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LA
NAUNIA
DESCRITTA
A’ lettori
Dovrebbe alcuno dettare della nostra Naunia una descrizione succinta e fedele, diceva in un circolo, nel quale di questo bel paese tenevasi ragionamento, un preclaro nostro concittadino, il signor Consigliere aulico Cavaliere de Torresani, I. R. Direttore generale della Polizia nelle Province Lombarde, che fino da’ suoi verdi anni per oggetto ora di studi, ora di pubblici impieghi stassene lungi dalla sua patria, e l’ama però con passione, e la risaluta ogniqual- gli è permesso di sollevarsi dalle cure della luminosa sì ma difficile sua carica.
Essendo io uno del crocchio, non lasciai cadere, come sogliam dire, le parole di questo distinto Magistrato, che stimo altamente, e con sincero affetto dell’animo onoro; ma sebben forse a me non dirette, amai di reputarle un comando, per cui mi era ingiunto di mandare ad effetto ciò che già io ravvolgeva in mente da qualche tempo.
Fatto dunque degli altri miei scritti un fascio, e messili da parte, composi sulla Naunia quale ora è un opuscolo, che letto a due cavalieri di cognizioni e di senno forniti, fu da loro accolto con indulgenza, e quanto alla verità delle cose che spongo, approvato. L’ho poscia indiritto ad un amico in Milano perchè il volesse al lodato Signore, come cosa fatta a suo eccitamento, presentare.
Egli il lesse, come l’amico riferimmi, con molto interessamento, e l’amore di patria, che arde in esso vivissimo, trovar gli fece il mio lavoro meritevole di sua attenzione. Anzi fu tanto in lui il desiderio di vederlo pubblicato, che le sue cure e le spese proferse spontaneo per la stampa.
Io non poteva esitare un solo momento ad accettare con sensi di riconoscenza, in nome anche della patria, una offerta cotanto generosa. E così esce alla luce quest’opuscolo, dal quale se trarranno i lettori qualche
dilettamento, ed alla Naunia procederà qualche onore, io mi chiamerò fortunato, e mi verrà forse il coraggio di pubblicarne un altro di simil mole intitolato: I Nauni, che conterrà in ristretto la storia non poco istruttiva di quella interessantissima valle.
Trento, nel 1829.
Prefazione
Assai curiosi viaggiano il mondo, e tempo spendono ed oro per istruirsi e ricrearsi, i quali non trovando libri che li dirigano, e dovendo perciò rivolgersi ai Ciceroni od agli albergatori, per ignoranza o parzialità di costoro molte cose o regioni degnissime di esser vedute non veggono, chè una malvagia fortuna perseguita spesso, come gli uomini, anche i paesi. E sì non s’impara a conoscere una nazione limitandosi a percorrere le grandi strade e le principali città. Solo scostandosi dai luoghi più frequentati si può giudicare dei costumi di un popolo, e distinguere ciò che è proprio
delle sue istituzioni da ciò che dipende dal suo primitivo carattere.
Quanta gente non fece viaggio pel Tirolo senza avere veduta una valle che pur vi è unica nel suo genere? Pochissimi viaggiatori che furono a Trento od a Bolzano si tolsero di strada per vedere la Naunia. Eppure questa Naunia, detta ancora Anaunia, che comprende il territorio delle valli di Non e Sole, in tedesco Nonsberg e Sulzberg, è tal paese che a cercargli un degno riscontro farebbe d’uopo gran parte girar della Svizzera che sì largamente è vantata.
I pochi i quali, o invitati dall’ospitalità di quegli abitanti, o spinti dal bisogno di recarsi a Rabbi od a Pejo per bere a quelle fonti salutari, hanno potuto vederne anche una sola parte, rimasero pieni di ammirazione, e non possono saziarsi di lodare a cielo una valle che in sè racchiude tanta varietà di na- bellezze, ed è produttrice invidiata di rarissimi ingegni.
Se questi forestieri che della Naunia ragionano con tanti elogi, parlino solo per sentimento di gratitudine inverso la cordialità che gli accolse, o per difetto di buon gusto, questo è quello intorno a che io voglio far giudice il lettore della presente Guida, che ho scritta appunto per far conoscere un paese che poco è visitato, perchè pochi stranieri ne hanno contezza; e troppo meglio il meriterebbe che certi casolari diroccati, certi asciutti torrenti, ai quali si pellegrina ogni giorno.
Un fiume ingrossato da forse venti fiumicelli e rigagnoli; un cerchio amplissimo di monti, ricoperti in massima parte di praterie e di foreste; colli e piani e poggi e vallette senza numero, ove tutto verdeggia di belle macchie, di prati, di campi, di vigne, di gelsi; alcuni romitorii; presso a venti castelli; più di novanta
villaggi che tutti possono ammirarsi da soli tre o quattro luoghi, quasi vedette dalla natura a bella posta formate per chi è amante del bello; più di quarantamila abitanti che hanno dialetto e costumanze loro proprie, in massima parte agricoltori laboriosissimi; che, emigrando nella fredda stagione, riportano in primavera e nuove cognizioni ed estero danaro; molte e molte famiglie di nobiltà antichissima e storica; un Clero in generale colto ed operoso; uomini dotti in gran numero d’ogni condizione.... questo è la Naunia, questo la Naunia contiene in sè.
Penso io dunque di non ingannarmi se credo che ella meriti di essere da ogni gentile viaggiatore visitata, e nutro speranza che mi si perdonerà se in questa ferma fiducia ardisco pubblicare quest’opuscolo per comodità de’ viandanti.
La Naunia
Il viaggiatore che va da Trento a Bolzano, o da Bolzano discende a Trento, giunto a San Michele, villaggio tra Lavis e Salorno, vede sulla destra dell’Adige un’ampia e bene coltivata campagna, e scorge in mezzo fra due argini lunghissimi scorrere una bella riviera che sotto gli occhi suoi si getta nell’Adige. È il Noce, el Nos, che latinamente detto Naunus ha forse dato il nome alla valle e ad un popolo che parve abbastanza illustre per onorare i trionfi d’Augusto, come leggesi in , dove son nominati li Naunes tra i soggiogati popoli alpini. Esso trae la sua origine da tre sorgenti nella
sole, e scorre per la Naunia, uscendone per lo passo angusto della Rocchetta, che pure stando a San Michele vedesi in lontananza.
Il borgo che è sulla sua destra sotto un alto monte è Mezzolombardo, in latino Meta Longobardica, in tedesco Welschmetz; come pressochè tutti i luoghi situati in prossimità ai confini che dividono la Germania dall’Italia hanno in Tirolo un duplice nome, l’uno italico e l’altro alemanno. Quello sulla sinistra, appiè pur esso di un’erta montagna, è Mezzotedesco, Mezzacorona, in latino Meta teutonica, in tedesco Deutschmetz e Kronmetz. Quante memorie non risvegliano soli questi nomi? In ascoltarli sembra ancora vedere due potenti nazioni rinnovare qui le battaglie accertate da mille sepolcri, e segnare questi confini col sangue. Il tempo è passato sopra ogni cosa; anche il Dio Termine ha dovuto cedergli, e le stesse nazioni si sprofondarono sotto la terra per la quale combatterono tanto. Ora buona parte
della loro popolazione, specialmente di Mezzotedesco, è originaria della Naunia, e vi si parla pochissimo alterato il dialetto de' Nauni, che detti sono anche Nonesi.
Valicato l’Adige alla Nave sotto San Michele, od a San Michele, o più sopra ai Masetti, vassi per questa ultima via a Mezzotedesco, e per le due prime a Mezzolombardo. In questi due luoghi, oltre gli argini suddetti, che sono opere come suol dirsi romane, e fatte a spese di due soli villaggi, per difendersi dal Noce, che con licenzioso corso minacciò talvolta di esterminio le circostanti campagne, vi è di osservabile la coltura de’ gelsi e delle viti che arricchisce gli abitanti. Gli amatori delle singolarità e delle belle vedute, dopo avere esaminati i castelli Mezzolombardo e Mezzotedesco, quello d'un conte Spaur, questo de' conti Firmian, possono contemplare il romitorio di San Gottardo, che costruito in una cava alto nel monte sopra il secondo castello
ha l’aspetto di una fortezza che avanti l’invenzion della polvere si sarebbe tenuta per inespugnabile. Quivi, spenta la potente casa dei Metz, soggiornarono alcun tempo de’ poveri eremiti, e adesso vi fanno dimora i vipistrelli ed i gufi.
Cammin facendo lungo il Noce si scorge in alto una torre che ancor rimane dell’antico castello Visione, ove credesi avere avuto i Romani un telegrafo; e in meno di un’ora giugnesi alla Rocchetta, dove si vede un ponte di pietra sul fiume, e sulla destra a pochi passi molte roccie cadute nel 1811 tutto ad un tratto in tanta copia che per tredici minuti ne fermarono il corso. Dal monte d’onde staccaronsi sgorga talvolta un torrente d’acqua che fra queste roccie si precipita spumoso romoreggiante nel Noce.
L’ampio orizzonte che si presenta maestoso alla vista di chi passò la Rocchetta, e che quanto più si ascende tanto più si
dilata, è quelle della Naunia. Entrasi in questa valle anche venendo dalle Giudicarie per Molveno o per la selva di Campiglìo; e vi si penetra pure da Bolzano per la Mendola, passo il più difficile nell’attuale suo stato; da Merano per le Palade, in tedesco Gampen, e finalmente dalla Valcamonica per lo monte Tonale discendendo dalla Valdisole. Io però consiglio il viaggiatore di prescegliere la meno incomoda via della Rocchetta, anche perchè la scena che si dischiude dopo un lungo girare tra le rupi a chi va per quel passo, è veramente sorprendente e magnifica, e ancora dopo tanti secoli si presenta quale la figurava San Vigilio nella nota sua lettera a San Giovanni Grisostomo un naturale teatro, ove a modo di spettacolo sorgono castelli da ogni parte a incoronare la valle.
Chi ha letto la descrizione del regno di Cachemira nell’Asia può farsi un’idea della Naunia. Le sue montagne ne stanno come
alla guardia in cerchio quasi perfetto. I fiumicelli che da queste discendono, lo Sporeggio da sudovest, il Loverno e la Tresenega da occidente, il Rinasico, la Pongajola, il Verdès da oriente, la Novella e la Pescara da settentrione, il Bernès da nordovest, dividonla in altrettante piccole valli. Il Noce, che scorre quasi dappertutto ristretto da rupi immense ed altissime, le dà abbellimento, e la divide in due parti inegualì.
La minore e però non meno interessante sta sulla sua destra. Quivi sono le parrocchie di Spor, Denno, Flavon, Tassullo e Cles, con altre venti e più ville, e con i castelli Belfort, Spor, Bellasio, Corona, Nano, Valer, Mechel e Cles. Il castello Spor, abbandonato già da un secolo e più, giace solitario sopra una rupe quasi aspettando l’opera d’un romanziere che ne rialzi ne’ suoi storico-favolosi racconti le muraglie e le torri. L’altro di Flavon, che era sulla
destra della Tresenega, dirimpetto a quello di Nan, ruinò interamente. Disparve anche il castello di Enno o, come ora scrivesi, Denno, del quale è originaria quella famiglia dei conti Alberti, che poi passata a Pergine, e di là scesa e Trento diede due principi a quella città. Quelli di Tuen e Santo Ippolito distrutti nel 1407 dai Nauni sollevatisi per una gabella che si volea loro imporre, si sa che erano l’uno presso Tueno e l’altro in vicinanza di Mechel, ma non se ne vede vestigio: etiam periere ruinae. I castelli caggiono sotto la mano del tempo, e più non sorgono; le umili capanne non sono meglio rispettate, ma la paziente industria del contadino le riedifica il più delle volte, perchè egli trova dolce il vivere dove i suoi padri vivevano. Nan pertiene al Principe vescovo di Trento. E a chi non dee rincrescere che sia necessaria grave spesa per renderlo abitabile, e conservare alla Naunia un magnifico edifizio opera di Palladio, non
che la memoria dell’antico Nan, che era non lungi da Portolo, e che se non ha dato il nome alla valle, come pur da alcuni sostiensi, credesi almeno il primo castello costruito tra i Nauni? Bellasio è de’ conti Khuen, Valer de’ conti Spaur, Cles de’ baroni Clesio, tutte famiglie nobilissime; gli altri castelli non sono abitati, ma i loro signori hanno invece belle e comode case nelle ville vicine.
Dalla Rocchetta si va fino a Cles, grande e bel borgo considerato come capitale della Naunia, passando per Denno, primo luogo che incontrasi di qualche considerazione, per Flavon, Teres e Tueno sopra una via buona e larga sufficientemente, ma per isventura non del tutto comoda a cagione di una lunga salita dal piano del Noce fin sopra Denno, e per la discesa e salita della valle della Tresenega. Con un cocchio tirato da due cavalli si va però senza nessun pericolo dalla Rocchetta a Cles in meno
di tre ore; ed il viaggiatore ha tuttavia un compenso di queste difficoltà nel grande e variato spettacolo che s’offre a’ suoi sguardi ad ogni passo, potendo vedere di lontano anche una parte della valle che sta sulla sinistra del Noce, e notarsi i luoghi che nel ritorno per quella vorrà visitare. A far riuscire men faticoso il salire sopra Denno fino presso a Cunèo basterà la sola vista di Castelthunn appartenente a cospicua famiglia, la cui antichità si perde ne’ secoli, e che distinguesi costantemente per una generosa e cordiale ospitalità. Anche l’aspetto delle campagne delle parrocchie di Denno, Flavon, Tassullo e Cles, che sono assai bene coltivate, potrà porgergli molto diletto. Se volesse sotto Denno deviare un poco dalla strada ei troverà il piccolo villaggio di Quetta, patria di , che da quell’umile luogo salì ad essere primo ministro del cardinale Clesio, e per dottrina legale fu assai riputato. La sua opera: Consilìa centum circa jus publicum et privatum, stampata in Amburgo, gli accrebbe onore e celebrità. Dalla ripa del Noce sotto Quetta fino a Teres passerà per una selva, dirò così, di bei gelsi; da Tuen fino a Cles vedrà ai lati praterie e campi amenissimi, e in questi tutte le specie di piante cereali. A destra della via passato Tueno, là ove mirasi una chiesa rotonda ed una casa, albergo un tempo, come credesi, di Templari, eravi un lago detto di Sanspirito, e più verso tramontana eravene un altro nominato della Colombara; il rimanente era un vasto pascolo. Io stesso vi guidai giovinetto la nostra capra, e vidi i compagni miei nuotare in quell’acque. Adesso ondeggiano le bionde spighe dove vegetavano le alghe e le canne palustri. A sinistra su presso il monte è la villa col castello di Mechel, il quale è ora decaduto dal suo antico splendore, ma non si può riguardare senza commuoversi in pensando alla gloriosa famiglia de’ conti di
Firmian cui appartenne. E il viaggiatore lombardo sopra tutti ricorderà con dolce sentimento quel Carlo di Firmian che in Lombardia condusse la età dell’oro, ed è ancora nome carissimo e benedetto da ogni colta persona, e veramente degno che ne fosse ampiamente narrata la vita, come fece or ora l’egregio signor Consigliere aulico presidente , che sta per pubblicare questo suo erudito lavoro nell’opera: Delle Vite e de’ Ritratti degli illustri Trentini, opera che la città di Trento darà in breve alla luce a diligenza del benemerito suo Podestà. Nella villa di Mechel ebbe culla il sacerdote valente matematico, del quale si conservano i vantati lavori nel Gabinetto imperiale di Vienna. Suo collaboratore meccanico fu un altro Naune, Bartolomeo Bertola di Rumo, i cui orologi da camera e da campanile portarono in lontane parti il nome e la fama del loro autore.
Più corse piacevoli potrà fare il curioso da questa parte. Pria di salire a Denno, subito passato il ponte alla Rocchetta, può, tenendosi a sinistra presso al monte, recarsi a Spor, dov’è una fabbrica di vetri lodatissimi. Intenderà ivi che la Madonna di Spor era una volta visitata da’ pellegrini, e che fino in processione vi si andava da luoghi lontani in tempo di calamità, quando la mancanza di ogni terrena assistenza fa sentire all’uomo la sua bassezza, e lo persuade a cercare soccorso ne’ prodigii della religione. Salendo un poco a Cavedago per vaste ed amene praterie, vedrà il corso romanzesco dello Sporeggio ed una parte notabile della Naunia. Poco distante è il lago di Molveno abbondante di pesce, e soprattutto del delicato e raro salmerino. Giunto di ritorno andrà a vedere sopra Denno presso Cunèo il castello Corona che, come l’eremo di San Gottardo, è in una gran cava sul monte sovrastante; ovvero passerà al vicin colle, detto el Lucc, che finora fu pascolo e che adesso mettesi a coltura; volgendo intorno lo sguardo dalla sua sommità, converrà meco che la Naunia ha le sue vedette fatte dalla natura. Sostenuta la fatica dello scendere e del salire nella valle Tresenega, non è da passare Tueno senza trasferirsi a vedere il romitorio di Santa Emerenziana e la valle di Tovel, al capo della quale evvi un lago dello stesso nome, da cui si estraggono pure saporitissimi salmerini. Udirà dagli abitanti di Tueno cosa strana, ma verissima, cioè che d’inverno questo lago serve di unica via per condurre su carri il molto legname di cui essi fanno commercio, ma che non si arrischiano a tale passaggio se non dopo essersi accertati che la volpe, scandagliata coll’orecchio l’altezza del ghiaccio, vi è di già transitata, e porge con ciò guarentigia di un sicuro tragitto anche coi carri. Nelle altre stagioni odesi talvolta in tutta la Naunia un fragore, un muggito simigliante al tuono od al rimbombo
del cannone, cagionato da un misterioso movimento di quel lago, fragore che ordinariamente è presagio di cangiamento di tempo. Nessuno ha saputo ancora spiegare questo maraviglioso fenomeno; e nemmeno la superstizione osò assegnarne la causa. Dal monte che è sopra il romitorio di Santa Emerenziana esce talvolta un copioso torrente d’acqua, e giù precipitando di roccia in roccia forma un’altissima caduta e fragorosissima.
Giunto a Cles il forestiere potrà alquanto riposarsi come in luogo dove gli sarà dato ogni agio della vita. Questo capoluogo, il più popolato della Naunia, ha una vasta piazza, larghe e selciate vie, e comode e ridenti case. Quivi risiedeva ancora negli ultimi tempi il giudice principesco, che col titolo di Assessore delle valli di Non e Sole concentrava in sè l’amministrazione civile, criminale e politica di tutto il paese, amministrazione or divisa fra quattro giudici
distrettuali, come sarà detto in appresso. L’ultimo assessore fu il Consigliere aulico Carlo Leopoldo de Torresani padre dell’attuale Direttore generale di Polizia a Milano. Egli fu uomo quanto dotto e zelante, altrettanto giusto e benefico, ed il suo nome dopo tanti anni si ricorda ancora con sentimenti di riconoscenza dalla popolazione.
Il barone Strudel, scultore insigne in Vienna sotto l’imperatore Leopoldo I, ebbe in Cles i suoi natali. Un dottor pure di qui pubblicò poesie in dialetto naune, che dai nazionali si leggono con interessamento e piacere. Ajutatore al Sieli, e non meno abile di lui in poesia, fu il sacerdote , del quale, essendomi stato educatore e maestro, un dover sacro mi obbliga a far qui menzione. L’intero corso della sua lunga vita, sebben sempre cagionevole della persona, consacrò egli alla orazione, allo studio, all’ammaestramento della gioventù, alle opere tutte di
carità e di misericordia, senza perdere inutilmente mai una sola ora. Ei fu il confortatore e il consigliere d’ognuno che a lui ricorreva. I vescovi di Trento e di Coira l’ebbero molto in pregio, e de’ consigli suoi si giovarono al tempo in cui toccò loro di mostrarsi forti a sostenere i diritti della Chiesa. La Naunia ha perduto in esso un modello di ogni virtù, e noi suoi discepoli un dolce amorosissimo padre. O santa e beata anima! Tu che tanto ne amasti in terra, tu porgi ora al certo in cielo a favor nostro fervorose e valide preci al Dio che ti guiderdona! Deh che possiamo rivedere te, e teco lodare Lui in eterno nella patria de’ buoni!
La chiesa parrocchiale ricca d’argenteria, dono generoso della piissima famiglia Clesio, è una buona fabbrica ampliata da pochi anni. Il convento de’ Padri Francescani ha una numerosa biblioteca e delle pregiate pitture.
Letta la iscrizione lapidaria che presso la nobile famiglia Torresani attesta la gloriosa visita dell’Imperiale Arciduca Giovanni, il quale con alto accorgimento di guerra esaminava nel 1802 i passaggi dell’arduo Tonale, debbe recarsi il viaggiatore a visitare i così detti Campineri, ove troverà una terra nerissima, e in quella, invece di ciottoli, ossa impietrite. Come e quando quelle ossa restassero colà, nessuno ancora seppe affermarlo con certezza. Vi si trovarono lapidi, monete di bronzo e d’argento ed altre anticaglie romane. Il defunto Consigliere imperial regio , proprietario di que’ campi, scrisse una Memoria in forma di epistole, che porge intorno a ciò delle ragionevoli congetture, ed un epilogo della storia patria, dall’epoca della venuta di Druso e di Tiberio per ordine di Augusto fino alla irruzione de’ Franchi seguita nel 577, e contrassegnata dalla distruzione di molti castelli, e specialmente di quello di Malè. Conviene poi salire sul vicin poggio, detto el Doss de Pez, ch’è un’altra delle vedette dalle quali si domina parte della valle.
Chi non può o non vuole fare una gita nella Valdisole, dee portarsi almeno fino al Santo del Chiatar o del Faè, ove chiamando verso la parete del monte ad occidente udirà le proprie parole ripetute dall’eco; ed oltrepassata questa grande parete, vedrà il castello Altaguarda, e gli avanzi di quello di Cagnò, che appartenne ai signori di questo nome; e spenta quella illustre casa, è passato ai conti di Thunn. Nè dovrebbe il passeggiero lasciarsi increscere di spingere alquanto il cammino per dar un’occhiata alla spaziosa selva del Faè ed all’ora abbandonato ponte di Mostizzol, informe ammasso di travi eretto a spaventevole altezza, senza pregio d’archittetura, ma con artifizio veramente mirabile. E nell’andata e nel ritorno i villaggi della parrocchia di
Livo e quelli della valle di Rumo presentano colle nude cime de’ sovrastanti monti che ti pajono altrettante piramidi, e colle valli formate dal Bernès e dal Pescara uno spettacolo di grata sorpresa, e certo non lasceranno pentito il viaggiatore di avere impiegato in questa digressione due ore. Nella valle di Rumo nacque l’illustre Gesuita autore di alcune opere assai lodate. Avendo egli cessato di vivere in Roma, ove passò gran parte degli anni suoi, si scrisse che fu romano, confondendo anche forse Rumo con Roma; il vero però è che ebbe i suoi natali in Rumo, dove la famiglia Bonanni sussiste anche di presente.
Ritornato a Cles, debbe il curioso recarsi a Rallo, piccola villa che può andare gloriosa di essere stata culla a più uomini distinti, come i Cristani, i Guarienti, i Busetti. De’ primi il barone canonico di Salisburgo scrisse un’util operetta ad ammaestramento de’ contadini.
foro (e non, come scrive il , Bucetti, chè di Bucetti i Nauni non san nulla) può chiamarsi il Petrarca de’ Nauni. Il suo inedito meriterebbe di essere troppo meglio conosciuto che tante altre inezìe del secolo decimosesto in cui visse. Da Rallo passerà al castello Valer, dominio, come si è detto, della famiglia de’ conti Spaur, dai quali ebbe Vienna il primo suo vescovo. Non si trova forse in nessun luogo un edifizio con una fortissima torre ottangolare qual è quella di questo castello. Credesi opera di qualche Valerio romano. Essa è un’alta specola, dalla quale si vede gran parte della Naunia. Di quivi si rechi a Tassullo, dove potrà osservare con suo dilettamento la chiesa parrocchiale, e in essa una buona pittura sull’altar maggiore. Tassullo è la patria de’ Pilati, tra’ quali è celebre , giureconsulto di perspicacissimo ingegno, ma non forte quanto gli bastasse per
sistere ad alcune false dottrine della filosofia del secolo; ammiratore di Federigo II e del Voltaire, amò singolarizzarsi adottando, com’essi, quelle opinioni che grandi mali poi cagionarono in tutta l’Europa. Beato intanto che ne’ suoi ultimi anni potè conoscere il nulla delle umane cose, e ricovrarsi alla pace de’ suoi campi, dove, facendo a’ poveri colle largizioni e ad altri col consiglio assai bene, ebbe la stima e l’amore di tutti, e nel 1802 tranquillamente morì in grembo alla cattolica religione! Il signor Conci de Brathia suo nipote conserva le molte opere da lui scritte in italiano, in latino, in tedesco e in francese, i suoi manoscritti e i suoi libri.
Sotto a Tassullo, battendo la via che conduce al molìno detto dei Cattordesi, arrivato all’orlo della collina dal quale vedesi il Noce, si presenteranno all vista del viandante più cose che, se ama il bello, il riempiranno di maraviglia. A basso il fiume, il
nato molino, una casuccia, un prato lungo il fiume, due grandi vigne divise da un rivo, ed il resto bosco. Di là dalla riviera riguardando a destra, una caduta di acqua, un’ampia prateria, un bosco di quercie ed uno di abeti; e nel fiume grandi massi, altri nudi ed altri coperti di erba. Di fronte in alto una villetta, Dermulo, e sotto questo una seconda cascata, poi una foresta di quercie lambita dal fiume. A sinistra due altissime rupi che svegliano l’idea di Abila e Calpe, uno immenso ammasso di roccie, il fiume che esce placido e vorticoso da una stretta profonda oscura valle lungo il piè della perpendicolar rupe di Dermulo; più entro un boschetto di tigli e di ontani, sopra questo un’ampia cava nella rupe medesima; in questa cava il romitorio di Santa Giustina, una sorgente ch’esce dalla rupe e cade perpendicolarmente nel fiume, un angusto sentiere che guidava il romito sulla parete della rupe verso a mezzodì a
sta fonte, una lunga scala fatta nella pietra che conduce per la cava ad una uscita sotto un gran masso; e sul ciglio della rupe un altro sentiere che verso tramontana porta sulla campagna di Dermulo ..... questo è quello che quivi stando potrà vedere ed ammirare. Un cotal punto di veduta è lontano da Tassullo appena dieci minuti.
Nel ritorno il viaggiatore pieghi sulla piana via a settentrione, e in meno di mezz` ora troverassi a Pontalto, orrido sito, ma estremamente pittorico. È questo un ponte altissimo di pietra, per lo quale si va dalla destra alla sinistra sponda del Noce. A non pochi rifugge l’animo dallo scendere coll’occhio in quegli abissi. Qui l’osservatore non potrà non ammirare il coraggio e la perseveranza de’ nostri antichi Nauni. Ponga mente al fiume che scorre tra due altissime rupi al tutto perpendicolari, e che trovando in mezzo al suo alveo un duro ed alto scoglio, è da questo ostacolo astretto a dividersi in due
mi. I Nauni scavarono nella rupe ch’è sulla destra del fiume una via, e costruirono il detto ponte affine di poter passare sullo scoglio isolato. Per procedere da questo scoglio alla sinistra del fiume, ch’è un’altra rupe, conveniva erigere un secondo ponte; ma la distanza dallo scoglio alla rupe era troppo grande. Gettarono dunque tra questa e quello una immensa congerie di sassi e di terra che pare un monte, e formato un istmo, ebbero ivi ed hanno pur ora in luogo di un ponte una strada. Il viaggiatore volga in giro lo sguardo su questo istmo, salga sull’alto scoglio, e s’egli sa disegnare non partirà da questi luoghi senza copiare il magico quadro che vedrassi d’intorno. Per ritornarsene a Cles evvi la strada che conduce su per la campagna di Rallo; cammin facendo sarà costretto di fermarsi in più luoghi a riguardare, specialmente là dove tornerà a vedere nel basso il Noce, la Novella che vi si scarica, e la caduta del Verdès, detta
anche acqua di San Romedio; a’ suoi piedi le vigne di Cles, e di fronte e a sinistra Sanzeno e Revò, e molte altre ville e boschi e valli e campagne.
In Cles, se non ha forza e coraggio per gire a piedi, ciò che sarebbe il meglio, si procuri il viaggiatore un cavallo per discendere presso al castello Cles fino al Noce, e salire poi a Revò che sta sull’alto di quella collina che, tutta coltivata a viti ed abbellita da verdi prati, forma l’interno dell’angolo fatto dal Noce e dalla Novella. Il castello Cles, prima dell’incendio che pochi anni fa ne rese inabitabile una gran parte, fu degli insigni baroni Clesio sede ordinaria. Chi non sa che da questa stirpe è venuto quel cardinale Bernardo Clesio che ebbe al suo tempo tanta parte negli affari della Germania, e può dirsi il più grande degli uomini di Stato dell’età sua? Tutti ne ricordano con gratitudine e le azioni ed il nome; tutti conoscono che innalzato dal Re Ferdinando I Arciduca d’Austria all’eminente carica di gran cancelliere e presidente del suo secreto Consiglio, contribuì potentemente a tenergli salda e onorata sul capo quella corona che egli stesso in Praga vi avea collocata.
Revò non è villa grande, ma del pari che quasi ogni altra di questa florida valle può destare delle illustri rimembranze. Essa presenta al passeggiero la patria del chiarissimo barone Carlo Martini profondo giureconsulto e presidente del supremo Tribunale di Giustizia in Vienna, Esso fu quegli che propose i nuovi Codici, e sudò nei lavori dell’Austriaca Legislazione. Revò ricorda altresì il nome del cavaliere , che primo scrisse la storia della Naunia, se non con venustà di stile, certamente con dovizia di patrie cognizioni. La sua opera è intitolata: , Rovereto, 1805.
In Revò adunavasi, avanti la secolarizzazione del principato di Trento, il Magistrato delle valli di Non e Sole, del quale nulla hanno detto o ben poco il ed il , altro scrittore di memorie sulla Naunia. Questo Magistrato, composto di un capitano, di alcuni deputati, dei sindaci de’ comuni e d’un cancelliere, trattava e decideva gli affari economici del paese coll’assistenza dell’Assessore delle valli, uffiziale del Principe, che da tale incombenza trasse probabilmente il suo titolo. L’ultimo capitano fu il conte Felice Arsio di Revò, cavaliere ornato di esimie doti, fra le quali primeggiavano la bontà di cuore e l’affabilità di maniere, cosicchè ancora al presente, molti anni dopo la sua morte, si conserva di lui grata memoria.
Chi arrivato a Revò si troverà aver sete, beva poco di quel vino, perchè è gagliardo come gli uomini e le donne che quelle Vigne coltivano, ed assapori invece delle frutta che ivi e nelle altre terre che sono su la destra della Novella maturano in grande quantità e di gusto squisito. La chiesa parrocchiale, in cui sono begli altari di marmo, merita di essere veduta.
Volendo avere un’idea della situazione della Valdisole conviene portarsi verso Cagnò, e stando sopra questa villa se ne vede il principio. Le sue alte montagne coperte di eterni ghiacci servono di confine tra il Tirolo ed il Regno Lombardo-Veneto, e queste si veggono dall’Ozol, monte che sovrasta a Revò. La Valdisole è lunga e stretta dappertutto, non dilatandosi alquanto che a Malè e a Pelizzano. In Malè ed in Ossana risiedono i parrochi di questa vallea. In Malè, considerevole borgo abitato da civili famiglie, e conosciuto anche agli Italiani per le rinomate sue fiere annuali da cui ritraggono molto bestiame, evvi un convento di Cappuccini, ed un Giudizio cui tutta è sottoposta la Valdisole. Il palazzo in Croviana, villaggio
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