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Inni Sacri

Terenzio Mamiani · 1857 · Free in the US

32,840 words · about 2 h 18 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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Licence: PD-US · Published in 1857 (before 1931): public domain in the United States. Text and transcription from it Wikisource by Wikisource contributors (transcription licensed CC BY-SA 4.0; contributors: https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Inni_Sacri_(Mamiani)&action=history). · Wikisource contributors

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About this book

Author
Terenzio Mamiani
Language
Italian
Published
1857
Length
32,840 words · about 2 h 18 min
Sections
17 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (17)

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Indice

Inni Sacri - A Santa Geltrude

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Fra gli altar coronati ei bei doppieri Di luce sfavillanti e i vaporosi Turiboli canoro inno s’intuoni A te, sacra Geltrude, e gli risponda 5Col suon the pel tremante aere si spazia L’organo dolce. Di ligustri intatti E di molli gesmini abbian le soglie Copioso un nembo, che fanciulli e ninfe Con graziose man nevighin sempre 10Fuor dai colmi canestri. Incedan gli altri Nel pio sacrario della diva e il crine. Fioriscano di gigli. Ai testimoni Della fè generosi e a quei che il brando Nudâr per Cristo, l’odorato seno 15Apron le rose che invermiglia aprilè; Il campestre papavero e lo schietto Umile isopo ai cittadini è caro Della muta Tebaida, e al contemplante In gelid’alpe o tra i boschetti ombrosi 20Dei gioghi di Fenicia e di Soria. Ma alle vergini pure offerto è il mondo Giglio che in valle di Saròn biancheggia:

E fu Geltrude vergine sorella Che la fronte serena e i bei crin d’oro 25Chiuse in mistiche bende. — Assai da prima Che le scuotesse il petto aura di vita, L’egregio solitario, onde Cassino Tanto grido movea, di lei s’accorse Fatto profeta e sulla sua virtude 30Maraviglio. Per entro un cavo speco, Dalle balze fasciato e dalle ripe Dei simbrüini stagni, imberbe ancora, Mentre con frutto di silvestri fronde Suoi digiuni temprava, al ciel rapito 35Fu un giorno e vide memorande cose. Vide una chiara insegna ir per lo cielo E con essa più genti in bianca stola, Di fioraliso ghirlandate, e sparse Di luce tal che non v’aggiunge il sole. 40Caste giovani e belle empiean la fronte Della soave schiera, a cui per duce La propria affigurò nobil sirocchia, E Geltrude con ella, in amistanza Si dolce intrinsecate che sovente 45Baciavansi nel volto e si fean cambio Delle corone. Al sommo è celebrata Però l’alma Geltrude, e suonar tutti Del suo gran nome i penetrali ascolti, Ove tacite in lei specchian lor mente 50Le vergini romite, e a farle onore I devoti recessi ornan d’allegri Pendenti serti e di purpuree sete. Perciò qual di sue lodi a correr prende Tuttii vasti sentieri, a largo subbio 55Difficil tela e interminata avvolge: E se il meglio ne cerca, è all’operosa Ape simíl che va di fiore in fiore, Quando l’erbe sen fan gremite e piene, E mille ne preliba e fra cotanti 60Nettarei succhi dubitosa pende.

Ma fia degno narrar come schiudea, Di gran sangue germoglio, al sol le luci? Come in argentea culla e in ben trapunte Seriche fasce sotto i larghi tetti 65Si giacque e ne gioir l’austrasie terre, Conesso la real valle di Schelda? Come d’Otèno le superbe torri Raggiâr d’armi e d’insegne, e le dorate Gotiche sale risuonâr del canto 70De’ trovatori che augural sirventa Sciogliean sull’arpe? Questi pregi un riso Son di labil ventura, e non li guarda L’occhio del nume: di Geltrude al core Salirà più diletto assai quel carme 75Il qual dirà come con lingua appena Scompagnata dal latte incliti sensi D’onore profferiva, onde le genti Prese di dolce maraviglia spesso L’uno a l’altro dicean: di tal fanciulla 80Noi vedrem riuscir cose divine. Fuor di costume puerile ingrati L’erano i giuochi, e non prendea diletto A gir cantando con le ninfe a schiera, O d’un gaio levrier le snelle piante 85Sciogliere al corso, o lungo un mobil rivo Intesser ghirlandette, avvolger balli, O simil ludo. Risuonavan sempre Ne’ paterni castelli argentee trombe E teneri lïuti, e visto appena 90Da lunge scintillar ferrato usbergo Di cavaliero, giù chinargli il ponte, Accoglierlo, onorarlo era il perenne Uffizio là degli ospitali alberghi; Poi del suo nome e del valor far prova 95Seco armeggiando: ma da giostre e prandj, Da grida popolesche e da tripudio La fanciulla involavasi, condotta Dal suo desir solingo or sotto l’ombra

D’un ameno mirteto, or in muscosa 100Gelida grotta, dove un piccol fonte Zampillando piovea dai rotti selci. Ivi partir con l’antro i suoi pensieri Godeva insomma, avea d’infante nulla Fuor che tempo e sembianza: onde mal paga 105Di sue splendide case e ancor d’etade Novella, d’abitar prese consiglio Per entro i claustri del silenzio amici, Fra pie donzelle, e vi si ascose al modo Che in sul giorno talora il più vezzoso 110Astro veggiamo, in ciel comparso appena, D’una rosata nuvoletta in grembo Penetrare e vanir. — Fra corto spazio Qui degli anni l’aprile al chiaro viso Accrebbe e alle tornite agili membra 115Una si vereconda, una si schietta Leggiadria, che il parlar vince d’assai. Molti lei desïavano scettrati Prenci e garzoni di beltà famosi, Perchè a scettrati prenci e a bei garzoni 120Della sua venustà corso era grido, E del senno canuto in pargoletta Tenera fronte a gran stupor racchiuso. A celarla a tutt’uomo ombra non valse D’eremitiche mura e il più secreto 125Recinto degli altar, chè troppo lungi Invia la grazia giovanil suo lume, Se a virtù l’accompagna, e spesso indarno Le vaste arene d’oceàn profondo La conchiglia eritrèa copron gelose. 130Ella però d’ogni mortal connubio Alteramente schiva, i giorni e l’ore Delle superne sponsalizie affretta; E all’infule sospira e al venerando Diadema che insegnar debbe alle genti 135Come fatta è celeste e il gran mistero D’amor s’adempie. — Sbigottì tal nuova

La nobil madre e accelerando mosse Al femmineo cenobio. Entro al capace Atrio e le logge a più color distinte 140E a fin lavoro di moresco intaglio Scolpite, lampeggiò schiera d’armati Suoi siniscalchi e giovani donzelli Con vergate divise e d’or gran fregi. Al subito apparir della regale 145Matrona, incontro le si fêr cortesi Le caste solitarie, avvolte in bianchi Diffusi veli; ma seguia cammino Poco attenta di lor l’altera donna, Ed in secreto con la dolce figlia 150Si restrinse e le disse. — O del mio sangue Parte diletta, o figlia unica amata, Ch’io del mio sen nadriva e carezzando E baciando addormia sovente in culla; Una odïosa fama erra ed afferma 155Di te quel che temere unqua non volli, Nè credo ancor che a temer s’abbia. Adunque Fuggirai tu da queste braccia? E piena D’etade come son, farai deserta Di te la vita mia? Fra vili schiatte 160La possanza e il valor del nome nostro Cadrà disperso? Coprirai di muta Squallidezza la tua patria magione, L’alta magion dei Brabanzesi? Otèno Che baronaggio antico è del tuo sangue, 165E Lando che t’udia vagire infante, Pur del dubbio s’accora, e ne van meste Quante à guerriere plebi il suol ferace Ch’è dal Varo precipite alle fredde Acque di Loira, perocchè son tutte 170Al voler di colui del quale, o dolce Figlia, t’ingenerai. Certo non dietti Il ciel rare virtudi e sì veloce

Conoscimento e tal leggiadro aspetto, Sol perchè in tenebrosi aditi il serri, 175Oblïando te stessa e disfiorando Tra picciol tempo. Or vien, figlia, consola Di tua presenza i lari tuoi, consola Del tuo talamo un prode a cui fortuna E amor sorrida: molti prenci sono 180Focosi d’acquistar le pellegrine Tue forme, e pronti a misurar lor pregio Con mostre di battaglia: entro la festa Del mirabil tornéo pudica e altera Tu siederai: vedrai bandiere ed elmi 185Piumati innanzi a te, figlia, inchinarsi: Ed allor sentirò balzarmi il cuore E fremer tutto di materno orgoglio. Potrai libera intanto aver consiglio Fra te di te medesma, e a pien tuo grado 190Qualunque estimerai vincer per senno E per sembianze condurrai beato Alle tue braccia, o di ricchezze avite Goda antico splendore e di superbo Reame, ovvero il doterai tu stessa 195In guisa che non fia minor d’alcuno: Molt’oro avrà, terrà con teco il regno Della scoscesa Otèno e sovra dieci Altre forti castella. — In cotai voci Miste d’amplessi prorompea la donna, 200E lacrimando alla risposta attese. Palpita di rincontro e si smarrisce L’onesta donzelletta, e in viva grana Colorando le gote, a terra affigge I parlanti occhj; ma sottile un foco 205L’entra nel petto e lieve si propaga Per li menomi polsi: allor secura Rompe il silenzio, e quale il cor gli inspira Cotai forma gli accenti. — O madre, tutto Che m’offri, altrove posseder m’attendo 210E più vago e più saldo e più perfetto.

Non dir che le onoranze io mi dispoglio Del chiarissimo sangue onde per sorte Concetta fui, nè che struggendo il vezzo Vo di mia gioventude: un maritaggio 215Prescelsi, a petto il qual nozze terrene Son ombra e pianto; a così fatto sposo Mi dioi che la beltà nostra fugace Vuol radiosa di perpetuo fiore. Or di che giostre parli e di famosi 220Paladini e di pompe? affanno e lutto Costan di plebe poverella e nuda Le borïose dilettanze nostre. Ai padiglioni intorno ed alle mense Macera di fatiche e di digiuno 225Erra intanto l’affitta, e ai corsier vostri Le mangiatoje invidia, invidia il sonno Ai blanditi sparvier gioja de’ grandi. Che ministrare a me trepidi io scorga I miei fratelli, con vendute affrante 230Membra di schiavo, e ch’io ne beva il pianto Nelle patere d’or, mentre i lor fiochi Gemiti copre del giullar la voce Con motti e scede? Ah nol consenta Iddio! Me sopra i monti suoi me paurosa 235Tortore ei chiama dalle valli infette Di sangue e di peccato, e quivi a lui Supplicherò per gl’infelici oppressi, Madre, per te supplicherò perdono. — Tacque e maggior della persona apparse, 240Raggiò lume all’intorno e sconosciute Fragranze pel commosso aere diffuse. Solleciti consigli, accorte e blande Lusinghe, i doni, le preghiere, i caldi E iterati abbracciar fur nulla; e quale 245Indica gemma che il vigor respinge Di ferrea punta, o qual per entro al fuoco Intatto asbesto che il poter combatte Del nemico elemento, a simil guisa

Nel suo saldo pensier reggea la virgo. 250Invan più che l’usato a feste, a giochi, A mestre d’armi, a musiche, a conviti Lungo tempo s’addier le ville intorno; E per le piagge apriche e per li boschi Che frondeggian vicino al penitente 255Ginecèo, risuonò più giorni a vuoto Il corno della caccia. Attraversando Le folte macchie e i poggi attorneggiando Sopra agili destrier giva una turba Di garzonetti, chi perito il volo 260A regger de’ falconi e chi prescelto De’ molossi a instigar la rabbia e il morso, Chi d’arbalestre e di zagaglie a trarre Subiti colpi. L’annitrir dei caldi Corsieri, lo stormir della foresta, 265Le trombe, i gridi, il plauso a gran distanza Ferian l’orecchio e del romito albergo La quiete rompean: poi quando il sole Cerca l’occaso e a quei silenti claustri D’ultimo raggio percuotea l’acute 270Finestre effigïate a color mille, Fra i platani frondosi ond’era cinto Il monistero, comparia seletto Un giovine real di vigorosa, Fresca avvenenza e con un misto in volto 275Di fierezza e d’amor soave piglio; Sul ben frenato corridor sedeva Eretto, e in modi graziosi e alteri Il biondo capo ad or ad or volgea, Procacciando senoprir col mobil guardo 280Entro il devoto ostello alcun sembiante Da lui diletto: ma non passa al cuore Di Geltrude oggi più forma terrena, Poichè tutto il segnår di loro stampa E di lor fuoco le bellezze eterne. 285Salve, beata; non è vol d’ingegno, O di favella che al concetto arrivi

Di tue lodi sovrane e appien ricordi L’opre leggiadre, poi che il santo velo Fece ombra al fior degli anni tuoi: qual primo 290Dirò dei merti e qual secondo? I folti Sospir dirò del consapevol petto, E le lacrime belle in urne d’oro Da amico angiol riposte e su nel cielo Discoperte al Signor che inanellata, 295Disposando, l’avea d’eterea gemma? O pur dirò l’illustre ingegno e quale Profonda vena di saper v’ascose, Tesaurizzando il senno d’ogni etade? Fin da’ suoi tenerelli anni la prese 300Magnanimo desio di cercar tutto Quel nobil magisterio, onde a l’idea Del suo fatter rispose ogni fattura: Sudò sopra le carte, e di notturna Lampada al lume iscolorando il volto, 305L’invitta del pensiero ala distese Per lo gran mar dell’essere che tutte Cela sue prode, e ne tentò gli abissi. Nè l’ardue rocche e i penetrali solo Visitò di Sofia, ma la faconda 310Arte conobbe d’ogni cor regina, Possente a fabbricar dorati nodi Pei più schivi intelletti, e a lei dal labbro Stillavan dolci d’eloquenza i fiumi: Poscia, di vere in ver, di lume in lume, 315Sopravanzando il termin di natura, Nel primo vero alzò la mentè e quivi Sciolta d’ogni mortal cura la immerse. Così talor di forte aquila il figlio, Inesperto del volo, i bassi gioghi 320Rade da prima e più e più s’infranca, Fin che l’Alpi possiede, e visto il sole Che pur tanto sull’Alpi eccelso splende, Al sole aspira e vi profonda il guardo. Ave, Geltrude: qual del ciel t’accoglie

325Parte serena, e quale si dipinge Di tue care sembianze? Ài tu lo scanno Là nel quarto epiciclo e cresci il gaudio Di lor ch’apriro del saper le fonti E lieti n’irrigâr l’avide menti? 330O sei nella remota e tarda sfera, Cui notò del suo nome il favoloso Autor del tempo, e in cui di terra assunto Splende l’abitator del sacro speco E il meditante suo popol conduce 335Sa per l’aureo scaléo? Forse t’allieta La chiarezza che fan gli astri conserti Per l’immenso cristallo, o tua gran lode Più ancor t’incela, e prossima trionfi Ove la maestà s’apre del Nume 340Fra gli alti troni? Favorevol guarda Dai regni dëiformi il travagliato Mortale, e il suon di nostre preci ascolta. Me pur, me, diva, ascolta e per fiorito Sentier di filosofica dottrina 345Trammi a gustar del cibo, onde si larga Mensa imbandivi al tuo dedaleo ingegno. Fa tu pietosa almen che non m’asseti Il venefico nappo, al qual chi beve, Scorda la nobiltà di sua natura, 350Tra i bruti si rassegna e delle cose Al governo ripon muti elementi Che forman gli astri e lo perchè non sanno. Spirami in petto, o santa, il generoso Pensier che vola oltre i sepolcri, e scuopri 355Di me medesmo a me l’ente sublime. Allor, quante sul mondo errano schiatte D’umani, e quante no scaldò già il Sole O saran per li tempi, aride foglie Non mi parranno, che dispiega aprile 360E abbatte il verno; di durevol seme In lor conoscerò l’egregie stirpi, L’esser diffuso e l’animate membra

Del civile universo, entro cui ferve Una provvida mente, un sacro spiro 365Che in meglio il volge e per veloce arcano Giro di sorti il suo destin matura. Allor, qual chiusa in rame onda che turge Per le fiamme supposte e fuor trabocca, Nel comun bene io verserò l’intera 370Alma commossa, e nella patria sola Avrò le cure, dispettando il vile Oro che fatto delle genti è nume. Per si povera età, per si bugiarde D’onor divise, tra l’infamia e il lezzo 375Di soppiatte libidini e d’orditi Crudeli inganni, come irondin vola Sullo stagno fangoso e mai nol tocca, Cotal mi scorgi drittamente illeso D’ogni servaggio e d’ogni larva ignudo: 380Vegga il mondo per te che sapiente, Chiaro intelletto non contrasta al cielo, E che virtute e il ver sono una cosa.

Inni Sacri - A San Raffaele

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Indice

A San Raffaele - Inno primo

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Te d’un Inno allegrar forte m’invoglio, O divo Raffaele, e del sereno Di tua luce vestirlo, ancor che molto L’ingegno a cotal volo arduo impäuri. 5Salve, o superno. In real trono assiso Te inchinan l’altre creature prime, Te su lor glorïoso e noverato Fra i sette spirti che nel ciel son grandi

E ministri maggior di Paradiso: 250Però quando a l’elette alme convergi L’orme tue sacre, o agli stellanti alberghi Degli angelici cori, assurgon tutti Da’ vaghi seggi e di perpetue rose T’offron diademi. Narrerò qual fosti 255Prode contro gli abissi, il dì che a pugna Uscir le tetre arme di Stige e mille Informi Brïarei? Tu di Michele Pronto seguace, il trïonfal vessillo Spiegasti, che a terribile cometa 260Sfolgorava simíle e una sanguigna Luce piovea sugli elmi d’oro. È questo Dell’arpe di lassù degno subietto A la forte armonia. Noi direm quanto Dolce ai mortali il nome tuo risuona, 265Poi che non rado a lor scendi propizio Come tremolo raggio antelucano Di benigno pianeta; e (se un devoto Grido non mente) al rustical banchetto D’Abräam tu sedevi insiem coi duo 270Aligeri consorti, entro i silenzj Di Mambre e al rezzo che da l’ombra uscia Della quercia ospitale. - Or te d’ogni egro, D’ogni languente loderò stupendo Medicatore. Al tuo pensier son tutte 275Conte l’erbe salubri, onde l’aprico Emo va lieto e il Pelio ombroso e Creta Di dittamo feconda e la felice Arabia, e quante ne cercò Chirone, Favoloso centauro, o al Palestino 280Gran re fur note; discoperto a noi Ciò venne primamente e magno grido Corsene, quando il giovinetto ebreo Teco ambì visitar le Caspie porte. Scendea costui là dove bassa e lenta 285Scorre l’onda del Tigri e tra fogliose Canne s’avvolge, allor che un fiero, enorme

Pesce sbucar mirò dal cupo gorgo 250E avventarsegli contro. Assai tu fosti Di presso il lido con parole e sguardi Pronto al soccorso; e a via cacciar la tema Il süadesti si, ch’impeto fatto Nel mostro, d’abbrancarlo ebbe ardimento 255Sotto l’orride fauci, onde ogni lena Troncogli a un punto e gli impedi dar crollo: Perchè indarno attorcendosi e guizzando, Già domo e lasso e boccheggiante a riva Fu trascinato. Incise indi il garzone, 260Come tu l’ammonisti, il ventre informe Del pesce e un ammirabil medicame Quivi trovò ne’ pingai entragni ascoso: Fecene serbo, e sovrumani effetti, Poi tempo, ne seguir. - Duce scettrato 265Del deiforme regno, a te pur manda Uom ramingo le preci, o che fra folte Boscaglie il fêra la ventosa pioggia, O colto dalla notte erri per vaste Mute campagne, ove è nessun ricetto. 270S’atterra il pellegrino a tue votive Are, e tra mano il bordon pio raccolto, Dalla gelata Ibernia o dal sonante Ultimo Beti alla gran Roma affretta. In te piena cosi ripongon fede 275I vïandanti, e cominciò dall’ora Che al misero parente il ben chiomato Tobia rendesti. Era il garzone in punto Di porsi a sconosciuto, aspro vïaggio, E in pensier ne tremava e tali in petto 280Volgea timidi sensi: — Or dunque in nove Terre mi caccerò, varie di gente E di lingua e di foggie, io non esperto Di celati perigli, io non scaltrito Dell’altrui frodi e che dagli occhj lunge 285Mai non ebbi le torri ardue e le mura Di Ninive superba? — Ei sì dubbiando

Fra il cor diceva, e tu l’udisti. Pronte 250Di per sè stesse al tuo voler s’apriro L’eteree porte, e giù dal ciel scendevi. Suonò come ricurvo arco d’argento L’aere percosso, e germogliò la terra Sotto al tuo piede. Il mite aspetto assumi 255Poi d’Azaria, uom di leggiadra stirpe, E signor d’Esebòna e delle valli Vitifere di Sibma; un largo cuojo D’auree fibbie guernito ai lombi intorno Ti si ravvolge e insiem regge succinta 260La tunica, qual suole a un affrettato Per via messo od araldo. In questa forma Al garzon t’appresenti e con soave Piglio il richiedi: — Amico, il tuo diviso Sdegnerai di scuoprire ad uom prudente 265E pien di fede? Va per molte orecchie Che di portarti ai fermo oltre Adiabene, Oltre il Tigri precipite, e varcando Di Tauro i gioghi entrar fra i Medi, antichi Pascitori di mandre, e veder l’alta 270Echàtana e Ragèa pingue di biade. Nudo mi sponi il vero: io pur disegno Di là condurmi e so le vie; chè tutte Le ò corse e trite allor quando fuggiva L’ira acerba del re, cui fea rifiuto 275Di gir compagno al lacrimoso eccidio Della sacra Sïonne; e mille morti Ben togliea sostener prima che il ferro Snudar contro la patrïa. Mettiamci Dunque a un cammino e sovveniamci a prova 280L’un l’altro: prenderem vario diletto, Io de’ lunghi colloquj e tu del nuovo Estranio suol: vedrai sul curvo Lico La palmifera Arbella; indi la forte Apaméa, dove nudo al ciel si spicca 285Lo Zagrio monte, e Läodice lieta Di popolo. Vedrai pampinei colli:

Udirai mandre per l’erbose piaggie 250L’eco destar delle convalli, e molto Di lunge ammirerai sorger fastosa Ecbátana turrita. — In queste voci Favelli, e il cor del giovinetto allegri, Cui del ciel manifesta era l’aita. 255Perciò, qual de’ tuoi merti il più preclaro Diremo, o qual verrà de’ carmi al segno, Bellissimo sugli altri e come gemma Scelta in tesoro? I travagliati padri E quei tutti che al sole alzan l’opaca 260Pupilla indarno, a te dal conscio petto Mandan la sospirosa umil preghiera. Invocan te le donzellette amanti, O vagheggin vicino il di che stringe Il non rompevol nodo, o in drappel casto 265Di cognate matrone e verginelle Movan timide là dove il si suona Che al cor s’apprende e d’una pura il nudre Voluttade d’amor, per che giojosa Ride la terra e vien sembiante al cielo. 270Il pianto elle ricordano e gli affanni Per te in dolcezza d’imeneo conversi All’Assira fanciulla, unico sangue Di Ragüele e per beltade onesta Caramente diletta. Ahi! l’infelice 275Estinti lacrimava uno appo l’altro In corto tempo i floridi mariti Che un occulto demóne orrendamente Negli amplessi uccidea. Fur sette volte (Stupendo a dirsi) le sponsali tede 280Raccese, ed altrettante il chiaro aspetto Cangiar nell’adro, e dier funerea luce A squallenti feretri intorno appese. Ma quel felice vïator, che suso Il canto appella, come certo e lieto 285Che il francheggiavi tu d’alto sussidio, Impalmò la deserta inauspicata

Donna e la benda mortüal disciolse. 250Poco s’aprian però le dubitose Alme a la gioja, nè d’eburnee tibie O del niliaco sistro iva l’arguto Concento per le case; eran di fiori Nude le soglie, vedovo il parete 255D’istorïati drappi; erano incerte L’arie de’ volti, e non ridean le mense Di giocondi parlari. Al fin la notte Spuntò del sonno amica, e Ragüele, Palpitandogli il core, in lungo amplesso 260La bionda testa del garzon diletto Muto al seno si strinse e dentro il mise All’odoroso talamo. Ma questi, Com’alto senno impone, il fior soave Delle nozze non colse. Entro pulita 265Concava pietra con adatte scheggie Vivace fiamma suscitò, poi v’arse Del pesce fluvïal le non corrotte Interïora, e genuflesso innanzi Quella mistica vampa, orò devoto. 270Fuor di terrene spoglie erasi intanto L’angiol di Dio sul limitar locato Del ben costrutto talamo, nè umano Occhio il vedea; dal capo al piè vestía Le tremende armi in cui si fiaccan l’ire 275D’averno, e tutto fiammeggiava d’oro: Se non che d’adamante avea lo scudo Maraviglioso e la infrangibil’asta, Pari a striscia di luce, onde l’azzurra Marina incontro al sol viva lampeggia. 280Parve ei si fatto, ed occupò gigante La soglia: ed ecco, a quel notturno amaro Scempio assüeto, fuor dei laghi inferni Il reo démone uscire e tener forma D’un furïal serpente, il truce capo 285E il collo e il tergo in più veneni infetto E maculato; rivolgea l’enormi

Spire, e di sangue i focosi occhj aspersi 250Sibilando torcea: ma non appena Si scontrâr quelli nel fulmineo sguardo Dell’angiol forte, istupidi, restrinse I volubili giri e immobil stette. Alzò allor Raffäele la possente 255Asta che le città scuote dal fondo, E sovra il tergo irto di squame un colpo Rovesciò spaventoso. Irrigidissi L’angue ferito, di eruor s’intrise E di schiume il terreno, e i livid’orbi 260Tra morte disciogliendo, in lungo tratto L’abbominata striscia si distese. Tingeasi in questo di rosato albore Il mattutin Lucifero e dal sonno Sviluppava i mortali. Entro le case 265Allor di Ragüele un suon levossi Di tutto gaudio; allor le cetre e i molli Flauti, le danze, i bei purpurei panni, I frequenti abbracciari, il gioco, il riso Fêro un misto di gioja, un indistinto 270Che lingua nol diria. Cieco vegliardo E solo intanto ore traea di tedio Importabil ricolme il venerando Tobia, che del servaggio e della spenta Luce e della inamabile vecchiezza 275Tutti conforti avea nel figlio. Oh quanto Il suo redir tardavagli! Nè chiusa A gelate paure avea la mente, Nè picciol tempo gli quetava il core. Traea il fianco senile a ciascun giorno 280Fuor le murali porte, e gli spuntava Dolce una speme a ciascun giorno in petto Di racquistar l’unico nato; ai passi Dubbiosi e tremolanti avea per guida’ Un fanciulletto, e di cammin compiuto 285Quanto il dardo getúlo in tre suoi corsi

Misura, e giunto ove metteano capo Molti sentier, sostavasi l’afflitto E s’assidea. Grato gli offrian riposo Colà i rustici seggi, a’ quali intorno 290Spandean lor fronde flessüose e l’ombre Melanconiche i salci in sulle colme Acque cresciuti del repente Tigri. Cosi fino al colcar del sole il vecchio Dimoravasi, e spesso al pargoletto 295Si volgendo, dicea: — Guarda, mio caro, Guarda, se in biondo crine e in giovanile Sembianza alcun fuor di quel calle spunti Cui fan verde coperchio allori e palme. Guarda; aver dée bel portamento, asciutte 300Le membra e un abbassar d’occhj soave, Tal che il farebbe ravvisar tra mille. — Così parlava sospirando il vecchio: Poscia le ignote a lui sorti del figlio Divinar procacciando e le cagioni 305Del troppo indugio, assai fingea di casi Varie nature e lo colpía di tema L’ostinata al suo danno empia fortuna, Ch’ogni ben disertògli e il riposato Viver gli spense. Ricorreano allora 310Nel commosso pensier le andate cose, L’una appo l’altra, e del natio soggiorno Relitto a forza in cor piangea sovente; Piangea Neftali e Dano, antiche stanze Dei Neftalídi, allor più belle e vive 315Dagli occhj della mente affigurate. Lucenti gli apparian tranquille e terse L’acque de’ laghi, e sul Dapnéo lavacro Gli aërei cedri alla montana auretta Rombanti, e i discoscesi ultimi gioghi 320Dell’arduo Panio, donde spiccia il fonte Del Giordan fragoroso. A tai dilette Rammemoranze del tempo felice Con più voglia il traea, con miglior zelo,

Quivi sopravvenendo, un solitario 325Levita che cibò seco non rado Lo scarso pane dell’esiglio, e presso Del roco fiume alle quete ombre amiche, Come a consorzio di dolor, sedea. Ivi, qual era usato entro il solenne 330Gran tempio, accosto ai fumidi olocausti, D’un soave arpicordo i lamentosi Cercò flebili suoni, e pio talvolta Inno sciogliendo in patria fiamma acceso, Il cordoglio alleniva e dalle calde 335Ciglia sgorgava meno amaro il pianto. Narrò i travagli d’Israele e i fieri Di Jeova sdegni e il crudel giogo Assiro; Or salutò gemendo la perduta Terra de’ padri, il picciol Silo, i verdi 340Colli di Moria; or la sassosa rupe, Ov’alto maggioreggia e tutto splende Il marmoreo delubro. I santi veli Dicea nunqua rimossi e il candelabro E l’altar de’ timiami e il bronzeo mare, 345O l’ecatombi in un sol di svenate Sulle porte d’argento. Ei si cantava Mesto, e al cor di Tobia voglia infinita Di lacrime sorgea. Pietà ten prese, O divin Paraninfo, e i mali estremi 350E gli estremi suoi di commiserando, Gli ritornasti col figliuol la spenta Virtù visiva, onde sul caro volto Tramorti di piacere e l’angoscioso Digiun sazio di quel beante aspetto. 355Salve, o superno, e de’ terreni affanni Medico pio: quest’Inno odi, che sorge Tra il suon lento degli organi e lo sparso Vapor sabéo. Pon mente in su gli altari Alle fresche ghirlande, e vedi sposa, 360Che nel flüente vel tutta s’asconde. Nutrita in solitario umil recesso,

Innocenti à costei l’alma e il pensiero, E al bel virgineo nome il cor tien fede. Fra i casti abbracciamenti e i desir casti, 365Deh tu benigno la riguarda, e mena I suoi giovani di sembianti a schietto Ruscel che d’amenissima vallea Parte le zolle, e sotte mirti e rose Sempre quieto e puro si deriva: 370Salve, o celeste, e al bel connubio intendi.

A San Raffaele - Inno secondo

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Oltre quanti splendori il ciel conduce, Sorgi in cospetto a Raffäel divino, Mia mente, e un secondo Inno il corona. Qual nome in terra i corpi infermi e stanchi 5Sotto grave dolor di scampo affida, Se non quel suo, che farmaco d’Iddio Suona e discopre come tutta è̟ in lui’ La Peonia virtù? Taccian di Menfi Gl’incantatori, ammutisi qual arte 10È ne’ magi Caldei, che i prepotenti Influssi indaga e i chiari moti e il volto Delle titanie stelle: indarno tronche Dalla force crudel caggion le belle Chiome sull’ara della sorda Igía; 15E invan per le città colte da morbo Esizïale avvolge il dorso e spiega L’adorato serpente. Ognor di fole E di superstizion credula madre Fu l’antica Epidauro, o finga i sonni 20D’Epimenide arcani, o il suscitato Da morte giovinetto, unico seme Di Teseo, dai destrier proprj calpesto E dalle ruote di sua biga infranto

Lungo il flutto scilléo. Mortale ingegno, 25Per quantunque arda e sudi entro le scuole Mutabili de Coo, non sa, non vede Come il soffio di Dio la rozza inerte Creta riscaldi e l’alito v’infonda Vitale e il senso, onde germoglian presti 30I cari affetti e la ragion lampeggia: Quindi mal si torrà le sciolte fila Di vita a rannodare egli inscïente Di lor testura. Ma palese e conta Ben è all’angiol di Dio, che sapïenza 35Lucida beve a’ fonti di ogni senno: E prima del girar dei costellati Epicicli, la man vide superna Dispiegar per l’immenso il lor convesso; Vide che moto eterno entro v’infuse, 40Gli astri vi affisse e il mondo vi sospese, Pupilla del creato, indi quel nostro Basso limo foggiò che al divin tocco Palpitava e sentir godea sè stesso. Beato l’uom su cui ristette e rise 45Dell’arcangiolo il guardo! entro a suoi polsi La vigoría rinacque, ogni compage, Ogni fibra saldossi, e per gran corso D’età sotto le bianche ali il raccolse La florida salute. - Ecco si giace 50Colà in romito poverel ricetto Di pargoli innocenti il desolato Genitor, cui la rea febbre discarna Travagliosa incessante, e ne fa strazio Cotal che al varco delle labbra appena 55L’alma rattiensi. Al letticciuol d’accanto È la sua donna misera che incontra Del morente gli sguardi, e perchè crucío Altrai non lo disperi, in cor ristagna Le lacrime affannose e con ambascia 60Entro ripreme del dolor la punta. Errano muti per la casa intanto

I figlioletti, e a qual vien loro innanzi Chiedon del padre ognor fresche novelle: Ma risposta non ànno altra che baci 65Misti di pianto. Ogni saper, vien meno Ai fisici solerti, ogni salubre Virtù d’erbe s’estingue: arde il ferale Cero, ed un fioco luttuoso accento Ad ora ad ora al freddo orecchio intuona 70La suprema partita: ancora un breve Girar di spazio all’indice che il tempo Distingue, e più non fia.... Ma in sen del mite Angiol si fiero di miserie aspetto Pietà conduce. Sulle meste coltri 75L’immortal ciglio inchina, e dalle ambrosie Chiome una stilla fa cader lucente Di balsamica essenza in apprestati Medici succhi, ovver nell’aurea coppa Dei santi crismi: oh maraviglia! in petto 80Dell’egro il cor ferve e sussulta, scorre Per le vene un tepore, una sottile Aura che i membri resoluti afforza E tinge di vermiglio il ricomposto Sembiante e gli occhi di sereno adorna. 85Letizïando va la famigliuola Racconsolata, e tornano agli obliti Giochi i fanciulli: al bel vigneto, all’orto Degli agresti lavor tornan le cure. Raffäel salutiamo. Ei sol restaura 90Di garzonetti il fior languido e smorto; Verde ei fa la vecchiezza; ei la consunta Beltà rintegra al piccioletto infante Che brïoso e gentil fra le materne Braccia di nuovo bamboleggia e ride. 95Ei sol nel fiume palestino indusse La vital panacéa, perchè Nammano Al settimo lavacro usci di schifa Lebbra mondato: e pur d’arabi odori Avea indarno costui pieni i delubri

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