Read here

La Lena

Ludovico Ariosto · 1857 · Free in the US

12,528 words · about 53 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
About this edition

Free in the US: this text is in the public domain in the United States; it may still be in copyright elsewhere.

Licence: PD-US · Published in 1857 (before 1931): public domain in the United States. Text and transcription from it Wikisource by Wikisource contributors (transcription licensed CC BY-SA 4.0; contributors: https://it.wikisource.org/w/index.php?title=La_Lena&action=history). · Wikisource contributors

Text from Wikisource and set out for reading on screen; no words of the book are rewritten or summarized. How RedLectern is built

About this book

Author
Ludovico Ariosto
Language
Italian
Published
1857
Length
12,528 words · about 53 min
Sections
8 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (8)
  1. Front matter under 1 min
  2. Prologo primo about 1 min
  3. Prologo secondo about 1 min
  4. Atto primo about 8 min
  5. Atto secondo about 8 min
  6. Atto terzo about 12 min
  7. Atto quarto about 9 min
  8. Atto quinto about 14 min

Continue:

Front matter

CORBOLO, famiglio di Flavio. | TORBIDO, perticatore.

FLAVIO, padrone giovane. | GIMIGNANO.

LENA, ruffiana. | BARTOLO.

Prologo primo

Dianzi ch’io veddi questi gentiluomini Qui ragunarsi, e tante belle giovani, Io mi credéa per certo che volessino Ballar, chè ’l tempo me lo par richiedere; E per questo mi son vestito in maschera. Ma poi ch’io sono entrato in una camera Di questo, ed ho veduto circa a sedici Persone travestite in diversi abiti,

E che si dicon l’un l’altro e rispondono Certi versi, m’avveggio che far vogliono Una de le sciocchezze che son soliti, Ch’essi Commedia chiamano, e si credono Di farle bene. Io che so quel che detto mi Ha il mio maestro, che fra le poetiche Invenzïon non è la più difficile, E che i poeti antichi ne facevano Poche di nuove, ma le traducevano Da i Greci; e non ne fe alcuna Che trovasse egli; e nessuna o pochissime , di queste ch’oggidì si leggono; Non posso non maravigliarmi e ridere Di questi nostri, che quel che non fecero Gli antichi loro, che molto più seppono Di noi sì in questa e sì in ogn’altra scienzia, Essi ardiscan di far. Tuttavía, essendoci Già ragunati qui, stiamo un po’ taciti A riguardarli. Non ci può materia, Ogni modo, mancar oggi da ridere: Chè, se non rideremo de l’arguzia Della Commedia, almen de l’arroganzia Del suo compositor potremo ridere.

Prologo secondo

Ecco la Lena, che vuol far spettacolo Un’altra volta di sè; nè considera Che se l’altr’anno piacque, contentarsene Dovrebbe, e non si pôrre ora a pericolo Di non piacervi: chè ’l parer degli uomini Molte volte si muta, ed il medesimo Che la mattina fu, non è da vespero. E s’anco ella non piacque, che più giovane

Era allora e più fresca, men dovrebbevi Ora piacer. Ma la sciocca s’immagina D’esser più bella, or che s’ha fatto mettere La coda dietro; e pârle che venendovi Con quella innanzi, abbi d’aver più grazia Che non ebbe l’altr’anno, che lasciòvvisi Veder senz’essa, in veste tonda e in abito Da questo ch’oggi s’usa assai dissimile. E che volete voi? La Lena è simile All’altre donne, che tutte vorrebbono Sentirsi dietro la coda, e disprezzano (Come sien terrazzane, vili e ignobili) Quelle che averla di dietro non vogliono, O, per dir meglio, ch’aver non la possono: Perchè nessuna, o sia ricca o sia povera, Che se la possa pôr, niega di pôrsela. La Lena, in somma, ha la coda, e per farvi la Veder, un’altra volta uscirà in pubblico; Di voi, donne, sicura, che laudargli la Debbiate: ed è sicura anco dei giovani, A i quali sa che le code non spiaceno; Anzi lor aggradiscono, e le accettano Per foggia buona e da persone nobili. Ma di alcuni severi ed increscevoli Vecchi si teme, che sempre disprezzano Tutte le foggie moderne, e sol laudano Quelle ch’al tempo antico si facevano. Ben sono ancora dei vecchi piacevoli, Li quai non hanno le code a fastidio, Ed han piacer delle cose che s’usano. Per piacer, dunque, a questi e a gli altri che amano Le foggie nuove, vien la Lena a farvisi Veder con la sua coda. Quelli rigidi Del tempo antico faran ben, levandosi, Dar luogo a questi che la festa vogliono.

Atto primo

Corbolo.Flavio, se la domanda è però lecita, Dimmi: ove vai sì per tempo? chè suonano Pur ora i mattutini; nè debb’essere Senza cagion, che ti sei con tal studio Vestito e ben ornato, e come bossola Di spezie, tutto ti sento odorifero. Flavio.Io vo qui, dove amor mi mena, a pascere Gli occhi d’una bellezza incomparabile. Corbolo.E che bellezza vuoi tu in queste tenebre Veder? Se forse veder non desideri La stella amata da Martin d’Amelia: Ma nè quella anco di levarsi è solita Così per tempo. Flavio.Nè cotesta, Corbolo, Nè stella altra del cielo, nè il sol proprio, Luce quanto i begli occhi di Licinia. Corbolo.Nè gli occhi della gatta; questo aggiungere Dovevi ancora, che saría più simile Comparazion, perchè son occhi, e lucono. Flavio.Il malanno che Dio ti dia, che compari Gli occhi d’animal bruto a lumi angelici! Corbolo.Gli occhi di Cucchiulin più confarebbonsi, Di Sabbatino, Marïano e simili, Quando di Gorgadello ubbriachi escono.

Flavio.Deh, va in malora. Corbolo.Anzi in buon’ora a stendermi Nel letto, ed a fornire un soavissimo Sonno che tu m’hai rotto. Flavio.Or vien qua ed odimi, E pon da lato queste sciocche arguzie. Corbol, che sempre abbia avuta grandissima Fede in te, te ne sei potuto accorgere A molti segni; ma maggiore indizio Ch’io te n’abbia ancor dato, son per dartene Ora, volendo farti consapevole D’un mio segreto, di tale importanzia, Che la roba vorrei, l’onore e l’anima Perder prima, che udir che fosse pubblico. E perchè credo aver della tua opera Bisogno in questo, ti vô far intendere Che a patto alcun non te ne vô richiedere, Se prima di tacerlo non mi t’obblighi. Corbolo.Non accade usar meco questo prologo; Chè tu sai ben per qualche esperïenzia, Ch’ove sia di bisogno so star tacito. Flavio.Or odi. Io so che sai senza ch’io replichi, Ch’amo Licinia, figliuola di Fazio Nostro vicino, e che da lei rendutomi È il cambio; chè più volte testimonio Alle parole, ai sospiri, alle lacrime Sei stato, quando abbiamo avuto comodo Di parlarci, stando ella a quella piccola Finestra, io nella strada. Nè mancatoci È mai se non il luogo, a dar rimedio A i nostri affanni: il quale ella mostratomi Ha finalmente, chè fare amicizia M’ha fatto con la moglie di Pacifico, La Lena; questa che qui a lato ci abita, Che le ha insegnato da fanciulla a leggere Ed a cucire; e séguita insegnandole Far trapunti, ricami e cose simili; E tutto il dì Licinia, fin che suonino Ventiquattr’ore, è seco: sì che facile- mente, e senza ch’alcun possa avvedersene, La Lena mi potrà pôr con la giovane: E lo vuol fare, e darci oggi principio

Intende; e perchè li vicin, vedendomi Entrar, potríano alcun sospetto prendere, Vuol ch’io v’entri di notte. Corbolo.È convenevole. Flavio.Verrà a suo acconcio, e tornarà la giovane, Come andarvi e tornarne ogni dì è solita. Ma non me ne son oggi più per muovere Infino a notte. Questa notte tacita- mente usciremo. Corbolo.Con che modo volgere Hai potuto la moglie di Pacifico, Che ruffiana ti sia della discepola? Flavio.Disposta l’ho con quel mezzo medesimo Con che più salde menti si dispongono A dar le rôcche, le città, gli eserciti E talor le persone de’ lor prencipi; Con denari: del qual mezzo il più facile Non si potrebbe trovare. Ho promessole Vinticinque fiorini, ed arrecarglieli Ora meco dovéa, perchè riceverli Anch’io credéa da Giulio, che promessomi Li avéa dar jeri, e m’ha tenuto all’ultimo. Jersera poi ben tardi mi fe intendere Che non me li dava egli, ma servirmene Facéa da un suo, senza pagarglien’ utile Per quattro mesi; ma dovendo darmeli Quel suo, voleva il pegno. Il qual sì subito Non sapend’io trovare, e già avend’ordine Di venir qui, non ho voluto romperlo, E son venuto; ancor ch’io stia con animo Molto dubbioso, se mi vorrà credere La Lena; pur mi sforzarò, dicendole Come ita sia la cosa, che stia tacita Fino a doman. Corbolo.Se ti crede, fia un’opera Santa che tu l’inganni. Porca, ch’ardere La possa il fuoco! Non ha coscïenzia Di chi si fida in lei la figlia vendere. Flavio.E che sai tu, che ragione non abbia?

Acciò tu intenda, questo vecchio misero Le ha voluto già bene, e il desiderio Suo molte volte n’ha avuto. Corbolo.Miracolo! Gli è forse il primo? Flavio.Ben credo patendolo Il marito, o fingendo non accorgersi: Imperocchè più e più volte Fazio Gli ha promesso pagar tutti i suoi debiti; Perchè il meschin non ardisce di mettere Piè fuor di casa, acciò che non lo facciano Li creditori suoi marcire in carcere: E quando attener debbe, nega il perfido D’aver promesso, e dice: — Dovrebbe esservi Assai d’aver la casa, e non pagarmene Pigione alcuna; — come nulla meriti Ella dell’insegnar che fa a Licinia. Corbolo.Veramente, se fin qui nulla merita, Meriterà per l’avvenir, volendole Insegnar un lavoro il più piacevole Che far si possa, di menar le calcole E batter fisso. Ella ha ragion da vendere. Flavio.Abbia torto o ragion, c’ho da curarmene? Poichè mi fa piacer, le ho d’aver obbligo. Or quel che da te voglio, è che mi comperi Fin a tre paja o di quaglie o di tortore; E quando aver tu non ne possa, pigliami Due paja di piccioni, e falli cuocere Arrosto, e fammi un cappon grasso mettere Lesso; e gli arreca ad ora convenevole, E con buon pane e miglior vino; e siati A cuor ch’abbiam da bere in abbondanzia. Questo è un fiorino, te’: non me ne rendere Danajo in dietro. Corbolo.Il ricordo è superfluo. Flavio.Io vô far segno alla Lena. Corbolo.Sì, faglielo; Ma su la faccia; chè, per dio, lo merita. Flavio.Perchè, se mi fa bene, ho io da offenderla?

Corbolo.Il farti ella suonar, come un bel cembalo, Di venticinque fiorini, tu nomini Bene? Ma dimmi: ove sarà, pigliandoli Tu in presto, poi provvisïon di renderli? Flavio.Ho quattro mesi da pensarci termine: Che sai che possa in questo mezzo nascere? Non potrebbe morir, prima che fossero Li tre, mio padre? Corbolo.Sì; ma potría vivere Ancor: se vive, come è più credibile, Che modo avrai di pagar questo debito? Flavio.Non verrai tu sempre a prestarmi un’opera, Che gli vorrò fare un fiocco? Corbolo.Te n’offero Più di dieci. Flavio.Ma sento che l’uscio aprono. Corbolo.E tu aprir loro il borsello apparecchiati.

Flavio.Buondì, Lena, buondì. Lena.Saría più proprio Dir buona notte. Oh molto sei sollecito! Corbolo.Risalutar ben lo dovevi, ed essere Più cortese. Lena.Con buoni effetti vogliolo Risalutar, non con parole inutili. Flavio.So ben che ’l mio buondì sta nel tuo arbitrio. Lena.E ’l mio nel tuo. Corbolo.Anch’io il mio nel tuo mettere Vorrei. Lena.Oh che guadagno! Dimmi, Flavio, Hai tu quella faccenda? Corbolo.Ben puoi credere Che non saría venuto non avendola.

Vi so dir che l’ha bella e bene in ordine. Lena.Non gli dico di quella; ma domandogli S’egli arreca danar. Flavio.Credéa arrecarteli Per certo. Lena.Tu credevi? mal principio Cotesto. Flavio.Chè un amico mio servirmene Dovea fin jeri, e poi mi fece intendere Jersera (ch’era già notte) che darmeli Farebbe oggi o doman senza alcun dubbio. Ma sta sopra di me: doman non fieno Vent’ore, che gli avrai. Lena.Domane, avendoli, Farò che l’altro dì, a questa medesima Ora, entrarai qua dentro. In tanto renditi Certo di star di fuora. Flavio.Lena, reputa d’averli. Lena.Pur parole, Flavio: reputa Ch’io non son, senza danari, per crederti. Flavio.Ti do la fede mia. Lena.Saría mal cambio Tôr per danari la fede, chè spendere Non si può; e questi che i dazî rescuotono, Fra le triste monete la bandiscono. Corbolo.Tu cianci, Lena, sì? Lena.Non ciancio; dicogli Del miglior senno ch’io m’abbia. Corbolo.Può essere Che essendo bella, tu non sia piacevole Ancora? Lena.O bella o brutta, il danno e l’utile È mio: non sarò almen sciocca, che volgere Mi lassi a ciance. Flavio.Mi sia testimonio Dio. Lena.Testimonio non vô che all’esamine Io non possa condur. Corbolo.Sì poco credito Abbiamo teco noi? Lena.Non stia qui a perdere

Tempo; ch’io gli conchiudo, ch’egli a mettere Non ha qua dentro il piede, se non vengono Prima questi danari e l’uscio gli aprano. Flavio.Tu temi ch’io te la freghi? Corbolo.Sì, fregala. Patron, chè poi ti sarà più piacevole. Lena.Io non ho scesa. Corbolo.(Un randello di frassino Di due braccia ti freghi le spalle, asina!) Lena.Io voglio, dico, danari e non frottole. Sa ben che ’l patto è così, nè dolersene Può. Flavio.Tu di’ il ver, Lena; ma può essere Che sii sì cruda, che mi vogli escludere Di casa tua? Lena.Può esser che sì semplice Mi stimi, Flavio, che ti debba credere Che, in tanti dì che siamo in questa pratica, Tu non avessi trovato, volendoli, Venticinque fiorini? Mai non mancano Danari a li par tuoi. Se non ne vogliono Prestar gli amici, alli sensali volgiti, Che sempre hanno tra man cento usurarii. Cotesta vesta di velluto spogliati, Lévati la berretta, e all’Ebréo mandali; Chè ben dell’altre robe hai da rimetterti. Flavio.Facciam, Lena, così: piglia in deposito Fino doman questa robba; ed impegnala Se, prima che doman venti ore suonino, Non ti do li denari, o fo arrecarteli Per costui. Lena.Tu pur te ne spoglia, e mandala Ad impegnar tu stesso. Flavio.Mi delibero Di compiacerti, e di farti conoscere Che gabbar non ti voglio. Piglia, Corbolo, Questa berretta e questa robba: ajutami, Chè la non vada in terra.

Corbolo.Vuoi tu trartela? Flavio.La vô a ogni modo satisfar: che diavolo Fia? Corbolo.Or vadan tutti li beccai e impicchinsi, Chè nessun ben come la Lena scortica. Flavio.Voglio che fra le quindici e le sedici Ore, da parte mia tu vada a Giulio, E che lo preghi che mi trovi subito Chi sopra questi miei panni m’accomodi Delli denar che sa che mi bisognano. E se ti desse una lunga, rivolgiti Al banco de’ Sabbioni, e quivi impegnali Venticinque fiorini; e come avuto li Abbi o da un luogo o da un altro, qui arrecali. Corbolo.E tu starai spogliato? Flavio.Che più? Portami Un cappino e un saion di panno. Lena.Spacciala; Chè ancor ch’egli entri qui, non ha da credere Ch’io voglia che di qua passi la giovane, Prima che li contanti non mi annoveri. Flavio.Entrerò dunque in casa. Lena.Sì ben, entraci; Ma con la condizion ch’io ti specifico.

Potta! chè quasi son per attaccargliela! Ho ben avuto a’ miei mille pratiche Di ruffiane, bagascie e cotai femmine Che di guadagni disonesti vivono; Ma non ne vidi a costei mai la simile.

Che con sì poca vergogna e tanto avida- mente facesse il suo ribaldo officio. Ma si fa giorno: per certo non erano Li mattutini quelli che suonavano; Esser dovea l’ave maria o la predica; O forse i preti iersera troppo aveano Beuto, e questa mattina erant oculi Gravati eorum. Credo che anco Giulio Non potrò aver, che la mattina è solito Di dormir fino a quindici ore o sedici. In questo mezzo sarà buono andarmene Fin in piazza, a veder se quaglie o tortore Vi posso ritrovare; e ch’io le comperi.

Atto secondo

Fazio.Chi non si leva per tempo e non opera La mattina le cose che gl’importano, Perde il giorno, e i suoi fatti non succedono Poi troppo ben. Menghin, vô ch’a Dugentola Tu vada, e che al gastaldo facci intendere Che questa sera le carra si carchino, E che doman le legna si conduchino; E non sia fallo, ch’io non ho più ch’ardere. Nè ti partir, che vi vegghi buon ordine; E dir mi sappi come stan le pecore, E quanti agnelli maschi e quante femmine Son nate: e fa che li fasci ti mostrino C’hanno cavati, e che conto ti rendano De’ legni verdi c’hanno messo in opera; E quel che sopravanza, fa che annoveri.

Or va; non perder tempo. Odi, se avessino Un agnel buono... Eh no, fia meglio venderlo. Va, va... Pur troppo... Lena.Sì, era un miracolo Che diventato voi foste sì prodigo! Fazio.Buondì, Lena. Lena.Buondì e buon anno, Fazio. Fazio.Ti levi sì per tempo? che disordine È questo tuo? Lena.Saría ben convenevole, Che poi che voi mi vestite sì nobile- mente, e da voi le spese ho sì magnifiche, Che fino a nona io dormissi a mio comodo, E ’l dì senza far nulla io stessi in ozio. Fazio.Fo quel ch’io posso. Lena; maggior rendite Delle mie a farti cotesto farebbono Bisogno: pur, secondo che si stendono Le mie forze, mi studio di farti utile. Lena.Che util mi fate voi? Fazio.Questo è il tuo solito, Di sempremai scordarti i beneficii. Sol mentre ch’io ti do, me ne ringrazii; Tosto c’ho dato, il contrario fai subito. Lena.Che mi deste voi mai? Forse ripetere Volete ch’io sto qui senza pagarvene Pigione? Fazio.Ti par poco? Son pur dodici Lire ogni anno coteste; senza il comodo C’hai d’essermi vicina. Ma tacermelo Voglio per non parer di rinfacciartelo. Lena.Che rinfacciar? che se talor vi avanzano Minestre o broda, solete mandarmene? Fazio.Anch’altro, Lena. Lena.Forse una o due coppie Di pane il mese, o un poco di vin putrido? O di lassarmi tôrre un legno picciolo, Quando costì le carra se ne scarcano? Fazio.Hai ben anch’altro. Lena.Ch’altro ho io? deh, ditelo. Cotte di raso o di velluto? Fazio.Lecito Non saría a te portarle, nè possibile

A me di darle. Lena.Una saja mostratemi, Che voi mi deste mai. Fazio.Non vô risponderti. Lena.Qualche par di scarpacce o di pantoffole, Poi che l’avete ben pelate e logre, mi Donate alcuna volta per Pacifico. Fazio.E nuove ancor per te. Lena.Non credo siano In quattro anni tre paja. Or nulla vagliono Le virtuti ch’io insegno e che continua- mente ho insegnato a vostra figlia? Fazio.Vagliono Assai, nol voglio negar. Lena.Che a principio Ch’io venni abitar qui, non sapéa leggere Nella tavola il pater pure a compito, Nè tener l’ago; Fazio.È vero. Lena.Nè pur volgere Un fuso: ora sì ben dice l’offizio, Sì ben cuce e ricama, quanto giovane Che sia in Ferrara: non è sì difficile Punto, ch’ella nol tolga dall’esempio. Fazio.Ti confesso ch’è il vero; non voglio essere Simile a te, ch’io neghi d’averti obbligo Dov’io l’ho: pur non starò di risponderti. Se tu insegnato non le avessi, avrebbele Alcun’altra insegnato, contentandosi Di dieci giuli l’anno: differenzia Mi par pur grande da tre lire a dodici! Lena.Non ho mai fatto altro per voi, ch’io meriti Nove lire di più? In nome del diavolo, Che se dodici volte l’anno dodici Voi me ne déssi, non sarebbe premio Sufficïente a compensar la infamia Che voi mi date; chè i vicini dicono Pubblicamente, ch’io son vostra femmina.

Che venir possa il morbo a mastro Lazzaro, Che mi arrecò alle man questa casipola! Ma non ci voglio più star dentro: datela Ad altri. Fazio.Guarda quel che tu di’. Lena.Datela; Non vô che sempremai mi si rimproveri, Ch’io non vi paghi la pigione ed abiti In casa vostra: s’io dovessi tôrmene Di dietro al Paradiso una o nel Gambaro, Non vô star qui. Fazio.Pensaci bene, e parlami. Lena.Io ci ho pensato quel ch’io voglio: datela A chi vi pare. Fazio.Io la truovo da vendere, E venderòlla. Lena.Quel che vi par fatene; Vendetela, donatela ed ardetela: Anch’io procacciarò trovar ricapito. Fazio.(Quanto più fo carezze, e più mi umilio A costei, tanto più superba e rigida Mi si fa; e posso dir di tutto perdere Ciò ch’io le dono: così poca grazia Me n’ha! vorría potermi succhiar l’anima.) Lena.Quasi che senza lui non potrò vivere! Fazio.(E veramente, oltrechè non mi pagano La pigion della casa, più di dodici Altre lire ella e ’l marito mi costano L’anno.) Lena.Dio grazia, io son anco sì giovane, Ch’io mi posso ajutar. Fazio.(Spero d’abbattere Tanta superbia. Io non voglio già vendere La casa, ma sì ben farglielo credere.) Lena.Non son nè guercia nè sciancata. Fazio.(Voglioci

Condurre o Biagïolo o quel dall’Abbaco A misurarla, e terrò in sua presenzia Parlamento del prezzo, e saprò fingere Un comprator. Non han danar nè credito Per trovarne alcun’altra: si morrebbono Di fame altrove. Vô con tanti stimoli Da tanti canti punger questa bestia, Che porle il freno e ’l basto mi delibero.)

Vorrebbe il dolce senza amaritudine; Ammorbarmi col fiato suo spiacevole, E strascinarmi come una bell’asina, E poi pagar d’un — gran mercè. — Oh che giovine, Oh che galante a cui dar senza premio Debbia piacere! Fui ben una femmina Da poco, ch’a sue ciance lasciai volgermi E sue promesse; ma fu il lungo stimolo Di questo uomo da niente di Pacifico, Che non cessava mai: — Moglie, compiacilo; Sarà la nostra ventura: sapendoti Governar seco, tutti i nostri debiti Ci pagarà. — Chi non l’avría a principio Creduto? Maria in monte (come dicono Questi scolari) promettéa; poi datoci Ha un laccio che lo impicchi come merita. Poi che attener non ha voluto Fazio Quel che per tante sue promesse è debito, Farò come i famigli che ’l salario Non ponno aver che co’ padroni avanzano; Che gl’ingannano, rubano, assassinano. Anch’io d’esser pagata mi delibero Per ogni via, sia lecita o non lecita; Nè Dio, nè il mondo me ne può riprendere. S’egli avesse moglier, tutto il mio studio Saría di farlo far quel che Pacifico

È da lui fatto: ma ciò non potendosi, Perchè non l’ha, con la figliuola vogliolo Far esser quel ch’io non so com’io nomini.

Corbolo.(Un uom val cento, e cento uno non vagliono: Questo è un proverbio che in esperïenzia Questa mattina ho avuto.) Lena.Parmi Corbolo Che di là viene; è desso. Corbolo.(Chè, partendomi Di qui per far quanto m’impose Flavio, Vo in piazza, e tutta la squadro, e poi volgomi Lungo la loggia, e cerco per le treccole, Indi innanzi al Castello, e i pizzicagnoli Vo domandando s’hanno quaglie o tortore.) Lena.Vien molto adagio; par che i passi annoveri. Corbolo.(Nulla vi trovo: alcuni piccion veggovi Sì magri, sì leggieri, che parevano Che la quartana un anno avuto avessino.) Lena.Pur ch’egli abbia i danari! Corbolo.(Un altro toltoli Avería, e detto fra sè: — Non ce n’erano De’ migliori: c’ho a far che magri siano O grassi, poichè non s’han per me a cuocere? — Lena.Vien col braccio sinistro molto carico. Corbolo.(Ma non ho fatt’io così; chè gli ufizii, E non le discrezioni, dar si dicono: Anzi, alla porta del Cortil fermandomi, Guardo se contadini o altri appajono, Che de’ migliori n’abbian. Quivi in circolo Alcuni uccellator del duca stavano, Credo, aspettando questi gentiluomini Che di sparvieri e cani si dilettano,

Che a bere in Gorgadello li chiamassero. Mi dice un d’essi, ch’è mio amico: — Corbolo, Che guardi? — Io glielo dico, e insieme dolgomi Che mai per alcun tempo non si vendono Salvadigine qui, come si vendono In tutte l’altre cittadi; e penuria Ci sia d’ogni buon cibo; nè si mangino Se non carnacce che mai non si cuocono. E perchè non son care! Si concordano Tutti al mio detto.) Lena.Io vô aspettarlo, e intendere Quel ch’egli ha fatto. Corbolo.(Io mi parto: mi séguita Un d’essi, e al canto ove comincian gli Orafi, Mi s’accosta, e pian pian dice: — Piacendoti, Un pajo di fagian grassi, per quindici Bolognini gli avrai. — Sì sì, di grazia; — Rispondo, ed egli:— In vescovado aspettami; Ma non cantare; — ed io: — Non è la statua Del duca Borso là di me più tacita. — In questo mezzo un cappon grasso compero, Ch’avea adocchiato, e tolgo sei melangole, Ed entro in vescovado; ed ecco giungere L’amico coi fagian sotto, che pesano Quanto un pai’ d’oche. Io metto mano, e quindici Bolognin su ’n altar quivi gli annovero: Mi soggiunge egli: — Se te ne bisognano Quattro, sei, sette, diece paja, accennami, Purchè tra noi stia la cosa. — Ringraziolo...) Lena.Par che molto fra sè parli e fantastichi. Corbolo.(E gli prometto la mia fede, d’essere Segreto. Ma mi vien voglia di ridere, Che ’l signor fa con tanta diligenzia, E con gride e con pene sì terribili,

Guardar la sua campagna; e li medesimi Che n’hanno cura son quei che la rubbano.) Lena.Spíccati, che spiccata ti sia l’anima! Corbolo.(Non pônno a nozze ed a conviti pubblici Li fagiani apparir sopra le tavole, Chè le grida ci sono; e nelle camere Con puttane i bertoni se li mangiano. Questi arrosto, e ’l cappone ho fatto cuocere Lesso, e qui nel canestro caldi arrecoli. Ecco la Lena.) Lena.Hai tu i danari, Corbolo? Corbolo.Io gli avrò. Lena.Non mi piace udir rispondere In futuro. Corbolo.Contraria all’altre femmine Sei tu, che tutte l’altre il futtur amano. Lena.Piacciono a me i presenti. Corbolo.Ecco, presentoti Cappon, fagiani, pan, vin, cacio: portali In casa. Farmi che saría superfluo Aver portati piccioni, vedendoti Averne in seno due grossi bellissimi. Lena.Deh, ti venga il malanno! Corbolo.Lascia pormivi La man, ch’io tocchi come sono morbidi. Lena.Io ti darò d’un pugno. I danar, dicoti. Corbolo.Finalmente ogni salmo torna in gloria. Tu non ti scordi: tra mezz’ora arrecoli. Io trovai che nel letto anch’era Giulio: Gli feci l’ambasciata, ed egli mettere Mi fe li panni su ’na cassa, e dissemi Ch’io ritornassi a nona. In tanto cuocere Il desinare ho fatto, e posto in ordine. Ma le fatiche mie. Lena, che premio Hanno d’aver? ch’io son cagion potissima Che i venticinque fiorin ti si diano. Lena.Che vuoi tu? Corbolo.Ch’io tel dica? Quel che dandomi, E se ne déssi a cento, non puoi perdere. Lena.Io non intendo.

Corbolo.Io ’l dirò chiaro. Lena.Portami I danar, ch’io non so senz’essi intendere. Corbolo.Son dunque i danar buoni a fare intendere? Lena.Me sì, e credo anco non men tutti gli uomini. Corbolo.Saría, Lena, cotesto buon rimedio A far ch’udisse un sordo? Lena.Differenzia Molta è, babbion, tra l’udire e l’intendere. Corbolo.Fa che anch’io sappia questa differenzia. Lena.Gli asini ragghiar s’odono alla macina, Nè s’intendon però. Corbolo.A me par facile, Sempre ch’io gli odo, intenderli: vorrebbono Appunto quel che anch’io da te desidero. Lena.Tu sei malizïoso più che ’l fistolo. Or che l’arrosto è in stagion, vien’, andiamone A mangiar. Corbolo.Vengo. Dimmi, ov’è la giovane? Lena.Dove sono i danari? Corbolo.Credo farteli Aver fra un’ora. Lena.Ed io credo la giovane Far venir qui come i danar ci siano. Andiam, chè le vivande si raffreddano. Corbolo.Va là, ch’io vengo. — Possino esser l’ultime Che tu mangi mai più; ch’elle ti affoghino! Mi debbo, dunque, esser con tale studio Affaticato a comperarle e a cuocere, Perchè una scrofa e un becco se le mangino? Ma non avran la parte che si pensano, Chè anch’io me ne vô il grifo e le mani ungere.

Atto terzo

Or ho di due faccende fatto prospera- mente una, e con satisfazione d’animo; Chè ’l cappone e’ fagiani grassi e teneri Son riusciti, e ’l pan buono, e ’l vin ottimo. Non cessa tuttavía lodarmi Flavio Per uom che ’l suo danajo sappia spendere. Farò ancor l’altra, ma non con quel gaudio C’ho fatto questa: m’è troppo difficile Ch’io vegga a costui spendere, anzi perdere Venticinque fiorini, e ch’io lo tolleri. Facile è ’l tôr; sta la fatica al rendere. Come farà non so, se non fa vendita Dei panni al fin: ma se i panni si vendono (Chè so che, a lungo andar, nol potrà ascondere Al padre), i gridi, i rumori, li strepiti Si sentiran per tutto; e sta a pericolo D’esser cacciato di casa. Or l’astuzia Bisognaría d’un servo, quale fingere Ho veduto talor nelle commedie, Che questa somma con fraude e fallacia Sapesse del borsel del vecchio mungere. Deh, se ben io non son Davo nè Sosia, Se ben non nacqui fra Geti nè in Siria, Non ho in questa testaccia anch’io malizia? Non saprò ordire un giunto anch’io, ch’a tessere Abbia fortuna poi, la qual propizia (Come si dice) a gli audaci suol essere? Ma che farò, che con un vecchio credulo Non ho a far, qual a suo modo Terenzio O Plauto suol Cremete o Simon fingere? Ma quanto egli è più cauto, maggior gloria Non è la mia, s’io lo piglio alla trappola?

Jeri andò in nave a Sabbioncello, e aspettasi Questa mattina: convien ch’io mi prépari Di quel c’ho a dir, come lo vegga. Or eccolo Appunto! questo è un tratto di commedia; Il nominarlo, ed egli in capo giungere Della contrada, e in un tempo medesimo. Ma non vô che mi vegga prima ch’abbia la Rete tesa dove oggi spero involgerlo.

Ilario.Non si dovrebbe alcuna cosa in grazia Aver mai sì, che potendo ben venderla, Non si vendesse, solo eccettüandone Le mogli. Egano.E quelle ancor, se fosse lecito Per legge o per usanza. Ilario.Non che in vendita, Ma a baratto, ma in don dar si dovrebbeno. Egano.Di quelle che non fan per te intelligitur. Ilario.Ita: non è già usanza che si vendano, Ma darle ad uso par che pur si tolleri. D’un par di buoi, per tornare a proposito, Parlo, che trenta ducati, e tutti ungari... Corbolo.(Questi al bisogno nostro supplirebbono.) Ilario.Jeri io vendei a un contadin da Sandalo. Egano.Esser belli dovéan. Ilario.Potete credere... Corbolo.(Io gli voglio, io gli avrò.) Ilario.Che son bellissimi. Corbolo.(Son nostri). Ilario.Belli a posta lor: mi piacciono Molto più questi danari. Corbolo.(È impossibile Che non stia forte.) Ilario.Almen non avrò dubbio Che ’l giudice alle fosse me li scortichi.

Egano.Faceste ben: quest’è la via. Potendovi Far piacer, comandatemi. Ilario.Addio, Egano. Corbolo.(La quaglia è sotto la rete; io vô correre Innanzi, far ch’ella s’appanni e prendasi.) Io non so che mi far, dove mi volgere, Poichè non c’è il patron. Ilario.(Oh! che può essere Questo?) Corbolo.Ma che accadéa partirsi a Flavio? Ilario.(Questa fia qualche cosa dispiacevole!) Corbolo.Molto era meglio aver scritto una lettera Al padre, e aver mandato un messo subito... Ilario.(Oimè, occorsa sarà qualche disgrazia!) Corbolo.Che andarvi egli in persona. Ilario.(Che puot’essere?) Corbolo.Megli’era ch’egli stesso il fêsse intendere Al duca. Ilario.(Dio m’ajuti!) Corbolo.Come Ilario Lo sa, verrà volando a casa. Ilario.Corbolo! Corbolo.Non la vorrà patire, e farà il diavolo. Ilario.Corbolo! Corbolo.Ma che farà anch’egli? Ilario.Corbolo! Corbolo.Chi mi chiama? Oh patron! Ilario.Che c’è? Corbolo.V’ha Flavio Incontrato? Ilario.Che n’è? Corbolo.Non eran dodici Ore ch’uscì della cittade, e dissemi Che veniva a trovarvi. Ilario.Che importanzia C’era? Corbolo.Voi non sapete a che pericolo Egli sia stato? Ilario.Pericolo? Narrami:

Che gli è accaduto? Corbolo.Può dir, patron, d’essere Un’altra volta nato. Quasi morto lo Hanno alcuni ghiottoni: pur, Dio grazia, Il male... Ilario.Ha dunque mal? Corbolo.Non di pericolo. Ilario.Che pazzía è stata la sua di venirsene In villa, s’egli ha male, o grande o picciolo? Corbolo.L’andare a questo mal suo non può nuocere. Ilario.Come no? Corbolo.Non, vi dico; anzi più agile Ne fia. Ilario.Dimmi: è ferito? Corbolo.Sì, e difficile- mente potrà guarir; non già che sanguini La piaga... Ilario.Oimè, io son morto! Corbolo.Ma intendetemi Dove. Ilario.Di’. Corbolo.Non nel capo, non negli omeri, Non nel petto o ne’ fianchi. Ilario.Dove? spacciala. Pur ha mal! Corbolo.N’ha pur troppo, e rincrescevole. Ilario.Esser non può ch’egli non stia gravissimo. Corbolo.Anzi troppo leggiero. Ilario.Oh, tu mi strazii! Ha male, non ha mal: chi ti può intendere? Corbolo.Ve ’l dirò. Ilario.Di’, in mal punto. Corbolo.Udite. Ilario.Seguita. Corbolo.Non è ferito nel corpo. Ilario.Nell’anima Dunque? Corbolo.È ferito in una cosa simile. Flavio con una brigata di giovani Si trovò iersera a cena; e a me, andandovi, Disse che, come cinque ore sonavano, Andassi a tôrlo con lume. Ma (rendere

The opening of the book is shown; the full text loads in the reader.

Loading the full text…