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Il Mostro Turchino

Carlo Gozzi · 1884 · Free in the US

16,885 words · about 1 h 11 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
About this edition

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Licence: PD-US · Published in 1884 (before 1931): public domain in the United States. Text and transcription from it Wikisource by Wikisource contributors (transcription licensed CC BY-SA 4.0; contributors: https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Il_Mostro_Turchino&action=history). · Wikisource contributors

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About this book

Author
Carlo Gozzi
Language
Italian
Published
1884
Length
16,885 words · about 1 h 11 min
Sections
7 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (7)
  1. Front matter under 1 min
  2. Personaggi under 1 min
  3. Atto primo about 14 min
  4. Atto secondo about 16 min
  5. Atto terzo about 14 min
  6. Atto quarto about 17 min
  7. Atto quinto about 10 min

Continue:

Front matter

ct ct ct

Indice

Personaggi

ct

ZELOU, Genio, Mostro Turchino.

DARDANÈ, Principessa della Giorgia, amante di

TAER, Principe di Nanquin.

FANFUR, Re di Nanquin, decrepito padre di Taer.

GULINDÌ, Schiava, seconda moglie di Fanfur.

SMERALDINA, Damigella di Dardanè.

TRUFFALDINO, Seguace di Taer.

PANTALONE | Ministri di Fanfur

TARTAGLIA

BRIGHELLA, Capitan delle Guardie.

UN CAVALIER fatato, armato all’antica.

UN’IDRA con sette teste.

MAGNATI del Regno.

SOLDATI.

SCHIAVE che non parlano.

UN CARNEFICE.

ct

Atto primo

fi

ct ct

ct ct

fi stelle, o stelle, io vi ringrazio. È giunta

L’ora per me felice, in cui finisco Di restar chiuso in quest’orrida spoglia Colla miseria altrui. Per questo bosco Bardane, Principessa della Giorgia, Coll’amato suo principe, Taer, Ereditario di Nanquin, verranno. Trovar doveansi due fedeli amanti, Come Taer e Dardanè. Una donna, Che menomo pensier, genio non mai Provato avesse per altr’uom vivente. Fuori che per un solo. Un uom trovarsi Bovea, che sol per una donna al mondo I movimenti dell’amor sentisse,

Che per di qua passassero, acciocch’io Di mia condanna uscissi! O inaudito Miracol nuovo! Si son dati al mondo Due tali amanti; passeran fra poco; Uscirò di condanna. (verso le scene) Avanti, avanti, Sventurati amatori. Assai m’incresce Di dover rovesciar tante miserie Sulle vostre persone, per far libera La mia dalla condanna, in cui son stretto. Ma chi può amare in sè stesso il tormento, Potendo uscir colil’ addossarlo altrui? Molti avrò mostri somiglianti a quanto Farò tra poco, testimoni avendo Solo arboscelli e quest’opaco bosco. Tempo verrà, che le trasformazioni, Ch’io son per cagionar, servir potranno D’allegorici casi, e i sprezzatori Mostri saranno, com’io son, cercando Di trasformar sè stessi in nuovo aspetto, Grato nel mondo, trasformando altrui, Se mai potranno, in abborriti mostri. (guarda dentro) Precedono due servi agl’infelici Principi amanti. Questi alle cittade Di Nanquin anderanno a recar nuova Dell’arrivo del principe Taer. (prende un fiasco e un bicchiere) Licor d’obblivion, tu fa, che scordino Tutte le andate cose, e i signor loro,

E che di lor nullaà si sappia in Corte. (posa il fiasco e il bicchiere da una parte, e si ritira nella spelonca)

ct ct Truff. Che si deve lasciar, che i cavalli mangino un poco d’erba, perchè traboccano ogni momento per debolezza. Che già i padroni sono ancora lontanetti. ec. Possono ricrearsi all’ombra di quelle amene piante, al mormorio dei ruscelletti, al canto de’ canori augelli, ec. poi andare a Nanquin, che si vede. Può essere lontana dugento passi. Canterà la strofa seguente di canzon nota e popolare:

Oh che cucagna! Oh che felicità! Andar in campagna Con la so innamora. Oimè, che moro, E moro per amor Un t, un’i, un’a, un’ m, e un’o.

Smer. Che dice bene; e che il luogo sembra opportuno a risvegliar le idee amorose, ecc. che non sarà poi sempre costante, che si scorderà di lei per qualch’altra damigella, ec.

Truff. Un t, un’i, un’a, un’ m, un’o;

Vuol dir, ch’io t’amo, E sempre t’amerò; Un t, un’i; ec.

Suoi giuramenti. Aver l’esempio del principe Taer, suo padrone, al cui servigio s’è posto, incontrandolo nella Giorgia fortunatamente, costante amoroso della principessa Dardanè, il quale non ha mai guardate altre donne, che tutte gli parevano orride, ec. Che ne ha vedute di bellissime disperate per il padrone, ma che l’ha sempre veduto a sprezzarle tutte, e quasi a sputar loro sopra. Ah, la sua Dardanè! la sua Dardanè! ec.

Smer. Che s’egli ha l’esempio di Taer, suo padrone, ella ha lo specchio di Dardanè, sua signora. Gran fedeltà! Non crede che nè men dormendo abbia sognato mai altr’uomo, che il principe Taer ec.

Truff. Che a dir il vero, Taer s’è meritato tale affetto, perchè ha fatte le grand’imprese a liberarla dalle persecuzioni del mago Bizeghel. Se si ricordi di quel gran combattimento, che fece con la Scimmia di fuoco, e quell’altro coll’Asino dalle orecchie, che legavano, e dalla coda, che tagliava; e quell’altro coll’uccellone, che cacava olio bollente nel viso; e tutto superato, e tutto vinto per amore!.. oh grand’amore! gran costanza! grand’amore! ec.

Smer. Esser vero: ma se gli paia poco, che Dardanè si sia serbata fedele a Taer, quando il mago Bizeghel le aveva posto sulle spalle quel velo incantato, che mette furor nelle donne di desiderio di aver tutti gli uomini, che vedono. Ah, gran costanza a superar quell’incanto per amore del solo Taer ecc.

Truff. Che gli par molto. Se abbia avuto lei quel velo sulle spalle qualche volta ec.

Smer. Non mai; ma che sarebbe stata costante anche se lo avesse avuto.

Truff. Suoi scherzi su questo velo incantato; che crede oggidì tutti i veli, che si vendono alle botteghe alle donne, incantati, come quello di Bizeghel ecc. Suoi affetti, sospiri romanzeschi per Smeraldina ecc.

Smer. Sue somiglianti corrispondenze a Truffaldino. Dice di aver caldo e sete.

Truff. Sue smanie; oh mia Principessa ec. cerca acqua, trova il fiasco, e il bicchiere di Zelou. Sue considerazioni. Qualche pastore l’avrà lasciato ec. Lo fiuta; sente buon’odore da Scopulo, o Cipro ec. Sua superbia di poter servire in quel diserto di liquore la sua principessa. Le porge una tazza del liquore.

Smer. Beve; suoi lazzi di dimenticanza. Chiede a Truffaldino chi sia.

Truff. Un t, un’i, un’a ec. Il suo caro Truffaldino sviscerato amante, l’imitatore nella fedeltà di Taer principe di Nanquin ec. Smer. Che si levi di là, che non sa chi sia nè Truffaldino, nè Taer ec.

Truff. Oimè, ch’io moro E moro per amor ec. Crede, che Smeraldina scherzi. La consiglia mviarsi verso la città perchè a momenti giugneranno i padroni, e Dardanè potrà darle dei rimproveri, ec.

Smer. Temerario: che non sa nè di padroni, nè di Dardanè; che si levi di là ec.

Truff. Se abbia sulle spalle il velo del mago Bizeghel, e si senta prurito d’altri amanti ec. La piglia per un braccio per condurla a salire a cavallo, e per andare alla città.

Smer. Suoi strapazzi. Gli dà uno schiaffo, e parte verso Nanquin.

Truff. Un t, un’i, un’a, un m, e un’o. Suoi stupori. Suo svenimento, che si sente venire. Ha bisogno di ristoro. Beve del fiasco. Suoi lazzi di dimenticanza. Non sa più, dove sia; come sia giunto. Che gli par d’esser giunto a cavallo, perchè gli dolgono le natiche. Non si ricorda nulla. Vede la città, andrà a ricoverarsi ec. parte verso Nanquin.

ct ct Ite, miseri servi. I signor vostri. Se averan forza a superar l’estrema

Disgrazia lor, ritornerete ancora Ad amarvi, e a conoscervi. Ma veggio Taer, e Dardanè. Nembo si levi, Tuoni il Ciel, caggian folgori tremendi, Sicchè i destrier de’ principi in spavento Sfrenatamente sien disgiunti. Salva Sia lor la vita, e separatamente L’un dopo l’altro amante in questo bosco Giunga, ed il resto io saprò ben compire. (oscurità, tuoni, folgori ec.) Disgiunti sono, e i lor destrier sfrenati Corron l’un verso il monte, un verso il piano. Caduto è quel di Dardanè meschina. Eccola spaventata a questa parte Volger il pie veloce. Ritiriamci. (si ritira. Seguono per poco tuoni, e lampi, poi si rischiara)

ct ct Dar. (spaventata) Ciel, dove fuggo! Chi mi dona aita?

Come morta non son! Miracol certo Fu quel, che m’ha salvata. Ah, che mai dico? Salva son per sventura, e fors’è morto L’amato mio Taer. Taer, Taer, Dove sei caro ben, solo conforto D’un infelice, da implacabil stella Perseguitata, oppressa? (piange)

Zel. (facendosi innanzi) Dardanè,

Dalla tua stella sofFeristì poco, Molto ti resta a sofferire.

Dar. (spaventata) Oh Dio!...

Mostro, chi sei? Tu mi spaventi... Oh Dio. Dove mi salvo? oh Dio... (vuol fuggire: Zelou la trattiene)

Zel. Deh ferma, ferma;

Da me non puoi fuggire. Io quello sono, Che il nembo ha sollevato, e che disgiunse Dardanè da Taer.

Dar. Crudel, finisci;

Levami ancor la vita. Ho già perduto Quello, per cui vivea.

Zel. Donna infelice,

Io ti compiango. Il tuo Taer è vivo, Ma più noi vederai. Della tua vita Trema; ma non per or. Le tue sventure, E quelle di Taer da questo punto Hanno vero principio.

Dar. Io più non deggio Veder il mio Taer!

Zel. Sì, il vederai,

Ma non lo vederai. Taer perduto Fia per la sposa; e da crudel destino Aspra condizione, e quasi certa Morte in duri perigli a Dardanè Viene imposta, e a Taer per rivedersi. Per ritornar felici.

Dar. Mostro, dimmi Quali condizioni a questa misera

Ancor verranno imposte, dopo tante, Ch’io n’ho sofferte per l’amante mio?

Zel. Non spaventarti, Dardanè. La prima

Condizion fia questa, che vedrai. (batte un piede in terra. Dardanè riman vestita da maschio armigero all’orientale nobilmente)

Dar. Ahi, perchè mi cambiasti le mie spoglie? Mostro, che fia di me?

Zel. Per così poco

Tremi? M’ascolta ben. Brami acquistarti Nuovamente Taer?

Dar. Perchè mai chiedi,

S’io bramo d’acquistar ciò, che sol bramo Sopra la terra?

Zel. E ben. Verso Nanquino,

Che vedi, parti, t’introduci, e innanzi Al vecchio Re Fanfur, di Taer padre, Ti presenta, com’uomo, t’esibisci Sotto mentito nome al suo servigio. Ivi i due servi son da te spediti. Ma non conosceranti, ed uomo tutti Ti crederan pur troppo. Tu, per quanto Ti succedesse, mai non palesare Lo stato tuo a nessun. Se tu il palesi Con un menomo cenno, il tuo Taer È perduto per sempre.

Dar. E questa è dunque

Dura condizion? Picciola impresa, Mostro, m’imponi. Al Ciel prometto, e giuro; Mai non mi scoprirò.

Zel. Picciola impresa,

Misera, chiami questa? Io ti prevengo. Mi fai compassioni. Le spoglie d’uomo Ti condurranno a immensi, alti perigli, Alle più crude estremità. Per quanto Ti succedesse, tien celato il nome, Non scoprir d esser donna, e la tua vita A tremendi perigli non risparmia A costo della morte, o il tuo Taer Hai perduto per sempre.

Dar. Ah, crudo Mostro,

Tu sol barbari arcani, ed uniformi Alla presenza tua, mi vai dicendo. Forse per spaventarmi. Io rinnovello Il giuramento mio. Soffrirò tutto; Non mi paleserò. Ti prego solo Di dirmi, a qual condizion crudele Soggetto è il mio Taer

.

Zel. Alla più atroce

Condizion soggetto è il meschinello. Né te la posso dir. Parliamo, o figlia, Di tua condizion, della sua taci. Se tu vincer saprai quanto t’impongo, Se la vita non perdi ne’ perigli, S’hai cor diverso a tutte l’altre donne, Diman non passerà, che trionfante Godrai col sposo tuo letizia, e pace. Tanto creder mi dei.

Dar. Mago d’inferno, Lieti eravamo; a che far nascer nembi,

Per disgiunger due amanti? A che cambiarmi Le mie spoglie di donna? A che tacermi Lo stato di Taer? e perchè devi Scagliar me ne’ perigli, e fare arcani Di miseria, e d’orror? Mostro, succeda Quanto succeder può, tacerò sempre D’esser donna, ti giuro, ed esporrommi A qualunque periglio. Il Cielo, i Numi Assisteranno un’infelice donna, Debile è ver, ma calda amante, e fida. {in atto di partire; Zelou la trattiene)

Zel. Figlia, ti ferma.

Dar. Che più dir vorrai?

Zel. Tu in questo bosco per tua cruda stella Fra poco tornerai

Dar. e che per questo?

Zel. Di tua condizion poco ti dissi.

Dar. Che mai ti resta a dir?

Zel. Contempla, figlia, Quest’orridezza mia, guardami attenta.

Dar. Sì, ben ti guardo, ed a fatica io miro

L’atroce effigie, e il mostruoso corpo. Non m’obbligar più a lungo a rimirarti. (mostra ribrezzo)

Zel. Misera! dimmi, il tuo Taer ti preme?

Dar. Ah! non mei chieder più. Quanto me stessa Mi preme il mio Taer.

Zel. Sappi, io compiango

La tua condizion. Contempla, figlia, Quest’orridezza mia, non spaventarti.

Dar. O Dio, mi sciogli, non voler, ch’io min

Tanta orridezza. Qual strana richiesta? Non resiste il mio sguardo.

Zel.11 Ah miserabile!

Di più non dico. Parti; in Nanquin passa, T’esponi alla miseria, a cui ti deggio Inviar, obbedendo al tuo destino. I miei precetti non scordarti. Ah, figlia, Impossibile è certo quest’impresa, Ch’io ti deggio tacer. Taer tu perdi, Né dispensarti dall’impresa io posso.

Dar. Non sbigottirti, Dardanè. M’affollano

Le idee confuse, e questo Mostro iniquo... Scaglierammi nel pelago crudele Degl’inauditi arcani di miseria. Tutto si soffra, e almen lo sposo mio Sappia, ch’io tutto feci, e se la morte Mi troncherà le vie di possederlo. Morte m’è necessaria; altro non voglio. (entra verso Nanquin)

Zel. Va, sventurata amante. Io non poteva

Dirti più di così per prepararti A fortezza lo spirto, e al rio destino Della tua circostanza non più intesa. Ecco lo sposo sciagurato in traccia Dell’inaudita sua cruda sventura. Facciasi quanto puossi, e s’ammaestri; Poi nella sua miseria s’abbandoni. (si ritira indietro)

ct ct Taer. Dopo tanti perigli, e tante angosce,

Dardanè, dovea perderti? Ove mai Quell’indiscreto palafren condusse L’adorato mio ben? Forse la vita Perduta ha Dardanè. Pensier atroce! Io mi sento morir. (piange)

Zel. (facendosi innanzi) Taer, non piangere.

Taer. Ahi, crudo Mostro, chi sei tu? Non credere Di levarmi la vita facilmente, (in atto di combatterlo)

Zel. Posa, posa, Taer. Quella tua spada

È inutile strumento. Or non si tratta. Di battaglia, e di morte. A te nimico Esser io deggio, è ver, perchè a me stesso Esser amico deggio. In quanto posso, Util esser ti voglio.

Taer. A me sol basta,

S’util esser mi puoi, che tu mi dica, Se per questo tuo bosco una donzella Passata sia, che di bellezza avanza Il Sol, che in Ciel risplende.

Zel. Ella è passata

Illesa dal destrier, che morto giacque. Il nome è Dardanè. Verso un abisso D’angosce estreme, e in braccio a cento mali Fu da Zelou mandata.

Taer. Oimè, che’ sento! Chi è questo Zelou?

Zel. Taer, io il sono.

Io son Zelou, famoso Genio, un giorno Di stupenda bellezza. Offesi i Saggi Del monte sacro della China, e quelli In questa deplorabile orridezza M’han trasformato, oggi saran cent’anni.

Taer. Or ben; restati in pace, schifo mostro,

Nella condanna tua. Dammi la traccia Della mia Dardanè. Perchè spedirla Nell’angosce, e ne’ mali? Empio, m’addita Tosto la traccia sua. Lo starti appresso M’infastidisce. La tua sozza immagine Non posso sofferir, (in atto di partire; Zelou lo prende per mano)

Zel. Taer, ti ferma.

Se la tua bella Dardanè di nuovo Vuoi posseder, m’ascolta. In poco d’ora A me più non dirai schifo, nè sozzo.

Taer. Or dì ciò, che tu vuoi; spacciati, e lasciami (si libera)

Zel. Taer, non tanta boria. Io vo’ narrarti,

Che il padre tuo, Fanfur, passato un lustro Della tua dipartenza da Nanquino Tacita, e occulta, e non potendo mai Aver nuova di te, ti pianse estinto. Senza erede era il regno, onde il buon vecchia Gulindì prese in moglie, una sua schiava Di cor lascivo, e d’ogni macchia lordo.

Sol d’ingiustizie, e d’impudiche brame Voragine è colei. Per le sue colpe Spedito io sono a flagellar il regno Dentro a quella caverna. All’altra parte Della città spedita ha un’Idra il Cielo, Più di me fiera, e orrenda, e della torre Di Nanquin prese un Cavalìer possesso, Che nato è d’un Folletto, e d’una Fata. Io, dalla mia caverna spesso uscendo, Stermino i campi, e le giuvenche, e i tori Trucido, e squarto, e il territorio infesto. Dalla sua torre il cavalier fatato, Invincibil di forze, esce ogni giorno, Uccide i passeggier, Nanquin minaccia. L’Idra, flagel più enorme, col suo fiato I popol avvelena, e, per tenerla Fuori dalla Città, cibo ogni giorno Un’infelice vergine, il cui nome Si trae d’un’urna, si spedisce all’Idra. Piange Fanfur, misero vecchio afflitto, Che non iscopre nella trista moglie La cagion de’ flagelli.

Taer. Or ben; ciò basti.

Io saprò vendicar Fanfur, mio padre Dalle persecuzion. Tu, mostro, astienti Da cagionar più danni, o quanto punga Proverai questa spada. Io vado intanto Dietro all’amato ben. Lo starti appresso M’infastidisce, schifo mostro, e sozzo. Tu Dardanè m’insegna, o andrò a trovarla.

(in atto di partire; Zelou lo trattiene)

Zel. Taer, se Dardanè ti preme, ascolta.

Principe sfortunato! in poco d’ora A me più non dirai schifo, nè sozzo.

Taer. Or di ciò, che tu vuoi; spacciati, e lasciami. (si libera)

Zel. Taer, non tanta boria, e non minacce

A chi procura il minor mal, che puossi Nelle sciagure tue. Se non m’ascolti, Se ricusi ubbidirmi, sei perduto, Ed è perduta Dardanè tua fida. Già presto la vedrai qui comparire Sott’altre spoglie, ed a te sol concesso Il conoscerla fia. Tu dalla sposa Non sarai conosciuto, e sin la voce A lei fia in tutto ignota. Ben ti guarda Bi non scoprirti a lei. Taer, ti guarda Bi non scoprirti a chi si sia; m’ascolta. Se tu ti scopri, non sperar più mai Di posseder la sposa.

Taer. E quali arcani,

Mostro, mi narri? Come la consorte Non mi conoscerà, quando mi veda?

Zel. Taer, fra poco i tuoi dubbi avran fine.

Non cercar Dardanè. Quella caverna Sia albergo tuo. Là dentro sta riposto Un libro, in cui le tue crude sventure Stanno descritte, e quelle della sposa. Leggi quel libro attento, e, quando giunge, Consigliala, Taer, com’ei t’insegna.

Parlale con dolcezza, ed a’ consigli Aggiungi tenerezze, e d’un amante Quant’arte, quanti spasmi, e quanti modi Può un cor di donna intenerir, che t’odia, E infin t’abbassa a tutto, e fa ogni sforzo, Che Dardanè s’accenda, e pigli affetto Per la persona tua.

Taer. O folle mostro!

Io sforzerommi a far, che Dardanè Mi prenda affetto, s’ella è un vivo esempio Bi caldo amor, di fé per il suo sposo? Stolto mostro, che narri?

Zel. In poco d’ora,

Taer, t’avvederai per tua sciagura, Ch’io non son stolto. Priegala, ripriega Ad amarti, e, se il puoi, fa, ch’ella t’ami. Non le dir, chi tu sia; sino agl’insetti Cela, che sei Taer. Triemito orrendo Nelle più interne viscere, nei nervi Mortai barbaro incendio, e sopra il core Un’agghiacciata man ti sentirai, Pria che tramonti il sol del nuovo giorno, S’ella non t’ama, e caderai defunto. Lo stesso t’avverrà, se a Dardanè, O a qualunque mortal per doglia, od ira Palesi, chi tu sei. Agli alti Numi Giuro, Taer, e alla palude inferna, Ch’io dico verità. Non palesarti. Umano la consiglia, e fa, che t’ami, E le vostre sciagure avranno fine.

Taer. Zelou, tu mi spaventi, e arcani, e morte,

E cambiamenti, e amor, ch’io non intendo, Ed austeri silenzi, e strane cose Stai minacciando, ed esibendo libri, Caverne per alberghi... Io nulla credo; La sposa m’ama; in traccia io vo di lei. (in atto di partire; Zelou lo ferma)

Zel. Fermati, miserabile. Ora vedrai,

Ch’io tutto feci da pietà commosso Per liberarti dal fatal destino, Ch’ora ti coglie. O saggi al monte Sacro, Che un dì mi condannaste alla miseria. Eccomi sciolto alfin dalla condanna. Taer nella spelonca entra, e col libro Là chiuso ti consiglia, ed abbi a mente Quanto ti dissi. Ancor ci rivedremo, Se tutto soffri; e, se non soffri, sappi, Più non ci rivedremo. Or mi perdona Se per uscir dalla sventura mia Rovescio sopra te la mia sventura. (batte un piede: con prodigio trasformasi Taer in mostro turchino simile a Zelou, e Zelou in vago giovane, che si fugge) Fa cor, amico, e ti governa: addio.

ct ct Oimè, misero me! sogno, o son desto! Zelou crudel, Zelou, ritorna, oh Dio,

Ben mi dicesti il ver. Dardanè mia Tu dei troncar la mia fatai sciagura Coir amar quest’orrido aspetto, e schifo! Tu verrai, dov’io son; dovrò tacerti D’esser il tuo Taer, che tanto amavi, Così ridotto in tanta estremitade! S’io, chi sono, paleso, e se non m’ami. Pria che ’tramonti il sol del nuovo giorno, Morte mi prenderà, t’avrò perduta! Barbare stelle! a che mi condannate? (piange) (furente) Si corra alla città, veggasi il padre, Afflitto vecchio oppresso, a ognun si chieda Pietà, soccorso; si palesi a tutti La mia sciagura; già Zelou m’inganna; Non si perda un momento. (in atto di partire e si ferma) Ah, che mai dico? Mie perdute speranze! o sposa, o angoscia! S’ubbidisca a Zelou. Dubbio non resta, Ch’ei non dicesse il ver. Tutto avverossi L’oscuro favellar; per mio tormento I suoi prodigi io provo. Il libro leggasi Fatai, là chiuso, e alfin tutto si tenti Per ritornar felice; e tu, spelonca. Ad un figlio di Re lurido albergo. Cela queste mie membra orride, e sozze. (entra nella caverna)

fi

Atto secondo

fi

ct

ct ct

Fanf.

inistri, io so, che poco grato oggetto

Agli occhi vostri è il vostro Re, ridotto Nelle fatalità del popol suo Con le membra tremanti, inutil corpo. Ma se l’interno mio mostrar potessi, Non m’odiereste già. Perduto ho il figlio Unico mio, Taer. In questa etade Presi altra moglie per lasciarvi un prence; Ma inutil’opra. Un mostro orrendo, e fiero Occupa il territorio, e lo danneggia.

Un cavalier, d’inferno giunto, alberga Di Nanquin nella torre, uccide ognuno, Minaccia la città. Vano è il combatterlo; Che nessun gli resiste. Un’Idra atroce Dee comparire a divorar le genti, E gli oracoli miei suggerir denno, Che una vergine donna ciascun giorno Si destini alle ingorde sue mascelle Per minor male. Ira del ciel, che feci Per meritar sì orribili flagelli? Grandi del Regno mio, se v’è tra voi Chi salir brami questo soglio, soglio D’angosce e pianti, io volontier discendo. Mi si narri alla fine. In questo giorno Quai stragi fece il Mostro? Qual’imprese L’infernal cavalier? Quai nuove abbiamo Dalla parte dell’Idra? Avrem mai pace?

Pant. Maestà, con infinito mio despiaser sto anno el vin sarà caro. Quel maledetto mostro sta• mattina in tell’alba averà guasta più de diesemila campi de vigne. Parerà impossibile. Maestà; ma quell’infame, dopo aver esterminà tanta grazia del Ciel, el s’ha devertio a scannar tutte le piegore, e i moltoni suburbanì, e a buttarli zo per el fiume. In somma per st’anno, se non se tosemo nu altri, no ghe xe un pelo de lana nè per i stramazzeri, nè per i edifizi da panni, e no ghe xe vin da bever. Magnati, grandi del Regno, chi no voi pianze^, no pianza,

Tart. Ho veduta la nota dei passeggieri ammaz- zati questa mattina dalle dodici ore alle tredici e mezza dal Cavalier della Torre, Maestà. Sono cento e venticinque, sessant’otto birbanti, ventidue villani che fan novanta, quindici medici, cinque avvocati, che fan cento e dieci; quattordici poeti, che fan cento e ventiquattro, e, quel ch’è peggio di tutto, un commediante onorato, ch’io non finirò mai di piangere. (piange).

Pant. Per dir el vero, e lo digo col cuor strazzà, no se poi più resister. Maestà. I sudditi deserta come formigole, e i va sotto altri prencipi, e i gha in tele roane i bandi, e le confiscazion dei beni, che se ghe fa. La città è spopolada, e una metropoli de sta sorte me par deventada... che sojo mi? Caorle, Mazorbo, Portobuffolè.

Tart. Quanto all’Idra, Maestà, ella non è restata molto contenta della merenda di questa mattina. Figurarsi! era una ragazza secca secca. Pareva, che avesse un poco di polpa qui dinanzi, e qui di dietro, ma nello spogliarla per legarla al solito palo, le sono caduti cinque o sei cuscinelli posticci di qua e di là, ed è rimasta una lucerta lì, lunga lunga, pelle ed ossa. In somma l’Idra mette urla spaventevoli, e a guardare verso la montagna, dov’abita, si vedono uscir fiamme di fuoco, e in coscienza mia, quantunque io non sia una fanciulla vergine, mi tengo poco sicuro.

Fanf. O Dei, o Dei, che mai vi feci! Io pure

Tanti gran sacrifici, ed ostie pingui Diedi agli altari vostri, e nulla giova. Fidi ministri, popoli, a me cari, Voi già vedete, quante ogni momento Vergini schiave ho compre, e tutto feci Per scarseggiare alla famelica Idra Del caro sangue delle vostre figlie. Oggi la sorte una novella vergine Qui mi condusse, e fu posto nell’urna Subito il nome suo con gli altri insieme. Figlie mie proprie aver vorrei, che posti Sarieno i nomi lor dentro a quell’urna Colle suddite mie. Scuotasi l’urna; Novello cibo per il nuovo giorno S’apparecchi all’ingorda infernal Idra. (suono di trombe. Pantalone, sua riverenza: si fa innanzi, prende l’urna e la scuote).

Pant. Sgorlemo pur l’urna. Da galantuomo, siore putte verzene, che semo pochette qua drento. Cavemoghene un’altra; tanto manco resta. Ma l’è, che stupisso, che s’abbia trova tante putte verzene da poder supplir sin adesso. Tocca a chi tocca. A vu, sier innocente. (fanciullo; sua riverenza; cava una carta dall’urna. Tartaglia si fa innanzi con una riverenza; prende la carta; sale sul rostro con gravità, e stride forte il nome. Nel tempo delle funzioni mute suono di trombe).

Tart. (dal rostro forte) La vergine Smeraldina. (discende con gravità)

Pant. O povera putta! vardè! chi avesse ditto! Appena zonta, gh’è tocca la grazia de andar a saziar l’Idra da sette teste.

Fanf. (discende dal trono, tutti si levano con

riverenze). Misera! la compiango. Il capitano Delle carceri mie la trovi tosto, Tosto la chiuda, ed al novello giorno L’esponga cibo all’Idra. Io son sì oppresso, Cari ministri, per le gran sventure, Che il respiro vien meno. Altro conforto Nella decrepitezza non mi resta, Che la presenza dell’amata sposa Mia, Gulindì. Da lei men vado in traccia Di qualche alleviamento alla mia doglia. Voi m’intendeste. S’ubbidisca al fato.

Pant. (a parte ironico) Che la presenza dell’amata sposa!

Tart. (a parte ironico) Mia Gulindì! (si suona una marcia; Fanfur entra co’ magnati; restano Pantalone e Tartaglia).

ct ct. Brig. Gale comandi, patroni? Come xe andà l’estrazion del lotto?

Pant. Stravagante, sior capitanio. Ga tocca el terno a quella zovene capitada in corte stamattina; onde la fazza grazia de trovarla, de fermarla, e doman de mandarla per la solita marendina all’Idra.

Brig. Mi no l’ho vista. No so chi sia sta vergine.

Tart. è una piccoletta, col naso piuttosto grande, spiritosa a tale, ch’io non vi consiglio a fermarla solo, perch’ella darà degli schiaffi al signor capitano. Dev’essere qui in corte. La cercherete. Eccovi il nome. (gli dà la carta).

Brig. (legge) La vergine Smeraldina. Oh stelle! ho lassà una sorelletta piccola a casa, co son partì, che aveva sto nome; che la fusse mia sorella! O giustu, da Bergamo in Nanquin! e pò che in vint’anni, che manco, no la se sia mai maridada; che la sia ancora putta! eh fiabe, fiabe. Patroni reveriti. (entra).

Tart. Schiavo, signor capitano.

ct ct Pant. L’è però granda vedè, Tartagia, che so Maestà no se accorza, che tutti i flagelli xe capitai per le iniquità de so muger. Nè se ghe poi dir gnente; l’è infatuà, spirità, perso, orbo; el par un puttello.

Tart. Io sono di stucco. Pantalone, perchè ha buon talento. Colei è una lana scutarina maledetta. Ha cento amori secreti, e accresce corone al regio capo di sua Maestà ogni momento. Tu non sai tutto. Sappi, che l’altra notte è comparso da me un Eunuco, e voleva ch’io mi vestissi da femmina per ordine dalla principessa Gulindì, e voleva introdurmi nel suo appartamento. Io mi son difeso con politica alla meglio: dissi, che aveva una diarrea, che mi tormentava ogni momento; in somma non voglio far torto al mio Monarca.

Pant. Oimè, Tartagia, se no gavesse el cuor oppresso da tante desgrazie, rideria, come un matto. Vu dalla principessa Gulindì, vestio da donna, a che far?

Tart. Parla piano in malora, è vero in coscienza mia.

Pant. Ma che quel buon vecchio no averza mai i occhi, che el gabbia sempre da creder tutto? stupisso, che una schiava vilissima l’abbia redotto a sta miseria. Saveu, Tartagia, che un Visir, mio corrispondente, m’abbia assicura... ma zitto, vede, che la xe fia d’un gua; so mare gera una rompipignoli; e custia, ma custia criava ligambi, e barette da notte per le strade de Samarcanda.

Tart. Eh questa cosa non la stimo nulla.

Pant. Aseo, no stime, che una vendi ligambi, fia d’una rompipignoli, e d’un gua, che xe stada la prima volta vendua per un quarto de scudo, sia deventada regina de Nanquin?

Tart. Io no, perchè questo è il secolo filosofico. Stupisco bene della debolezza di Fanfur. Ma è un vecchio bavoso: con una bella femmina giovanetta al fianco, furba, come il diavolo, non gli par d’esser degno, e sarà menato sempre per il naso. A Napoli ho veduti mille casi consimili.

Pant. Ma troppa orbariola, caro amigo. Arriva quella povera diavola de Smeraldina, che par una putta de merito. Fanfur la voi metter al so servizio, ma sior no, non la la vol, anzi la lo obbliga a ficcar el so nome in teli’ urna; e lu ficcheghelo. La gha certe schiave, che la serve che sta sempre coverte col velo e le fa certi passi longhi co le cammina, che gho paura, che sotto quei veli ghe sia tanti de mustacchi, Tartagia.

Tart. Oh, lo giurerei anch’io. Ma che dici di quell’altra debolezza di Fanfur? Giugne quel Moretto buffone, detto Truffaldino; piace alla signora Gulindì, e Fanfur: sia subito al servigio della signora Gulindì. È un pezzo di diavolo tanto fatto colui; non so nulla, non me ne intendo, non dico di più.

Pant. Eh, pezo, pezo. Arriva, no xe do ore, el sior Acmed, quel bel zovenetto, che disse d’esser un gran signor descazao della Giorgia, e che sarà qualche squartao, zaratan, venturier; nol ghe despiase alla siora Gulindì, e Fanfur subito: servirete di paggio alla signora Gulindì. El gha un musetto, che el pare un cupido; da bon venezian, che el gha un viso da far innamorar i pilastri, figuremose! ohè, Tartagia, credemio, che Fanfur sia quaranta volte bon?

Tart. Burli, Pantalone? Le ha dato per paggio quel bel ganimede! O Fanfur matto, o Fanfur bestia cornuta. (entra).

Pant. Ma, la xe cusi lu. E nu altri poveretti gavemo al cesto el mostro Turchin, el Cavalier fadà, e l’Idra con sette teste, e bisogna tegnirla, bisogna tegnirla. (entra).

ct ct Fanfur piangente, Gulindì vestita lascivamente con decenza teatrale, seduti l’un presso all’altro sopra due cuscini.

Gul. Caro conforto mio, non pianger tanto.

(a parte) Acmed, tempo verrà, ch’io scoprir possa Interamente del mio sen l’ardore.

Fanf. Ah, Gulindì, vecchiezza è grave peso, E toglie forza a sofferir costante Sì gran sciagure. (piange)

Gul. E tu, mio dolce sposo,

Con le lagrime tue mi togli forza Di poter consolarti. Oh Dio, mi sento Stringere il cor... Io manco... (finge uno svenimento)

Fanf. No, mia cara... (la sostiene) Schiave, Eunuchi, accorrete...

Gul. Ah, no ti ferma. Basterà sol, che tu freni il tuo pianto,

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