pro, Renzo, qual pro, ridur sè stesso A sospettar di tutti, e l’eloquenza 1 utta adoprare a suader le genti, Che per sè stesso necessariamente Pessimo é ogni uomo, e che ragion soggetta È degli umani sensi? Altro non vinci, Che sospetti destare in fra 1 viventi, Abborrimento l’un per l’altro, noia, Nimicizia perpetua. Tu più ch’uomo, Renzo, non sei. S’un ti dirà, che pensa. Come di tutti gli altri tu rifletti, Sopra l’interno tuo, so, che vergogna Ti prenderà, che la tua lingua, mossa Dall’amor proprio, tenterà ogni via Di giustifìcazion, per farti credere Leale, liberal, pietoso, umano. Che natura in te parla, e il male abborre, Tal dunque esser vorresti, e tal capisci. Che l’uomo esser dovrebbe, e la ragione,, Non schiava a’ sensi, a te distinguer lascia Qual sia mal, qual sia bene. Ama te stesso Amando gli altri, e la ragion seguendo.

Dei decreti del ciel figlia, e non serva Del fragil senso, tal riescirai, Te stesso amando, quale esser vorresti.

Barb. Renzo, la Statua non mi sembra certo Filosofo cattivo.

Ren. Egli è, sorella,

Un filosofo statua, un moralista Rancido, marcio; ancor non ha provato, Che non opera l’uom per proprio amore.

Calm. Fanciullo, anch’io pensai, come tu pensi,

Quattrocent’anni or son. Sprezzai le genti Colle stesse tue idee. Volli usar forza, E far, che l’opre mie non dipendessero Dall’amor di me stesso. Allor m’avvenne, Che pietra si fe’ il cor, le membra tutte Mi si cambiaro in marmo, e sul terreno Caddi, ivi giacqui molti anni fra l’erba Sepolto, e il sudicmme. Inutil corpo, Bersaglio fui de passeggier, che il peso Di natura sgravar. Tal diverrebbe Ogni mortai, che contro al proprio amore, Principio d’ogni azione, oprar volesse.

Ren. A che dunque venir con cantilene

Tanto noiose, se volevi darmi Vinta la causa mia, statua ridicola? Tutto è amor proprio dunque, tutto, tutto.

Calm. Stolto filosofastro, tu ragioni

Col linguaggio degli empi, che a’ difetti, A’ vizi lor, sprezzando la fattura Dell’eterno motore onnipossente,

Cercano scusa. Ov’amor proprio alberga, Compassion, pietà de’ casi avversi Pel sozio alberga, brama di virtude, Timor di morte, e dell’eterne angosce. Non adombrare il vero. È l’uomo parte Del sommo Giove, e, sè medesmo amando, Ama il_suo_ creator. Celeste forza È amor proprio nell’uom, ma il proprio amore Nessun più sente di colui, che, oprando Colla compassion, colla virtude, Colla pietà, felice, eterna vita, Se nell’origin sua, nel centro suo, Amando, a se procura, e si compiace Nella virtù, che gli empi tuoi maestri Fanatismo chiamar per propria scusa. Verran l’ore funeste, e alle afflizioni Indispensabilmente umanitade Sensibil esser dee. Verrà il momento, Sì, pur troppo verrà, che doveranno Gli uomini averti a schifo; e allor conforto Sol ti sarà l’aver, mentre vivesti, Coltivate le idee dentro al tuo seno Di tua grandezza al tuo finir qui in terra. Non avvezzar l’interno, i rei seguendo Filosofi maligni, a diffidenza D’un asilo superno, ed immortale. Leva il grugno da terra, animal sozzo, Mira il cielo, e le stelle, e il tuo pensiero Non allacciar qua giù tra i sensi, e il nulla.

Barb. In somma questa statua ha del giudizio. Ren. Si, sì; brava; mi piace. Ella però Non m’impedirà mai d’esser filosofo.

Calm. Non te l’impedirò, ma nol sarai.

Debolezza nell’uomo è grande troppo. Tu, scioccherello, il proverai fra poco. Filosofia v’è ben, ma non filosofo.

Ren. Alla fine chi sei, e a che venisti?

Calm. Fui re d’uomini un giorno, ora comando

A tutti i Simulacri. I miei soggetti Sono migliori assai di voi mortali, Da’ viziosi filosofi corrotti. Dagli avi vostri tratto fui dal fango, Drizzato in un giardin della cittade, Che vicina lasciaste. Il benefizio Degli avi vostri in voi, cari orfanelli, Di compensar venuto sono in traccia.

Barb. Oh cara statua! dunque conoscesti

Gli ascendenti di noi? ci narra in grazia; Di chi slam figli? tu devi saperlo.

Calm. Lo so, nè il posso dir. Dirò soltanto,

Che a un’orribil catastrofe di mali Soggetti siete; il scioglimento loro, E la dichiarazion dell’esser vostro Dipender de’ dall’Augellin bel verde, Che gira intorno a Barbarina amante.

Ren. Comincio a dubitar d’esser un sciocco,

Che non sa nulla. Oscure predizioni... Un Augellin belverde, ente, da cui Dipender de’ la sorte nostra... Un uomo

Fatto di marmo, che ragiona... Il capo Mi va girando... Non intendo nulla.

Calm. Renzo, non istupir. Molti viventi

Sono forse più state, ch’io non sono. Tu proverai qual forza abbia una statua, E come simulacro un uom diventi. Quel sasso a voi dinanzi raccogliete; Tornate alla città; là di rimpetto Alla reggia il scagliate, e di meschini Ricchi sarete tosto: a’ gran perigli Calmon chiamate; io sarò vostro amico. (tremuoto, prodigi, Calmon entra)

Ren. Calmon, sorella, ci ha lasciati orfani,

Pieni di fame, e freddo, e di paura, E con un sasso nelle mani. Oh caro!

Barb.8 (raccoglie il sasso)

Andiam, com’ei ci disse, ed alla reggia Di rimpetto il scagliamo. Vederemo Le maraviglie da Calmon promesse. Dalle sciagure, ch’ei ci ha minacciate. Forse usciremo, e alfin nelle miserie, Se compatiti siam da chi ci ascolta, Siam fortunati, e lieti esser dobbiamo.

fi

Atto secondo

fi

ct

ct ct ct

Tart.

ELANCONICO, e fastidioso, grida a’ suonatori, ch’è secco, che non gli rompano la testa con suonate, ec. Alle guardie, che partano. Pant. (a parte) Che S. M. ha la luna. Vorrebbe congratularsi dei ribelli soggiogati, del suo arrivo; ma ha soggezione, perch’è di mal umore, e lo conosce un re strambo, come un cavallo. Tart. (a parte) Quello esser il pavimento, dove passeggiava la sua Ninetta. Di là essere la cucina, dov’era stata colomba e aveva contribuito a far bruciare l’arrosto; dove s’era cambiata in donna. Di là esser la spazzacucina, dove il quondam Re, suo padre, l’aveva fatta ritirare il giorno del solenne sfortunato imeneo. Rammemora dolcezze, grazie, ec. piange di nascosto per non lasciarsi vedere dalla Corte, acciò non iscopra la sua debolezza, poi si rasciuga in fretta gli occhi, e si rimette in maestà ed austerità. Pant. (a parte) Che gli sembra, che sua Maestà pianga; che giurerebbe, che piange la povera regina sposa, da diciott’ anni seppellita sotto il buco della scaffa. Si dà coraggio, si fa innanzi: sua congratulazione dei ribelli soggiogati, sul suo arrivo; suoi auguri di felicità. Tart. (a parte) Che non sarà più felice senza Ninetta; che si sente rinnovare gli affetti ipocondriaci; piange di nascosto, poi rimettesi in gravità, come sopra. Pant. a Tartaglia; parergli, che sia malinconico; che gli vede gli occhi rossi; che non pianga, e non rattristi la corte, che l’adora, e l’attendeva con tanta ansietà, ec. Tart. Furioso, collerico. Chi sia, che pianga? Che parlare sìa quello? Qual coraggio si prenda? Non voler che i ministri si prendano tal confidenza con un re, suo pari. Parta subito; altrimenti lo farà porre in berlina, ec. ec. Pant. (a parte) Che coi signori grandi non si può mai indovinarla. Che aveva brama di introdursi, e di dirgli qualche cosa de’ preludi dell’ indovino poeta; ma che tra il precetto, pena la vita, della regina madre, e la stramberia del Monarca, vuol che gli sia tagliata la lingua, se parla. Chi ha il cane per la coda, si sbrighi. Parte dopo un inchino. ct ct Esagera sulla soggezione dell’esser di Monarca, e di dover far forza a sè stesso, per dover rinchiudere nel seno le proprie angosce per non mostrar debolezza, e perchè i sudditi lo rispettino. O misera condizione! ec. Si lagna di non aver nessun amico di confidenza da poter isfogare la doglia interna. Un solo amico intrinseco sperava di avere, e più che fratello, in Truffaldino cuoco; ma che s’e ingannato. Il perfido dopo tante beneficenze, e l’aver guadagnato de’ soldi in corte, divenuto superbo, e ammogliatosi con Smeraldina mora, uscita della fiamme bianca, e posta bottega di salsicciaio, aveva avuto cuore di abbandonarlo. Ch’è ben vero quel Proverbio:

The opening of the book is shown; the full text loads in the reader.

Loading the full text…