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Mitologia del secolo XIX

Luigi Carrer · 1837 · Free in the US

28,485 words · about 2 h to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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About this book

Author
Luigi Carrer
Language
Italian
Published
1837
Length
28,485 words · about 2 h
Sections
22 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (22)
  1. Front matter under 1 min
  2. Introduzione about 5 min
  3. I. Narciso about 5 min
  4. II. Re Mida about 7 min
  5. III. Tiresia about 8 min
  6. IV. Psiche about 8 min
  7. V. I Coribanti about 7 min
  8. VI. Icaro e Fetonte about 7 min
  9. VII. Atalanta about 6 min
  10. VIII. Semele about 7 min
  11. IX. Pigmalione about 7 min
  12. X. Edipo e la Sfinge about 5 min
  13. XI. I Dioscuri about 7 min
  14. XII. Orfeo ed Euridice about 6 min
  15. XIII. Erisittone about 4 min
  16. XIV. Ati about 5 min
  17. XV. Anteo about 4 min
  18. XVI. Cerbero about 3 min
  19. XVII. Salmoneo about 5 min
  20. XVIII. I Centauri about 6 min
  21. XIX. Perseo about 5 min
  22. XX. Le Danaidi about 3 min

Continue:

Front matter

LA MITOLOGIA

DEL

SECOLO XIX.

Introduzione

Molto ragionevolmente i poeti de’ nostri tempi si collegarono a sbandire dai loro versi gli enti mitologici; anch’io (mi si accordi di mettermi anch’io tra il bel numero) assai volentieri fo senza quelle rancide immaginazioni. Che gli enti mitologici non abbiano più relazione con noi è cosa indubitabile, e fin qui, come dissi, anch’io me ne sto di tutto buon animo dalla parte de’ novatori. Si può per altro dire egualmente che que’ personaggi con quegli avvenimenti, onde furono tratte le mitiche narrazioni, non fossero mai? Ecco in che io mi opporrò, forse, a qualcuno de’ miei rispettabili confratelli.

Non è già tra le recondite tradizioni di popoli scomparsi dal mondo che io voglia cercare le prove a difesa della mia opinione; conosco ciò che si debba alla pazienza de’ miei lettori, e quindi mi asterrò a tutto potere dal tormentare loro gli occhi e la mente con una selva selvaggia di citazioni, necessarie ad ogni quistione trattata per via dell’autorità. Dirò invece a chi non fosse del mio parere: girate di grazia, o signori, gli occhi all’intorno; non vedete ad ogni passo alcun che di simile a quanto vi si racconta dell’antica mitologia? Ogni cosa a questo mondo ha le sue regolari vicende, e per la stessa ragione che si studia il passato a giudicar del presente, dovrebbesi esaminare con diligenza il presente per trarne argomenti a conoscere con esattezza il passato.

Ecco qui: dubitate che vi possano essere stati uomini e donne cangiati in alberi, in bestie, in sassi, in fontane? Vedete all’incontro per ogni parte uomini e donne che tanto hanno dell’albero, della bestia, della pietra, del fonte, e via discorrendo, da rendere molto presumibili quelle trasformazioni. Gli antichi passeggiando un giardino, camminando lungo un torrente, alzando gli occhi al cielo quando i condensati vapori si atteggiano a tante diverse mostruosità, entrarono in sospetto che nel gracile stelo del fiore potesse nascondersi un giovinetto infelice, che tra i vortici dell’acque si aggirasse lo spirito di una fanciulla pudica, e che le nubi assumessero quelle varie sembianze per essere ricetto di chi non aveva saputo tenere a freno i temerarii suoi desiderii. Noi per l’opposto, veggendo certe inclinazioni e certi atti non punto umani, possiamo alla nostra volta conchiudere, o sospettare per lo meno, che, terminato il tempo della loro pena, ti gli sciagurati di cui parla la mitologia tornassero a rivestire le antiche forme, non siffattamente per altro, che alcun poco non lascino trasparire della spoglia vegetabile, animalesca, o altra tale, in cui rimasero involti per molti secoli.

Cominciando da ciò che si mostra subitamente alla vista: certe facce, e certe figure irte, stecchite, non posso a meno di pensare che fossero canne, o virgulti; all’incontro certe altre enormemente rigonfie mi toccano la fantasia coll’immagine dei cocomeri e delle zucche. Un tale che saltella incomposto, direi che avesse da soli pochi giorni svestita la pelle del daino: tal altro, che grosso il collo non può dar passo senza che il ventre gli balli, è un bove rifatto uomo da poco tempo. Certo signore che piantasi immobile dov’è maggior pressa di gente, è ancora un poco macigno; e l’altro che lievemente s’insinua da per tutto, fermandosi tratto tratto, ma sempre di volo, a susurrare qualche parola negli orecchi di questo o di quello, è schietto schietto un rigagnolo, abituato da tempo immemorabile a serpeggiare mormorando fra i ciottoli del suo letto.

Ma queste sono osservazioni superficiali; le corrispondenze si fanno assai più importanti e degne di essere considerate quando dal materiale si passa allo spirito delle persone. Tiburzio è l’arpia che, non paga di divorare i cibi, insozza la mensa. Dopo aver mangiato a crepapelle, aiuta la digestione col fare la satira dei padroni di casa. Chi non vorrebbe prestar fede a Tiburzio? È testimonio di veduta e di udito di quanto racconta. Melissa all’incontro è Psiche. Vuol fare esperienza degli uomini, scottandoli. Ha letto nei romanzi del medio evo raccontare della prova del fuoco; ecco il mio fatto, pensò Melissa. Dopo ciò, averla campata da morte, e prodigatole il più di amore e di sagrifizii, che mai possa uomo alcuno, è una bazzecola, un nulla. Le occorre pur sempre il testimonio della lucerna. Chi si accosta ad essa si apparecchi a rimanere o tosto o tardi scottato. E Dorotea? È Siringa. Resistente a tutti gli allettamenti, è dominata dalla smania di andarne per le bocche degli uomini. Finchè la volete donna vi scapperà sempre davanti come damma selvatica; fatene invece strumento da fiato, e la troverete, vi prometto, arrendevole. Potrete allora farla cantare secondo vi parrà meglio. Ricordatevi però che sarà sempre per natura propria ineguale; altrimenti il suono delle sue canne sarebbe monotono, e non darebbe gusto al bel mondo. Domitilla all’incontro è Aretusa. La cerchi ove dovrebbe esserci? Si nasconde niente meno che in grembo al mare. Passeggi a caso per le solitudini della Sicilia senza badare a nulla, non per altro che a prendere il fresco? Eccola apparirti dolcissima ed armoniosa. Chi non conosce Proteo in Valerio? È il profeta che canta tutti gli onomastici e tutte le nozze. Sa tutte le genealogie più recondite, e tutte le discen- denze avvenire. Per questo si dice che pascola il gregge delle foche e dell’orche marine, ossia de’ più smisurati fra i pesci. Con quelli di breve schiena non se ne impaccia, non li conosce nemmeno per nome. E quando ne vede taluno ingoiare da que’ gran mostri della sua greggia, mette fuori il muso e dice: buon pro. E tuttavia Proteo è ascritto al concilio de’ numi: vedete quanto sia cara la lode e la sincerità!

Con questa regola potrete continuare sopra molte e molte altre indoli, buone e malvage. Perchè ce ne sono anche delle buone. Le buone per altro non vi darebbero nessun gusto se ve le descrivessi; oltrechè è assai probabile che mentre vi parlo ritornino all’antica loro condizione di piante, di fiori, d’augelli, noiate e atterrite della poco buona compagnia in cui si trovano in mezzo gli uomini. Conchiuderemo osservando, che quanto s’è fatto bene a bandire la mitologia dalle poesie moderne, tanto sarà ben fatto di fermarsi a quando a quando a indagare le recondite allusioni e i significati di quelle mirabili allegorie. Oh le nuove conclusioni che se ne trarranno! Dicesi a cagion di esempio che le pietre si movessero a correre dietro il suono di una lira dolcemente toccata, e questo fatto si ha per emblema del potere che anche sopra gli animi più freddi e restii esercita la poesia. Ma potrebbe inoltre significare che chi si pone a coltivare quest’arte deve attendersi di essere anche, secondo i casi, to. A Mida, giudice iniquo e balordo, crebbero le orecchie, ma vedete che ne ottenne anche abilità di mutar in oro tuttociò che gli passava per mano; e a chi voleva dir male di lui conveniva nascondersi sotto terra, e far sì che parlassero in sua vece le canne. A tutto questo ponendo mente, mi parve che si potesse comporre un libretto col titolo Mitologia del secolo XIX, e che ciò che rifiutavasi dalla poesia sarebbe accolto dalla prosa, e fatto soggetto di qualche non disutile osservazione.

I. Narciso

ct Bada al Narciso che passa, mi disse l’altrieri, tentandomi di costa, un amico, col quale camminava la piazza. Giro l’occhio a guardare su quante persone più posso, e davvero non ce ne trovo nessuna alla quale riferire quel detto. Figuratevi! era appena terza; in quell’ora i Narcisi fanno tutt’altro che camminar per le strade; quella è ora da uomini da faccende, che portano il carico della vita, e mangiano il pane dell’esilio bagnato dal sudore della loro fronte. Alle faccende de’ Narcisi non occorre l’occhio del sole, e vanno più volentieri attorno la notte. Dissi adunque all’amico: che Narciso? io non so di chi mai tu mi voglia parlare. E l’amico: non vedi in quel canto quell’uomo inferraiuolato, che appunto adesso si è fermo a discorrere con quell’altro, che allunga il collo e stri- gne gli occhi maliziosamente, a borbottargli non so che nell’orecchio? Ben lo veggo, risposi; ma che ha ella a fare con Narciso quella faccia di usuraio, ruvida e gialla come le monete, che, pochissimo maneggiate, tiene sepolte ne’ suoi scrigni? — Quegli è appunto il Narciso di cui ti parlo, e che t’invito a vedere. — È forse siffatto il nome ch’egli ebbe a battesimo? In quel caso, il padrino fu poco profeta. — No; si chiama, credo, Bastiano. — E tu per qual capriccio lo hai nominato Narciso? Forse per quel suo colore di croco? — No, ma per la rassomiglianza de’ suoi sentimenti a quelli che sono attribuiti dalla favola al giovinetto che si specchiava nella fonte. — Per verità siamo soliti di chiamare Narcisi quei giovanotti, che, tutti intenti a lisciarsi nell’esteriore, lasciano sospettare che loro non resti poi tempo da badare all’interno, e pei quali potrebbesi credere che il giornale delle mode fosse assai più importante del manuale d’Epitteto, o della tavola di Cebete. — Che rancidumi! La favola di Narciso considerata a questa maniera è quel di più insulso che si possa dare. Pigliamo, amico mio, le cose un poco più largamente. Sai tu quali sono i veri Narcisi? Sono gli egoisti; sono questi i veri innamorati di sè, che nel fiume della vita, che loro passa davanti, guardano soltanto la propria immagine, e le fanno vezzi e moine a tutte l’ore. Quel signor Bastiano inferraiuolato può dirsi il tipo di tutta la razza. Bruci pure la casa di quello ch’egli chiama suo amico; crederebbe male speso quel poco del proprio fiato che ci volesse ad ammorzare l’incendio. Solamente, saranno due anni, s’è visto sbalzare in piedi di notte, ed uscir sulla strada a chiamare soccorso, perchè appunto la casa d’un suo amico bruciava. E le belle massime di carità che l’egoista sciorinava in quell’ora! Lo avresti detto marcito nello studio del Vangelo e dei Padri. Ma la casa dell’amico era molto vicina alla sua, e di qui, puoi ben credere, tutto il fervor del suo zelo. Fu rappresentato da non so qual pittore l’emblema dell’egoismo in un tale, a cui occorrendo a chiudere un buco delle proprie calzette quell’unico filo di seta che sosteneva la terra, dà l’animo di tagliarlo, e provvedere al difetto della toilette colla rovina del mondo. Ed io crederei, che se a far compiuta la propria parrucca mancasse a taluno di questi Narcisi quell’unico aureo capello, a cui finsero talvolta gli antichi stesse attaccata la vita delle persone, egli non si rimarrebbe dal tagliarlo su qualunque testa il trovasse, fosse pur quella di sua madre. L’emblema immaginato da quel pittore ha questo ancora di buono, che mette l’egoista fuori del mondo, quale egli appunto si trova coi suoi pensieri, considerando egli sempre sè stesso come affatto disgiunto da tutti gli uomini e da tutte le cose.

Questo immoderato amore di sè assume diverse sembianze, e si colora per guise infinite. La maschera sotto la quale è più difficile riconoscerlo sono certe passioni che domandano, di loro natura, una specie quasi diremo di abbandono in chi n’è investito. Quante volte quello che crediamo mansuetudine, arrendevolezza, misericordia, amore, ambizione, liberalità, non è che egoismo! Egoismo di chi non contraddice per non abusare la forza de’ proprii polmoni, di chi si tien fuori dai partiti per pura accidia, di chi ama o regala perchè gliene venga, non foss’altro, riputazione. E non credere, amico mio caro, che io voglia con questo alzar cattedra di malignità; e condannare il genere umano a vivere continuamente angustiato dalla trepidazione e dalla diffidenza. Per poco non dico ch’egli è meglio in questo caso farla da Narcisi, e per compassione di noi stessi e della nostra misera razza, contentarsi dell’aspetto esterior delle cose, senza punto badare alla sostanza. Se mai colle mie parole ti avessi reso il brutto servigio di seminarti nell’anima alcun poco di quella maledizione che si chiama sospetto, mi sforzerò liberartene in qualche guisa, assicurandoti che questi cotali, innamorati di sè medesimi, possono essere riconosciuti ad alcuni segnali che appariscono distintamente anche traverso la ipocrita nebbia che li circonda. Ciò che disse assai acconciamente quel savio monarca della modestia affettata, la quale si chiude, sì, tutta nel manto, ma per non esserle proprio, conviene che se lo trascini dietro qualche buon palmo, può dirsi con pari cezza di tutte l’altre affettate virtù. Quando ascolti certe miracolose promesse, sta certo ch’egli è un labbro di Narciso che le pronunzia; certi cuori che sdilinquiscono al solo proferire di un nome, al solo ricordare di un sito, sono cuori di Narciso, te ne fo fede. In generale, ove c’entra esagerazione non c’è virtù, perchè questa cammina riposata e sovra i suoi piedi, laddove a chi vuol vestirne la maschera è bisogno trasmodarsi negli atti, e andarne sui trampoli. Se mai t’imbatti in Crescenzio, Crescenzio dico (quel tale che narra la fama aver le mani forate da lasciar piovere l’elemosina anche su chi non la chiede, e la lingua, che gli si apprende al palato, rasciutta nel dar consigli e nell’accomodare litigii); avvia un poco il discorso con esso; provati se ti basta l’ingegno a trovare argomento che non sia il suo. Sarà prodigio ch’egli ti ascolti fino al termine della tua narrazione; o quando credi ch’egli ti ascolti, il cervello gli va a spasso a pensare se nulla di simile gli sia succeduto. Se poi all’amore di sè medesimo aggiunga un poca d’inclinazione per la bugia, mentre parli si studierà di congegnare per modo quel fatto da poter raccontarlo, quando che sia, in persona propria di attore, o per lo meno di testimonio. Sono sicuro che questo dialogo ti riuscirà assai noioso, appena avrai spremuto da esso quel poco di gusto che deriva dall’osservare come le passioni degli uomini si rivelano da sè stesse anche sotto la finta veste che le ricopre. Qui l’amico minò di parlarmi in proposito dei Narcisi, e qui termina per conseguenza la relazione del mio colloquio. Mi parve che l’amico avesse ragione, e dopo quel giorno, più assai che ai Narcisi della zerbineria, tengo l’occhio ai Narcisi dell’altra specie che mi vengono innanzi continui ed innumerabili.

II. Re Mida

ct La favola dell’avaro monarca di Frigia, chi volesse ridurla a prettissima storia, è la seguente. Fu in una città di questo mondo, un uomo, vir quidam, al quale essendo passata buona parte della giovinezza tra le illusioni di un’anima ingenua e confidente, saltò in capo di rifare la propria natura, e spassionarsi di quelle allettatrici apparenze che gli aveano cagionate tante perplessità e tanti affanni. Compreso il cervello da questo disegno, s’imbattè in un filosofo, che se ne andava pettoruto per via, come appunto il Sileno della favola, scontrato da Re Mida nel bosco a ridosso il giumento. E come il buon vecchio dalla modesta cavalcatura rimeritò le cortesie usategli da Re Mida, con accordargli l’adempimento della pazza domanda che questi gli aveva fatta, che tornassegli oro tutto quello a che poneva le mani; parimente il filosofo accondiscese alla domanda di quel nostro tal uomo, non meno pazza dell’altra, dandogli modo a torsi dal capo tutte le illusioni, e a vedere le cose di questo mondo nelle loro naturali sembianze. Non so se vi ricordiate a qual misera condizione si trovasse condotto Re Mida quando ogni cosa toccata, in oro se gli convertiva, e sì i cibi, sì le bevande, sì tutto che avesse voluto prendere, per assaporare, per odorare, per farne che che si fosse, tutto era oro; oro che non si poteva mangiare, nè bere, nè odorare, ma solamente guardare, e poi tornar a guardare, e sentirselo ognora pesante tra mano. Fate conto che a quel nostro tal uomo accadde appunto lo stesso. Egli trovava la verità di ogni cosa, ma verità insipida, pesante, uniforme, che non poteva essere, permettetemi usare la metafora, nè mangiata, nè bevuta, nè odorata, nè altro, ma solo mirata, e tornata a mirare, fino a rimanerne sazio e ristucco. Oh! come può essere, mi direte; la verità è fra le cose la più bella, e della sola vista, così almeno scrisse , può far l’uomo contento. — Io venero grandemente e la sua dottrina; ma in onta a tutta la mia venerazione per quel sapiente, mi conviene raccontare la mia storia. Il nostro uomo arricchito dal filosofo, per singolarissima grazia, della sapienza, vedeva adunque tutte le cose nell’aspetto loro più genuino. Per godere di questa sua nuova virtù ritornava dall’alba al tramonto col pensiero e cogli occhi a tutti gli oggetti dei quali aveva alimentato il suo giovanile delirio, quando gli apparivano fasciati dal manto prestigioso che una bollente fantasia e un cuore più ancora bollente vi avevano pra gettato. Levava gli occhi al cielo, ma non ci vedeva più l’astro consapevole di ogni nostro dolore, e vago di riflettersi più che altrove sulle rovine a circondarle quasi dirò di un’aureola che le faccia più venerabili e care, o di battere sulla fronte della bellezza a renderne più espressivo e desiderato il pallore; nulla di ciò vedeva egli più nella luna; ma un pianeta soggetto come tutti gli altri ad alcune leggi, e ad alcuni periodici mutamenti. Rideva di sè e delle proprie fantasticherie quando camminava per mezzo la campagna, e ricordavasi i sentimenti delicati che aveva attribuito alle piante tutte dall’erbetta più tenue all’arbore più vigorosa. Non vi era finzione poetica di amori e di nozze, ch’egli non avesse vagheggiata, principalmente la primavera, in ciascun fiore. E guai chi gli avesse detto a que’ giorni, che per essere a questo organate, si aprivano e giravano all’aria ed al sole, senza senso nè scelta di guisa alcuna, quelle belle e gracilette creature; egli voleva che ci avessero fra loro tendenze ed antipatie, presso a poco come fra gli uomini. E si piaceva a recarne gli esempi, a indovinarne i misteri, e a commentarne le varie funzioni. Dicasi il somigliante di tutta quanta ella è grande la natura, che il nostro uomo oggimai disingannato considerava, come da cattedra eminente, dal suo nuovo seggio di filosofo, cogli occhiali sul naso della dottrina, tolti quelli che colorati dalle passioni aveva sì lungamente adoprato. Egli l’ode trillare, occultato fra la siepe, quell’usignuolo che parvegli un tempo il messaggero dell’aurora; o gemere dalla solinga colombaia quel tortore a cui sembravano confidati i lamenti di una speranza non esaudita; ma quei trilli e quei gemiti più non hanno per esso veruna occulta significazione, e pensa alla manata del grano che può metter fine ad ogni lor musica. E tu pure, bellissima Elvira, apparisti agli occhi del tuo amante non altro che bella, dacchè all’armonia delle tue parole e de’ tuoi passi restò fredda quell’anima in altri tempi sì ardente. Potè dopo il giorno, in cui gli rimasero mortificate dal tocco della pietra filosofale le fibre, che si vibravano più sollecite e più gagliarde ad ogni lievissimo impulso dell’immaginazione, potè, dico, distinguere nella tua voce alcun che di stonante, nel tuo portamento qualche sprezzatura poco leggiadra. E sì quell’alcune dissonanze gli erano sembrate altra volta gorgheggi de’ più delicati, quelle alcune negligenze graziosità senza pari. Gran che, s’egli non giunse a disconoscere in qualche parte fin anco la tua bellezza! Ma egli ci voleva altro che pietra filosofale ad attutar l’impressione di quegli occhi dardeggianti sul vivo del cuore, di quelle chiome cadenti in vaghissimi cincinnetti alle tempie, di quel sorriso in cui l’ingenuità e la malizia si direbbero compendiate e confuse, se non fosse conosciuto al mondo l’amore, il più ingenuo e il più malizioso di tutti gli affetti. E fu egli perciò più felice? A somiglianza di Mida, che rabbiosamente domandava a sè stesso: che ne debbo far di tanto oro? al nostro dabben uomo toccò più volte di maledire l’inconsiderato suo desiderio dicendo: a che mi serve tutta questa verità, che mi vien sotto gli occhi dappertutto e ad ogni ora? Questa troppa verità io non posso inghiottirla; è cibo troppo ruvido al mio palato, e mi accorgo che mi metterebbe a tumulto lo stomaco se ve la cacciassi dentro per forza. Ed era diffatti venuto in sospetto di tutto e di tutti, e da ognuno in cui scontravasi per istrada se ne guardava come farebbesi da nemico. Quando taluno gli parlava, egli ci capiva subito il sentimento contrario al suono superficiale delle parole, di che le più dolci e ingegnose lusingherie gli tornavano acerbissime all’anima, e il crucciavano a morte. E intendendo benissimo come gli errori che travagliano la nostra misera specie potrebbero essere tolti via, o per lo meno scemati, era afflitto d’intollerabile angoscia al vedere come anzi crescevano, e mettevano di giorno in giorno radici più salde. Per lo che gliene venne all’animo sì grande passione che non con tanto fervore aveva pregato il filosofo che il volesse provvedere della necessaria dottrina a scorgere il vero di ogni cosa, con quanto il ripregò che questa infelice facoltà di scorgere il vero in ogni cosa gli fosse tolta. Ed ecco che la storia, continuando a camminare appaiata alla mitologica allegoria, narra esser egli venuto a capo di riabilitarsi alle antiche lusioni, sommergendosi nel fiume corrente della verità, a quella guisa che il povero Mida, per liberarsi dalla sciagurata attitudine di tutto inorare, dovette bagnarsi ripetutamente nel Pattolo, il quale, come da tutti si sa, menava oro per sabbia nel proprio letto. E che la storia del re Mida sia appunto quella del nostro uomo ve ne deve far accertati quel resto che si racconta di quel monarca, vale a dire il giudizio da esso dato quando vennero a contesa del canto Pane ed Apollo. Nel qual Pane dai piedi di capro, è figurato, se nol sapete, chi affonda l’orme bestiali nel fango di questa terra, e suona la zampogna a lusingare la greggia che pascola, ch’io vorrei potessero essere le persone fortunate di questo mondo a cui è dato abbondante pastura alla stupida vita, e anche il piffero dell’adulazione che suoni lor dietro via a farle contente. E in quell’Apollo, che mai non si taglia i capelli, ci veggo rappresentata la persona del maestro eccellente, che, innamorato della propria arte, mentre canta tiene gli occhi volti all’insù, non curandosi della greggia, e lascia ad altri lo strebbiarsi e il lisciarsi e il pulire paroline per dar nell’umore ai favoriti della fortuna. E a Mida, che aggiudicò il premio al cantore caprino, si allungarono alquanto le orecchie, e ne fu stimato quel giumento ch’egli era; e sì pure fin tanto che il nostro buon uomo volle solamente badare all’utile presente, e agli affetti grossolani, fu pervertito nel suo giudizio, e credendosi aver sulla testa l’alloro del savio, e forse l’aveva, gli erano cresciute di un buon mezzo palmo le orecchie. E accordava a Pane la preferenza sopra il Dio della zazzera non tosata, assoggettando i liberi concetti dell’arte alle regole pedantesche immaginate dalla mediocrità e chiamando delirio l’inspirazione. E qui, mentre potrebbesi tirar in lungo il racconto e moltiplicare i confronti poco meno che all’infinito, fo punto, e vi dico, che sola la morte può venire a liberarci dalle illusioni e metterci nel possedimento della verità. E la morte è venuta a trovare, non ha molti giorni, quest’uomo di cui vi ho tanto cianciato. Ed egli disse in quel punto: Oh! io ho veduto tanti fantasmi e tante realtà, eppure tu mi sembri assai nuova cosa. Mi sono incamminato a te, quando per la via delle illusioni, quando per quella del vero, e tuttavia non potei riconoscerti, tanto mi sembri strana oggi che mi ti mostri per la prima volta. E avrebbe continuato, se non che l’altra, che ha sempre fretta, gli soffiò del suo freddo fiato nell’interna fiamma vitale, che gliela spense, e il fece tacere per sempre.

Se vi potrà essere di nessuno vantaggio questa narrazione, per verità, non so dire; questo so bene che non fareste secondo il mio intendimento, dandovi tutti a seguire i capricci dell’immaginazione, e amoreggiando le nuvole come Issione. La discrezione, che domandasi in ogni cosa, vuol essere adoperata eziandio nel riferire i racconti allegorici al loro significato; fate dunque come conviene, e liberatemi col vostro buon senno dall’indugiarmi più oltre su questo argomento.

III. Tiresia

ct Avete voi mai badato alla strana ventura che accadde in giovinezza a Tiresia? Tiresia, voi già lo sapete, era un tebano a cui occorse di vedere, probabilmente d’estate, la Dea del sapere, che tuffavasi nell’acque di una fontana a nettarsi dalla polvere della corsa, o a godervi un poco di fresco. Questa veduta gli costò niente meno che la perdita d’ambedue gli occhi, i quali, quantunque dagli storici di quel tempo non venga detto, so per tradizione, conservata tra i dotti, ch’egli aveva bellissimi. Il fatto ebbe molte interpretazioni, e molti commenti ci furono aggiunti. Chi volle con questo significata la inflessibilità del pudore nel gastigare chi gli fa oltraggio, fosse pur d’una occhiata; e siffatta definizione andò molto ai versi di certi uomini dabbene, per giudizio dei quali ogni più ovvia sentenza ha bisogno del velo dell’allegoria ad essere nobilitata e guadagnarsi seguaci. Alcuni altri, avvezzi a veder buio anche sotto il sole di mezzo giorno, si avvisarono di derivare da ciò un argomento di vitupero per la Dea, come quella che avesse voluto togliere al giovine la possibilità di certi confronti, e scemar fede accecandolo a’ suoi giudizii. Fu anche chi disse che la gelosia avesse invaso per modo il cuore di Pallade, da consi- gliarle una tanta severità di gastigo, e allora potrebbesi credere che gli occhi di Tiresia non fossero stati soli ad osare. Che che ne sia di queste varie dichiarazioni, ci ho anch’io la mia, differente dall’altre tutte, e, buona o cattiva ch’ella possa parervi, senza più ve la espongo.

Io ci veggo in Tiresia uno di quegli uomini, più fortunati che savii, ai quali essendo toccato alcuna volta di colpire nel segno, si credono di non aver più ad errare in cosa alcuna, e che a quel tanto che da indi vien loro detto sopra qualsivoglia argomento, corra obbligo a tutto il resto degli uomini di abbassare il capo e prendersi come oracoli le loro parole. Dico più fortunati che savii, perchè la saviezza insegnerebbe loro a procedere sempre con lentezza e circospezione, e anzichè invanire di un felice trovato, starsene in sulle guardie delle seduzioni dell’amor proprio, che rende ciechi anche i meglio veggenti. Diffatti questi cotali i quali videro una volta senza velo la Dea, ossia conobbero il vero di alcuna cosa, è assai probabile che rimangano ciechi tutto il resto della lor vita, tra per la maraviglia che quello scoprimento mette loro nell’anima, e per la nebbia che l’ambizione loro diffonde sugli occhi. Oh quanto era meglio per essi di non mai affissarsi nelle membra divine, che collo stupendo candore dovevano loro abbagliar le pupille! Io non so se ne conosciate di questi cotali, posso ben assicurarvi che a me proprio è avvenuto di scontrarne spesso taluno; e mentre per una parte compiangeva la molta miseria della nostra natura, mi confortava per l’altra di trovare la interpretazione da me data alla favola antica molto corrispondente alla verità. Egli è da por mente a questi Tiresia, non foss’altro, perchè la comune degli uomini, sopraffatta dalla fama, molto facilmente soscrive alle posteriori sciocchezze di chi una volta ha pensato e parlato a dovere. Il gastigo del giovine tebano è bene che sia ricordato da ciascheduno il quale oda favellare chi ha già l’aureola della gloria intorno alla testa; ed ognuno prima di concorrere in opinione a cui sentirebbesi inclinato per solo il motivo che gli viene riferita da chi tenne altra volta opinioni giuste e credibili, dica fra sè: vedesti Pallade una fiata così, come non è veduta dagli uomini solitamente; ma non per questo hai fatto l’occhio più fino, se già non sei all’incontro rimasto cieco del tutto.

Ma non è questo l’intero costrutto che parmi di dover trarre dalla favola. Finora il discorso si è tenuto lontano dall’universale, e sembrò mirare soltanto al particolare degli uomini dotti, scopritori di grandi verità, e di misteri reconditi della natura. Si può per altro, e si deve, chi voglia spremere il miglior succo dall’allegoria, riferire siffatta dichiarazione ai giudizii che a tutte l’ore si portano nei familiari colloquii intorno a quanto si pensa o si opera da’ nostri fratelli. Oh! la numerosa famiglia che è quella di cotali Tiresia, che acculattano panche, e fregano pubbliche vie, guardando a dritta e a sinistra e avanti e indietro, non con due ma con sei e con dieci occhi, chi va e dove va, piuttosto qui che costì, la mattina anzichè la sera col tabarro sugli occhi e no a faccia scoperta, zufolando non so qual ritornello in cambio di starsene a bocca chiusa. Guai se a coloro è accaduto di dar nel segno solo una volta! Guai se ascoltano dirsi dalla curiosa brigata che li circonda: l’avete proprio indovinata! La era propriamente così, come voi ce l’avete detta! Il Tiresia del caffè, della piazza, del ridotto, della conversazione, ha colto Pallade alla fonte; ebbro di aver potuto sguardare dove l’occhio degli altri uomini non arriva, non vi pensate che giunga a veder più le cose pel loro verso in tutta sua vita. Quando anche trattisi dei fatti più conosciuti, delle verità più evidenti, egli deve saperne un dito più su degli altri tutti, accennare a qualche recondita circostanza, egli che ha veduto Pallade alla fonte. Che Licinio avesse appiccato una tresca con Dorotea a chi non è noto? Ma l’indovino, che cammina tentoni pel buio, deve trovare nella propria cechità qualche cosa di più, deve anche sapere dell’acquetta apparecchiata da Licinio al marito di Dorotea. Ella è ribalda menzogna, ma all’indovino dagli occhi chiusi conviene spacciarla per quinto vangelo. Sicchè, a dirla schietta, chi è quegli il quale abbia a lodarsi di Tiresia e delle sue profezie? Lo scellerato palese, il ribaldo che ha la fronte bollata, perchè dove gli altri veggono solo il marchio del boia, il cieco Tiresia, che sa appunto quello che gli altri non sanno, ci deve scoprire occulte virtù, e motivi ragionevoli di commiserazione.

E che vorrà dire la ragazza che il profeta si prese a guida, dacchè gli occhi cessarono di fare l’ufficio loro? Anche quella ragazza ha la propria significazione. Sapete chi sia la guida dei nostri indovini, accecati nei loro giudizii? Niente più che una grama ragazzina. Lo sfaccendato visitatore, la femminetta cianciera, la stupida fante, il putto che non sa riferire un’ambasciata senza alterarla, a dir poco, nei quattro quinti. In queste impure pozzanghere riempie Tiresia come spugna il proprio cervello, e ne spreme quindi que’ suoi prolissi cicalamenti a danno dell’altrui onore, e a dilettazione della malignità che lo ascolta con tanto di bocca e d’orecchie, come fosse pioggia di manna o di coturnici quello sconcio profluvio di maldicenza. Date un’occhiata a quella ragazza che si tiene ai panni del profeta, e gli dice: maestro, ora conviene dar volta, qui alzar il piede perchè c’è intoppo di sassi; là smonta il cammino, più oltre risale. E se il maestro facesse il sordo, il vedreste in poco d’ora per terra, sicchè gli conviene condursi a modo della fanciulla. Quelle tante chiacchiere, ch’egli v’infilza così bravamente, le ha raccolte qui e qua, e cucite insieme senza giudizio. Sono merce acquistata nell’oscuro fondaco del barbiere, del sarto; il facchino e la fanticella ci hanno la loro parte. Che volete? È Tiresia guidato dalla ragazza; Tiresia che non sa camminare da sè perchè è cieco, ed è cieco per aver creduto di poter veder troppo.

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