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La Teseide

Giovanni Boccaccio · 1831 · Free in the US

65,749 words · about 4 h 36 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
About this edition

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Licence: PD-US · Published in 1831 (before 1931): public domain in the United States. Text and transcription from it Wikisource by Wikisource contributors (transcription licensed CC BY-SA 4.0; contributors: https://it.wikisource.org/w/index.php?title=La_Teseide&action=history). · Wikisource contributors

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About this book

Author
Giovanni Boccaccio
Language
Italian
Published
1831
Length
65,749 words · about 4 h 36 min
Sections
20 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (20)
  1. Front matter under 1 min
  2. Frontespizio del vol. IX under 1 min
  3. Frontespizio under 1 min
  4. Avvertimento about 6 min
  5. A Fiammetta about 6 min
  6. Argomento under 1 min
  7. Libro primo about 29 min
  8. Libro secondo about 21 min
  9. Libro terzo about 18 min
  10. Libro quarto about 20 min
  11. Libro quinto about 23 min
  12. Libro sesto about 15 min
  13. Libro settimo about 31 min
  14. Libro ottavo about 27 min
  15. Libro nono about 18 min
  16. Libro decimo about 24 min
  17. Libro undecimo about 19 min
  18. Libro duodecimo about 18 min
  19. Sonetto alle muse under 1 min
  20. Risposta delle Muse under 1 min

Continue:

Front matter

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Indice

La Teseide

Frontespizio del vol. IX

fi

Col benigno Sovrano rescritto del dì 9 Giugno 1826, fu conceduta ad Ignazio Moutier la privativa per anni otto della stampa delle Opere volgari di Giovanni Boccaccio.

Frontespizio

fi

Avvertimento

Nel riprodurre la Teseide del Boccaccio nuovamente emendata su i manoscritti, e con grandissima diligenza ridotta a sincera lezione, premetto un breve cenno per istruire il lettore del sistema da me osservato per ottenere lo scopo prefissomi. È noto generalmente quanto rare siano l’antiche edizioni di questo poema, giacchè un piccolissimo numero di esemplari adornano poche delle più cospicue biblioteche d’Europa. Da questa loro rarità ne è derivato che pochissimo è stata conosciuta questa poetica fatica del Boccaccio, e pochi studiosi della lingua italiana ebbero tutto l’agio che si conviene a sì fatti studii per conoscere i pregi dei quali abbonda la Teseide del Boccaccio. Benchè sia omai fuori di controversia il principio, che gli scrittori del trecento, e specialmente i toscani, siano i veri fondamenti di nostra lingua, pure vi son sempre, come vi sono stati, dei caldi oppositori di questa massima, ma ciò prova evidentemente che il vero ha sempre delle persone che hanno interesse di combatterlo. Fra i principali scrittori di questo secolo primeggia il Boccaccio, ma non si legge dai più che il suo , e v’ha chi ignora che molte altre opere vadano adorne di tanto nome. Ridestatosi col cadere dello scorso secolo l’amore per lo studio degli antichi classici nostri, una critica più ragionata e sottile ne facilitò la pratica nel secolo in cui siamo con accurate edizioni, benchè io sia lungi dall’affermare che quel molto che è stato fatto non risenta forse di troppo dei vecchi pregiudizii e dei nuovi. La mania di riprodurre nelle stampe le storpiature e gli errori degli antichi codici, fa un singolar contrasto con il condannabile principio di coloro che vorrebbero che le antiche scritture fossero riprodotte con l’acconciatura elegante dello scriver moderno, sostituendo cioè alle antiche voci e modi di dire fuori d’uso, le voci e le forme dell’odierna scrittura.

Io stimo che non siavi proprietà più legittima delle pruduzioni d’ingegno, ed esser perciò reprensibile chiunque attenti all’opere altrui, riproducendole espressamente alterate dal modo col quale furon dettate dal suo autore. E se questo diritto vien reclamato dagli scrittori viventi, con molto maggior ragione dovrebbesi rispettare nelle scritture degli antichi, e principalmente in quelle che sono fondamento e norma di nostra lingua, unico comun patrimonio della nostra bella penisola.

È tempo omai che gli editori degli antichi classici si convincano, che il più retto e vero principio da tenersi nelle nuove ristampe è quello che ha per unico scopo di riprodurre l’opera altrui nella forma originale con la quale fu dettata, consultando sempre a preferenza i manoscritti che più si approssimano al tempo in cui fiorì lo scrittore, e voler piuttosto con- servare qualche periodo duro, o intralciato, e anche scorretto, che aggiungere o variare cosa alcuna a proprio capriccio. Questo religioso sistema di inserire nella stampa le voci tutte come furono dettate originalmente, non è applicabile al modo col quale si trovano scritte, giacchè ognun sa che gli antichi non conoscevano l’ortografia, e i nostri buoni scrittori toscani pronunziavano bene, ma scrivevano male, e lo stesso vediamo tuttora accadere delle persone men culte: onde è chiaro convenire che è dovere del diligente editore di addirizzare quelle voci che si trovano erroneamente scritte, e di soccorrere la scrittura col miglior sistema ortografico, che sarà sempre quello i cui segni agevolano l’intelligenza del testo.

Non mi occuperò a fare una storia delle antiche e rarissime edizioni della Teseide del Boccaccio per amore di brevità, ma parlerò soltanto dell’ultima eseguita in Milano per il Silvestri nel 1819. Questa edizione fu fatta seguendo esclusivamente la lezione di un codice già appartenuto al conte Camposampiero, il quale ne aveva tratta copia, e confrontatala con altro testo a penna del Sec. XIV. derivante da Ravenna, e con l’edizione di Ferrara del 1475. Questa copia del Camposampiero fu offerta all’editore Silvestri dal dottissimo Sig. Ab. Daniel Francesconi, bibliotecario dell’I.R. Università di Padova, e l’editore si accinse a stamparla, deliberando, com’egli dice, di corredarla delle varie lezioni dell’edizioni e de’ testi a penna, ma l’opera riuscendo di troppa mole, fece la risoluzione di darla finalmente fuori tale quale stava nella copia del codice Cam- posampiero. Ma disgraziatamente non si avvide che questa copia era una madre tanto sconcia e deforme, che non doveva produrre se non un aborto, e così appunto riuscì la di lui sospirata edizione. Se lo stampatore avesse tratto partito dalle varianti che gli erano state comunicate avrebbe fatto certamente opera migliore, poichè è evidente che il codice Camposampiero è infedele; benchè io abbia sempre un forte dubbio nell’animo che mi spinge a credere, che la copia che servì per la stampa fosse fatta da mano o poco fedele, o poco pratica dell’antica scrittura. Di fatto sono tante e tali le alterazioni che s’incontrano nell’edizione del Silvestri confrontandola con gli antichi codici della Teseide, che io oserei credere che molti sbagli siano derivati da una troppo ardita pratica dell’editore di variare a proprio talento ciò che gli poteva sembrare o duro o errato, e forse anche l’imperizia o la poca cura nel leggere il codice, piuttosto che attribuirli tutti all’antico emanuense. E ciò sia detto per non denigrare alla fama di cui gode il codice Camposampiero, che io non conosco che per l’edizione del Silvestri: ma per confermare col fatto quanto di sopra ho asserito, basterà, io credo, di porre sotto gli occhi del diligente lettore una nota delle principali varianti che s’incontrano fra l’edizione milanese e la presente.

Non esistendo nessun codice autografo della Teseide, bisognava ricorrere ai più antichi e corretti,

fra quelli che potevansi consultare con agio e facilità. Due principalmente furono da me prescelti per guida

all’emendazione della Teseide, ambidue appartenenti alla doviziosissima libreria Riccardiana di questa città, il cui bibliotecario, Sig. Dottore Luigi Rigoli, amantissimo com’egli è di nostra lingua, non solo ne permette il libero studio, ma con amichevoli e gentili maniere ne conforta all’impresa. Il primo segnato di N. 1057, è un codice cartaceo in foglio scritto a due colonne, con le iniziali e titoli in rosso; nel principio si legge: Inchomincia Illibro chiamato Teseida conpilato per messere Giovanni Bochacci poeta fiorentino. Prosa. Copiato dimano di Giovanni Tolosini. Cominciato a dì vi di Giennaio 1411. E in fine: Finito a dì 31 di Giennaio 1411. È composto di pagine 92 numerate. L’altro è un codice cartaceo in foglio segnato di N. 1056, e benchè il suo copiatore non fosse toscano, come appare dalle frequenti storpiature delle voci, pure il testo proviene da fonte molto autorevole. Vi

sono alcune note nel margine della mano medesima che scrisse il testo, le quali vertono intorno a nozioni mitologiche: ve ne sono pure altre di mano di Anton Maria Salvini, benchè in scarso numero e assai laconiche, e meramente filologiche. Mancano a questo codice le due prime pagine, e comincia dall’Ottava 18 del libro I. E quando parve tempo al buon Teseo etc. Contiene tutto intero il poema del Boccaccio, ma la pagina 127, che è l’ultima della Teseide, è strappata più su che alla metà, perchè alla pagina a tergo ne seguiva un altro breve componimento del Boccaccio intitolato la Ruffianella, che occupava le pagine 128 e 129, che una mal nata opinione stimò dover mutilare. Di questa più che erotica composizione del Boccaccio se ne leggono soltanto i primi tredici versi, col titolo: Detto di messer Giovanni Boccacci. La scrittura è del secolo XV poco inoltrato. Di molta utilità mi sono stati altri codici MS., e particolarmente altri due riccardiani, uno segnato di N. 1058, cartaceo in foglio di pagine 149, del secolo XV inoltrato, e l’altro N. 2733 cartaceo in foglio a due colonne, con iniziali rosse e turchine, scritto da Fruosino di Cece da Verrazzano essendo castellano in Pisa nel 1481, come in fine si legge. Il testo di questo MS. è sufficientemente corretto, e contiene inoltre altre poesie di diversi.

Tutti i codici da me riscontrati non hanno l’ottava 47 del libro IX di questa edizione, che però non ho voluto torre, trovandola nell’edizione milanese: al contrario tutti contengono l’ottava 44 dello stesso libro, la quale manca nell’edizione predetta.

Benchè io abbia impiegato all’emendazione della Teseide tutta la maggior possibile diligenza, e non dubiti punto dell’autorità dei codici dei quali mi son valso, pure son ben lontano dalla convinzione di aver fatto un lavoro perfetto, perchè lo credo impossibile. Posso per altro assicurare gli studiosi di nostra lingua, che se la Teseide da me riprodotta non sarà scrupolosamente parlando quale uscì dalla penna dell’autore, se ne avvicinerà però tanto, quanto lo permettevano i buoni e autorevoli manoscritti dei quali ho fatto uso, preferendo sempre la lezione migliore.

A Fiammetta

Comechè a memoria tornandomi le felicità trapassate, nella miseria vedendomi dove io sono, mi sieno di grave dolore manifesta cagione, non m’è per tanto discaro il riducere spesso nella faticata mente, o crudel Donna, la piacevole immagine della vostra intera bellezza; la quale, più possente che ’l mio proponimento, di sè e di Amore, giovane di anni e di senno, mi fece soggetto: e quella quante volte mi venne con intero animo contemplando, piuttosto celestiale che umana figura esser con meco dilibero. E che essa quello che io considero sia, il suo effetto ne porge argomento chiarissimo; perocchè ella con gli occhi della mia mente mirata, nel mezzo delle mie pene ingannando, non so con che ascosa soavità, l’afflitto cuore, gli fa quasi le sue continove amaritudini obliare, e in quello di sè medesimo genera un pensiero umilissimo, il quale mi dice: questa è quella Fiammetta, la luce de’ cui begli occhi prima i nostri accese, e già fece contenti con gli atti suoi gran parte de’ nostri ferventi disii. O quanto allora me a me togliendo di mente, parendomi essere ne’ primi tempi, li quali, io non immerito, ora conosco essere stati felici, sento consolazione. E certo se non fossono le pronte sollecitudini, delle quali la nimica fortuna m’ha circondato, che non una volta ma mille in ogni piccolo momento di tempo con punture non mai provate mi spronano, io credo che così contemplando, quasi gli ultimi termini della mia beatitudine abbracciando morre’ mi. Tirato adunque da quello a che, quantunque sia stato lungo lo spazio, appena essere stato mi pare, quale io rimanga, Amore, che i miei sospiri conosce, il può vedere: il quale, ancorachè voi ingiustamente di piacevole sdegnosa siate tornata, però non mi abbandona. Nè possono nè potranno le cose avverse, nè il vostro turbato aspetto spegnere nell’animo quella fiamma, la quale, mediante la vostra bellezza, esso vi accese; anzi essa più fervente che mai con isperanza verdissima vi nutrica. Sono adunque del numero de’ suoi soggetti com’io solea. Vero è che dove bene avventurato già fui, ora infelicissimo mi ritrovo, siccome voi volete, di tanto solamente appagato, che torre non mi potete ch’io non mi tenga pur vostro, e ch’io non v’ami; postochè voi per vostro mi rifiutate, e il mio amarvi forse più gravezza che piacere riputiate: e tanto mi hanno, oltre a questo, le cose traverse di conoscimento lasciato, che io sento che per umiltà ben servendo ogni durezza si vince, e merita uomo guiderdone. La qual cosa non so se a me averrà; ma come che seguire me ne debbia, nè da sè mi vedrà diviso umiltade, nè fedele servire stanco giammai. E acciocchè l’opera sia verissimo testimonio alle parole, ricordandomi che già ne’ dì più felici che lunghi io vi sentii vaga d’udire, e talvolta di leggere e una e altra storia, e massimamente le amorose, siccome quella che tutta ardeva nel fuoco nel quale io ardo (e questo forse faciavate, acciocchè i tediosi tempi con ozio non fossono cagione di pensieri più nocevoli); come volonteroso servidore, il quale non solamente il comandamento aspetta del suo maggiore, ma quello, operando quelle cose che piacciono, previene: trovata una antichissima storia, e al più delle genti non manifesta, bella sì per la materia della quale parla, che è d’amore, e sì per coloro de’ quali dice che nobili giovani furono e di real sangue discesi, in latino volgare e in rima acciocchè più dilettasse, e massimamente a voi, che già con sommo titolo le mie rime esaltaste, con quella sollecitudine che conceduta mi fu dell’altre più gravi, desiderando di piacervi, ho ridotta. E ch’ella da me per voi sia compilata, due cose fra le altre il manifestano. L’una si è, che ciò che sotto il nome dell’uno de’ due amanti e della giovine amata si conta essere stato, ricordandovi bene, e io a voi di me, e voi a me di voi (se non mentiste) potrete conoscere essere stato fatto, e detto in parte. Quale de’ due si sia non discopro, chè so che ve ne avvedrete. Se forse alcune cose soperchie vi fossono, il voler bene coprire ciò che non è onesto manifestare, da noi due infuori, e ’l volere la storia seguire, ne sono cagione: ed oltre a ciò dovete sapere che solo il bomero aiutato da molti ingegni fende la terra. Potrete adunque e quale fosse innanzi, e quale sia stata poi la vita mia, che più non mi voleste per vostro, discernere. L’altra si è il non aver cessata nè storia, nè favella, nè chiuso parlare in altra guisa; conciossiacosachè le donne siccome poco intelligenti ne sogliono essere schife: ma perocchè per intelletto e notizia delle cose predette voi dalla turba dell’altre separata conosco, libero mi concessi il porle a mio piacere; e acciocchè l’opera, la quale alquanto par lunga, non sia prima rincresciuta che letta, desiderando di disporre con affezione la vostra mente a vederla, se le già dette cose non l’avessono disposta, sotto brevità sommariamente qui appresso di tutta l’opera vi pongo la contenenza.

Dico adunque, che dovendo narrare di due giovani nobilissimi tebani Arcita e Palemone, come innamorati di Emilia Amazzone per lei combattessono, posta la invocazione poetica, mi parve da dimostrare d’onde la donna fosse, e come ad Atene venisse, e chi fossero essi, e come quivi venissero similemente: laonde, siccome promesso v’ho, alla loro storia due se ne pongono; e primamente, dopo la invocazione predetta, disegnato il tempo nel quale le seguenti cose furono, la battaglia fatta da Teseo con Ippolita reina delle Amazzoni, e la cagione di essa e la vittoria seguíta discrivo: procedendo oltre, come Teseo prese Ippolita per isposa, e con lei insieme Emilia sua sorella trionfando ne menò ad Atene: quivi, acciocchè onde e come i due amanti venissono sia aperto, un’altra battaglia e la felice vittoria della quale seguíta, fatta da Teseo co’ Tebani, premessa la cagione, si disegna; e come appare, i due giovani presi in quella, parte del trionfo di Teseo, vennono in Atene, dove e come da lui imprigionati furono, e come e in quel tempo di Emilia s’innamorassono, procedendo si legge. Pervenendo poi da questo alla liberazione fatta di Arcita, a’ preghi di Peritóo, e al pellegrinaggio suo ad Egina, e alla sua vita, e alla tornata di esso sconosciuto ad Atene, e al suo dimorare con Teseo. Quindi scrivendo quale Palemone rimanesse, e come a lui la tornata di Arcita sotto cambiato nome si discoprisse, e come per lo ingegno di Panfilo suo famigliare egli uscisse della prigione, e la battaglia per lui fatta nel bosco; mostrando appresso come da Emilia prima combattendo veduti, e poi da Teseo riconosciuti fossero, manifestandosi essi medesimi; e quello che Teseo con loro componesse, e la loro tornata in Atene: dichiarando poi qual fosse la vita loro, e l’avvenimento di molti principi a una futura battaglia, e i sacrificii fatti da loro e da Emilia, e poi la loro battaglia, e chi vincesse; e dopo a tutte queste cose l’infortunio di Arcita, e il suo trionfo, la liberazione di Palemone, le sponsalizie di Emilia, e la morte di Arcita si pongono interamente; giungendosi ad esse l’onore publico fattogli da Teseo e dagli altri greci principi a seppellirlo, ed il mirabile tempio nel quale le sue ceneri furono poste; e ultimamente come Emilia fosse conceduta a Palemone, e le sue nozze, e de’ principi la partita finendo si trova.

Le quali cose se tutte insieme, e ciascuna per sè, o nobilissima Donna, da voi con sana mente saranno pensate, potrete quello che di sopra dissi conoscere; e quindi la mia affezione discernendo, il preso orgoglio lasciare, e lasciato potrete la mia miseria in desiderata felicità ritornare. Ma se pure gravi vi fossono le dette cose, e vincesse la vostra alterezza la mia umiltà, in questo una cosa sola per supremo dono addomando, che dando ad essa luogo, il presente piccolo libretto, poco presente alla vostra grandezza, ma grande alla piccolezza mia, tegnate. Questo, se ’l fate, alcuna volta ne’ miei affanni sarà di refrigerio cagione, pensando che in quelle dilicate mani, nelle quali io più non oso venire, una delle mie cose alcuna volta pervenga. Io procederei a molti più preghi, se quella grazia, la quale io ebbi già in voi, non se ne fosse andata. Ma perocchè io del niego dubito con ragione, non volendo che a quell’uno che di sopra ho fatto, e che spero, siccome giusto, di ottenere, gli altri nocessero, e senza essermene niuno conceduto mi rimanessi, mi taccio; ultimamente pregando colui che mi vi diede, allorachè io pri- mieramente vi vidi, che se in lui quelle forze sono che già furono, raccendendo in voi la spenta fiamma a me vi renda, la quale, non so per che cagione, inimica fortuna m’ha tolta.

Argomento

Nel primo vince Teseo le Amazzone, Nel secondo Creonte cortamente; Nel terzo Amore, Arcita e Palemone Occupa. Il quarto mostra la dolente

Vita d’Arcita uscito di prigione: Il quinto la battaglia virilmente Da Penteo fatta col suo compagnone: E ’l sesto poi convoca molta gente

Alla battaglia: il settimo gli arrena: L’ottavo l’un di lor fa vincitore: Il nono mostra il trionfo e la pena

Di Arcita, e l’altro il suo mortal dolore: E l’undecimo Arcita al rogo mena: L’ultimo Emilia dona all’amadore.

Libro primo

La prima parte di questo libretto A chi ’l riguarda mostra apertamente La cagion che Teseo fece fervente A vengiar delle Amazzone il difetto: E come el fosse in Scitïa provetto Col suo navilio e con l’armata gente, E come il suo discender primamente Gli fosse dalle Amazzone interdetto; Mostrando appresso come discendesse Per viva forza; e come combattendo Con quelle donne poscia le vincesse, L’assedio poi alla città ponendo; E come a patti Ippolita si desse, Con pace lui per marito prendendo.

O Sorelle Castalie, che nel monte Elicona contente dimorate D’intorno al sacro gorgoneo fonte, Sottesso l’ombra delle frondi amate Da Febo, delle quali ancor la fronte Spero d’ornarmi sol che ’l concediate, Le sante orecchie a’ miei preghi porgete, E quegli udite come voi dovete.

E’ m’è venuta voglia con pietosa Rima di scriver una storia antica, Tanto negli anni riposta e nascosa, Che latino autor non par ne dica, Per quel ch’i’ senta, in libro alcuna cosa. Dunque sì fate che la mia fatica Sia grazïosa a chi ne fia lettore, O in altra maniera ascoltatore.

Siate presenti, o Marte rubicondo, Nelle tue armi rigido e feroce, E tu, Madre d’Amor, col tuo giocondo E lieto aspetto, e ’l tuo Figliuol veloce Co’ dardi suoi possenti in ogni mondo; E sostenete la mano e la voce Di me, che intendo i vostri effetti dire Con poco bene e pien d’assai martíre.

E voi, nel cui cospetto il dir presente Forse verrà, com’io spero ancora, Quant’io più posso prego umilemente, Per quel signor ch’e’ gentili innamora, Che attendiate con intera mente: Voi udirete com’egli scolora Ne’ casi avversi ciascun suo seguace, E come dopo affanno e’ doni pace.

E questo con assai chiara ragione Comprenderete, udendo raccontare D’Arcita i fatti e del buon Palemone, Di real sangue nati, come appare, E amenduni Tebani, e a quistione, Parenti essendo, per superchio amare Emilia bella, vennero, Amazzona, D’onde l’un d’essi perdè la persona.

Al tempo che Egeo re d’Atene era, Fur donne in Scitia crude e dispiatate Alle qua’ forse parea cosa fera Esser da’ maschi lor signoreggiate; Perchè adunate con sentenza altera Diliberar non esser soggiogate, Ma di voler per lor la signoria, E trovar modo a fornir lor follia.

E come fér le nipoti di Belo Nel tempo cheto agli novelli sposi, Così costor ciascuna col suo telo Da’ maschi suoi gli spirti sanguinosi Cacciò, lasciando lor di mortal gelo Tututti freddi in modi dispettosi: E in cotal modo libere si fero, Benchè poi mantenersi non potero.

Recato adunque co’ ferri ad effetto Lor mal voler, voller maestra e duce Che correggesse ciascun lor difetto, Ed a ben viver desse forma e luce. Nè a tal voglia dier lungo rispetto, Ma delle donne che ’l loco produce Elesser per reina in la lor terra Ippolita gentil mastra di guerra.

La quale ancora che femmina fosse, E di bellezza piena oltra misura, Prese la signoria, e si rimosse Da sè ciascuna femminil paura; Ed in tal guisa ordinò le sue posse, Che ’l regno suo e sè fece sicura; Nè di vicine genti avea dottanza, Sì si fidava nella sua possanza.

Regnando adunque animosa costei, Alle sue donne fe’ comandamento, Che Greci, o Traci, Egizii o Sabei, Nè uomin altri alcun nel tenimento Entrar lasciasson, s’elle avean di lei La grazia cara, ma ciascuno spento Di vita fosse che vi si accostasse, Se subito il terren non isgombrasse.

Se per ventura lì fosser venute Femmine di qual parte si volesse, Da lor benignamente ricevute Comandò fosser, e se a lor piacesse D’esser con loro insieme, ritenute Dovesson esser, sicchè si riempiesse Il loco di color ch’ivi morieno Di quelle che d’altronde lì venieno.

Sotto tal legge più anni quel regno Stette, ed i porti furon ben guardati: Sicchè non vi venía nave nè legno, O da fortuna o da altro menati Che fosser lì, che non lasciasser pegno Oltra al piacer di loro, e malmenati Lor conveniva del luogo fuggire, Se non volevan miseri morire.

A questo scotto i Greci assai sovente Incappavan per lor disavventura: Perchè a Teseo il lor signor possente Duca di Atene spesso con rancura Eran porti richiami di tal gente, E di lor crudeltade a dismisura: Ond’egli in sè di ciò forte crucciato Propose di purgar cotal peccato.

Marte tornava allora sanguinoso Dal bosco, dentro al qual guidata avea Con tristo agurio del re furïoso Di Tebe l’aspra schiera, e si tenea Lo scudo di Tideo, il qual pomposo Della vittoria, siccome potea, Ad una quercia l’aveva appiccato Cotal qual era, a Marte consagrato.

E in cotal guisa in Tracia ritornando, Si fe’ sentire al crucciato Teseo, In lui di sè un fier caldo lasciando. E col suo carro avanti procedeo, Dovunque e’ giva lo cielo infiammando; Poi nelle valli del monte Rifeo Ne’ templi suoi posando si raffisse, Sperando ben che ciò che fu avvenisse.

Quinci Teseo magnanimo chiamare Li baron greci fe’ , e a lor propose Ch’egli intendea voler vendicare La crudeltà e l’opere noiose Delle Amazzoni donne, ed a ciò fare Richiese lor, nelle cui virtuose Opere si fidava: e ciascun tosto Rispose, sè al suo piacer disposto.

Commossi adunque i popoli d’intorno, Qual per dovere e qual per amistate, Tutti in Atene in un nomato giorno Si ragunar con quella quantitate Ch’ognun potea, e senza far soggiorno, Sopra le navi già apparecchiate Cavalli ed arme ciascun caricava Con ciò che a fare oste bisognava.

E quando e’ parve tempo al buon Teseo Di navicar, veggendol chiaro e bello, Tutta la gente sua raccoglier feo Con debito dover; siccome quello Che altravolta il buon partito e ’l reo Del mar provato aveva, e piano e fello, E nel mar col suo stuol tutto si trasse, Vento aspettando ch’al gir gl’invitasse.

Essendo a tal partito sopra l’onde La greca gente bene apparecchiata, La notte che le cose ci nasconde Aveva l’aria tututta occupata: Onde alcun dorme, e tal guarda e risponde, E così infino alla stella levata; La qual sì tosto com’ella appario, L’ammiraglio dell’oste si sentio.

A riguardare il ciel col viso alzato Tutto si diede, e quindi fe’ chiamare I marinai, dicendo: egli è levato Prospero vento, onde mi par d’andare A nostra via: e però sia spiegato Ciaschedun vel senza più dimorare. Ed e’ fu fatto il suo comandamento, E quindi si partir con util vento.

Ma la corrente fama, che trasporta Con più veloce corso ch’altra cosa Qualunque opera fatta dritta o torta, Senza mai dare alli suoi passi posa, Cotal novella tosto la rapporta Ad Ippolita bella e grazïosa, E in pensiero la pon di sua difesa, Di mal talento e di furore accesa.

Ma poichè l’ira alquanto fu affreddata, Con utile consiglio, immantinente Di volersi difendere avvisata, Fece chiamar ciascuna di presente Donna che nel suo regno era pregiata, E tutte a sè venisser tostamente: Alle qua’ poi in pubblico consiglio A parlar cominciò con cotal piglio.

Perciocchè voi in questo vostro regno Coronata m’avete, e’ s’appartiene A me di porre e la forza e lo ’ngegno Per la salute vostra, e si conviene, Senza passar di mio dovere il segno, Nel prestar guiderdone e porger pene: Ond’io, a ciò sollecita, chiamate V’ho perchè voi a me con voi atiate.

Non vede il sol, che senza dimorare D’intorno sempre ci si gira, in terra Donne quanto voi siete da pregiare; Le qua’, se in ciò il mio parer non erra, Per voler viril animo mostrare Contro a Cupido avete preso guerra: E quel ch’all’altre più piace fuggite, Uomini fatte, non femmine ardite.

E che questo sia vero assai aperto Non ha gran tempo ancora il dimostraste, Allor ch’Amor nè paura nè merto Non vi ritenne, che voi non mandaste A compimento il vostro pensier certo Quando da servitù vi liberaste: Nell’arme sempre esercitate poi Cacciando ogni atto femminil da voi.

Ma se mai viril animo teneste, Ora bisogno fa, per quel ch’io senta; Perciocchè voi, siccom’io, intendeste Che ’l gran Teseo di venir s’argomenta Sopra di noi avendoci moleste, Perchè nostro piacer non si contenta Di quel che l’altre, ciò è soggiacere Agli uomini, facendo il lor volere.

Al suo inimicarci altra cagione Veder non so, nè credo voi veggiate; Perocchè mai alcuna offensione Ver lui non commettemmo, onde assaltate Dovessim essere: e questa ragione Assai è vôta di degna onestate; Perocchè non fa mal quel che s’aiuta Per aver libertà, se l’ha perduta.

Ma qual che siasi la cagion che il mova, A noi il difender resta solamente, Sicchè non vinca per forza la prova: Laond’io vi richieggio umilemente E prego, se in cotal vita vi giova Di viver qual noi tegnamo al presente, Che l’animo, lo ingegno ed ogni possa Mettiate contro a chi guerra ci ha mossa.

Nè vi metta paura coscïenza D’aver peccato negli uomini vostri, Chè morte loro la lor sconoscenza Licita impetrò nelli cori nostri: Che non stimavan che d’egual semenza Che lor nascessim, ma come da mostri, Da querce ovver da grotte partorite, Eravam poco qui da lor gradite.

Essi tenevan l’altezze e gli onori Senza participarle a noi giammai, Le quali eravam degne di maggiori Che alcun di loro, a dir lo vero, assai: Perchè di ciò gl’iddii superïori Rison che noi facemmo; e sempre mai Ci avranno per miglior, l’altre schernendo, Che per viltà si van sottomettendo.

Nè vi spaventi il nome di costoro, Perchè sien Greci, che non son guerniti Di forza divisata da coloro Che nel passato fur vostri mariti: Se fiere vi mostrate verso loro, E’ non saranno verso voi arditi: Chè niun può più che un uom chi ch’e’ si sia; Perciò da voi cacciate codardia.

Non risparmiate qui, donne, il valore, Non risparmiate l’arme non l’ardire, Non risparmiate il morire ad onore, Considerate ciò che può seguire Dall’esser vigorose, o con timore: Voi non avrete avale a far morire Padre o figliuol che vi faccia pietose, Ma inimiche genti a voi odiose.

Ritorni in voi aval quella fierezza Che in quella notte fu quando ciascuna Mai non usata usò crudele asprezza Ne’ padri e ne’ figliuoi: nè sia nessuna Che qui, se degl’iddii la forza apprezza, Stea per aver nosco egual fortuna, Usi pietà; altrove che qui morta I’ la comando in ogni donna accorta.

Benchè forse gl’iddii non ne saranno Contrarii, per la nostra gran ragione: Anzi se giusti son n’aiuteranno, Dimenticando quel, se fu offensione: E se atarci forse non vorranno, Il danno suppliran nostre persone Contro a colui che si muove a gran torto Per navicare in verso il nostro porto.

E acciocchè non ponga in più parole Il tempo, il qual ne bisogna al presente, A ciascheduna che libertà vuole Ricordo e prego ch’ella sia valente: Ed a qual morte per libertà duole, Dipartasi da noi immantinente: Noi varrem molto me’ senza colei. E così detto, si tacque costei.

Grande fu tra le donne il favellare, Quasi pendendo tutte in tal sentenza, Di dover pure a Teseo dimostrare Quanta e qual fosse la lor gran potenza, Sed egli ardisse a’ lor porti appressare: Perchè senza null’altra resistenza Sè offerse ciascuna in fino a morte Alla reina vigorosa e forte.

Ippolita poi le profferte intese, Senza dimora i porti fe’ guernire, E le miglior del regno alle difese Senza nessun indugio fece gire; Ed in tal guisa armò il suo paese, Ch’assai sicura poteva dormire, Se soperchio di gente oltre pensata Non fosse, come fu, su quello entrata.

Nè altrimenti il cinghiar ch’ha sentiti Nel bosco i can fremire e i cacciatori, I denti batte, e rugghia, e gli spediti Sentieri usa a salute; e pe’ romori Ch’egli ha ’n qua e ’n là, in su e in giù uditi Non sa quai vie per lui si sien migliori, Ma ora in giù ed ora in su correndo, Sino al bisogno incerto va fuggendo.

Così facea costei per lo suo regno, In dubbio da qual parte quivi vegna Teseo, o con che arte ovvero ingegno: Onde gire a ciascuna non isdegna, Nè di pregar che ciascheduna al segno Di quel ch’ha imposto ben ferma si tegna: Perocchè se a tal punto son vincenti, Più non cal lor curar mai d’altre genti.

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