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I suoi pensieri in lui dormir non ponno.
Indice
Dedica
A Voi, Concittadino di intatta, ed onorevole stirpe, a Voi, dotto amico delle Angliche Muse, io, non ultimo ammiratore di esse, intitolo questi canti di Byron. In quanto pregio la letteraria Europa tutta tengasi il Corsaro, e qual velo pietoso, da cui non altro che gloria traspiri alla severa posterità, stendasi per esso sulle ceneri del sommo Cantore, Voi, e più di me al certo, lo sapete. I miei versi, restii allo ardente volere, mal ripeteràn forse la patetica armonia del generoso Britanno; saran teneri, credetelo, in ogni tempo di soavissimo, e leal sentimento per la gentile vostra accoglienza.
Canto I
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Canto I I
i fosco-azzurro mar sui lieti flutti, Come libere l’alme, illimitati Così i pensier, ovunque onda spumeggi, Ov’aura ne sospinga hanno l’impero, Un soggiorno n’additano. Son questi5 Regni d’alta possanza, e regni nostri, Ed il nostro vessillo all’aura sparso, Scettro è cui ceder forza, a ognun che il vegga; E fera sì, ma d’ogni evento paga, Vita da pace, a guerra, a posa, a stento,10 Nostro è alternar — Oh chi può dir? non schiavo
Degli ozj tu, che l’egro spirto appena Rattener puoi su l’oceàn fremente; Non tu signor, cui fra lascivie, ed agi, Sonno più non conforta, e non alletta15 Più gioja di piacer.... chi dir può mai, Se lui non è che pei sonanti gorghi Corse in trïonfo, l’ esultar del core, Il più frequente battere dei polsi, Che il peregrin di queste vie senz’orme20 Fa trepidar? Il non lontano istante De la pugna egli invoca; ogni periglio Cangia in diletto; avido quel più cerca, Che più fugge il codardo, e se nell’imo Dell’ansio petto, ridestar la speme25 Ei sente, e l’ alma a forti cose alzarse, Laddove è sol altri verrìane manco. Non di morte timor, s’anco il nemico Pere con noi; morte profonda è quiete, Più d’ogn’altra profonda; a noi non cale30 Che vegna, e quando; questa nostra intanto Vita è di vita, ch’ir dee spenta un giorno; E allor, che val, se per acciar pugnando, O il fia da morbo? Giaccia in molli piume Chi squallid’anni, e sua lenta ruina35 Può contemplar; ivi egli a stento esali
I languidi sospir; di lì sollevi La testa paralitica; sostenta Noi fresca zolla; ei sul suo letto inerte Fra le angoscie, e gli aneliti sospinge40 Fuori lo spirto; un sol tremito, un balzo Noi tragge dal penar. Orgoglïosa Un urna chiude la sua spoglia; i marmi Quei che in vita l’odiò ne inaura, e addita; Noi breve sì, ma tenero pïanto45 Irròra allor che su la fredda salma Coltrice, e tomba l’oceàn si stende. Allor che più ferve il banchetto, e colma Spuma e s’aggira la vermiglia tazza, La storia è nosco degli estinti, e il duolo;50 E tra il ricco divider de le spoglie, Sui contristati volti, in brevi note Ricordanza di lor s’imprime, e, oh quanto, Dice, or ne foran quei che cadder lieti!»
Canto I II
Risuonava così di fere voci55 L’Isola de’ Pirati. Da le rupi Echeggiate, all’orecchio di que’ tristi, Quando al chiaror de l’ampio foco intenti
Vegliavano a difesa, erano un canto. In sparsi gruppi, su l’aurata sabbia60 L’un bee, l’un ride, l’un ragiona; i brandi Altri affila, altri sceglie, altri destina; Ma lo sguardo sul sangue che gli offusca Passa, e nol cura. Chi il timone appresta, Chi racconcia lo schifo, e chi v’adatta65 Le sarte e i remi; solitario, e assorto Talun s’aggira su la spiaggia; i lacci Quei prepara agli augèi; questi le reti Umide stende incontro al Sol con occhio Di cupido desir mirando, lunge.....70 Sul mar.... se scorga una macchia.... un naviglio; E rammentando, le stentate e tante Notti, e i periglj, chieggonsi stupìti Ove ricca di spoglia, la vicina Forse li chiamerà.... Ma non pensiero75 Tal, sia di lor.... del Duce sol.... denn’essi Silenziosi ubbidir, de’ suoi disegni Paghi e securi, e in suo valor fidati. Tanto Duce chi è mai?.... Per ogni sponda Suona il suo nome, paventato, e chiaro,80 Di più non san; di più non chieggon: starse Fra lor nol veggon mai, s’uopo nol chiama Di comandar; pochi i suoi detti e brevi,
Ma son vigili, e pronti, e sguardo e braccio; Del suo sorriso i deschi lor giulivi85 Unqua non sparge, eppur, tacito, e fosco Qual è, sé l’aman perché ognor felici Ne fur le imprese. La purpurea tazza Per lo suo labbro invan si colma; scorre Indelibata, e vil suo cibo è tanto,90 Ch’anco il più sozzo de’ seguaci suoi Se lo vedrìa non assaggiato innanzi. Scarso e misero pan, scarse radici De l’orticello, e poche frutta estive Songli umil pasto, e qual conceder suole95 A digiun lungo squallido eremita. L’effeminato lusingar de’ sensi Ei così spregia, e in povertà sì dura Par che lo spirto suo nutra, e satolli. » Olà, a quel lido....» e salpan tosto....» or questo100 » Facciasi».... è fatto....» or v’ordinate, e pronti » Me seguite».... e van’essi, e in un istante Conquistata è la preda, e così l’opre, Rapide son come gli accenti, e tutti Piegano al suo voler, ed osan pochi105 Chieder qual sia, perchè un severo sguardo Tronca ogni dir su l’indiscreto labbro, E risponder disdegna.
Canto I III
» Vela!.... Vela!...» » Speme di preda!... La terra? — Il vessillo? — 110 » Sù il telescopio... Ahi, non è preda!... Amica » Nave quell’è.... Vè come fulge al vento » La sua lista sanguigna!... È nostra;... è barca » Ch’a l’isola ritorna; Oh, la sospingi » Aura propizia! Pria che notte scenda115 » All’àncora s’affidi. «La sporgente Rupe è omai vinta; la superba prora Squarcia la spuma de la baja; lieta Com’ è in suo viaggio glorioso,! Bianca Come trascorre la sua vela, e fugge,120 Dal nemico non mai! Vola su l’acque, Sì che vivente cosa la diresti, Che sfidi a guerra gli elementi. Oh turbo Procella, sirte, o foco di battaglia, Qual fia legno che tema, se lo guata125 De la sua tolda popolosa il Sire.
Canto I IV
Roca suona la gomena scorrendo Pel’ duro fianco; ammainansi le vele,
E all’àncora ch’affonda, intorno gira Ondulando la nave. Neghittosi130 I raccolti rimiran da la sponda Calar lo schifo da l’adorna poppa; Ecco già i remi spingonlo concordi, Ecco stride la chiglia su la spiaggia; Salve al dolce clamor! Salve all’amico135 Favellar, quando da la riva stringe Una man, l’altra man, quando la gioja Il chieder ansio, e il soggiunger festoso Agli affetti del sen schiudono il varco!
Canto I V
Và la cara novella, e d’ogni intorno140 Corre il popolo, e affollasi: n’udresti Il rombo de le voci, e l’ebro riso, Ed i femminei più gentili accenti, E ogni labbro invocar, mariti, amici, E fratelli, ed amanti. «Oh, son’ei salvi?145 » Quel ch’avvenne non dite; ove de’ flutti » L’ira più freme, u’la battaglia rugge » Fur prodi, e chi nol’ sa? ma i volti amati » Rivedrem noi? Udremgli noi? Deh, venga » Chi è vivo; venga a dileguar da l’occhio150
» Il dubbio crudo, i palpitanti cuori » A confortar, con inatteso amplesso!...»—
Canto I VI
» Ma dove è il nostro Capitan? a lui » Messi veniam, e tanto gaudio forse » Di ritorno, fia corto. A lui ne guida155 » Giovanni tu; l’ incarco nostro appena » Compiuto, allegri più sarem; e udranne » Quel che più brama ognun da noi» Per l’erta Di rupe, in rupe, tra cespuglj, e felci, Tra le erbette, ed i fiori, e l’aere fresco160 Per le argentee fontane, e i sparsi rivi Che dalle conche del natìo granito Brillan di vita, e gorgogliando un labbro Che sen’dissèti invocano, a la torre, Ch’al golfo impera, avvìansi.... Chi mai,165 Chi fia colui, che da quell’antro mira, Guerrier solingo, il mar? che penseroso Sul suo brando s’appoggia, sul suo brando Non mai sostegno, d’ozïosa mano? .... È lui; Corrado! Com’è suo costume,170 Scompagnato: «Giovanni, or via primiero » T’accosta, e narra il giugner nostro; ei vegga
» Su la spiaggia la barca, e di novelle » Alte ne annunzia apportatori.... Ei n’oda, » Il debbe, e tosto; inaspettati, ardire175 » Troppo fora incontrarlo, i modi suoi » Tu ben conosci allor che pie’ straniero, » Non chiamato, vicino a lui s’innoltra.»
Canto I VII
Ver’lui mosse Giovanni, e chi il seguìa Disse, e perchè; Quei non parlò; gli accolse180 Sol con un cenno, e al salutar sommesso, Lievemente inclinossi, e tacque ancora. » Il Greco, che di preda, o di periglio » T’è nunzio ognor, un foglio a noi commise » O Capitan; qual sia quel ch’ei ti narra,185 » Ben altro noi dirti potremmo, e...» — » Pace » Pace, «disse, Corrado, e troncò! a mezzo L’inutil cicalìo. Meravigliando, Bisbigliando fra lor, confusi, in volto.190 Si rimirâr, chiedendosi qual fosse Di sua mente il pensier; voller furtivi Lo suo sguardo spìar, ma invan; l’astuto Già gli guatava, e rivolgea la fronte A celar quasi, il palpito, l’orgoglio,195
L’affanno forse del suo cor. Attento Lesse dapprìa....» Giovanni olà, mi porgi » Ond’io pur scriva. Ov’è Gonzalvo?» — «Al lido » Su l’ancorata nave.» — »E siavi; questo » Mio comando gli arreca. Itene tutti200 » Al dover vostro; m’attendete; impresa » Novella tenterem; io colla notte » Vosco sarò.« — »Tu, in questa notte?» — » A Sole » Cadente, sì; quando si spegna il giorno, » Sorgerà fresca l’aura. Il corsaletto,205 » Il mio capotto.... un ora.... e sarem lungi. » Abbiti il corno a tergo, la rotella » Del mio moschetto d’ogni ruggin monda, » Ond’io non tragga invan; fa ch’ a l’assalto » M’abbia il mio brando, ed opra sì, ch’angusta210 » Meno a la destra ne sia l’elsa. Il braccio, » Ben più che stanco di ferìr, dolente » N’ebbi in l’ultima pugna. Or và, nè tardo » Il noto segno scoppj, allor che spiri » L’ora ch’ho fissa.»215
Canto I VIII
Ubbidiente, ahi troppo! E presto vola, a ritentar su l’onde
L’usate stragi, ognun. Non incresciosa Voce suonar s’udìo; duce è Corrado: Chi fia l’audace, che un sol motto aggiunga220 Quando Corrado impon? Misterïoso Solitario mortal, cui rado infiora Un riso il labbro, cui più rado fugge Un sospiro dal sen, de la sua turba Anco al più tristo l’abbronzita guancia225 Fa sol col nome impallidir, ed arte Tanta ha d’impero, che t’abbaglia, e guida A suo talento. In cotal gelo stringe I bassi cuor, e al suo voler congiugne Lor fralezza così, che de’ lor petti230 Si fa difesa, e per ignota forza, Di chi lo segue, a proprio merto ascrive Ogni impresa, ogni gloria. Ahi, di natura Fatal sentenza! Ovunque il Sole irraggi Tal fu, tal sarà ognor! .... A prò d’un solo235 Stentino mille! .... Ma il meschin che suda Non s’anga no; chi di sue spoglie è carco Non accusi, non odj: oh, ben gli fora Il soffrir lieve in umiltà di stato, Se immaginar quanto sia grave il pondo240 D’aurei lacci potesse! .....
Canto I IX
Un tempo sorse Stirpe fera d’Eroi, dèmoni all’opre, Ma belli almeno di celeste viso; Non Corrado così, sebben la negra245 Palpebra ombreggi l’infocato sguardo. Membra Erculee non mostra, e non superba Altezza di gigante, ma in robuste Forme, se il miri, tal sembianza scerni Che di volgo non è. Guatanlo i suoi,250 E stupiti confessano l’incanto, Ed il perchè non sanno. Arsegli il Sole Un dì la guancia; in folte ciocche ed irte L’ampia e pallida fronte il crin gli vela, E mezzo aperto il labbro par che freni255 Alteri sensi, che celar mal tenta: Dolce è la voce sua, mite il contegno, Eppur tal cosa ch’ei vorrìa non vista Traspar da tanta quiete, e la profonda Ruga, e il variante scolorar del volto260 Seduce pria, poi fa dubbioso, e mesto, Quasi, da tanta tenebrìa di spirto, Orrendo, indefinibile pensiero Uscir ne deggia. Non deliro, o sogno
È questo no; ma il ver qual sia, chi scorse?265 Qual non respinse scrutatore audace Quel suo ciglio severo? E chi potea Con franco aspetto, sostener lo scontro De lo suo sguardo indagator? Chi astuto Tenta il suo cor, chi la cangievol faccia270 Osa mirar, ei con tal arte vince, Che l’indiscreto in seno il cor si vede Spìar sè stesso, e palpitar che chiari Non discerna Corrado i moti sui, Pria che quei di Corrado a luce ei tragga.275 Come di lieta Eumenide sogghigno, Del duce è il riso, e ti risveglia in petto Rabbia, e timor, e se ciglio di sdegno Foscamente egli abbassa, allor s’invola Pallida la Speranza, e la Pietate280 Con un sospir, par che le dica, addio!
Canto I X
Ben lieve è il segno, che la colpa incide Su la faccia del reo; ma in sen;.... Oh, in seno È l’angoscia, è il dolor! Veste ogni forma Infedeltà d’Amor; frode se cerchi,285 Odio, Ambizion, solo un sorriso amaro
Trovi sul labbro; un increspar di fronte Uno squallor che sul serbato aspetto Subitàno si sparga, unica traccia Son d’interna tempesta; ma se brami290 L’orror vederne, quì t’appiatta, e mira; Mira lo sguardo al ciel rivolto, e il passo Frettoloso, ed incerto, ed il riposo Agonizzante, e la man stretta, e l’occhio Attonito, e lo scuotersi, e l’ udire295 Se alcun s’intruda esploratore, e colga In tanta ambascia, e ogni sembianza mira Figlia d’un cor di mille affetti pieno, Che pugnar più non ponno, e non fuggire; Mira il sorger convulso, e il delirante300 Contendere, ed il brivido improvviso, E l’ardere, e il bagnarsi della fronte; Mira l’alma, o stranier, e se non tremi, Se il puoi, qual pace il suo destin conforte Come il romito sen divora, e strugge305 D’anni esecrati il pensier tristo, e mira... Ma, chi mai vide, chi fia mai che vegga Uom che segreto duol libero sfoga! ....
Canto I XI
Eppur Corrado, guidator d’iniqui, O strumento, di colpa anco peggiore,310 Natura non formò: ben altro in petto Gli palpitava il cor, pria che dell’uomo, Per forza di destin, nemico ei fosse, E a lui nemico il Ciel. A dura scuola Sventura l’educò; saggio ad udirsi,315 Tristo il fè all’opre, a non mai ceder fermo, A non curvarsi altier. Vittima spesso Di sua virtude, sua virtù solea Accusar pria del traditor suo vero, Nè credè mai che lo donar sia dolce,320 Quando al giusto si dona, e quanta gioja, E qual conforto, a più donar sen’tragga. Orribile, tradito, abbandonato, Anzi che il fior di gioventù languisse, Odiò i mortali, e odiolli sì che nullo325 N’ebbe in seno rimorso, e cotant’ira Sacra voce credea, che lui chiamasse D’alcun su tutti a riparar le offese. Sè ben tristo sapea, ma chi di lui Peggior non era? Ogni miglior schernìa330 Quasi perfido Ipocrita ch’asconde
Quel che tenta il più ardito in pien meriggio; Vede a l’orror di tutti, e i suoi nemici, Al par di sè, vedea temuti e vili;335 Solitario, fantastico, feroce, Onta non paventò, non sentì affetto; Spaventoso il suo nome, eran sue gesta Meraviglie a ridirsi; il temean molti, Ma niun spregiarlo ardìa; l’abbietto verme340 Calpesta il vïator, ma il piè rattiene, Nè svegliar osa dell’avvolta serpe L’assopìto venen. Quei si contorce E invendicato muor; di sue volute Avvince l’altra l’offensor crudele;345 Spegne il nemico, ed inconquisa spira Sol quando più non ha, tosco, nè strale!....
Canto I XII
No, non è l’uom tutto malvagio. Ha nido Purrissimo, söavissimo un affetto, Ch’unqua non parte, anco in reo sen. Inganno350 Di folle gioventù gli interni moti D’altrui, dicea Corrado, e i moti suoi Pugnava intanto a soffocar.... ma invano! Chè l’indomabil palpito incessante
Era d’amor; d’invarïato amore,355 D’invariabile amor, d’amor per donna, Che lunge mai dal fianco suo non visse. Era d’amor! Cento leggiadre innante Ei si vide cattive, e austero torse La gelida pupilla. Era d’amore!360 E cento belle vide meste all’ombra D’imprigionate fronde, e un sol di tanti Allo indifeso cor sospir non giunse, Era d’amor! se amor son dolci sensi Di tenero desìo, ch’anco più forti365 Fa la sventura; che nè Ciel, nè Terra O lontananza, render ponno infidi, Ed oh miracol! tempo non mai lassi; Che non delusa speme, e sorte avversa Farebber crudi, quando il caro labbro370 Scioglie un sorriso; che non ira infòca Non angoscia avvelena, allor che desta È gelosa rampogna; ognora lieti, Perchè lo sguardo del dolor non scenda Ne l’adorato cor; che nulla strugge375 Nulla strugger dovrà. Oh, se mai fuvvi In uman petto Amor, quell’era Amore! Ben fu trist’uom Corrado, ma non trista, Al par de l’opre sue, l’alma nudrìo
E se in lui tante andâr virtù perdute,380 Una, d’ogn’altra, ne serbò più bella, Cui gel di colpa ad agghiacciar non valse! ....
Canto I XIII
Tacque Corrado, infin che il primo giro De la montagna, i celeri compagni, Che nella valle discendean, togliesse385 A lo suo sguardo; » Inaspettate, e strane » Novelle inver! Per mille rischj io trassi » Questa mia vita, ed or parmi che deggia, » Nè so perchè, de la mia vita estremo390 » Esser quel che m’attende; e son presagi » Questi del core! ..... Ma il timor che giova? » Nè, un sol momento, dubitar mi vegga » La seguace mia turba. Audacia, è morte » Irne a scontrar, ma lo aspettar peggiore395 » Ch’altri ne spinga a inevitabil fato. » Oh! se a disegni miei fortuna arride, » Lungo sui nostri tumuli fia il pianto! » Dorman ora quegli occhj, e sian pur dolci » Di pace i sogni! Non destolli mai400 » Alba più chiara del fulgor, che intorno
» Spargeran le mie faci! In tanta notte. » Aura, deh! soffia tu; soffia e m’ajta » A incenerir questi ozïosi, e molli » Vendicator de l’onde.... Oh mia Medora!405 » Mira, dolente cor! Deh, oppresso tanto » Il tuo cor non sia mai! .... Ed io fui prode? » Misero vanto ove il son tutti! Sciame » D’insetti ancor, a prò di quel ch’apprezza » Vibra i suoi dardi, e punge; e tale ha morte410 » Valor, che colle belve ha l’uom comune, » Valor, che trae da disperato evento » Ogni sua forza. Ben più nobil speme » I’ m’ebbi allor che in disugual tenzone » Domaro i molti, ai pochi appresi. Duce415 » Ne fui gran tempo, e non invan; di sangue » Tinsi e ritinsi il mar.... Or non v’è scampo; » Morte, o trionfo! .... e sia pur morte! .... Acerba » Per me non fia.... Ma il trar costor là, d’onde » Più fuggir non potran,.... ahi, questo è duolo!420 » Di tante cure e tante, ultima sempre » Fu la mia sorte; ma il pensier rifugge » Orgoglïoso or che il nemico io corro » Ad insidiar; oscura impresa! Vile » Arte, che mia non fu giammai! Speranza,425 » Poter, vita, così strugge un istante?
» Oh mio destin!.... Folle! Te stesso accusa, » Ei può salvarti ancor;... l’estremo forse » Questo giorno non è!; ....
Canto I XIV
Lento, e raccolto430 In suo fosco pensier, sorse Corrado In vetta al colle, e sulla ferrea porta De la torre sostò, ch’udìo gli accenti, Di che l’orecchio suo mai non fu lasso, Söavi uscirne, e così in meste note435 Scioglier quell’angiol di beltade il canto.
Dolce un segreto e tenero, M’alberga in mezzo al cor, E sconosciuto, e tacito Fia che v’alberghi ognor;440 Sol quando l’ansio palpito, Risponde al tuo mio ben, Qual pria lo sento insorgere, E mormorarmi in sen.
Arde, qual fiamma languida445 Eterna, sepolcral, Cui di sventura soffio Ad offuscar non val; Invan speranza l’agita, Brillar non dee mai più;450 Oh mai sì fioco, e inutile Il raggio suo non fu!
Di me sovvienti; al tumulo Ti guidi almen pietà, E non partirne immemore455 Di chi ne l’urna sta. La fredda spoglia esanime D’obblìo non ricoprir; Pensar che il possa è barbaro, È orribile martìr.460
Odi, amoroso, e flebile Estremo supplicar; Vieni con una lagrima Quel cenere a bagnar. Di più non chieggo; è piangere465 Virtù, chi più non è; Fia primo, ultimo, ed unico Premio di tanta fè!.....
Così il canto cessò, quando Corrado Varcò la soglia, e ogni recesso, e giunse470 A la sua Donna.» Ben tuo carme è tristo » O mia dolce Medora!» — » E da te lunge » Esser può lieto? Ognor, che tu non m’odi, » È mesto il mio pensier, a lui concorde » Il mio concento, e ognor, che il labbro è muto,475 » Favella il cor. Oh, in quante notti, e quante, » Angosciose, inquïete, de’ miei sogni » La paura mi scosse, e colla mano » Fattomi appoggio su le vote piume, » Porsi l’orecchio a l’aura che spingea480 » Placida la tua vela, e udir credei » Fero nunzio di turbine! Sommesso » Era il vicino mormorar de l’onde, » E pur parea profetico lamento, » Che dal lido, te naufrago, piangesse!485 » Ed io balzava esterrefatta, e il piede » Alla torre volgea, chè il mio deliro » Moribonda la face, ed i custodi » Mal vigili pingeami..... Oh, quante insonni » Ore passai, di te chiedendo al cielo,490 » E ad ogni stella!.... Ed il mattino uscìa, » Nè tu giungevi, e sul mio sen soffiava » Fredda la brezza, e il dì sorgea, su l’egre
» Mie pupille, ahi! deserto... È alfin meriggio; » I’ saluto una vela,... eccola;... è presso....495 » Misera!... passa. Ma già un altra spunta.... » È tua Corrado!.... è tua!.... Deh, sì rei giorni » Quando avran fine!.... E non fia mai che dolce » Ti sia la gioja de la pace? Mira » Quanti tesori a tuoi desir! Vè quanti500 » Palagi adorni, da l’errar tuo lungo » T’invitano a posar! Tu ben lo sai, » Che, Te lunge, non è rischio ch’io tema » De’ giorni miei, ma sol de’ tuoi più cari, » Che d’amor schivi, fra gli stenti, e il sangue505 » Van consumando. Oh, qual mai strano cuore » Nutrìchi tu, per me tenero tanto, » Ed a natura, e al suo voler söave » Così nemico!» ― » Ei si cangiò, mel’ credi,510 » Idolo mio; fu come verme pesto, » Trasse d’aspe vendetta: altra quì in terra, » Che l’amor tuo, non ho speranza, e un lampo » Lassuso appena di perdon mi resta. » Quel che tanto condanni, ed io pur sento515 » Odio del mondo, è di te affetto, ed ambo » Stretti così mi stan congiunti in seno, » Che te cesso d’amar, se il mondo apprezzo.
» Deh! non temer; quello che fu, t’è pegno » Di quel che fia, nè sarà mai che pera520 » Tanto amor mio. Deh! l’alma tua rinfranca, » Medora;... anco una fiata... Un ora,... e salpo... » Nè fia lento il tornar.» — » Anco una fiata » Salpi, di’ tu? Ahi, mel’ dicea del core525 » Il palpito funesto!.... E così langue, » Ogni mio sogno di dolcezza!... Un ora? » E salpi?... Non è ver... Oh, mai non vegna » L’ora fatal!... Vedi, la barca appena » Gettò l’àncora in porto; è lunge ancora530 » La sua compagna; più che nuovi stenti » Chiedon posa le turbe; oh! mio Corrado » Crudel dileggio è il tuo; tu, pria ch’il provi, » Vuoi che il rio duolo a sopportar m’avezzi; » Abbi pietà di mia sventura; è gioja535 » Questa più amara d’ogni affanno... oh, taci » Corrado, anima mia!... Vieni; divìdi » La mensa ch’apprestai; lieve fatica » Chiede tua scarsa cena; eppur lïeta » Cura mia fu, quali trovai più dolci540 « Frutta raccôrre, e se non dolci, almeno » Quai rinvenni men crude. In su pel clivo » Per ben tre fiate mi straziai le piante,
» Ricercando un ruscel limpido, e fresco; » Ve’ come brilla in sua candida tazza545 » Il tuo sorbetto! sgorgherà gradito » Per lo tuo labbro, che spumante nappo » Abborre, più che Mussulman non suole. » Nè ten rampogno io già, ch’anzi m’è lieto » Quello pensar, che fora pena altrui,550 » Dolce per te. Deh! vieni; il desco è pronto, » Arde l’argentea lampa, e di scirocco » L’umido soffio non paventa; vieni; » Mie vaghe ancelle intanto, agili, meco » Intreccieran la danza a te d’intorno,555 » O sciorranno concenti, e poi, se il brami, » Col flebil suon del mio lïuto, il sonno » Andrò invocando su le tue pupille, » O se più grato il conversar ti fia » Quel ch’ narrò, d’Olimpia amata,560 » E derelitta negli andati tempi, » Ripeterem. Ben più crudel di lui, » Che tradì il voto, e abbandonò spergiuro » La misera fanciulla or tu saresti, » Ben più de l’altro rìo, cui ti rammenta565 » D’Arïanna lo scoglio, allor che il vedi » Per lo sgombro orizzonte!.... Ed io da queste » Cime te lo additava, palpitante
» Che il rio presagio, in verità più amara » Non cangi il tempo.... e tu ne sorridevi! » Ahi, così un giorno, io ti dicea, Corrado » Così mi lascerà!... Ma dolce inganno » Era questo d’amor,... tu ritornavi!» — » E tornerò mio ben; e oh quante fiate » Io tornerò, se vita havvi quaggiuso, » E speme in Ciel! Io tornerò.... ma l’ora » Vedi s’affretta, o mia Medora, e forza » E dividerci alfin; deh! che mai giova » Ridirti dove, e a che il destin mi tragge » Cara dal fianco tuo, se tutto asconde » In suo senso feroce un solo addio?.... » Tutto svelarti io pur vorrei; ma il tempo » Fugge rapido, ahi troppo! Or tu dilegua » Ogni timor; non formidabil corro » Nemico a debellar; teco maggiore » De l’uopo resta, valorosa, e forte » Schiera de’ miei, a inaspettato assalto » Pronta, e a lunga difesa; e sonvi ancelle » Teco, e compagne, e se il tuo Sire è lunge, » Nò, non sei sola; il tenero conforto » Teco riman di rivederlo un giorno, » Apportator di più secura pace, » E più mai non lasciarlo... Odi!... lo squillo!...
» È di Giovanni il segno!... Oh mia Medora, » Un bacio... un bacio ancor!... un altro!.. Addio!.. Sorge, si slancia, e all’abbracciar di lui S’avviticchia la bella, infin che sente, Sotto la faccia che gli asconde in petto, Un palpito destarsi. È senza pianto Il languido, cilestre, occhio dimesso, Nè a sè levarlo osa colui; discende Su le braccia, e sugli omeri scomposta La vaga chioma, e batte il sen, ma tardo, Tanto l’opprime l’adorata immago, Onde ripieno è tutto; il fero bronzo Introna l’aere, ed il vicin tramonto Del Sole annunzia, e par che il maledica. Anco una volta, anco una volta, stringe Corrado la meschina, e quelle forme Mutole, supplichevoli accarezza, Poi vacillante sulle molli piume Così l’adagia, e ne la guarda ancora, Quasi vederla, ahi! più non deggia; sente Che donna altra per lui non ha la terra, Fredda la bacia, il piè rivolge, e parte.
Canto I XV
» Partì dunque Corrado!» Oh, come spesso Fia che tu il chiegga, a la improvvisa, e muta Solitudine o misera!....» Quì stava!.... » Meco quì!.... ed ora?....» Su l’estrema soglia Del portico si slancia, e in traboccante, Libero piagner si discioglie; grevi Lucenti, e a lei che pur le versa ignote, Cadono in sen le lagrime, ed il labbro Immobile, ricusa anco un addio. Addio?.... Voce fatal, che fè promette E speme, e soffia disperato affanno! Sovra la faccia pallida dipinto È il duol, che tempo non scancella mai, E l’amorose, azzurre, ampie pupille Gelide, e fisse ha sul terribil vuoto Che la circonda. Alfin rivede un lampo, Ma lunge, oh quanto! un ombra di colui, E allor più s’addolora, e il negro ciglio Di stille inesauribili s’ingombra Sì, che par che vi nuotino mestissime Ambo le luci.» Lassa, ahimè!.... Partìo!..... E in così dir la man convulsa, e presta
Sul cor si posa, e dolcemente al cielo Poi la solleva; e quinci l’onde mira, E scorge quindi la candida vela..... E più non osa rimirar, ma volge L’egro sguardo a la porta, ed » ahi Corrado! » Sclama,.... sogno non è!.... me desolata!
Canto I XVI
Di balzo, in balzo giù, precipitoso Scende il fosco Corrado, e non si volge A tergo mai, chè sfugge anzi del monte, Per ogni via più breve, i giri, d’onde Scorger potrìa la solitaria, e cara Abitatrice della vetta, prima Che salutollo ognor, che dai periglj Reduce venne, astro dal vago raggio Maninconioso, a cui l’errante prora Drizzava ognor, e ch’or, ahi! più non lice Né rimirar, nè rammentar pur anco, Perchè il piè non s’arresti in sul dirupo Di sua ruina. Ei ben sostar vorrìa, E al fato quasi abbandonar suoi giorni, E i suoi disegni al mar.. .. No, invitto Duce Impietosir ben può a femmineo duolo,
Ceder non mai.... Vede la nave, amico Sente il vento spirar, e tutti aduna Gli irresoluti affetti, e più s’innoltra; Ode il tumulto, ed il fragor de l’opre, Ed il segno, e il percotere de’ remi, E il mormorar de l’onde; su l’antenna Vede l’agile mozzo, e giù la vela Spiegarsi, e sorger l’àncora da l’imo, E de le turbe gli agitati lini, Che da la riva a chi più tardo voga Mandan’estremo silenzioso addio; All’aura vede il sanguigno vessillo, E meraviglia che tranquillo in seno Così gli batta il cor. Ma in un istante Arde lo sguardo, freme il petto, ei sorge Al par di pria feroce, e balza, e corre Rapidissimo a l’ultimo confine De la montagna, ov’han principio i flutti, E s’arresta; non l’aer, che si diffonde Puro, a goder, ma i feri modi usati A ridestar su la superba faccia, E perchè in tanta foga, occhio di volgo Correr noi vegga. In qual arte s’asconde Spesso chi impera, e se ne fa securo, Ben sa Corrado; e il portamento, e gli atti
Contegnosi, e lo sguardo che atterrisce Chi in lui s’affisa, e ogn’altro sguardo evìta, L’altera fronte, ed il solenne aspetto, Che l’indiscreto giubilo reprime, E non oltraggia; tutto in lui tu scerni Allor che impon, ma se tal uom che l’ode Brama sedur, così söavemente Il suo volto compon, ch’ogni temenza In securtà si cangia, e se la dolce Melodìa di sua voce, al cor gli scende Un sol suo detto, è d’ogni don maggiore. Nè ognor così, ch’a tale omai ridotto L’ha il reo costume de’ prim’anni suoi, Che de l’amico più lo schiavo apprezza, E più che indurre a le carezze, ei gode Debellare il nemico.
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The end
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