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Prediche volgari

Bernardino da Siena · 1884 · Free in the US

377,569 words · about 26 h 26 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
About this edition

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Licence: PD-US · Published in 1884 (before 1931): public domain in the United States. Text and transcription from it Wikisource by Wikisource contributors (transcription licensed CC BY-SA 4.0; contributors: https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Prediche_volgari&action=history). · Wikisource contributors

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About this book

Author
Bernardino da Siena
Language
Italian
Published
1884
Length
377,569 words · about 26 h 26 min
Sections
51 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (51)
  1. Front matter about 3 min
  2. Indice vol. I under 1 min
  3. Indice vol. II under 1 min
  4. Introduzione about 14 min
  5. Predica II about 27 min
  6. Predica III about 36 min
  7. Predica IV about 33 min
  8. Predica VI about 27 min
  9. Predica VII about 35 min
  10. Predica VIII about 21 min
  11. Predica IX about 27 min
  12. Predica XI about 14 min
  13. Predica XII about 30 min
  14. Predica XIII about 29 min
  15. Predica XIV about 35 min
  16. Predica XV about 23 min
  17. Predica XVI about 22 min
  18. Predica XVII about 32 min
  19. Predica XVIII about 40 min
  20. Predica XIX about 42 min
  21. Predica XX about 40 min
  22. Predica XXI about 22 min
  23. Predica XXII about 35 min
  24. Predica XXIII about 40 min
  25. Qui tratta della Natività della Vergine Maria Predica XXIV about 35 min
  26. Predica XXV about 40 min
  27. Predica XXVI about 23 min
  28. Predica XXVII about 43 min
  29. Predica XXVIII about 31 min
  30. Predica XXIX about 49 min
  31. Predica XXX about 37 min
  32. Predica XXXI about 29 min
  33. Predica XXXII about 25 min
  34. Predica XXXIII about 34 min
  35. Predica XXXIV about 34 min
  36. Predica XXXV about 1 h 2 min
  37. Predica XXXVI about 32 min
  38. Predica XXXVII about 37 min
  39. Predica XXXVIII about 49 min
  40. Predica XXXIX about 37 min
  41. Predica XL about 42 min
  42. Predica XLI about 37 min
  43. Predica XLII about 50 min
  44. Predica XLIII about 57 min
  45. Predica XLIV about 36 min
  46. Predica XLV about 44 min
  47. Predica I about 33 min
  48. Predica V about 22 min
  49. Predica X about 31 min
  50. Prologo about 2 min
  51. Vita di San Bernardino about 10 min

Continue:

Front matter

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Indice vol. I

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ct

Pag. , nota 2 | Il solo Cod. Sen. 9 | Il solo Cod. Sen. 6

„ , v. 6 | alcua | alcuna

„ , v. 26 | O patrimonio, | O Patrimonio,

„ , nota 1 | conturbzaione. | conturbazione.

„ , nota 1 | anche a pag. 122 | anche a pag. 121

Indice vol. II

ct

ct

ct

Pag. | . | V. 7 | quasi ab altare; | quasi ab alta re;

„ | . | La nota 1 di questa pagina è invece la nota 4 della pag. .

„ | . | V. 32 | sabsannationem | subsannationem

„ | . | V. 24 | mi maraviglio molto, 3 | mi maraviglio molto,

„ | . | V. 5 | fecesse | facesse

„ | . | V. ultimo | cunct. | cuncta.

Introduzione

ct

Il 15 agosto 1427 una moltitudine di popolo frequentissima si riuniva nella Piazza del Campo di Siena rimpetto al palazzo pubblico. V’era gente d’ogn’ordine e d’ogni età, e il conversare animato e vivace, e il balestrar continuo degli occhi accusava in tutti un sentimento come d’impazienza. Allato a una delle porte centrali del palazzo erano venuti frattanto a prender posto su stalli distinti il Capitano di Popolo ed i magnifici Priori del Comune, rosso vestiti. Tace allora la campana della torre, che sonava a raccolta; ed al rumore cupo e confuso che usciva della folla ed echeggiava per la piazza, succede un silenzio profondo. Gli occhi di tutti si volgono verso una cattedra di legno addossata al palazzo, vicino ai Priori; sulla quale finalmente appare un povero fraticello francescano, uomo già presso ai cinquant’anni, smilzo della persona, con gli occhi infos- sati e ’l mento aguzzo e sporgente, proprio tutto ossa e pelle. Guarda intorno gli astanti, e gli saluta co’ dolci nomi di padri e fratelli e figliuoli suoi: quindi con voce sicura, con parole d’intenso affetto comincia a magnificare le virtù e la gloria della Vergine assunta in cielo. Da quell’istante pende ciascuno dal labbro di lui che parlando si infiamma; e quella sobria e naturale eloquenza pare che gli uditori sollevi di terra in cielo a contemplarvi Maria, irradiata da splendore divino. Stanco per lungo viaggio, affaticato dal molto predicare che avea fatto in altre città dell’Italia, non più che ’l giorno avanti era tornato a Siena; e se non fossero state le preghiere dei magnifici Priori, quel giorno non sarebbe salito sul pulpito.Ma dovunque accadeva così: bastava ch’egli mettesse piede in un paese, perchè i popoli si mostrassero come assetati della parola di lui, ed egli bramosissimo di schiuder loro le fonti della sua carità e dottrina.

Frate Bernardino (era questo il suo nome) aveva sortito i natali in Massa Marittima l’8 settembre 1380, l’anno stesso della morte di santa Caterina da Siena. Suo padre, Tollo o Bertoldo Albizzeschi, era d’antica e nobilissima famiglia sanese; alla quale non cedeva per la chiarezza del sangue e per verun altro rispetto la famiglia massetana dei Todini, cui si vuole appartenesse donna Nuta, madre del Nostro. Il quale, rimasto orfano in tenerissima età, venne fanciullo presso alcuni suoi congiunti in Siena per attendere meglio alli studi. Applicò, dapprima, benchè contro voglia, al gius canonico; quindi con molta passione alla teologia insieme ed alle lettere, superando facilmente i condiscepoli per la felicità dell’ingegno e per la memoria, quanto veloce all’apprendere, altrettanto delle cose apprese tenace. Giovane di vent’anni, e già acceso da molto fervore religioso, sentì voglia di ritrarsi nella solitudine di un bosco, e là vivere nelle privazioni e nelle preghiere a mo’ d’eremita. E di fatti un bel giorno, provvedutosi di una bibbia per leggere, di una schiavina per vestire e di una pelle per ripararsi dalle pioggie, prese la via di Massa in traccia di un bosco o d’una selva che gli convevole nisse. Fece assai cammino guardando per ogni lato e per ogni verso, ma finì col tornarsene a Siena. Gli venne allora in pensiero di cominciare a poco a poco la vita dell’anacoreta; una tal volta uscì fuori d’una porta della città, colse un’insalata di cicerbite e d’altre erbe, e senza verun condimento prese nel nome di Gesù a masticarla. E non essendo da tanto d’inghiottirla, benchè s’aiutasse con parecchi sorsi d’acqua, si persuase di non avere virtù sufficiente a menare quella vita; per la qual cosa diceva poi, che un boccon di cicerbita gli aveva levato di dosso quelr ardore. Ma non passarono forse due anni, e vestì l’abito dei frati minori francescani, dei quali ricondusse l’Ordine a più stretta osservanza delle regole e discipline monastiche. Tuttavia, come la solitudine dell’anacoreta, così non gli andava a genio neppure la vita contemplativa del chiostro; e secondando il fondamento che gli aveva posto natura, si consacrò al fruttuoso ministero della predicazione, nel quale salì a gran nome per la molta dottrina e ’l pieno possesso de’ sacri libri, ed eziandio pel natural dono di una parola facile, briosa, efficace. Si può dire che, novello apostolo, corresse da un capo all’altro l’Italia, predicando sempre, più spesso che in chiesa, per le vie e per le piazze; e la sua eloquenza dovunque e presso tutti, dai magistrati supremi alla più umile femmina aveva prodotto effetti mirabili. Sebbene ecclesiastico e frate, meglio che al vivere ascetico o ad un assoluto dispregio del mondo, eccitava gli animi de’ suoi numerosi uditori alla riforma dei costumi che viziosissimi erano, alla moralità delle leggi, all’acquisto della virtù, acciocchè ne derivasse uno stabile e salutare miglioramento alla famiglia ed alla società. Era vissuto sempre fra gli uomini, non estraneo nemmeno alle loro passioni politiche; di guisa che conosceva a maraviglia i mali che affliggevano il mondo, le virtù e i vizi a cui s’informava l’indocile e fiera natura de’ suoi contemporanei. Perciò nelle sue prediche, ancorchè se pronunziate in chiesa, preferisce gli argomenti morali; e dove sa che più un vizio predomina, ed egli con più ardimento e vigore che mai lo svela e lo combatte. E senza dubbio il bene delle anime l’obietto suo costante e precipuo; ma vuole insieme che gli ordini dello Stato e la libertà cittadina non corran pericolo per effetto di leggi non buone; vuole che la concordia degli animi e delle volontà renda potente la patria; che usanze feroci, reliquie di tempi barbari, cedano il luogo a gentilezza di modi e di sentimenti; che certe enormi nefandezze che bruttavano quella società, si disperdano a così dire col ferro e col fuoco. I mali guadagni l’offendono e la perfida usura e i contratti illeciti; aborre la. vanità del lusso muliebre; ha in odio l’ignoranza, che egli definisce, «quella cosa ch’è più contraria alla salute dell’anime, che tutte l’altre cose del mondo.» Quanti popoli italici l’udirono a predicare animoso contro ciò che di più reo e perverso davano i tempi, restaron presi all’ardore di quelle sue parole, al fuoco di quella sua carità, all’esempio di quella vita austera e senza macchia. Per effetto di quelle predicazioni riformarono molte città i loro Statuti; in più di un luogo si accatastarono nel mezzo alle piazze oggetti di vanità e lusso, e come roghi incendiaronsi alla vista di una moltitudine esaltata e commossa. Diede questo spettacolo anche la città di Roma, dove frate Bernardino era stato chiamato a difendere dall’accusa di poca ortodossia i suoi insegnamenti; ma il soggiorno nella città eterna, e il predicar continuo che vi fece, tanto gli crebbero nome di santità, che il papa lo promosse al vescovado di Siena. Bensì egli rifiutò quella dignità, volendo perseverare nell’ufficio delle predicazioni, e parlar d’ogni cosa, com’egli stesso ci racconta, e arditamente, e non con metà della bocca serrata.

L’ascetismo dunque di frate Bernardino unisce in soavissimo accordo il cielo con la terra, nè mai separa l’ossequio alla Fede e la venerazione alla Chiesa da un affetto vivo ed operoso per la patria terrena, dove con la concordia, con la virtù, con l’amore voleva instaurato il regno benefico della pace. Io non so se m’inganno, o se ad altrui parrà ardito il ravvicinamento; ma chi nello studio della storia cerca la verità, non l’apologia o la condanna di passioni e sentimenti dei propri tempi, credo che non durerà fatica a conoscere che uguali furono i concetti supremi, che al cadere di quel secolo nutrirono l’eloquenza, e maturarono i consigli e le opere di un altro celebre frate, ma domenicano. Quanto a me, nella vita e nelle azioni di quelle due anime grandi trovo armonia. L’uno intende con febbrile zelo a remuovere le cause di una incipiente decadenza, la quale accasciando i popoli nelle mollezze, gli rendeva proni all’ozio della servitù. L’altro oppone la mente capace e il viril petto all’irrompere della corruzione che invade ogni stato sociale, e presentendo l’era di una civiltà nuova, coi consigli, con le minaccie, con l’opere richiama le menti ad avvalorarsi nella santità della fede e nel culto alla libertà. Ambedue incolpati d’eresia e sottoposti a processo, si mantennero sempre fedeli ai dommi della religione; e se l’uno trionfa su i perversi vivente, non meno sublime è il trionfo, che procaccia all’altro il patibolo. Somiglianti ancora negli entusiasmi della pietà, il Francescano sull’alto del palazzo pubblico di Siena colloca raggiante d’oro il nome di Cristo Gesù: in Firenze i discepoli del Domenicano pongono sovra la maggior porta del palagio dei Signori una lapide che dichiara Cristo Redentore re dei Fiorentini. La quale armonia nei concetti e nelle opere dell’ Albizzeschi e del tanto più è da notare, quanto diversi furono, almeno all’apparenza, i tempi in cui vissero: diversità che stupendamente personificano i due papi che in quelli predominarono: papa Niccolò V che canonizzò il Nostro, corsi appena sei anni dalla sua morte; papa Alessandro VI che lasciò il Domenicano fosse arso. Il primo un santo, un martire l’altro.

«Voi sapete ... come essendo io a Roma (sono parole di san Bernardino) mi disse il papa che io venissi qua; et anco il vostro vescovo, che è ora cardinale, anco mel disse: che avendo essi sentito le divisioni vostre, mi dissero che a ogni modo volevano ch’io ci venisse. E sentendo la cagione, io dissi in me medesimo: per certo io vi voglio andare, che io mi penso che e’ vi sarà qualche bene... Io ci so’ venuto per loro detto, e socci venuto molto volontieri; pregandovi tutti, che voi voliate levare via tutte queste parti e queste divisioni, acciocchè sempre fra voi sia pace, concordia e unione.». Fu questa pertanto l’origine della terza predicazione di san Bernardino in Siena, cominciata, come dicemmo, il 15 agosto 1427. Obbediente alla volontà del pontefice, che era Martino V, sarebb’egli venuto ancor prima, se non fosse stata la paura d’essere allacciato da’ suoi concittadini, ostinatisi ad averlo per vescovo. Da buon sanese venne per le feste dell’agosto, le principali della città e dello Stato; e cominciate senza indugio le prediche, le continuò fino a tutto il mese di settembre. L’argomento gli era dato precipuamente dal motivo che qua l’aveva condotto, il restituire cioè l’unio- ne tra’ cittadini; ma come la città era infestata da vizi anche peggiori, e divenuti comuni a gran parte d’Italia, così non si astiene dal flagellare con parole severe e minacciose ogni altro mancamento de’ suoi concittadini. Benchè predichi con singolare naturalezza, e senza l’ombra mai di verun artificio, non sa tuttavia liberarsi dall’aridità delle forme scolastiche, nelle quali vien meno talvolta con la lucidezza del pensiero la spontanea festività dell’eloquio. Ma dove quelle tacciono, e ragiona l’affetto, la parola di lui diviene potente sull’animo degli uditori, e così paurosa ai perversi, quanto ai buoni diletta. Dai sacri Libri deriva quasi di continuo la sua eloquenza; ma nulla ricusa di ciò che gli s’offre improvviso alla mente, atto a chiarir meglio l’argomento che svolge. Per la qual cosa, ora giovandosi di proverbi popolari, ora contando apologhi e novellette, ora riferendo fatti de’ quali fu testimone o parte nel suo lungo peregrinare predicando in Italia, consegue l’utile insieme e il dilettevole; di maniera che queste sue Prediche tanto volentieri si leggono oggi, come volentieri le ascoltarono migliaia di cittadini, non tutti al Santo benevoli. Son passati meglio che quattro secoli e mezzo, e serbano esse tuttora il rigoglio e la freschezza della vita; imperciocchè le naturali bellezze non altera il corso degli anni, e la virtù non perde in verun tempo lo splendore suo nè l’incanto.

Fu già chi scrisse ottimamente, che questo Prediche volgari debbono tornare accette non solo a coloro che le riguarderanno come documenti di morale cristiana e propri ad esercitare lo spirito, quanto a quelli che insieme colla storia de’ costumi e delle opinioni vi cercassero anche quella della lingua. Non dubito che a taluni parrà, doversi fare addebito al nostro fervido oratore di soverchia libertà di linguaggio, dimostrandosi egli poco riguardato in certe parole ed in certi ragionamenti. Lasciamo star le parole, alcune delle quali col volger de’ secoli restarono nel signiflcato alterate; ma non sia chi di siffatte licenze si offenda, se prima non si riconduca col pensiero all’età in che le Prediche furono dette, ed in mezzo a quegli uomini; i quali, non meno delle virtù, avendo grandi anche i vizi, questi non sapevano palliare, come tanto bene sa l’età nostra, col velo leggerissimo della ipocrisia. I rimproveri a mezza bocca, gli argomenti allusivi, le parole melate ripugnavano alla natura schietta e semplice dell’Albizzeschi; il quale dove pure non avesse aborrito dall’usare cotali espedienti, conosceva, che per tal modo non avrebbe raggiunto la mèta di tante sue veglie e fatiche. Poichè egli col predicare guerreggiava in Siena e per tutto una grossa guerra contro i principali nemici dell’uomo, che sono il vizio e l’ignoranza; e se l’austerità della vita gli era usbergo, la sciolta e libera parola gli teneva luogo d’arma tagliente per farsi largo e trionfare nei campi incruenti ma gloriosi di quelle sante battaglie.

Come illustrazione di opinioni e costumanze, come specchio di un’età ch’era stata l’erede delle maggiori creazioni letterarie ed artistiche del nostro paese, poche scritture posson gareggiare con queste Prediche. Nelle quali poi chi ha serbato ancora ombra di gusto in mezzo al folleggiare odierno di strani cervelli, troverà, come dice l’Autore del Prologo, nuovo stile e regola, e grandissimi i pregi della lingua, che è pur quella aurea del trecento, non come negli scrittori si legge, ma come si continuava a parlare dal popol sanese. V’ha quindi una mirabile trasparenza di forma; una grazia, una serenità senza pari, e dovizia di parole e locuzioni eleganti ed efficacissime. Direi che vi si sentono le aure fresche e leggiere che spirano nelle prime ore del giorno al cadere della state; di quelle ore in cui le Prediche furon dette, acciocchè il traffico o la bottega non impedisse al mercatante o all’artefice d’ascoltarle, e alla buona massaia la famiglia. È nella sostanza la lingua stessa delle Lettere della Benincasa; ma resa più varia, e nelle mo- venze più agile e nel colorito più viva. Ben si può assomigliare a una sorgente d’acque purissime e cristalline, alla quale chi s’accosti per dissetarsi, immantinenti prova refrigerio al corpo e consolazione allo spirito.

«Volse Iddio che quasi oltra modo none usitato queste Prediche fussero ricolte e scritte ad amore ed accrescimento di devozione.» Al qual fine «ispirò uno che si chiamò Benedetto di maestro Bartolommeo cittadino di Siena, ed era cimatore di panni;» il quale «stando a la predica, scriveva in tavole di cera collo stile; e detta la predica, tornava a la sua buttiga e scriveva in foglio tutto quello che aveva scritto nelle predette tavole di cera.» E fu veramente ispirazione felice quella che ci ha procurato il tesoro di queste Prediche, le quali ci fan provare vivissimo il desiderio delle molte altre recitate dal Santo in Siena e altrove; tanto più felice, in quanto che il buon popolano con quel suo modo celere ed oramai fuor d’uso, potè mettere sulla carta le Prediche come uscite erano dalla bocca dell’Albizzeschi. Il quale non ignorando, come da due luoghi di quelle si apprende, che per effetto di pietà e zelo venivano esse premurosamente raccolte, avrà forse veduta e lodata l’industre e faticosa opera di maestro Benedetto. Che se il prezioso archetipo non ci è pervenuto, compensano il danno i Codici che ne possediamo. Io ne conosco quattro, tutti del secolo decimoquinto e, meno uno, posteriori di pochi anni alla morte del Santo. Ne appartengono tre alla Biblioteca Comunale di Siena; uno pregevolissimo a quella di Palermo. Dei Codici sanesi è più antico quello segnato U. I . 6, cartaceo e scritto a due colonne, di c. 301. Su la carta che serve di risguardo, è scritto così: Questo libro delle prediche del glorioso sancto Bernardino da Siena è di ser Antonio di Niccolò Campana. Nel margine inferiore della prima carta, il bibliotecario Luigi De Angelis lasciò scritta questa notizia: Questo libro fu comprato dalla Comunità Civica di Siena nella pubblica piazza, il dì 20 febbraio 1820. L’altro Codice è membranaceo, contrassegnato U. I . 4, di c. 293, per pochi fogli mutilo in fine. Questo pure è scritto a due colonne, di bella lettera minuta, e molto correttamente. Le c. 292 e 293 contengono alcune lezioni di santa Chiara: il Codice spettò al monastero della Certosa di Pontignano. L’ultimo dei Codici sanesi, cartaceo e scritto a intiera faccia, consta di c. 202, ed è segnato U. I . 5. Manca del prologo, e con- tiene le prime sole venticinque Prediche, essendo state scritte le rimanenti in un secondo libro, andato forse perduto. Ha in fine questi ricordi: Seghuita l’altre prediche nell’altro libro, e sono molto notabili. E appresso: Finito oggi questo dì xj di giennaio mcccclxiij, e scritto per me Lonardo di Paolo d’Utinello Chastelani, a onore di Dio e a gratia di santo Bernardino e a salute delle anime nostre. Appiè della prima c. è scritto: Di Bernardino di Lonardo Utinelli. Ma va innanzi a tutti per antichità il Codice palermitano, segnato 2Qq. C . 38, cartaceo, in folio, di bella lettera, che ha pure il vantaggio della data certa, posta in fine con questo ricordo: Ego Vescontes Bartholomei de Vescontibus de Volateris scripsi hunc Ubrum. Anno Dni. m . cccc. xliij, die v mensis augusti explevi. Scripsi enim predictum librum pro lacobo Baldi, lune cum Yldobrando morabam de Ceretanis de Senis. Nelle carte di guardia al Codice si riportarono sentenze di Santi Padri ed altre scritture latine o volgari, e tra queste una Laude della verginità, pubblicata dall’ab. Vincenzo Di Giovanni, che con gli studî filosofici e letterari grandemente onora quella cuna d’ingegni splendidi, ch’è la Sicilia sua patria. Il qual Codice palermitano, scritto, come vedemmo, l’anno prima che il Santo morisse, ignorasi in qual modo andasse in Sicilia; «se pur non l’avesse portato con sè quel frate Giuliano Falciglia di Salemi, il quale negli anni stessi che fra Bernardino predicava nella Piazza del Campo, egli il nostro siciliano insegnava metafìsica e teologia in quello! Studio sanese.»

Accingendomi alla stampa di queste Prediche che sono in numero di quarantacinque, io mi proposi ad esempio il saggio bellissimo che fino dal 1853 ne diede il mio esimio concittadino e amico cavalier Gaetano Milanesi. È noto ai cultori dei buoni studi com’egli ne pubblicasse dieci, scelte tra le migliori, seguendo per la lezione il Codice sanese U. 1. 4, non senza però conferirlo con gli altri. Elessi ancor io quel Codice come testo; e lo raffrontai non solo con gli altri Codici sanesi, ma altresì con quello palermitano, comodità che al Milanesi mancò. E sebbene grandissima sia la rassomiglianza di tutti questi Codici, pure giudicai non inutile l’addurre in nota le principali varianti avvertite col faticoso ed assiduo confronto dei Codici; di modo che questa nostra stampa offre ai lettori la lezione di tutti e quattro i Codici, fatta grazia a lievissime e insignificanti diversità. Alla qual diligenza volli aggiunta l’altra di conferire con la Vulgata i moltissimi luoghi biblici ricordati dal Santo (le cui citazioni, per colpa forse dei menanti, trovai quasi tutte errate) correggendoli, dove ne fosse il caso, o riportando in nota la lezione genuina. Premisi alle Prediche, benchè pubblicato più volte, il breve comentario alla vita di san Bernardino, scritto da Vespasiano libraio fiorentino, contemporaneo ed amico suo; ma fui parco nelle annotazioni filologiche, e più ancora nelle storiche, e ciò per proposito. Imperocchè, quanto alle prime, stimai di rendere miglior servigio agli studiosi ed insieme far cosa meno imperfetta, ponendo in fine una Tavola di vocaboli e modi di dire, o propri del dialetto sanese o comecchessia notabili, che occorrono in queste Prediche. Le annotazioni storiche poi troveranno sede più acconcia in un libro che medito di mandar fuora come complemento alle Prediche stesse; nel quale darò opera a raccogliere ogni sorta di notizie e documenti che illustrino la vita, le opere e i tempi dell’Albizzeschi, e rendano testimonianza nuova di onore alle virtù che lo fecero ammirabile sulla terra, e santo in cielo.

Predica II

ct

Angelis suis mandavit de te, ut custodiant te in omnibus viis tuis (Psalmus Davidis nonagesimo). Dilettissimi cittadini miei, le preallegate parole so’ di David profeta a 90 salmi, in volgare dicendo: — Idio ha comandato agli angeli suoi, che guardino te in tutte le tue vie. — Doh! elli mi pareva nella notte precedente vedere quasi in sulla aurora quello che è scritto nell’Apocalisse al settimo capitolo, dove dice così: Vidi quatuor angelos stantes super quatuor angulos terrae, tenentes quatuor ventos terrae, ne flarent super terram, neque super mare, neque in ullam arborem. Dico che elli mi parve vedere Siena, la quale aveva quatro porti in quatro parti. E parevami vedere la gloriosa Vergine Maria madre di Jesu Cristo, la quale gli stava dinanzi, e pregava il suo Figliuolo con umili prieghi, e diceva: — o Figliuolo mio, io ti domando questa grazia, la quale voglio che tu me la conceda: io voglio che tu guardi la città di Siena, la quale mi tiene per advocata, da ogni pericolo e da ogni adversità. — E così stando dinanzi al suo Figliuolo, fu subito coman- dato a petizione di Maria, che la città di Siena fosse guardata da ogni pericolo, e fu mandato chi la guardasse in quattro parti della città, cioè dalla parte del levante, dalla parte del ponente, dalla parte del mezodì, e dalla parte del settentrione. E che questo sia vero, vede David come cel discrive nel sopradetto parlare, che Idio mandò gli angioli suoi: Angelis suis mandavit de te, ut custodiant te in omnibus viis tuis. — Siena, Idio ha mandati gli angeli suoi, perchè tu sia guardata in tutte le tue vie.— Là dove di questo sacro parlare noi faremo tre contemplazioni:

Prima, angelica missione; Angelis suis.

Siconda, di angelica rifrenazione; mandavit de te.

Terza, di mirifica salvazione; ut custodiant te in omnibus viis tuis.

Vediamo la prima, d’angelica missione: Angelis suis.

O Siena, quanto hai da ringraziare Idio, che Maria sua Madre, la quale ha pregato, e lui a petizione di lei ha mandato quattro angioli, perchè tu sia guardata da tutti e’ pericoli e da tutte le persecuzioni e da tutti li scandoli che ti potrebbero venire, e che tu sia conservata in tutti i tuoi beni e onori e utili! Ma vediamo più distesamente il modo e l’ordine che Idio ha comandato che sia guardato. E se noi voliamo considerare e comprèndare come questo sia vero, vediamo prima quattro notabili, belli, utili e gentili inverso coloro che hanno alcuna gentile intelligenzia. E parlaremo contro coloro i quali credono nel destinato delle costellazioni; chè sònno assai che dicono e credono e tengono una grande eresia; stamane cognosciaranno la verità, e l’errore dove so’ stati. So’ di quelli che dicono: — io so’ nato in una costellazione, che non posso fare se none quello che da la natura io fui inchinato. — Chi dice: — io non mi posso ritenere dall’usura. — Chi dice: — et io so’ costretto di furare, e non posso fare altro. — L’altro dice: — io so’ nato sotto una costellazione, che sempre sarò superbo. — L’altro dice: — e io so’ nato sotto uno pianeta, che io sempre sarò accidioso. — L’altro dice: — chi nasce sotto il tale pianeta, sarà bello del suo corpo. — E chi dice una cosa, e chi ne dice un’altra. Io ti voglio mostrare apertamente e chiaramente, tutto questo essere eresia e peccato a crédarlo e tenerlo; e anco ti mostrerò che tu potrai fare il contrario di quello che tu dici che tu se’ inchinato, al tuo detto. E perchè tu stia in sul saldo, dico che Idio ha mandati gli angioli suoi che t’aitino e ti guardino in tutte le tue vie: Angelis suis mandavit de te, ut custodiant te in omnibus viis tuis.

Considera prima Idio essere Signore e imperadore universale di tutte le cose che mai furono, o che mai saranno in cielo et in terra. Domini est terra et plenitudo eius orbis, terrarum et universi qui habitant in eis. — Del Signore è la terra ed ogni cosa ch’è dentro in essa, et anco tutti coloro che v’abitano dentro. — E questo imperadore fa’ questa ragione che elli abbi due reami, l’uno corporale, l’altro spirituale. Il corporale debbi entèndare, come parte già detto, la terra, l’acqua, l’aria e ’l fuoco, con tutte quelle cose che in essi elimenti sono appartenenti. L’altro reame è quello dell’anima e delle cose superne del cielo impireo e di tutte quelle cose che so’ spirituali; ma parliamo più chiaro. El reame corporale intende tutta la terra, l’acqua, l’aria e ’l fuoco, con ciò che è in esse. E in esse s’intende tutti i pianeti; il pianeta della Luna con ciò che s’apartiene in esso; el pianeto di Mercurio, el pianeto di Venus, e quello del Sole, e quello di Marte, quello di Giove, quello di Saturno; e intendecisi i pianeti, i quali ci so’ in essi con tutti i loro segni. Aries, Tauro, Gemini, Cancer, Leo, Virgo, Libra, Scorpio, Sagittario, Capricornio, Aquario, Pisces. Ed anco s’intende fra essi 72 costellazioni; li quali cieli sempre si muovono ne’ corsi loro, dando la governazione a’ corpi nostri, e non hanno possanza niuna sopra l’anime, solo a’ corpi. E che così sia, guarda quello che per me medesimo fa l’acqua, che quatro volte il dì d’ogni sei ore cresce e scema. Chi è uso a Vinegia? Ècci niuno che vi sia stato? Lui sa s’io dico vero o no. Se dell’aria vuoi vedere, quando tu vuoi tagliare un arbolo, se tu il vuoi buono, non cerchi tu di tagliarlo a luna piena? E chi non vi procura, talvolta taglierà il legname a gattiva luna, e non sarà buono. E però il medesimo legname, tagliato più a uno tempo che a uno altro, solo per la luna egli ha il legno buono o gattivo. Se vuoi vedere la pruova nei corpi nostri, anci il puoi vedere. Vedi che quando si vuole dare la medicina a uno infermo, el medico dice: — elli è buono a darla il tal dì, e non è buona il tal dì.— E dandola al dì che non è di dubio, li può fare utile; e dandola in altro dì, e non faciendo la guardia che dìe fare, lì può fare danno. E questo perchè interviene di questo governo che ci fanno? Sai perchè? perchè essi so’ corpi più gentili che non siamo noi; però Idio ce gli ha posti di sopra, a ciò che noi siamo governati da loro, acciò che ’l più gentile governi il meno gentile. E questo è in quanto al reame corporale. Vediamo ora del reame spirituale.

L’altro reame è lo spirituale, il quale è l’anima; la quale anima è sopra tutte le cose corporali, e più gentile che niuna altra cosa corporale. Questa anima è in alteza e virtù sopra tutta la terra, sopra l’acqua, sopra il fuoco, sopra l’aria, sopra a ogni cosa, che s’apartiene a’ detti elementi. L’anima è sopra il cielo della Luna e di Mercurio e di Venus, del Sole, di Marte, di Giove, di Saturno, di tutti e’ segni che so’ in essi: ella è sopra alle 72 costellazioni. Ma sopra dell’anima sono gli angioli; li quali angioli c’inducono e sospingono e ci inluminano in tutte quelle cose che noi doviamo fare. E’ quali angioli v’hanno condotti qui ad udire in questo campo , e tutto questo Campo è pieno d’angioli, e’ quali vi fanno stare attenti a udire le parole, le quali a loda di Dio vi so’ dette da me; che state a udire tanto attenti che a pena se fusse santo Pavolo che predicasse, non credo che steste più atenti. E questo donde viene? Non già da me, ma dalli angioli, imperò che noi non aviamo autorità da noi di potere méttare in operazione niuna virtù, se non per mezzo degli angioli, li quali ci governano. Solo è in noi la buona volontà di volere operare; e venuta la buona volontà, noi siamo sospènti a méttarla in operazione. Inde dice David: Nisi Dominus aedificaverit domum, in vanum laboraverunt qui aedificant eam. — Non è se none el Signore che edificarà la casa, e invano lavoreranno coloro che la fanno. — Già mi puoi presso che intèndare, come i pianeti governano i nostri corpi, e che li spiriti beati so’ quelli che governano l’anima. O quanto andarebbe male, se andasse a contrario la cosa, cioè che ’l corpo avesse a governare l’anima, o che l’uomo avesse a governare l’angiolo! Se andasse a questo modo, l’asino governarebbe el signore. O elli sarebbe il ben governato! Chi è colui che crede nelle costellazioni? S’ècci anco colui che aduopera le sorti che gli dicono — colui sarà bello; quello sarà gagliardo; colui sarà lussurioso, e colui farà gattiva fine; — non crédare a tali openioni, nè a tali scritture; imperò come l’anima non può èssare constretta a niuna cosa corporale, nè a costellazioni, nè a pianeti, nè a elementi; così simili le costellazioni non hanno potenzia sopra i corpi umani, cioè che essi non sieno col libero arbitrio di potere fare e non fare, come sarà di suo piacere. Doh! io ti voglio dimostrare chiaramente per modo che tu crederai la verità e non la falsità. Vede e considera, Idio avere fatte tutte le cose, e tutte l’ha poste a ordine, e a cischeuna cosa ha dato el suo affizio. La terra ha a fare l’ordine suo di dare e’ frutti per sostentare l’uomo principalmente: simile il fuoco, simile l’acqua e simile i cieli; e ogni cosa che esso fece, fece per amore dell’uomo. E se questo è vero, che ogni cosa Idio abbi fatto per lo uomo e per suo aiuto, come credi dunque che elli sia costretto a non potere fare altro che quello che tu dici, che il pianeto o la costellazione lo induce? Vedi prima come Idio ha fatto ogni cosa per l’uomo: omnia fecit Deus propter hominem, et hominem propter se. — Ha fatto Idio ogni cosa per aiuto dell’uomo, e l’uomo l’ha fatto per sè.— E se tu volesse pure dire e crédare a tuo modo, vediamo ora questo ch’io ti dirò, e rispondemi a ragione. Se i pianeti hanno potenzia a farti fare il male, e tu il fai, Idio non sarebbe giusto a fartene patire pena e dannarti. Volta mano: se la costellazione o ’l pianeto ti fa operare alcuna cosa di bene, anco Idio non sarebbe giusto se ti meritasse; imperò che tu non lo facesti tu; anco ti sarebbe fatto fare per forza del pianeto o della costellazione. Non tenere se non quello che tiene la santa Chiesa, e che tengono i Dottori, e che tu vedrai te stesso, cioè che l’uomo abbi il libero arbitrio di potere fare bene e male, come piace a lui. E per questa libertà d’arbitrio viene che poi Idio punisce e merita secondo l’opere che noi facciamo. Doh! va’, vede nel Genesi al primo capitolo: poichè elli ebbe fatto e creato il cielo, e poi la terra aparse secca, e partite l’acque dall’acque, fatto il sole, fatto i pesci del mare, e gli uccelli dell’aria, e di poi fatto l’uomo di terra, e fatte tutte queste cose; vidit Deus cuncta quae fecerat, et erant valde bona: — vidde Iddio che tutte le cose che elli avea fatte, tutte erano molto buone. — E però leva via l’opinione, se ella è stata per altro modo, e sta’ in quello che tu debbi stare. Ma dimmi io ti voglio fare questo argomento, e che tu mi risponda a ragione. Credi tu che Idio sia buono? Dici di sì: oltre. O mi dì: credi tu che queste costellazioni abino più forza che il tuo arbitrio? Se tu consenti e fai quello che esse ti fanno fare, e tu dici che se’ isforzato e non puoi fare altro. Oltre, rispondimi: chi è peggiore o tu che fai questo male, o il pianeto che ti costringe a farlo? Risponde tu, se egli è più gattivo lui che ti costrigne; e io ti dico, e Idio è pegiore che non se’ nè tu, nè il pianeto; imperò che elli ha fatto il pianeto che ti sforza a far male. Sì che Iddio essendo la prima cagione, egli è peggio di tutti; sì che vede a ordine: se tu fai il male, tu se’ gattivo; se tu dici — io so’ costretto a farlo, — quello che ti costrigne è anco più gattivo, e chi fece quello, dìe èssare pessimo. E qui puoi vedere: se hai tenuta quella oppenione, che ella è gattiva, non la tenere più, ma crede l’uomo avere il libero arbitrio di poter fare bene e male, senza èssare costretto a fare contra al suo volere. O pazaroni, a voler crédare quello che non avete niuno atacco di ragione! Sappiate che questo è atacco del diavolo. Ma io ti voglio mostrare per isperienza chiara che non potrai dire l’oposito per niuno modo, come elli si può fare contra i pianeti e alle costellazioni. E' medici i quali cognoscono i pianeti, e’ segni e le costellazioni, da’ quali noi aviamo il governo nostro, avendo a dare una medicina allo infermo, la danno per modo con picola cosa, o erbe o aque o altre speziarie, che quella picola cosa fa tòllare la forza al pianeto che corre, e questa è cosa chiarissima, che una piccolissima cosa tolle la forza dalla parte che è di sopra. Or pensa tu quanta forza ha più il libero arbitrio di potere fare contro a quello che essi ci inchinassero. Doh! ode il detto de’ pagani, se è vero: Sapiens dominabitur astra:— el savio inchinarà le stelle. — Vedi che è possibile a resistare a le forze che hanno sopra di noi: non che esse ci sforzino, ma picola cosa può sforzare loro, che non abino potenzia sopra dell’uomo. Sappi che questo l’ha insegnato il diavolo alle malizie delli uomini per fare pericolare loro e anco chi gli ode. Adunque, abbi la fede a quello che con ragioni vedi assai chiaro. Chi credi tu che possa più, o Idio o l’angiolo? — Più Idio — Chi più, o l’angiolo o l’anima? — Più l’angiolo. — Chi più o l’anima o le costellazioni? — Più l’anima? — Chi più, o le costellazioni o ’l corpo? — Più il corpo. — Chi più o la ragione o la sensualità? — Più la ragione. — Chi più, o la santa Chiesa co’ Dottori o la tua opinione? — Più la santa Chiesa. — E però a quello che dice e crede e tiene la santa Chiesa t’atacca, e lassa quello che la openione tua ha tenuto. Imperò che all’uomo fu dato il libero arbitrio, nè mai gli fu tolto, nè mai li sarà, mentre che sarà nella carne mortale. Hai veduto che può più lo spirituale, che non può il temporale; e questo basti quanto al primo notabile. Come tu hai veduto queste cose temporali divise in quatro tempi dell’anno, cioè primavera, state, autunno e verno; così il corpo composto di quatro elementi ha in sè caldo, secco, umido e freddo. E come tu vedi avere il mondo queste qualità, così ha anco l’anima altre parti, come ti dimostrarò per ordine.

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