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Il Filostrato

Giovanni Boccaccio · 1831 · Free in the US

40,582 words · about 2 h 51 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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About this book

Author
Giovanni Boccaccio
Language
Italian
Published
1831
Length
40,582 words · about 2 h 51 min
Sections
14 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (14)
  1. Front matter under 1 min
  2. Frontespizio del vol. XIII under 1 min
  3. Frontespizio under 1 min
  4. Ai Lettori about 4 min
  5. Proemio about 10 min
  6. Parte prima about 12 min
  7. Parte seconda about 32 min
  8. Parte terza about 21 min
  9. Parte quarta about 37 min
  10. Parte quinta about 16 min
  11. Parte sesta about 8 min
  12. Parte settima about 23 min
  13. Parte ottava about 7 min
  14. Parte nona about 2 min

Continue:

Front matter

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Indice

Il Filostrato

Frontespizio del vol. XIII

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Col benigno Sovrano rescritto del dì 9 Giugno 1826, fu conceduta ad Ignazio Moutier la privativa per anni otto della stampa delle Opere volgari di Giovanni Boccaccio.

Frontespizio

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Ai Lettori

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ra le opere minori del Boccaccio che si leggevano in stampe alterate e scorrette, nessuna se ne trova che fosse stata tanto maltrattata e guasta quanto il poema intitolato il Filostrato. Non intendo di parlare delle poche e rarissime edizioni del Sec. XV., ma della più recente e comune, che fu eseguita in Parigi da Didot il maggiore nel 1789, per opera e cura di un tal fra Luigi Baroni servita, che l’indirizzò con sua dedica al duca Sigismondo di Montmorency-Luxemburgo. L’editore nel suo breve discorso preliminare si annunzia subito imperito bibliografo, asserendo che egli dà alla luce la prima volta il Filostrato del Boccaccio, quando è notissimo che ne esistono più edizioni del primo secolo della stampa. Parla inoltre delle lodi prodigate a questo poema da e da , ed aggiunge che questi due dotti opinavano che per due ragioni il Filostrato sia restato inedito e abbandonato, e son queste: «La prima, dicono essi, si è stata la riputazione grandissima che hanno data all’autore le opere scritte in pro- sa, per cui ne andarono trascurate le rime, benchè anche in queste si dovesse ammirare la bella proprietà del dire, e quella virtù di porre i differenti oggetti sotto l’occhio, da renderne proprio una parlante pittura: la seconda ragione si è che tanto scorretti, e fra loro discordanti trovarono i manoscritti, che in quasi tutte le librerie d’Italia si conservano, che non ebbero tempo que’ letterati, o più tosto non osarono tentare la difficile impresa di farne diligente confronto, e, ben purgato e corretto, ridurlo al suo primiero splendore.» Non v’è dubbio su le verità della prima ragione, ma non concordo su la seconda, perchè il fatto mi ha dimostrato, che non esiste questa asserita discordanza fra le lezioni dei MSS., non trovandovisi altra differenza fra loro che quella prodotta dalla maggiore o minore intelligenza dei copisti: onde se i letterati passati trascurarono questa intrapresa, convien credere che non venisse loro in mente, e ancora è da attribuirsi a quella tendenza di scansar la fatica, che vien preferita da tanti, giacchè sì fatti lavori non si compiscono senza lungo ed assiduo studio.

Dice inoltre l’editore Baroni d’essersi servito di un codice del Filostrato scritto nel 1393, appartenuto a Belisario Bulgarini, a cui si potrebbe attribuire il cattivo resultato dell’edizione da esso procurata; ma egli aggiugne di averlo confrontato con «i diversi manoscritti che in Firenze si ritrovano, e specialmente con i quattro più antichi e preziosi, che nella Laurenziana biblioteca si custodiscono:» i quali per altro essendo tutti di diversissima lezione da quella da esso prodotta, è forza convenire che non furono mai consultati, e che il codice Bulgarini era un guazzabuglio di errori. Questa ultima considerazione però svanisce interamente, quando si esamini con diligente confronto l’edizione parigina con qualsivoglia antico codice del Filostrato, e nasce la convinzione, che il frate Baroni con una sfacciataggine senza pari rifuse e guastò a suo talento tutto il poema. Difatto le differenze, che possono essere da ciascuno osservate, fra l’edizione di Parigi e i codici antichi, ossia con la presente edizione, che è conforme ai MSS:, sono tante e tali, che non si può ammettere che procedano da antica sorgente. Non contento il Baroni di mutilare capricciosamente il bellissimo Proemio in prosa del Boccaccio, che egli intitola Argomento, dà una diversa disposizione alle parti, o sia canti, di cui si compone il poema; cangia a capriccio le ottave tutte, in modo che rarissimi sono i versi che casualmente rispettò; muta spesso le rime, ponendone altre a capriccio; e in fine toglie affatto dal poema trentanove ottave. Questa brevemente è la strana, ma vera descrizione dell’edizione del Filostrato del 1789. Fosse stato almeno il frate Baroni valente poeta, ed una scusa poteva almeno addurre al suo plagio; ma i frequenti saggi che inserì nel suo Filostrato, nelle ottave da esso composte, non che superare l’originale che pretendeva emendare, mostrano l’insufficienza della sua poetica vena.

Non è mio scopo di far conoscere i pregi pei quali si raccomanda il Filostrato ad ogni cultore di nostra lingua, nè a me spetta a darne un giudizio; mi limi- terò soltanto ad accennare una mia opinione, ed è, che io reputo la Teseide inferiore al Filostrato, sia per merito di poesia che di lingua. Benchè verso la fine del poema il Filostrato illanguidisca, e mostri la fretta avuta dall’autore nel condurlo al termine, in tutto il resto parmi che possa sostenere la superiorità su gli altri suoi scritti poetici. Sembrerà a taluno che abbia l’orecchio assuefatto a più sonora poesia, che languidi e cascanti siano spesso i versi del Boccaccio, ma nessuno potrà negare la facilità con la quale sembra che siano stati dettati. Gioverà in ultimo avvertire, che lo stesso autore nel proemio del Filostrato dice di aver composto il Filostrato in leggere rima, e nel suo fiorentino idioma.

Sette codici riccardiani, e quattro laurenziani mi hanno fornito larghi mezzi per l’emendazione del Filostrato, e il lungo lavoro che ho fatto sopra i medesimi mi dà la speranza che la mia fatica possa ottenere l’approvazione degli studiosi di nostra lingua, potendo ora esser certi di leggere questo poema del Boccaccio nella sua primitiva purezza.

Proemio

Filostrato è il titolo di questo libro; e la cagione è, perchè ottimamente si confà cotal nome con l’effetto del libro. Filostrato tanto viene a dire, quanto uomo vinto ed abbattuto da amore, come vedere si può che fu Troilo, dell’amore del quale in questo libro si racconta; perciocchè egli fu da amore vinto sì fortemente amando Griseida, e cotanto s’afflisse nella sua partita, che poco mancò che morte non lo sorprendesse.

Molte fiate già, nobilissima donna, avvenne, che io, il quale quasi dalla mia puerizia insino a questo tempo ne’ servigi d’amore sono stato, ritrovandomi nella sua corte tra li gentili uomini e le vaghe donne, in quella con me parimente dimoranti, udii muovere e disputare questa questione, cioè: Uno giovane ferventemente ama una donna, della quale niuna altra cosa gli è conceduto dalla fortuna, se non il potere alcuna volta vederla, o tal volta di lei ragionare, o seco stesso di lei dolcemente pensare. Qual’è adunque di queste tre cose di più diletto? Nè era mai, che ciascuna di queste tre cose, da cui l’una da cui l’altra, non fosse da molti studiosamente e con acuti argomenti difesa: e perciocchè a’ miei amori, più focosi che avventurati, pareva cotale questione ottimamente essere conforme, mi ricorda la mente, che vinto dal falso parere, più volte mescolandomi tra’ questionatori, tenni e difesi di gran lunga essere maggiore il diletto, potere della cosa amata talvolta pensare, che quello che porger potesse alcuna dell’altre due: affermando, tra gli altri argomenti da me a ciò indotti, non essere picciola parte della beatitudine dell’amante, potere secondo il disio di colui che pensa disporre della cosa amata, e lei rendere secondo quello benivola e rispondente, come che ciò solamente durasse quanto il pensiero, sì che del vedere nè del ragionare non poteva certamente addivenire. O stolto giudizio, o sciocca estimazione, o vano argomento, quanto dal vero eravate lontani! amara esperienza, me misero, me lo dimostra al presente. O speranza dolcissima dell’afflitta mente, ed unico conforto del trafitto core, io non mi vergognerò d’aprirvi con qual forza nel tenebroso intelletto m’entrasse la verità, contro alla quale io puerilmente errando avea l’armi prese; ed a cui il potre’ io dire, che alcuno alleggiamento potesse porre alla penitenza datami, non so s’io mi dica da amo- re o dalla fortuna, per la falsa opinione avuta, se non a voi?

Affermo adunque, bellissima donna, esser vero, che poscia che voi nella più graziosa stagione dell’anno, dalla dilettevole città di Napoli dipartendovi, e in Sannio andandone, agli occhi miei, più del vostro angelico viso vaghi che d’altra cosa, mi toglieste subitamente quello che io per la vostra presenza doveva conoscere, non conoscendolo, per lo suo contrario prestamente mi fece conoscere, cioè per la privazione di quella; la quale tanto fuori d’ogni dovuto termine m’ha l’anima contristata, che assai apertamente posso comprendere, quanta fosse la letizia, allora poco da me conosciuta, che mi veniva dalla vostra graziosa e bella vista. Ma perchè alquanto appaia più questa verità manifesta, non mi fia grave, nè il voglio intralasciare, come che altrove più che qui si distenda, ciò che avvenuto mi sia, a dichiarazione di tanto errore, dopo la vostra partenza.

Dico adunque, se Dio tosto coll’aspetto del vostro bel viso gli occhi miei riponga nella perduta pace, che poichè io seppi che voi di qui partita eravate, e in parte andatane, dove niuna onesta cagione a vedervi mi doveva mai potere menare, che essi, per li quali la luce soavissima del vostro amore mi menò nella mente, oltre alla fede che porger possono le mie parole, hanno assai volte di tante e di sì amare lagrime bagnata la faccia mia, ed il dolente seno riempiuto, che non solamente è stata mirabil cosa onde tanta umidità sia ad essi da essi venuta, ma an- cora non che in voi, la quale credo che come gentile siete così siate pietosa, in niuno che mio nimico fosse, e di ferro avesse il petto, a forza avrebbono messa pietade. Nè solamente questo è avvenuto quante volte ricordato mi sono d’avere la vostra piacevole presenza perduta gli ha fatti tristi, ma qualunque cosa è loro davanti apparita, di loro maggior miseria è stata cagione. Oimè, quante volte per minor doglia sentire, si sono spontaneamente ritorti dal guardare il tempio, le logge, le piazze, e gli altri luoghi, ne’ quali, già vaghi e desiderosi cercavano di vedere, e talvolta in essi videro la vostra sembianza; e dolorosi hanno il cuore costretto a dir seco quello verso di Geremia: «O come siede sola la città, la quale in addietro era piena di popolo, e donna delle genti!» Certo io non dirò ogni cosa parimente attristargli, ma io affermo solo una essere quella parte che alquanto la loro tristizia mitiga, riguardando quelle contrade, quelle montagne, quella parte del cielo, fra le quali e sotto la quale porto ferma opinione che voi siate; quindi ogni aura, ogni soave vento che di colà viene, così nel viso ricevo, quasi il vostro senza niuno fallo abbia tocco: nè è perciò troppo lungo questo mitigamento, ma quale sopra le cose unte veggiamo talvolta le fiamme discorrere, tal sopra l’afflitto cuore questa soavità discorre, fuggendo subita per lo sopravvegnente pensiero che mi mostra non potervi vedere, essendo di ciò senza misura acceso il mio disio.

Che dirò de’ sospiri, i quali nel passato piacevole amore e dolce speranza mi soleano infiammati trarre dal petto? Certo io non ho altro che dirne, se non che moltiplicati in molti doppii di grandissima angoscia, mille volte ciascuna ora da quello per la mia bocca fuori sono sforzatamente sospinti. E similmente le mie voci, le quali già alcuna volta mosse, non so da che occulta letizia procedente dal vostro sereno aspetto, in amorosi canti, e in ragionamenti pieni di focoso amore, s’udirono sempre poi chiamare il vostro nome di grazia pieno e amore per mercede, e la morte per fine de’ miei dolori, e i grandissimi rammarichii possono essere stati uditi da chi m’è stato presso.

In cotal vita adunque vivo da voi lontano, e sempre più comprendo quanto fosse il bene, e ’l piacere e il diletto che da’ vostri occhi per addietro male da me conosciuto procedeva: e come che tempo assai mi prestano e le lagrime e’ sospiri a potere del vostro valore ragionare, e ancora al presente della vostra leggiadria, de’ costumi gentili, e della donnesca altezza, e della sembianza vaga più ch’altra, la quale io sempre con gli occhi della mente riguardo tutta, e mentre perciò di tale ragionamento o pensiero non dico che alcuno piacere l’anima non senta, ma questo piacere viene mischiato con un disio ferventissimo, il quale tutti gli altri disii accende in tanta fiamma di vedervi, che appena in me regger gli posso, che non mi tirino, posta giù ogni debita onestà e ragionevole consiglio, colà dove voi dimorate; ma pur vinto dal volere il vostro onore più che la mia salute guardare, gli raffreno; e non avendo altro ricorso, sentendomi la via chiusa del rivedervi, per la cagione mostrata, alle lagrime tralasciate ritorno. Ah lasso, quanto m’è la fortuna crudele e nemica ne’ miei piaceri, sempre stata rigida maestra e correggitrice de’ miei errori! ora misero me il conosco, ora il sento, ora apertissimamente discerno, quanto di bene, quanto di piacere, quanto di soavità, più nella luce vera degli occhi vostri volgendola ne’ miei, che nella falsa lusinga del mio pensier dimorasse. Così adunque, o splendido lume della mia mente, col privarmi della vostra amorosa vista, ha fortuna risoluta la nebula dell’errore per addietro da me sostenuto: ma nel vero sì amara medicina non bisognava a purgare la mia ignoranza, più lieve gastigamento m’avrebbe nella diritta via ritornato. Ora così vagliano le mie forze a quelle della fortuna? quantunque la mia ragione sia molta, non possono resistere. E come che si vada, io sono pure per la vostra partenza a tal punto venuto, qual di sopra v’hanno le mie lettere dichiarato; e con mia gravissima noia sono divenuto certo di ciò, che prima incerto disputava in contrario. Ma da venire è omai a quel termine, per lo quale scrivendo infino a qui son trascorso, e dico, che vedendomi in tanta e così aspra avversità per lo vostro dipartir pervenuto, prima proposi di ritenere del tutto dentro del tristo petto l’angoscia mia, acciocchè palesata non fosse per avventura di molto maggiore efficace cagione; e ciò sostenendo con forza, assai vicino a disperata morte mi fe’ venire, la quale se pure venuta fosse, senza niun fallo allora cara mi sarebbe stata. Ma poi, non so da che occulta speranza mosso, di dovervi pure ancora quando che sia rivedere, e nella prima felicità ritornare gli occhi miei, mi nacque non solamente paura di morte, ma desiderio di lunga vita, quantunque misera non vedendovi la dovessi menare. E conoscendo assai chiaramente, che tenendo io del tutto, come proposto avea, la mia conceputa doglia nel petto nascosa, era impossibile, che delle mille volte che essa abbondante e ogni termine trapassante sopravvenia, alcuna non vincesse tanto le forze mie, già debolissime divenute, che morte senza fallo ne seguirebbe, e più in conseguenza non vi vedrei. Da più utile consiglio mosso mutai proposta, e pensai di volere con alcuno onesto rammarichio dare luogo a quello a uscire dal tristo petto, acciocchè io vivessi, e potessi ancora rivedervi, e più lungamente vostro dimorassi vivendo. Nè prima tal pensiero nella mente mi venne, che il modo con esso subitamente m’occorse; dal quale avvenimento, quasi da nascosa divinità spirato, certissimo augurio presi di futura salute. E il modo fu questo, di dovere in persona di alcuno passionato, siccome io era e sono, cantando narrare i miei martirii. Meco adunque con sollecita cura cominciai a rivolgere l’antiche storie, per trovare cui potessi verisimilmente fare scudo del mio segreto e amoroso dolore. Nè altro più atto nella mente mi venne a tal bisogno, che il valoroso giovane Troilo, figliuolo di Priamo nobilissimo re di Troia, alla cui vita, in quanto per amore e per la lontananza della sua donna fu doloroso, se fede alcuna alle antiche storie si può dare, poichè Griseida da lui sommamente amata fu al suo padre Calcas renduta, è stata la mia similissima dopo la vostra partita. Per che dalla persona di lui e da’ suoi accidenti ottimamente presi forma alla mia intenzione, e susseguentemente in leggiere rima, e nel mio fiorentino idioma, con stile assai pietoso i suoi e miei dolori parimente composi, li quali una e altra volta cantando, assai utili gli ho trovati, secondo che fu nel principio l’avviso. È vero, che dinanzi alle sue più amare doglie, in simile stilo parte della sua felice vita si trova, la quale posi, non perch’io desideri che alcuno creda che io di simil felicità gloriare mi possa, perocchè non mi fu mai tanto favorevole la fortuna, nè sforzandomi di sperarlo nol può in alcun modo concedere la credenza che ciò avvenga, ma per questo le scrissi, perchè la felicità veduta da alcuno, molto meglio si comprende quanta e qual sia la miseria sopravvenuta. La qual felicità nondimeno, in tanto è alli miei fatti conforme, in quanto io non meno di piacere dagli occhi vostri traeva, che Troilo prendesse dall’amoroso frutto che di Griseida gli concedea la fortuna.

Adunque, valorosa donna, queste cotali rime in forma d’un piccolo libro, in testimonianza perpetua a coloro che nel futuro il vedranno, e del vostro valore, del quale in persona altrui esse sono in più parti ornate, e della mia tristizia, ridussi; e ridotte, pensai non essere onesta cosa, quelle ad alcuna altra persona prima pervenire alle mani che alle vostre, che d’esse siete stata vera e sola cagione. Per la qual cosa, come che picciolissimo dono sia da mandare a tanta donna quanto voi siete, nondimeno, perchè l'affezione di me mandatore è grandissima e piena di pura fede, vel pure ardisco a mandare, quasi sicuro, che non per mio merito, ma per vostra benignità e cortesia da voi ricevute saranno. Nelle quali se avviene che leggiate, quante volte Troilo piangere e dolersi della partita di Griseida troverete, tante apertamente potrete comprendere e conoscere le mie medesime voci, le lagrime, i sospiri e l’angosce; e quante volte le bellezze, i costumi, e qualunque altra cosa laudevole in donna, di Griseida scritto troverete, di voi essere parlato potrete intendere: l’altre cose, che oltre a queste vi sono assai, niuna, siccome già dissi, a me non appartiene, nè per me vi si pone, ma perchè la storia nel nobile innamorato giovane lo richiede: e se così siete avveduta come vi tengo, così da esse potrete comprendere quanti e quali siano i miei disii, dove terminino, e che cosa essi più che altro dimandino, o se alcuna pietà meritano. Ora io non so se esse fieno di tanta efficacia, che voi leggendole con alcuna compassione possano toccare la casta mente, ma amore ne prego che questa forza a loro ne presti; il che se addiviene, quanto più umilmente posso prego voi, che alla vostra tornata mettiate sollecitudine, talchè la vita mia, la quale a uno sottilissimo filo è pendente, e da speranza con fatica tenuta, possa, vedendovi, lieta nella prima certezza di sè ritornare: e se ciò non può forse così tosto come io desidererei avvenire, almeno con alcuno sospiro o con pietoso prego, per me fate ad amore che alle mie noie presti alcuna pace, e lei smarrita riconfortare. Il mio lungo sermone da sè medesimo chiede fine, e perciò dandoglielo, prego colui che nelle vostre mani ha posta la mia vita e la mia morte, che egli nel vostro cuore quello disio accenda, che solo esser può cagione della mia salute.

Parte prima

Qui comincia la prima parte del libro chiamato Filostrato, dell’amorose fatiche di Troilo, nella quale si pone, come Troilo innamorossi di Griseida, e gli amorosi sospiri e le lagrime per lui avute, prima che ad alcuno il suo occulto amore discoprisse; e primieramente la invocazione dell’autore.

Alcun di Giove sogliono il favore Ne’ lor principii pietosi invocare; Altri d’Apollo chiamano il valore; Io di Parnaso le muse pregare Solea ne’ miei bisogni, ma amore Novellamente m’ha fatto mutare Il mio costume antico e usitato, Poi fu’ di te, madonna, innamorato.

Tu donna se’ la luce chiara e bella, Per cui nel tenebroso mondo accorto Vivo; tu se’ la tramontana stella La qual’io seguo per venire al porto; Ancora di salute tu se’ quella Che se’ tutto il mio bene e ’l mio conforto; Tu mi se’ Giove, tu mi sei Apollo, Tu se’ mia musa, io l’ho provato e sollo.

Per che volendo per la tua partita, Più greve a me che morte e più noiosa, Scriver qual fosse la dolente vita Di Troilo, da poi che l’amorosa Griseida da Troia sen fu gita, E come pria gli fosse grazïosa; A te convienmi per grazia venire, S’io vo’ poter la mia ’mpresa fornire.

Adunque, o bella donna, alla qual fui E sarò sempre fedele e soggetto, O vaga luce de’ begli occhi in cui Amore ha posto tutto il mio diletto; O isperauza sola di colui, Che t’ama più che sè d’amor perfetto, Guida la nostra man, reggi l’ingegno, Nell’opera la quale a scriver vegno.

Tu se’ nel tristo petto effigïata Con forza tal, che tu vi puoi più ch’io; Pingine fuor la voce sconsolata In guisa tal, che mostri il dolor mio Nell’altrui doglie, e rendila sì grata, Che chi l’ascolta ne divenga pio; Tuo sia l’onore, e mio si sia l’affanno, Se i detti alcuna laude acquisteranno.

E voi amanti prego che ascoltiate Ciò che dirà ’l mio verso lagrimoso; E se nel cuore avvien che voi sentiate Destarsi alcuno spirito pietoso, Per me vi prego ch’amore preghiate, Per cui siccome Troilo doglioso Vivo lontan dal più dolce piacere, Che a creatura mai fosse in calere.

Erano a Troia i greci re d’intorno Nell’armi forti, e giusta lor potere Ciascuno ardito, fiero, prode, e adorno Si dimostrava, e con le loro schiere Ognor la stringean più di giorno in giorno, Concordi tutti in un pari volere, Di vendicar l’oltraggio e la rapina Da Paris fatta d’Elena reina.

Quando Calcas, la cui alta scïenza Avea già meritato di sentire Del grande Apollo ciascuna credenza, Volendo del futuro il vero udire, Qual vincesse, o la lunga sofferenza De’ Troiani, o de’ Greci il grande ardire; Conobbe e vide, dopo lunga guerra I Troian morti e distrutta la terra.

Per che segretamente dipartirsi Diliberò l’antiveduto e saggio; E preso luogo e tempo da fuggirsi, Ver la greca oste si mise in viaggio; Onde all’incontro assai vide venirsi, Che ’l ricevetton con lieto visaggio; Da lui sperando sommo e buon consiglio In ciascheduno accidente o periglio.

Fu romor grande quando fu sentito, Per tutta la città generalmente, Che Calcas s’era di quella fuggito, E parlato ne fu diversamente, Ma mal da tutti, e ch’egli avea fallito, E come traditor fatto reamente, Nè quasi per la più gente rimase Di non andargli col fuoco alle case.

Avea Calcas lasciata in tanto male, Senza niente farlene assapere, Una sua figlia vedova, la quale Sì bella e sì angelica a vedere Era, che non parea cosa mortale, Griseida nomata, al mio parere Accorta, savia, onesta e costumata Quanto altra che in Troia fosse nata.

La qual sentendo il noioso romore Per la fuga del padre, assai dogliosa, Qual’era in tanto dubbioso furore, In abito dolente, e lagrimosa, Gittossi ginocchioni appiè d’Ettore, E con voce e con vista assai pietosa, Scusando sè, e ’l suo padre accusando, Finì suo dire mercè addimandando.

Era pietoso Ettor di sua natura, Perchè vedendo di costei il gran pianto, Ch’era più bella ch’altra creatura, Con pio parlare la confortò alquanto, Dicendo: lascia con la ria ventura Tuo padre andar, che ci ha offeso tanto, E tu sicura e lieta senza noia, Con noi mentre t’aggrada ti sta’ in Troia.

Il piacere e l’onore il qual vorrai, Come Calcas ci fosse, abbi per certo, Sempre da tutti quanti noi avrai; A lui rendan gl’iddii condegno merto. Ella di questo il ringraziò assai, E più volea, ma non le fu sofferto, Ond’ella si drizzò, e ritornossi A casa sua, e quivi riposossi.

Quivi si stette con quella famiglia Ch’al suo onor convenia di tenere, Mentre fu in Troia, onesta a maraviglia In abito ed in vita, nè calere Le bisognava di figlio o di figlia, Come a colei che mai nessuno avere N’avea potuto, e da ciascuno amata Che la conobbe fu ed onorata.

Le cose andavan sì come di guerra, Tra li Troiani e’ Greci assai sovente; Talvolta uscieno i Troian della terra Sopra gli Greci vigorosamente; E spesse volte i Greci, se non erra La storia, givano assai fieramente Fino in su’ fossi e d’intorno rubando, Castella e ville ardendo ed abbruciando.

E come ch’e’ Troian fosser serrati Dalli greci nemici, non avvenne Che però fosson mal intralasciati Gli divin sacrificii, ma si tenne Per ciascun tempio quelli modi usati: Ma con maggiore onore e più solenne, Che alcuno altro, Pallade onoravano In ogni cosa, e più ch’altro guardavano.

Perchè venuto il vago tempo il quale Riveste i prati d’erbette e di fiori, E che gaio diviene ogni animale, E in diversi atti mostran loro amori; Li troian padri al Palladio fatale Fer preparar li consueti onori; Alla qual festa e donne e cavalieri Fur parimente, e tutti volentieri.

Tra’ quali fu di Calcas la figliuola Griseida, la qual’era in bruna vesta, La qual, quanto la rosa la viola Di beltà vince, cotanto era questa Più ch’altra donna bella, ed essa sola Più ch’altra facea lieta la gran festa, Stando nel tempio assai presso alla porta, Negli atti altiera, piacente ed accorta.

Troilo giva come soglion fare I giovinetti, or qua or là veggendo Per lo gran tempio, e co’ compagni a stare; Or qui or quivi si giva ponendo, Ed ora questa ed or quella a lodare Incominciava, e tali riprendendo, Siccome quegli a cui non ne piacea Una più ch’altra, e sciolto si godea.

Anzi talora in tal maniera andando, Veggendo alcun che fiso rimirava Alcuna donna seco sospirando, A’ suoi compagni ridendo il mostrava, Dicendo: quel dolente ha dato bando Alla sua libertà, sì gli gravava, Ed a colei l’ha messa tra le mani, Vedete ben s’e’ suo pensier son vani.

Che è a porre in donna alcuno amore? Che come al vento si volge la foglia, Così in un dì ben mille volte il core Di lor si volge, nè curan di doglia Che per lor senta alcun loro amadore, Nè sa alcuna quel ch’ella si voglia. O felice colui che del piacere Lor non è preso, e sassene astenere!

Io provai già per la mia gran follia Qual fosse questo maladetto fuoco. E s’io dicessi che amor cortesia Non mi facesse, ed allegrezza e giuoco Non mi donasse, certo i’ mentiria, Ma tutto il bene insieme accolto, poco Fu o niente, rispetto a’ martirj, Volendo amare, ed a’ tristi sospiri.

Or ne son fuor, mercè n’abbia colui Che fu di me più ch’io stesso pietoso, Io dico Giove, iddio vero, da cui Viene ogni grazia, e vivommi in riposo: E benchè di veder mi giovi altrui, Io pur mi guardo dal corso ritroso, E rido volentier degl’impacciati, Non so s’io dico amanti o smemorati.

O cecità delle mondane menti, Come ne seguon sovente gli effetti Tutti contrarii a’ nostri intendimenti! Troil va ora mordendo i difetti, E’ solleciti amor dell’altre genti, Senza pensare in che il ciel s’affretti Di recar lui, il quale amor trafisse Più ch’alcun altro, pria del tempio uscisse.

Così adunque andandosi gabbando Or d’uno or d’altro Troilo, e sovente Or questa donna or quella rimirando, Per caso avvenne che in fra la gente L’occhio suo vago giunse penetrando dov’era Griseida piacente, Sotto candido velo in bruna vesta, Fra l’altre donne in sì solenne festa.

Ell’era grande, ed alla sua grandezza Rispondean bene i membri tutti quanti; Il viso aveva adorno di bellezza Celestïale, e nelli suoi sembianti Ivi mostrava una donnesca altezza; E col braccio il mantel tolto davanti S’avea dal viso, largo a sè facendo, Ed alquanto la calca rimovendo.

Piacque quel atto a Troilo, al tornare Ch’ella fe’ in sè, alquanto sdegnosetto, Quasi dicesse: non ci si può stare; E diessi più a mirare il suo aspetto, Il qual più ch’altro degno in sè gli pare Di molta lode, e seco avea diletto Sommo tra uomo e uom di mirar fiso Gli occhi lucenti e l’angelico viso.

Nè s’avvedea colui, ch’era sì saggio Poco davanti in riprendere altrui, Che amore dimorasse dentro al raggio Di que’ vaghi occhi con gli strali sui; Nè rammentava ancora dell’oltraggio Detto davanti de’ servi di lui, Nè dello strale, il quale al cuor gli corse, Finchè nol punse daddover s’accorse.

Piacendo questa sotto il nero manto Oltre ad ogn’altra a Troilo, senza dire Qual cagion quivi il tenesse cotanto, Occultamente il suo alto desire Mirava di lontano, e mirò tanto, Senza niente ad alcun discoprire, Quanto duraro a Pallade gli onori, Poi coi compagni uscì del tempio fuori.

Nè se n’uscì qual dentro v’era entrato Libero e lieto, ma n’uscì pensoso, Ed oltre al creder suo innamorato, Tenendo bene il suo disio nascoso, Per quel che poco avanti avea parlato Non fosse in lui rivolto l’oltraggioso Parlar d’altrui, se forse conosciuto Fosse l’ardor nel quale era caduto.

Poi fu dal nobil tempio dipartita Griseida, Troilo al palazzo tornossi Co’ suoi compagni, e quivi in lieta vita Con lor per lungo spazio dimorossi; Per me’ celar l’amorosa ferita Di quei ch’amavan gran pezza gabbossi, Poi mostrando che altro lo stringesse, Disse a ciascun ch’andasse ove volesse.

E partitosi ognun, tutto soletto In camera n’andò, dove a sedere Si pose, sospirando, appiè del letto, E seco a rammentarsi del piacere Avuto la mattina dell’aspetto Di Griseida cominciò, e delle vere Bellezze del suo viso annoverando, A parte a parte quelle commendando.

Lodava molto gli atti e la statura, E lei di cuor grandissimo stimava, Ne’ modi e nell’andare, e gran ventura Di cotal donna amar si riputava; E vie maggior se per sua lunga cura Potesse far, se quanto egli essa amava Cotanto appresso da lei fosse amato, O per servente almen non rifiutato.

Immaginando affanno nè sospiro Poter per cotal donna esser perduto, E che esser dovesse il suo disiro Molto lodato, se giammai saputo Da alcuno fosse, e quinci il suo martiro Men biasimato, essendo conosciuto, Argomentava il giovinetto lieto, Male avvisando il suo futuro fleto.

Perchè disposto a seguir tale amore, Pensò volere oprar discretamente; Pria proponendo di celar l’ardore Concetto già nell’amorosa mente A ciascheduno amico e servidore, Se ciò non bisognasse, ultimamente Pensando, che amore a molti aperto Noia acquistava, e non gioia per merto.

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