Personaggi
ct
TURANDOT, Principessa Chinese, figliuola di
ALTOUM, Imperatore della China.
ADELMA, Principessa Tartara, schiava favorita di Turandot.
ZELIMA, altra schiava di Turandot.
SCHIRINA, madre di Zelima, moglie di
BARACH, sotto nome di Assan, fu Aio di
CALAF, Principe dei Tartari Nogaesi, figliuolo di
TIMUR, Re d’Astracan.
ISMAELE, fu Aio del Principe di Samarcanda.
PANTALONE, Segretario d’Altoum.
TARTAGLIA, gran Cancelliere.
BRIGHELLA, Maestro de’ Paggi.
TRUFFALDINO, Capo degli Eunuchi del Serraglio di Turandot.
OTTO DOTTORI Chinesi del Divano.
MOLTE SCHIAVE serventi nel Serraglio.
MOLTI EUNUCHI.
UN CARNEFICE.
SOLDATI.
La scena è in Pechino, e nei sobborghi. Il vestiario di tutti i Personaggi è Chinese, salvo quello di Adelma, di Calaf e di Timur, ch’è alla Tartara.
Atto primo
Veduta d’una porta della Città di Pechino, sopra la quale ci sieno molte aste di ferro piantate; sopra queste si vedranno alcuni teschi fitti, rasi, col ciuffo alla Turca.
Cal. Anche in Pechin qualch’animo cortese Pur dovea ritrovar Bar. (uscendo dalla città) Oimè! che vedo! Il Principe Calaf! come! ed è vivo? Cal. (sorpreso) Barach. Bar. Signor... Cal. Tu qui! Bar. Voi quì! voi vivo! Cal. Taci; non palesarmi per pietade. Dimmi, come sei qui? Bar. Dopo la rotta Dell’esercito vostro sfortunato Sotto Astracan, veggendo i Nogaesi
Fuggir sconfitti, e ’l barbaro Sultano Di Carizmo feroce, usurpatore Del regno vostro, già vittorioso Scorrer per tutto, in Astracan ferito Mi ritrassi dolente. Quivi intesi, Che ’l Re Timur, genitor vostro, e voi Morti eravate nel conflitto. Io piansi. Corro alla Reggia per salvar Elmaze, Vostra madre infelice; e invan la cerco. Già ’l Soldan di Carizmo furioso, Senza trovar chi s’opponesse, entrava In Astracan coi suoi. Io disperato Fuggii dalla Città. Peregrinando Più mesi andai. Quì in Pechin giunsi, e quivi Sotto nome di Assan, in Persia nato, A una vedova donna m’abbattei D’oppression colma, sfortunata; ed io Coi miei consigli, e con alcune gemme, Che avea, vendendo in suo favor, lo stato Dell’infelice raddrizzai. Mi piacque; Ella ebbe gratitudine; mia sposa Divenne alfin, e la mia sposa istessa Persian mi crede ancora, Assan mi chiama, E non Barach. Qui vivo coi suoi beni. Povero a quel, che fui, ma fortunato In questo punto son, dappoichè in vita Il Principe Calaf, quasi mio figlio Da me allevato, io miro, e morto il piansi. Ma come vivo, e come quì in Pechino? Cal. Barach, non nominarmi. Il dì funesto,
Dopo il conflitto, in Astracan col Padre Corsi alla Reggia, e delle miglior gemme Fatto fardello, con Timur, e Elmaze, Miei genitor, di panni villerecci Travestiti, fuggimmo prontamente. Per i deserti, e per l’alpestri roccie N’andavamo celati. Oh Dio! Barach, Quante miserie, e quanti patimenti! Sotto ’l monte Caucaseo i malandrini Ci spogliaron di tutto; e i nostri pianti Sol dono della vita hanno ottenuto. Con la fame, la sete, ogni disagio Era compagno nostro. Il vecchio padre Or sugli omeri miei per alcun tempo, Or la tenera Madre via portando, Seguivamo il viaggio. Cento volte Trattenni il genitor, che disperalo Uccidersi volea. Ben altrettante Cercai la madre ritornar in vita, Per languidezza, e per dolor svenuta. Alla Città d’Jaich giugnemmo un giorno. Quivi, piangendo, io stesso, in sulle porte Delle Moschee, chiedea pien di vergogna. Nelle botteghe, e per le vie cercando Tozzi di pane, e picciole monete, Miseramente i genitor sostenni. Odi sventura. Il barbaro Sultano Di Carizmo crudel, non ancor pago Della fama, che morti ci faceva, Non ritrovando i nostri corpi estinti,
Ricche taglie promise a chi recasse I capi nostri. Lettere ai Monarchi Con lumi, e contrassegni ebbe spedite, Con le quali chiedea di noi le teste. Tu sai, quanto è quel fier da ognun temuto, Se un caduto Monarca è più infelice Per i sospetti, di qualunque uom vile, E quanto val politica di stato. Un provvido accidente mi fè noto, Che ’l Re d’Jaich per tutta la Cittade Cercar facea di noi secretamente. Ai genitori miei corsi veloce; Gli animai per la fuga. Il padre mio Pianse, e la madre pianse, e in braccia a morte Voleano darsi. Amico, oh qual fatica L’anime disperate è a porre in calma, Del Ciel gli arcani, ed i decreti suoi Ricordando, e pregando! Alfin fuggimmo, E nuove angosce, e nuove inedie, e nuovi Patimenti soffrendo... Bar. (piangendo) Deh, Signore, Non dite più; sento, che ’l cor mi scoppia. Timur, il mio Monarca a tal ridotto Con la sposa, e col figlio! Una famiglia Real, la più clemente e prode, e saggia, In tal mendicità! Deh dite: Vive Il mio Re, la sua sposa? Cal. Sì, Barach, Vivono tuttidue. Lascia, ch’io narri A qual triboiazion soggetto è l’uomo,
Benchè nato in grandezza. Un’alma forte Tutto de’ sofferir. De’ ricordarsi, Che, a petto a’ Numi, ogni Monarca è nulla, E che costanza, e obbedienza solo Ai decreti del Ciel fa l’uom di pregio. De’ Carazani al Re fummo, ed in Corte Nei più bassi servigi m’adattai Per sostenere i genitori. Adelma, Del Re Cheicobad de’ Carazani, Avea di me qualche pietade, e parmi Poter assicurar, ch’ella sentisse Più, che pietà per me. Co’ sguardi suoi Parea, che penetrasse, ch’io non era Nato, quale apparia. Ma non so, quale Puntiglio il padre suo mosse a far guerra Ad Altoum, Gran Can qui di Pechino. Stolti furo i racconti, che dal volgo Venieno fatti per tal guerra, e solo So, che fu ver, che ’l Re Cheicobad Fu vinto, e desolato, e che fu estinta Tutta la stirpe sua, che Adelma stessa Morì in un fiume. Così fama sparse. Anche da’ Carazani via fuggimmo Per fuggir strage, ed il furor di guerra. Dopo lungo patir giugnemmo a Berlas Laceri, e scalzi. Ma che più dir deggio? Non istupir. La madre, e ’l padre mio Alimentai quattr’anni al prezzo vile Di portar sopr’agli omeri le casse, Le sacca, ed altri insofferibil pesi.
Bar. Non più, Signor, non più... Poichè vi miro In arnese reale, ogni miseria Lasciam da parte, e finalmente dite. Come fortuna un dì vi fu cortese. Cal. Cortese! Attendi. Uno sparvier perduto Fu da Alinguer, Imperator di Berlas, Che molto caro avea. Fu preda mia. Ad Alinguer lo presentai. Mi chiese, Chi fossi; io tenni l’esser mio celato. Dissi, ch’ero un meschin, che i genitori Sostenea, via portando a prezzo i pesi. L’Imperator nell’ospital fè porre La madre, e ’l padre mio. Diè commessione, Che ben serviti, e mantenuti in vita Fossero in quell’asilo di meschini. (piangendo) Barach, ivi è ’l tuo Re... la tua Regina... Sono i miei genitor sempre in spavento D’esser scoperti, e di lasciar il capo. Bar. (piangendo) Oh Dio! che sento mai! Cal. L’Imperatore. A me diè questa borsa, (trae dal seno una borsa) un bel destriere, E questa ricca veste. Disperato Abbraccio i genitor. Lor dico: Io vado A ricercar fortuna. O questa vita Infelice vo’ perdere, o gran cose V’attendete da me; che ’l cor non soffre In sì misero stato di vedervi. Trattenermi volean, volean seguirmi;
E ’l Ciel non voglia, che di là partiti Sieno per caldo amor dietro al lor figlio. Lungi dal mio Tiranno di Carizmo, Qui in Pechin giunsi, e del gran Can intendo Sotto mentito nome esser soldato. Se m’innalzo, Barach, se la fortuna Mi favorisce, ancor farò vendetta. Per non so qual funzione è la cittade Piena di forestier, nè da alloggiarvi Potei trovar. Qui una pietosa donna Di quell’albergo m’accettò, ripose Il mio destrier... Bar. Signor, quella è mia moglie. Cal. Tua moglie! Va, che fortunato sei Possedendo una donna sì gentile. (in atto di partire) Barach, ritornerò. Dentro a Pechino Questa solennità bramo vedere, Che tante genti aduna. Ad Altoum, Gran Can, poi mi presento, e grazia chiedo Di militar per lui. (va verso la porta della Città) Bar. Calaf, fermatevi. Non vi prenda disio d’esser presente A un atroce spettacolo. Voi siete In un teatro abbominevol giunto Di crudeltà inaudite. Cal. Che! Mi narra. Bar. Noto non v'è, che Turandot, la figlia Unica d'Altoum Imperatore,
Bella, quanto crudel, quì nella China È cagion di barbarie, e lutti, e lagrime? Cal. Io ben tra Carazani alcune fole Udia narrar. Diceasi anzi, che ’l figlio Del Re Cheicobad in strana forma Perito era in Pechino, e che la guerra Con Altoum per questo si facea. Ma ’l volgo ignaro inventa, e negli arcani Volendo entrar de’ gabinetti, narra Facete cose, e chi ha buon senno, ride. Dì pur, Barach. Bar. D'Altoum Can la figlia, Turandot, in bellezza inimitabile Da pennello il più industre, di profonda Perspicacia di mente, di cui vanno Molti ritratti per le Corti in giro, È d’animo sì truce, ed è sì avversa Al sesso mascolin, che invan fu chiesta Da gran Monarchi in sposa. Cal. Ecco l’antica Fiaba, che udii tra Carazani, e risi. Dì pur, Barach. Bar. Fiabe non sono. Il Padre Volle più volte maritarla, ch’ella Erede è dell'Impero, e volle darle Sposo di real stirpe, atto al governo. Ricusò quell’indomita superba; E ’l padre suo, ch’estremamente l’ama, Non ebbe cor di maritarla a forza. Spesso avea guerre per cagion di lei.
E, quantunqu’ è possente, e superasse Tutti gli assalitori, egli è pur vecchio, E un giorno con parole risolute, E con riflessi alfin disse alla figlia: O pensa a prender sposo, o suggerisci, Com’io possa troncar le guerre al Regno, Ch’io son già vecchio, e troppi Re ho affrontati Te promettendo, e poi per amor tuo Mancando alla promessa ingiustamente. Vedi, che giusta è la richiesta mia, Che d’amor non ti manco. O ti marita, O di troncar le guerre un mezzo addita, E vivi poi, come t’aggrada, e mori. Si scosse la superba, ed ogni sforzo Fè’ per disobbligarsi. Assai preghiere Porse al tenero padre; ma fur vane. S’infermò quella vipera di rabbia, Fu per morir. Al padre adolorato. Ma forte in ciò, questa dimanda fece. Della terribil donna udite in grazia Diabolica richiesta. Cal. Odo la fola. Che udita ho ancora, e che rider mi fece. Odi, s’io la so bene. Ella un editto Volle dal padre, che qualunque Principe Per sua consorte chiederla potesse. Ma con tal patto: ch’ella nel Divano Solennemente in mezzo de’ Dottori Esporrebbe tre enigmi al concorrente; Che, s’egli li sciogliesse, era contenta
D’averlo sposo, e del suo Impero erede; Ma che, se i suoi tre enigmi non sciogliesse, Altoum Can, per sacro giuramento A’ Numi suoi, troncar farebbe il capo Al Prence incauto, e mal capace a sciorre Gli enigmi della figlia. Dì, Barach, Non è questa la fola? Or dì tu ’l resto, Ch’io m’annoio nel dirla. Bar. Fola! Fola! Oh lo volesse il Cielo. Si riscosse L'Imperatore a ciò, ma quella tigre Con alterigia, ed or con vezzi, ed ora Moribonda apparendo, vacillare Fè’ la mente al buon vecchio, e alla fin trasse Al padre troppo tenero la legge. Ell’adducea: Nessuno avrà coraggio D’esporsi al gran periglio; io vivrò in pace. Se alcuno s’esporrà, non avrà taccia Il padre mio, s’eseguir fa un editto Pubblicato, e giurato. Questa legge Fu giurata, e andò intorno, ed io vorrei Fole narrarvi, e poter dir, che sogni Sono gli effetti della cruda legge. Cal. Credo, poichè tu ’l narri, quest’editto; Ma certamente nessun Prence stolto Si sarà cimentato. Bar. Che! Mirate. (mostra i teschi infilati sulla mura) Que’ capi tutti son di giovanetti Principi, esposti per discior gli oscuri
Enigmi della cruda, e esposti invano Vi lasciaron la vita. Cal. (sorpreso) Oh atroce vista! Come può darsi tal sciocchezza in uomo D’espor la testa per aver consorte Sì barbara fanciulla? Bar. Ma, non dite Questo, Calaf. Chiunque il suo ritratto, Che gira intorno, vede, una tal forza Sente nel cor, che per l’originale Cieco alla morte corre. Cal. Un qualche folle. Bar. No, no, qualunque saggio. Oggi ’l concorso In Pechino è, perchè si tronca il capo Di Samarcanda al Principe, il più bello, Il più saggio, e gentile giovinetto, Che la città vedesse. Altoum piange Della giurata legge, e l’inumana Si pavoneggia, e gode, (si mette in ascolto. Odesi un suono lugubre d’un tamburo scordato) Udite! udite! Questo suono lugubre è ’l mesto segno, Che ’l colpo segue. Io di Pechino uscito Sono per non vederlo. Cal. Tu mi narri Strane cose, Barach. Ed è possibile. Che da natura uscita una tal donna Sia, com'è Turandotte? Sì incapace D’innamorarsi, e di pietà sì ignuda? Bar. Ha mia consorte una sua figlia, serva
Della crudele nel Serraglio, e narra Di quando in quando a mia consorte cose, Che sembrano menzogne. Turandot È una tigre, Signor; ma la superbia, L’ambizione è in lei più, ch’altro vizio. Cal. Vadano tra i dimoni questi mostri, Abbominevol mostri di natura. Che umanità non han. S’io fossi ’l padre, Morrebbe tra le fiamme. Bar. (guarda verso la Città) Ecco Ismaele, L'Aio infelice del già morto Prence, Amico mio, che vien piangendo.
Ism. (esce piangendo dalla Città) Amico, Morto è ’l Principe mio. Colpo fatale! Deh perchè sul mio capo non cadesti? (piange dirottamente) Bar. Ma perchè mai lasciarlo esporre, amico, Nel Divano al cimento? Ism. E aggiungi ancora All’angoscia rimproveri? Barach, Non mancai di dover. Se tempo aveva, Il suo padre avvertia. Tempo non ebbi, Ragion non valse, e l'Aio alfine è servo, Nè al Principe comanda. (piange) Bar. Datti pace. Filosofia t’assista.
Ism. Pace! pace! Amor mi tenne, e sino all’ultim’ora Presso mi volle. I detti suoi mi sono Fitti nell’alma, e tante acute spine Saranno a questo seno eternamente. Non pianger, mi dicea, volontier muoio, Che la crudele posseder non posso. Scusami al Re, mio padre, che partito Son dalla Corte sua senza un addio. Dì, che ’l timor, ch’ei s’opponesse allora Al mio desir, mi fe’ disubbidiente. Questo ritratto mostragli, (trae dal seno un ritratto) Veggendo Tanta bellezza dell’altera donna, Mi scuserà, piangerà teco il mio Caso crudel. Ciò detto, cento baci Impresse in questa maledetta effigie, Poscia il suo collo espose, e vidi a un tratto (Orribil vista, che natura oppresse!) Sangue spruzzar, busto cadere, in mano Del ministro crudele il caro capo Del mio Signor. Fuggii, d’orror, di doglia Desolato, acciecato. (getta in terra, e calpesta il ritratto) O maladetto, Diabolico ritratto, quì rimanti Calpestato nel fango. Almen potessi Calpestar teco Turandotte iniqua. Ch’io ti rechi al mio Re? No, Samarcanda Più non mi rivedrà. Piangendo sempre In un diserto lascierò la vita. (parte furioso)
Bar. Signor, udiste? Cal. Sì, tutto commosso Sono per quanto udii. Ma come mai Aver può tanta forza non intesa Questo ritratto? (va per raccogliere il ritratto: Barach lo trattiene) Bar. Oh Dio! Signor, che fate? Cal. (sorrid.) Quel ritratto raccolgo. Io vo’ vedere Queste sì formidabili bellezze. (vuol raccogliere il ritratto: Barach lo trattiene con forza) Bar. Meglio saria per voi fissar lo sguardo Nella faccia tremenda di Medusa. Non vel permetterò. Cal. Sei pazzo! Eh via (lo rispinge, raccoglie il ritratto). Se tu sei folle, io tal non son. Bellezza Di donna non fu mai, che un sol momento Fermasse gl’occhi miei, non che nel core Potesse penetrar. Di donna viva Parlo, Barach; vedi se pochi segni Da pittor coloriti hanno a far colpo, E ’l colpo, che tu narri, in questo seno. Baie son queste. (sospirando) I casi miei, Barach,
Chiaman altro, che amori. (è in atto di guardare il ritratto. Barach impetuoso gli mette sopra una mano, gl’impedisce il vederlo) Bar. Per pietade, Chiudete gli occhi... Cal. (respingendolo) Eh via, stolto, m’offendi. (guarda il ritratto, riman sorpreso, indi grado grado con lazzi sostenuti s’incanta in esso) Bar. (addolorato) Misero me! qual infortunio è questo! Cal. (attonito) Barach, che miro! in questa dolce effigie, In questi occhi benigni, in questo petto L’alpestre cor tiranno, che narrasti, Albergar non può mai. Bar. Lasso! che sento? Signor, più bella è Turandot, nè mai Giunse pittore a colorir le intere Bellezze di colei. Non celo il vero. Ma non potria degli uomini eloquenti La più faconda lingua dispiegarvi L’ambizion, la boria, i sentimenti Crudi, e perversi del suo core iniquo. Deh scagliate, Signor, da voi lontana La velenosa effigie; più non beva La mortifera peste il guardo vostro Delle crude bellezze, io vi scongiuro. Cal. (che sarà sempre stato contemplando il ritratto)
Invano tenti spaventarmi. Care Rosate guance, amabili pupille, Ridenti labbra! oh fortunato in terra Chi di sì bel complesso l’armonia Animata, e parlante possedesse! (sospeso alquanto, poi risoluto) Barach, non palesarmi. È questo il punto Di tentar la fortuna. O la più bella Donna, che viva, e in un possente Impero, Disciogliendo gli enigmi, a un tratto acquisto, O una misera vita, divenuta Insofferibil peso, a un tratto lascio. (guarda il ritratto) Dolce speranza mia, già m’apparecchio Vittima nuova a dispiegar gli enigmi. Abbi di me pietà. Dimmi, Barach; Là nel Divano almen, pria di morire, Vedranno gli occhi miei l’immagin viva Di si rara bellezza? (udirassi un suono lugubre di tamburo scordato dentro le mura della Città, e più vicino della prima volta. Calaf si porrà in attenzione. Vedrassi innalzarsi per di dentro sulle mura un orrido carnefice Chinese con le braccia ignude, e sanguinose, che pianterà il capo del Principe di Samarcanda, indi si ritirerà) Bar. Deh mirate Prima, e v’inorridite. È quello il teschio Del Principe infelice ancor fumante, Di sangue intriso, e quel, ch’ivi lo fisse
E ’l carnefice vostro. Vi trattenga Sicurezza di morte. È già impossibile Discior gli enigmi della crudel donna. Il caro capo vostro orrido in vista Di spettacolo agli altri invano arditi Presso a quello diman sarà confitto. (piange) Cal. (verso al teschio) Sventurato garzon, qual forza estrema Vuol, ch’io ti sia compagno? Odi, Barach; Morto già mi piangesti, a che più piangere? Vado ad espormi. Tu non palesare Il nome mio a nessun. Fors'è il Ciel sazio Di mie sventure, e vuol farmi felice, Perch’io sollevi i genitor meschini. S’io disciolgo gli enigmi, a tanto amore Ti sarò grato. Addio. (vuol partire, Barach lo trattiene) Bar. No certamente... Per pietà... caro figlio... oh Dio...! Consorte, Vieni... m’assisti... questa a me diletta Persona espor si vuole a scior gli enigmi Di Turandot crudele.
Sch. Oimè! che sento! Non siete voi l’ospite mio? Chi guida Questo affabile oggetto in braccio a morte?
Cal. Pietosa donna, al mio destin mi tragge Questa bella presenza. (mostra il ritratto) Sch. Ah, chi gli ha data L’immagin infernal! (piange) Bar. (piangendo) Puro accidente. Cal. (liberandosi) Assan, donna gentile, il mio destriere Rimanga a voi con questa borsa in dono. (trae la borsa dal seno, e la dà a Schirina) Altro non ho nella miseria mia Da spiegarvi il mio cor. Se non v’incresce, Qualche parte del dono in mio soccorso Spendete in sacrifizi a’ Dei celesti, A’ poverelli dispensate. Ognuno Preghi per questo sventurato. Addio. (entra nella Città) Bar. Signor... Signor... Sch. Figlio... fermate... figlio... Ah vane son le voci. Dimmi, Assan, Chi è quel generoso sfortunato, Che alla morte sen corre? Bar. Non ti prenda Tal curiositade. E tal d’ingegno, Ch’io non dispero in tutto. Andiam, Consorte. A’ poverelli tutto, e ai Sacerdoti Vada quell’oro, onde si chieda al Cielo Grazia per lui... Ah morto il piangeremo! (entra in casa disperato) Sch. Non sol qucst’oro, ma di quanto mai Spogliar mi posso, tutto in pietose opre
Dato fia pel meschin. Certo esser deve Qualche grand’alma alle maniere nobili, All’aspetto sublime. Egli è sì caro Al mio sposo fedel? Tutto si faccia. Ben trecento pollastri, ed altrettanti Pesci di fiume al gran Berginguzino Saranno offerti, e ai Geni sacrifizio Di legumi abbondanti, e riso in coppia Certo fatto sarà. Confuzio voglia De’ Bonces alle preci condiscendere.
Atto secondo
Gran Sala del Divano con due portoni l’uno in faccia all’altro. Supponesi, che l’uno apra il passaggio al Serraglio della Principessa Turandot, e che l’altro apra il passaggio agli appartamenti dell'Imperatore, suo padre.
Truff. Comanda ai suoi Eunuchi, che spazzino la Sala. Fa erigere due troni alla Chinese l’uno dall’una, l’altro dall’altra parte del Teatro. Fa porre otto sedili per gli otto Dottori del Divano; è allegro, e canta. Brig. Sopraggiunge, chiede la ragione dell’apparecchio. Truff. Che devesi radunare in fretta il Divano coi Dottori, l'Imperatore, e la sua cara Principessa. Per grazia del Cielo le faccende vanno felicemente. È comparso un altro Principe a farsi tagliar la testa. Brig. Esserne perito uno tre ore prima. Rimprovera Truffaldino, che sia allegro per un
macello così barbaro. Truff. Nessuno chiama Principi a farsi mozzare il capo; se sono pazzi volontari, il danno sia di loro ec. Che la sua adorabile Principessa, ogni volta, che confonde un Principe co’ suoi enigmi, e lo manda al suo destino, per l'allegrezza d'esser vittoriosa lo regala, ec. Brig. Abborisce sentimenti tali nel patriota. Detesta la crudeltà della Principessa. Dovrebbe maritarsi e troncar quella miseria ec. Truff. Che a non volersi maritare ha ragione ec. Sono seccature indiscrete ec. Brig. Che parla da Eunuco inutile ec. Tutti gli eunuchi odiano i matrimoni ec. Truff. Collerico, che odia i matrimoni, temendo, che producano dei Brighelli. Brig. Irritato; ch'è un galantuomo ec. Che le sue massime sono perniziose, che, se sua madre non si fosse maritata non sarebbe nato. Truff. Che mente per la gola. Sua madre non fu mai maritata, ed egli è nato felicemente. Brig. Si vede, ch'egli è un partorito contro le buone regole. Truff. Ch'egli è capo degli Eunuchi; non venga ad impedir gli affari suoi, e vada, giacch'è maestro dei Paggi, a fare il suo dovere; ma ch'egli sa, che insegna delle belle cose ai Paggi a proposito dei matrimoni ec. Mentre il contrasto dura tra questi due personaggi, gli Eunuchi avranno assettata la sala. Odesi una marcia di strumenti. E l'Imperatore, che giugne nel Divano colla Corte, e coi Dottori. Brighella parte per rispetto; Truffaldino coi suoi Eunuchi per andar a levare la sua cara Principessa.
Al suono d’una marcia escono le guardie alla Chinese; indi gli otto Dottori, poscia Pantalone, Tartaglia, e dopo Altoum Can. Tutti sono alla Chinese. Altoum è un vecchione venerando, riccamente vestito anch’egli alla Chinese. Al suo comparire tutti si gettano colla fronte per terra. Altoum sale, e siede sul trono, posto alla parte da dove è uscito. Pantalone e Tartaglia si mettono uno per parte del trono. I Dottori siedono sopr’ai loro sedili. Termina la marcia.
Alt. E sino a quando, miei fedeli, deggio Sofferir tali angoscie? Appena... appena Le dovute funebri opre hanno fine D’un infelice Principe sull’ossa, E sull’ossa di lui mi struggo in lagrime; Nuovo oggetto s’espone, nuove angosce Destando in questo sen. Barbara figlia, Nata per mio tormento! Che mi vale Il punto maledir, che sull’editto Al tremendo Confuzio il giuramento Feci solennemente di eseguirlo? Spergiuro esser non posso. Non si spoglia Di crudeltà mia figlia. Mai non mancano Stolti amanti ostinati, e non ritrovo Mai chi doni consiglio in tanta doglia. Pant. Cara Maestà, no saveria che consegio darghe. In tei nostri paesi no se zura de sta sorte de legge. No se fa de sta qualità de editti. No ghe esempio, che i Prencipi se innamora de un retrattin, a segno de perder la testa per l’original,
e no nasce putte, che odia i omeni, come la Prencipessa Turandot, so fia. Oibò, no ghe xe idea da nu de sta sorte de creature, gnanca per sogno. Prima che le mie desgrazie me facesse abbandonar el mio paese, e che la mia fortuna me innalzasse senza merito all’onor de secretario de vostra Maestà, no aveva altra cognizion della China, se no che la fusse una polvere bonissima per la freve terzana, e son sempre, come un omo incocalio de aver trovà quà de sta sorte de costumi, de sta sorte de zuramenti, e de sta sorte de putti, e de putte. Se contasse sta istoria a Venezia, i me diria: Via, sier bomba, sier slappa, sier panchiana, andè a contar ste fiabe ai puttelli; i me rideria in tel muso, e i me volteria tanto de bero. Alt. Tartaglia, foste a visitar il nuovo Temerario infelice? Tart. Maestà sì; è quì nelle solite stanze del palagio, che s’assegnano a’ Principi forestieri. Sono rimasto stupefatto della sua bella presenza, della sua dolce fisonomia, della sua maniera nobile di favellare. In vita mia non ho veduta la più degna persona. Ne sono innamorato, e mi sento strappare il cuore, che venga ad esporsi al macello, come un becco, un Principe così bello, così buono, così giovane... (piange) Alt. Oh indicibil miseria! Già eseguiti Saranno i sacrifizi, onde dal Cielo Sia soccorso il meschin di tanto lume
Da penetrare, da discior gli oscuri Enigmi della barbara mia figlia? Ah invan lo spero! Pant. La pol star certa, Maestà, che non s’ha mancà de sacrifizi. Cento manzi xe stai sacrificai al Cielo, cento cavalli al Sol, e cento porchi alla Luna. (a parte) Mi po no so cossa se possa sperar da sta generosa beccaria imperial. Tart. (a parte) Sarebbe stato meglio sacrificare quella porchetta della Principessa. Ogni disgrazia sarebbe finita. Alt. Or ben, quì si conduca il nuovo Prence. (parte una guardia) Si procuri distorlo dal cimento; E voi, saggi Dottori del Divano, Ministri fidi m’assistete, dove Il dolor mi troncasse la favella. Pant. Gavemo tante esperienze, che basta, Maestà. Se sfiataremo de bando, e po l’anderà a farse sgargatar, come un dindio. Tart. Senti, Pantalone. Ho conosciuto in lui della virtù, e dell’acume; non sono senza speranza. Pant. Che! che el spiega le indovinelle de quella cagna? oh fallada la xe!
Cal. (s’inginocchierà con una mano alla fronte) Alt. Sorgi, incauto garzon. (Calaf s’alza, e fatto
un inchino, si pianta con nobiltà nel mezzo al Divano tra i due troni verso all'Uditorio. Altoum segue a parte dopo aver contemplato fissamente Calaf) Che bella idea! Quanta compassion mi desta in seno! Dimmi, infelice, donde sei? Di quale Principe sei figliuolo? Cal. (sorpreso alquanto, indi con inchino nobile) Signor, per grazia Il mio nome stia occulto. Alt. E come ardisci, Senza dirmi la nascita, d’esporti A pretender le nozze di mia figlia? Cal. (con grandezza) Principe son. Se ’l Ciel vorrà, ch’io mora, Prima del fatal punto fia palese Il mio nome, la nascita, lo stato, Perchè si sappia allor, che all’alto nodo. Senza sangue reale in queste vene, D’aspirar non avrei temeritade. (con inchino) Grazia è per or, che ’l nome mio stia occulto. Alt. (a parte) Che nobiltà di favellare! Oh quanta Compassion mi desta! (alto) Ma, se sciogli Gli oscurissimi enigmi, e di non degna Nascita sei, come potrò la legge?... Cal. (interrompendolo arditamente) Per i Principi sol scritta è la legge. Signor... oh ’l Ciel lo voglia... allor, s’io sono D’ignobil stirpe, il capo mio la pena
Paghi sotto una scure, ed insepolte Sien queste membra pascolo alle fere, A’ cani, alle cornacchie. Ho già in Pechino Chi mi conosce, e l’esser mio può dirvi. (con inchino) Grazia è per or, che ’l nome mio stia occulto. Alla vostra clemenza in grazia il chiedo. Alt. Abbi tal grazia in dono. Io non potrei A quella voce, alle tue belle forme Nulla negar. Così disposto fossi Grazia tu a fare ad un Imperatore, Che dall’alto suo seggio a te la chiede. Desisti, deh desisti dal cimento, A cui t’esponi. Tanta simpatia Di te mi prende, che del mio potere A te tutto esibisco. Sii compagno Di me nel Regno, ed al serrar quest’occhi Ogni possibil mia beneficenza Da quest’animo attendi. Non volere, Ch’io sia tiranno a forza. Io son l’obbrobrio, Per l’incautela mia, di tutti i sudditi. Anima audace, se pietà può nulla Sopra di te, non obbligarmi a piangere Sul cadavere tuo. Non far, che accresca L’odio a mia figlia, l’odio a me medesmo D’aver prodotta una perversa figlia, Orgogliosa, crudel, vana, ostinata, Cagion d’ogni mia angoscia, e della morte. (piange) Cal. Sire, datevi pace. Al Cielo è nota
La pietade, ch’io sento. D’un tal padre, Qual siete voi, da educazion non ebbe D’esser tiranna esempio vostra figlia. Non ricerchiam di più. Colpa è in voi solo, Se colpa dir si può, tenero affetto Verso un’unica figlia, e d’aver data Al mondo una bellezza sì possente, Che trae l’uom di se stesso. Io vi ringrazio De’ generosi sentimenti vostri. Mal vi sarei compagno. O ’l Ciel felice Mi vuol, di Turandot a me diletta Donandomi ’l possesso, o vuol, che questa Misera vita, insofferibil peso Senza di Turandot, abbia il suo fine. Morte pretendo, o Turandotte in sposa. Pant. Ma, cara Altezza, cara vita mia, averè za visto sora la porta della Città tutte quelle crepe de morto impirae, no vo digo de più. No so che gusto, che abbiè a vegnirve a far scannar, come un cavron, con sicurezza, per farne pianzer, come desperai tutti quanti. Sappiè, che la Principessa ve farà un impianto de tre indovinelle, che no le spiegheria el strolego Cingarello. Nu, che semo da tanto tempo deputai con sti Eccellentissimi Dottori del Divan a dar sentenza de chi spiega ben, e de chi spiega mal, per far eseguir la legge, pratici, consumai sui libri, stentemo all’improvviso a arrivar all’acutezza dei enigmi de sta Principessa crudcl, perchè no i xe minga: panza
de ferro, bacile de bombaso, e va descorrendo; i xe novi de trinca e maledetti; e, se no la li consegnasse proposti, spiegai, e sigillai in tante cartoline a sti Eccellentissimi Dottori, forsi gnanca elli saveria, dove i avesse la testa. Andè in pase, caro fio. Se’ là, che parè un fior; me fè’ peccà. Varenta al ben, che ve vogio, che se ve ostine, fazzo più conto d’un ravanello del gobbo ortolan, che della vostra testa. Cal. Vecchio, invan t’affatichi, invan ragioni. Morte pretendo, o Turandotte in sposa. Tart. Turandotte... Turandotte. Ma che diavolo di ostinazione, caro figlio mio. Intendi bene. Qui non si giuoca a indovinare colla scommessa d’un caffè col pandolo, o di mezza cioccolata colla vaniglia. Capisci, capisci una volta; quì ci va la testa. Io non uso altri argomenti per persuaderti a desistere. Questo è grande. La testa, la testa ci va; la testa. Sua Maestà ti prega, ha fatto sacrificare cento cavalli al Sole, cento buoi al Cielo, cento porci alla Luna, cento vacche alle Stelle in tuo favore, e tu, ingrato, vuoi resistere per dargli questo rammarico. Se non vi fossero altre femmine al mondo, che la Principessa Turandotte, la tua risoluzione sarebbe ancora una gran bestialità. Scusa, caro Principe mio. In coscienza è l’amore, che mi fa parlare con libertà. Hai tu ben capito, che cosa sia il perdere la testa? mi par impossibile.
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The end
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