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Boccaccio - Il comento sopra la Commedia di Dante Alighieri di Giovanni Boccaccio. Tomo I

Giovanni Boccaccio · 1831 · Free in the US

90,578 words · about 6 h 21 min to read

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About this book

Author
Giovanni Boccaccio
Language
Italian
Published
1831
Length
90,578 words · about 6 h 21 min
Sections
11 reader sections
Text
Digital text
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Public domain in the United States

 

Contents (11)

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Copertina

Col benigno Sovrano rescritto del dì 9 Giugno 1826, fu conceduta ad Ignazio Moutier la privativa per anni otto della stampa delle Opere volgari di Giovanni Boccaccio.

Avvertimento

La stima grandissima che il Boccaccio faceva del divino Alighieri, e delle sue opere, appare da molte testimonianze che ce ne ha lasciate nei suoi scritti, ove costantemente chiama Dante suo maestro, non perchè egli fosse da lui ammaestrato, poichè nacque pochi anni avanti la morte di Dante, ma per la dottrina che aveva attinta nello studio della divina Commedia. Benchè di questa opera esistessero molti e diffusi commenti, parve al Boccaccio di poter far meglio di quel che era stato fatto, e intraprese negli ultimi anni della sua vita l’illustrazione dell’Inferno di Dante, la quale non si estese oltre il Canto decimosettimo, che la morte lo sopravvenne. Questo prezioso Commento che di lui ci è rimasto, non sono che Lezioni da esso pubblicamente lette in Firenze per ordine della repubblica, ed abbiamo dal Monaldi nel suo Diario, che il Boccaccio cominciò a spiegar Dante in Firenze, Domenica, a di 23 Otto- bre 1373. Lodevolissimo parrà a ciascuno il divisamento della fiorentina repubblica di avere ordinato una cattedra per la spiegazione di Dante, ed averla affidata all’uomo più dotto ed eloquente di quel tempo.

Questo commento rimasto così incompleto per la morte dell’autore, giacque inedito fino all’anno 1724, epoca in cui fu pubblicato in Napoli per opera del Ciccarelli, con la falsa data di Firenze, in due volumi in ottavo. Quest’edizione fu eseguita sull’autorità di un codice appartenuto ad , la copia del quale fu fatta per cura dei due celebri letterati e Anton Francesco Marmi. Questa edizione era generalmente assai stimata, benchè modernamente qualche dotto studioso di Dante abbia dubitato della fedeltà della sua lezione. Procedendo sempre nel primitivo assunto di voler riscontrare su i manoscritti le opere volgari del Boccaccio, mi accinsi a questo non piccolo lavoro, e trovato nella libreria Magliabechiana lo stesso codice che servì per la precedente edizione del 1724, ne intrapresi il confronto, piuttosto per volontà di effettuare scrupolosamente la mia promessa, che per la supposizione di trovar da emendare. Ma non andò così la bisogna, poiché nel corso di questo primo volume, che è un terzo di tutta l’opera, ho potuto rilevare più di duecento fra errori e omissioni, senza tener conto di molte altre inesattezze: nel successivo volume gli errori, e le omissioni d’interi periodi, faranno certamente sorpresa. Questo fatto mi ricondusse alla memoria l’acerbe critiche che ai giorni nostri si divulgarono contro il benemerito editore dell’Ottimo Commento sopra Dante, il Sig. . Dopo parecchi anni di assidue fatiche per dare alla luce un’opera desideratissima, dovendo lottare con un’antica scorretta copia, la sola che si conosca di quest’opera, ed avendo di più trionfato nell’emendare più di due mila lezioni errate, fu inurbanamente rampognato per pochissimi errori, e molti non lo sono neppure, che scorsero nella sua edizione. Che avrebbe mai scritto il critico contro , e il celebre , se fosse vissuto in quell’epoca? Sull’autorità della copia da essi trasmessa al Ciccarelli di Napoli fu stampato il Commento del Boccaccio sopra Dante; questa copia fu tratta da un manoscritto eccellente, interissimo, e scritto a parole chiare e rotondeggianti; pure vi scorsero un’infinità di errori, omissioni, e controsensi, non per colpa del codice, che questo leggeva benissimo, ma di chi ne trasse la copia. E che la colpa sia tutta della copia, e non dell’editore napoletano, si rileva da qualche nota apposta dall’editore in alcuni passi di dubbia lezione, ove avverte il lettore, qui sembra che manchi, e il manoscritto di fatto era stato copiato infedelmente, come sono stato in grado di riscontrare. Nessuno al certo vorrà dubitare della critica e della capacità di un Marmi e di un Salvini, ma molti converranno facilmente che è impresa assai più agevole il criticare che il fare, e che è affatto impossibile poter pubblicare senza errori un’opera antica che per la prima volta si tolga dai manoscritti: ma di questa verità non possono pienamente convenirne, che tutti quelli che hanno provato per esperienza la difficile impresa di sì fatto lavoro.

Il manoscritto sopra il quale fu fatta l’edizione di Napoli sopra indicata, è quello stesso di cui mi son giovato per emendare il testo dell’edizione da me procurata: esiste nella biblioteca Magliabechiana al numero 58. È stato scritto sul principio del secolo XV, tutto dall’istessa mano, ed è cartaceo in foglio, consistente di pagine 467. Questo bel codice è correttissimo, ed è facile accorgersi che fu copiato da persona di non comune intelligenza: reca però dispiacere di osservare il margine delle pagine occupato da inutili postille, e spesso anche il testo, con goffi freghi e richiami il carattere di queste postille è di mani diverse, dei secoli XVII, e XVIII.

Io non ho certamente la presunzione di offrire agli ammiratori del Boccaccio e agli studiosi di Dante quest’edizione del Commento perfettissima e senza errori di sorta, so che affermerei l’impossibile. È però vero che molti editori e antichi e moderni proclamano le loro edizioni come il tipo della perfezione, con quella medesima indiscretezza, con la quale bene spesso i critici censurano gli editori. Il lettore intelligente giudicherà quanto gli uni e gli altri siano valenti speculatori dell’umane forze. Ben lungi da supporre perfetta l’opera mia, ho bensì la convinzione di avere adempito all’impegno contratto nel miglior modo che per me si poteva, e la certezza di avere infinitamente migliorato il testo del Commento del Boccaccio, che assai infedelmente si leggeva nella prima ed unica edizione del 1724. Per avvalorare quanto asserisco non dispiacerà al diligente lettore di osservare una serie delle principali emendazioni che ho procurate a questa edizione in questo primo volume, la quale può servire di Errata-Corrige all’edizione del 1724.

Errata Corrige

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Capitolo I

La nostra umanità, quantunque di molti privilegii dal nostro creatore nobilitata sia, nondimeno di sua natura è sì debole, che cosa alcuna, quantunque menoma sia, fare non può, nè bene nè compiutamente, senza la divina grazia. La qual cosa gli antichi valenti uomini e moderni considerando, a quella semplicemente, e domandare e con ogni divozione a nostro potere impetrare, almeno ne’ prin- cipii d’ogni nostra operazione, pietosamente e con paterna affezione ne confortano. Alla qual cosa dee ciascuno senza alcuna difficulta divenire, leggendo quello che ne scrive , uomo di celestiale ingegno, nel fine del primo libro del suo Timeo, per sè dicendo: Nam cum hominibus mos sit, et quasi quaedam religio, qui vel de maximis rebus, vel de minimis aliquid acturi sunt, precari divinitatem ad auxilium; quanto nos aequjus est, qui universitatis naturae, substantiaeque rationem praestaturi sumus, invocare divinam opem, nisi plane quodam soevo furore, et implacabili raptemur amentia. E se Platone confessa, sè più che alcuno altro avere del divino aiuto bisogno, io che debbo di me presumere, conoscendo il mio intelletto tardo, lo ingegno piccolo, e la memoria labile? E spezialmente sottentrando a peso molto maggiore che a’ miei omeri si convegna, cioè a spiegare l’artificioso testo, la moltitudine delle storie, e la sublimità de’sensi, nascoso sotto il poetico velo della Commedia del nostro Dante: e massimamente ad uomini d’alto intendimento, e di mirabile perspicacità, come universalmente solete esser voi, signori Fiorentini; certo, oltre ogni considerazione umana, debbo credere abbisognarmi. Adunque, acciocchè quello che io debbo dire sia a onore e gloria del santissimo nome di Dio, e consolazione e utilità degli uditori, intendo avanti che io più oltre proceda, quanto più umilemente posso, ricorrere ad invocare il suo aiuto; molto più della sua benignità fidandomi, che d’alcuno mio merito. E imperciocchè di materia poetica parlare dovemo, poeticamente quello invocherò con Anchise troiano, dicendo que’ versi che nel 2. del suo Eneida scrive Virgilio:

Jupiter omnipotens, praecibus si flecteris ullis, Aspice nos: hoc tantum: et si pietate meremur, Da deinde auxilium, pater.

Invocata adunque la divina clemenza che alla presente fatica ne presti della sua grazia, avanti che alla lettera del testo si vegna, estimo siano da vedere tre cose, le quali generalmente si sogliono cercare ne’ principii di ciascuna cosa che appartegna a dottrina: la primiera è di mostrare quante e quali siano le cause di questo libro: la seconda, qual sia il titolo del libro: la terza, a qual parte di filosofia sia il presente libro supposto. Le cause di questo libro son quattro: la materiale, la formale, la efficiente, e la finale.• La materiale è nella presente opera doppia, cosi come è doppio il suggetto, il quale è colla materia una medesima cosa; perciocchè altro è quello del senso litterale, e altro quello del senso allegorico, li quali nel presente libro amenduni sono, siccome manifestamente apparirà nel processo. È adunque il suggetto, secondo il senso litterale, lo stato dell’anime dopo la morte de’ corpi semplicemente preso; perciocchè di quello, e intorno a quello, tutto il processo della presente opera intende. Il suggetto secondo il senso allegorico è, come l’uomo per lo libero arbitrio montando e dismontando, è alla giustizia di guidardonare e di punire obbligato. La causa formale è similmente doppia, perciocchè ella è la forma del tratta- to. La forma del trattato è divisa in tre, secondo la triplice divisione del libro. La prima divisione è quella secondo la quale tutta l’opera si divide, cioè in tre cantiche. La seconda divisione è quella secondo la quale ciascuna delle tre cantiche si divide in canti . La terza divisione è quella secondo la quale ciascuno canto si divide in ritmi . La forma, o vero il modo del trattare è poetico, fittivo, discrittivo, e digressivo e transitivo: e con questo difinitivo, divisivo, probativo, reprobaitvo, e positivo d’esempli. La causa efficiente è esso medesimo autore, Dante Alighieri, del quale più distesamente diremo appresso, dove del titolo del libro parleremo. La causa finale della presente opera è in muovere quegli che della presente vita vivono, dallo stato della miseria allo stato della felicità. La seconda cosa principale che è da vedere, è qual sia il titolo del presente libro, il quale secondo alcuni è questo: Incomincia la Commedia di Dante Alighieri Fiorentino. Alcun altro, seguendo più l’intenzione dell’autore, dice il titolo essere questo: Incominciano le cantiche della Commedia di Dante Alighieri Fiorentino; la quale, perciocchè, come detto è, è in tre parti divisa, dice il titolo di questa prima parte essere incominciata la prima cantica delle cantiche della Commedia di Dante Alighieri volendo per questo mostrare, dovere il titolo di tutta l’opera essere: Cominciano le cantiche della Commedia di Dante, ec, e come detto è. Ma perchè questo poco resulta, il lasceremo nell’arbitrio degli scrittori, e verremo a quello perchè all’autore dovè parere di doverlo così intitolare, dicendo la cagione del titolo secondo, perciocchè in quello si conterrà la cagione del primo, il quale quasi da tutti è usitato. E ad evidenza di questo, secondo il mio giudicio, è da sapere, siccome i musici ogni loro artificio formano sopra certe dimensioni di tempi lunghi e brevi, e acuti e gravi, e dalle varietà di quelle, con debita e misurata proporzione congiunta, e quello poi appellano cantico; così i poeti, non solamente quelli che in latino scrivono, ma eziandio coloro, che come il nostro autore fa, volgarmente dettano, componendo i loro versi, secondo la diversa qualità d’essi, di certo e determinato numero di piedi intra sè medesimo, dopo certa e limitata quantità di parole consonanti, siccome nel presente trattato veggiamo, che essendo tutti i ritmi d’egual numero di sillabe, sempre il terzo piè nella sua fine è consonante alla fine del primo, che in quella consonanza finisce: perchè pare, che a questi cotali usi, o opere composte per versi, quello nome si convegna che i musici alla loro invenzione danno, come davanti dicemmo, cioè canti: e per conseguente quella opera che di molti canti è composta doversi cantica appellare, cioè cosa in sè contenente più canti. Appresso si dimostra nel titolo, questo libro essere appellato Commedia; a notizia della qual cosa è da sapere, che le poetiche narrazioni sono di più e varie maniere, siccome è Tragedia, Satira e Commedia, Buc- colica, Elegia, Lirica ed altre. Ma volendo di quella sola che al presente titolo appartiene vedere, vogliono alcuni mal convenirsi a questo libro questo titolo, argomentando primieramente dal significato del vocabolo, e appresso dal modo del trattare di commedia, il quale pare molto essere differente da quello che l’autore serva in questo libro. Dicono adunque primieramente mal convenirsi le cose cantate in questo libro col significato del vocabolo, perciocchè Commedia vuole tanto dire quanto Canto di villa, composto da Comos, che in latino viene a dire Villa, e Odos, che viene a dire Canto: e i canti villeschi, come noi sappiamo, sono di basse materie, siccome di loro quistioni intorno al cultivare della terra, o conservazioni di loro bestiame, o di lor bassi e rozzi innamoramenti e costumi rugali; a’ quali in alcuno atto non sono conformi le cose narrate in alcuna parte della presente opera, ma sono di persone eccellenti, di singolari e notabili operazioni degli uomini viziosi e virtuosi, degli effetti della penitenza, de’ costumi degli angeli, e della divina essenza. Oltre a questo, lo stilo comico è umile e rimesso, acciocchè alla materia sia conforme, quello che della presente opera dire non si può; perciocchè quantunque in volgare scritto sia, nel quale pare che comunichino le femminette, egli è nondimeno ornato, e leggiadro, e sublime, delle quali cose nulla sente il volgare delle femmine: non dico però, che se in versi latini fosse, non mutato il peso delle parole volgari, ch’egli non fosse molto più artificioso e più sublime, perciocchè molto pili arte è nel parlare latino che nel moderno. E appresso dell’arte spettante al commedo, mai nella commedia non in riconducere sè medesimo In alcun atto a parlare, ma sempre a varie persone, che in diversi luoghi e tempi, e per diverse cagioni deduce a parlare insieme, fa ragionare quello che crede che appartenga al tema impreso dalla commedia. Dove in questo libro, lasciato l’artificio del commedo, l’autore spessìssime volte, e quasi sempre or di sè e ora d’altrui ragionando favella. E similmente nelle commedie non s’usano comparazioni, nè recitazioni d’altre storie che di quelle che al tema assunto appartengono; dove in questo libro si pongono comparazioni infinite, e assai storie si raccontano che dirittamente non fanno al principale intento. Sono ancora le cose che nelle commedie si raccontano, cose che peravventura mai non furono, quantunque non sieno sì strane dal costumi degli uomini che essere state non possano. La sustanziale storia del presente libro dello essere dannati i peccatori che ne’ loro peccati muoiono a perpetua pena, e quegli che nella grazia di Dio trapassano essere allevati alla eterna gloria, è secondo la cattolica fede vera, e stata sempre. Chiamano, oltre a tutto questo, i commedi le parti intra sè distinte delle loro commedie, storie; perciocchè recitando li commedi quelle nel luogo detto scena, nel mezzo del teatro, quante volte introduceano varie persone a ragionare, tante della scena uscivano i Mimi trasformati da quelli che prima avevano par- lato e fatto alcun atto, e in forma di quelli che parlare doveano davanti dal popolo riguardante e ascoltante, il commedo che raccontava: dove il nostro autore chiama le parti della sua commedia. E cosi, acciocchè fine pognamo agli argomenti, pare, come di sopra è detto, non convenirsi a questo libro nome di commedia. Nè si può dire, non essere stato della mente dell’autore che questo libro non si chiamasse commedia, come talvolta ad alcuno di alcuna sua opera è avvenuto, conciossiacosachè esso medesimo nel xxi. canto di questa prima cantica il chiami commedia, dicendo:

Così di ponte in ponte altro parlando, Che la mia Commedia cantar non cura, ec.

Che adunque diremo alle obiezioni fatte? Credo, conciossiacosachè oculatissimo uomo fosse l’autore, lui non avere avuto riguardo alle parti che nelle commedie si contengono, ma al titolo, e da quello avere il suo libro dinominato, figurativamente parlando. Il titolo della commedia è, per quello che per e per , che furono poeti comici, si può comprendere, che la commedia abbia turbolento principio, e pieno di romori e di discordie, e poi l’ultima parte di quella finisca in pace e in tranquillità: al quale tutto è ottimamente conforme il libro presente; perciocchè egli incomincia da’ dolori e dalle tribulazioni infernali, e finisce nel riposo, e nella pace e nella gloria la quale hanno i beati in vita eterna. E questo dee poter bastare a fare che così fatto nome si possa di ragione convenire a questo libro.

Resta a vedere chi fosse l’autore di questo libro: la qual cosa non pure in questo libro, ma in ciascuno altro pare di necessità di doversi sapere; e questo acciocchè noi non prestiamo stoltamente fede a chi non la merita; conciossiacosachè noi leggiamo: Qui misere credit, creditur esse miser. E qual cosa è più misera che credere al patricida dell’umanità e pietà, all’invidioso della Scrittura, o all’eretico della fede cattolica? Rade volte avviene che alcuno contro alla sua professione favelli; voglionsi adunque esaminare la vita, e’ costumi e gli studii degli uomini, acciocchè noi cognosciamo quanta fede sia da prestare alle loro parole. Fu adunque autore del presente libro, siccome il titolo ne testimonia, Dante Alighieri, per ischiatta nobile uomo della nostra città; e la sua vita non fu uniforme, ma da varie permutazioni infestata, spesse volte in nuove qualità di studii si permutò, della quale non si può convenevolmente parlare, che con essa non si ragioni de’ suoi studii e però egli nella sua puerizia nella patria si dette agli studii liberali, e in quegli maravigliosamente s’avanzò perciocchè oltre alla prima arte, fu, secondochè appresso si dirà, maraviglioso loico, e seppe retorica, siccome nelle sue opere appare assai bene: perciocchè nella presente opera appare lui essere stato astrolago, e quello essere non si può senza arismetrica e geometria, estimo lui similemente in queste arti essere stato ammaestrato. Ragionasi similemente lui nella sua giovanezza avere udita filosofia morale in Firenze, e quella maravi- gliosamente bene avere saputa: la qual cosa egli non volle che nascosa fosse nel xi. canto di questo trattato, dove si fa dire a Virgilio:

Non ti rimembra di quelle parole, Con le quai la tua etica pertratta, ec.

quasi voglia per questo s’intenda, la filosofia morale in singularità essere stata a lui familiarissima e nota. Similemente in quella udì gli autori poetici, e studiò gl’istoriografi, e ancora vi prese altissimi principii nella filosofia naturale, siccome esso vuole che si senta per li ragionamenti suoi in questa opera avuti con ser , il quale in quella scienza fu reputato sommo uomo. Nè fu, quantunque a questi studii attendesse, senza grandissimi stimoli datigli da quella passione la qual noi generalmente chiamiamo amore: e similemente dalla sollecitudine presa degli onori pubblici, a’ quali ardentemente attese, infino al tempo che, per paura di peggio, andate le cose traverse a lui e a quelli che quella setta seguiano, convenne partire di Firenze: dopo la qual partita, avendo alquanti anni circuita Italia, credendosi trovar modo di ritornare nella patria, e di ciò avendo la speranza perduta, se n’andò a Parigi, e quivi ad udire filosofia naturale e teologia si diede; nelle quali in poco tempo s’avanzò tanto, che fatti e una e altra volta certi atti scolastici, siccome sermonare, leggere e disputare, meritò grandissime laude dai valenti uomini. Poi in Italia tornatosi, e in Ravenna riduttosi, avendo già il cinquantesimosesto anno della sua età compiuto, come cattolico cristiano fece fine alla sua vi- ta e alle sue fatiche, dove onorevolmente fu appo la chiesa de’ frati minori seppellito, senza aver preso alcun titolo o onore di maestrato, siccome colui che intendea di prendere la laurea nella sua città, come esso medesimo testifica nel principio del Canto xxv. del Paradiso; ma ’1 suo desiderio prevenne la morte, come detto è. I suoi costumi furono gravi e pesanti assai, e quasi laudevoli tutti; ma perciocchè già delle predette cose scrissi in sua laude un trattatello, non curo al presente di più distenderle. Le quali cose se con sana mente riguardate saranno, mi pare esser certo che assai dicevole testimonio sarà reputato e degno di fede, in qualunque materia è stata nella sua commedia da lui recitata. Ma del suo nome resta alcuna cosa da recitare, e pria del suo significato, il quale assai per sè medesimo si dimostra; perciocchè ciascuna persona, la quale con liberale animo dona di quelle cose le quali egli ha di grazia ricevute da Dio, puote essere meritamente appellato Dante. Che costui ne desse volentieri, l’effetto nol nasconde. Esso, a tutti coloro che prendere ne vorranno, ha messo davanti questo suo singulare e caro tesoro, nel quale parimente onesto diletto e salutevole utilità si trova da ciascuno, che con caritatevole ingegno cercare ne vuole. E perciocchè questo gli pare eccellentissimo dono, sì per la ragion detta, e sì perchè con molta sua fatica, con lunghe vigilie e con istudio continuo l’acquistò, non parve a lui dovere esser contento che questo nome da’suoi pa- renti gli fosse imposto casualmente, come molti ciascun dì se ne pongono; per dimostrar quello essergli per disposizione celeste imposto, a due eccellentissime persone in questo libro si fa nominare, delle quali la prima è Beatrice, la quale apparendogli in sul trionfale carro del celestiale esercito in su la suprema altezza del monte di Purgatorio, intende essere la sacra Teologia, dalla quale si dee credere ogni divino misterio essere inteso, e con gli altri insieme questo, cioè che egli per divina disposizione chiamato sia Dante: a confermazione di ciò si fa a lei Dante appellare in quella parte del xxx. Canto del Purgatorio, nel quale essa parlandogli gli dice,

Dante perchè Virgilio se ne vada,

Quasi voglia s’intenda, se ella di questo nome non lo avesse conosciuto degno, o non l’arebbe nominato, o arebbelo per altro nome chiamato. Oltre a ciò soggiugnendo, per la ragione già detta in quello luogo, di necessità recitarsi il nome suo, e questo ancora, acciocchè paia lui a tal termine della teologia essere pervenuto, che, essendo Dante, possa senza Virgilio e senza la poesia, o vogliam dire senza la ragione delle terrene cose, valere alle divine. L’altra persona alla quale nominar si fa èò Adamo, nostra primo padre, al quale fu conceduto da Dio di nominare tutte le cose create, perchè si crede lui averle degnamente nominate. Volle Dante, essendo da lui nominato, mostrare che degnamente quello nome imposto gli fosse con la testimonianza di Adamo; la qual cosa fu nel canto xxvi. del Paradiso, là dove Adamo gli dice,

Dante, la voglia tua discerno meglio, ec.

E questo basti intorno al titolo avere scritto.

La terza cosa principale, la quale dissi essere da investigare, è a qual parte di filosofia sia sottoposto il presente libro, il quale, secondo il mio giudicio, è sottoposto alla parte morale, ovvero etica perciocchè quantunque in alcuno passo si tratti per modo speculativo, non è perciò per cagione di speculazione ciò posto, ma per cagione dell’opera, la quale quivi ha quel modo richiesto di trattare.

Espedite le tre cose sopraddette, è da vedere della rubrica particulare che segue, cioè: Incomincia il primo Canto dell’Inferno. Ma avanti che io più oltre proceda, considerando la varietà e la moltitudine delle materie che nella presente lettura sopravverranno, e il mio poco ingegno e la debolezza della mia memoria, intendo, che se alcuna cosa meno avvedutamente o per ignoranza mi venisse detta, la qual fosse meno che conforme alla cattolica verità, che per non detta sia, e da ora la rivoco, e alla emendazione della santa chiesa me ne sommetto. Dice adunque la nostra rubrica: Incomincia il primo canto dell’Inferno: intorno alla quale è da vedere s’egli è inferno, e se n’è più ch’uno, e in qual parte del mondo sia, d’onde si vada in esso, qual sia la forma di quello, a che serva, e se per altro nome si chiama che inferno. E primieramente dico, ch’egli è inferno, il che per molte autorità della Scrittura si prova: e primieramente per Isaia, il quale dice: Dilatavit infernus animam suam, et aperuit os suum absque ullo termine. E Virgilio nel sesto dell’Eneida dice: Inferni janua regis. E Job: In profundissimum infernum descendet anima mea. Per le quali autorità appare essere inferno. Appresso si domanda se egli n’era più che uno. Appare per lo senso della Scrittura sacra che ne sieno tre, de’ quali i santi chiamano l’uno superiore, e il secondo mezzano, e il terzo inferiore; vogliendo che il superiore sia nella vita presente, piena di pene, di angosce e di peccati: e di questo parlando dice il Salmista: Circumdederunt me dolores mortis, et pericula inferni invenerunt me. E in altra parte dice: Descendant in infernum viventes: quasi voglia dire nelle miserie della presente vita. E di questo inferno sentono i poeti co’ santi, fingendo questo inferno essere nel cuore de’ mortali, in ciò dilatando l’affezione. Dicono a quello inferno essere un portinaio, e questo dicono essere Cerbero infernal cane, il quale è interpetrato divoratore; sentendo per lui la insaziabilità de’ nostri desiderii, li quali saziare nè empiere non si possono. E l’uficio di questo cane non è di vietare l’entrata ad alcuno, ma di guardare che alcuno dello inferno non esca, volendo per questo, là dove entra la cupidità delle ricchezze, degli stati, de’ diletti e delle altre cose terrene, ella non esce mai, e con difficultà se ne trae, siccome e’ si mostra fingendo questo cane essere stato tratto da Ercole dello inferno, cioè questa insaziabilità de’ desiderii terreni essere dal virtuoso uomo tratta e tirata fuori del cuore di quel cotale virtuoso. Appresso dicono in questo inferno essere Carone nocchiere, e il fiume di Acheronte: e per Acheronte sentono la labile e flussa condizione delle cose desiderate alla miseria di questo mondo, e per Carone intendono il tempo, il quale per varii spazii le nostre volontà e le nostre speranze d’un termine trasporta in un altro, e voglion dire, che secondo varii tempi e varie cose che muovono gli appetiti, essere al cuore trasportate. Dicono oltre a ciò sedere in questo inferno Minos, Eaco, e Radamanto giudici e sentenziatori delle colpe delle anime che in quello inferno vanno e a costoro questo uficio attribuiscono, perciocchè grandissimi legisti furono e giusti uomini, per loro intendendo la coscienza di ciascuno, la quale sedendo nella nostra mente, che prima ci ha veduta giudicatrice delle nostre operazioni, e di quelle col morso suo ci affligge e tormenta: e appresso a quali pene ella condanni i peccatori in alquanti tormentati disegnano. Dicono quivi essere Tantalo re di Frigia, il quale perciocchè pose il figliuolo per cibo davanti agl’iddii, in un fiume, e tra grande abbondanza di pomi, di fame e di sete morire; sentendo per costui la qualità dell’avaro, il quale, per non dimenuire, l’acquistato non ardisce toccare, e così in cose assai patisce disagio, potendosene agiare: e senza fallo sono quello che Tantalo è interpetrato secondo Fulgenzio, cioè, valente visione, perciocchè gli avari alcuna cosa non vogliono de’ loro tesori se non vedergli. Fingono ancora in quello essere Isione, il quale, perciocchè essendo, secondo che alcuni vogliono, segretario di Giove e di Giunone, richiese Giunone di voler giacere con lei, la quale in forma di sè gli pose innanzi una nuvola, con la quale giacendo, d’essa ingenerò i Centauri e Giove il dannò a questa pena in inferno, che egli fosse legato con serpenti a’ raggi di una ruota, la quale mai non ristasse di volgersi; volendo per questo Isione s’intendano coloro, gli quali sono desiderosi di signoria, e per forza alcuna tirannia occupano, la quale ha sembianza di regno, che per Giunone s’intende: e di questa tirannia sopravvegnendo i sospetti, nascono i Centauri, cioè gli uomini dell’arme, co’ quali i tiranni tengono le signorie contro a’ piaceri de’ popoli: ed hanno i tiranni questa pena, che sono sempre in revoluzioni, e se non sono, par loro essere con occulte sollicitudini; le quali afflizioni, per la ruota volubile e per le serpi s’intendono.

Oltre a questi, vi descrivono Tizio: perciocchè disonestamente richiese Latona, dicono lui da Apollo essere stato allo inferno dannato a dovergli sempre essere il fegato beccato da avvoltoi, e quello, come consumato, rinascere intero; per costui sentendo quegli, che d’alto e splendido luogo sono gittati in basso stato, li quali sempre sono infestati da mordacissimi pensieri, intenti come tornar possano là onde caduti sono; nè prima dall’una sollecitudine sono lasciati, che essi sono rientrati nell’altra, e così senza requie s’affliggono. Pongonvi ancora le figliuole di Danao, e dicono, per l’avere esse uccisi i mariti, essere dannate a dovere empiere d’acqua certi vasi senza fondo, per la qual cosa sempre attignendo si faticano invano: per questo dimostrare la stoltizia delle femmine, le quali avendosi la ragione sottomessa, la quale dee essere loro capo e loro guida, come è il marito, intendono con loro artificii far quello che giudicano non aver fatto la natura, cioè lisciandosi e dipignendosi, farsi belle; di che segue le più volte il contrario, e perciò è la loro fatica perduta. O vogliam dire sentirsi per queste la infermità e sciocchezza di molti, i quali mentre stimano con continuato coito soddisfare all’altrui libidine, sè votano, ed altrui non empiono. Ma acciocchè io non vada per tutte le pene in quello discritte, che sarebbono molte, dico che questo del superiore inferno sentono i poeti gentili. Il secondo inferno, dissi, chiamavano mezzano, sentendo quello essere vicino alla superficie della terra, il quale noi volgarmente chiamiamo limbo, e la santa Scrittura talvolta il chiama il seno d’Abraam; e quello vogliono essere separato da’ luoghi penali, volendo in esso essere stati i giusti antichi aspettanti la venuta di Cristo. E di questo mostra il nostro autore sentire, dove pone quegli o che non peccarono, o che, bene aoperando, morirono senza battesimo. Ma questo è differente da quello de’ santi, inquanto quegli che v’erano desideravano e speravano, e venne la loro salute, e quegli che l’autore pone desiderano, ma non isperano.

Estimarono ancora essere un inferno inferiore, e quello essere un luogo di pene eterne, date a’ dannati. E di questo dice il Vangelo: mortuus est dives, et sepultus est in inferno. Ed il Salmista: In inferno autem quis confìtebitur tibi? E che questo sia, si legge nel Vangelio, in quella parte ove il ricco seppellito in inferno, vedendo sopra sè Lazzero nel grembo di Abraam, il prega che intinga il dito minimo nell’acqua, e gillandogliele in bocca il refrigeri alquanto. E di questo inferno tratta similemente il nostro autore dal sesto canto in giù. Domandavasi oltre a questo dove sia l’entrata ad andare in questo inferno; conciossiecosachè 1’autore quella, nel principio del terzo canto scrivendo dove ella sia, in alcuna parte non mostra; della qual cosa appo gli antichi non è una medesima opinione. , il quale pare essere de’ più antichi poeti che di ciò menzione faccia, scrive nel lib. xi. della sua Odissea, Ulisse per mare essere stato mandato da Circe in oceano per dovere in inferno discendere a sapere da Tiresia Tebano i suoi futuri accidenti; e quivi dice lui essere pervenuto appo certi popoli, li quali chiama Scizii, dove alcuna luce di sole mai non appare, e quivi avere lo inferno trovato. il quale in molte cose il seguita, in questo discorda da lui, scrivendo nel sesto della sua Enelda l’entrata dello inferno essere appo il lago d’Averno tra la città di Pozzuolo e Baia dicendo:

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