Capitolo I
Enrico, nativo di Charlis sulla Marna, avea toccato i vent’anni. La peregrina sua appariscenza gli avea procacciato il gentil soprannome di Bello, ed il suo padre era tra più ricchi coltivatori di quella contrada. Tutte le fanciulle di dieci villaggi all’intorno desideravano un amante siffatto; ma Enrico non avea mai sentito amore che per Adele, figlia di Adolfo, ricevitore de’ tributi in quel comune. Adele stava sul confine de’ sedici anni. I suoi capegli erano biondi, ma di un biondo che traeva allo scuro, e naturalmente s’increscapavano in anella che vagamente le cascavano sopra una fronte di alabastro ed un collo di neve. Gli occhi di Adele erano cilestri, grandi, e spiranti un tal dolce splendore, che il suo sguardo portava il turbamento ne’ cuori più freddi. Non avea Adele i lineamenti della Venere Gnidia o dell’Italica, ma l’Isabey mai non ritrasse una più leggiadra francese. Splendida di beltà, era Adele il vanto del villaggio, la gioia de’ suoi parenti, il sospiro di tutta la gioventù del paese. Ella era cara alle sue stesse rivali. Sì dolce l’indole, sì puri n’erano i sensi, e tanto blando il parlare, che sforzato avrebbe ad amarla perfino le cose prive del senso: nè la Marna, scendendo dal monte natio, più amabil vergine mirava sul tortuoso suo lido. Adele ricambiava Enrico di un pari amore. Era il primo amore in entrambi, il vero amore, l’amore che mai non si obblia. Due fratelli, che militavano coll’esercito di Suchet nella Spagna, metteano Enrico al riparo della legge obbligante i giovani francesi a portare le armi. Varii decreti del Senato affermavano tal securtà. Spuntava allora l’anno 1813, ed Enrico doveva sposare Adele al finire del giugno. Ma i disastri che percossero il grand’esercito dopo l’incendio dell’antica metropoli de’ Moscoviti, trassero il Senato imperiale a rompere le proprie sue leggi. Enrico fu chiamato a raccorsi sotto le aquile, vedove de’ veterani loro campioni, spenti da❜ ghiacci aquilonari, più che dal ferro dell’incalzante nemico.
Capitolo II
Tronco uno ha il braccio, all’altro in petto stride Piaga feral. Chi ucciso vien, chi uccide. Oh uomo! al nascer tuo veglia la morte: E tu la cerchi? Ah folle sei, non forte.
La gioventù francese nasce alla guerra. Partì Enrico co’ valorosi, che, condotti dal guerriero lor Sire, correano là dove l’Elba bagna i campi della Bassa Germania. Ma prima disse un tenero addio alla dolce sua Adele. Addio accompagnato da sospiri e da lagrime, e da un solenne giuramento che, non cadendo nell’arena delle stragi, come prima gli fosse concesso di riedere, avrebbe stretto con lei il desiato nodo che tutta la sua vita dovea spargere di gioia e di pace. Nè meno sincere lagrime sparse la vezzosa donzella, e con voce che usciva dal cuore profondo, giurò che il suo amore per Enrico non si sarebbe estinto, che dentro la tomba. La natura avea sì fattamente temperate quest’anime da non ardere esse giammai di altra fiamma, tranne la fiamma del loro reciproco amore.
Partì Enrico, e seguitando i vessilli non per anco abbandonati dalla fortuna, combattè ne’ campi di Lutzen: campi famosi ove un tempo l’eroe della Svezia cadde pugnando, e gli allori della vittoria, in luogo di cipressi, ne ornarono la tomba gloriosa! L’esercito francese, benchè di nuove leve fomato, uscì vittorioso dalla ben contrastata battaglia. Enrico si diportò da forte; chè quinci il sospingeva l’affetto della patria e l’esempio de’ prodi giovani che la Francia avea mandato ai conflitti; quindi lo pungeva speranza di far sì che il suo nome, inscritto nei racconti della pugna, suonasse chiaro nella terra natale, e nell’udirlo a rammentare con lode, gioiosamente si commuovesse il cuore di Adele. Sorrise così fausta al suo ardire la sorte, che sul campo, fumante ancora di sangue, fu promosso a luogotenente, ed ebbe in premio la stella, onde il valore si ornava. “Oh come, diceva in sè stesso il fervido amante, s’allegrerà la mia Adele nel rivedermi adorno di onorate divise, e col seno splendente di questa insegna della gloria, meritata dal guerriero che la sua patria difende! Enrico ell’amava la gentile fanciulla; ora in Enrico ella amerà pure il valoroso fregiato degli onori che sempre toccano il cuore alle graziose donzelle di Francia”. — E dimenticava i travagli della guerra, ed il tanto spazio che lo partiva da Adele, nell’atto di pensare che più degno di lei doveva tornare un giorno a rivederla. Oh amore! quanto bene si accorda col pericolo dell’armi il senso che al cuore tu inspiri! Oh come le anime generose ad opere illustri tu accendi, e l’uomo innalzi sopra sè stesso coll’additargli si desiderevole meta!
Capitolo III
Morte rota la falce, e tenor tristo Fanno i singulti di chi langue e spira Coi canti della gioia e’l clamor misto Del vincitor. Oh ambizione, ahi dirà Peste! —
L’esercito vincente non fermasi, e con formidabile urto preme il nemico che in buona ordinanza ritraesi. Ma, rinvigorito da novelli aiuti tantosto, questi più non piegasi; anzi volge la fronte ed aspetta di piè fermo il cimento. Ecco dirimpetto sta l’una e l’altra oste feroce. Di qua vedi i guerrieri che mandarono Francia, Italia ed Olanda e tutta la terra del Reno, e li guida il duce che per sì lungo tempo parve trarre la vittoria incatenata al suo carro.
Di là è il borusso che tumultuando franse gli odiati ceppi stranieri, e lo infiammano l’invendicata ombra di Luisa, e gli arsi tetti e l’onta della sconfitta e mal rapita spada di Federico. Insieme con lui, dal mar Bianco al Nero, dalla muraglia della China ai baluardi di Riga, viene la schiatta Scitica e la Rutea; e con loro è Alessandro, nome di fausto augurio, e principe caro alle sue schiere. Si mesce la battaglia; accanita battaglia che sembra dover risolvere di tutta Europa le sorti. Terribile è lo scontro; il valore e la disperazione tengono per gran pezza incerto l’evento. Finalmente la perizia del supremo condottiere de’ Franchi ottiene la palma. Ma è debole vittoria, e non più, come per lo innanzi, foriera d’ampie conquiste e rovesciatrice di regni. È vittoria che produce un ingannevole tregua. Si sotterrano d’ambo le parti gli estinti. Un grido scorre per le schiere francesi che Enrico è di quel numero. Ferito da una palla, egli cadde nel fitto della battaglia sopra un poggio aspramente conteso, e nissuno de’ suoi compagni che cader lo videro, potè portargli soccorso, perchè infesto soppraggiunse il nemico ed occupò quell’altura; e quando ripigliato fu il poggio, tutto quanto ingombrato era di morti il terreno. Giunse a Charlis la dolorosa novella, ed il cadente genitore lo pianse. Enrico egli pianse con duolo ancora più amaro, chè non molti giorni prima eragli pervenuto l’annunzio che morte gli aveva rapito gli altri due suoi figliuoli, caduti nel difendere le mura di Tarragona contro il Leopardo Britanno. Misero padre! Egli si vedeva deserto di prole appunto allora che l’avanzata sua età più necessario gliene rendeva il conforto. Dere- litto e solo, egli non trovò che nel sepolcro la calma.
Piansero Enrico i fedeli amici, è tutto lo pianse il villaggio; ma più di tutti lo pianse la mestissima Adele, che spenta vedeva in Enrico tutta la gioia de’ giorni suoi! Non pertanto tratto tratto spuntava un raggio di speranza ad alleviarne il tormento. “Forse, ella diceva in sè stessa, egli cadde prigioniero, quantunque ferito; sì, forse egli vive in mezzo de’ nemici, e qualche pietosa mano ne ha medicato le piaghe. Perocchè la fiiera stirpe del Norte essa pure deve sentir pietà, e chi pietà può meglio destare che Enrico, sì giovane, sì bello, sì adorno di modi che potrebbero far forza agli stessi selvaggi che d’umana carne imbandiscono nefandi conviti!”
Questo pensiero sorregge la misera, ed impedisce che morte recida il filo dell’amabile sua vita, la quale altrimente ceduto avrebbe al peso dell’immenso martirio
Capitolo IV
Che sono i troni innanzi a Dio? d’un soffio Ei li disperde.
S’incalzano precipitosi gli eventi, come onda che ad onda sorvola. Indarno i lauri cingono la fronte al vincitor di Dresda: vinto da tutta l’Europa, giurata a’ suoi danni, egli vede presso Lipsia cadere la sua fortuna che serba il voltabile umore di donna. La traripante onda dell’Elster inghiotte le fuggiasche legioni, prive del fatal ponte che in aria è balzato. Indarno ad Hainau il valor s’apre un passo per mezzo alle schiere improvvisamente fattesi avverse. Già il nemico è sul Reno; anzi il Reno pur varea. I memorabili sforzi del valore e della militare prudenza mal resistono al torrente di tante nazioni, guidate dal risentimento, accalorate dalla vendetta. Le stesse vittorie traggono a rovina un esercito rifinito di forze, onde finalmente cade ancor essa la superba Parigi; e la Francia, in balía degli stranieri, si prostra dinanzi ad un novello signore.»
Fermata è la pace; tornano i prigionieri da’ climi lontani; ma non ritorna egli Enrico. Non una lettera di lui, non un cenno, non un debole indizio. Morta è la speranza, la speranza istessa è morta nel cuore di Adele. «Egli perì!» sclama l’angosciata donzella, e le lagrime le innondano il petto. Nè però meno lo ama, quantunque estinto lo pensi; ed ha fermo in cuore di non mai congiungersi ad altri in isposa, serbando fede all’ombra dell’amante perduto. Ma il genitore la tragge a differente consiglio. La fortuna gli si è mostrata nemica. Il ricco impiego che il favore d’una parte gli aveva donato, il prevalere dell’altra parte gli ha tolto; e la sola Adele allo sconsolato padre omai resta.
Capitolo V
Scuoti, Imen, scuoti, Imen, l’aurea tua face; Chè, senza te, verace Piacer non havvi, ed il sepolero ingoia, Intero l’uom ch’ebbe tua legge a noia.
Guglielmo, uom saggio, il quale mentr’era di cospicua carica fornito in Parigi, steso avea sopra di Adolfo favorevole l’ombra del suo patrocinio, come cangiato fu il potere, dalla sua carica si licenziò. Di vasti poderi lungo la Marna egli fece l’acquisto; e pose stanza in la Fartè, per menarvi in dignitoso ozio i giorni sotto quel cielo felice. Un anno oltre il cinquantesimo egli ha trapassato, ma la salute regna nelle sue membra robuste. L’uso del comando ha impresso di maestà le sue regolari sembianze. Natura diede a Guglielmo un indole egregia, ed egli migliorò ne’ penetrati di Sofia questo dono, cui niun’arte o studio può compartire ove lo neghi natura. Nella calma dei sensi porre il bene supremo, nè dal sentiero di virtù discostarsi giammai, tali erano le norme ch’egli s’era prefisse; e la sua anima, serena come il cielo nel settembre, era sempre aperta a tranquilla giocondità. Guglielmo, in breve, per beni ed aspetto e cuore e colta mente ed aggraziate maniere, era tale ch’ogni donzella, non preoccupata da amore, si sarebbe creduta beata di conseguirlo a marito. Più volte egli portossi a ritrovare Adolfo in Charlis, ed ammirò i giovanili vezzi di Adele, e ne udì la voce, dolce come il sospiro di lene auretta nelle placide sere d’estate; indizio quasi sempre certo di un animo ben fatto e gentile. Egli la senti toccare le corde del clavicembalo con nivea mano che sui tasti volava, ed ai suoni accordare soave il canto della flebil romanza. La vide egli con pietose cure sopire gli affanni del padre travagliato dalla sorte nemica, e savia reggere i domestici offici coll’ordine che le sostanze raddoppia, e, mercè di lei, tutta ridere di decente splendore la casa. Per condurre nella pace e nella letizia i suoi anni, che cosa manca a Guglielmo? Una sposa fedele che adorni i lari delle sue grazie, che attenda al governo della famiglia, che padre fortunato lo renda di vaga e desiderata progenie, onde al tramontare della vita egli abbia chi con tenera mano gli chiuda gli occhi, chi gli orni la tomba di fiori e la cosperga di pianto. E quale sposa egli può rinvenire più preziosa di Adele? Accoppiandosi a lei, egli sarà appieno felice, perchè in lei tutto è bello, il volto, il cuore, lo spirito. Oltredichè, sposando Adele, egli ripara ai disastri di Adolfo, e sparge di serenità la vecchiezza del suo cliente antico e fedele.
Stabilito il disegno, Guglielmo fa inchiesta della figlia ad Adolfo, il quale considera come spirato dal cielo questo geniale consiglio. Incontanente ei gli promette la figlia in isposa. Ma il prudente Guglielmo vuole che pria Adele stessa volontaria e lieta condiscenda al maritale contratto. Adele ascolta L’offerta di Guglielmo, e ne’ tremoli occhi del padre, che per gioia piange, legge scritto a chiare note ciò che le ingiunga il suo dovere di figlia. Porgendo la mano a Guglielmo, ella rende felice chi la vita le diede; l’antico padre ella toglie agli artigli della miseria, che sulle canute chiome gia minacciosa gli pende. Lo stare in forse, colpevole sarebbe per lei. Enrico è sceso fra i trapassati, Enrico, il suo dolce ed unico amore. Ella non ha madre, chè la perdė fanciulletta; non ha germani, non ha sorelle, non ha altri da amare. Sopra la terra non ha chi le sia veramente caro che il padre, ed il padre non ha per sostegno che Adele. Ella può farlo consolato, e non immola che un pensiero d’immaginaria fede. Si compie il sacrifizio. Adele accetta la proposta di Gu- glielmo, ed immacolata fede gli giura all’altare. L’allegrezza versa l’aurea sua coppa nel nuziale banchetto: chè tutti in que’ dintorni hanno veduto con giubilo l’avventurato imeneo che dona a Guglielmo una leggiadra sposa, adorna d’ogni virtù, e premia in Adele i santi costumi di una fanciulla, e l’affettuosa pietà di una figlia.
Capitolo VI
Quale fonte ombreggiata Da liete palme al peregrin che stanco Pel deserto infocato Arso di sete va traendo il banco, Tal di Mirza e Gulpene era l’aspetto Sotto l’ospite tetto.
I due sposi vivevano contente le ore, e con loro dimorava il padre di Adele. Di così avvenente e costumata consorte soprammodo era lieto Guglielmo: perciocchè, fedele a’ suoi doveri, grata all’affetto, ed ai mille delicati pensieri dell’assennato marito, a nulla essa perdonava onde care gli riuscissero le conjugali catene. Soltanto se talvolta ella soletta trovavasi, e d’improvviso ei giungesse, avvolta la rinveniva in tetre nubi come di affanno, e talora gli accadde di scoprirle qualche lagrima furtiva sul ciglio, e non sapea d’onde quel duolo e quel pianto potessero tirare l’origine. Ma di un riso, vago come l’arco che in cielo risplende, ella ben tosto allegrava il suo aspetto, ed affettuosa lo abbracciava con segno tal di candore, che non gli bastava l’anima di chiederle da che quella mestizia nascesse. “Forse, tra sè stesso ci diceva, un’ingenita malinconia in lei alber- gasi che la sforza alle lagrime, se solitaria si trova. Io sono felice con lei; nessun pensiero che puro non sia, può mettere radice in quell’animo scevro di biasimo; pienamente securo io men vivo. Or perchè mai degg’io con inopportune indagini cercarmi forse il mio danno? Non son io pago abbastanza di quanto è in lei di amore, o che ha sembianza di amore verso di me che cotanto la avvanzo negli anni? Ossequiosa moglie, e madre di bella prole ben tosto, Adele è uno spirito disceso dal cielo per allegrare i miei giorni. Se ella ha un segreto, irreprensibile è al certo questo segreto, poichè nemmeno una macchia può offuscare quel giglio di parità.”
Così diceva Guglielmo, e raddoppiava le tenere cure, acciocchè in mezzo a’ fiori placido scorresse il limpido ruscello dei giorni di Adele. Ella, all’incontro, soventi volte sentiva, nell’imo petto il rimorso di nutrire tuttora una si viva memoria dell’amante per sempre perduto, e le parea che coll’antica passione recasse onta a’ suoi nodi novelli, e se ne pentiva, e già divisava di fare di ogni cosa istruito il consorte, onde le perdonasse se per un’ombra ella spargeva tuttora querele. Ma ragione le rispondeva: “A che turbare la pace di un uomo che tanto fedel- mente ti ama, e può forse amaramente angosciarsi nell’udire che il tuo cuore non è tutto per lui, benchè il suo rivale sia fatto cenere insensibile e muta?” E nuovamente l’amoroso segreto ella comprimeva nel petto, e risolveva di mostrarsi amabil tanto al fido marito, che mai egli non potesse concepir pensiero di non posseder egli solo tutti gli affetti di lei. E così faceva; nè sovente può tanto la virtù stessa di amore, quanto avea forza in Adele il senso del dovere ed il buon desiderio. Ma pure, alle volte, se solinga iva errando lungo le fiorite aiuole del suo giardino, o sotto il bosco degli odorosi tigli che appresso al giardino stendevasi fino alle falde della collina, chiuso da siepi di biancospino e di rose silvestri, mossa dallo spettacolo della bella natura sotto quel cielo ridente, ed assorta in un vaneggiamento soave, ella sentiva nell’anima un cupo rammarico, e l’immagine di Enrico le sorgeva dinanzi, e le parea di rivedere quel caro volto, e quelle forme perfette per virile bellezza. E le tornava al casto orecchio il suono delle amate parole, e mesta ella credea di udirlo ancora a giurarle un eterno amore con gentile fermezza, come l’ultimo giorno ch’ella il vide e ne accolse l’estremo comiato. E quindi l’anima immersa in que’ delirii, non consapevole essendo la ragione, sognava que’ giorni soavi che vissuti ell’aveva al fianco di Enrico; ed allora il pianto le rigava le gote, quel pianto di cui Guglielmo erasi accorto alcune volte nel venirle all’improvviso e non veduto dappresso.
Ma ben dieci volte non avea ancora mutato di volto la luna. Che Adele divenne lieta madre di un vezzoso bambino. Essa il latte gli diede, e tutti nell’infante raccolse i suoi pensieri di amore; nè mai Guglielmo più in lei discoperse un mesto atto o sembiante, nè ignota stilla di pianto bagnarle il bel viso, se pure pianto non era spremuto dalla materna pietà, dall’amore materno. Sposo lietissimo, avventuroso padre, possedendo un vero amico a lui conforme di anni in Adolfo, Guglielmo, da tutti amato e pregiato, ricco di filosofia, di salute e di beni qual era, felice si reputava, quanto mortale può essere in terra felice. E del pari Adele traeva in mezzo al padre ed al marito tanto più riposato il vivere, quanto più vedea quel bambino, argomento d’ogni sua cura, non meno che a lei era çaro al marito ed al padre. E se talvolta ancora ella pensava ad Enrico, era come pensa all’arco de’ leali amanti, fanciulla che abbia letto l’istoria del prode Amadigi e della bellissima Oriana.
Capitolo VII
Sei tu ben desso? O è l’ombra tua che sorge Dal tacente sepolcro?
Di tal guisa quattr’anni si affondarono nell’abisso de’ tempi. Giunse il quinto, ed inchinò all’occaso il suo carro. Era il giorno in che il villaggio, fedele agli antichi riti della Chiesa ed alle costumanze de’ padri, suole onorare con preghiere e con tributo di fiori gli estinti. Al cimitero campestre erasi condotta Adele, tenendo per mano il suo pargoletto. Compiti i sacri uffizi, ella si rendette sulla strada maestra, per dove Guglielmo dovea tornare e prendere nel cocchio lei ed il figliuoletto che ne faceva già festa. Imperciocchè Guglielmo era andato ad un suo podere distante due leghe, di cui avea fatto non guari prima l’acquisto, e tutti i giorni, dopo il mezzodi, soleva ivi portarsi per regolarne la nuova coltivazione, nè tornava che sull’imbrunire al suo tetto. Ombreggiata da antichi olmi era la strada, usato diporto alle abitatrici del villaggio nei di festivi, ma deserta in quel giorno di raccoglimento e di preghiera. E già l’astro della luce si nascondeva dietro la cima deʼ monti, e ne incresceva ad Adele ch’erasi spinta ad un mezzo miglio del villaggio, e non avea voluto che alcun servo l’accompagnasse, nè ancora vedeva a tornare Guglielmo. È vero che niun pericolo la minacciava, poichè allo scoperto si può portar l’oro di notte su quelle strade; sì potente vi è il freno delle leggi e de’ costumi. Ma il tramontar del sole, la fresc’aria della sera, le giallicce foglie onde il suolo era coperto, la tristezza che nel tardo autunno segue il cadere del giorno, anzi il giorno stesso e le funebri pompe a cui aveva assistito, le inducevano un sentimento di confusa paura. Nelle preghiere del giorno la pietosa Adele avea invocato pace al perduto suo Enrico, chè ogni anno di così fare avea per sacro costume. Nè in adempiere questo religioso ufficio creduto ell’avea che amore vi avesse parte, quantunque-ardentissima fosse la sua preghiera. E l’idea di Enrico le si aggirava per la mente, e divisando ella andava tra sè, ove fosse vero quel popolar grido che le ombre de’ morti ritornano talvolta a visitare chi molto hanno amato sopra la terra, e l’ombra di Enrico all’improvviso le apparisce di contro, se contentezza ne proverebbe o terrore E mentre così pensava, sente dappresso un subitaneo romore dentro la siepe vicina.... sangue nelle vene le gela.... Era un notturno augello che si toglieva da quella siepe, impaurito al passare di lei, e forte sbattendo le ale. Ella ride del suo timore, del sogno ella ride, ma accelera il passo, e già non lungi che due volte il tiro di una fionda apparivano le bianche mura della Ferté, quando repente s’ode dietro un strepito come di una sedia da due cavalli tirata. «È Guglielmo!» ella dice, e tosto rivolgesi; ma il cocchio non è del marito. Ella fermasi e lascia che passi. Dentro vi seggono due che non conosce. Ella appena li guarda, ed il cocchio trapassa. Ma, Adele! grida uno di que’di dentro, e tosto frena i veloci cavalli, ed a terra ne balza. «Adele! Adele! Ove ti ritrovo!», egli grida, ed ai piedi si prostra di lei... Oh cielo! è desso.... É desso Enrico.... Ella il riconosce e ne sviene. Da una forte essenza che in una fiala egli recava con sè, vien richiamata agli spiriti la tramortita. Ella apre gli occhi, e colle mani gli palpa i capelli e la fronte, come per accettarsi se veramente ei sia vivo; poscia dischiudendo con un sospiro le labbra: «Enrico! disse, sei tu ben desso? Nė m’illude la mente trasportata in delirio?» — «O Adele, egli esclama: Oh tu, pensiero d’ogni mio giorno, sogno d’ogni mia notte! alfine pure ti riveggo, ed ogni passato male già obblio». — «Enrico! ella soggiunse: come scampasti da morte? Te ognuno estinto crede, ed estinto te dichiararono gli atti del ministero, ed il tuo zio fu de’ tuoi beni l’erede». — Egli me li renderà, la legge è in mio favore, ed ei m’ama. Lunga e l’istoria de’ miei casi, e l’ora è tarda troppo, e non acconcio è il sito a fermarti. Io te li narrerò per disteso a tempo migliore. Ti basti ora vedere che salvo io ritorno, e ritorno più amante di te che non sia stato giammai. Dolce mia vita, ti sei tu pure serbata fedele?» — E sì dicendo, egli stringeva la destra di Adele, e d’amorosi baci la ricopriva. Ma traendole a sè: «Che parli, Enrico, ella disse: la non isperata gioja di rivederti e il dolce costume antico scordare mi faceano che io manco al mio dovere nell’ascoltarti a favellarmi di amore. Nulla ormai ci resta di comune fra noi.» — «Oh cielo, che parli? sclamò Enrico. Forse ad un altro hai tu impegnata la fede? Ma che mai scerno? Quel fanciullo!... Ah sì, intendo ogni cosa. Ho salvato la vita, na ho perduto Adele, che assai più della vita mi era diletta. Ah perchè nelle triste solitudini della Russia io non rimasi a condurre i giorni scampati dal ferro nemico? Ivi era un cuore che mi adorava. Partendo, io dispietato lo lacerai. Ed ora, ch’ebbro d’amore ritorno ad Adele, trovo Adele vincolata ad un più felice mortale. Ah come mai, ingrata, potesti tu dimenticarti di Enrico?...» Ma in questo mentre da lunge s’ode di un’altro cocchio il fragore... «Ε mio marito, ella sclama: Deh! parti Enrico, deh! parti. Egli nulla sa del nostro amore primiero. Ah! non rendere infelice la donna che amasti. Parti, compiangimi, addio... per tutta la vita, addio. Troppo, ahi già troppo fui rea pensando a te, pensando ad Enrico io moglie di un altro». E nell’atto che così parlava, gli distendeva la bianca mano ch’egli baciava e bagnava delle sue lagrime. “Ed oh! diceva l’afflitto, se tu me lo imponi, ecco io parto. Io parto, o Adele, il tuo volere mi è legge. Morire, pria che dispiacerti, tale è il mio fermo divisamento. Ma ch’io più non ti vegga, ah non isperarlo giammai. Tutti dove sei io voglio passare i miei giorni, ed il villaggio ove tu alberghi mi terrà luogo di Parigi e del mondo.”
Cresce il romore, il nuovo cocchio più e più si avanza. — “Che dicesti, Enrico, o gran Dio; no, fuggi, fuggi, e per sempre ti scorda di me. Ah fuggi, fuggi, mi vuoi vedere colpevole e sventurata?» — «Adele! risponde Enrico. Un solo accento... dove poss’io rivederti?» Il timore che Guglielmo giungesse in quel mezzo, e la tempesta dei tumultuanti affetti, non le permisero di rifletter più innanzi, e respingendolo da sè: «Colà, disse, in quel bosco di tigli, che vedi là in fondo, ma sia per l’ultima volta.»
«E l’ora? — L’una dopo il meriggio. — Domani? — Sì... ma tu mi perdi. — Addio».
E già nel cocchio egli era risalito, e già lontano l’hanno portato i leggieri cavalli, e Adele, qual Niobe convertita in sasso, è rimasta immobile ancora.
Capitolo VIII
Mira, mira il periglio; Chè non ricorri al tuo fedel consiglio?
Ma Guglielmo alfin giunge. I capricciosi e strani sbalzi di un recalcitrante puledro impedito aveano ch’egli cogliesse Enrico ai piedi della sconcertata consorte, e la ricurva svolta della strada avea tolto che alcuna cosa ei vedesse di loro. Giunge Guglielmo, e Adolfo è insieme con lui. Dal cocchio egli scende, e «Oh dolce sposa, le dice, troppo tardammo, io veggo, e tu forse in angustia ne fosti. Ah quanto ne provo rammarico! Il breve giorno ci ha fatto inganno, e questo ritroso cavallo ci ha ritardato il cammino» Е preso in braccio il tenero figliuoletto, e baciatolo, ad Adolfo che era in legno, lo porse e volle pure aiutare Adele a salire. Ma ella, sperando di nascondere la tempesta de’contrari affetti. “No, mio tenero amico, rispose, meglio mi giova fare a piedi il breve tratto di strada che da casa ci parte. lo confido che il moto farà cessare il dolore che il capo mi strazia. Indi rivoltasi ad Adolfo: Padre, vuoi tu essermi compagno? con molle voce soggiunse. Ed egli, di tutto cuore, mia cara Adele, rispose. Ho bisogno di far moto anch’io per disciogliermi alquanto le membra.” E dismontò, rendendo le redini a Guglielmo, che gliele aveva per qualche momento affidate. E così tornarono a casa, Guglielmo col bambino nel cocchio, e Adolfo a piedi colla sua figlia. Aveva Adele chiesto la compagnia del padre, affinchè il marito non leggesse dentro il suo cuore agitato, ed ella avesse agio a ricomporsi, e volgeva pure in mente di svelare ogni cosa al genitore amoroso, e di domandargli consiglio; ma il timore le suggello sul labbro le divisate parole. Ed al cancello di ferro, dipinto in verde, che il vestibolo chiudea della casa, già pervenuta era Adele, prima di trovare in qual modo, vinta la vergogna, dare principio al racconto. Fingendo che tuttavia le dolesse il capo, ella prese poca parte al pranzo, ed ai susseguenti giuochi della compagnevol brigata che raccolta erasi nelle sue sale; festosi giuochi, pieni di vezzo e di spirito, co’ quali in Francia si usa di tessere piacevole inganno alle lunghe sere autunnali.
Capitolo IX
Ida, ove corri? Di Windsor le amene Ombre tradir la troppo incauta Argene. Quell’ombre ah tu paventa, Ed Argene rammenta.
Sorse il novello di Fornita la colezione, abbondante di cibi, come in Francia è il costume, tornò Guglielmo al suo nuovo podere, dove il chiamavano le campestri faccende. Poichè il forte suo spirito, avvezzo al lavoro, erasi allora rivolto alla bell’arte che canto l’Alemanni,
dove infiora Lari e Dureuza le campagne intorno.
Nè doveva egli, secondo l’usato, ritornare che a sera. Ma innanzi di partire, la dolce sposa egli avea teneramente stretta al seno, e confortata colle più affettuose parole. Perocchè, veggendola pallida e disfatta, egli credea che l’emicrania la tribolasse, nè sospettava pure che in mezzo al cuore le si celasse la cruda ferita.
Partito Guglielmo, ella mosse verso il bosco de’ tigli il bel piede. Ma le tremavano le membra, ed affannosi le uscivano i so- spiri del petto, e vacillante la rendeva un’interna voce che a lei gridava: “O Adele, ti arresta! Sconsigliata, che a fare li accingi? Esenti da rimprovero scorsero i tuoi giorni finora, e vuoi adesso in un punto la purezza della tua vita offuscare? Sposa amata e madre felice, a colpevole congresso ti rendi: sola coll’antico tuo amante ten vai! E vero che in te non è pensiere che casto non sia, ed Enrico è si riverente amatore, ed il solo tuo scopo è di troncare quei cari nodi per sempre; ma scevro di colpa non è però l’andare tuo stesso. Tu infinita ora sei col tuo marito. Tu a lui dovevi svelare ogni cosa ed invocarne il consiglio. E s’egli ti sorprendesse nel momento che a’ tuoi piedi sarà Eurico, ebbro di amore, sparso di lagrime, e chiedente a te mercede, a te che l’ami tuttora sì forte? Ahi spaventevole immagine! Tutta per sempre saria svanita la dolcezza del viver tuo; poichè, quantunque innocente, appariresti a lui pure infedele, od almeno il rio sospetto farebbe strazio del suo nobile cuore. Hai tempo ancora, fa senio; riedi alle tue stanze, e manda una lettera ad Enrico, nella quale, per quanto gli fosti cara un giorno, lo scongiura a non voler guastar la tua pace, e che lungi da’ tuoi occhi vada a condurre i giorni, che fortunati gli pre- ghi, ed abbia in rispetto i tuoi santi legami, e l’augusto titolo di madre che porti.”
Così le favellava di dentro la voce della virtù. Ma il piede, benchè con orme incerte e rade, pure proseguiva l’andare, finchè nel bosco ella fu pervenuta, mal simile a donna viva; tanto era il pallore che le sedeva nel volto. Enrico ivi non era. Ella si rallegra che scampata di tal guisa è al periglio, senza tradire la data parola. Ma ben tosto un diverso affetto impetuoso entra nel suo cuore, ed ella si duole che il si fedele amante tanto prestamente abbia potuto porla in oblio, e tenere in non cale la dolcezze di un abboccamento con lei, quantunque esser dovesse l’estremo. Cosi fervido egli mostravasi ieri, ed oggi trascura perfino di rivedermi? E l’orgoglio, trafitto dalla mancanza di Enrico, già nel suo cuore riporta vittoria sopra il dovere tradito: tanto può nel cuore di donna l’orgoglio!
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The end
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