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Amorosa visione

Giovanni Boccaccio · 1833 · Free in the US

28,670 words · about 2 h to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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Free in the US: this text is in the public domain in the United States; it may still be in copyright elsewhere.

Licence: PD-US · Published in 1833 (before 1931): public domain in the United States. Text and transcription from it Wikisource by Wikisource contributors (transcription licensed CC BY-SA 4.0; contributors: https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Amorosa_visione&action=history). · Wikisource contributors

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About this book

Author
Giovanni Boccaccio
Language
Italian
Published
1833
Length
28,670 words · about 2 h
Sections
57 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (57)
  1. Front matter under 1 min
  2. Frontespizio I under 1 min
  3. Frontespizio II under 1 min
  4. Ai cortesi Lettori about 1 min
  5. Sonetto I. about 1 min
  6. Sonetto II. under 1 min
  7. Sonetto III. about 1 min
  8. Capitolo I. about 2 min
  9. Capitolo II. about 2 min
  10. Capitolo III. about 2 min
  11. Capitolo IV. about 2 min
  12. Capitolo V. about 2 min
  13. Capitolo VI. about 2 min
  14. Capitolo VII. about 2 min
  15. Capitolo VIII. about 2 min
  16. Capitolo IX. about 2 min
  17. Capitolo X. about 2 min
  18. Capitolo XI. about 2 min
  19. Capitolo XII. about 2 min
  20. Capitolo XIII. about 2 min
  21. Capitolo XIV. about 2 min
  22. Capitolo XV. about 2 min
  23. Capitolo XVI. about 2 min
  24. Capitolo XVII. about 2 min
  25. Capitolo XVIII. about 2 min
  26. Capitolo XIX. about 2 min
  27. Capitolo XX. about 2 min
  28. Capitolo XXI. about 2 min
  29. Capitolo XXII. about 2 min
  30. Capitolo XXIII. about 2 min
  31. Capitolo XXIV. about 2 min
  32. Capitolo XXV. about 2 min
  33. Capitolo XXVI. about 2 min
  34. Capitolo XXVII. about 2 min
  35. Capitolo XXVIII. about 2 min
  36. Capitolo XXIX. about 2 min
  37. Capitolo XXX. about 2 min
  38. Capitolo XXXI. about 2 min
  39. Capitolo XXXII. about 2 min
  40. Capitolo XXXIII. about 2 min
  41. Capitolo XXXIV. about 2 min
  42. Capitolo XXXV. about 2 min
  43. Capitolo XXXVI. about 2 min
  44. Capitolo XXXVII. about 2 min
  45. Capitolo XXXVIII. about 2 min
  46. Capitolo XXXIX. about 2 min
  47. Capitolo XL. about 2 min
  48. Capitolo XLI. about 2 min
  49. Capitolo XLII. about 2 min
  50. Capitolo XLIII. about 2 min
  51. Capitolo XLIV. about 2 min
  52. Capitolo XLV. about 2 min
  53. Capitolo XLVI. about 2 min
  54. Capitolo XLVII. about 3 min
  55. Capitolo XLVIII. about 2 min
  56. Capitolo XLIX. about 2 min
  57. Capitolo L. about 3 min

Continue:

Front matter

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Indice

Amorosa visione

Frontespizio I

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Col benigno Sovrano rescritto del dì 9 Giugno 1826, fu conceduta ad Ignazio Moutier la privativa per anni otto della stampa delle Opere volgari di Giovanni Boccaccio.

Frontespizio II

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Ai cortesi Lettori

Proseguendo il mio assunto di fare di pubblica ragione le Opere volgari di Giovanni Boccaccio emendate accuratamente sopra i più antichi e migliori testi a penna, mi compiaccio di farvi offerta dell’Amorosa Visione, ridotta alla sua vera lezione con quella maggior diligenza che dalla mia tenuità è stato permesso. Questo Poemetto, che io riguardo come la miglior produzione poetica del Certaldese, è un vero gioiello di poesia italiana del secolo decimoquarto, ma disgraziatamente da pochi conosciuto e apprezzato. Le poche e rare edizioni di questo poema furono il principale ostacolo onde potesse essere diffusamente conosciuto; e se alla scarsità de- gli esemplari si aggiunga il poco o niun merito delle edizioni, perchè ricolme di errori e infedelissime, n’avremo la convinzione della dimenticanza in cui era caduta quest’opera pregevolissima. I compilatori del Vocabolario della Crusca sul principio del passato secolo riconobbero l’infedeltà delle edizioni dell’Amorosa Visione, e vollero preferire a queste i manoscritti, e si servirono per testo di un codice Riccardiano O. IIII. 39, che ora si trova sotto il N. 1066. Sopra questo manoscritto fu fatta in Palermo nel 1818 la più recente edizione dell’Amorosa Visione, la quale però è riuscita scorrettissima. Per una cieca venerazione a quel manoscritto, che non ha altra prerogativa che di esser servito per gli spogli all’ultima edizione dal Vocabolario della Crusca, non fu tenuto conto della manifesta trascuratezza del testo, che indica l’ignoranza del suo copista, e fu rifiutato il soccorso che avrebbero potuto ampiamente fornire tanti altri più antichi e corretti codici delle nostre doviziosissime biblioteche. Due codici della stessa Libreria Riccardiana 106o, e 1139 mi hanno somministrato importantissime correzioni, e qualche volta ho avuto ricorso al codice Magliabechiano, già Stroziano, palchetto secondo codice 28. Col loro soccorso ho potuto correggere notabilmente il testo dell’Amorosa Visione, e pubblicarla adesso secondo la mente dell’autore, che usò il bizzarro studio di formare un Acrostico di tutte le prime lettere del primo verso d’ogni terzina, il che fu interamente omesso nella citata edi- zione di Palermo, ove non si fa parola di quest’Acrostico, e si omettono del tutto i tre componimenti, che sotto la denominazione di sonetti precedono l’Amorosa Visione.

Sonetto I.

Qui cominciano tre sonetti, i quali contengono per ordine tutte le lettere principali del primo verso di ogni terzina di tutta l’Amorosa Visione.

Mirabil cosa forse la presente Visïon vi parrà, donna gentile, A riguardar, sì per lo nuovo stile, Sì per la fantasia ch’è nella mente. 5Rimirandovi un dì subitamente Bella, leggiadra et in abit’umíle, In volontà mi venne con sottile Rima trattar parlando brievemente. Adunque a voi, cui tengo Donna mia, 10Et chui sempre disio di servire, La raccomando, madama Maria: E prieghovi, se fosse nel mio dire Difecto alcun, per vostra cortesia Correggiate amendando il mio fallire. 15Cara Fiamma, per cui ’l core ó caldo, Que’ che vi manda questa Visïone Giovanni è di Boccaccio da Certaldo.

Sonetto II.

Il dolce inmaginar che ’l mio chor face Della vostra biltà, donna pietosa, Recam’una soavità sì dilectosa, Che mette lui con mecho in dolcie pace. 5Poi quando altro pensiero questo disface Piangemi dentro l’anim’angosciosa, Cercando come trovar possa posa, Et sola voi disiar le piace. Et però volend’i’ perseverare 10Pur nello ’nmaginar vostra biltate, Cerco con rime nuove farvii onore. Questo mi mosse, Donna, a compilare La Visïone in parole rimate, Che io vi mando qui per mio amore. 15Fatele onor secondo il su’ valore, Avendo a tempo poi di me pietate.

Sonetto III.

O chi che voi vi siate, o gratïosi Animi virtuosi, In cui amor come ’n beato loco Celato tene il suo giocondo focho; 5I’ vi priego c’un poco Prestiate lo ’ntelletto agli amorosi Versi, li quali sospinto conposi, Forse da disiosi Voler troppo ’nfiammato: o se ’l mio fioco 10Cantar s’imvischa nel proferer broco, O troppo è chiaro o roco, Amendatel’acciò che ben riposi. Se in sè fructo, o forse alcun dilecto Porgesse a vo’ lector, ringratïate 15Colei, la cui biltate Questo mi mosse affar come subgiecto. E perchè voi costei me’ conosciate, Ella somigli’amor nel su’ aspecto,

Tanto c’alcun difecto 20Non v’á a chi già ’l vide altre fïate; E l’un dell’altro si gode di loro, Ond’io lieto dimoro. Rendete allei il meritato alloro, E più non dic’omai, 25Perchè decto mi par aver assai.

Capitolo I.

Incomincia l’Amorosa Visione: come all’autore gli par vedere in visione le presenti cose come per innanzi è scritto.

Muove nuovo disio la nostra mente, Donna gentile, a volervi narrare Quel che Cupido grazïosamente In visïon li piacque di mostrare 5All’alma mia per voi, bella, ferita Con quel piacer che ne’ vostri occhi appare. Recando adunque la mente smarrita Per la vostra virtù pensieri al core, Che già temea della sua poca vita, 10Accese lui di sì fervente ardore, Che uscita di sè la fantasia Subito entrò in non usato errore. Ben ritenne però il pensier di pria Con fermo freno, e oltre a ciò ritenne 15Quel che più caro di nuovo sentia. In ciò vegghiando, in le membra mi venne Non usato sopor tanto soave, Ch’alcun di loro in sè non si sostenne.

Lì mi posai, e ciascun occhio grave 20Al sonno diedi, per lo qual gli aguati Conobbi chiusi sotto dolce chiave. Così dormendo, in su’ liti salati Mi vidi correr, non so che temendo, Pavido e solo in quelli abbandonati, 25Or qua or là null’ordine tenendo; Quando Donna gentil piacente e bella M’apparve, umíl pianamente dicendo: Se questo luogo solo, e gire a quella Somma felicità, che alcuno dire 30Non potè mai con intera favella, Abbandonar ti piace, il mio seguire Ti poserà in sì piacente festa, Ch’avrai sicuro e pieno ogni disire. Fiso pareva a me rimirar questa, 35Ed ascoltare intento sue parole; Quando s’alzò alla sua bionda testa, Ornata di corona più che sole Fulgida, l’occhio mio, e mi parea Il suo vestire in color di viole: 40Ridente era in aspetto, e in man tenea Reale scettro, ed un bel pomo d’oro La sua sinistra vidi sostenea. Sopra ’l piè grave non senza dimoro Moveva i passi; e lei tacendo, ed io 45Pensato di volere suo aiutoro, Ecco, risposi, Donna, il mio disio È di cercar quel ben che tu prometti, Se a’ tuoi passi di dietro m’invio.

Lascia, diss’ella, adunque i gran diletti, 50E seguiraimi verso quell’altura Ch’opposta vedi qui a’ nostri petti. Allor lasciar pareami ogni paura, E darmi al tutto a seguitar costei, Abbandonando la strana pianura. 55Poi che salito fui di dietro a lei, Non già per molto spazio, il viso alzai, Istato basso in fin lì verso i piei, Rimirandomi avanti, i’ mi trovai Venuto a piè d’un nobile castello, 60Sopra al sogliar del quale i’ mi fermai. Egli era grande, ed altissimo, e bello E spazïoso, avvegna che alquanto Tenebroso paresse entrando in quello: Siam noi ancora là dove cotanto 65Ben mi prometti, Donna grazïosa, Di dovermi mostrar? diss’io intanto. Ed ella allora: più mirabil cosa Veder vuoi prima che giunghi lassuso, Dove l’anima tua fia glorïosa. 70Noi cominciammo pur testè qua giuso Ad entrar a quel ben; quest’è la porta, Entra sicuro omai nel cammin chiuso. Tosto ti mostrerò la via scorta, Per la qual fia ad andarvi diletto, 75Se non ti volta coscïenza torta. Ed io: adunque andiam, che già m’affretto, Già mi cresce il disio, sì ch’io non posso Tenerlo ascoso più dentro nel petto.

Vedi com’io mi son sicuro mosso, 80Vedi ch’io vegno, e trascorro di voglia, D’ogni altra cura nella mente scosso. Ir si conviene qui di soglia in soglia Con voler temperato, che chi corre, Talor tornando convien che si doglia. 85Sì era il suo dir vero, che apporre Nè contro a darvi io non are’ potuto, Nè dal piacer di lei potuto torre, In ciò ancor ch’io avessi saputo.

Capitolo II.

Dove l’autore tratta come seguendo una bella donna perviene a una porta d’un nobile castello.

O somma e grazïosa intelligenza, Che muovi il terzo cielo, o santa Dea, Metti nel petto mio la tua potenza; Non sofferir che fugga, o Citerea, 5A me l’ingegno all’opera presente, Ma più sottile e più in me ne crea. Venga il tuo valor nella mia mente, Tal che ’l mio dir d’Orfeo risembri il suono, Che ’l mosse a racquistar la sua parente. 10Infiamma me tanto più ch’io non sono, Che ’l tuo ardor, di ch’io tutto m’invoglio, Faccia piacere quel di ch’io ragiono. Poi che condotto m’ha a questo soglio Costei, che cara seguir mi si face, 15Menami tu colà ov’io ir voglio; Acciocch’e’ passi miei, che van per pace, Seguendo il raggio della tua stella, Vengano a quello effetto che ti piace.

Ragionando con tacita favella 20Così m’andava nel nuovo sentiero, Seguendo i passi della donna bella. Ruppemi tal parlar nuovo pensiero, Ch’un muro antico nella mente mise, Apparitoci avanti tutto intero. 25Allor la bella donna un poco rise, Me stupefatto e d’ammirazion pieno Veggendo, e disse: forse tu divise Del cammin nostro che qui venga meno? O se più è, non vedi da qual loco 30Li passi nostri su salir porriéno; Oltre convien che venghi ancora un poco; Ed io mostrandol, vederai la via Che ci merrà al grazïoso gioco. Non fummo guari andati, che la pia 35Donna mi disse: vedi, qui la porta Che la tu’ alma cotanto disia. Nel suo parlar mi volsi, e poi che scorta L’ebbi, la vidi piccioletta assai, E stretta e alta, in niuna parte torta. 40A man sinistra allora mi voltai, Volendo dir, chi ci potrà salire, O passar dentro, che par che giammai Gente non ci salisse? E nel mio dire Vidi una porta grande aperta stare, 45E festa dentro mi vi parve udire. E dissi allor: di qua fia meglio andare Al mio parere, e credo troveremo Quel che cerchiam, che già udir mel pare.

Non è così, rispose, ma anderemo 50Su per la scala che tu vedi stretta, E ’n sulla sommità ci poseremo. Tu guardi là, e forse ti diletta Il cantar che tu odi, il qual piuttosto Pianto si dovria dire in lingua retta. 55Il corto termine alla vita posto Non è da consumare in quelle cose, Che ’l bene eterno ci fanno nascosto. Levarsi ad alto alle glorïose Utilemente s’acquista virtute, 60Che lascia le memorie poi famose. E stu non credi forse che a salute Questa via stretta meni, alza la testa, Ve’ che dicon le lettere scolpute. Alzai allora il viso, e vidi: Questa 65Picciola porta mena a via di vita, Posto che paia nel salir molesta: Riposo eterno dà cotal salita: Dunque salite su senza esser lenti, L’animo vinca la carne impigrita. 70Io dissi: Donna, molto mi contenti Col ver parlar che tua bocca produce, E più m’accertan le cose parventi, Guardando quelle: ma dimmi, che luce È quella che io veggio là entr’ora, 75Perchè in questa così non riluce? Voi che nel mondo state, vostra mora Fate in un loco tenebroso e vano, E però gli occhi alla dolce aurora

Alzare non potete, a mano a mano 80Che voi di quello uscite, a veder quanta Sia la chiarezza del fattor sovrano: Rompesi poi la nebbia che v’ammanta, Quando ad entrar nel vero incominciate, E conoscete poi la luce santa. 85Dirizza i piedi alle scale levate; Su non sarai, che vie maggior chiarezza Vedrai, ch’ella non è mille fïate; Adunque che fia in capo dell’altezza?

Capitolo III.

Nel quale si contiene come l’autore vede scritto sopra la porta lettere d’oro, e come due giovani li si fanno incontro, ed è un con loro.

Ristata era la Donna del parlare, E rimirava ch’io entrassi dentro Di dietro a lei, che già volea montare. Sed e’ vi piace, prima andiam là entro, 5Diss’io a lei; e quella: tu disii Di ruinar con doglia al tristo centro, Io dico insino a qui, se là t’invii In cose vane, l’anima disposta A bene oprar, convien che si disvii. 10Pon l’intelletto alla scritta ch’è posta Sopra l’alto arco della porta, e vedi Come ’l suo dar val poco e molto costa. Ed io allora a riguardar mi diedi La scritta in alto che pareva d’oro, 15Tenendo ancora in là voltati i piedi. Ricchezza, dignità, ogni tesoro, Gloria mondana copïosamente, Do a color che passan nel mio coro:

Lieti li fo nel mondo, e similmente 20Do quella gioia che Amore promette A’ cor che senton suo arco pugnente. Or hai vedute ed amendune lette Le scritte, e vedi chi maggior promessa, E più utile fa; dunque che aspette? 25Non istiamo più omai, che ’l tempo cessa, E ’l perder quello spiace a’ più saputi: Adunque omai sagliam, mi dicev’essa. Ver è, Donna gentil, ch’io ho veduti, Risposi, scritti i don, però vedere 30Vorre’ provando quai son posseduti. Ogni cosa dello mondo sapere Non è peccato, ma la iniquitate Si dee lasciare, e quel ch’è ben tenere. Venite adunque qua, che pria provate 35Devono esser le cose leggieri, Ch’entrare in quelle c’han più gravitate. Ora che siamo quasi nel sentieri, Andiam, vediamo questi ben fallaci, Più caro fia poi l’affannar pe’ veri. 40Se tu sapessi quanto son tenaci, E quanto e’ traggon l’uom di via diritta, Non parleresti siccome tu faci. Togliamci quinci, disse, che già fitta Veggo la mente tua, se più ci stai, 45A quel che dice la seconda scritta. Il che lasciar a chi il prende, mai Impossibile par, finchè si more, E per que’ va poi agli eterni guai.

La Donna giva già, ed ecco fore 50Della gran porta due giovani uscire, L’uno era corto e bianco in suo colore, E l’altro rosso, e incominciaro a dire: Dove cercando vai gravoso affanno? Vien dietro a noi, se vogli il tuo disire. 55Sollazzi e festa, come molti fanno, Qua non ti falla, e poi il salir suso Potrai ancor nell’ultimo tuo anno. Il luogo è chiaro e di tenebre schiuso: Vien, vedi almeno, e saliratten poi, 60Se ti parrà noioso esser quaggiuso. Piacevami il dir loro, e già, con voi, Dir voleva, io verrò: ma mi diceva Colei: lascia costoro, andiam su noi. E per la destra man preso m’aveva, 65Seco tirando me in su, e l’uno La mia sinistra e l’altro ancor teneva, Ridendosene insieme, e ciascheduno Tirandomi diceva: vienne, vienne, Cerchi sola costei il cammin bruno. 70Lì d’una parte e d’altra mi ritenne L’esser tirato, dond’io, ben sapete, Volto alla Donna, che io non ho penne A poter su volar, come credete, Nè potrei sostener questi travagli, 75A’ quai dispormi subito volete. Fermata allor mi disse: tu t’abbagli Nel falso immaginar, e credi a questi, Ch’a dritta via son pessimi serragli.

A trarti fuor d’errore, e di molesti 80Disii, discesi, e per voler mostrarti Le vere cose che prima chiedesti, Nè mai avrei lasciato d’aiutarti Col mio veder nelle battaglie avverse: Ma poichè d’altri t’è paciuto darti, 85Trova il cammino dell’opere perse, Ch’io non ti lascerò, mentre che io Vedrò non darti tra quelle diverse, A voler seguitar bestial disio.

Capitolo IV.

Dove l’autore dimostra in una sala una storia, dove vede dipinte le sette scienze, e assai filosofi.

Seguendomi la Donna, com’io lei Pria seguitava, co’ due giovinetti, A man sinistra volsi i passi miei. Intra lor due avean noi due ristretti, 5E con più spesso passo n’andavammo A riguardare i men cari diletti. Andando in tal maniera, noi entrammo Per la gran porta insieme con costoro, Ed in una gran sala ci trovammo. 10Chiara era e bella e risplendente d’oro, D’azzurro di color tutta dipinta Maestrevolemente in suo lavoro. Humana man non credo che sospinta Mai fosse a tanto ingegno, quanto in quella 15Mostrava ogni figura lì distinta: Eccetto se da Giotto, al qual la bella Natura, parte di sè somigliante Non occultò, nell’atto in che suggella.

Noi ci traemmo nella sala avante, 20Quasi nel mezzo d’essa, e quivi stando, Vedevam le figure tutte quante. Ell’era quadra; ond’io che riguardando Giva per tutto, dirizzai il viso Ver l’una delle facce in piede stando. 25Là vid’io pinta con sottil diviso Una donna piacente nell’aspetto, Soave sguardo aveva e dolce riso. La man sinistra teneva un libretto, Verga real la destra, e’ vestimenti 30Porpora gli estimai nell’intelletto. A piè di lei sedevan molte genti Sopra un fiorito e pien d’erbette prato, Alcuni meno e alcuni più eccellenti. Ma dal sinistro e dal suo destro lato 35Sette donne vid’io, dissimiglianti L’una dall’altra in atto ed in parato. Elle eran liete, e lor letizia in canti Pareami dimostrassero, ma io Con l’occhio alquanto più mi trassi avanti. 40Nel verde prato a man destra vid’io Di questa donna, in più notabil sito, Aristotile star con atto pio: Tacito riguardando in sè unito Pensoso mi pareva; e poi appresso 45Isocrate sedea quasi smarrito. Eravi quivi ancor Platon, con esso Melisso, Anassimandro v’era, e Tale, E Speusippo lei mirando spesso.

Raclito ancora, e Ippocras il quale 50In abito mostrava d’aver cura Ancora di sanare il mondan male. Ivi sedeva con sembianza pura Galeno, e con lui era Zenone, E ’l Geometra ch’a dritta misura 55Mosse l’ingegno, sicchè con ragione Oggi s’adopra seguendo suo stile: E dopo lui Democrito e Solone. Insieme con costoro in atto umile Si sedea Tolomeo, e speculava 60Il ciel con intelletto assai sottile, Riguardando una spera che lì stava Ferma davanti, e Tebico con lui, E Abracis ancora in ciò mirava. Averrois e Fedon dopo colui 65Sedevan rimirando la bellezza Di quella donna che onora altrui. Nassagora ancor quella chiarezza Mirava fiso insieme con Timeo, Mostrando in atto di sentir dolcezza. 70Dioscoride ancor v’era, ed Orfeo, Ambepece e Temistio, e poi un poco Esiodo, e Lino, e Timoteo. O quanto quivi in grazïoso gioco Pittagora onorato si vedea, 75E Diogene in sì beato loco! Vie dopo questi ancora mi parea Seneca riguardando ragionare Con Tullio insieme, che con lui sedea.

Innanzi a loro un poco, ciò mi pare, 80 sedea e , Lieto ciascun della donna mirare. Vestito d’umiltà pudico e casto si sedeva ed , Ed altri molti, i qua’ s’a dir m’adasto, 85Non fosse troppo rincrescevol pena Dubbio al lettor, però mi taccio omai, E dirò di color che seco mena Dalla man manca, ov’io mi rivoltai.

Capitolo V.

Come l’autore vede dipinto nella detta sala appiè delle donne, Virgilio, e molti altri poeti, e Dante.

Io dico che dalla sinistra mano Di quella donna vidi un’altra gente, L’abito della qual non guari strano Sembrava di color, che primamente 5Contati abbiam, benchè la vista loro Si stenda ver le donne più fervente. Virgilio mantovan infra costoro Conobb’io quivi più ch’altro esaltato, Siccome degno per lo suo lavoro: 10Ben mostrava nell’atto che a grato Gli eran le sette donne, per le quali Sì altamente avea già poetato: Il ruinar di Troia ed i suoi mali, Di Dido, e di Cartagine e d’Enea, 15Lavorar terre e pascere animali, Trattar negli atti suoi ancor parea. Omero e Orazio quivi dopo lui, Ciascun mirando quelle, si sedea.

A’ quai Lucan seguitava, ne’ cui 20Atti parea ch’ancora la battaglia Di Cesare narrasse, e di colui Magno Pompeo chiamato, che ’n Tessaglia Perdè il campo, e quasi lagrimando Mostra che di Pompeo ancor gli caglia. 25Eravi Ovidio, lo quale poetando Iscrisse tanti versi per amore, Come acquistar si potesse mostrando. Non guari dopo lui fatt’era onore A Giovenal, che ne’ su’ atti ardito 30A mondar falli ancor facea romore. Terenzio dopo lui aveva sito Non men crucciato, e Panfilo, e Pindáro, Ciascun per sè sopra ’l prato fiorito. E Stazio di Tolosa, ancora caro 35Quivi pareva avesse l’aver detto Del teban male e del suo pianto amaro. Bell’uom’ tornato d’asino soletto Si sedeva Apuleio, cui seguiva Varro e Cecilio lieti nell’aspetto. 40Euripide mi par che poi veniva, Antifone, Simonide ed Archita, Parea dicesser ciò ch’ognun sentiva Lì di diletto, e di gioconda vita Insieme ragionando; e dopo questi 45Sallustio quasi in sembianza smarrita Là parea che narrasse de’ molesti Congiuramenti che fe’ Catilina Contra’ Roman, ch’a lui cacciar fur presti.

Al qual Vegezio quivi s’avvicina, 50Claudïano, Persio, ed Agatone, E Marziale in vista non meschina. L’antico e valoroso buon Catone Quivi era nel sembiante assai pensoso, Tenendo con Antigono sermone. 55E vago ne’ suoi atti di riposo, Da una parte mi parve vedere Quel Livïo che fu sì copïoso, Guardando que’ che innanzi a sè sedere Tanti vedea, nell’aspetto contento 60D’avere scritte tante storie vere. Geloso di cotal contentamento Valerio appresso parea che dicesse: Breve mostrai il mio intendimento. Ivi con lor mi parve ch’io vedesse 65Paolo Orosio stare, e altri assai, De’ qua’ non v’era alcun ch’i’ conoscesse. Allora gli occhi alla donna tornai, A cui le sette d’avanti e d’intorno Stavano tutte in atti lieti e gai. 70Dentro del coro delle donne adorno, In mezzo di quel loco ove faciéno Li savii antichi contento soggiorno, Riguardando vid’io di gioia pieno Onorar festeggiando un gran poeta, 75Tanto che ’l dire alla vista vien meno. Aveali la gran donna mansueta D’alloro una corona in sulla testa Posta, e di ciò ciascun’altra era lieta.

E vedend’io così mirabil festa, Per lui raffigurar mi fe’ vicino, Fra me dicendo, gran cosa fia questa. Trattomi così innanzi un pocolino, Non conoscendol, la donna mi disse: Costui è Dante Alighier Fiorentino, Il qual con eccellente stil vi scrisse Il sommo Ben, le Pene, e la gran Morte: Gloria fu delle muse mentre visse, Nè qui rifiutan d’esser sue consorte.

Capitolo VI.

Come l’autore vede dipinto nella bella sala la Gloria del mondo in atto d’una donna.

Al suon di quella voce grazïosa, Che nominò il maestro, dal qual’io Tengo ogni ben, se nullo in me sen posa: Benedetto sia tu, eterno Iddio, 5C’hai conceduto ch’io possa vedere In onor degno ciò ch’avea in disio, Incominciai allora, nè potere Aveva di partir gli occhi dal loco, Dove parea il signor d’ogni savere, 10Tra me dicendo: deh perchè il foco Di Lachesi per Antropo si stuta In uomo sì eccellente, o dura poco? Viva la fama tua, o ben saputa Gloria de’ Fiorentin, da’ quali, ingrati, 15Fu la tua vita assai mal conosciuta! Molto si posson riputar beati Color che già ti seppero, e colei Che ’n te s’incinse, onde siamo avvisati.

Io riguardava, e mai non mi sarei 20Saziato di mirarlo, se non fosse, Che quella Donna che i passi miei Là entro con que’ due insieme mosse, Mi disse: che pur miri? Forse credi Rendergli col mirar le morte posse? 25E’ c’è altro a veder che tu non vedi: Tu hai costì veduto; volgi omai Gli occhi a que’ del mondan romore eredi; I quali, quando riguardati avrai, Di quinci andremo, che lo star mi sgrata. 30A cui io dissi: Donna tu non sai Neente, perchè tal mirar m’aggrata Costui cui miro, che se tu il sapessi, Non parleresti forse sì turbata. Veramente se tu il mi dicessi 35Nol saprei me’, rispose quella allora, Ma perder tempo è pur mirare ad essi. Oltre passai senza far più dimora Con gli occhi a riguardar (lasciando stare Quel ch’io disio di rivedere ancora) 40Là dove a colei piacque che voltare Io mi dovessi, e vidi in quella parte Cosa ch’ancor mirabile mi pare. Odi: che mai natura con sua arte Forma non diede a sì bella figura; 45Non Citerea allor ch’ell’amò Marte, Nè quando Adon le piacque, con sua cura Si fe’ sì bella, quanto infra gran gente Donna pareva lì leggiadra e pura.

Tutti lì soprastava veramente 50Di ricche pietre coronata e d’oro, Nell’aspetto magnanima e possente: Ardita sopra un carro tra costoro Grande e trionfal lieta sedea, Ornato tutto di frondi d’alloro, 55Mirando questa gente: in man tenea Una spada tagliente, con la quale Che ’l mondo minacciasse mi parea. Il suo vestire a guisa imperïale Era, e teneva nella man sinestra 60Un pomo d’oro: e ’n trono alla reale Vidi sedeva, e dalla sua man destra Due cavalli eran che col petto forte Traeano il carro tra la gente alpestra. E intra l’altre cose, che iscorte 65Quivi furon da me intorno a questa Sovrana donna, nemica di morte, Nel magnanimo aspetto fu, ch’a sesta Un cerchio si movea grande e ritondo Da’ piè passando a lei sopra la testa. 70Nè credo che sia cosa in tutto ’l mondo, Villa, paese dimestico o strano, Che non paresse dentro da quel tondo. Era sopra costei, e non invano, Scritto un verso, che dicea leggendo: 75Io son la Gloria del popol mondano. Così mirando questa, e provedendo Ciò che d’intorno, di sopra e di sotto Le dimorava, e chi la gía seguendo,

O lei mirava; senza parlar motto 80Per lungo spazio in ver di lei sospeso Tanto stett’io, che d’altra cura rotto Nella mente sentimmi, e il viso steso Diedi a mirar il popolo che andava Dietro a costei, chi lieto e chi offeso, 85Siccome nel mio credere estimava: E quivi più e più ne vidi, e quale Conobbi, se ’l parer non m’ingannava, Onde al disio di mirar crebbi l’ale.

Capitolo VII.

Dove si contiene chi seguì la fama del mondo, fra’ quali fu Giano, Saturno, Nembrotto e altri assai.

Tra gli altri che io vidi presso a questa, Fu Giano, ch’esser stato abitatore Dell’italici regni facea festa. Turbato nello aspetto, e di furore 5Pien seguiva Saturno, cui il figlio Mandò mendico per esser signore. Il superbo Nembrotto, che ’l gran piglio In Senaar fe’ per voler gire a Dio, Stordito v’era senza alcun consiglio. 10Lunghesso Fauno e Pico là vid’io Seguire, ed il gran Belo dopo loro, Mirando ognun la donna con disío. Elettra ed Atalanta con costoro Givano insieme, e dopo lor seguire 15Italo vidi senza alcun dimoro. Robusto si mostrava e pien d’ardire Dardano quivi con un freno in mano, E nello atto parea volesse dire:

Io fui colui nel mondo primerano, 20Il qual col freno in Tessaglia domai Il caval primo in uso ancora strano Mirabilmente, e sì edificai Primo quella città, che poscia Troia Chiamaro i successor ch’io vi lasciai. 25Appresso il qual mostrando in atto gioia Seguia Sicul, che l’Isola del fuoco Prima abitò in pace e senza noia. Troilo ancora in quel medesmo loco Coverto d’oro tutto risplendea, 30Facendosi alla donna a poco a poco. Rigido e fiero quivi si vedea Nino, che prima il suo natural sito Per battaglia maggior fe’, che parea Ancor che minacciasse insuperbito; 35E dopo lui seguiva la sua sposa Con sembiante non men che ’l suo ardito: Tanto rubesta, e così furïosa Vi si mostrava, come quando a lui Succedette nel regno valorosa. 40Tamiri poi seguitava, nel cui Viso superbia saria figurata, Con gli occhi ardenti spaventando altrui. Anfion poi con labbia consolata Vi conobb’io al suon, dal cui liuto 45Fu Tebe prima di muri cerchiata. Retro a lui Niobe, il cui arguto Parlar fu prima cagion del suo male, E del danno de’ figli ricevuto.

Poi seguitava Danao, dal quale 50L’antico popol greco veramente Trasse il suo principio originale. A cui di dietro quel Serse possente, Che fe’ sopra Ellesponto il lungo ponte, Venia, freno all’orgoglio della gente. 55Riguardando la donna colla fronte Alzata, venia Ciro poco appresso, Di cui l’opere furo altiere e conte. Laumedon sen veniva dopo esso Con molti successor dietro alle spalle, 60De’ qua’ giva Priamo oltre con esso. Anchise seguitava nel lor calle: Appresso il qual, colui venía correndo Che le Dee vide nell’oscura valle: Nello aspetto parea ch’ancor ridendo 65Andasse di ciò ch’egli aveva fatto, Quando di Grecia si partì fuggendo. Dopo costui Enea seguia con atto Pietoso molto, e non molto distante Giulio Ascanio il seguitava ratto. 70O quanto ardito e fiero nel sembiante Quivi pareva Ettor sopra un destriere, Tra tutti i suoi di molto oro micante. Bello e gentil nell’aspetto a vedere Era, con una lancia in mano andando 75Ver quella donna lieto al mio parere. Risplendea quivi ancora cavalcando Alessandro, che ’l mondo assalì tutto, Con forza lui a sè sotto recando,

Il qual con fretta voleva al postutto 80Toccare il cerchio, ove colei posava, Cui questi disiavan per lor frutto. E il re Filippo e Nectaneb gli andava Ciascuno appresso rimirando quello, Che nello aspetto se ne glorïava. 85Veniva in su un caval corrente e snello Darïo corrucciato nello aspetto, E con sembiante dispettoso e fello, E senza aver di tale andar diletto.

Capitolo VIII.

Della medesima Fama, e come dopo costoro seguita Salomone, e Assalonne e altri.

Mirando avanti con ferma intenzione, Veder mi parve quel re eccellente Che fu sì savio, io dico Salomone. Eravi ancor Sansone, che possente 5Di forza corporal più ch’altro mai Fu che nascesse fra l’umana gente. Nel riguardar più innanzi affigurai Il viso d’Assalon, che più bellezza Ebbe nel mondo che altro giammai. 10Tra questi pien d’orgoglio e di fierezza Seguendo cavalcava Capaneo, Che ne’ suoi atti ancora Iddio sprezza. Eteocle era quivi con Tideo, Adrasto re pensante e doloroso 15Del perder che d’intorno a Tebe feo. Ancora si mostrava il valoroso Polinice; Broccardo il seguitava, E ’l re Licurgo, e Giasone animoso.

Di retro al quale Pelleo cavalcava, 20Con quella lancia in man che prima morte, Poi medicina a sua ferita dava. Veniva appresso vigoroso e forte Achille col figliuol, che sì spietata Vendetta fe’, quando l’antiche porte 25Non serraron più Troia, che l’entrata Avevan data al gran caval ripieno Della nemica gente tutta armata. Questo crudel senza mezzo seguieno Diomede ed Ulisse, e ad aguati 30Andare ancor pensando mi pariéno. Vigoroso di dietro a loro, armati Patricolo veniva ed Antenóre, Ciascun cogli occhi ver la Donna alzati. Ercole v’era, il cui sommo valore 35Lungo saria a voler recitare, Perch’ebbe già d’assai battaglie onore. Anteo dopo lui vi vidi stare, Ch’ancor parea che ’n atto si dolesse Di ciò che già gli fe’ Ercol provare. 40Veniva poi Minos, come se stesse Ancor davanti Atene tutto armato, Nè d’Androgeo parea più gli calesse. O quanto d’ira pareva infiammato, D’ira e di mal talento Menelao, 45Seguendo Agamennon dal destro lato! Il qual seguiva poi Protesilao, Bello e grazïoso nello aspetto, E dopo lui cavalcava Anfiarao;

Che i suoi lasciò ad oste nel cospetto 50Di Tebe, ruinando a’ dolorosi C’hanno perduto il ben dell’intelletto. Venivan dopo lui molti animosi, Insieme con Teseo Demofoonte, Di toccar quella Donna disïosi. 55I qua’ seguia con dolorosa fronte Egeo, che per veder le vele nere Si gittò in mar dall’alta torre sponte. Turno pareva quivi che di vere Lagrime avesse tutto molle il viso, 60Dogliendosi del troian forestiere. Ed Eurialo ancora v’era, e Niso, Mostrandosi piagati, come foro Ciascun di lor, l’un per l’altro conquiso. Non molto spazio poi dietro a costoro 65Latino sen veniva a piccol passo, Pallante e Creso poi, e dopo loro Giarba veniva nello aspetto lasso, Andandosi di Dido ancor dolendo, Perchè ad altro uom di lui fece trapasso, 70Helena dopo lui portava ardendo Di foco un gran tizzone; e pur costei Miravan molti sè stessi offendendo. Oreste niquitoso dopo lei Con un coltello in man sen giva fello, 75Nell’atto minacciando ancor colei Del corpo a cui uscì: e poi dop’ello Venia broccando la Pantasilea Lieta nel viso grazïoso e bello.

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