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La virtù di Checchina

Matilde Serao · 1884 · Free in the US

14,984 words · about 1 h 3 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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About this book

Author
Matilde Serao
Language
Italian
Published
1884
Length
14,984 words · about 1 h 3 min
Sections
7 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (7)
  1. Front matter under 1 min
  2. I about 5 min
  3. II about 5 min
  4. III about 6 min
  5. IV about 18 min
  6. V about 17 min
  7. VI about 12 min

Continue:

Front matter

ct

ct ct fi ct ct

ct

I

fi

ct enne ad aprire Susanna, la serva. Portava un vestito di lanetta bigia, stinto, rimboccato sui fianchi, lasciando vedere una sottana frusta di cotonina scura; il grembiule di tela grossa era cosparso di macchie untuose; teneva in mano uno strofinaccio puzzolente. Entrando, Isolina fece una smorfia di disgusto.

— C’è Checchina? — chiese.

— C’è — rispose Susanna, strin- gendo le sue labbra sottili di beghina.

— E che fa?

— Stiamo ripulendo i mobili, col petrolio.

— Volevo dire che si sentiva questo puzzo! E non ci pigliate una malattia, voi?

— Il puzzo del petrolio non fa male.

— Va’ a dire a Checchina che sono qui, che ho da parlarle, di premura, subito — e cavò dalla tasca un fazzoletto, tutto profumato di Jockeyclub, per tapparsi il naso.

Susanna se ne andò, stringendosi nelle spalle, con un piccolo moto di sprezzo. Isolina si era buttata sul divano di cretonne giallina, a fiori rossi, molto duro, dalla spalliera diritta: guardava distrattamente il salotto. Vi erano quattro poltroncine coperte di stoffa simile a quella del divano, coi quadrati all’uncinetto per ripararne la spalliera contro la pomata delle teste; stavano attorno attorno a una tavola rotonda, dal marmo bianco. Sul marmo, senza tappeto, un sottolume di guttaperca rossastra e un lume di antico modello, a olio, senza paralume. Poi: sei sedie di legno nero, dal colore smorto, che sembravano sempre impolverate — una mensola coperta di marmo bigio, su cui stavano sei tazze di porcellana bianca, la caffettiera e la zuccheriera; due scatole da confetti, vuote, vecchie, una di raso ver- de pallido, l’altra di paglia, a nappine; un piattino di frutta artificiali, anche queste in marmo, dipinte vivacemente, il fico, il pomo, la pesca, la pera e un grappoletto di ciliegie — un tavolino da giuoco, coperto di panno verde, coi pezzi laterali abbassati — all’unica finestra le tendine di velo ricamato, molto trasparenti, molto strette, colle bende di cretonne. Innanzi al divano un piccolo tappeto. Era tutto. Vi faceva freddo, con quella lamentevole mattinata autunnale, in quel salotto glaciale. Isolina si strinse nel suo paltoncino nero, che le dava un’aria snella. Poi si slanciò, con una grande effusione, al collo di Checchina che le stava davanti, sorridendo tranquillamente.

— Ti si rivede, finalmente, core mio! Non potevo più stare senza te, nina mia: ti giuro che mi pareva mill’anni di rivederti. Quel Frascati! Ti ci sei divertita, almeno?

— Sì — rispose Checchina, senza batter palpebra.

— Infatti, sei più bella, più colorita: peccato che tutto questo si perda, con quello scemo di Toto, che non capisce nulla! E perchè porti la frangetta sulla fronte che nessuno usa più?

— Ma... è più comoda, ci si pettina in un momento: Susanna non sa fare altro.

— Che, che! Si compra un ferro per arricciare i capelli, si mette un carboncino acceso in uno scaldino e si fanno i riccioli, ogni mattina. Ecco, come me. Ma ci vuole anche la reticella di capelli, per tenerli fermi, i riccioli.

— Susanna non sa fare tutto questo — rispose Checchina, ostinatamente.

— Perchè non la mandi via, Susanna? È antipatica.

— Antipatica?

— Uh! queste serve, queste serve, tutte nemiche pagate. Io, vedi, sarei felice di mandar via Teresa che è ladra, insolente e... non ti dico altro, se ne va per ore intiere dalla casa. Ma, come faccio? Sa tutti i fatti miei, è sveltissima, di una fedeltà che mi costa molto, ma di cui mi posso valere. Capirai, non pos- so mandarla via: se quella racconta tutto a mio marito? Anche ieri ho dovuto darle quella vestaglia di flanella rossa, che era ancora portabile, quella che piaceva tanto a Rodolfo. Oh! l’amore è un gran tormento!

— È un gran tormento — mormorò macchinalmente Checchina.

— Che ne sai tu? Sei una scema, te l’ho sempre detto. Ti sei innamorata, forse, a Frascati?

— Isolina!

— Non ti offendere: tutto può accadere. Oh! io sono innamorata più che mai.

— Di Rodolfo?

— Ma che Rodolfo, che Rodolfo! Quello era uno stupido, un avvocato, figùrati, come mio marito! Non vi era gusto, capisci: meglio Gigio, poi. Ma questo, questo qui, è ufficiale di cavalleria, lo amo, immensamente, come non ho mai amato nessuno. O Checchina, che passione! Io ne morirò.

Mentre diceva queste parole, un fiotto di sangue le colorava il bel viso bruno, gli occhi brillavano e le labbra tumide, rosse, pare già sentissero la golosità dei baci. Checchina la guardava con la sua aria seria e pacata di femmina senza temperamento, senza avere un fremito nella bella persona, che il goffo vestito di lana nera non arrivava a render brutta.

— E Gigio? — chiese, col suo buon senso naturale.

— Oh! Gigio è geloso, gelosissi- mo, mi ammazza se sa che io amo Giorgio.

— E non hai paura?

— Ho paura, certo; se non avessi paura che gusto ci sarebbe ad amare Giorgio? Esporsi alla morte per colui che si ama, non è forse la maggior prova d’amore? Se sapessi che cruccio che mi dà quest’amore! Già non ho mai quattrini e ce ne vogliono, capisci, per darne a Teresa, per le carrozze, pei guanti, pei fiori — mi presti venti lire?

— Come vuoi che te le presti? Non le ho.

— Dio mio, come faccio? Domani, sai, è giorno di appuntamento e debbo andarci, assolutamente; ho da comprarmi un velo di garza che co- sta cinque lire e mi serve, a ogni costo; ho da comprarmi una corazza di maglia che costa quindici lire, e per andare da lui ci vuole la carrozza...

— Ti posso dare sei lire: le ho risparmiate sulla spesa — disse sottovoce Checchina.

— Sei lire.... e che faccio con sei lire?

— Parla piano, che non ti senta Susanna.

— Sei lire... basta, dammele, farò alla meglio. Grazie cara; sei buona, nina mia. Fra me e te, vedi, è un’amicizia straordinaria. Così potessi servirti in qualche cosa, una volta...

— No, no — disse Checchina, presa da un lieve tremore.

— Tutto può accadere: non ci facciamo forti, core mio. Addio, a rivederci, me ne vado, debbo impostare questo bigliettino per Giorgio. Hai un francobollo da un soldo?

— Come vuoi che io lo abbia? Non scrivo mai.

— Scommetto che non hai neppure la carta da scrivere?

— Ne ha Toto, nel suo studio, con l’intestazione sua.

— Poveretta, poveretta, come ti compatisco! L’amore è una gran bella cosa, Checchina mia.

E se ne andò, gaia, leggera, con una effusione di sorriso interiore sul volto, come chi porta un tesoro di dolcezza nell’anima. Checchina stette un minuto a pensare, poi si adattò attorno alla vita, sul vestito nero,

un grembiule di tela bianca e andò a strofinare l’armadio, col petrolio, mentre Susanna strofinava il cassettone.

II

ct Un giorno — di venerdì — il dottore Toto Primicerio, mentre stava per uscire, disse a sua moglie Checchina, che gli spazzolava le spalle del soprabito:

— Sai, ho invitato a pranzo il marchese d’Aragona.

Ella si fermò dallo spazzolare, immediatamente.

— Capisci — continuò il marito, senza voltarsi — è stato così compito, con noi, a Frascati, bisognava

usargli una cortesia, qui, in Roma. Vede tutte le famiglie nobili, dà del tu a tutte le principesse romane: mi sarà utile. Viene domenica, alle sette, l’ora della nostra cena: essi pranzano, a quell’ora. Per un giorno pranzeremo anche noi alle sette.

Quando egli si voltò, vide sua moglie un po’ pallida, tutta seria.

— Questo pranzo ti secca, Checca mia? Ora è fatta e non si può disfare...

— Un marchese... qui da noi... lui che va a pranzo da tutte le principesse...

— Ebbè, qui si contenterà e non morirà mica di fame. Aggiusta tu con Susanna — concluse Toto, con la bella tranquillità romanesca, an- dandosene all’ospedale di Santo Spirito a rassettare braccia slogate e a medicare piaghe purulente. Andò via, il dottore, ma nella casa stretta rimase la sua traccia, quell’invincibile fetore di acido fenico.

Checchina non aggiustava nulla con Susanna. La serva era in cucina e schiumava il brodo, borbottando contro l’empietà del padrone che mangiava carne di venerdì, mentre lei, Susanna, si contentava di un pezzo di baccalà fritto. Checchina stava in camera, seduta accanto al largo, alto letto maritale, con le mani in grembo, tutt’assorta nei suoi pensieri, non accorgendosi di essere ancora in pianelle e col fazzoletto di tela al collo. Un marchese che va dalle prin- cipesse e le abbraccia e dà loro del tu, a pranzo da loro! Ma perchè dunque Toto lo aveva invitato? Come gli era venuto in mente di far questo? A Frascati, il marchese di Aragona villeggiava dai principi di Altavilla: egli scarrozzava ogni giorno con la principessa, l’accompagnava alla messa, uscivano a cavallo insieme, ella tutta chiusa nell’amazzone nera, col velo nero attorcigliato al cappello da uomo e una rosa thea all’occhiello, egli in costume di velluto verde oliva, cravatta di raso nero, speroni di acciaio e frustino nero. Essa, Checchina, li aveva visti a passare, due o tre volte, come un’apparizione. Era un bel giovane, il marchese d’Aragona, alto, con una testa ricciuta e gli occhi malinconicamente espressivi. Un giorno, scendendo da cavallo, si era un po’ storto un piede e Toto Primicerio era stato chiamato ad Altavilla per curare quest’inezia. Ma d’allora, ogni volta che il marchese d’Aragona incontrava Checchina Primicerio, le faceva una scappellata profonda, quel gran saluto aristocratico che lusinga le donne borghesi. Tre volte l’aveva salutata così: una domenica, sulla piazza, dove suonava la banda municipale fra la chiesa e il caffè, mentre le belle frascatane passeggiavano, la testa e le spalle nascoste nello scialle di lana bianca; un mercoledì, nel pomeriggio, ella cuciva dietro i vetri del suo balcone, rimettendo i polsini a una camicia vecchia di suo marito, e il marchese di Aragona, passando nella via, salutò; un lunedì, di mattina, ella era con Susanna, in un vicolo recondito di Frascati, a contrattare la compra di certe ceste di pomidoro da un contadino, per farne conserva, per l’inverno, e il marchese d’Aragona, passando, salutò: questa volta ella aveva arrossito, lo ricordava bene, ma non sapeva perchè, forse perchè Susanna litigava forte col contadino, sul prezzo. Ora questo marchese veniva a pranzo — ed ella non sapeva che dargli da mangiare a questo nobile, avvezzo alle fantasie culinarie dei grandi cuochi. Avevano un servizio di piatti solo per sei persone, comprato a una vendita, da Stella, e mancava la salsiera e l’in- salatiera: sarebbe bastato? E l’insalata, poichè ci vuole, l’insalata, in un pranzo, dove l’avrebbe messa? Ecco, gli si potevano dare li gnocchi col sugo di carne: li gnocchi li avrebbe fatti lei, Checchina, e il sugo, Susanna, che, a questo, era brava. Poi sarebbe venuta la carne col contorno di patate, cotte nel sugo: poi un piatto di pesce fritto. Ma come fare se Susanna si lamentava, sempre, che la padella era alta in mezzo e l’olio cadeva ai lati e nel mezzo il pesce diventava nero, abbruciacchiandosi? Ci voleva una padella nuova o bisognava rinunziare al fritto. Le posate d’argento erano sei, ma una forchetta aveva due rebbi storti: presto presto, in cucina, Susanna avrebbe do- vuto lavarle, come i piatti, se non bastavano. E l’arrosto, l’arrosto ci voleva! Non usa il pollo, nelle case aristocratiche? Come lo avrebbe arrostito, se i fornelli erano due, in cucina, e mancava il girarrosto? Questo pranzo sarebbe costato una quantità di quattrini; come dirlo a Toto, quante cose ci mancavano nella casa! Un marchese, con un’aria così seria da gran signore, che portava al dito un anello con un brillante, uno zaffiro e un rubino, ella lo aveva visto benissimo; un marchese che sicuramente varie principesse dovevano amare — bisognava dargli anche il piatto dolce. Che cosa sapeva fare, ella, di dolce, da quando era giovanetta? La torta con la conserva di amarena? Quante uova metteva, allora, con un chilo di fior di farina, mezzo chilo di zucchero finissimo e mezza libbra di burro? E il forno per cuocerla, la torta? Veramente avrebbe potuto mandarla giù, dalla portinaia, che aveva il forno: bisognava pregarla di questo favore, quella dispettosa Maddalena che litigava sempre con Susanna, sul proposito della confessione, chè Maddalena era proprio una eretica — poi, il giorno seguente, se ce ne avanzava di torta, glie ne avrebbe mandato un pezzetto, per fargliela assaggiare e ringraziare della cortesia.

È il caffè si dà in tavola, non è vero, dopo che si è sparecchiato? Susanna, alla mattina, lo faceva sul fuoco, il caffè, con la ribollitura del giorno prima e un po’ di caffè fresco; mentre questi nobili, con la loro aria sempre svelta e vivace, è chiaro che prendono il caffè fatto con la macchinetta, sullo spirito e tutto caffè fresco, tre o quattro cucchiaini per tazza, senza ribollitura. Appunto la settimana prima Bianchelli aveva fatto una grande esposizione di macchinette, tutte lucide, fiammanti, che parevano di oro e di argento. Ce ne voleva una: e poi, in due giorni, Susanna doveva imparare a usarla. Ci volevano cinquanta lire, per questo pranzo. Toto non gliele avrebbe mai date. Le dava tre franchi il giorno per la spesa; ma avevano il vino in casa e ogni tanto qualche regaluccio da un cliente, una forma di cacio, un salame, qualche cestino di frutta. Anche, per lasciare quelle tre lire, Toto borbottava; e Susanna, in cucina, giurava nel nome di Santorsola, patrona di tutte le vergini, che non ci si arrivava, non ci si arrivava, e i beccai erano tanti cani e i fruttaroli tanti ladri di strada. Come avrebbe fatto per chiedere a Toto tutti questi quattrini, pel pranzo del marchese? Giusto aveva prestato le sei lire, risparmiate a furia di stenti, a quella sventata di Isolina: con sei lire qualche cosa si poteva fare... — e a quest’ultimo pensiero, arrossì, ricordandosi.

Poi si alzò, andò in cucina e stette a guardare, distratta, Susanna che tagliava minutamente una pastinaca per metterla nel brodo. Non diceva nulla, tutt’assorbita. Due o tre volte la serva borbottò contro il carbonaio che non aveva proprio coscienza, nè timor di Dio, a vendere il carbone adacquato per farlo pesare di più, ma la padrona non le dette retta. A un punto, Checchina le disse, come ridestandosi:

— Li sapresti fare, Susanna, i riccioli sulla fronte?

— Quale riccioli? — chiese l’altra sbalordita.

— Come quelli di Isolina — mormorò la padrona a bassa voce.

III

ct Quando il marchese d’Aragona giunse, alle sette meno dieci minuti, come vuole la consuetudine, Checchina era ancora in camera sua, a vestirsi. Aveva il viso rosso, due placche di fuoco sulle guance, tanto la vampa del fornello le aveva mandato il sangue alla testa. Era stanca morta, aveva dovuto far tutto lei, perchè Susanna si ricusava ogni tanto, con acredine, seccata di questo pranzo. Già, alla mattina non si era potuto andare alla messa in sant’Andrea delle Fratte, e Susanna era implacabile, quando non aveva potuto ascoltar la messa. A quell’ora, pel caldo, per la fatica, per l’idea che tutto sarebbe andato male, una grande confusione era nella testa di Checchina: gli occhi le brillavano, come per febbre. Quattro volte si era lavata le mani per paura che avessero il sito di pesce e macchinalmente le fiutava, come in un sonnambulismo. Uscendo nel salotto, il marchese le diresse un complimento sulla sua buona cera e Toto Primicerio si ringalluzzì. Il marchese era in soprabito chiuso, cravatta di raso bianco, con spillo di brillanti, a ferro di cavallo: si toglieva lentamente i guanti, donde le mani uscivano bianche e morbide, come quelle di una donna. Mentre ella restava in piedi, impacciata dal suo vestito nuovo di lana foglia morta, con un’arricciatura di merletto al collo che le solleticava la nuca, pensava, disperatamente, che forse era meglio dargli del brodo invece delli gnocchi.

Toto Primicerio continuava a dire e a insistere che quello era un pranzetto alla buona, in una casa modesta, che non aveva a che fare coi banchetti principeschi: il marchese sorrideva, con una grande finezza, e non rispondeva. Quando Susanna, con una voce brusca, annunziò che li gnocchi erano in tavola, egli s’inchinò e offrì il braccio alla signora. Ella sentì il sottile profumo che egli portava, forse nei capelli, forse nel fazzoletto: un pro- fumo molle e dolce: le pareva di averlo sulle labbra, come un sapore di zuccherino. In verità, sul principio del pranzo, ella fu molto in pena, perchè tutto andava male. Susanna dava al marchese certe occhiate di diffidenza e serviva di malagrazia. I piatti e le forchette tardavano un secolo, dalla cucina: e Checchina taceva, senza osar di chiamare, fissando la tovaglia, tutta imbarazzata. Toto Primicerio aveva una grossa allegria di medico in festa, arrischiava lo scherzetto, parlava familiarmente al marchese, come se fossero compagnoni: gli narrava di una quantità di gambe segate, di budella ricucite e riadattate nel ventre, di carotidi recise e di flem- moni che gonfiavano un braccio come un pallone. Il lume filava, e quando si abbassava, la luce era troppo fioca. A un punto il marito disse:

— Caro marchese mio, questi gnocchi e la torta che assaggerete in fine di pranzo, sono opera di questa Checca mia, che ha le mani benedette.

Il marchese le fece un complimento squisito. In verità, egli fu finissimo. Parve non si accorgesse neppure di tanti piccoli incidenti volgari, non guardò mai Susanna, come se non esistesse, prese due volte della frittura e parlò sempre, con la massima scioltezza. Parlava a mezza voce, con una erre molto lieve, quasi aspirata, e una esse infantile, molto dolce; quella voce aveva delle into- nazioni molli, come carezzevoli, e nelle più semplici parole, pareva che ondeggiassero soffi caldi, aliti avvincenti di tenerezza. Parlando, fissava negli occhi il suo interlocutore, col suo sguardo serio, pensoso, mentre un lieve sorriso compariva sotto l’arco biondo dei mustacchi e la mano morbida scherzava col coltello. Checchina, sollevata dal suo incubo, si rincorava, vedendo la disinvoltura da gran signore con cui il marchese di Aragona non si accorgeva di nulla: il viso rosso diventava roseo, e l’arricciatura che le solleticava la nuca, le cagionava un fastidio dilettoso, invece che una pena. Ogni tanto, sotto lo sguardo del marchese, le palpebre le battevano, come se la luce fosse troppo viva nella stanza; ma anch’ella sorrideva, silenziosamente, annuendo col capo a quello che diceva. A proposito della torta, che era forse un po’ troppo cotta, abbrustolita nell’orliccio, egli disse qualcosa di molto delicato, sulla dolcezza della donna. Checchina non intese bene il senso delle parole, ma la voce la carezzò come una musica. Il marchese non prese il caffè, che forse era molto cattivo, ed ella gliene fu grata in cuor suo: i denari non le erano bastati per comprare la macchinetta. Invece Toto Primicerio volle che si sturasse una bottiglia di vieux cognac, che gli aveva regalato un suo cliente di Francia. Il marchese allora levò il bicchierino e fece un brindisi alla signora Primicerio: la quale, per corrispondere, bevve un bicchierino di cognac, liquore che non aveva mai bevuto, di un fiato solo.

Nel salotto, tutti tre tacquero un momento. Vi faceva freddo in quella stanzetta povera di mobili, senza tappeto, con quelle tendine grame. Come se si potesse riscaldarla coi lumi, Checchina fece portare l’altro lume che esisteva in casa; ma non aveva paralume e accecava, a guardarlo. Ella sedeva sul divano, ritta sul busto, sentendo per la prima volta la miseria di quella stanza e soffrendone acutamente: appena appena se udiva la voce armoniosa del marchese di Aragona che le diceva male della villeggiatura di Scozia, dove gli Altavilla, suoi cugini, avevano un castello. Vi era freddo laggiù: ella rabbrividiva qui: le lagrime le salivano agli occhi. Toto Primicerio si lasciava vincere dall’irresistibile sonno degli uomini adiposi, che hanno molto mangiato e molto bevuto. Ella rivolgeva a suo marito certe timide occhiate, quasi supplicando di non addormentarsi: Toto, come tutti gli uomini grassi, russava. Toto non capiva e, disteso sulla poltroncina, ogni tanto chiudeva gli occhi e abbassava la testa sul petto. Alla fine uno sguardo di Checchina lo svegliò, come una scossa elettrica: egli si levò, arrivò sino alla finestra, guardò nella strada per avere un’aria disinvolta, poi uscì dalla stanza, d’un tratto so- lo, senza voltarsi. Egli aveva bisogno di dormire un’oretta, dopo il pranzo.

Questo bel marchese di Aragona finse di non vedere l’uscita del marito. Disteso nella poltroncina con una gamba accavallata sull’altra, egli mostrava il piede aristocratico, calzato dalla calza di seta rossa e dalla scarpa di copale: una mano arricciava, affilava i mustacchi biondi, e l’altra si poggiava sul bracciuolo del divano, dove Checchina era seduta. Checchina, ora, respirava meglio, chè suo marito dormiva, largo disteso, sul letto coniugale. Ella osava alzare sul marchese i suoi grandi occhi romani, immobili forse nell’espressione, ma profondi. Di nuovo sentiva quel molle profumo di violetta, che le dava un intenerimento ai nervi. Il marchese d’Aragona aveva ancora abbassato il tono della voce: ora le diceva della propria casa, un quartierino da scapolo, dove egli passava delle lunghe ore solitarie.

— Perchè non vi ammogliate, allora? — disse ella, ingenuamente.

Poi si pentì della soverchia familiarità. Egli non rispose alla domanda: vi fu silenzio.

— La casa è solitaria — mormorò egli, di nuovo, guardando Checchina — in quella malinconica via dei santi Apostoli. La conoscete? Sì?... mi fa piacere. Non il palazzo di Balduccio Odescalchi, il principe Odescalchi, un mio amico: no, quello ac- canto, dopo un arco. Sono al primo piano: ventiquattro scalini. Io detesto le scale lunghe: mi fanno male al cuore. Nella mia famiglia è ereditaria la malattia di cuore: ne moriamo tutti molto presto. Che importa? La vita deve essere breve e buona. La mia è troppo lunga: e non è bella sicuramente. Non vi è mai nessuno in casa mia: vi sono due porte nell’appartamento, il mio cameriere prepara, dal mattino, tutto quello che mi può servire nella giornata. Poi, resto solo. Il quartierino ha le triplici tende di seta gialla, di merletto bianco e di broccato che lo difendono contro la soverchia luce. Io amo molto la penombra, in cui si può sonnecchiare. Vi sono dei tap- peti dapertutto, e la casa tutta quanta è un po’ foderata, un po’ imbottita, contro il freddo: il caminetto del salotto ha sempre una fiammata viva. Io sono molto freddoloso: nel calduccio mi sento felice. Sono sempre solo, in quella casa: per divertirmi, abbrucio una pastiglia orientale che profuma la stanza, fumo una sigaretta, e aspetto che venga... chi? Un sogno, un fantasma, una bella donna semplice e buona, che mi volesse bene, che io adorerei...

— Volete venirci voi? — soggiunse subito, baciandola improvvisamente sul collo.

— No, no — disse lei, difendendosi le labbra col braccio.

— Vieni mercoledì, dalle quattro alle sei, vieni, Fanny.

— No, mercoledì — rispose Checchina, vinta da quel nome.

— Venerdì allora, alla stessa ora.

E fattole un profondo inchino, se ne andò. Susanna gli fece lume, con una lampadina a olio, per le scale.

IV

ct Al mattino seguente il marchese d’Aragona mandò alla signora Primicerio un mazzo di rose bianche e di vainiglia. Toto era uscito. Checchina si faceva pettinare da Susanna: aveva gli occhi socchiusi e le labbra sbiancate, come chi ha mal dormito. Si fisava nello specchio, senza ve-

dersi, come trasognata: quando vide il mazzo di fiori, si confuse, lo prese pe’l gambo, lo strinse al petto, sbalordita:

— Il cameriere aspetta — disse Susanna, con la voce dura e secca.

— Aspetta? gli dirai... gli dirai, Susanna, che ringrazio tanto il signor marchese... e che lo ringrazia anche mio marito. Va... senti, non sarebbe meglio scrivere un biglietto di ringraziamento?

— So molto io — borbottò l’altra, con una spallata.

— Senti, io non posso passare dinanzi al cameriere in sottana di flanella: fammi il favore, prendi un foglio di carta, una busta, il calamaio, la penna, e porta tutto qui. Mentre Susanna si attardava, di là, Checchina con la faccia china sul mazzo delle rose, pensava a quello che avrebbe scritto al marchese: era presa dalla vergogna di non saper scriver bene, di far qualche grosso errore di ortografia. Era da tanto tempo che non scriveva più una lettera: e il marchese, sicuramente, doveva ricevere di mirabili bigliettini da quelle fantastiche principesse, sue parenti. Esse dovevano scrivere su quella fine carta che pare raso, che Isolina ci si rovinava a comprarne una scatola, una carta che odora di buono, come tutte le cose di questa gente nobile e ricca. Ella, Checchina, non aveva carta, salvo quei larghi fogli da ricetta, di suo marito, che portavano per inte- statura: Antonio Primicerio, medico-chirurgo, consultazioni dall’una alle tre, Via del Bufalo: — larghi fogli che putivano di acido fenico come tutte le cose che Toto toccava, come ella stessa, Checchina, che ogni tanto si fiutava le maniche del vestito, per trovare la traccia di quel cattivo odore.

— Non vi è la busta — disse Susanna, rientrando.

— E come faccio, ora?

— Pieghi in quattro un foglio grande e lo chiuda con la mollica del pane.

— No, preferisco far senza. Dì’ al cameriere che ringrazî per me il marchese: ma... senti, bisognerà dargli qualche cosa a questo cameriere?

La serva fece una smorfia, come se non volesse intervenire.

— Ce l’hai una lira, Susanna? — pregò la padrona con la voce e con lo sguardo.

— Come vuole che ce l’abbia? Alla grazia dei quattrini che mi consegna, la mattina! Tutto è caro, il beccaio è fuori del timor di Dio e alla verdura non ci si può avvicinare, per non far peccato d’ira e di superbia. Mi sono rimasti pochi soldi in tasca... — Contali, Susanna, fossero mai una lira — le tremava la voce e aveva le lagrime negli occhi.

— Appena appena otto soldi e ho da comprare il sale per la minestra e il cacio per la trippa.

— Dà questi otto soldi al cameriere, e che ringrazi il suo padrone e che lo preghi di scusarmi se non ho scritto... Va’, Susanna, al sale ci penseremo...

— Già lo sa lei, che il tabaccaio credito non ne fa.

Checchina chinò la testa: mentre di là, Susanna parlava col cameriere, la padrona arrossiva, arrossiva di scorno per quegli otto soldi così meschini, così miserabili, che quel cameriere, avvezzo alle mance principesche, avrebbe certo disprezzato. Quando udì chiudere la porta, respirò di sollievo.

— ...li ha presi?

— Sfido io!

E in silenzio ricominciò a passarle il pettine nella foltezza dei capelli bruni. Checchina, fra le palpebre semichiuse, seguitava a guardare i fiori, a seguire il sottile traforo della lieve carta che li circondava.

— Dove lo vuol mettere quel mazzo?

— Qui...

— Stia attenta che la puzza dei fiori fa male al capo. Glielo avverto perchè una signora dove ero a servizio, ne prese un mal di testa, uno sturbo da morirne.

— Allora li metteremo in salotto.

— E dove li farà bagnare? Non ci sono vasi.

— In un bicchiere...

— Sono tutti troppo piccoli...

— È vero — mormorò la padrona, umiliata — sono troppo piccoli.

— Mi senta — riprese Susanna — che le do un santo consiglio. Il meglio che possa fare, è di mandare questi fiori alla Madonna Immacolata in sant’Andrea delle Fratte. Glie li dia col cuore, come dice il predicatore, e ne avrà doppio merito innanzi a quella Vergine Immacolata. Già...non si sa mai, fiori, dolci, gioielli, sono opera del diavolo e inducono in tentazione. Scansi il pericolo; mandi i fiori alla Madonna.

— Almeno aspettiamo Toto, che li veda; ne avrà piacere — disse Checchina, a voce bassa, vinta da un timore interiore.

— Sì, piacere! Se lui dice che i fio- ri costano troppi denari e non significano nulla e non servono a nulla, salvo i fiori di tiglio per far sudare e i fiori di camomilla per il mal di pancia!

— Allora portali tu alla Madonna, questi fiori.

Seguì con l’occhio quelle rose bianche dal seno rosato, quella mite vainiglia: poi cercò di scuotersi da quel torpore. S’infilò la giacchetta del suo brutto vestito di casa, cercò di rialzarne il merletto bianco del collo che era tutto gualcito, e andò a sedersi nella stanza da pranzo: per stanchezza, per disgusto, non ebbe la voglia neppure di compire il suo solito giro mattinale nella casa, per vedere se vi fosse polvere sui mobili, se gli angoli delle stanze fosse- ro bene spazzati, se il focolare di mattoni lucidi, a scacchetti bianchi e neri, fosse stato lavato. Si sarebbe buttata sul letto, vestita com’era, per dormire, se la coperta di cotonina rossa e gialla, imbottita di bambagia, non le avesse dato un senso di freddo. Si mise a marcare di rosso con le iniziali A. P. e col numero progressivo, certi strofinacci nuovi, a cui aveva già fatto l’orlo. Lavorò per mezz’ora, come in sogno, cercando di vincere la sonnolenza, applicandosi a contare i fili, mentre le palpebre le battevano.

Lo strofinaccio era caduto per terra, lasciando sul vestito nero la gugliata rossa, come un filo di sangue: a Checchina le mani giacevano in grembo, inerti. Provava certi lenti brividi di freddo per la persona, con una pesantezza vincente della testa. Sui mattoni grezzi del tinello, i piedi, calzati da un vecchio paio di stivali di prunella, s’irrigidivano: trasse innanzi a sè una sedia e li appoggiò al cannello. Aveva una voglia grande di sdraiarsi in una poltrona lunga e soffice, dalla stoffa liscia liscia di seta che scricchiola dolcemente, affondando i piedi in un tappeto caldo e molle. Di queste carezzanti morbidezze egli le aveva parlato: e in quel dormiveglia un po’ penoso, stringendosi tutta nella vesticciuola di lana, ficcando le mani nella larghezza delle maniche, per aver caldo, chinando il capo sul petto, tutta raccolta; ella pensava che dovesse essere di bello, di confortante quel nido caldo, ombroso, profumato, dove si affondava nella piuma e non si udivano rumori. Le ronzava nella testa la voce di lui, così soave, così soave, mentre le parlava.

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