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Il comento sopra la Commedia di Dante Alighieri di Giovanni Boccaccio. Tomo II

Giovanni Boccaccio · 1831 · Free in the US

74,966 words · about 5 h 15 min to read

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About this book

Author
Giovanni Boccaccio
Language
Italian
Published
1831
Length
74,966 words · about 5 h 15 min
Sections
10 reader sections
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Digital text
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Public domain in the United States

 

Contents (10)

Continue:

Capitolo quinto

Così discesi del cerchio primaio ec.

Nel presente Canto, siccome negli altri superiori, si continua l’autore alle precedenti cose: e avendo nella fine del precedente mostrato come ed egli, partitisi dagli altri quattro poeti, eran per altra via venuti fuori di quel luogo luminoso, in parte dove alcuna luce non era: e quinci nel principio di questo, continuandosi alle cose predette, ne mostra come nel secondo cerchio dell’inferno discendesse. E fa l’autore in questo Canto sei cose. Esso primieramente, come detto è, si continua alle precedenti cose, mostrando dove divenuto sia: nella seconda parte dimostra aver trovato un demonio esaminator delle colpe de’ peccatori: nella terza dice qual peccato in quel cerchio si punisca, e in che supplicio: nella quarta nomina alquanti de’ peccatori in quella pena puniti: nella quinta parla con alcuni di quelli spiriti che quivi puniti sono: nella sesta e ultima discrive quello che di quel ragionar gli seguisse. La seconda comincia quivi: Stavvi Minos. La terza quivi: Ora incomin- cian. La quarta quivi: La prima di color. La quinta quivi: Poscia ch’io ebbi. La sesta e ultima quivi: Mentre che l’uno spirto. Comincia adunque in cotal guisa: Così discesi, cioè partito da que’ quattro savii, seguitando per altra via , del cerchio primaio, cioè del limbo, il quale è il primiero cerchio dell’inferno, e mostra appresso dove discendesse, cioè, Giù nel secondo, cerchio, che men luogo cinghia, cioè gira: e davanti è mostrata la cagion perchè: la quale è, perciocchè la forma dell’inferno è ritonda, e quanto più in esso si discende, tanto viene più ristrignendo, tantochè ella diviene aguta in sul centro della terra. E tanto ha più dolor, in questo cerchio che nel precedente, che pugne, cioè tormenta in sì fatta maniera, che egli costrigne i tormentati, a guaio, cioè a trar guai: quello che nel superior cerchio, come mostrato è, non avvenia; perchè s’egli è questo luogo minore di circonferenza che il superiore, egli è molto maggior di pena: Stavvi Minos: qui comincia la seconda parte, nella quale l’autor mostra aver trovato un demonio esaminatore delle colpe de’ peccatori. E in questo seguita l’autore lo stilo incominciato di sopra, cioè di trovare ad ogni entrata di cerchio alcun demonio: di sopra all’entrare del primo cerchio trovò

Caron dimonio, con occhi di bragia:

qui trova Minos, e ciascuno con alcun atto o parola terribile spaventa i peccatori che in quel luogo vengono; perciocchè Caron di sopra, forte quelli che alla sua nave vennero spaventò con parole, gridando, guai a voi, anime prave ec. Nell’entrata di questo cerchio, Minos gli spaventa ringhiando in quanto dice,

Stavvi Minos orribilmente, e ringhia:

e così ancora ne’ cerchi seguenti troveremo. Dice adunque, Stavvi Minos, cioè in su l’entrata di quel cerchio secondo. Questo Minos, dicono i poeti, che egli fu figliuolo di Giove e di Europa, e ciò essere in tal maniera avvenuto; che essendo Europa figliuola d’Agenore re de’ Fenici, i quali abitarono il lito della Soria, e fu la loro città principale Tiro, piaciuta a Giove Cretese, e con operazioni di Mercurio, secondochè da Giove gli è stato imposto fosse fatto, che questa vergine, avendo egli gli armenti reali dalle pasture della montagna volti e condotti alla marina, seguiti gli avesse: quivi essendosi Giove trasformato in un tauro bianchissimo e bello, e mescolatosi tra gli armenti reali, tanto benigno e mansueto si mostrò a questa vergine, che essa prendendo della sua mansuetudine primieramente piacere, prese ardire di toccarlo con la mano, e pigliarlo per le corna, e menarselo appresso. Poi cresciuto l’ardire in lei, dal desiderio tratta vi montò su: la qual cosa sentendo Giove, soavemente portandola, a poco a poco si cominciò a recare in su il lito del mare; e quando tempo gli parve, si gittò in alto mare: di che la vergine paurosa di non cader nell’acqua, attenendosi forte alle corna, quanto più poteva lo strigneva con le ginocchia: e in questa guisa notando il toro, da quello lito di Soria ne la portò infino in Creti: e quivi ri- presa la sua vera forma d’uomo giacque con lei, e in processo di tempo n’ebbe tre figliuoli, Minos, e Radamanto e Sarpedone. Minos divenuto a virile età, prese per moglie una bellissima giovane chiamata Pasife, figliuola del Sole: e di lei generò figliuoli e figliuole, intra’ quali fu Androgeo giovane di mirabile stificanza: il quale ne’ giuochi palestrici, essendo artificioso molto, e di corporal forza oltre ad ogni altro valoroso, perciocchè ogni uomo vinceva, fu per invidia dagli Ateniesi e da’ Megaresi ucciso. Per la qual cosa Minos avendo fatto grande apparecchiamento di navilio e d’uomini d’arme per andare a vendicarlo, e volendo, avanti che andasse, sacrificare al padre, cioè a Giove, il quale il bestiale error degli antichi credea essere Iddio del cielo, il pregò che alcuna ostia gli mandasse, la qual fosse degna de’ suoi altari. Per la qual cosa Giove gli mandò un toro bianchissimo, e tanto bello quanto più esser potesse: il quale come Minos vide, dilettatosi della sua bellezza, uscitogli di mente quello perchè ricevuto l’avea, il volle piuttosto preporre a’ suoi armenti, per averne allievi, che ucciderlo per ostia: e fatto il sacrificio d’un altro, andò a dare opera alla sua guerra. E assaliti prima i Megaresi, e quegli per malvagità di Scilla, figliuola di Niso re de’ Megaresi, avendosi sottomessi; fatta poi grandissima guerra agli Ateniesi, quelli similmente vinse, e alla sua signoria gli sottomise, e a detestabile servitudine gli si fece obbligati; tra l’altre cose imponendo loro, che ogni anno gli dovessero mandare in Creti sette liberi e nobili garzoni, li quali esso donasse per guiderdone a colui che il vincltor fosse ne’ giuochi palestrici, li quali in anniversario d’Androgeo avea constituiti. Ma in questo mezzo tempo che esso gli Ateniesi guerreggiava avvenne, e per l’ira conceputa da Giove contro a Minos, e per l’odio il quale Venere portava a tutta la schiatta del Sole, il quale il suo adulterio e di Marte aveva fatto palese, che Pasife s’innamorò del bel toro, il quale Minos s’aveva riservato, senza averlo sacrificato al padre che mandato gliele avea; e per opera ed ingegno di Dedalo giacque con lui, in una vacca di legno contraffatta ad una della quale il toro mostrava tra l’altre di dilettarsi molto: e di lui concepette, e poi partorì una creatura, la quale era mezzo uomo e mezzo toro. Della quale ignominia fu fieramente contaminata la gloria della vittoria acquistata da Minos: nondimeno esso fece prendere Dedalo ed Icaro suo figliuolo, e fecegli rinchiudere nella prigione del Laberinto, la quale Dedalo medesimo aveva fatta. E questo Laberinto non fu fatto come disegnato l’abbiamo, cioè di cerchi, e di ravvolgimenti di mura, per li quali andando senza volgersi, infallibilmente si pervenia nel mezzo; e così tornando senza volgersi, se ne sarebbe l’uomo senza dubbio uscito fuori; ma egli fu, e ancora è, un monte tutto dentro cavato, e tutto fatto ad abituri quadri, a modo che camere, e ciascuna di queste camere ha quattro usci, in ciascuna faccia uno, i quali vanno a ciascuno in camere simiglianti a queste, e così poco si puote avanti andare, che l’uomo vi si smarrisce entro senza saperne fuori uscire, se per avventura non è. Poi ivi a certo tempo essendo ad Atene venuto per sorte, che Teseo figliuolo del re Egeo dovesse con gli altri, che per tributo eran mandati, venire in Creti; e quivi venuto, secondochè scrive, con certe arti mostrategli da Adriana figliuola di Minos, vinse il minotauro ed ucciselo, e da così vituperevol servigio liberò gli Ateniesi: e occultamente di Creti partendosi, seco ne menò Adriana e Fedra, figliuole di Minos. E Dedalo d’altra parte, fatte ali a sè e al figliuolo, di prigione uscendo se ne volò in Cicilia, e di quindi a Baia: la qual cosa sentita da Minos, con armata mano incontanente il seguitò: ma esso appo Camerino in Cicilia, secondochè scrive nella Politica, fu dalle figliuole di Crocalo ucciso. Dopo la morte del quale, perciocchè esso avea leggi date a’ Cretensi, e con giustizia ottimamente gli avea governati, i poeti fingendo dissero, lui essere giudice in inferno: e di lui scrive così .

Quaesitor Minos urnam movet: ille silentum Conciliumque vocat, vitasque, et crimina discit etc.

Ma perciocchè non pare per le fizioni sopraddette, s’abbia la verità dell’istoria di Minos, par di necessità di rimuover la corteccia di quella, e lasciare nudo il senso allegorico, nel quale apparirà più della verità della storia: dico più; perciocchè tra le fizioni medesime n’è parte mescolata. Vogliono adunque i poeti sentir per Mercurio, mandato a far venire gli armenti d’Agenore dalla montagna alla marina, alcuna eloquente persona, mandata come mezzana da Giove ad Europa, e per la forza della eloquenza di questa cotal persona, essere Europa condotta alla marina, dove Giove ciò occultamente aspettando, la prese e portonnela in su una sua nave a ciò menata, la quale o era chiamata tauro, o avea per segno un tauro bianco: come noi veggiamo fare a questi navicanti, li quali a ciascun lor legno pongono alcun nome, e similmente alcun segno: e così ne fu trasportata in Creti, dove essa partorì i detti figliuoli di Giove. Sono nondimeno alcuni che dicono, che essendo ella in Creti divenuta, e alcun tempo con Giove dimorata, che Giove senza avere alcun figliuolo di lei la lasciò: e Asterio in que’ tempi re di Creti, secondochè scrive Eusebio in libro temporum, la prese per moglie, e ebbene quelli figliuoli de’ quali di sopra è detto. E se così fu, possiam comprendere aver gli antichi ficto, Minos esser figliuolo di Giove, o per ampliar la gloria della sua progenie, o perchè nelle sue operazioni si mostrò simile a quel pianeto, il quale noi chiamiamo Giove. Ed esso tra l’altre sue condizioni ebbe questa, che esso fu a’ sudditi eguale e diritto uomo, e servò severissimamente giustizia in tutti, e diede leggi a Cretensi, le quali mai più avute non aveano. E acciocchè a rozzo popolo fossero più accette, solo se ne andava in una spelunca, e in quella, poichè composto avea ciò che immaginava esser bene e utilità de’ sudditi suoi, uscendo fuori, mostrava al popolo, sè quello che scritto e composto avea avere avuto da Giove suo padre: dove per avventura seguì per questa astuzia che esso fu reputato figliuolo di Giove, e le leggi da lui composte furono avute in grandissimo pregio. Ma lui essere stato figliuolo di Asterio, non pare che in alcun modo con- ceda il tempo, conciosiacosachè egli apparisca, Asterio aver regnato in Creti ne’ tempi che Danao regnò in Argo, che fu intorno agli anni del mondo 3803, e la guerra la quale ebbe Minos contro agli Ateniesi fu regnante Egeo in Atene, che fu intorno agli anni del mondo 3960. Ed è Minos perciò stato detto da’ poeti essere giudice in inferno, perciocchè noi mortali, avendo rispetto a’ corpi superiori, ci possiam dire essere in inferno: ed esso, come detto è, appo i mortali compose le leggi, e rendè ragione a’ domandanti, nelle quali cose esso esercitò uficio di giudice. Le vestigie de’ quali imitando l’autore, qui per giudice ed esaminatore delle colpe il pone appo quegli d’inferno dicendo che egli stava quivi orribilmente; e a dimostrare il suo orrore dice, e ringhia. Ringhiare suole essere atto dei cani, minaccianti alcuno che al suo albergo s’appressi. Esamina le colpe, dell’anime di coloro che laggiù caggiono. E qui comincia l’autore a descrivere l’uficio di questo Minos, in quanto dice che esamina: e così appare lui in questo luogo esser posto per giudice, perciocchè a’ giudici appartiene l’esaminare delle cose commesse: e seguita, nell’entrata: e qui discrive il luogo conveniente a quell’oficio, acciocchè alcuna non possa passare, senza esser sottentrata alla sua esaminazione. Giudica: seguita qui l’autore l’ordine giudiciario; perciocchè primieramente conviene che il discreto giudice esamini i meriti della quistione, e dopo la esaminazione giudica quello che la legge, talora l’equità ne vuole: e dopo il giudicio dato, quello mandi ad esecuzione che avrà giudicato: e però segue, e manda, ad esecuzione, e comanda che ad esecuzion sia mandato. E quivi descrive, a questo demonio posto per giudice, essere una dimostrazione assai strana in dichiarare quello che vuole che ad esecuzion si mandi, in quanto dice, secondo ch’avvinghia, cioè secondo il numero delle volte che gli dà dintorno alla persona la coda sua. Ora perciocchè all’autore pare aver molto succintamente descritto l’uficio di questo Minos, per farlo più chiaro reassumendo e’ dice,

Dico, che quando l’anima mal nata,

cioè del peccator dannato (quia melius fuisset illi, si natus non fuisset homo ille) Gli vien dinanzi, a questo giudice, tutta si confessa, cioè tutta s’apre, senza alcuna riservazion fare delle sue colpe. La qual cosa, cioè riservarsi e nascondere delle sue colpe, eziandio volendo non potrebbe fare, perciocchè non veggono i giudici spirituali con quegli occhi che veggiam noi, ma prestamente e senza alcun velame veggiono ciò che al loro uficio appartiene.

E quel cognoscitor delle peccata,

cioè Minos; dimostrando in lui essere tra l’altre, una delle condizioni opportune a coloro che preposti sono al giudicio delle colpe d’alcuno, cioè che essi sieno discreti, e cognoscano gli effetti e le qualità di quelle cose, le quali possono occorrere al suo giudicio:

Vede qual luogo d’inferno è da essa,

cioè quale supplicio infernale sia conveniente alla sua colpa.

Cignesi con la coda tante volte, Quantunque gradi vuol che giù sia messa.

È qui da sapere l’inferno, secondocliè al nostro autor piace, essere distinto in nove cerchi, e quanto più si discende verso il centro, cioè verso il profondo dell’inferno, più sono i cerchi stretti e i tormenti maggiori. E perciocchè la faccenda di costui è grande, intorno all’esaminare e al giudicare che fa singularmente di ciascuna anima, per dar più spaccio alle sue sentenze, ha quel modo trovato di doversi cignere con la coda tante volte, quanti gradi, cioè cerchi, esso vuole che l’anima da lui esaminata sia infra l’inferno messa: e mentre fa con la coda questa dimostrazione, nondimeno con le parole attende alla esaminazione:

Sempre dinanzi a lui ne stanno molte;

perocchè, come già dimostrato è, la quantità di quelli che muoiono nell’ira di Dio è molta: e queste cotali, Vanno a vicenda, cioè ordinatamente l’una appresso dell’altra come venute sono, ciascuna al giudizio, che di loro dee esser dato, e quivi, Dicono, le lor colpe, e odono la sentenza data di loro, e poi son giù volte, in inferno ne’ luoghi determinati da’ ministri di questo giudice. O tu che vieni: qui dimostra l’autore questo Minos, sotto spezie di parole amichevoli, averlo voluto spaventare, dicendo:

O tu, che vieni al doloroso ospizio, (dell’inferno) Disse Minos a me quando mi vide, (esser vivo)

Lasciando l’atto, cioè l’esercizio, di cotanto ufizio, quanto è l’avere ad esaminare e a giudicare tutte l’anime de’ dannati: Guarda com’entri, quasi voglia dire, che chi entra in questo luogo non ne può mai poi uscire, e di cui tu ti fide: volendo che l’autore per queste parole intenda, non esser discrezione il mettersi per sua salute dietro ad alcuno che sè medesimo non abbia saputo salvare; quasi voglia dire, non ha saputo salvar sè, dunque come credi tu che egli salvi le? Sentiva già questo demonio per la natura sua, la quale, comechè per lo peccato da lui commesso fosse di grazia privato, non fu però privato di scienza, che l’autor non doveva quel cammin far vivo se non per sua salute, dal quale esso demonio l’avrebbe volentier frastornato:

Non t’inganni l’ampiezza dell’entrare:

la quale è libera ed espedita a tutti quegli che dentro entrar ci vogliono, ma l’uscire non è così. E par qui che questo demonio amichevolmente e con fede consigli l’autore, il che non suole esser di lor natura, e nel vero non è. Non dico perciò che essi alcuna volta non deano de’ consigli che paiono buoni e utili; ma essi non sono, nè furon mai nè buoni nè utili; perciocchè da loro non sono dati a salutevol fine, ma per farsi più ampio luogo, nella mente di chi crede loro, a potere ingannare gli danno talvolta. E perciò è con somma cautela da guardarsi da’ consigli de’ malvagi uomini, perciocchè quanto miglior paiono, più è da suspicare non vi sia sotto nascosa fraude ed inganno. Poi seguita:

E ’l duca mio a lui: perche pur gride?

Non potè sostener Virgilio di lasciargli compiere l’orazione, conoscendo che egli non consigliava l’autore a buon fine, ma sentendo l’autore, forse per ostupefazione, non aver pronto che rispondere, disse egli con parole alquanto austere, o Minos, perchè pur gride, ingegnandoti di spaventarlo? Non impedire, con questo tuo gridare, il suo fatale andare, cioè il suo andare da divina disposizion procedente. E questo vocabolo fatale, e come si debba intendere fatto, si dichiarerà appresso nel nono Canto sopra quella parola,

Che giova nelle fata dar di cozzo?

ma nondimeno brevemente alcuna cosa dicendone, dico, che è da sapere, secondochè in libro de Consolatione, determina, Fato non è altro che disposizione della divina mente intorno alle cose presenti e future: e questo medesimo par sentire nel quinto de Civitate Dei, il quale, poichè in questa conclusione è venuto, dice queste parole: Sententiam tene, linguam comprime; volendo cho noi tegnamo la sentenza, ma schifiamo il vocabolo, cioè di chiamar fato la divina disposizione. E questo non fu ne’ suoi tempi senza cagione: la qual fu, perciocchè allora venendo moltitudine di gentili alla fede cattolica, e però ancor tenera surgendo la cristiana religione, acciocchè ogni cosa in quanto si potesse si togliesse via, dico di quelle che alcuna forza paressero avere in rivocare negli errori lasciati i gentili, ancora non molto fermati nella cattolica verità; e questo e molti altri vocaboli, li quali i gentili usavano, si guardavano di usare nelle loro predicazioni e nelle loro scritture. Ma oggi per la grazia di Dio è sì radicata e sì ferma ne’ petti nostri la dottrina evangelica, che senza sospetto si può tra’ savii ogni vo- cabolo usare. Vuolsi così, cioè che questi entri qua entro vivo, e vegga la miseria di te e degli altri dannati: e dove si vuole? vuolsi, colà dove si puote Ciò che si vuole, cioè nella mente divina, la qual sola puote ciò che ella vuole, e più non dimandare: quasi dica, a te non s’appartiene di sapere che si muova la divinità a voler questo. Ora incomincian. Qui comincia la terza parte di questo Canto, nella qual dissi si conteneva, qual peccato in questo secondo cerchio si punisca e in qual supplicio: alla quale mostra l’autore, avendo posto silenzio a Minos, d’essere pervenuto: e perciocchè infino a questo luogo era venuto per tutto quasi il primo cerchio, senza udire alcun romore di pianti o di lamenti, dice,

Ora incomincian le dolenti note

A farmisi sentire, cioè le varietà de’ pianti, le quali si facevano al suo udito sentire: or son venuto

Là dove molto pianto mi percuote,

gli orecchi. E dice percuote, perciocchè essendo l’aere percosso dalle voci dolenti de’ tormentati, è di necessità che egli si muova, e col suo moto percuota quelle cose le quali movendosi trova, delle quali era la sensualità dell’autore che quivi vivendo si trovava.

Io venni in luogo d’ogni luce muto,

cioè privato. Che mugghia, cioè risuona, questo luogo, per lo ravvolgimento delle strida e de’ pianti: il suono de’ quali raccolti insieme, fa un romore simile a quello cha noi diciamo, che mugghia il mare ne’ tempi tempestosi, e però dice: come fa ’l mar per tempesta,

Se da contrarii venti è combattuto,

cioè infestato: il che assai volte addiviene, che la contrarietà de’ venti, che alcuna volta spirano, son cagione delle tempeste del mare. E chiamasi questo romore del mare impropriamente mugghiare; perciocchè da sè non ha proprio vocabolo, è preso un vocabolo a discriver quel romore che più verisimilmeute gli si confaccia, e questo è il mugghiare, il quale è proprio de’ buoi. Ma perciocchè è un suono confuso e orribile, par che assai convenientemente s’adatti al romor del mare. La bufera infernal. Bufera, se io ho ben compreso nell’usitato parlar delle genti, è uno vento impetuoso forte il qual percuote, e rompe e abbatte ciò che dinanzi gli si para; e questo, se io comprendo bene, chiama nella Metaura enephias, il quale è causato da esalazioni calde e secche, levantesi della terra e saglienti in alto: le quali come tutte insieme pervengono in aere ad alcuna nuvola, cacciate indietro dalla frigidità della fredda nuvola con impeto, divengon vento, non solamente impetuoso, ma eziandio valido e potente di tanta forza, che per quella parte dove discorre egli abbatte case, egli divelle e schianta alberi, egli percuote e uccide uomini e animali. È il vero che questo non è universale, nè dura molto, anzi vicino al luogo dove è creato a guisa di una striscia discorre, e quanto più dal suo principio si dilunga più divien debole, infino a tanto che infra poco tempo si risolve tutto. Questo adunque mi pare che l’autor voglia sentire per questa bufera: e benchè nella concavità della terra questo vento causar non si possa, deesi intendere in questo luogo non causato, ma per divina giustizia esser posto e ordinato perpetuo. Dice adunque, che mai non resta, di soffiare, come fa quello che quassù si genera. Mena gli spirti, dannati, con la sua rapina, cioè col suo rapinoso movimento, Voltando e percotendo: per questi effetti si può comprendere, questa bufera essere quel vento che detto è, cioè enaphias: gli molesta, cioè gli tormenta. E in questo che qui è dimostrato, si può comprendere qual sia il supplicio dato all’anime, le quali in questo cerchio per li lor meriti ricevon pena. Le quali anime, così menate e percosse insieme da questo impetuoso e forte vento, Quando giungon, mandate da Minos, davanti alla ruina, che dall’impeto di questo vento procede. Quivi le strida, comincian grandissime, col pianto, e ’l lamento, de’ miseri.

Bestemmian quivi la virtù divina.

In questo bestemmiare si dimostra la quantità grandissima e acerba dell’afflizion de’ dolenti che questo tormento ricevono, la quale a tanta ira gli commuove che essi bestemmiano Iddio.

Intesi, ch’ a così fatto tormento.

Qui, poichè l’autore ha posta la qualità del tormento, dichiara quali sieno i peccatori a’ quali questo tormento è dato, e dice che intese, da si dee credere, che a così fatto tormento, come disegnato è,

Eran dannati i peccator carnali, Che la ragion sommettono al talento,

cioè alla volontà. E comechè questo si possa d’ogni peccatore intendere, perciocchè se alcun peccatore non è che non sottometta peccando la ragione alla volontà, vuol nondimen l’autore, che per quel vocabolo carnali, s’intenda singularmente per li lussuriosi. Seguita adunque: E come gli stornei. Qui intende l’autore, per una comparazione, discrivere in che maniera in questo luogo sieno i peccator carnali menati e percossi dalla sopraddetta infernal bufera, e dice, che come ne portan l’ali, volando, gli stornelli, Nel freddo tempo, cioè nel mezzo dell’autunno, nel qual tempo usano gli stornelli e molti altri uccelli, secondo lor natura, dì convenirsi insieme, e di passare delle region fredde nelle più calde per loro scampo: e in quelle ne vanno, a schiera larga e piena, cioè molti adunati insieme: Così quel fiato, cioè quella bufera, ne porta, gli spiriti mali, cioè dannati, li quali a grandi schiere per quel cerchio,

Di qua, di là, di giù, di su gli mena,

senza servare alcun modo o ordine, l’uno contro all’altro nello scontrarsi crudelmente percotendo: e oltre a questo così faticoso tormento dice,

Nulla speranza gli conforta mai,

questi cotali miseri e percossi: Non che di posa, cioè d’avere alcuna volta riposo; ma, ancora non gli conforta, di, dovere aver mai, minor pena, che quella la quale hanno percotendosi insieme. E come i gru: qui per un’altra comparazione ne discrive una brigata di quegli spiriti dannati aver ve- duti venire verso quella parte, dove esso e erano: e dice quegli esser da quel vento menati in quella forma che volano per aere i gru: van cantando lor lai, cioè lor versi: ed è questo vocabolo preso, cioè lai, dal parlar francesco, nel quale si chiamano certi versi in forma di lamentazione nel lor volgare composti: Facendo in aer di sè, medesimi volando, lunga riga; perciocchè stendono il collo, il quale essi hanno lungo, innanzi, e le gambe le quali similmente hanno lunghe, e così fanno di sè lunga riga: Così vid’io venir, spiriti li quali facevan lunga riga di sè, cioè di tutta le persona, traendo guai,

Ombre portate dalla detta briga,

cioè dalla detta bufera.

Perch’io dissi: Maestro, chi son quelle Genti, che l’aura nera sì gastiga?

cioè tormenta, impetuosamente portandole. La prima di color. Qui comincia la quarta parte del presente Canto, nella qual dissi che l’autor nominava alquanti delli spiriti dannati a questa pena. Dice adunque, La prima di color che così son portati, di cui novelle Tu vuo’ saper, cioè la condizione e la cagione perchè a questo supplicio dannata sia, mi disse quegli allotta,

Fu imperadrice di molte favelle:

cioè fu donna di molte nazioni, nelle quali erano molti e diversi modi di parlare.

A vizio di lussuria fu sì rotta,

sì inchinevole, Che il libito, cioè il beneplacito, intorno a ciò che a quel vizio apparteneva, fè’ licito, cioè concedette che lecito fosse in tutte le nazioni che ella signoreggiava: e questo fece, in sua legge, cioè per sua legge. E appresso dice la cagione, perchè questa legge così abominevole fece, cioè, Per torre, per levar via, il biasmo, la infamia, in che era condotta, per le sue disoneste operazioni in quel peccato. Ella è Semiramis. Poichè detto ha il vizio nel quale condotta fu, la nomina Semiramis, di cui si legge, appo molti antichi istoriografi, Che succedette a Nino, suo marito, dopo la morte di lui nel regno, e fu sua sposa, mentre esso Nino visse. Ma acciocchè più pienamente si comprenda chi costei fosse, e quali fossero le sue operazioni, è da dire alquanto più pienamente la sua istoria. Dico adunque, che chi che Semiramis si fosse per nazione non si sa, quantunque alcuni poeti antichissimi fingano, lei essere stata figliuola di Nettuno, ma che essa fosse moglie di Nino re degli Assiri, per lo testimonio di molti istoriografi appare. Concepette costei di Nino suo marito un figliuolo, il quale nato nominaron Ninia: ed avendo già Nino per forza d’arme soggiogata quasi tutta Asia, ed ultimamente ucciso Zoroastre e Battri suoi sudditi, avvenne che fedito nella coscia d’una saetta si morì. Per la qual cosa la donna temendo di sottomettere alla tenera età del figliuolo così grande imperio, e di tanta e così strana gente, e nuovamente acquistato, pensò una mirabile malizia, estimando con quella dover potere reggere i popoli, li quali Nino ferocissimo uomo s’aveva con armi sottomessi, e alla sua obbedienza costretti. E avendo riguardo che essa in alcune cose era simile al figliuolo, e massimamente in ciò, che esso ancora non avea barba; e che nella voce puerile era simile a lei, e similmente nelle lineature del viso; estimò potere sè, in persona del figliuolo, presentare agli eserciti del padre: e per potere meglio celare l’effigie giovanile, si coperse la testa con una mitra, la quale essi chiamavan tiara, e le braccia e le gambe si nascose con certi velamenti. E acciocchè la novità dell’abito non avesse a generare alcuna ammirazione di lei in coloro che dattorno le fossero, comandò a tutti che quello medesimo abito usassero. E in questa forma dicendo sè esser Ninia, sè medesima presentò agli eserciti: e così avendo acquistata real maestà, severissimamente servò la disciplina militare: e con virile animo ardì non solamente di servare l’imperio acquistato da Nino, ma ancora d’accrescerlo; e a niuna fatica, che robusto uomo debba poter sofferire, perdonando, si sottomise Etiopia, e assalì India, nella quale alcun altro mortale fuor che il marito non era stato, insino a quel tempo, ardito d’entrar con arme. Ed essendole in molte cose ben succeduto del suo ardire, non dubitò di manifestarsi esser Semiramis, e non Ninia, a’suoi eserciti. Essa oltre alle predette cose, pervenuta in Babilonia antichissima città, da Nembrot edificata, e veggendola in grandissima diminuzion divenuta, a quella tutte le mura riedificò di mattoni: e quelle rifece di mirabile grossezza, d’altezza e di circuito: e parendole aver molto fatto, e posto tutto il suo imperio in riposo, tutta si diede alla lascivia carnale, ogni arte usando che usar possono le femmine per piacere. E tra l’altre volte facendosi ella con grandissima diligenza le trecce, avvenne che, avendo ella già composta l’una, le fu raccontato che Babilonia le s’era ribellata, e venuta nella signoria d’un suo figliastro. La qual cosa ella sì impazientemente ascoltò, che lasciato stare il componimento delle sue trecce, e i pettini e gli specchi gittati via, prese subitamente l’armi: e convocati i suoi eserciti, con velocissimo corso andò a Babilonia, e quella assediò; nè mai dall’assedio si mosse, infino a tanto che presa l’ebbe, e rivocata sotto la sua signoria: ed allora si fece la treccia, la quale ancora fatta non avea, quando la ribellione della città le fu delta. E questa così animosa operazione, per molte centinaia d’anni testimoniò una statua grandissima fatta di bronzo, d’una femmina la quale dall’un de’ lati avea i capelli sciolti, e dall’altro composti in una treccia, la quale nella piazza di Babilonia fu elevata. E oltre a questa così laudabile operazione, molte altre ne fece degne di loda, le quali tutte bruttò e disonestò con la sua libidine. La quale ancora, secondoche l’antichità testimonia, crudelmente usò; perciocchè, come alquanti dicono, quelli giovani li quali essa eleggeva al suo disonesto servigio, poichè quello aeva usato, acciocchè occulto fosse, quegli faceva uccidere. Ma nondimeno quantunque ella crudelmente occultasse gli adulterii, i parti conceputi di loro non potè occultare. E sono di quegli che affermano, lei in questo scellerato servigio aver tirato il figliuolo: e acciocchè alcuna delle sue femmine non gli potesse lui col suo servigio sottrarre, dicono sua invenzione essere stata quel vestimento, il quale gli uomini fra noi usano a ricoprire le parti inferiori, e di quello aver le sue femmine vestite, e ancora con chiave fermatolo. Dicono ultimamente alcuni, che avendo ella a questa disonestà richiesto il figliuolo, che il figliuolo, avendo ella già regnato trentadue anni, l’uccise. Alcuni altri dicono esser vero che il figliuolo l’uccidesse, ma non per questa cagione: anzi o perchè esso se ne vergognasse, o perchè egli temesse non forse ella partorisse figliuolo, che con opera di lei il privasse del regno. Appresso pur di lei seguendo, dice 1’autore,

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