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Alcune notizie sulla poesia siciliana
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Per un forestiere, il quale ha occasione di trattenersi in Sicilia più lungo tempo di quanto sia necessario, onde giusto esaminarne le celebri antichità, ed il quale possegga qualche conoscenza dell'italiana letteratura, sono per lui una circostanza assai rilevante gli scritti siciliani ed il loro idioma. Per questo fine su di tale particolare tutte quelle cognizioni ho cercato di raccogliere, che il tempo e gli affari mi permettevano: e quindi spero che riuscirà cosa grata a qualunque de' miei lettori ciò che in queste pagine sarò per esporre.
Egli è più che dimostrato che la favella siciliana sia la così chiamata lingua volgare, della quale gl'Italiani nell'età mezzana si servivano. Questa andava sempre più a promuoversi ed a perfezionarsi come la latina si deteriorava, e frammischiata veniva con linguaggi di altre nazioni, ed in particolare con quel- lo della tedesca. Quando si hanno per autentici i documenti delle più antiche storie di Sicilia che si trovano in Palermo, e specialmente la lettera del al di quest'isola nell'anno 884, è da convenirsi che il dialetto siciliano fin dal detto secolo abbia esistito. D'altronde è certo e dimostrarsi è facile dalle iscrizioni, lettere di donazioni e dagli scrittori italiani, tra i quali i più insigni e , che questa lingua esisteva già nel dodicesimo secolo, e che l'italiana di quell'epoca era chiamata la favella volgare siciliana; locchè chiara ragione costituisce per la opinione di coloro, i quali derivar fanno l'attuale lingua italiana dall'antico siciliano dialetto, che la latina con una quantità di parole tedesche, greche ed arabe aveva confuso.
Non è ancora da negarsi che i più antichi poeti italiani sono stati siciliani, ed hanno poetizzato nella loro lingua madre, come asserisce Petrarca nella prefazione alle sue lettere. Solo può contrastarsi, se i Siciliani o i Provenzali fossero stati i primi che si servirono di rime ne' loro versi; sebbene sembra che questa incertezza venga dissipata dall'istesso Petrarca nel dire espressamente che la volgare poesia sorse tra i Siciliani, e da costoro alle restanti nazioni fu recata. Ne segue da ciò, che si erano fatti versi nel volgare idioma prima che si fosse usato nella poesia il provenzale. Ma per quel che io ne so, non eran conosciuti ancora i versi sciolti a' tempi di quello scri tore; ed era naturale che la quantità delle vocali nella lingua siciliana, le sue inflessioni e desinenze, in cui la rima si presentava da se stessa, e senza difficoltà rendevano la medesima assai piacevole a colui che ne conosceva il metro; mentre questa cognizione era molto facile ad ottenersi da' latini versus leonini, et fescennini; oppure dal conversare coi Normanni, i quali nelle prime loro generazioni, interamente non dimenticarono la loro lingua madre, nella quale erano conosciuti i metri rimati, come facilmente è dimostrato da molte canzoni, islandesi ed antiche tedesche.
Le più antiche poesie siciliane, che dalla oscura epoca della mezza età sono giunte sino a noi, hanno la data del 1190, locchè non dimostra certamente che avanti di essa non vi sia stato un poeta che di questa lingua servito si fosse. È facile che i primi versi siciliani si sieno perduti, per non essersi raccolti, o che raccolti in seguito si dispersero; giacchè ben difficile sembra il sostenersi che un linguaggio usato per la prima volta nella poesia nel 1190, di già nel principio della metà del tredicesimo secolo avesse potuto giungere ad un così alto grado di coltura come il siciliano, che in Palermo alla Corte dell'imperatore si parlava, il quale ereditato aveva dai suoi antenati l'amore per le scienze, ed era istruite in tutte le cognizioni di quei tempi. Egli stesso era felice poeta, e ne abbiamo alcune amorose canzoni in lingua siciliana. I di lui figli, ed , amavano come il loro padre la poesia, ed erano migliori poeti del medesimo. Oltre di questi Principi i più antichi poeti siciliani, quali abbiamo contezza, sono , , di Messina, , , più conosciuta per la sua amicizia con (che non dee confondersi con Dante Alighieri), ed altri, le di cui poesie sono state raccolte, e nel 1660 in Napoli pubblicate dal famoso prelato romano . Altre raccolte di più freschi autori, ma nel secolo stesso, sono state già fatte; ed io posseggo alcune parti d'un'antologia data alla luce in Palermo nel 1647, nelle quali contengonsi le stanze di molti autori. Tra le nuove collezioni la seguente è la più completa — Scelta di diverse canzoni siciliane di differenti autori, con le traduzioni latine raccolte dal barone Pietro de Blasi. Palermo 1754. — Al di più di queste antologie alcuni altri poeti hanno pubblicato particolari collezioni delle loro canzoni è de' loro sonetti tanto in italiana che in siciliana favella; d'alcune delle quali farò qui appresso menzione. Il libro principale di tutta questa materia è — Della Poesia siciliana di Gio. Ventimiglia messinese — la quale opera fu da me veduta una volta in una sola libreria siciliana, che dopo non mi fu più possibile di avere. Quindi conviene che io mi contenti di rapportarne il solo titolo senza poter esporre cosa veruna del suo contenuto, e di essere molto breve, non potendo produrre che alcuni esemplari ricavati dalle scritte e stampate canzoni, che in diversi luoghi dell'isola potei raccogliere.
Prima che uno si avvezzi al linguaggio siciliano, non gli sembra niente armonioso e pia-
cevole. Le sue dominanti vocali esssendo l’i e l’u, e sostituite all’a, e ed o del puro italiano, sono meno dolci e grate nella pronunzia in paragone di quest'ultime. L'orecchio però vi si avvezza facilmente; e fa mestieri di porre attenzione agl'idiotismi, perchè l'uomo della plebe non sa diversamente parlare, mentre le persone educate si esprimono con pena nella pura lingua italiana, le quali, dimentiche ad ogni momento di parlare con un forestiere, al loro dialetto fan sempre ritorno, o tutto al più pronunziano l'italiano in modo tale siciliano, che si dura molta fatica a comprenderle, quando in certo modo non si abbia della loro lingua madre conoscimento. Ben presto però vi si riconcilia, e la prima disgustosa impressione dell'aspro suono di quella lingua si dimentica, e ad amar si comincia la sua ricchezza di parole ed espressioni, e la sua semplicità e bonomia. Essa possiede queste proprietà in comune con la maggior parte degli altri dialetti provinciali, ma in un grado più eminente assai, eccetto il tedesco volgare, il quale, come credo, si avvicina molto alla perfezione del siciliano.
Il sig. , nella seconda parte de' suoi viaggi, pag. 465, ha inserito una quantità di parole siciliane ed italiane, che possono nella miglior maniera possibile dimostrare dove consista la differenza tra quei due linguaggi. Da quegli esempi si deduce che i Siciliani cambiano le vocali ed usano assai spesso l’i ed u dove gl’Italiani si servono dell’a, e ed o; che quelli convertono ll in dd, q in cc, f in ch, oppure x, locchè sembra un avanzo della lingua spagnuola, e che tolgono spesso le vocali d'una particella unendo la consonante alla parola seguente, come nmezzu, nnarreri, nzumma. Questo dialetto ha molta somiglianza con il dialetto napoletano e calabrese, ma questi sono assai più aspri dell'altro, il quale quando sia scritto con eleganza, malgrado la sua durezza può divenir molto dolce in bocca della gente colta. Una lettera del detto sig. avverte che , uno de' migliori poeti di Sicilia, che ho nominato nell'articolo sopra Palermo, stia travagliando ad una grammatica siciliana, ch'egli ha tutta l'intelligenza e capacità di poter ben comporre. Non so però se quest'opera sia stata data alla luce; ma un altro ajuto per la couoscenza di questa lingua, ossia un Dizionario siciliano-italiano, era già pronto ad imprimersi mentre io dimorava in Palermo, la cui prefazione era di già stata pubblicata. L'autore n'è D. Giuseppe Antonio de Spinosa Alarcon, uomo dotto, che un tem- po fu soprantendente delle pubbliche scuole in Catania, ed ora direttore della reale stamperia in Palermo. Quella prefazione contiene il piano secondo il quale tale dizionario è composto, con una relazione delle fatiche che impiegate si sono onde renderlo così completo, come una opera siffatta richiede.
Nella prosa siciliana si hanno unicamente libri di devozione e scritti di divertimento per la plebe. I più dotti Siciliani si sono sempre serviti nelle loro opere della lingua italiana, ed hanno creduto, per quanto zelanti siano stati, di esser cosa impossibile di trasportare il loro dialetto al di là dello stretto di Messina. La lingua toscana, la quale non era ancora formata quando le muse siciliane di già fiorivano, ha superato la prima sua sorella e le ha strappato la corona. Pur non di meno i poeti siciliani sono molto amati in Italia, ed ivi si apprezza più il loro dialetto che il melodioso e bello di Venezia. Ho di già parlato de' più antichi poeti, che grandi e picciole poesie hanno lasciato. Tra i moderni i più rinomati sono monsignor abate di Santa Lucia, , ne, Ventimiglia, Sparacio, arciprete di Alessandria, , e due ancora viventi, cioè l'avvocato Simonelli e . Il primo di questi due, per quanto so, non ha sinora esposto alla luce alcuna delle sue composizioni, ma sono in corso molte copie dei suoi più bei pezzi. L'opera del secondo, è stata diverse volte stampata, ed è divenuta la canzone della plebe in tutta la Sicilia. ne ha inserito alcune parti nelle sue lettere, che aveva sentito cantare dai marinai di Sicilia, e che contengono una bella descrizione del mostro marino Scilla. Mi sia pure permesso di esporre al lettore alcuni brevi esemplari d'altri poeti, che dar gli possano una esatta idea della natura del linguaggio siciliano e della sua grande utilità per la poesia. Idilli, descrizioni di scene della natura, canzoni di amore e di duolo sono le parti della poesia che i Siciliani amano in modo particolare e con felicità vi riescono, e per le
quali il dialetto ha tutta la semplicità e ricchezza che vi si richiedono. Hanno costoro ancora libero potere di creare espressioni secondo il proprio loro buon gusto, per lo che hanno il linguaggio arricchito con una copia di parole, il di cui tuono esprime l'oggetto e la sua natura. Un pajo delle più eccellenti stanze di questo merito è di monsignor . La prima (di cui i primi quattro versi sono di questo autore, mentre un altro vi ha unito gli ultimi quattro) contiene la descrizione d'una testa di morto.
Chistu urribil avanzu, chi spulpatu Lassau lu denti di la parca dura, Sta nuda testa chist'ossu incavatu, Chi nu lu digeriu la sepultura. Quanti pinzeri, e machini ha furmatu, Quand'era comu nui carni, e figura; Quanti disinni a un nesciri di xiatu Svaneru! Oh quantu fici un puntu, un ura.
Questo spaventevole avanzo, che spossò il dente della parca crudele; questa testa calva, quest'osso incavato, che la sepoltura non ha distrutto, quanti pensieri e progetti ha fatto, quando era ancora carne, e come noi formato! Quanti disegni svanirono ad un sol respiro! Oh quanto potè fare un momento, un'ora! La stanza seguente è la descrizione di un podere lontano dalla capitale, che prese in possesso monsignor .
Ntra na campagna sulitaria, e alpestra Sutta celu 'ngelatu, ed aria impura Sentu sulu gridari alla finestra Li venti, ch'amminazzanu li mura. Di nigra uliva, e pallida ginestra Sta la campagna sulitaria, e scura. Criiu chi cca s'agnuna, e si sequestra Quannu sta visitusa la natura.
In una solitaria alpestre contrada, sotto cielo intirizzito da gelo ed aria impura, sento soltanto le tempeste che minacciano le mura, e fremono contro la finestra. Il campo di neri olivi e pallidi ginestri sta solitario e scuro. Credo che qui la natura si ricovri ed asconda quando è profondamente in duolo per la morte d'un amico amato.
La seguente è una bella canzone funebre, della quale non ne so l'autore, ed a cui unisco una eccellente traduzione latina in versi che mi fu data al tempo stesso con l'originale.
Tantu fortuna mi detti chi fari, Fina chi l'ossa mi arristaru schitti; poi la morti vulendumi dari,
La morti mi fuiiu quannu mi vitti. Pirchì videndu supra st'ossa stari Un nudu truncu senza carni, critti, Ch'iu fussi nova morti, ch'arrubari Vulissi ad idda l'arcu, e li saitti.
Tot me funeribus pressit sors impia, donec Ossa mihi misero nuda relicta, forent. Cum deinc morti vellet me tradere talem, Me mors aspiciens victa pavore fugit; Nudum namque videns truncum super ossibus esse Ossibus, et tenuem vir superesse cutem Quue celeres arcus ipsi rapidasque sagittas Eriperet, mortem credidit esse novam.
La stanza che segue è pure d'un autore non conosciuto.
Suffrisci, cori miu, taci, ed agghiutti, Quantu la vucea parra, e l'occhiu vidi, Nun ti fidari lu cori cu tutti, Chiddu ch'ai tra lu pettu nu lu diri, E poi ti servi di l'antichi mutti, Vidi assai, parra pocu, e nenti cridi, Pirchì l'amici nu su pari tutti, Chi cui t'alliscia chiù, chiddu, t'ocidi.
Cor tollera patiens tacitoque in gutture forbe Os quidquid loquitur, lumina quidque vident Intima ne cunctis animi penetralia nudes Quod stat arcano putoris ore preme.
Vivendi normam tibi adagia prisca ministrent, Plura vide, profer paucula, crede nihil. Namque pari studio non omnis tractat amicus, Quis plus te mulcet, te, mihi crede, necat.
Apri cerberu cani; Olà cui veni? Un'anima dannata. Aspetta un pocu. Chi veni a fari cca ntra tanti peni? La manca pena mia lu stari ddocu. Ch'ai fattu in vita tua? Mai fici beni. Amai na donna, e nun mi detti locu. Va dunca torn'in vita, Chi cca non c'entra, cui ci porta focu.
Apri cerbero; Olà chi sei? Un'anima dannata. Aspetta un poco. Cosa vuoi qui in tutte queste pene? Lo star qui è la menoma mia pena. Cosa hai fatto in vita tua? Io non feci mai bene; amai una ragazza, e non fui riamato. Va dunque, torna in vita, finisci d'amare e poi vieni, perchè qui non entra alcuno che porta seco del fuoco.
Queste sono alcune delle stanze che i Siciliani sogliono recitare a' forestieri, per dimostrare che la loro lingua è bella ed utile alla poesia; e perciò io le ho citate, e spero che i lettori non saranno scontenti del ristretto spazio che prendono in questo articolo. Alcune di queste, ed altre molte si trovano in una eccellente collezione di proverbj e canzoni che, unitamente ad una traduzione latina, pubblicata in Messina. I Siciliani, la di cui alterigia è d'avere una poesia nazionale, prenderanno cura che questa non vada in dimenticanza, per cui vengono di tempo in tempo nuove raccolte pubblicate, in cui s'inseriscono tutte le piccole poesie che meritano di essere conservate.
Pria che io lasci questo oggetto giova far menzione d'una strofa della sopra enunciata collezione di poesie e proverbj siciliani.
Comu gravida donna, chi disia Frutti, ch'a chiddu tempu non ci su, Tocca la parti cu la fantasia, Passa lu tempu, e nun ci pensa chiù. Nasci lu partu cu zoccu vulia, Signatu appuntu unni tuccatu fu. Cussi fu eu, che disiannu a tia, Tuccai stu cori, e ci ristasti tu.
Quales faeta parens ardenti pectore fructus, Quos estus nondum protulit apta cupit Corporis haec tangens partem dum mente moratur
Inde oblita nihil, se tetigisse putat. Optati at fructus, luci datur ecce puellus Signa ferens, tetigit qua quoque parte parens. Sic ego te cupiens, praegnas ut foemina fructus Cor tetigi, et formae mansit imago tuae.
I Siciliani non hanno soltanto arricchito la na zionale loro poesia con degli originali componimenti, ma hanno cercato ancora di tradurre quelli degli antichi poeti. Io tengo nelle mie raccolte un piccolo tomo d'una traduzione dell' di , celebre poeta siciliano del secolo passato, di cui ne mostrerò un esempio. Il passo è nell'Eneide 6, v. 124, 131, il qual è tradotto come segue:
Cu sti ditti prigava, e cu la manu Stringia l'autari Enea piatusu, e mestu Lu vati allura dissi; o Gran Trojanu Seisu di sangu divinu, e manifestu, Chi Diti, benchì sia troppu luntanu; Sempri sta apertu, e sicci arriva prestu. Ma chi poi torni, e sta bell'aura scopra, Cca mporta la fatiga, e cca sta l'opra. Riturnari da supra a pochi è datu,
Si no a cui pri buntati a Giovi è caru, O a cui di l'auti Dei di sangu è natu O a cui mustrau valuri eccelsu, e chiaru.
Assai interessante sarebbe una traduzione di in dialetto siciliano, le di cui descrizioni ben uniformi si trovano al presente stato ed alla natura del paese. Non so se qualche poeta siciliano abbia intrapreso it travaglio di naturalizzare di nuovo questo antichissimo paesano. La traduzione del conte Gaetani in pura lingua italiana non è qui da menzionarsi. È singolare però che il , il quale si è tradotto in tutti i dialetti d'Italia, non lo sia stato mai in siciliano. Io non ne so la ragione. Ne potrebbe essere un semplice accidente, oppure che i Siciliani, amanti più che il resto delle nazioni d'Italia Ampullas, et sesquipedalia verba, non apprezzano a sufficienza questo nobile e semplice poeta, per volerlo leggere nella propria loro favella.
Questo articolo è forse divenuto per alcuni lettori alquanto lungo, ed ancora non a tutti piacevole. Ma io non potei passare in silenzio una circostanza che mi è stata tanto interessante, e che forma una considerevole parte della letteratura siciliana. Mi è intanto sensibile, che per mancanza di libri, di mezzi ed in particolare dell'opera del menzionato Ventimiglia, abbia dovuto limitarmi sulle osservazioni e sopra i piccioli scritti che ho marcato nel mio giornale. Altri viaggiatori, che restar possono più a lungo nel paese, saranno per dirne assai di più; mentre il contento che avranno nel comprendere questo linguaggio, è ugualmente grande che utile, dappoichè un forestiere acquista non compreso il vantaggio di poter parlare con ognuno, la confidenza e l'amicizia de' paesani. Io parlo per esperienza, ed assicurar posso che l'accidente, il quale mi fece avere l'opportunità di leggere con alcuni amici assai spesso il siciliano, e con questo mezzo di apprenderlo, mi aprì molti ingressi che mi sarebbero altrimenti rimasti forse sconosciuti.
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L'origine di Catania si ha da cercare nella più antica storia greca. Essa fu fondata otto anni dopo di Siracusa, circa 720 anni prima della nascita di Gesù Cristo, da una colonia di Calcidesi stabilita nelle coste orientali della Sicilia, ove molte città fabbricò nell'antica storia rinomate. Vissero costoro tranquilli per lo spazio di tre secoli, finchè 476 anni prima di G. C., , re de' Siracusani, ne li discacciò, popolò la città con una colonia dei suoi e cambiò il nome di Catania con quello di Etna. Verificossi una guerra tra questi e , potente re dei Siculi, il quale, per pretesto della sua aggressione, si servì di un pezzo di terra che quelli volevano togliere a' suoi sudditi. Quantunque i Siracusani ajutato avessero i loro compaesani, dovettero non pertanto cedere alla prepotenza, e perciò gli antichi abitanti di Catania, che Jerone cacciato avea verso Leonzio, ed i quali forse erano stati causa di tutta la guerra, ebbero occasione di prender di bel nuovo possesso della loro città. Dopo tale successo quella colonia siracusana dovette ritirarsi nella città d'Inessa sul monte Etna, alla quale la detta colonia diede il nome che Catania aveva avuto da Jerone. Ciò fu nel 4 anno della 79 olimpiade. conquistò tanto Catania che le altre città lungo questa costa dell'isola. In seguito la storia della città divenne assai oscura; ma che la medesima giungesse ad un grado di grande opulenza, e che le arti ancora vi fiorissero come in Siracusa, possiamo conoscerlo dalla gran quantità di monete d'argento che vi si coniavano. Dell'antico suo splendore però pochi avanzi sono rimasti superstiti, attesa la vicinanza del vulcano, per cui terribili devastazioni ha dovuto essa soffrire a motivo de' costanti tremuoti e delle infuocate lave, le quali, avendo spesso diretto il loro corso sulle mura, ne hanno gettato a terra grandi porzioni, e più d'una volta le case della medesima hanno atterrato, come il Vesuvio inondò e cuoprì una volta Ercolano. Alle conquiste de' Romani in Sicilia, Catania fu una delle prime città che caddero nelle loro mani; ma restò non di meno uno de' più interessanti posti. Sesto Pompejo, il quale se ne fuggì in Sicilia con il resto del suo partito, conquistò quella città e la maltratò per essere rimasta fedele a Cesare. vi mandò in seguito una nuova colonia, perlochè divenne nuovamente florida e restò quasi come Siracusa la più considerevole città della Sicilia sino ai tempi di . Cadde poscia in potere de' Saraceni, a cui fu tolta da' Normanni con il restante dell'isola, ed ebbe quindi il destino stesso con tutte le altre città siciliane: aggiungendo che Catania ha dovuto d'altronde soffrire più che le altre, a causa delle eruzioni dell'Etna e de' gagliardi tremuoti, dai quali più d'una volta è stata distrutta. Il più recente periodo di questo paese comincia dall'anno 1693, dove uno spaventevole tremuoto la stese al suolo; essa fu riedificata sulle proprie sue rovine; ed è dopo quell'epoca divenuta una delle più belle città d'Europa.
Giace questo paese a' piedi dell'Etna imme- diatamente al lido del mare, in un seno che forma un porto, il quale era molto buono sin al 1693, ma fu da una lava guastato. Esso ha delle strade larghe e regolari, a' lati delle quali edifizj di uguale disegno elevati si sono. Oltre di queste vi sono due grandi e belle piazze, una delle quali quadrata e da un portico circondata, resta chiusa da diverse pubbliche fabbriche, tra le quali la più ragguardevole è l'università. La seconda non è così regolare, ma è più larga e più pomposa a cagione d'una grande e bella cattedrale da' Normanni fondata, e d'un obelisco che sta nel centro di essa su d'elefante di lava. Significante è il numero delle chiese, e molte sono costruite con vera magnificenza. Incredibilmente maestosi sono la chiesa ed il convento de' Benedettini. Questi monaci, che viver dovrebbero in un piccolo ospizio nell'estremo luogo abitabile dell'Etna, hanno trovato più comodo il dimorare in una popolata città, ed hanno in conseguenza edificato un chiostro che rivalizza in estensione e lusso con i palagi dei Re. La chiesa è molto grande e sontuosa; sebbene conoscitori di architettura notino una mancanza di gusto ne' suoi ornamenti. A prima vista somiglia a quella di S. Pietro in Roma, quantunque costruita in una assai più piccola proporzione. Essa con tutti i difetti suoi, che io non so conoscere, è una delle più belle e maestose che abbia vedute in Sicilia. Presso al convento in mezzo alle lave hanno i Benedettini fatto un giardino, ed hanno sforzata la natura a produrre vita e vegetazione dalle bruciate scorie del vulcano che hanno mescolato con terra buona e fruttifera. Il fondo di questo giardino è una lava, ed è in conseguenza sì alto che giunge quasi sino al terzo appartamento dell'edifizio. Le vie sono tutte tagliate nella lava e selciate con colorite pietre, che rassembrano al mosaico. Vi si osserva arte soltanto, ma inutile e monachile. Assai più profittevoli sono l'esperienze fatte dal che fece ugualmente una villa sopra la lava del 1669, e vi pianto aloe ed altre piante, mischiandola con terra fresca. Volle egli provare quanto tempo si esigeva, prima che diligenti travagli utili avessero reso i campi dalla lava inondati. Si sapeva di già che questa dopo una fila di secoli fertile terra somministrasse; ma il Principe sperava che l'umana industria potesse accorciare il tempo che si richiedeva per isciogliere e totalmente decomporre quell'arsiccia materia. La sua speranza è stata appieno appagata, perchè molte piante in questa lava con arte coltivate possono benissimo crescere e prosperare. Le case della città sono in gran parte edificate con semplice e nobile stile. Esse sono tutte ad un sol piano, eccetto i palazzi ed i pubblici edifizj, costruite espressamente in quella guisa, perchè funesti e replicati esempi han fatto conoscere che queste, quanto più alte sono, tanto meno resistono a' tremuoti che sogliono tanto spesso visitare queste contrade. Uno de' più importanti palazzi è quello del . L'esterno di esso sontuosità alcuna non lascia osservare, ma il suo circuito soltanto dimostra. Nell'interno però è formato con magnificenza sovrana, con molta nobiltà di stile e con una semplicità che solo nelle opere degli antichi suole ammirarsi. La città si fa giornalmente più bella, come gli edifizj vanno a terminarsi. In essa si contano 30 mila anime; gode d'una mediocre prosperità, perché una parte della ricca nobiltà vi si mantiene; oltrechè l'università e le buone manifatture di seta somministrano da vivere a molte persone. Questo paese, per più ragioni interessante ad ogni intelligente viaggiatore, offre molte occasioni di ricerche tanto riguardo alla storia naturale che all'antichità. L'unica università di Sicilia che qui ha la sua sede, è cagione di rendere questa città assai necessaria a' letterati onde dimorarvi. Il corso degli studj è di tre anni, come in tutte le altri università d'Italia, in cui gli studenti fa mestieri che attendano alle lezioni dal Governo prescritte. Nell'anno 1785 sino al 1786 si davano le seguenti istruzioni.
In teologia: dommatica, morale, la storia della Chiesa e de' Concilj.
Nella giurisprudenza: codice, novelle, istituzioni, il diritto feudale siculo e canonico.
Nella medicina: la medicina teorica e pratica, anatomia, chirurgia, ostetricia, chimica e farmacia.
Nella filosofia: logica, metafisica, dritto naturale e delle genti, matematica, analisi, astronomia, nautica, geografia, geometria pratica, architettura civile, fisica sperimentale, istoria naturale, botanica, economia, commercio, agricoltura, storia, antichità, diplomazia, lingua greca ed ebraica.
Detta università è sotto l'ispezione del vescovo di Catania e di due Gentiluomini catanesi, uno patrizio e l'altro senatore della città. Essa era in grandissima floridità a' giorni del passato vescovo monsignor Ventimiglia, degno e molto illuminato prelato, il quale con ogni zelo richiedeva il progredimento delle scienze; e non ordinava mai alcun giovane che studiato non avesse con diligenza nell'università, e di sufficienti cognizioni non fosse provveduto. Ugualmente così attento era costui nell'accordare prebende. Catania perdè questo bravo prelato assai presto per esser egli stato nominato grande inquisitore, ed in conseguenza recar si dovette in Palermo. Egli mentre era vescovo, la sua ben ricercata e vasta libreria lasciò in legato al paese, perchè non volle profittarsi affatto di ciò che gli aveva fatto acquistare la rendita del vescovato. Un uomo il quale lume e conoscenza poteva somministrargli, era D. Leonardo Gambino, professore di giurisprudenza, il primo che azzardò d'insegnare la filosofia leibniziana e di distruggere l'antica scolastica maniera. Quest'uomo eccellente ha pubblicato una bell'opera sul dritto naturale. Io l'ho sentito leggere per molte ore sopra la collisione de' doveri con grande chiarezza e giustezza, e son sicuro che costui onore recherebbe ad ogni accademia d'Europa. Allorquando lasciai Catania, doveva egli recarsi alla capitale per essere stato eletto giudice della G. C., ove dovea quella carica per lo spazio di due anni esercitare; finiti i quali si sarebbe il medesimo ritirato alla sua università, quando non avesse ottenuta la toga perpetua. Per quanto degno di lode mi sembri questo sistema per il sostegno della giustizia, cosi tanto dispiace- vole è per i letterati che dedicarsi solamente non possono a' loro prediletti studj. Ciò è forse la ragione principale, oltre la innata poltroneria de' Siciliani dal clima favorita, per cui in questa isola tanto di raro compariscono uomini grandi nelle scienze, molto più che non mancano a' Siciliani per ogni verso de' talenti. Quindi tosto che qualche passeggera cognizione d'una scienza hanno acquistato, credono di esser già divenuti dotti soggetti e pretendono imporre sopra i loro meno istruiti compagni. Ho conosciuto un sufficiente numero di letterati siciliani, per poter io sostenere questo principio. Il rapportarne degli esempi sarebbe il sorpassare i doveri della gratitudine dovuta alla straordinaria officiosità e marcata gentilezza che mi si sono da costoro dimostrate. Ma come tutte le altre regole, questa non è priva delle sue eccezioni. Io mi sono incontrato con uomini veramente dotti nel mio giro per questa isola. Tra costoro vi è D. Leonardo Gambino, di cui il barone parla con tanta lode. Appresi dal medesimo ad aver conoscenza de' diversi professori di questa università, tra' quali di esser nominato è certamente degno , professore di teologia, uno de' più intimi amici del passato vescovo, eccellente ecclesiastico, oratore ed uo- mo assai illuminato. Egli è edotto dei nostri ottimi protestanti teologi, ed alle sue dottrine unisce ancora quelle della letteratura, nella quale facoltà ha studiato particolarmente Ernesto. Fui vago di ascoltare un lettore della storia ecclesiastica, di cui mi sono scordato di notare il nome, il quale spiegava con intelligenza e chiarezza somma un'interessante punto dell'antica storia della Chiesa, spesso citando con rispetto . È per me un grato piacere l'osservare che le opere de' nostri dotti si estendano sino alle più lontane contrade dell'Europa cattolica.
L'attuale Vescovo è apprezzabile per il suo carattere, ma lo è di gran lunga inferiore a monsignor . L'università ha sentito con dolore la perdita di quest'ultimo che trasse seco quello zelo e fervore ch'egli sapeva ispirare per gli studj. Intanto i tempi hanno molto acquistato in cognizioni. Il giogo dell'inquisizione è spezzato in guisa che non vi è da temere che distrutti esser possano i buoni principj sparsi da monsignor Ventimiglia, e che si riconduca nelle alte scuole di Catania l'antica barbarie. Io qui non rapporto le osservazioni che ho raccolto sopra tutte le università d'Italia, perchè penso di darne al pubblico un particolare trattato. Pur non di meno non pos- so trascurare una notizia che dà nella seconda parte del suo Viaggio, cioè che il Governo è molto seriamente occupato del bene dell'università, ed ha di già rimpiazzato molte cattedre che da gran tempo trovavansi vacanti. Si è aggiunta inoltre quella della propria madrelingua, ed è singolare che non se ne sia eretta una sulla storia politica e patria.
La somma totale, alla quale giunge l'annuale spesa per la detta università e per i professori, è di 6500 scudi. Nel pubblico edifizio delle medesime è la libreria, la quale contiene una mediocremente grande collezione di libri. Pure è molto inferiore a quella che lasciò il prelodato Vescovo alla detta università, la quale è situata in un luogo separato dall'altra. Questa raccolta non è molto estesa, ma è con intendimento e conoscenza ordinata, ed offre utilità somma per gli studj di teologia e di antichità. Io vi trovai le più interessanti opere, ed ancora di protestanti autori. Oltre a ciò monsignor ha lasciato all'università una collezione di monete che si fa montare sino a 5000 pezzi. Io non posso darne giudizio, per essere allora questa in gran disordine. Mi si disse che la più importante parte di essa consistesse in monete siciliane e consolari. Adesso vengo agli avanzi di antichità che in Catania si ammirano, parlando prima delle antiche fabbriche e loro resti, e poscia dei due celebri musei che sono i principali ornamenti della medesima.
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