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I Pitocchi Fortunati

Carlo Gozzi · 1884 · Free in the US

17,198 words · about 1 h 12 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
About this edition

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Licence: PD-US · Published in 1884 (before 1931): public domain in the United States. Text and transcription from it Wikisource by Wikisource contributors (transcription licensed CC BY-SA 4.0; contributors: https://it.wikisource.org/w/index.php?title=I_Pitocchi_Fortunati&action=history). · Wikisource contributors

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About this book

Author
Carlo Gozzi
Language
Italian
Published
1884
Length
17,198 words · about 1 h 12 min
Sections
5 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (5)
  1. Front matter under 1 min
  2. Personaggi under 1 min
  3. Atto primo about 26 min
  4. Atto secondo about 23 min
  5. Atto terzo about 23 min

Continue:

Front matter

ct ct ct

Indice

Personaggi

ct

USBEC, Re di Samarcanda, finto pitocco, e diverse persone. IMANO d’un Tempio. SAED, fu Visir di Caracoran, pitocco, amante di ZEMRUDE, moglie ripudiata da TARTAGLIA, ricchissimo mercante di Samarcanda. ANGELA, amata da Usbec, figlia di PANTALONE, pitocco. MUZAKFER, gran Visir, e Governatore di Samarcanda. SMERALDINA, figliuola di Muzaffer, amante di TRUFFALDINO, pitocco. BRIGHELLA, tintore, pitocco. UNA DONNA mostruosa sopr’una sedia, che non parla. MINISTRI, che non parlano. Soldati e servi.

ct

Atto primo

fi ct ct

ct ct

fi IÀ spunta l’alba, e ’l buon’Iman Ministro Esser desto dovra. (picchia al Tempio)

ct ct Ima. Chi sei? che cerchi?

Troppo è per tempo, e sino al mezzogiorno, Pitocco, l’elemosina non dassi Che suolsi dispensar; parti, ritorna...

Usb. (traendosi la masch.) Non conosci il tuo Re?

Ima. (con sorpresa) Deh, Usbec! Signore?

Come sì trasformato, e in questi panni

In Samarcanda, città vostra, dove Regnar dovreste, e d’onde da quattr’anni Siete assentato, ad un Tempio vi miro Difformato nel viso, ed in arnese Lacero di meschino?

Usb. Amico, taci.

Quattr’anni son, che ’l padre mio spirato Lasciommi erede suo. Ben sai, com’egli Possedea scarso acume, e che nel Regno Mal scopria ’l ver. Di rei ministri un stormo Regnavano per lui. Con false tinte Colorian tutto, e ’l dabben’uom le mani, La voce, i passi col voler de’ tristi Moveva sempre, ond’arricchì gl’ iniqui, Oppresse i giusti, e svergognò sè stesso.

Ima. Signor, vero è pur troppo. Io fui ministro

Fedel, ma sfortunato. Volli alfine Fuggir iniquitade. In queste mura Tra le preci, e i digiun scelsi finire Una vita già stanca, e i miglior beni Cercar eterni. Ma deh, Usbec, in grazia Non mel celate. A che partir dal Regno? A che cambiarvi in modo tal, che vista Non potea penetrar la vostra effigie? A che lacere vesti? a che a quest’ora Venire al Tempio mio? Per quell’amore. Che, mentr’aio fui vostro, ebbi per voi, Non mi celate il vero.

Usb. Imano, molti,

Da me scorti fedeli, san l’arcano.

E segreto mi tengono. Te ancora Scelgo a parte del ver. Non istupire Del cambiamento mio. Posso a mio senno Cambiar effigie ogni momento. Io tengo Facce diverse accomodate in guisa, Che falsità nessun scoprir potria. Partii dal Regno, or son quattr’anni, è vero, Lasciando in man de’ soliti Ministri Del padre mio il governo. Io finsi, Imano, Questa partenza, e in Samarcanda sempre Vissi celato. Scrissi molte lettere Fintamente or dall’Indie, or di Turchia, Da altri climi diversi; or sarà un anno. Che l’ho sospese; e pur di Samarcanda Non uscii mai. Or fui mercante, ed ora Cittadin fui. Talor caffè spacciando Bottega tenni, e, forse in venti forme Cambiato in Samarcanda, ebbi a mio senno Intrinsichezze, pratiche, e conobbi Nel popol mio, ne’ sudditi, nel regno, E ne’ Ministri ciò, che in real seggio Non s’intende giammai. Troppo ha possanza Educazione in noi. Mal si comprende Fra le idee di ricchezze, e fasti, ed agi La miseria de’ sudditi meschini, E troppo abbaglia adulazione, ed arte De’ rei ministri, ingordi, e saggi, e accorti Sol per se stessi, che ’l Monarca fanno Macchina stolta spesso, ma a’ tesori. Alle lor passioni, alle vendette,

Alle ingiustizie valido strumento. Iman, molto conobbi. Al nuovo giorno Sarò monarca, ed oh quanto mi pesa La libertà lasciar! Quanto diletto Ebbi in questi quattr’anni, che trascorsi Sotto diverse spoglie!

Ima. Usbec, attonito

Rimango a quanto mi narrate. Io bene Conobbi in voi sin nella fresca etade Bizzarria di pensare, acuta mente, Ed insolito ardire.

Usb. Oh quanti casi,

Quanti perigli scorsi! e tutto, amico, Mi fu diletto, e risi. Or son sei giorni, Ch’io son pitocco. Sotto a questi cenci Divenni amante, Imano, e amante a segno, Che avvampo tutto.

Ima. Amante in quegli arnesi?

Qual facezia è mai questa! In quelle spoglie Mal corrisposto esser dovete.

Usb. Senti.

Amante son della più bella giovane. Che chiuda Samarcanda. È una fanciulla, Esempio di virtù, che in un abisso D’inedia, di miseria è rinomata Per tutta la cittade. Io corrisposto Esser non posso. In questi panni ebbi agio, Chiedendo carità, di rimirarla Tre, o quattro volte, e della sua bellezza Son tutto acceso. In questo giorno spero,

Per non pensata via, ch’ella divenga Mia consorte, e di far felice al mondo Per modo bizzarrissimo, e faceto La più bella fanciulla, la più saggia, E la più virtuosa che vivesse. Iman, qui attendo dopo il mezzogiorno Muzaffer, gran Visir. Non posso dirti, Quanto so, quanto scorsi, quanto ieri Provai col scellerato. Egli mi crede Pitocco, infame, ladro, e, come tale, Vuol adoprarmi... penso ... più non dico. Che ancor tutto non so di quell’indegno. Lascia, ch’io goda. Iman. Dì, non è questo Il giorno, in cui sogliono a te venire. Ed a’ compagni tuoi di questo Tempio, Le ciurme de’ pitocchi, e in cui dispensi L’elemosina tua?

Ima. Signor, è vero;

Ma l’ora non è ancor. Sul mezzogiorno Suol venir la gran folla, e sol per tempo Giugne qualche pitocco, c’ ha vergogna D’unirsi agli altri, od ha qualche riguardo. Ma che per ciò?

Usb. Dammi de’ tuoi compagni

Una veste talar. Lascia a me ’l peso Di cambiar la mia faccia. Insin che giunga L’ora, che Muzaffer, Visir, qui venga, Vo’ come Iman, che i poveri soccorre, Con i mendici conversar. Da questi Forse, pria di lasciar l’ignota vita,

Potrò scoprir novelle cose, e nuove Ingiustizie, ed arcani nel mio regno.

Ima. Io stupido rimango a sì bizzarro

Modo d’oprar. Usbec, io non vorrei...

Usb. Non perdo tempo. Veggo non da lunge

Un meschin uom, ch’al Tempio tuo s’appressa: Io vo’ goder questi momenti ancora. (entra nel Tempio)

Ima. Entrate; ubbidirò. Che raro spirto!

Oh voglia il ciel, che del Visir discopra Tutte le iniquità, ch’abbia scoperte Tutte le scelleragini, che questa Città oppressa sollevi, e alfin che purghi 11 regno suo da’ rei costumi iniqui. (entra, e chiude il Tempio)

ct ct Il giorno è questo, in cui gl’Iman pietosi

Dispensano a’ meschini il scarso cibo; Ma troppo è buio ancor. Questo è per certo Anche il solito Tempio, a cui trovarmi Deggio per commession di quel mercante, Che lusingommi sovvenire in oggi Forse alla mia miseria in qualche parte. Debile son d’inedia. Si procuri Qualche ristoro, e, se verran fortune,

Sempre a tempo saran; potrò accettarle. (picchia al Tempio)

ct ct Usb. Chi sei? che chiedi?

Saed. Iman, Saed mi chiamo;

Quel, ch’io chiedo, e chi sia, questi miei panni. La scolorita faccia, in cui dipinti Son la fame, e’I digiun, dir tei potranno.

Usb. Quella faccia, e que’ panni ti palesano

Mendico, e chiedon quell’usato cibo, Ch’io soglio dispensar; ma troppi inganni Gl’ infingardi, e viziosi hanno inventati Per viver dell’altrui senza fatica. Così togliendo a’ veri meschinelli Credito, e cibo. Or dì più oltre; io voglio Saper da’ casi tuoi, se l’elemosina, Che sogliam dar, ti merti.

Saed. pietoso,

Dirotti i casi miei. Son di Damasco; Fui ricchissimo un giorno; nelle crapule Giovinetto inesperto, e circondato Da falsi amici, viziosi, infami, Consumai tutto. Alla miseria giunto Più amici non trovai. La prima parte Delle sventure mie (sincero io parlo) Non mertano pietade.

Usb. Anzi castigo.

Saed. È ver. Sdegnoso, di Damasco uscito,

Giunsi in Caracoran. Qui nelle truppe Di Mirgeano Re, che guerra avea. Soldato entrai. L’imprese mie fur tali, Che in breve tempo amico, indi Visire Del Re divenni, e al grado più sublime.

Usb. E qui superbia, e ingiuste opre maligne,

Sovente imprese di chi in alto sale, T’han rovesciato, e le grandezze tue Cambiarono in miserie. È ver?

Saed. No, Imano;

Lasciami dir. Qui una fanciulla amante Di me divenne. Io non saprei narrarti, Chi la fanciulla fosse, che di notte, Bendato gli occhi, da sei schiavi armati Era condotto a lei. Dirti ben posso, Ch’occhi più ardenti, più vezzosa faccia. Nè più leggiadro portamento altero. Non si vide giammai. Che raro spirto! Che dolce favellar! Iman, perdona. Se senti umanità. Rammemorando Quella voce, quegli occhi, quel sembiante, L’amor fervente, e casto, io mai non posso Frenar la doglia, e trattenere il pianto. (piange)

Usb. Mendico, tutto intendo. Una bellezza

Scaltra t’ha miserabile ridotto, E stolto per colei, più forza ancora Ha in te l’amor, che mendicume, e fame.

Saed. T’inganni, Iman. La giovinetta avea

Magnifico palagio, ove ricchezza Splendea per tutto, e generosamente Trattommi a mense splendide, ove ’l suono, Ed il canto di musiche donzelle Facean dolci i conviti. Ella per quanto Capir potei, unica figlia a un padre Era d’illustre grado.

Usb. Tu in me desti

Curioso desio di saper, come Giugnesti a’ cenci, e a’ laceri coturni.

Saed. Taci, che tel dirò. Mirgean Re

Mi tenea per amico a tal, che spesso Volle, che Gulendan, una Circassa, Sua favorita, rimirassi, e volle, Ch’io confessassi esser la donna sua La più bella del mondo. Amor mi fece Incauto, ed imprudente, e sopra quella Vantai della mia ignota la bellezza. Volle vederla, e, come schiavo vile, In buffoneschi panni esser condotto Alla notturna usata ora segreta. Ebbi arte tal, che, come un mio fedele, Grazioso buffon, bendato gli occhi, Meco introdotto fu. Fatal momento!

Usb. Mendico, intendo. Mirgean fu l’istrice,

Che la serpe scacciò. Di quell’ignota Il Re invaghito della tua caduta, Della miseria tua...

Saed. No, Iman, t’inganni;

Lasciami dir. Nota, che alla mia bella

Pria palesai, che avea veduta in faccia Gulendan, favorita, molte volte. Ella m’aveva chiesto, se in bellezza La superava; a che giurai, che molto Era lei superior: grata favella In cor di donna, e che mi fece acquisto Di trasporti maggior. Già passavamo Col finto schiavo di facezie pieno Tra vivande, e liquor la notte, quando Quella bizzarra, e spiritosa ignota Sol per ischerzo femminil vezzoso... Per sentirsi esaltar... formule usate, Prese un bicchier, e a me rivolta disse: Viva il tuo genio, viva Gulendan, Favorita del Re. Vidi agli accenti Acceso Mirgean. Dal capo a’ piedi Il sangue in me gelò. Volli troncare Lo scherzo periglioso. Ella ridendo Lo scherzo accrebbe, e: no, Saed, mi disse. Perchè vuoi tu negar ciò, che jer l’altro Mi confidasti? Gulendan t’adora, Ti corrisponde, ed il tuo Re tradisci; Gulendan viva. Saggio Imano, pensa, Qual rimanessi. Il Re in mentite spoglie Sfavillava dagli occhi ira, e furore. Io confuso, dolente, ed imbrogliato Con la lingua tremante invan tentava Troncar lo scherzo; ella, godendo sempre Del mio imbarazzo, più accresceva il gioco, Confermando il suo dir. Fuor di me stesso

Per l’irato mio Re, per non scoprire Alla mia cara, che l’avea tradita, Ivi ’l Re conducendo in finti panni, In lei le risa raddoppiava, e i detti Nel geloso mio Re, che sempre tacque. Fremendo nel suo cor, l’ira, e ’l furore, L’ora del partir giunse. Dall’albergo Confuso, fuor di me, bendati gli occhi. Uscimmo tuttidue. Tentai per via Giustificarmi, e ’l Re nulla rispose. Sempre acceso di più. Giunto il mattino, Spogliato fui d’onor, di beni, e stato, E in pena della testa via bandito, Tempo poche ore. Salutar l’amante, Innocente cagion di mie sventure. Più non potei. Chieder al Re pietade, Giustificarmi, men. Sei mesi sono, Pietoso Imano, ch’esule, mendico Da Caracoran manco. Io soffro inedia, Lacere vesti, derision, dileggi. Tutto con forza, e sol non so scordarmi Quegli occhi, quella faccia, il dolce riso, L’amor fervente dell’amata ignota, Né rammentarlo so senza dolore, Senza pianto versar.

Usb. Saed, ti scuso.

So quanta forza ha amor, nè queste spoglie Son corazza a’ suoi dardi.

Saed. Io tutto dissi.

Se vuoi, porgi alimento a queste membra, Che si reggono appena.

Usb. Sì, m’attendi. (entra nel Tempio)

Saed. Oh giugnesse il mercante, che promise

Di sovvenirmi. Almen tanto mi desse, Che trasformato andar potessi ancora Entro a Caracoran; ivi sussistere, Sin che ottenessi una sol volta ancora Veder la sconosciuta amata amante.

Usb. (con due pani) Prendi, Saed, ristorati. Frequenta

Questo Tempio ogni dì. Forse Apollino T’assisterà; non avvilirti. Addio. (entra nel Tempio)

Saed. Ti compensi Apollin. Qui fuor dell’atrio

Ristorerommi alquanto. O Ciel, deh tronca Questa vita meschina. Un bene è morte, Che toglie a un tratto e povertade e angoscia. (entra)

ct ct Sento dei schiamazzi, e che se me ride in fazza, dove che passo: pazienza. No giova el redurse pitocchi senza vizj innocentemente. La miseria xe la calamita dei disprezzi, delle derision, de ogni sfogo dell’inumanità. Xe a bon’ora, e vorria procurarme el miserabile alimento, che de- spensa sti borri Imani, prima che vegna altri pitocchi. Me vardo intorno, me vergogno d’esser visto, e no me posso desmentegar quel, che gera in Samarcanda za quindes’annL Par impossibile, che un fulmine no incenerissa el Visir Muzaffer. Ghe vuol sofferenza de tutto. Cielo, no me ascriver a colpa qualche atto de resentimento de sta misera umanità. No perdemo tempo; e za che se deve viver anca in tele calamità de tanto peso, procuremose un miserabile sostentamento per avanzar anca do zorni de vita, (picchia)

ct ct Usb. Vecchio, so, perchè vieni. Io vo’ sapere, Da’ casi tuoi, se merti aver soccorso.

Pant. Caro Iman, ve compatisso, ave rason de no conoscerme gnanca vu. No trovo più nessun, che me conossa. No poderessi farme quella poca de carità, che podè, senza obbligarme a ramemorar le mie desgrazie, a suscitar un desiderio de vendetta, che el Ciel me proibisce? quel Cielo, al qual vogio rassegnarme de quanto me pol succeder, e reconoscer per giudice giusto, per flagello d’arcano, de providenza.

Usb. Il virtuoso favellar mi desta

Maggiormente disio d’aver notizia Di te, de’ casi tuoi, della tua inedia.

Pant. a un omo da ben se poi confidarse, e in poche parole ve dirò tutto. Per un criminal frutto d’una zoventù troppo fervida, e troppo violenta, ha bisognà, che abbandona Venezia, mia Patria, che no posso mai recordarme senza lagreme, e senza sospiri. Con un bon capital de soldo, con mia consorte, dopo aver zirà del mondo assae, son arriva in sta Città de Samarcanda. Son zonto, dirò, più per desgrazia, che per fortuna, più per castigo dei mi falli, che per premio dei mi meriti, a esser caro al Re Mirabal, Monarca in sta Città, pare de Usbec, che per fatalità de sto Regno no se sa dove el sia. Zeloso de mi, Muzaffer, innalzà dal Re Mirabal da una nascita vil al grado de so primo Visir, temendo, che mi podesse averzer i occhi del Monarca sulle so direzion, l’ha scomenzà a perseguitarme. Un’anema tressa, un cuor negro, un tiran indefesso nelle persecuzion, come quello, no credo, che al mondo se possa trovar, el m’ha calunià appresso el Monarca a so modo, el m’ha fatto perder la so grazia. Doveva contentarme cusì, e darme pase; ma un omo d’onor no poi soffrir ombra de macchia solla so reputazion. Ho tenta de giustificarme col Re; nè questo se podeva far senza scoverzer mille iniquità, fatte dal Visir, capace de tutto. No l’avessio mai fatto: el torto xe sta mio. La forza, la confidenza, la testa fredda, iniqua de Muzaffer, la debolezza del Re Mirabal ha causà la desolazion del mio stato, della mia famegia. No me son mai degna de avvilir la mia innocenza buttandome in zenocchion al Visir a domandarghe pietà. El m’ha zurà un’eterna inimicizia. No ga bastà, che mia mugier mora sotto el peso delle passion; che un unico fiol, che aveva, el qual desperà s’ha volesto resentir con lu de sole parole, me sia sta condannà, come reo de lesa Maestà, a morir per man d’un carnefice; no l’ha avuo ben, se noi m’ha visto privo de tutto, redotto in angustia a cercar la limosina, come vede; e so mi, che ancora quel barbaro no xe sazio de odiarme, ni della mia estrema miseria. (piange)

Usb. (a parte) Nuove ingiustizie apprendo. È tempo omai,

Ch’io le redini prenda del governo, Che i rei punisca. Vecchio, il pianto asciuga; Soflfri ancor poco. Il ciel fors’è vicino A levarti d’angoscia, e di miseria.

Pant. Ah, caro Iman, xe vero, son redotto a un’età, che posso poco ancora portar el peso delle mie afflizion; ma no savè tutto. Un’unica fiola, esempio de virtù, de sofferenza, de ritiratezza, per so desgrazia bella, come un fior, troppo famosa per sta Città, benchè miserabile, xe el mio vero tormento, la mia desperazion. El povero mio tugurio xe attornià da zovenazzi di- scoli del secolo, e benchè la staga sconta, in un perpetuo retiro, no manca circuizion, insidie indefesse, che, dove ghe xe zoventù, bellezza, e povertà, i viziosi se lusinga de troppo, no i se stracca mai de circuir con diaboliche invenzion, e so mi, che quel scellerato Muzaffer se rode i dei sin de quella consolazion, che provo d’aver una fia famosa per la so vertù, e ch’el vorria abbassar al fango anca sto poco de gloria, che go dal mio sangue, dalla mia educazion. Ho presto da morir, ho da lassar una fia zovenetta, piena de meriti, de virtù, senza appoggi, senza sostentamento, in brazzo della fame, della necessità, del pericolo. Questo me lacera el cuor, me ferisce l’anema, me fa pianzer zorno e notte, no me lassa un’ora de ben.

Usb. (a parte) Che sento mai! che questa la fanciulla

Fosse, che adoro? Quella, che ’l Visir, Un iniquo credendomi, un mendico?.,. Dimmi, come si chiama la tua figlia?

Pant. Anzola.

Usb. Angela! Dimmi, dove sta ’l tuo albergo?

Pant. A tacco al Caravanseraggio, poco lontan da sto Tempio, in fazza el Palazzo Regio, dove abita Muzaffer, Visir, mio persecutor. Quella casetta arrente a quei sepolcri, che ga le fenestre stropae colla carta incolada; che ga i scuri, che se ghe lassa a bocconi; che ga l’erba tant’alta sul scalin della porta; che per mobili no ga altro, che do pagiazzi, e... ah, caro Iman, despenseme de dirve più avanti la mia povertà, e prima, che vegna altri pitocchi, feme quella poca de limosina, che podè. (piange)

Usb. Veneto, frena il pianto; attendi, attendi. (entra)

Pant. Veneto, frena il pianto? Ga bon dir: no pianzè, chi no ga el cuor strazzà lu. Sto vecchietto anderà ogni dì a tola parecchiada, noi ga famegia, nessun rompimento de testa, e me par de vederlo a onzerse la barbetta, e a magnar de bon appetito.

Usb. (uscendo con due pani) Prendi, e parti di

qua. Non andrà molto. Credilo a me, che tu con la tua figlia Sarai felice: ogni miseria è tronca.

Pant. Eh, caro Iman, cosa xelli? do panetti prodigiosi questi? Per mi no gh’è più allegrezza; xe impossibile.

Usb. No, impossibil non è. Già il tuo nimico,

Muzaffer, il Visir, macchina alfine La tua felicità. Così mi dice Il mio nume Apollin. Se mai tu senti Il suon della mia voce in altr’oggetto, Quello il segno sarà, ch’ogni tuo affanno In gioia è per cambiarsi. I Simulacri... Non ti dico di più. T’allegra, e parti. (entra, e chiude)

Pant. Muzaffer! el macchinerà de farme dar do pierae in te la testa lu: così mi dice il so Nume Apollino. Oh andemo intanto a portar sta poca de sostanza a mia povera fia, che da geri in qua no l’ha cercà gnente. Care le mie viscere, ti gieri ben degna d’aver al to fianco un pare più fortunà. Bisogna anca, che me suga i occhi, che me serra in tel cuor ste lagreme per no darte maggior afflizion, e dolor. (entra)

ct ct Brig. Mi no so più, come viver. Ga un bel far ammonizion quei, che ga la panza piena. Oh basta; no digo altro. I dixe, che xe megio cercar, che robar; femo anca sta esperienza, e provemose a beccar l’elemosina, che xe solito a despensar in sta zornada l’Iman de sto Tempio. Xe a bonora veramente; ma chi va primi, no va senza. (picchia)

ct ct Usb. (con due pani) L’elemosina è questa, e prima intendo Sentir da’ casi tuoi, se tu la merti.

Brig. I casi miei? Ghe li desvolzo in tun momento. Mi son un Bergamasco, che ha scomenzà a servir per mozzo de stalla. El primo guadagno, che ho avù, xe ste una scalzada d’un cavallo, che m’ha scavezzà una gamba in do tocchi. Questa xe sta el salario del primo mese. Son andà all’ospeal, e son guarì. Chi no se ajuta, se nega. Son passa a servir da staffier. Qua per aver dà un sberlotto a un cagnoletto della patrona, che m’aveva orinà su un poco de tabarro de scarlatina, che a forza de resparmio gera arriva alla consolazion de farme, la patrona xe andada zo dei bazari; el Cavalier servente per darse merito colla signora, m’ha dà una carega zo per la testa, e felicemente el me l’ha rotta. La patrona per scusar la braura intempestiva del servente, m’ha accusà de ladro a so marido, e tra per questo, e perchè no conta in tele altre case certe bagatelle, delle quali gera informatissimo, della signora, e del Cavalier errante, no se m’ha volesto far el mio ben servido; s’ha dà delle caritatevoli informazion de mi, e nissun m’ha più volesto al so servizio. Chi no se aiuta, se nega. Me son messo a far el barbier; i dixe, che scortegava. Ho fatto el caffettier; se m’ha brusà la bottega accidentalmente, e son stà in preson per incendiario. Ho tentà la fortuna con trenta mestieri, e la m’ha sempre volta tanto de tergo. Ho camminà el mondo; son arrivà qua in Samarcanda. Chi no se ajuta, se nega. Me son maridà con una bella zovene, e averia scommesso, che la m’avesse tirà in casa qualche poco de abbondanza. Oibò; ho sposà Penelope senza accorzerme. Alfin la me xe morta da parto, dopo averme partorì una fiola, che adesso averà vint’anni, e che ga ad- dosso tutte le felicità d’un’ospeal, e tutte le bellezze de cà del Diavolo. La xe struppia da tutte do le gambe; la ga un muso, che la par una denonzia secreta; una gobba, che ghe sormonta sora la testa; una rogna perpetua, che ghe adorna le man, e i polsi; e, quel ch’è pezo, un acido in tel stomego, che la magneria el so genitor a traverso. Pietoso Imano, i casi miei son questi.

Usb. Casi strani da ver. Ma alcun mestiere

Non hai da trar guadagno, e ti contenti Di gir pitocco mendicando il pane?

Brig. El go un mestier. Fazzo el tentor; ma cosa serve? No me vien altro, che fatture de certe femene, che voi andar paregine a despetto della so povertà. Quella ga una camisiola zalla; la voi, che ghe la fazza pampadur. Quell’altra ga una carpetta vecchia limoncina; la vol, che ghe la fazza ponsò. Un’altra ga quattro quarti de braghesse, onte, berrettine, la li voi sucì. Le vien l’anno drio con quelle istesse robe fruste, e perchè la moda del color xe cambiada, quella le voi retente blò; quell’altra agata; quell’altra dorè. Le vol dar poco colla rason, che le xe strazze. Le battola, che le me fa tanto de testa; le dà qualcosa a conto; el resto no se vede più. In somma, chi no se ajuta, se nega; ma mi no ghe la catto in nissun mestier. I risi vai vinti soldi alla lira; el formento quattro zecchini al ster. El gran Visir, Muzaffer, cresce le gabelle ogni zorno. El Re xe sparì de qua da quattr’anni, e bisogna, ch’el gabbia del matto a lassar governar el regno a sto tiran. La desperazion me fa parlar troppo. La fame xe granda; go un mostro de fiola col mal della lupa; son tentor, ma un tentor pitocco; e la prego della so carità.

Usb. Bravo tintor, tu parli troppo ardito.

Brig. Chi no se ajuta, se nega. No vedo l’ora, che i me fazza impalar.

Usb. Com’hai tu nome?

Brig. Brighella Cavicchio ai so reveriti comandi.

Usb. (dandogli ’l pane) Prendi, non disperar;

la figlia tua, Mi rivelò Apollin, fra poco tempo Farà la sorte tua. Brighella, addio. (entra, e chiude)

Brig. Quel lazaretto farà la mia fortuna! Se pol dir pezo? In fatti per fìnirme de consolar no ghe voleva altro, che una revelazion ridicola de Apollino, o de Belfagor. (entra)

ct ct Queste xe le vere opere de pietà. Quale sarà quella man benedetta, che se moverà a compassion? Chi darà sollevo a sto povero infermo, che no se ne poi guadagnar? poveretto! No gh’è bi- sogno, che ve diga le mie miserie, poveretto! Le vede coi vostri proprj occhi, poveretto! Idropico! colla freve continua, che xe quatordes’ anni, poveretto! Abbandonà dai medici e d’ogni aiuto e sostentamento, poveretto ec. Che vuol vedere di beccar agl’Imani l’elemosina, che sono soliti dispensare quel giorno. Ch’è buonora, ma così potrà ritornare un’altra volta per averla doppia. O amore, amore, a che mi riduci! ec. (picchia)

ct ct Usb. Lo guarda, dicendogli, che ha un viso di furbo. Truff. Che ’l Cielo gli possa perdonare, che non conosce il vero merito, ec. Usb. Che quella pancia, e quella barba, ec. sono tutte cose posticcie. Truff, Chi sia stata quell’anima cattiva senza carità, che l’ha informato del vero? ec. Usb. (a parte) Che quello dev’essere un pitocco sciocco, godibile; poi a Truffaldino; che gli Dei Apollino, e Belfagor l’hanno informato di tutto; che, se vuol l’elemosina, non deve nasconder nulla. Truff. Sue maraviglie. Se per sorte Apollino, e Belfagor gli abbiano detto, che ha nome Truffaldino, e ch’è Bergamasco? Usb. Senza dubbio. Truff. E che sia bastardo, nato d’un birro, e d’una chincagliera di piazza? Usb. Sì certo, e che sua ma- dre è stata nove mesi a partorirlo, ec. Truff. Suoi stupori. Se le dette Deità gli abbiano palesato ch’è stato frustato per borsajuolo, che sia stato in galera, e poi fuggito, che ha girato il mondo, che sia stato guattero di Muzaffer, Visir? Usb. Tutto; e che faceva disperare i cuochi per la sua gola, e per le stramberie, che faceva in cucina, ec. Truff. Sue gran maraviglie. Che dunque non è possibile il tenergli nascosti i suoj amori sviscerati colla figliuola del Visir. Usb. Impossibile; ma che vuole sperimentare, s’è sincero, per meritarsi l’elemosina. Truff. Dunque che sappia, che ’l Visir Muzaffer è un tiranno, un briccone; che fu nei suoi primi anni un beccaio; che fa mille iniquità; che Usbec ad esser partito dal suo Regno è un grande asino, ec. che lascia correre mille disordini, mille crudeltà, ec. Ch’egli s’è innamorato di sua figlia, Smeraldina; ch’era corrisposto. Che Muzaffer s’era accorto. Che gli fece dare cento bastonate sulla pancia; che l’aveva bandito dalla città, pena la forca; ma ch’egli s’era così travestito per vivere pitoccando non conosciuto, e per poter vedere, e parlare di contrabbando qualche volta con le sue viscere, con Smeraldina, suo tesoro, ec. Usb. Saper tutto, e saper anche, che Smeraldina, tempo ventiquattrore, dev’essere sua consorte. Truff. Ah qual consolazione sarebbe quella! ch’è impossibile, e in questo Apollino avergli piantata una gran carota, ec. Usb. Saper di certo, che tale sposalizio deve nascere. Una cosa sola non avergli detto Apol- lino, cioè come parli con Smeraldina, poichè ’l padre, Muzaffer, deve tenerla chiusa, e in gran gelosia nella Reggia. Truff. Che amore fa gli amanti solleciti, e ingegnosi. Che nelle stanze di Smeraldina v’è un condotto, che co’ suoi lunghi cannoni corrisponde in una fossa; ch’egli si caccia in quella fossa spinto da Cupido, e che Smeraldina di sopra, ed egli di sotto s’inviano parole dolcissime, sospiri caldissimi, ec. Che per tale industre modo tiene la sua corrispondenza colla cara, e adorata Smeraldina. Usb. (a parte ridendo) che questa è una maniera industriosa, e non più udita di far all’amore.

Ma tempo è omai, che mi rivesta ancora Di mendico i miei panni. S’avvicina L’ora determinata, in cui qui deve Trovarmi Muzaffer iniquo. Oh quanto Goder voglio di lui! Pitocco, prendi, (gli da ’l pane) Già m’intendesti; il Tempio mio frequenta; Presto sarai felice, e d’ora innanzi Ad un mio par la verità non cela, (entra, e chiude)

Truff. Che ha sempre sentito dire, la verità esser una sola, e che per ciò dal canto suo ha voluto risparmiarla, perchè non si consumi. Ch’è tutto allegro della predizione di Belfagor, e d’Apollino, che starà in agguato per buscar una doppia elemosina, e poi andar al condotto a raccontare alla cara Smeraldina la rivelazione di quelle Deità, per consolarla, ec. (entra)

ct ct Tart. Ho inteso. Tu sei dunque di Damasco. Quanto tempo è, che sei in Samarcanda?

Saed. Pochi giorni, Signor, son, che qui giunsi.

Tart. Sicchè non sarai qui molto conosciuto.

Saed. Cercai per la città tozzi di pane,

E a questo Tempio spesso in sulle porte Qualche moneta. I nostri par, sapete, Poco badati son.

Tart. Damaschino caro, or bene. Tu m’hai anche quasi mostaccio di galantuomo, e perciò t’ho fatto qualche volta l’elemosina. Sai perchè ieri ti dissi, che venissi ad aspettarmi qui?

Saed. Nol so, lo dite.

Tart. Dimmi la verità: sei un galantuomo, o sei un impiccato?

Saed. Se ad un meschino è lecito dar fede, Concedetela a me, che ben la merto.

Tart. Sentimi, Saed. Io scelgo te per valermene in un interesse, che mi preme più di tutte le cose di questo mondo. Se tu mi prometti di fare puntualmente, esattamente quanto ti dirò, ti dono trecento zecchini in una borsa, e un abito nuovo.

Saed. Lecita fia l’azion, che chiederete?

Tart. Lecita, lecita; per trecento zecchini, e una veste nuova è lecita certo. Ascoltami. Io sono un Mercante in questa città, un signore, ricco sfondatamente. Mi fu concessa per le mie ricchezze una giovine signora forestiera in consorte con trentamila zecchini di dote in trenta borse tanto fatte. È una gioja, una stella, un sole; mai più si vide tanta bellezza, tanta maestà. Suo padre ha voluto, che mi sposi per forza. Sarà un mese, che costei fu condotta in casa mia colla sua dote, e che l’ho sposata. Questa ingrata non ha mai fatto altro, che piangere, che disprezzarmi: non ha mai voluto, che me le avvicini. Ha trovate fuori mille scuse donnesche. Io ero innamorato di lei, come un solenne asino; le ho fatto un milione di belle grazie, di carezze; mi sono inginocchiato, ho sospirato, ho pianto, ho gettato l’acqua, e ’l sapone. Colei, ostinatissima, m’ha sempre discacciato, come un cane, e strapazzato. Sono entrato in sospetto, ch’ella ami qualche altra persona, m’accesi come un zolfo; e montai sulle furie. Quando mi salta la bile, sono feroce, come una leonessa. La collera m’ha acciecato, e saranno tre giorni, che, fuori di me stesso, ho eseguita la legge Tartara. Le sono andato dinanzi, l’ho guardata con un ceffo iniernale, ho gridato tre volte: ti ripudio, ti ripudio, ti ripudio: e pu, e pu, e pu, le ho sputato tre volte in faccia, e l’ho ripudiata

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