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Bizzarrie

Luigi Carrer · 1837 · Free in the US

12,538 words · about 53 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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Licence: PD-US · Published in 1837 (before 1931): public domain in the United States. Text and transcription from it Wikisource by Wikisource contributors (transcription licensed CC BY-SA 4.0; contributors: https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Bizzarrie&action=history). · Wikisource contributors

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About this book

Author
Luigi Carrer
Language
Italian
Published
1837
Length
12,538 words · about 53 min
Sections
12 reader sections
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Rights
Public domain in the United States

 

Contents (12)

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Indice

I Termometri

C’è un arnese ingegnoso nella mia stanza, al quale io porto amore come a fratello. Senz'esso non mi arrischierei a lasciarmi riscaldare dalla stufa quando il rigore dell’inverno è più intenso: è per esso che mi è dato sapere fino a qual punto io possa godere del ristorante tepore. Io guardo ad esso come a volto di amico, ed ei mi fa cenno, notandomi grado per grado tutte le differenze, anche le meno avvertite, di quella limitata atmosfera in cui vivo molta parte del giorno. Anche da me non interrogato ei continua a rispondere; io posso dormire tranquillamente perch’ei sempre veglia. Caro termometro! È sorretto da due colonnette nei lati, e sorge nel mezzo con un arco acuminato, come quello de’ gotici edifizii, sotto il quale è disteso il picciol tubo che contiene il mirabile metallo, presto a salire e a discendere secondo la varia condizione della circostante atmosfera. Si potrebbe proporlo ad emblema di un animo squisitamente affettuoso, a cui si fanno sensibili tutte le impressioni che possono tornar vantaggiose o funeste all’amico; e non contentandosi di nerne impressionato, ne dà avviso sollecito ed infallibile senza badare se gli sarà o no dato ascolto. Vorrei continuare a fare l’elogio di questo termometro della mia stanza, ma mi sento portato a parlarvi d’altro per non riuscire prolisso, voglio dire dei termometri che incontro tutti i giorni via per le strade.

Essi mi sono vantaggiosi, nol nego; ma non gli amo. Oh non gli amo questi termometri animati, la cui parte spirituale è tutta mercurio, che s’alza e s’abbassa secondo i mutamenti dell’aria! Eppure non si può a meno di confessare, che a chi sappia interrogarli non apportino spesse volte molti vantaggi. Io ne ho parecchi ai quali professo grandissima obbligazione. Se io voglio sapere che opinione corra di me fra quelle persone, che scioperano tutto il giorno per trovarsi più vigorose la sera a fabbricare opinioni, non ho che a far visita a Fidenzio, e a cercare d’imbattermi in lui per istrada. Quel risolino onde accompagna il saluto, il premermi la mano più o meno forte, il cavarmi di cappello con maggiore o minore esuberanza, mi sono indizii infallibili a congetturare che cosa sia stato detto di me la sera innanzi. Una mattina fra l’altre Fidenzio mi colmò di gentilezze, mi accompagnò buona pezza verso il luogo a cui ero incamminato, togliendosi alla sua strada, fu lì lì per annoiarmi colle reiterate proteste della sua amicizia, e cogli interminabili elogii al mio merito: che diamine! diceva io fra me stesso, non so d’aver vinto nessuna lite, non ho aspirato a nessuna carica, nè posso quindi sperare che mi sia stata conferita... un terno al lotto? non ci gioco mai, nulla pubblicai di recente, se non qualche gramo articolo di giornale, e poi la gloria letteraria non merita tanti inchini... Seppi finalmente che atteso uno scambio di lettere nel mio cognome (Fidenzio è un po’ duro d’orecchia) mi aveva preso pel signor N. N. di cui vociferavasi da varii giorni, che sarebbe d’ora in ora salito a non so che dignità di primo ordine. Mi spiace di non aver avuto modo di rifare il signor N. N. de’ molti inchini, e delle larghissime esibizioni di Fidenzio, da me usurpategli involontariamente per quel malaugurato scambio di lettere sopra descritto.

Ci sono, oltre che i termometri maschi, i termometri femmine; quantunque quest’ultimi per verità in minor numero. Va bene che s’impari per tempo a conoscerle certe occhiatine che accusano un antecedente discorso tenuto in altra casa, e sono mosse da un poco di quell’aura popolare che spira favorevole a gonfiare i palloni. Quante amicizie strette non altrimenti che per questa via! Il fervore di siffatte affezioni fittizie è, rispetto al vero fuoco delle spontanee inclinazioni dell’animo, ciò che il caldo artifiziale della stufa riguardo a quello naturale del sole. Quel primo è padre assai spesso di costipazioni per chi non ci è avvezzo, e per tutti generalmente appena utile durante una stagione. Certo che per alcune persone intirizzite è buono a qualche cosa; intiepidire loro le membra sarebbe nulla, bisogna scottarle chi voglia che si risentano.

Entrando in una stanza, quando ci sia qualcheduno de’ termometri fin qui ricordati, non mi bisogna guardarmi all’intorno per sapere in qual genere di atmosfera io mi trovi. Il contegno della persona, le inflessioni della voce, il modo più o meno libero di girare il capo, di alzare un braccio, mi avverte a puntino, prima ancora che la conversazione sia incominciata, su qual argomento essa sarà per cadere, e di qual tenore saranno le proposte e le risposte. Oh la scienza importante quella di saper leggere in siffatti termometri! Sono tutti segnati d’impercettibili linee dalla fronte al calcagno: ogni grinza della pelle, ogni tenue giuntura del loro corpo hanno il loro significato. Se mi si accennerà con sola una stretta di ciglia, saprò di aver a lato qualche gran personaggio cui il termometro mi avvertirà che io non sono in troppo grande considerazione. Se il saluto mi vien pieno, col riso di tutta la faccia, e anche con un poco di abbassamento del capo posso dire che spira buon vento, che non ci sono all’intorno vapori sovrabbondanti.

Molti ho sentito montare in furia con persone alle quali sarebbesi convenuto il nome di termometri. Quella furia, mi si permetta, era ingiusta. Ci hanno uomini creati da natura a questo fine, bisogna farne conto, e dentro certi limili esser loro grati per l’utilità che ci apportano. Hanno torto coloro che stringono con essi legami amichevoli: l’amicizia non si regola a seconda dei mutamenti dell’atmosfera; o a dir meglio, per l’amicizia non c’è altra atmosfera che del cuore. Finché la temperatura di questo è immutabile, immutabile dee rimanere pur l’amicizia. Ma per resistere alle impressioni esteriori, e non alzarsi nè abbassarsi nel modo che si è detto, bisogna aver sortito da natura mente e cuore temperati appositamente. Anche in ciò adunque prudenza e moderazione nei nostri giudizii: tener l’occhio a chi è nato termometro, per giovarsi delle quotidiane indicazioni che se ne ricevono; ma non presumere che possa rimanere saldo al suo posto chi è fatto da natura per ascendere e discendere continuamente. Quante indagini non vi saranno da ciò risparmiate! Di quanti apparenti misteri non avrete in ciò solo la spiegazione!

Carta bianca e carta nera

A chi vedesse due alti colli in un magazzino, dei quali uno di carta tutta bianca e l’altro di carta stampata, e fossegli domandato qual credesse essere di maggiore pregio, che cosa gli converrebbe rispondere? Secondo ragione di naturale discorso la carta stampata senz’altro, ma secondo quello che abbiamo da’ fatti la carta ca. Carta bianca da stampare è poco men che denaro; carta stampata egli è presso a poco come avere dei sassi. A quella tutti guardano con ansietà, da questa tutti ritirano gli occhi con raccapriccio. Onde questo? Per la poca voglia che c’è di leggere, dirà taluno; ma quando questa poca voglia nocesse alla carta stampata, dovrebbe nuocere per egual maniera anche all’altra, che può chiamarsi materia prima da essere lavorata e resa abile al commercio degli stampatori. S’è mai udito che ove i tessuti di seta fossero scapitati di pregio, salisse in riputazione la cura de’ bachi? Bisogna guardare più su chi voglia trovare il vero motivo di questa troppo sensibile stravaganza.

La carta bianca è campo aperto alle speranze di una moltitudine di persone, che in esso sperano di poter gettare, con non piccolo loro profitto, quelle varie sementi che riceverono, o si credono aver ricevuto dalla natura. Il letterato ci verserà entro le sue storie, i suoi poemi, o che altro la penna obbediente saprà mettere insieme (la penna che molte volte ancora fa da sé, senza che il cervello se ne voglia immischiare per nulla); il tipografo ci spiegherà le belle regole di proporzione che ha saputo concepire nel proprio intelletto, e si studierà a trovar modo, che nella battaglia tra l’economia dell’editore e l’economia de’ lettori, questi ultimi ne rimangano colla peggio; i librai e gli accaparratori d’associati metteran fuori le loro ciance a gnificare il merito dell’ultimo arrivato nel concorso delle cose stampate, senza voler parlare di più altre persone, che, qual a questo, qual a quel modo, aspettano dalla carta bianca la redenzione di molte pene che li travagliano.

Ma quella carta è pur alla fine stampata! L’autore vi ha fallite le sue speranze, in quanto che dopo la pubblicazione dell’opera non ebbe che censure, o la lode che ne ottenne non fu a grande pezza proporzionata alla sua aspettazione. Oh avesse a tornare da capo! Oh potesse radere quelle nere righe via dalla carta! Benedetta la carta bianca, su cui non possono i morsi de’ giornalisti, e i frizzi de’ legislatori delle conversazioni! E il tipografo? Il dabben uomo ebbe a soffrire le bizzarrie dell’autore, tutto quel tempo che la stampa è durata; e ad ogni foglio che toglieva al torchio per riporlo nel magazzino sentiva crescersi il cuore, fino al giorno in cui ordinò che si dessero fuori le carte colorate per le coperte. Fu quello il giorno che sogliono i muratori piantare di sopra la fabbrica il palo con la tabella inghirlandata di foglie, e cantare viva. Ma dopo quel giorno? Continue repliche di corrispondenti che non sanno che si fare del libro, che loro da mesi marcisce negli scaffali, dopo esser stato inutilmente esposto sul davanzale della bottega tra le novità, da più che una settimana. E le noie tollerate? E il capitale impiegato? Oh potesse tornar carta bianca quella sì alta massa di carta stampata! Benedetta la carta bianca, ch’è denaro vivo e fumante! E via con questo discorso per quante sono le persone che s’impacciano in simil genere di negoziati.

Se per altro aveste a rivedere indi a poco autore e tipografo, li credereste guariti dopo quella prima esperienza? Conobbero il pregio della carta bianca, ma non per questo cessarono di affaccendarsi a imbrattarla con ogni potere. Eh! dicano pure i giornalisti, io scaricherò loro addosso, nella prefazione che metterò in fronte all’altra opera che sto componendo, tale un rovescio di eloquenza controversistica che ne rimarranno balordi. Oltre che in questo nuovo scritto mi guarderò da quelle mende, che mi furono notate con troppo minuta censura, ed hanno frequenti riscontri anche nei libri di maggior fama. Ma bisogna accordarsi ai tempi e all’umore de’ leggitori. Esce fuori il secondo lavoro, e non ha miglior fortuna del primo; e l’autore rinnova pel terzo quel discorso stesso che fatto avea pel secondo, e così fino all’ultimo de’ suoi giorni e de’ suoi lavori. Il tipografo per altra parte s’immagina aver fatto senno dopo il primo tentativo. D’ora innanzi mai più opere nuove, al più al più una qualche ristampa con correzioni ed aggiunte. E poi più corrente la stampa, e quindi il prezzo più modico, che faccia abilità fino allo scolaretto di venirne all’acquisto. Fuori quest’altra edizione; nuove lagnanze dei librai, e i magazzini ingombri come ma di carta stampata, che rende lo stesso fetore dell’acqua stagnante.

A volere però parlare schiettamente, non siamo presso a poco tutti nella condizione appunto di quell’autore e di quel tipografo, che hanno formato finora il soggetto delle nostre derisioni? Non è carta bianca per ognuno quell’oggetto, qualunque si fosse, nel quale ripose la propria speranza; non diventa carta stampata subito che la speranza venne all’atto? E non torniamo di nuovo a metterci sulla strada dello sperare, dopo ancora la trista esperienza che ne abbiamo fatto? Così è, e così deve essere della nostra natura, la quale, ove cessasse da questa continua e travagliosa vicenda, il mondo, di così vario ed animato ch’egli è, si muterebbe in uniforme e silenzioso, nè altro in esso vedrebbonsi che persone desiderose di morire per essere libere dalle noie dell’aspettare. Non vuolsi pertanto condannare affatto questa rinascente speranza, nè credere che fosse minore la pazzia di chi o nessuno esperimento facesse, o fatto il primo, si rimanesse dal più tentarne. Solo che dal vedere come la più parte delle nostre speranze non ottengano il loro effetto, o l’ottengano manchevole ed imperfetto, impariamo a camminare con più cautela, e nel fabbricarci un incerto domani non spendiamo con troppo inconsiderata prodigalità la certezza dell’oggi. La vita, fu detto, e fu detto bene, è come un foglio di carta bianca, su cui tanto può scriversi un vigliettino amoroso, quanto una sentenza di morte. Che dunque? Non presumere che le debbano tutte esser rose, e per alcune spine che ci trafiggono non darsi così subito al disperato. Scrivere e poi distornare alcune parti della scrittura per riporvene delle migliori, è quello che si fa da tutti i maestri di stile; ma conchiudere ogni nostro studio col cancellare è un pò troppo. Anche qui s’intende acqua, non il diluvio. A chi si volge indietro a leggere nella pagina della propria vita, e ci trova di molti sgorbii, certamente non gode l’animo; ma dovrà egli per questo augurarsi che fosse tal pagina su cui nulla potesse leggersi, né in bene nè in male, come gli sciagurati che non fur mai vivi?

Passioni e virtù lapidee

Mi piace far eco alle lodi che da tutte le parti si danno all’ingegnoso ritrovamento del bellunese signor Girolamo Segato. Non mi arrischio per altro a parlarne con apposito discorso, stante che non mi trovo possedere quella dottrina nelle scienze naturali, che si domanderebbe a rendere autorevoli le mie parole. Chi ne volesse una larga notizia si contenti di comperare un libretto venuto fuori a questi giorni in Padova, dalla tipografia Cartallier, e che s’intitola: Dell’artifiziale riduzione a solidità lapidea e inalterabilità negli animali, scoperta da Girolamo Segato, relazione dell’avvocato Giuseppe Pellegrini, con note ed aggiunte.

In quella che mi confesso ineguale fin dalle prime a convenientemente parlare dell’artifiziale riduzione a solidità lapidea negli animali, non posso tacere di un’altra scoperta fatta in questi giorni dal signor N. N. nella natura morale di molte persone tuttora vive, e possibili ad essere incontrate per istrada tanto oggi che dimani, secondo il caso. Non mi arresto a discutere l’importanza di questa nuova scoperta, e se sia da preferire, quanto a pubblica utilità, a quella del bellunese; mi contento di farne l’esposizione, non con lo stile magnifico dell’avvocato Pellegrini, ma con quello solito al nostro giornale. Quanto alle iscrizioni del Muzzi, avranno esse un modesto riscontro in alcune altre che il lettore troverà in fine dell’articolo, e che furono da me raccolte con molto studio tra gli sfasciumi di qualche antico palazzo, e le ortiche di un campo santo visitato appositamente.

La scoperta del signor N. N. consiste nell’aver trovato tra gli uomini alcune passioni e alcune virtù che hanno la solidità della pietra, e quando anche siano alle volle comprese da morbo, rendono gradevole vista, come appunto il cervello con tumore, il fegato con ossificazione delle arterie, il testicolo d’etico, e simili, ricordati nella Relazione del Pellegrini. La scoperta adunque del signor N. N. riguarda un fenomeno naturale esistente, forse ab immemorabili, nel- la specie umana, anziché un nuovo risultato di ingegnose combinazioni, com’è quella del Segato. Non vuolsi per questo menomare la lode dovuta al signor N. N. Anche il non altro fece salvo scoprire cose preesistenti, e tuttavia non si crede da meno di chi potè metter fuori nuove composizioni. Forse che, a quella guisa che da un fatto scoperto si traggono col volgere del tempo importanti conclusioni, il nuovo trovato del signor N. N. dia nell’avvenire soggetto a molte utili norme per giudicare convenientemente ì pensieri e le azioni de’ nostri simili.

Chiama il signor N. N. passioni e virtù lapidee quelle passioni e quelle virtù che non vengono mai ad atto. La compassione di Aurelio, a modo di esempio, il quale non ti sa mai parlare senza una lacrima all’occhio, ma come sia pregato di soccorrere a quella miseria, per cui sembra sentirsi intenerire fino alle viscere, continua a piangere molto pietosamente, e del resto chi ha il male sel goda. A prima giunta ciò sembrerebbe dovesse riuscire schifoso ad ognuno: no, signori, che anzi una tale specie di compassione, per quelle tanto pompose parole che possono spendersi senza paura, rende bellissima vista, appunto come il fegato con ossificazione sopra notato. Virtù lapidea è il senno di Quinzio (presso a poco come il cervello con tumore del Segato); di quel Quinzio che sa mantenersi immutabile nella prospera e nell’avversa fortu- na, perchè non sa credere che vi sia ricompensa della fortuna che possa dirsi corrispondente al suo merito, né sventura bastante a rendere meno illustre chi ha già in sé tante cagioni a rimanere onorato. Una sincerità grande potrebbe sembrare la sincerità di Calpurnia, che sciorina aperta la propria opinione, senza giri di parole, sulla faccia stessa della persona che da quella opinione rimane tocca più da vicino: ma è sincerità lapidea (testicolo d’etico e sangue venoso infiammato che rendono sembianza di pietra di paragone) perchè riesce solo in parole, e quando si viene al fatto, si trova che in Calpurnia la falsità, raffinata bensì, ma è più profonda e solenne che in altre donne, che hanno pur fama di astute e lusinghiere.

Attesa la scoperta del Segato si mantengono intatte negli occhi de’ vivi le sembianze de’ trapassati. Similmente queste virtù o passioni lapidee, propagandosi di padre in figlio, e di figlio in nepote, conservano inalterabilmente la stampa delle opinioni e dei sentimenti medesimi in una famiglia per un numero infinito di generazioni. Il tempo non ci reca mutamento di sorta: trovi nella casa di Sebastiano quella stessa onestà, quella stessa misericordia, quella cortesia stessa che ci aveva al tempo beato del padre, dell’avolo, del bisavolo, e su via finché c’è ricordo di genie. Sono virtù lapidee che si tramandano l’uno all’altro gli eredi, e che tutti custodiscono gelosamente senza il minimo sconcio della dome- stica economia o della propria tranquillità. In quei cuori così tersi, così vagamente screziati, da poterne fare un tavolino con bellissimi lavori di tarsia, non c’è intaccatura di sorta, la lima non vi può in alcun modo; ad ogni proposta che tu faccia loro hanno pronta la risposta, tutto è tradizionale ed immutabile in quella casa.

Si domanderà adesso: è egli un dono gratuito della natura il possedere di così fatte passioni e virtù, o se ne può fare acquisto coll’aiuto dell’arte? Ho anch’io fatto al signor N. N. la stessa interrogazione; e mi fu risposto, che appunto nell’assegnare le regole secondo le quali ogni uomo, provveduto per altro di certe naturali disposizioni, può venir a capo di sassificare tutte o alcuna tra le proprie passioni o virtù, è riposta la maggior importanza della scoperta. A questo fine sta ora raccogliendo il prelodato signor N. N. un buon numero di fatti, e coll’aiuto di questi e delle relative osservazioni, da quell’uomo ch’egli è, dotato di fino e sicuro discernimento, comporrà un volumetto, non so se con tavole o senza, dimostrante il modo più facile e certo di ridurre a consistenza lapidea, per esempio, la liberalità, la compassione, la schiettezza, e via discorrendo. Non mancò di consultare su questo proposito molte di quelle savie persone, che mostrano palesemente negli atti e nelle parole d’essere da molto tempo venute in chiaro dell’importante segreto; ma quelle savie persone si scusarono di potergli dare alcuna risposta, allegando la più perfetta ignoranza del secreto stesso, ciò che vuol dire ch’esse amerebbero di tenerselo per sè sole, al fine di adoperarlo con più vantaggio. Gli venne intanto trovato che il conversare cou molti e molti, specialmente se varii di condizione e di costumi, il rendersi necessario un troppo gran numero di quelle che chiamansi comodità della vita; il fare un gran caso di ciò che si dice e non si dice del mondo in proposito di tale o tal altra cosa o persona, sono avviamento molto utile alla sassificazione di cui parliamo. Sopra tutto il deporre certo naturale pudore che lascia l’animo sempre perplesso e arrendevole, e l’avvezzarsi ad infondere in quanto si è veduto o saputo degli altri un poco della nostra bile, della nostra malignità, o di altro tale nostro affetto, sono mezzi efficacissimi ad ottenere lo scopo desiderato. Oltre a ciò, è da studiare nelle storie, dacché queste virtù e passioni lapidee non sono punto proprie del nostro soltanto, ma d’ogni tempo. Perchè ne rimanessi persuaso il signor N. N. mi consigliò a studiare nelle iscrizioni poste in varii tempi a tale o tal altro, nella propria casa, o nei pubblici cimiterii; il che avendo io fatto mi furono trovate, fra le altre, le seguenti, nelle quali mi parve espressa molto apertamente la natura lapidea di cui abbiamo tìnora parlato. Veggano i lettori, al giudizio de’ quali le metto innanzi; con questo che si sappiano scritte da chi non faceva sicuramente professione di saperne più che tanto di epigrafia.

Due passeggi

Io passeggiava, giorni sono, la piazza di s. Marco, della quale potrebbe benissimo dirsi, come fu detto del cortile del palazzo ducale, bellissima sala senza soffitto. Sarebbe una di quelle frasi che si usano frequentemente dagli odierni scrittori, e (sebbene pronunziata da una femminetta dell’ultima plebe) non indegna di essere allogata nelle prime pagine di qualche novella, ove sembrano inevitabili le descrizioni. Passeggiava dunque la piazza di s. Marco, un’ora forse innanzi il tramonto, e, guardando intorno e all’insù, con quella inavvertita mobilità di pensieri, ch’è molto prossima a ciò che dai Francesi chiamasi flanerie, ed io non saprei tradurre senza un po’ di stiracchiatura di frase, sembravami che le fabbriche tutte si fossero di molto rappicciolite da quello mi apparivano quand’era fanciullo. Ciò mi fece pensare e ritorcermi colla memoria a quel tempo, nel quale io vedeva venirmi addosso la notte con mille paure, e quando trovavami avvolto in qualche gran moltitudine di persone non poteva a meno di ricorrere coll’immaginazione al giudizio universale.

E perchè adesso queste fabbriche così picciole? Perchè allora sì grandi? La risposta mi veniva semplicissima: perchè allora assai piccioli i miei pensieri, rispetto a quello che sono presentemente. Ma sarebbe risposta del mio amor proprio, o della ragione? Vediamo. L’ignoranza, nè più nè meno dell’oscurità, ingigantisce gli oggetti, facendone sparire i contorni. Quello che danno gli oggetti esteriori al nostro intelletto egli è poco in confronto di quanto essi da noi ricevono; e sebbene, come dicono le scuole, nulla penetri all’intelletto salvo per l’organo dei sensi, le impressioni sensibili rimangono per guisa modificate nel laboratorio interiore, da potersi questo paragonare alla terra nell’accogliere ch’essa fa i germi minuti di tutte le piante, allargandoli e sviluppandoli poscia in tanta e sì ampia ricchezza di vegetazione.

Così degli oggetti materiali come delle cognizioni che acquistiamo per via degli studii. Qual differenza dal leggere una storia a diciott’anni, e leggerla a trenta! I fatti che ci tocca di leggere al nostro primo tempo si stampano nella nostra memoria, circondati di non so quale aureola che ce li fa sembrare maravigliosi, e assai minima cosa sono nel nostro concetto le segrete mene della politica, paragonate alle palesi lotte dei popoli sul campo di battaglia. Forse è questo il motivo per cui, nell’educazione de’ giovani, alle storie dell’età moderne, vengono anteposte le antiche.

Ma rimarranno immutabili, dissi fra me, il cielo almeno ed il mare; e parevami che, levando l’occhio all’azzurro coperchio del mondo, o girandolo allo strato azzurro onde il mondo è fasciato, avessi a scontrarmi, senza più, nelle sensazioni da me provate negli anni della mia fanciullezza. Io lo aveva ritratto nell’anima quel cielo al quale ho tante volte mirato con una curiosità malinconica, prima che l’infelice esperienza della vita mi avesse insegnato a cercare in esso emblemi e conforti alle mie passioni, e fossi venuto a colloquio con quelli. E il mare? Come potrei dimenticare quelle onde lunghe e spumose che veniano ruggendo a fiaccarsi sopra il lido, ma prima battevano morbide e fredde al mio petto?

Io guardai dunque il cielo dapprima, guardai poscia il mare: ma che? cielo e mare erano anch’essi cangiati. Mi ricordai di quegli anni ne’ quali il cielo mi pareva molto più basso, e il mare assai meno vasto. E perchè cielo e mare non dovevano subire col tempo quel cangiamento, nel concetto che di essi formavasi la mia anima, quale avevano subito gli altri oggetti che mi sorgevano incontro e dintorno? L’immensità del cielo e del mare è effettiva, e il ragionamento dona ad essi tutta quella grandezza e solennità, onde sono privati i meschini lavori dell’uomo.

Oltre che cielo e mare non sono circoscritti, intorniati, riguardo almeno ai nostri occhi, da questi stessi edifizii? Vorreste dire essere il medesimo cielo che vi si mostra guardato tra la spessezza dei rami di un bosco, e questo che vedete interrotto dalle cupole della basilica, e dai merli puntuti del palagio ducale? È egli lo stesso quel mare che si spezza per entro gli scaglioni a parecchi piani, che la veneta industria gli oppose, e quello che viene a rispianarsi spandendosi sulle alte sabbie? Il colore del cielo e del mare è pur sempre azzurro; di quello sempre maestosa la calma, di questo sempre tonante la voce; colà nubi e pianeti, qui spume e conchiglie. Ma in onta ad un’apparente za, quante diversità, quante mutazioni nell’uno e nell’altro!

Quando cangiano siffattamente gli oggetti materiali a’ miei occhi, che dovrò dire degl’immateriali rispetto alla mia mente? Io che mi vo lamentando della incostanza degli uomini, sarebbe questa colpa mia, anzichè d’altri? o, a meglio dire, non saremmo tutti egualmente colpevoli? Non ci mostreremmo in ciò ligi alle leggi universali della natura, ove nulla rimane lungamente nello stato medesimo, ma tutto si volve e rimuta dalle primitive sembianze? Il mio pensiero fu anch’esso non più che germe, sbucciò, e, secondo gli avvenne trovar benigne le condizioni del terreno e dell’aria, si aperse nelle sue foglie, mise il fiore, maturò il frutto. Qual frutto, e di qual sapore, a me non sta giudicarne.

E tornai a guardare que’ palagi distesi in due lunghe ale, e rivoltomi ad altra parte, la basilica augusta, e la torre sospinta coll'angelo d’oro negli ultimi cieli; e, alquanto da lato e più lunge, la mole, che fu principesca, sorretta da tonde e massicce colonne, e chiusa di pareti bianche e rossastre, colle sue balaustrate, co’ suoi ampii veroni, colle sue finestre. E tutto questo che diceva al mio cuore? Presso a poco ciò stesso che le roveri annose della foresta, ove passai alcun anno infantile, quando io vedeva trasparire, or non ha più che alquanti mesi, la luna fra i rami, e sentiva l’aride foglie (era d’autunno) stridere sotto a’ miei piedi, che le polverizzavano.

Dovetti allora sclamare: la diversità degli aspetti che assumono gli oggetti esteriori al nostro sguardo non potrebbe esserne guida a rientrare in noi stessi, a far ragione de’ mutamenti accaduti nella nostra anima? Questi frequenti termometri delle alterazioni della nostra atmosfera interiore non potrebbero essere da noi consultati con qualche attenzione? Perchè le vote sepolture, che rimbombano sotto a’ miei passi, non hanno più alcuna favella pel mio cuore; o perchè hanno acquistato significazioni che mi erano sconosciute? Perchè la mattutina striscia di luce, che imbianca i culmini degli edifizii opposti alle mie finestre, non mette più alcuna commozione entro al mio spirito? Chi ha siffattamente abbassate quelle arcate maestose sotto le quali io mi aggirava ad inspirarmi di gloria e di affettuosa malinconia?

È forse v’ha chi legge tuttociò sorridendo, e forse leggerò sorridendo io medesimo, a un’altra stagione; presso a poco come ora mi ravvolgo senza terrore per entro le tenebre fitte di un chiostro, ove non avrei osato di mettere nemmeno due passi al mio primo tempo. Che segnale sarà questo per giudicare de’ progressi della mia ragione? Che tessera per notare i gradi di felicità alla quale mi fu conceduto salire? Qui sta tutto il profitto che può derivare da queste due passeggiate, fatte in età diverse, e messe in paragone fra loro, quando, venuto meno il sentire, cresce la voglia e la capacità del paragonare.

Quintessenza del piacere

Una lunga esperienza fatta in pochi anni di gioventù, nei quali, a contare tuttociò che si prova, possiam dire di vivere una vita centuplicata, aveva posto Stanislao R*** nella dolorosa certezza che fosse assai scarsa la porzione dei beni che gli sarebbe conceduta a questo mondo. In un’ora di pensoso silenzio, in cui chiamò, come a dire, a raccolta tutte le potenze dell’anima, si mise ad annoverare i piaceri del tempo passato: ricorda questo, e quest’altro, e un terzo, e un quarto... e non più? Non più! soggiunse allora fra sé, crollando il capo malinconichissimamente. E saranno questi pur quelli di tutta la vita! E il resto? Noia e dolore. A tal punto rimase più attonito che addolorato.

Questi piaceri, a bene considerarli, sono venuti spontanei a cercarmi, anzichè io gli andassi a trovare. Ed io non devo esser buono a nulla per la mia felicità? Ecco da qual riflessione ebbe origine la sua maraviglia. Ma, tutti quelli che sono sempre contenti, che sorridono al sole quando nasce, e quando tramonta gli parlano come ad amico che ci tenne buona compagnia, e a cui raccomandiamo di farci un’altra visita quanto prima, tutti quelli (sempre fra sé Stanislao) non sono impastati della medesima mia carne, non hanno le mie facoltà stesse, povero ipocondriaco? E perché sono tanto contenti? Qui posesi ad annoverare i piaceri di quelli che in tutti i tempi sono di buon umore. Bella casa, lauto pranzo, teatro, carrozze, villeggiatura, e continuava, e perdevasi, non però senza qualche sbadiglio, nella moltitudine de’ motivi che sono dati ad alcuni per esser felici. Gettavasi quindi colla fantasia in quel gran vortice di vita gioconda: adagiavasi sopra un divano, facendosi a palpare le frange mollissime che cadevano ai lati — e sbadigliava. Aveva negli occhi i graziosi disegni di una ricca tappezzeria, e i raddoppiati festoni di mussola rabescata che raddolcivano il troppo lume delle invetriate; sentivasi solleticate le narici dal profumo dei fiori e delle essenze disseminate per tutto l’appartamento, e le orecchie dagli accordi insinuantisi per tutta l’anima, che partivano da un pianoforte suonato nella distanza di qualche camera — e sbadigliava. Per torsi a quella incomoda successione di troppo languide sensazioni, balza in piedi, si getta sur un’altra seggiola; la fantasia gli si eleva, gli si riscalda, è a cavallo. La carriera è poco meno che disperata, quinci e quindi si vede fuggire le colline, il fiume, gli alberi, le case: l’impressione della corsa immaginaria si viene a mano a mano attenuando — e sbadiglia.

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