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IN MORTE
DI
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Prefazione dell’Autore
Vincenzo Monti
al Lettore
Ben provvide alla dignità delle Muse quella legge del divino Licurgo, la quale vietava l’incidere, non che il cantar versi sulla tomba degli uomini volgari, non accordando questo alto onore che alle anime generose e della patria benemerite. Non sarò dunque, spero, accusato di aver violato il decoro di questa legge prendendo a cantare di ' di Bergamo. Insigne matematico, leggiadro poeta ed ottimo cittadino, egli ha giovato alla patria illustrandola co’ suoi scritti, conquistando nuove e peregrine verità all’umano intendimento, provocando con gli aurei suoi versi il buon gusto nella primogenita e più sacra di tutte le arti, nella quale son pochi tuttavia i sani di mente e molti i farnetici e ciurmadori; egli ha giovato finalmente alla patria lasciandone l’esempio delle sue virtù; beneficii tutti meno strepitosi, gli è vero, ma più cari e d’assai più durevoli che tanti altri partoriti o per valore di armi o per calcoli di mercantile e sempre perfida e scellerata politica. Le repubbliche greche e la romana son morte; il tempo ha divorate le conquiste di Alessandro e di Cesare; pochi anni bastarono a distruggere il frutto delle famose giornate di Maratona e di Salamina: ma durano tuttavia per conforto dell’umanità i divini precetti di Socrate; e la luce uscita dalle selve dell’Accademia e del Tuscolo, superata la caligine e i delitti di tutti i secoli, illumina ancora e illuminerà eternamente gli umani intelletti, perchè la verità sola e la virtù sono immortali.
Ma ti sei tu proposto, dirà taluno, di piangere qui soltanto la perdita del tuo amico? Nol so le cagioni del piangere sono tante. Guai a colui che a’ dì nostri ha occhi per vedere e non ha cuore per fremere e lagrimare!
Lettore, se altamente ami la patria e sei verace Italiano, leggi: ma getta il libro, se per tua e nostra disavventura tu non sei che un pazzo demagogo o uno scaltro mercatante di libertà.
Prefazione degli editori
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Prefazione
DEGLI EDITORI
Fra le cause che sostennero, malgrado la perversità dei fati, l’Italia nella linea dei popoli colti o che piuttosto la spinsero sovra una grand’orbita di luce dalla quale emanò il principio della seconda civilizzazione europea, fu primamente un idioma fluido, sonoro, insinuante e prestantesi alle più sottili sfumature delle sensazioni e passioni dell’animo nostro: fu quindi il Genio italiano sempre fausto alle arti belle che suscitando dalle rovine del medio evo l’immaginosa e fera eloquenza dell’ produsse una rivoluzione nelle idee e nella poesia, la quale divenne la foriera di nuove speculazioni dell’intelletto e di una nuova foggia di pensare. Pure Dante, tuttocchè poeta unico e sì degno di studio, era caduto nel secolo scorso in obblio, colpa di scioli e ventosi rimatori e di depravato gusto nel bello poetico a ridestare il quale più che le teorie d’ingegnosi retori, valse l’esempio del , del dell’, e più d’ogni altro, del Monti, che nella ci presentò, possiam dire, la musa dantesca ringiovanita; e alla quale tenne dietro bentosto colla cantica in morte del Mascheroni, che le circostanze, i tempi e alcuni personaggi e casi contemporanei a cui allude il poema, non permisero all’autore di pubblicare, per intiero, come facciam noi per la prima volta.
Questa nobilissima rivale della Bassvilliana è un argomento tutto cittadino e che intieramente si aggira su vicende politiche, speranze ed infortunj, virtù ed errori di tempi, i quali costituiscono un’era famosa, e su cui il poeta con dantesca arditezza pronuncia, in nome della rettitudine, un indipendente e severo giudizio. A’ dì nostri in cui tanto si ragiona di libertà, della quale più d’uno si foggia un’idea analoga alle sue inclinazioni, sarà pur bello abbandonarsi alla soave prepotenza di una musa incantatrice, la quale, trascinandoci alcuni decenni indietro, ci sforza ad istruirci sugli altrui traviamenti, e a fare il paragone tra le invasate dottrine del fanatismo rivoluzionario e la petulanza di deliranti o rapaci oclocratici, colle dottrine veraci figlie della ragione dell’ordine e di un più saggio ed umano incivilimento.
Meno epico della e più elegiaco il poema in morte del Mascheroni abbonda egualmente di quei sublimi lirici voli e di quelle tragiche attitudini che tanto rapiscono nella prima: a cui si arroge egual copia di robusti pensieri e di ben nodrita filosofia, non di quella filosofia frigida e pedantesca la quale si marita così sovente colla gelata musa francese; ma di quella che investita di tutto il fuoco e di tutta la vitalità della poesia, leggiera e volatile del pari, elettrizza, infiamma, penetra e stampa la sua immagine nel più profondo dell’anima. Imperocchè, rapiti dall’estro immaginoso dal poeta, siamo ora trasportati sull’alto de’ cieli in mezzo agl’immortali concenti: ora accompagnati dalla mesta, ma fiera sua fantasia, passeggiamo assorti in gravi meditazioni sulle rovine di questa povera Italia tanto travagliata dalla rabbia degli uomini e più di tutto dagl’insani rancori dei proprj suoi figli: ora ci troviamo sulle sponde del Nilo e seguitiamo, quasi sognando, il vittorioso vessillo di Napoleone: ora dalla cima del san Bernardo discendiamo seco lui nel piano famoso di Marengo: or eccoci sulla tomba del ferrarese Omero fatti uditori di quell’illustre, il quale prorompe in disdegnoso ed energico lamento sui guai della sua terra; imitazione felicissima, che il moderno poeta ha saputo ritrarre dal tanto decantato episodio di . E chi fia mai di così agghiacciati spiriti che non sentasi del tutto commovere dalle vivacissime descrizioni di que’ tanti flagelli onde fu la bella patria nostra desolata a que’ tempi? E chi non fia dolcemente distratto dalla bella digressione sui varj effetti della divina virtù che informa le create cose, la quale rammenta alcuni de’ più felici pezzi del paradiso dantesco: o dal soavissimo episodio sulla tomba del , che alla ingenuità dell’Idillio accoppia la tenerezza e la nobiltà dell’Elegia? Franchi tratti e decisi che al vero ti presentano gli oggetti, forti concetti e squisita scelta d’immagini e di colori tolti dalla natura o desunte dalle medesime sensazioni dell’anima, sono il pittorico linguaggio che massimamente distingue la poesia montiana or epica, or tragica, or lirica, or patetica e persino drammatica e satirica; ma pur sempre abbandonata a così precipitosi slanci, che bene a ragione soleva dire il , sublimarsi il Monti tanto alto che minacciava ognor di cadere e non cadeva mai. Da tutte le quali cose risulta essere quella un’aggraziata imitazione unica nel suo genere, della robusta e sempre personificata poesia di . Se non che Dante suole non di rado sagrificare l’eleganza alla forza dei concetti ed all’arditezza de’ pensieri; la qual cosa mostra pure di fare anco il Monti; ma quest’artifiziosa sua negligenza di vocaboli, anzicchè urtare il buon gusto, lo solletica vieppiù per la novità e verità delle parole e delle immagini.
È però vero che l’autore suole troppo sovente riprodurre in questa secondogenita alcune espressioni e figure della e che l’invenzione e la macchina sono poco meno che le stesse in ambedue. Ma giova primamente osservare che la natura medesima del soggetto non permetteva forse di trattarlo diversamente. Altronde quest’apparente somiglianza nella distribuzione delle parti va quasi quasi smarrita sotto la totale differenza dei colori. L’ossatura della non è punto più diversa da quella dell’, eppure è sì fattamente dissimile il vestito che appena puossi accorgere di quell’occulta rassomiglianza. Quanto poi alle frasi e alle figure oltre che poste in diversa similitudine sono lumeggiate in modo nuovo con nuovi contorni con fondi o chiaroscuri variati da cui risulta una varia armonìa. Le quali cose, anzicchè le scarse dovizie del poeta, provano in lui una somma abilità e una somma ricchezza di linguaggio, di pensieri e d’immaginazione nel presentare più d’una volta la stessa cosa sotto forme distinte.
La Mascheroniana, scritta sono omai trent’anni, è il poema classico de’ nostri tempi per gl’insegnamenti che contiene, come lo sarà di tutti i tempi per la sublimità dei concetti e per l’alta ed irresistibile eloquenza. Ed è perciò che, fattasene rara la prima edizione dell’anno IX, già per sè stessa imperfetta non tanto per la meschinità e sconcezza tipografica, quanto perchè priva del quarto e quinto canto, si è per noi usata ogni diligenza onde presentarne al pubblico una nuova, la quale, oltre ad essere compiuta anco per quella parte rimasta finora inedita, risplendesse eziandio per nitidezza e correzione, massimo dovere di un tipografo e massimo pregio materiale di un libro qualunque, e più ancora se di alto dettato.
Alle brevi note dell’autore, distinte con asterisco, ne abbiamo aggiunte altre nostre, le quali per noi si sono credute indispensabili a richiamare l’attenzione de’ lettori ad allusioni contemporanee chiare in allora, ma divenute alquanto recondite adesso specialmente pei giovani, o per le persone non troppo versate nelle cronache di quei tempi. Una bella variante del frammento del Canto IV, già conosciuto perchè stampato più volte unitamente alla celebre Triodìa dei Sepolcri, aggiugnerà pregio a questa edizione, la quale a buon titolo dovrà essere considerata siccome la prima della Mascheroniana.
Ove la fama del Monti non fosse già una valevole raccomandazione ad ogni cosa che porta il suo nome, il favorevole giudizio del pubblico sui tre primi canti dev’essere uno stimolo a gustare i due rimanenti, ancor più sublimi, noti finora a pochi e ristretti amici del poeta, e desiderati indarno di comune diritto da tutti i ben educati ingegni italiani. In quanto a noi, se con questa nostra tenue fatica avremo potuto in qualche modo contribuire al propagamento di utili dottrine, e a richiamare gl’inesperti da quei sogni di farnetica libertà, che la ciarlataneria dei settarj va per tutto disseminando con danno gravissimo della libertà vera, legittima e santa: non sarà già nostro il merito, ma saranno tutt’al più alcuni fiori, che si vanno spargendo per nostra mano sulle onorate ceneri dell’illustre Cantore.
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Canto primo
Come face al mancar dell’alimento Lambe gli aridi stami, e di pallore 3Veste il suo lume ognor più scarso e lento;
E guizza irresoluta, e par che amore Di vita la richiami, infin che scioglie 6L’ultimo volo, e sfavillando muore:
Tal quest’alma gentil, che morte or toglie All’Italica speme, e su lo stelo 9Vital, che verde ancor fioria, la coglie;
Dopo molto affannarsi entro il suo velo, E anelar stanca su l’uscita, alfine 12L’ali aperse e raggiando alzossi al cielo.
Le virtù, che diverse e pellegrine La vestìr mentre visse, il mesto letto 15Cingean, bagnate i rai, scomposte il crine:
Della patria l’amor santo e perfetto, Che amor di figlio e di fratello avanza, 18Empie a mille la bocca, a dieci il petto:
L’amor di libertà, bello se stanza Ha in cor gentile, e, se in cor basso e lordo, 21Non virtù, ma furore e scelleranza:
L’amor di tutti, a cui dolce è il ricordo Non del suo dritto ma del suo dovere, 24E, l’altrui bene oprando, al proprio è sordo:
Umiltà, che fa suo l’altrui volere: Amistà, che precorre al prego e dona, 27E il dono asconde con un bel tacere:
Poi le nove virtù che in Elicona Danno al muto pensier con aurea rima 30L’ali, il color, la voce e la persona;
Colei che gl’intelletti apre e sublima, E col valor di finte cifre il vero 33Valor de’ corpi immaginati estima;
Colei che li misura, e del primiero Compasso armò di Dio la destra, quando 36Il grand’arco curvò dell’emispero;
E spinse in giro i soli, incoronando L’ampio creato di fiammanti mura, 39Contro cui del caosse il mar mugghiando,
E crollando le dighe entro la scura Eternità rimbomba, e paurosa 42Fa del suo regno dubitar Natura:
Eran queste le Dee che lamentosa Fean corona alla spoglia che d’un tanto 45Spirto, di vita nel cammin, fu sposa.
Ecco il cor, dicea l’una, in che sì santo Sì fervido del giusto arse il desiro: 48E la man pose al core, e ruppe in pianto.
Ecco la dotta fronte onde s’apriro Sì profondi pensieri, un’altra disse: 51E la fronte toccò con un sospiro.
Ecco la destra, ohimè! che li descrisse, Venìa sclamando un’altra; e baci ardenti 54Su la man fredda singhiozzando affisse.
Poggia intanto quell’alma alle lucenti Sideree rote, e or questa spera or quella 57Di sua luce l’invita entro i torrenti.
Vieni, dicea del terzo ciel la stella: Qui di Valchiusa è il cigno, e meno altera 60La sua donna con seco, e assai più bella;
Qui di Bice il cantor, qui l’altra schiera De’ vati amanti: e tu, cantor lodato 63D’un’altra , ascendi alla mia spera.
Vien, di Giove dicea l’astro lunato: Qui riposa quel grande che su l’Arno 66Me di quattro pianeti ha coronato.
Vien quegli occhi a mirar, che il ciel spiarno Tutto quanto e, lui visto, ebber disdegno 69Veder oltre la terra e s’oscurarno.
Tu, che dei raggi di quel divo ingegno Filosofando ornasti i pensier tui, 72Vien; tu con esso di goder se’ degno.
Ma di rincontro folgorando i sui Tabernacoli d’oro apriagli il sole; 75E Vieni, ei pur dicea, resta con nui.
Io son la mente della terrea mole, Io la vita ti diedi, io la favilla 78Che in te trasfuse la giapezia prole.
Rendimi dunque l’immortal scintilla Che tua salma animò; nelle regali 81Tende rientra del tuo padre e brilla.
D’italo nome troverai qui tali Che dell’uman sapere archimandriti 84Al tuo pronto intelletto impennàr l’ali;
Colui che strinse ne’ suoi specchi arditi Di mia luce gli strali e fe’ parere 87Cari a Marcello di Sicilia i liti;
Primo quadrò la curva del cadere De’ projetti creata, e primo vide 90Il contener delle contente sfere.
Seco è il calabro antico, che precide Alle mie rote il giro e del mio figlio 93La sognata caduta ancor deride.
Qui Cassin, che in me tutto affisse il ciglio, Fortunato così, ch’altri giammai 96Non fe’ più bello del veder periglio.
Qui Bianchin, qui Riccioli, ed altri assai Del ciel conquistatori, ed Orìano 99L’amico tuo qui assunto un dì vedrai;
Lui che primiero dell’intatto Urano Co’ numeri frenò la via segreta, 102Orian degli astri indagator sovrano.
Questi dal centro del maggior pianeta Uscían richiami; e: — Vieni, anima dìa, 105Par ch’ogni stella per lo ciel ripeta.
Sì dolce udìasi intanto un’armonia, Che qual più dolce suono arpa produce 108Di lavoro mortal muggio saria.
E il sol sì viva saettò la luce, Che il più puro tra noi giorno sereno 111Notte agli occhi saria quando è più truce.
Qual tra mille fioretti in prato ameno, Vago parto d’april, la fanciulletta, 114Disiosa d’ornar le tempia e il seno,
Or su questo or su quel pronta si getta, Vorrìa tutti predarli, e li divora 117Tutti con gli occhi ingorda e semplicetta;
Tal quell’alma trasvola, e s’innamora Or di quel raggio ed or di questo, e brama 120Fruir di tutti, e niun l’acqueta ancora;
Perocchè più possente a sè la chiama Cura d’amore di quei cari in traccia 123Che amò fra’ vivi e più fra gli astri or ama.
Ella di e la faccia E di Parin sol cerca; ed ogni spera 126N’inchiede, e prega che di lor non taccia.
Ed ecco a suo rincontro una leggiera Lucida fiamma, che nel grembo porta 129Una dell’alme di cui fea preghiera.
Qual fu suo studio in terra, iva l’accorta Misurando del cielo alle vedette 132L’arco che l’ombra fa cader più corta.
Oh mio Lorenzo! — oh Borda mio! Fur dette Queste, e non più, per lor, parole: il resto 135Disser le braccia al collo avvinte e strette.
— Pur ti trovo. — Pur giungi. — Io piansi mesto L’amara tua partita, e su latino 138Non vil plettro il mio duol fu manifesto.
— Io di quassù l’intesi, o pellegrino Canoro spirto; e desiai che ratto 141Fosse il vol che dovea farti divino.
— Anzi tempo, lo vedi, fu disfatto Laggiù il mio frale. — Il veggo, e nondimeno 144“Qual di te lungo qui aspettar s’è fatto?„
Così confusi l’un dell’altro in seno, E alternando il parlar, spinser le piume 147Là dove fa la lira il ciel sereno;
D’Orfeo la lira, che il paterno nume D’auree stelle ingemmò; mentre volgea 150Sanguinosa la testa il tracio fiume:
E, misera Euridice, ancor dicea L’anima fuggitiva, ed Euridice, 153Euridice, la ripa rispondea.
Conversa in astro quella cetra elice Sì dolci suoni ancor, che la dannata 156Gente gli udendo si faría felice.
Giunte a quell’onda d’armonia beata Le due celesti peregrine, un’alma 159Scoprir che grave al suon si gode e guata:
Sovra un lucido raggio assisa in calma, L’un su l’altro il ginocchio, e su i ginocchi 162L’una nell’altra delle man la palma.
Torse ai due che veniéno i fulgid’occhi, Guardò Lorenzo, e in lei del caro aspetto 165Destàrsi i segni dall’obblio non tocchi.
Non assurse però; ma con diletto La man protese, e balenò d’un riso 168Per la memoria dell’antico affetto.
E ben giunto, lui disse; alfin diviso Ti se’ dal mondo, dal quel mondo u’ solo 171Lieta è la colpa ed il pudor deriso.
Dopo il tuo dipartir dal patrio suolo Io misero il fianco venni 174Grave d’anni traendo e più di duolo.
E, poich’oltre veder più non sostenni Della patria lo strazio e la ruina, 177Bramai morire, e di morire ottenni.
Vidi prima il dolor della meschina, Di cotal nuova libertà vestita, 180Che libertà nomossi e fu rapina.
Serva la vidi, e, ohimè! serva schernita, E tutta piaghe e sangue al ciel dolersi 183Che i suoi pur anco, i suoi l’avean tradita.
Altri stolti, altri vili, altri perversi, Tiranni molti, cittadini pochi, 186E i pochi o muti o insidiati o spersi.
Inique leggi, e per crearle, rochi Su la tribuna i gorgozzuli, e in giro 189La discordia co’ mantici e co’ fuochi;
E l’orgoglio con lei, l’odio, il deliro, L’ignoranza, l’error, mentre alla sbarra 192Sta del popolo il pianto ed il sospiro.
Tal s’allaccia in senato la zimarra, Che d’elleboro ha d’uopo e d’esorcismo; 195Tal vi tuona, che il callo ha della marra;
Tal vi trama, che tutto è parossismo Di delfica manía, vate più destro 198La calunnia a filar che il sillogismo;
Vile! e tal altro del rubar maestro A Caton si pareggia, e monta i rostri 201Scappato al remo e al tiberin capestro.
Oh iniqui! E tutti in arroganti inchiostri Parlar virtude, e sè dir Bruto e Gracco, 204Genuzj essendo Saturnini e mostri.
Colmo era in somma de’ delitti il sacco; In pianto il giusto, in gozzoviglia il ladro, 207E i Bruti a desco con Ciprigna e Bacco.
Venne il nordico nembo, e quel leggiadro Viver sommerse: ma novello stroppio 210La patria n’ebbe, e l’ultimo soqquadro.
Udii di Cristo i bronzi suonar doppio Per laudarlo che giunto era il tiranno: 213Ahi! che pensando ancor ne fremo e scoppio.
Vidi il tartaro ferro e l’alemanno Strugger la speme dell’ausonie glebe 216Sì, che i nepoti ancor ne piangeranno.
Vidi chierche e cocolle armar la plebe, Consumar colpe, che d’Atreo le cene 219E le vendette vincerian di Tebe.
Vidi in cocchio Adelasio, ed in catene Paradisi e Fontana. Oh sventurati! 222Virtù dunqu’ebbe del fallir le pene?
Cui non duol di Caprara e di Moscati? Lor ceppi al vile detrattor fan fede 225Se amâr la patria o la tradìr comprati.
Containi! Lamberti! oh ria mercede D’opre onorate! ma di re giustizia 228Lo scellerato assolve e il giusto fiede.
Nella fiumana di tanta nequizia, Deh! trammi in porto, io dissi al mio Fattore, 231Ed ei m’assunse all’immortal letizia.
Nè il guardo vinto dal veduto orrore Più rivolsi laggiù, dove soltanto 234S’acquista libertà quando si muore.
Ma tu, che approdi da quel mar di pianto, Che rechi? Italia che si fa? L’artiglia 237L’aquila ancora? O pur del suo gran manto
Tornò la madre a ricoprir la figlia? E Francia intanto è seco in pace? O in rio 240Civil furore ancor la si periglia?
Tacquesi: e tutta la pupilla aprío Incontro alla risposta alzando il mento. 243Compose l’altro il volto, e quel desio
Fe’ del seguente ragionar contento.
Canto Secondo
Pace, austero intelletto. Un’altra volta Salva è la patria: un nume entro le chiome 3La man le pose e lei dal fango ha tolta.
Bonaparte... Rizzossi a tanto nome L’accigliato Parini, e la severa 6Fronte spianando balenò, siccome
Raggio di sole che, rotta la nera Nube, nel fior che già parea morisse 9Desta il riso e l’amor di primavera.
Il suo labbro tacea; ma con le fisse Luci, e con gli atti dell’intento volto, 12Tutto, tacendo, quello spirto disse.
Sorrise l’altro; e poscia in sè raccolto: Bonaparte, seguía, della sua figlia 15Giurò la vita, e il suo gran giuro ha sciolto.
Sai che col senno e col valor la briglia Messo alla gente avea che si rinserra 18Tra la libica sponda e la vermiglia.
Sai che il truce Ottomano e d’Inghilterra L’avaro traditor, che secco il fonte 21Già dell’auro temea ch’India disserra,
Congiurati in suo danno alzâr la fronte; E denso di ladroni un nembo venne 24Dall’Eufrate ululando e dall’Oronte.
Egli mosse a rincontro; e nol rattenne Il mar della bollente araba sabbia; 27I vortici sfidonne e li sostenne.
Domò del folle assalitor la rabbia: Jaffa e Gaza crollarno, e in Ascalona 30Il britanno fellon morse le labbia.
Ciò che il prode fe’ poi sallo Esdrelona, Sallo il Taborre e l’onda che sul dorso 33Sofferse asciutto il piè di Barïona.
Sallo il fiume che corse un dì retrorso, E il suol dove Maria, siccome è grido, 36Dell’uomo partorì l’alto soccorso.
Doma del Siro la baldanza, al lido Folgorando tornò che al doloroso 39Di Cesare rival fu sì mal fido.
E di lunate antenne irto e selvoso Del funesto Abukir rivide il flutto 42E tant’oste che il piano avea nascoso.
Ivi il franco Alessandro il fresco lutto Vendicò della patria, e l’onde infece 45Di barbarico sangue, sì che tutto
Coprì la strage il lido, e lido fece. Quei che il ferro non giunse il mar sommerse, 48E d’ogni mille non campâr li diece.
Ahi gioie umane d’amarezza asperse! Suonò fra la vittoria orrendo avviso, 51Che in doglia il gaudio al vincitor converse.
Narrò l’infamia di Scherer conquiso E dal Turco dall’Unno e dallo scita 54Desolato d’Italia il paradiso.
Narrò da pravi cittadin tradita Francia, e senza consiglio e senza polo 57Del governo la nave andar smarrita.
Prima assalse l’eroe stupore e duolo, Poi dispetto e magnanimo disdegno, 60E ne scoppiò da cento affetti un solo;
La vendetta scoppiò, quella che segno Fu di Camillo all’ire generose, 63E di lui che crollò de’ trenta il regno.
Così partissi; e al suo partir si pose Un vel la sorte d’Oriente, e l’urna 66Che d’Asia i fati racchiudea nascose.
Partissi: e di là dove alla diurna Lampa il corpo perd’ombra, la fortuna 69Con lui mosse fedele e taciturna;
E nocchiera s’assise in su la bruna Poppa, che grave di cotanta spene 72Già di Libia fendea l’ampia laguna.
Innanzi vola la vittoria, e tiene In man le palme ancor fumanti, e sparse 75Della polve di Memfi e di Sïene.
La sentír da lontano approssimarse Le galliche falangi, ed ogni petto 78Dell’antico valor tosto rïarse.
Ella giunse, e a Massena, al suo diletto Figlio gridò: son teco. Elvezia e Francia 81Udir quel grido e serenar l’aspetto.
L’Istro udillo, e tremò. La franca lancia Ruppe gli ungari petti, e si percosse 84Il vinto Scita per furor la guancia.
L’udìr le rive di Batavia, e rosse D’ostil sangue fumâr; e nullo forse 87De’ nemici reddiva onde si mosse;
Ma vil patto il fiaccato anglo soccorse: Frutto del suo valor non colse intero 90Gallia, ed obbliquo il guardo Olanda torse.
Carca frattanto del fatal guerriero Il lido afferra la felice antenna: 93Ne stupisce ogni sguardo, ogni pensiero.
Levossi per vederlo alto la Senna, E mostrò le sue piaghe. Egli sanolle, 96Nè il come lo diría lingua nè penna.
Ei la salute della patria volle, E potè ciò che volle, e al suo volere 99Fu norma la virtù che in cor gli bolle.
Fu di pietoso cittadin dovere, Fu carità di patria, a cui già morte 102Cinque tiranni avean le forze intere.
Fine agli odj promise: e di ritorte Fu catenata la discordia, e tutte 105Della rabbia civil chiuse le porte.
Fin promise al rigore: e, ricondutte Le mansuete idee, giustizia rise 108Su le sentenze del furor distrutte.
Verace e saggia libertà promise: E i delirj fur queti, e senza velo 111Secura in trono la ragion s’assise.
Gridò guerra: e per tutto il franco cielo Un fremere, un tuonar d’armi s’intese 114Che al nemico portò per l’ossa il gelo.
Invocò la vittoria: ed ella scese Procellosa su l’Istro, e l’arrogante 117Tedesco al piè d’un nuovo Fabio stese.
Finalmente, d’un dio preso il sembiante, Apriti, o alpe, ei disse: e l’Alpe aprissi; 120E tremò dell’eroe sotto le piante.
E per le rupi stupefatte udissi Tal d’armi, di nitriti e di timballi 123Fragor, che tutti ne muggían gli abissi.
Liete da lungi le lombarde valli Risposero a quel mugghio, e fiumi intanto 126Scendean d’aste, di bronzi e di cavalli.
Levò la fronte Italia; e, in mezzo al pianto Che amaro e largo le scorrea dal ciglio, 129Carca di ferri e lacerata il manto,
Pur venisti, gridava, amato figlio; Venisti, e la pietà delle mie pene 132Del tuo duro cammin vinse il periglio.
Questi ceppi rimira e queste vene Tutte quante solcate. — E sì parlando, 135Scosse i polsi, e suonar fe’ le catene.
Non rispose l’eroe, ma trasse il brando, E alla vendetta del materno affanno 138In Marengo discese fulminando.
Mancò alle stragi il campo; l’alemanno Sangue ondeggiava, e d’un sol dì la sorte 141Valse di sette e sette lune il danno.
Dodici rocche aprìr le ferree porte In un sol punto tutte, e ghirlandorno 144Dodici lauri in un sol lauro il forte.
Così a noi fece libertà ritorno. — Libertade? interruppe aspro il cantore 147Delle tre parti in che si parte il giorno:
Libertà? di che guisa? ancor l’orrore Mi dura della prima, e a cotal patto 150Chi vuol franca la patria è traditore.
A che mani è commesso il suo riscatto? Libera certo il vincitor lei vuole, 153Ma chi conduce il buon volere all’atto?
Altra volta pur volle, e fur parole; Chè con ugna rapace arpíe digiune 156Fèro a noi ciò che Progne alla sua prole.
Dal calzato allo scalzo le fortune Migrar fur viste, e libertà divenne 159Merce di ladri e furia di tribune.
V’eran leggi; il gran patto era solenne; Ma fu calpesto. Si trattò; ma franse 162L’asta il trattato, e servi ne ritenne.
Pietà gridammo; ma pietà non transe Al cor de’ cinque; di più ria catena 165Ne gravarno i crudeli, e invan si pianse.
Vuota il popol per fame avea la vena; E il viver suo vedea fuso e distrutto 168Da’ suoi pieni tiranni in una cena.
Squallido macro il buon soldato e brutto Di polve di sudor di cicatrici, 171Chiedea plorando del suo sangue il frutto;
Ma l’inghiottono l’arche voratrici Di onnipossenti duci e gl’ingordi alvi 174Di questori prefetti e meretrici.
Or di’: conte all’eroe che ancor n’ha salvi Son queste colpe? e rifaran gl’Insubri 177Le tolte chiome o andran più mozzi e calvi?
Verran giorni più lieti, o più lugubri? Ed egli il gran campione è come pria 180Circuito da vermi e da colubri?
Sai come si arrabatta esta genía, Che ambizïosa obbliqua entra e penétra 183E fora e s’apre ai primi onor la via.
Di Nemi il galeotto e di Libétra Certo rettile sconcio, che supplizio 186Di dotti orecchi cangiò l’ago in cetra,
E quel sottile ravegnan patrizio Sì di frodi perito che Brunello 189Saria tenuto un Mummio ed un Fabrizio,
Come in alto levârsi e fur flagello Della patria! Oh Licurghi! oh Cisalpina, 192Non matrona, ma putta nel bordello!
Tacque; e l’altro riprese: la divina Virtù che informa le create cose, 195Ed infiora la valle e la collina,
D’acute spine circondò le rose, Ed accanto al frumento e al cinnamomo 198L’ispido cardo e la cicuta pose.
Vedi il rio vermicel che guasta il pomo, Vedi misti i sereni alle procelle 201Alternar l’allegrezza e il pianto all’uomo.
Penuria non fu mai d’anime felle; Ma dritto guarda, amico, ed abbondante 204Pur la patria vedrai d’anime belle.
Ve’ quante Olona ne fan lieta, e quante Val-di-Pado, Panaro e il picciol Reno; 207Picciolo d’onde e di valor gigante.
Reggio ancor non obblia che dal suo seno La favilla scoppiò, d’onde primiero 210Di nostra libertà corse il baleno.
Mostrò Bergamo mia che puote il vero Amor di patria, e lo mostrò l’ardita 213Brescia, sdegnosa d’ogni vil pensiero.
Nè d’onorati spirti inaridita In Emilia pur anco è la semenza; 216Sterpane i bronchi, e la vedrai fiorita.
Molti iniqui fur posti in eminenza, E il saran altri ancor: ma chi gli estolle 219Forse è quei che vede oltre all’apparenza?
Mira l’astro del dì. Siccome volle Il suo Fattore, ei brilla, e solve il germe 222Or salubre or maligno entro le zolle.
Su le sane sostanze e su le inferme Benefico del par gli sguardi abbassa: 225E s’uno al fior dà vita e l’altro al verme,
Ciò vien dal seme che la terrea massa Diverso gli appresenta: egli sublime 228E discolpato lo feconda e passa.
Or procede alle tue dimande prime La mia risposta. Di saper ti giova 231Se fia scevra d’affanno e senza crime
La nuova libertade, o se per prova Sotto il sacro suo manto un’altra volta 234Rapina, insulto e tirannia si cova;
Dirò verace. — E dir volea: ma tolta Da portentosa visïon gli fue 237La voce che dal labbro uscía già sciolta.
Il trono apparve dell’Eterno, e due Gli erano al fianco cherubin sospesi 240Su le penne, già pronti a calar giue.
L’uno in sembianti di pietade accesi, Sì terribile l’altro alla figura, 243Che n’eran gli astri di spavento offesi.
Verde qual pruna non ancor matura Cinge il primo la stola, e qual di cigno 246Apre la piuma biancheggiante e pura.
Ondeggiavano all’altro di sanguigno Color le vestimenta, e tinto avea 249Il remeggio dell’ali in ferrugigno.
Quegli d’olivo un ramoscel tenea, Questi un brando rovente; e fisso i lumi 252In Dio ciascun palpebra non battea.
Dal basso mondo alla città de’ numi Voci intanto salían gridando, Pace, 255Col sonito che fan cadendo i fiumi.
Pace la Senna, pace l’Elba, pace Iterava l’Ibero; ed alla terra 258Rispondean pace i cieli, pace, pace.
Ma guerra i lidi d’Albione, e guerra D’inferno i mostri replicar s’udiro, 261E l’inferno era tutto in Inghilterra.
Sedea tranquillo l’increato Spiro Su l’immobile trono, e tremebondo 264Dal suo cenno pendea l’immenso empiro.
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The end
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