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Le Vicinie di Bergamo

Angelo Mazzi · 1884 · Free in the US

43,989 words · about 3 h 5 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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About this book

Author
Angelo Mazzi
Language
Italian
Published
1884
Length
43,989 words · about 3 h 5 min
Sections
6 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (6)
  1. Front matter under 1 min
  2. Indice about 5 min
  3. Prefazione about 10 min
  4. Le Vicinie di Bergamo about 2 h 24 min
  5. Appendice I about 7 min
  6. Appendice II about 19 min

Continue:

Front matter

A. MAZZI

LE VICINIE DI BERGAMO

CON TAVOLA TOPOGRAFICA

Indice

Prefazione. Scopo del presente scritto, p. — Fonti. I, gli Statuti del Comune; II, gli Atti delle Vicinie, p. — Difficoltà che queste investigazioni presentano fra noi. Gli studii e gli Archivi, p. — Perchè siensi introdotti alcuni ragguagli monetarii e loro base, p. — Necessità di una carta topografica a schiarimento delle fatte indagini, e come siasi provveduto, p. — Ragione delle due Appendici, p. .

Le Vicinie di Bergamo. Antica divisione delle città per quartieri o sestieri detti Portae, p. — Esempi anche per Bergamo, p. — Divisione delle città per Vicinie, p. — Se questa si possa connettere coll’identica divisione dei Municipii dell’epoca romana, p. — Carattere ecclesiastico della Vicinia medievale, p. — Primi cenni di Vicinie come organi del governo cittadino, p. — Sviluppo indipendente della divisione Viciniale da quella per quartieri, p. — Rimaneggiamenti del Comune nei confini delle Vicinie ecclesiastiche, p. — Perchè le nostre Vicinie non furono mai distinte col nome di Parrocchie, p. — Difficoltà di stabilire il numero delle nostre Vicinie cittadine nel secolo XII. Le Vicinie eccle- — Perchè la Vicinia di Antescolis, anziché da una chiesa, avesse nome da una località, p. — Il numero delle Vicinie cresciuto in ragione della importanza che acquistava la città, p. — Numero delle Vicinie nel 1251, p. — Numero delle stesse nel 1265, p. — Nuove Vicinie create in questo periodo, p. — Le Vicinie e i Quartieri cittadini sotto l’aspetto topografico, p. — Importanza acquistata dalle Vicinie sui quartieri, e mutamenti avvenuti nei loro confini sino al 1517, p. — Le Vicinie e le nuove fortificazioni nei rapporti topografici, p. — Prospetto delle Vicinie nelle diverse epoche, p. — Le Vicinie e il Comune. I Consoli, p. — La Credenza. Quanto abbia durato, p. — Le adunanze dei Vicini, p. — Lo Statuto della Vicinia, p. — Entrate ordinarie delle Vicinie. Locazione di piazze, portici e botteghe, p. — Redditi provvenienti da beni stabili e da capitali, p. — Entrate straordinarie. Imposizioni sull’estimo, p. — Capitali assunti a mutuo, p. — Oneri delle Vicinie. Manutenzione della chiesa e spese di culto, p. — Indeterminati rapporti originari sotto questo rispetto tra il Comune e le Vicinie, p. — La Vicinia di S. Pancrazio e i Frati Minori, p. — Obbligo di far accompagnare i Vicini alla sepoltura, p. — Consorzi Viciniali di beneficenza, p. — Loro carattere esclusivamente laico, p. — Caratteri della Vicinia originaria e della Vicinia organo della amministrazione cittadina, p. — La Vicinia in questo secondo stadio. Sicurtà data in principio d’anno al Comune, p. — Come prestata nelle diverse epoche, p. seg. — La Vicinia politica. Due Vicini per Vicinia dopo il 1230 nel Consiglio Generale del Comune, p. — I Consoli delle Vicinie confermano la pace del 1251 ed hanno parte ove si tratti della difesa dello Stato, p. — Obbligo dei Consoli di denunciare violenze o turbamenti avvenuti nel territorio della Vicinia, p. — Responsabilità delle — Responsabilità per gli omicidii commessi nella Vicinia, p. — Pene se i rei non erano consegnati, p. — Diritto di regresso della Vicinia sui beni dei malfattori, p. — Modi coi quali le Vicinie facevano fronte a quelle gravi pene, p. — Modificazioni successive per questa responsabilità, p. — Ragioni per la quale nello Statuto del Comune erano descritti con tanta accuratezza i confini delle Vicinie. Contestazioni inevitabili, p. seg. — Provvedimenti delle Vicinie per impedire il ripetersi dei misfatti, p. — Tutela dei fondi posti entro i confini delle Vicinie come regolata nelle varie epoche, p. — Custodia notturna della città entro quali limiti addossata alle Vicinie, p. — Quando promossa dal Comune, p. — Se fosse obbligatoria per tutti i Vicini, p. — Come regolata sotto la dominazione Veneta, p. — Le Vicinie come base dell’ordinamento militare. Loro vessilli, p. — Loro partecipazione a militari spedizioni, p. — Ripartizione dei cavalli militari per Vicinie, p. — Le Vicinie provvedono le armi per la fanteria cittadina, p. seg. — Aggravii militari delle Vicinie sotto la dominazione Viscontea, p. — Le Vicinie e le imposte, p. — Loro obbligo di ripartire il fodro, p. — Come si procedesse in questa ripartizione, p. — Esattori viciniali ed oneri delle Vicinie in queste esazioni, p. — Le Vicinie tenute per le quote inesigibili, p. — I libri d’estimo fondati sulla divisione viciniale della Città, p. — Il dazio sulla vendita del vino al minuto come esatto per quasi tutto il secolo XIII, p. seg. — Addossato alle Vicinie sulla fine di quel secolo, p. — Quando introdotta la gabella del sale, p. — Obblighi delle Vicinie pel riparto di questa gabella, p. — Che fosse il Dazio del Sale morto, p. — La distribuzione e la esazione di questa tassa affidata alle Vicinie, p. — Antiche norme riguardo alla manutenzione delle vie, p. — Il Comune provvedeva alla manutenzione di quelle della Città — Obblighi delle Vicinie sulla fine del secolo XIII rispetto alle vie del Contado, p. — Stesso obbligo pei ponti di Almenno e di Premolo, p. — Come determinati gli oneri delle Vicinie sulla viabilità cittadina durante la dominazione Veneta, p. — Le Vicinie e il Fosso Bergamasco, p. — Obbligo delle Vicinie di avere un portico. Costruzione e manutenzione dei portici e delle piazze, p. — Perchè in dati casi lo Statuto determinasse la comunanza del portico fra due Vicinie, p. — Quanto abbia durato quest’obbligo, p. — Cura del Comune per le fonti cittadine, p. — Oneri determinati delle Vicinie rispetto a questo servizio nella prima metà del secolo XIII, p. — Concetto generale sui rapporti fra il Comune e le Vicinie, p. seg. — Le fontane Viciniali costrutte dal Comune p. Prove tratte dai conti della Vicinia di S. Pancrazio, p. — Più esatti rapporti stabiliti nel 1331 tra il Comune e le Vicinie rispetto alle fonti, p. — Fonti comuni tra due Vicinie e distribuzione topografica delle fontane viciniali, p. — La fontana di Valle d’Astino, p. — Altri obblighi delle Vicinie, p. — Cause che li resero così molteplici e gravosi, p. — Spese di amministrazione delle Vicinie, p. — Gravezze durante la dominazione Viscontea, p. — Se sieno state alleviate sotto la dominazione Veneta, p. .

Appendice I. = La Vicinia di Canale. Perchè il Comune a questa Vicinia abbia dato il nome di Canale, p. 151 — Ragioni per le quali conservò tal nome all’antica Vicinia ecclesiastica di S. Vigilio quando questa nel 1263 fu separata da quella di S. Grata, p. 153 — Mutamenti nei rapporti ecclesiastici pei quali quella di S. Grata fu considerata come l’unica chiesa dei due Vicinati civili, p. 155 — Motivi che indussero il Comune dopo il 1422 a riunire di nuovo i due Vicinati, p. 157. Appendice II. = Il Giuramento delle Vicinie. Donde tratto questo documento, p. 159 — Testo del Giuramento, p. 159 seg. — Osservazioni dell’Agliardi per ascriverlo alla fine del XII, od al principio del XIII secolo, p. 162 — Quando fossero vere, si dovrebbe assegnare quel Giuramento alla seconda metà del secolo XIII, p. 163 — Ragioni intrinseche che lo fanno ritenere anteriore al 1236, p. 165 — Le disposizioni riguardo ai furti campestri provano la sua antichità, p. 166 — Questo Giuramento è certo anteriore al 1221, in cui era già compilo il canale Serio, p. 167 — Lo Statuto vecchio e il Giuramento delle Vicinie, p. 169 — Il nostro Atto contiene il Iuramentum sequimenti, p. 170 — Confronti coll’identico giuramento di Brescia, p. 171 — Perchè dovesse essere rinnovato al 1 Agosto, p. 173 — Questa circostanza insieme agli altri caratteri lascia ammettere che esso sia anteriore al 1193, p. 176.

Prefazione

L’argomento, che imprendo a trattare, non è che lo svolgimento di quel brevissimo cenno che si trova nella Storia del Diritto Italiano del , dove, dopo essersi passate in rassegna tutte le magistrature del Comune, si avverte: «Oltre alle quali — ve ne aveva pei singoli quartieri, o per le diverse parrocchie, la cui missione era principalmente la tutela degli interessi del proprio riparto, la locale polizia e la denunzia dei delitti che vi venivano commessi». Che fossero le Vicinie, dette altrove parochiae, come a Milano ed a Novara, ovvero capellae, come a Pisa; qual parte avessero nell’ordinamento della nostra città; come esercitassero le loro funzioni, mi parve dovesse essere una ricerca tanto più interessante, per questo, che fra noi, s’io non erro, non vi fu alcuno che particolarmente si occupasse di un tale subbietto, e il nome stesso sia diventato quasi un enimma, sebbene le Vicinie, quali organi della amministrazione cittadina, non abbiano cessato di esistere che coi mutamenti avvenuti nel nostro paese sulla fine del secolo scorso.

Le fonti, alle quali ricorsi in questo breve studio, ch’io non ardisco presentare che come un saggio di quel più che si potrebbe fare, sono di due specie:

I. Gli Statuta Comunis Pergami. Di questi possediamo una serie sufficientemente completa: basterà quindi che faccia di essi una rapidissima menzione. E primamente citerò quello del 1248, che contiene disposizioni, le quali risalgono per lo meno al 1204, e che fu stampato nel vol. XIII parte II dei Monumenta Historiae Patriae. Sfortunatamente ci giunse mancante delle prime sette Collationes, di 53 capitoli dell’ottava e di 49 dell’ultima; onde siam certi di essere interamente all’oscuro di molte notizie assai preziose, perchè fra le più antiche. Malgrado questo esso mi fornirà il modo di istituire alcuni utili confronti cogli Statuti di un’epoca posteriore. — Da questo del 1248 noi discendiamo d’un tratto allo Statuto del 1331. La distanza, ne convengo, è indubbiamente assai notevole; tuttavia quest’ultimo ha il vantaggio di averci conservato lunghi ed importanti brani di quello del 1263, che andò perduto, e fra essi principalmente la minuta descrizione topografica dei Quartieri e delle Vicinie cittadine. Sotto questa punto di vista, ed anche perchè in molte parti serve a compiere le gravissime lacune colle quali ci giunse quello dei 1248, lo Statuto del 1331 è per noi uno dei più preziosi. — Stabilita qui nel Settembre del 1332 la signoria di Azzone Visconti, si die’ mano tantosto ad una riforma degli Statuti, la quale fu compita l’anno successivo. Però lo Statuto, che porta la data del 1333, più che una compilazione sistematica, come i precedenti, per buona parte non contiene che decreti del Principe, o provvedimenti presi anche dopo quell’anno su varii punti a modificazione di precedenti disposizioni; merita esame meglio per la storia della nostra legislazione, che non per le notizie attenenti al nostro argomento, le quali vi sono scarsissime. Più importante, sotto questo rispetto, è lo Statuto del 1353, nel quale, salve lievi modificazioni, sui rapporti fra il Comune e le Vicinie troviamo già stabiliti i principii fondamentali accolti nei posteriori Statuti, cioè in quelli del 1391, 1422, 1430, 1453, e da ultimo in quello del 1491, approvato due anni dopo dal Veneto governo, e che fu qui dato alla luce nel 1727.

II. Non avrei però potuto penetrare un po’ addentro nella vita intima delle nostre Vicinie, se non mi fosse stato dato ricorrere che all’unica fonte dei nostri Statuti. Questi non tratteggiavano che a grandi contorni le generali relazioni tra il Comune e la Vicinia, e molte particolarità vi erano a ragione intralasciate per questo, che doveano formare oggetto degli Statuti delle Vicinie stesse, dei quali conosceremo la esistenza nel corso di questo studio (p. 38 seg.). Ma siccome di tali Statuti non ne esiste uno solo, così parvemi di poter supplire in molta parte a questa mancanza con gli Acta Viciniarum, che ci pervennero a frammenti, sia che essi ci recassero verbali di deliberazioni, ovvero conti di entrate e di spese. Difficilmente sarebbemi stato dato di ricorrere a fonte più attendibile: solo è a lamentarsi che quegli Atti non ci siano giunti abbastanza numerosi, da abbracciare un periodo di tempo lungo così, che mi permettesse di seguire passo passo le trasformazioni che la Vicinia ebbe a subire d’una in altra epoca, e di stabilire con tutta esattezza il grado degli oneri che su di essa gravarono a seconda delle varie Signorie, che si contesero questa città. Tentai di compiere una siffatta lacuna tenendo presente, per quanto m’era possibile, di non confondere i tempi, sì che il procedimento storico apparisse più evidente. Che se non vi fossi riuscito, oltrecchè della insufficienza mia, vogliasi tener conto della desolante mancanza di documenti, di consigli e d’aiuti, che basterebbe a togliere fiducia a ben altri di avventurarsi in siffatte ricerche fra noi. — Non entrerò in una descrizione di questi Acta Viciniarum, dei quali mi giovai in questo Saggio; mi limiterò ad accennarli, e dironne fra breve il motivo. Primi sono quelli che si trovano ancora nella parte vecchia dell’Archivio della Congregazione di Carità, un dì della Misericordia. Appartengono tutti alla Vicinia di S. Pancrazio, e contengono deliberazioni e conti dal 1283 sin presso alla fine del secolo decimoterzo. Sono divisi in due fascicoli, formati ciascuno da alcuni quaderni; essi ci fornirono la messe più abbondante per la trattazione di questo subbietto. L’ab. ne diede alcuni estratti in uno di quei volumi, che, nella frammentaria serie delle sue trascrizioni di documenti dall’Archivio della Misericordia, è segnato con M; ma di tali estratti avrei potuto ben poco giovarmi, se almeno questa parte originale degli Acta non fosse sfuggita ai guasti che ebbe a subire quell’Archivio. Lo stesso Mazzoleni ci ha trasmessi alcuni estratti dei conti della stessa Vicinia spettanti al 1300, 1303 ed al 1318 nel libro A. E questi pure scarsissimi; però quelli del 1318 potei completarli coi due quaderni, che fanno parte della raccolta del compianto mio amico prof. Antonio Tiraboschi, ora per lodevole cura del nostro Municipio passata alla civica Biblioteca, e che portano la intestazione: Hec sunt expense facte per d. Tadeum de Capitaneis de Scalve consulem et canevarium Vicinie s. Prancacii a die call. Ianuarii usque ad diem call. Iullii 1318 ind. 1; Hoc est receptum cet. con indicazioni identiche alle precedenti. — Ancora il Mazzoleni nello stesso libro A ci ha serbato un frammento dei conti della Vicinia di Arena del 1327, ed il canonico , il cui nome occorre sempre quando si tratti di una infaticabile operosità nel fare transunti o trascrivere documenti, che meglio avessero a servire per la nostra storia, ci ba pure conservati alcuni estratti dei conti della Vicinia di S. Grata negli anni 1371-74, i quali si trovavano nell’Archivio Capitolare.

Quale uso io abbia potuto fare di questi pochi frammenti, apparirà chiaro, spero, a chi avrà la pazienza di seguirmi nelle mie ricerche; qui mi limito poichè ne sento il dovere, ad un ringraziamento e ad un voto. Ad un ringraziamento per la Congregazione di Carità, che mi permise di esaminare gli Atti della Vicinia di S. Pancrazio della fine del secolo decimoterzo, e di prendere quanti appunti io volessi. Ad un voto poi, perchè essa, seguendo il nobile impulso, che la indusse a depositare nella nostra Biblioteca gli importantissimi Corali, onde potessero essere oggetto di tranquillo studio, voglia anche, sceverando da quelli, che conservano tuttavia una stretta attenenza co’ suoi interessi economici, gli altri documenti, i quali non hanno ormai altro interesse che lo storico, voglia, ripeto, affidare questi pure alla nostra Biblioteca, affinchè lo studioso, trovandosi in un ambiente più proprio, nè insieme sentendosi legato dai riguardi, che, dagli interessi dell’oggi strettamente connessi con quelli dell’ieri di quell’Istituto, a giusto titolo gli sono imposti, possa portare un più pacato esame sul copioso materiale, che sarebbe così posto a disposizione della investigazione storica in questa nostra città. Certo gli Atti della Vicinia di S. Pancrazio, almeno fra noi, costituiscono uno dei documenti più singolari e più preziosi, ed integralmente pubblicali potrebbero trovare un posto onorevole nelle raccolte, onde si arricchiscono ogni giorno anche altre città. Ed è nella fiducia che si possa compiere tutto intero questo mio voto, che su quegli Atti non credetti intrattenermi più a lungo, potendo allora diventare oggetto di più minuto esame.

Quanto agli Atti della Vicinia di S. Grata, che trovavansi, e forse ancor si trovano nell’Archivio Capitolare, dovetti accontentarmi dei sunti dell’. Questi, non v’ha dubbio, sono a tenersi per esattissimi; ma, come un po’ d’esperienza me ne persuade, in lavori di simil fatta, quando, s’intende, i documenti non sieno dati per intero, vi ha sempre qualche cosa di individuale, che non risponde alle esigenze di tutti i tempi, nè a quelle di una più progredita indagine storica. Oggi può fermare la nostra attenzione quello, che i nostri maggiori nei loro transunti saltarono a piè pari, perchè non parve loro neppur degno di noia; onde la necessità di uno scrupoloso riscontro delle fonti, alle quali essi ebbero ricorso. Pur troppo gli antichi Archivi del Comune dovettero risentire di tulle le malefiche influenze, per le quali non un solo documento dell’epoca per esso più importante avesse a sopravvivere; il palazzo del Podestà rimase preda improvvisamente delle fiamme nel 1296 e nel 1360, ed egual sorte corsero il più recente palazzo del Comune ed il più antico della Ragione nel 1453 e nel 1513; per il che, se alcuna non andò salva delle carte che vi erano custodite, più sentito è per noi il bisogno di ricorrere agli altri Archivi affine di ottenere indirettamente quelle notizie, che direttamente non ci è concesso attenderci dal pubblico Tabulario. Ma se cortesemente, sotto le debite condizioni, mi fu aperto l’Archivio della Misericordia, quello del Capitolo è chiuso agli studiosi, e, peggio ancora, agli studii; l’attività di cui vi fecero prova i canonici Adelasio, , , e, ad una grandissima distanza, il ; la liberalità, con cui vi furono accolti il , l’, il , il , il , ora non sono che ricordi o desiderii; cosa tanto più dolorosa quando si ha la certezza, che in questo solo campo, malgrado i lavori di coloro, che ci precessero, vi sarebbe ancora una abbondantissima messe da raccogliere, tutto un terzo volume del nostro Codice Diplomatico da porre assieme.

Per dare, si lasci correre la espressione, un po’ di vita alle cifre poste in fianco alle entrate ed alle spese delle nostre Vicinie, ho introdotto, quando si rapportassero alla fine del secolo decimoterzo, alcuni ragguagli in moneta d’oggidì, attenendomi ai conteggi di , che, dai pochi esempi a noi pervenuti, parvemi dessero risultati abbastanza ragionevoli anche qui. Naturalmente a questi risultati non voglio attribuire nulla di assoluto, ma certo essi ci diranno qualche cosa più, che se lasciassi correre delle nude cifre di lire, soldi o denari, le quali oggidì, oltrecchè riuscirebbero per la comune de’ lettori quasi inintelligibili, anche il più delle volte potrebbero dar luogo ad erronei apprezzamenti.

Ho creduto poi conveniente di far seguire a questo studio una carta topografica, dalla quale appaiano e i confini, e la estensione delle nostre Vicinie, e la loro distribuzione rispetto alle Porte o quartieri cittadini. Le questioni, che dovetti risolvere nel corso del mio Scritto, si renderanno, a mio avviso, più chiare avendo sott’occhio questa Carta, a compiere la quale mi attenni principalmente allo Statuto del 1263, non senza chiedere però ai posteriori tutti quegli schiarimenti, che, a tanta distanza di tempo e con tanti rimutamenti portati alla faccia dei luoghi, non potevano a meno di essere del tutto indispensabili. Senza pretendere ad una estrema esattezza, che in alcuni punti riuscirebbe pressochè impossibile, se, come vedremo (p. 76 seg.). non era possibile neppure in quelle epoche in cui l’ordinamento Viciniale era in tutta la sua vigoria, ho cercato raccogliere quanto bastasse a dare un sicuro indirizzo a chi mi volesse seguire in queste ricerche, trattenendomi dall’entrare in tutti quei particolari, che in ultima analisi avrebbero più attenenza colla topografia della nostra città nei secoli di mezzo, di quello che con uno studio su queste Vicinie quali organi della vita cittadina. E l’ingegnere , studiosissimo delle cose nostre, che sulle mie indicazioni volle delinearmi questa Carta e prestarsi in tutti i modi per agevolarne la pubblicazione, s’abbia qui i miei più vivi ringraziamenti, se questi possono mai aggiungere qualche cosa alla benemerenza già da lui acquistata pel fecondo amore che porta alle nostre memorie.

Ho lasciato seguire due Appendici. La prima si occupa particolarmente della Vicinia di Canale, perchè mi parve dovessero esser meglio chiarite le sue speciali condizioni e con questo fossero tolti quei dubbi che avessero potuto restare per avventura sulle induzioni, alle quali ero stato condotto dalle mie ricerche. Nella seconda pubblico il Giuramento delle Vicinie, che ci giunse senza data. Non avrei voluto dare alla luce questo Atto se non dopo averlo confrontato coll’originale, ove ancora esista, ed averlo completato; ma se ciò non mi è possibile, perchè lasciarlo ancora nella oscurità, quando si presentava la occasione in cui, per gli stretti rapporti che ha con questo mio lavoro, era una necessità farlo conoscere? Vinsi a stento la mia peritanza, e lo diedi quale ce lo lasciò l’, procurando in pari tempo di stabilire a quale epoca si potesse ascrivere, per quanto almeno era possibile nell’assoluta mancanza di esatte notizie, e insieme non avendo mezzo di istituire confronti paleografici sul documento originale. Che se, una volta decisomi a rendere di pubblica ragione quel Giuramento, dovetti assoggettarlo a più minuto esame, con ciò si spiegherà perchè il giudizio sull’epoca al quale si deve assegnare, ed una determinazione più esatta del suo carattere, potessero per avventura modificare quanto con indicazioni affatto generiche avea lasciato correre a p. 78 di questo mio Scritto.

Villa d’Alme, 29 Aprile 1884.

Le Vicinie di Bergamo

La divisione delle città in quartieri o sestieri (Portae) è antichissima, e dall’, scrittore del nono secolo, ci è già attestata per Ravenna intorno al 690, laddove, narrando di una finta battaglia, cominciata per giuoco, poi degenerata bentosto in un sanguinoso combattimento, indi in uno spaventevole massacro, scrive: «contigli eo tempore ut Tiguriensis porta iniret certamen cum Pusterula, que vocatur Summus Vicus.» A quelle del biografo ravennate corrispondono altre indicazioni. Così in una carta lucchese del 739 troviamo: Iustu aurifice de porta s. Gervasii; in altra milanese del 843 fra le soscrizioni vi ha pure quella di Leoni de civitate Verona de porta s. Firmi, e nel 847 in un atto pur milanese è soscritto Rachifrit pellegrario de porta ticinensis.

Che una tale partizione fin da tempi così antichi fosse comune a tutte l’altre città, sebbene sia assai verisimile, non oserei affermarlo per manco di documenti; però essa divenne uno dei caratteri essenziali della vita comunale, imperocchè per un concorso di molteplici e propizie circostanze fusisi i ceti nella novella cittadinanza, gli oneri imposti ebbero unica base nel domicilio, non più nella qualità delle persone; onde, conformemente ai principii d’uguaglianza della nuova borghesia, l’ordinamento non posò più sulla vieta classificazione dei ceti sociali, sibbene sulla preesistente divisione dei quartieri cittadini.

I nostri documenti pur troppo sono muti fino ad un’epoca assai più tarda; ma la analogia delle città circonvicine e, direi quasi, una necessità universalmente sentita non permettono in niun modo di pensare ad una eccezione, che sarebbe singolarissima, e che alla sua volta richiederebbe maggiori e più indiscutibili prove, per essere avvalorata. Che anzi, fino dal 1030 veggo anche qui una regione della città indicata dal nome della Porta, alla quale dovea essere congiunta, perchè in un atto di quell’anno trovo: pecies due de terra — posite infra cive Bergamo — da porta s. Laurentii; nell’anno successivo vi ha: prima pecia — est porla que dicitur sancti Stephani; in una carta inedita del 1118 leggo: casa una solariata posita in suprascripta civ. Pergamo da porta s. Laurentii; nel 1173 sono nominati i vicini porte (non parte) sancti Stephani, e nel 1198 è ricordato certo Teutaldus Abandonatus de porta s. Laurentii civ. Pergami; per il che, se propriamente noi non sappiamo per prove dirette, che l’esercito si formasse sulla base dei quartieri cittadini, che sulla stessa base si eleggessero gli ufficiali del Comune, si distribuissero le imposte, insomma si compiessero tutti i più importanti servizi pubblici, queste testimonianze però ce lo lasciano ammettere in via indiretta, ma non meno certa, in quanto che in questo primo periodo difficilmente potremmo immaginare in diversa guisa il manifestarsi della vita comunale.

Ma non è solo in quartieri che noi troviamo divisa la nostra città, sibbene anche in Viciniae o Vicinantiae. Il concetto dei vincoli derivanti dalla materiale contiguità delle abitazioni, che si svolge e s’allarga su quello delle cognazioni, delle affinità e delle amicizie, e che crea una serie di attenenze fra quanti vi hanno parte, non può essere stato che di tutti i tempi e di tutti i luoghi in certi stadii della civiltà. Ma come dalla sua astrattezza questo concetto si tradusse in atto fin da principio, qua in un centro di allegri convegni o di religiose solennità, onde la vicinia ebbe i suoi ludi compitalicii, e compitum e vicinitas si tennero come sinonimi; là in una sequela di svariati rapporti con gli interessi particolari del luogo ed in una serie di provvedimenti per promuoverli e per tutelarli, così non è a meravigliare se i vicinati, a seconda dei tempi e delle sociali condizioni, con mutato aspetto ci si fanno innanzi nelle varie epoche della nostra storia come anello di congiunzione fra il più ristretto àmbito delle correlazioni famigliari e quello più ampio della città, o, che dir si voglia, del Comune.

Che la divisione per vici o viciniae, la quale non ci appare solo in Roma, ma anche in altri municipii, siasi mantenuta inalterata attraverso ai secoli, non è agevole dirlo, perchè gli sconvolgimenti portati principalmente dalla conquista longobarda furono di tale natura, da imporre il più assoluto riserbo di fronte a così intricata questione. La congettura quindi che, da una parte alcune tradizioni dell’epoca romana non al tutto scomparse neppure sotto il dominio de’ Longobardi, dall’altra il sentimento ugualmente provato d’una comunanza di interessi fra quanti conviveano sullo stesso suolo nella più stretta vicinità, debbano aver concorso a mantenere queste Vicinie, le quali, ubbedendo alle mutate condizioni, avranno trasportato il loro centro di unione, il simbolo più evidente della loro esistenza, dal sacrario eretto nei compita alle chiesuole innalzate nei diversi punti della città, non potrebbe pretendere più che ad una certa verisimiglianza, poichè, tolto quel naturale sen- noi non possediamo alcun’altra prova storica di una tale connessione, e la Vicinia medievale nei suoi tratti più originarii non ci si presenta che come istituzione ecclesiastica, come germe di quelle parrocchie cittadine, che ebbero vita soltanto dopo il mille.

A quella guisa che nelle campagne, dove pure prima di quell’epoca le parrocchie essendo poche e vastissime, qua e colà, o nel centro di ampie tenute signorili, o dove appena esistesse qualche gruppo un po’ ragguardevole di abitazioni, si innalzarono oratorii o cappelle (oracula, basilicae, tituli), che in origine erano interamente soggetti alla chiesa plebana, in quanto che soltanto in questa nelle domeniche e nell’altre precipue festività si celebrava solennemente il sacrificio, si tenevano sermoni, si leggeva la Scrittura, si amministravano i sacramenti e si compievano tutte l’altre funzioni propriamente parrocchiali; ma che in seguito diventarono centro di numerose parrocchie e di importanti Comuni rurali, così avvenne nelle città e nei suburbi, dove fin da tempi antichi, per la necessità stessa delle cose, si trovano fondati oratorii pubblici, ne’ quali era permesso al popolo di intervenire al sacrificio, e i quali per essere immediatamente sottoposti alla matrice della Pieve urbana, furono talvolta distinti coll’epiteto di cardinales. Un eguale fatto si presenta anche fra noi; ma se non si può accogliere con alcuna fiducia una notizia, secondo la quale fu il ve- Adalberto, che nella prima metà del secolo decimo assoggettò, naturalmente insieme alla circostante popolazione, queste cappelle alla Cattedrale, questo però parmi certo si possa indurre, che già fino da un’epoca abbastanza antica si tenesse, che tali oratorii cittadini e suburbani avessero potuto costituire il centro di molteplici rapporti fra essi e coloro, che vi abitavano tutt’intorno, onde di qui si dovesse ripetere il primo nucleo di quelle Vicinie, che da essi unicamente ebbero nome.

Il fatto è, che nel Concilio Ticinese del 850 trovo la espressione: similiter autem et singulis urbium viciniis et suburbanis per municipalem archipresbiterum cet.; il per Milano rinvenne già nel secolo decimo alcune traccie di queste Vicinie, delle quali un indizio parmi di ravvisare apertamente anche fra noi fin dal 952, quando fra i testimoni di un atto veggo segnato Iohanne et Adalberto pater et fil. de infradicia civit. Bergamo qui dicitur de Sancto Pancratio; il che vuol dire, s’io non erro, che col nome della chiesa veniva indicata quella parte della città, ove tenevano abitazione que’ due testimoni, o in altri termini, che quella chiesa s’era fatta il centro di un gruppo di abitazioni o di una Vicinanza, la quale da essa, come ne’ tempi posteriori, pigliava nome. E se in importanti decisioni, che riguardavano la disciplina e il patrimonio ecclesiastico, era richiesto l’intervento dei laici; se nel 1173 furono i Vicini quelli che chiesero ed ottennero dal vescovo Guala che la loro chiesa di S. Giacomo della Porta fosse libera et absoluta capella civitatis Pergami sicut una ex aliis capellis ipsius civitatis e quindi vi fosse posto un prete qui divinum officium continue celebraret; se a questo uniamo il sentimento religioso a quelle epoche vivissimo, parmi possiamo agevolmente spiegarci come quei Vicini, che abitavano attorno all’oratorio eretto per loro, dovessero considerarlo come cosa propria, e riguardare come di comune interesse il riattarlo, o l’ampliarlo, il tenerlo fornito de’ sacri arredi e di quanto occorreva a compiervi i riti liturgici, e come quindi alla lor volta i nascenti Comuni potessero cogliere questa condizione di cose quale segno di comunanza di locali interessi e quale sorgente di reciproci doveri. Del che ne porge una chiara prova la città di Parma nel 1238, poichè per definire a chi spettasse il risarcimento dei danni recati alla proprietà, non seppe meglio farlo che con questa ordinanza: quod dampnum emendetur ab omnibus hominibus qui se conveniunt et vadunt ad ecclesiam illam, ad quam ille cui dampnum datum fuerit, vel tenitores illius terre consueverant ire.

E questo in tesi generale e come un naturale svolgimento della cosa, perchè solo la mancanza dei documenti non mi permette dire se molte di queste cappelle non saranno state fondate dagli stessi vicini, onde da questo fatto ne sieno nati diritti e doveri, che il giure canonico pienamente ammetteva, e che la legge civile non mancava di sancire, e che quindi la esecuzione degli uni e degli altri rendesse più stretti quei vincoli quasi naturali di questi Vicini, che s’accentravano nella chiesa comune, a comuni spese mantenuta e provveduta. E a quella guisa che il governo episcopale abituò i Comuni, anche per lungo tratto dopo costituiti, a tenere loro radunanze nella Cattedrale, così queste condizioni devono aver mantenuto nei Vicinati, anche dopo che formarono parte integrante dell’ordinamento municipale, il costume di raccogliersi a trattare dei comuni interessi nella chiesa da cui aveano nome, come ce ne forniscono una continua prova gli Atti della Vicinia di S. Pancrazio.

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