LXXXVII
La mente e il braccio.
Ed ora, passiamo dal padiglione degli agrumi a quello di caccia.
In fondo al cortile ove mediante un loggiato formato di colonne joniche si scuoprivano i canili, sorgeva un fabbricato bislungo, che pareva si estendesse a guisa di un braccio davanti all’altro braccio, lo stanzone da agrumi, semicircolo che racchiudeva il cortile d’onore.
In quel padiglione, a pian terreno, erano rinserrati Porthos e d’Artagnan, ripartendosi le lunghe ore di detenzione antipatica pei due temperamenti.
D’Artagnan andava su e giù come un tigre, con l’occhio fisso, e ruggendo talora sulle inferriate di una larga finestra che dava sul cortile di servizio.
Porthos digeriva in silenzio un ottimo pranzo di cui erano stati levati allora di tavola i rilievi.
Uno pareva privo di ragione, e meditava; l’altro pareva meditasse profondamente, e dormiva; se non che il suo sonno era una continua agitazione, lo che poteva indovinarsi dal modo interrotto ed incoerente con cui russava.
«Ecco che si fa oscuro, disse d’Artagnan, devono esser vicine le quattro. Fra poco saranno ottantatrè ore che siamo qui dentro.
«Uhm! fece Porthos, tanto per mostrar di rispondere.
«M’intendete, dormiglione sempiterno? disse d’Artagnan impazientito che un altro potesse abbandonarsi al sonno di giorno, mentre egli stentava a riposare di notte.
«Che? domandò Porthos.
«Quel che dico.
«E che dite?
«Che a momenti saranno ottantatrè ore dacchè siamo qua.
«Colpa vostra.
«Come, colpa mia?
«Sì; vi avevo offerto di andarcene.
«Staccando i ferri o sfondando le porte?
«Senza dubbio.
«Porthos, genti nostra pari non se ne vanno puramente e semplicemente.
«Oh! io poi, me la batterei con quella purezza e semplicità che mi sembra disprezziate un po’ troppo».
D’Artagnan scrollò le spalle, e replicò:
«D’altronde, non istà già il tutto nell’uscire da questa camera.
«E perchè?
«Perchè non avendo nè armi nè parola d’ordine, non faremmo cinquanta passi abbasso senza inciampare in una sentinella.
«Ebbene! fece Porthos, accopperemo la sentinella e le torremo le armi.
«Sì, ma prima di esser affatto accoppata (e uno Svizzero è duro a morire, durissimo) darà un urlo, o per lo meno un lamento che farà venir fuori il corpo di guardia; saremo circuiti e presi come tante volpi, noi che siamo leoni, e ci getteranno in qualche carbonaja, dove non avremo tampoco la consolazione di vedere quel brutto cielo grigio di Rueil, che somiglia al cielo di Tarbes quanto somiglia la luna al sole. Caspita! se fuori avessimo qualcuno che potesse darci delle informazioni su la topografia morale e fisica di questo castello, su ciò che Cesare chiamava luoghi e costumi... almeno a quel che mi fu detto... Eh! a pensare che in venti anni, ne’ quali non sapevo che farmi, non ho avuta l’idea di occupare una di quelle ore a venire a studiare Rueil!
«Che importa? soggiunse Porthos, si vada via ciò non ostante.
«Mio caro, ribattè d’Artagnan, sapete perchè i pasticcieri non lavorano mai di propria mano?
«No, ma avrei genio a saperlo.
«Perchè davanti ai loro allievi temerebbero di fare qualche pasta troppo abbrustolita o una crema col latte rappreso.
«E poi?
«E poi sarebbero burlati, e burlati non devono essere i maestri pasticcieri.
«E che rapporto hanno costoro con noi?
«Che noi in materia di avventure non dobbiamo mai avere uno scacco o far ridere gli altri. In Inghilterra ultimamente abbiamo fatto fiasco, siamo stati battuti, e l’è una macchia per la nostra riputazione.
«E da chi battuti?
«Da Mordaunt.
«Sì, ma femmo annegare messer Mordaunt.
«Lo so, e questo ci rimetterà un poco nel concetto dei posteri, se pure i posteri penseranno a noi. Ma sentitemi, Porthos: benchè messer Mordaunt non fosse da sprezzarsi, messer Mazzarino mi sembra ben altrimenti forte, e non lo faremmo affogare con ugual facilità. Badiamo dunque a noi, e stiamo accorti, perchè (aggiunse il guascone sospirando) noi due vagliamo forse per otto altri, ma non pei quattro che sapete.
«È vero, confermò Porthos corrispondendo con un sospiro a quello già mandato da d’Artagnan.
«Or bene, fate come fo io, passeggiate su e giù, sinchè ci arrivi una buona nuova dei nostri amici, o ci venga una buona idea; ma non dormite sempre come finora: non v’è cosa che intorpidisca la mente quanto il sonno. Quel che ci sovrasta sarà forse men grave che non ci figuriamo; non credo che Mazzarino abbia intenzione di farci tagliar la testa, perchè la testa non si taglierebbe senza il processo, il processo cagionerebbe gran fracasso, il fracasso richiamerebbe i nostri amici, e allora essi non lascerebbero operare il signor di Mazzarino.
«Ragionate pur bene! disse Porthos con ammirazione.
«Sì, non c’è male.... E poi, capite, se non ci fanno processo, se non ci mozzano la testa, bisogna che ci tengano qui o ci trasportino altrove.
«Oh! necessariamente.
«Or dunque, è impossibile che messer Aramis, quel braccio finissimo, e che Athos, il saggio gentiluomo, non iscuoprano il nostro ritiro. E allora, affè saremo a tempo.
«Sì, tanto più che qua non si sta assolutamente male.... ad eccezione di una cosa, però....
«E quale?
«D’Artagnan, avete osservato che per tre giorni di seguito ci hanno dato del castrato arrosto?
«No, ma se ce lo presentano la quarta volta, mi lagnerò, non dubitate.
«E inoltre di quando in quando mi vien in mente la mia casa; è un pezzo che non ho visitate le mie ville.
«Eh via! dimenticatele momentaneamente; le ritroveremo ammenochè il signor di Mazzarino le abbia fatte demolire.
«Credete che si sia fatta lecita una tal tirannia? domandò inquieto Porthos.
«No: eran buone per l’altro ministro simili risoluzioni; il nostro è troppo meschino per arrischiarle.
«Mi riconfortate, d’Artagnan.
«Or dunque fate buon viso come fo io: scherziamo coi custodi, interessiamo i soldati, poichè non si possono corrompere; accarezzateli di più che sinora, quando verranno sotto le nostre grate. Sino adesso siete stato sempre a mostrar loro il pugno, e più il vostro pugno è rispettabile meno è seducente.... Ah! quanto darei per aver soltanto cinquecento luigi!
«E anch’io, rispose Porthos che non voleva passare per meno generoso di d’Artagnan, darei volentieri.... cento doppie».
I due prigionieri stavano a questo punto del loro dialogo, quando entrò Comminges, preceduto da un sergente e da due uomini, i quali recavano la cena in un paniere pieno di piatti e vassoj.
«Bene! fece Porthos, da capo il castrato!
«Caro signor di Comminges, disse il Guascone, avete da sapere che il mio amico signor du Vallon è deciso a portarsi alle più crude estremità, se il signor di Mazzarino si ostina a mantenerlo con questa sorta di carne.
«E io dichiaro di più, accrebbe Porthos, che non mangio più altro, se non me la tolgono davanti.
«Togliete via quel montone, disse Comminges, voglio che il signor du Vallon ceni con piacere, tanto più che ho da annunziargli una notizia, che di certo gli darà appetito.
«È forse morto il signor Mazzarino? domandò Porthos.
«No, anzi devo con rincrescimento avvisarvi che sta benissimo.
«Male! fece Porthos.
«E che notizia è mai? chiese d’Artagnan, una notizia in prigione, è frutto così raro, che spero scuserete la mia impazienza, non è vero, signor di Comminges? Maggiormente dacchè ci avete dato a intendere ch’era buona la nuova.
«Gradireste sapere che il signor conte di la Fère sta bene?» fece Comminges.
Gli occhi per solito piccoli di d’Artagnan, si apersero a dismisura.
«Se lo gradirei.... ma ne sarei contento, beato!
«Ed io sono incaricato da lui stesso di presentarvi i suoi complimenti, e dirvi che gode di ottima salute».
D’Artagnan ebbe a svenirsi dall’allegrezza. Una rapida occhiata fu interprete a Porthos del di lui concetto. Lo sguardo diceva: se Athos sa dove siamo, se ci fa parlare, in breve agirà.
Porthos non aveva molta abilità per comprendere le occhiate; ma questa volta la intese, perocchè al nome di Athos aveva provata la stessa impressione che d’Artagnan.
«Ma, domandò timidamente il Guascone, voi dite che il conte di la Fère vi ha incaricato di fare i suoi complimenti al signor di Vallon ed a me?
«Signor sì.
«Dunque lo avete veduto?
«Di certo!
«E dove, senza essere indiscreto?
«Qui vicino, fece Comminges sorridendo.
«Qui vicino? ripetè d’Artagnan, a cui brillarono le pupille.
«Tanto prossimo, che se le finestre che danno sul capannone degli agrumi non fossero otturate, potreste vederlo dal posto ove siete.
«Di sicuro, ronza nei dintorni del castello!» pensò d’Artagnan.
E poi disse forte:
«Lo avete incontrato alla caccia, forse nel parco?
«No, più prossimo.... anche più.... ecco, dietro a questo muro, seguitò Comminges, e percuoteva la muraglia.
«Dietro?... e che v’è egli qui dietro?... Sono stato condotto qui di sera, in modo che il diavolo mi trascini se so dove io mi sia!
«Orsù, continuò Comminges, supponete una cosa.
«Supporrò tutto quel che vogliate.
«Là! che a questa muraglia vi sia una finestra.
«Ebbene?
«Da quella, scorgereste alla sua, il signor di la Fère.
«Sicchè il signor di la Fère è alloggiato nel castello?
«Sì.
«E per qual ragione?
«Per la stessa che voi.
«Athos è prigioniero?
«Vi è pur noto, disse Comminges ridendo, che non vi sono prigionieri a Rueil, poichè non v’è prigione.
«Non ischerziamo sulle parole, signore. Athos è stato arrestato?
«Jeri, a S. Germano, all’uscire dalle stanze della regina».
A d’Artagnan caddero giù le braccia inerti sul fianco. Pareva fulminato. Il pallore gli corse come un nuvolo bianco su la bruna carnagione, ma quasi subito si dileguò.
«Prigioniero! egli ripetè.
«Prigioniero! tornò a dire dopo di lui Porthos oppresso».
Ad un tratto d’Artagnan alzò il capo, e ne’ suoi occhi si vide brillare un lampo impercettibile anco per Porthos. Poscia lo stesso abbattimento che lo aveva preceduto seguì quel baleno fugace.
«Orsù, disse Comminges, il quale nudriva un vero affetto per d’Artagnan dopo il segnalato servigio da questo resogli nel dì dell’arresto di Broussel, togliendolo dalle mani ai Parigini, orsù non vi angustiate; non pretendevo già darvi una mala nuova, oh! tutt’altro. Con la guerra attuale siamo tutti esseri incerti. Dunque ridete della combinazione che riavvicina il vostro amico a voi ed al signor du Vallon, anzi che addolorarvene».
Quell’invito però non influì minimamente su d’Artagnan, che si mantenne in aspetto lugubre.
«E che cera faceva? domandò Porthos, che accortosi come d’Artagnan lasciava estinguersi il dialogo, se ne prevalse per metter fuori due paroline di suo.
«Ottima cera, rispose Comminges; sul primo era sembrato come voi disperatissimo, ma quando ha saputo che il ministro doveva fargli visita stasera....
«Ah! fece d’Artagnan, il ministro deve fare una visita al conte di la Fère?
«Sì, lo ha fatto avvertire, e il signor conte, nell’udir ciò, mi ha incaricato di dirvi, che profitterebbe del favore che gli concedeva Sua Eccellenza per patrocinare la vostra e la sua causa.
«Ah che caro conte! disse il Guascone.
«Bell’affare! mugolò Porthos, gran favore, cospettone! il conte di la Fère, la di cui famiglia s’imparentò coi Montmorency e coi Rohan, val pure quanto il signor Mazzarino.
«Non serve, replicò d’Artagnan nel modo suo più docile, a rifletterci bene, mio caro du Vallon, è un grande onore pel signor conte, e dà luogo a concepire grandi speranze.... una visita!... ma è tale onore per un prigioniero, ch’io mi penso per sino che il signor di Comminges prenda abbaglio.
«Come? prendo abbaglio!...
«Non sarà il signor di Mazzarino che andrà a trovare la Fère, ma la Fère sarà chiamato dal signor di Mazzarino.
«No, no, no! disse Comminges a cui premeva di precisare le cose; io ho inteso benissimo ciò che mi ha detto il ministro: egli andrà a trovare il conte».
D’Artagnan procurò di cogliere uno sguardo di Porthos onde discernere se questi capiva l’importanza di quella visita, ma Porthos non badava nemmeno dalla sua parte.
«Sicchè pel signor ministro è abitudine di passeggiare nel locale degli agrumi? domandò il tenente dei moschettieri.
«Ci si rinchiude ogni sera, fece Comminges, pare che colà vada meditando su gli affari dello Stato.
«Allora comincio a credere che Sua Eccellenza vada dal signor di la Fère; d’altronde, naturalmente si farà accompagnare?
«Sì, da due soldati.
«E discorrerà così di affari davanti a due estranei?
«I soldati sono Svizzeri dei piccoli cantoni, e non parlano se non tedesco. E poi, secondo ogni probabilità, aspetteranno alla porta».
D’Artagnan si cacciava le unghie nelle palme delle mani, onde il suo volto non esprimesse altro che ciò ch’egli gli permetteva di esprimere.
«Badi bene il signor Mazzarino ad entrar solo dal conte di la Fère! soggiunse, giacchè il conte dev’essere sulle furie».
Comminges si mise a ridere.
«Eh! par che siate tanti antropofagi! il signor di la Fère è pien di cortesia, e di più non ha armi. Al primo grido di Sua Eccellenza, accorrerebbero subito i due soldati che l’accompagnano.
«Due soldati...., disse d’Artagnan quasi raccogliesse le sue rimembranze, due soldati.... sì.... per questo dunque odo chiamare due uomini ogni sera, e li vedo passeggiare una mezz’ora sotto la mia finestra.
«Appunto; attendono il ministro, o piuttosto Bernouin viene a chiamarli quando il ministro esce.
«Begli uomini, affè!
«È il reggimento ch’era a Lens, e che il signor Principe diede a Sua Eccellenza per farle più onoranza.
«Ah signore! fece d’Artagnan come per riepilogare in poche parole tutta quella lunga conversazione, almeno sia Sua Eccellenza più mite, e conceda al signor di la Fère la nostra libertà!
«Lo desidero di tutto cuore.
«Sicchè, se si dimenticasse la visita, non trovereste inconveniente a rammentargliela?
«Nessuno; al contrario!
«Ah! questo mi consola alquanto».
L’abile cambiamento di conversazione sarebbe sembrato una manovra sublime a chiunque avesse potuto leggere nell’animo del Guascone.
«E adesso, egli continuò, ve ne prego, mio caro signor di Comminges, un’altra ed ultima grazia.
«Tutto ai vostri comandi.
«Rivedrete il conte di la Fère?
«Domattina.
«Favorireste dargli il buon dì a nome mio, e pregarlo di richiedere per me la stessa grazia che per sè avrà ottenuta?
«Desiderate che venga qui il signor ministro?
«No; conosco me stesso, e non sono sì esigente. Sua Eccellenza mi faccia l’onore di ascoltarmi, questo è quanto bramo.
«Oh! mormorò Porthos scuotendo il capo, non avrei mai creduto questo da lui; come abbatte gli uomini la sventura!
«Così sarà fatto, rispose Comminges.
«Assicurate ancora il signor conte ch’io sto benissimo, e che mi avete visto afflitto, ma rassegnato.
«Voi mi date nel genio parlando in tal guisa.
«Altrettanto direte pel signore du Vallon.
«Per me? mainò! esclamò Porthos, non sono niente rassegnato, io!
«Ma vi rassegnerete, amico mio.
«Giammai!
«Si rassegnerà, signor di Comminges. Io lo conosco meglio che non si conosca egli stesso, e so che ha mille eccellenti qualità che neppur si figura. Tacete, signor du Vallon, e rassegnatevi.
«Addio, signori, disse Comminges; buona notte.
«Procureremo che sia tale».
Comminges salutò ed uscì. D’Artagnan lo seguì cogli occhi nella medesima attitudine di dolcezza ed umiltà; ma appena fu chiusa la porta si slanciò verso Porthos, e se lo strinse fra le braccia con espressione di giubilo che non lasciava alcun dubbio.
«Oh oh! che c’è? disse Porthos, ma che, impazzite, povero amico?
«C’è che siamo salvi!
«Non ne vedo nemmeno l’ombra; anzi veggo che siamo presi tutti, eccettuato Aramis, e che scemano per noi la probabilità di andarcene dacchè è entrato uno di più nella trappola del signor di Mazzarino.
«Nulla, nulla; la trappola bastava per due, e diventa troppo debole per tre.
«Non capisco, fece Porthos.
«È inutile, replicò d’Artagnan, mettiamoci a tavola e ripigliamo forza, chè ne avremo d’uopo per la nottata.
«E che faremo sta notte?
«Probabilmente viaggeremo.
«Ma....
«A tavola, mio caro! mangiando vengono delle idee; e dopo cena, quando le mie saranno ben complete ve le comunicherò».
Per quanto Porthos bramasse d’essere istruito del progetto di d’Artagnan, conoscendo però il modo di agire di questo, si assise a mensa senza insistere di più, e mangiò con un appetito che faceva onore alla fiducia ch’ei riponeva sempre nell’immaginativa di d’Artagnan.
LXXXVIII.
Il braccio e la mente.
Ebbe luogo la cena in silenzio, ma non in malinconia, perocchè tratto tratto rasserenava la faccia a d’Artagnan uno di quei sorrisetti maliziosi che gli erano usuali ne’ momenti di buon umore. E di questi Porthos non ne perdeva neppur uno, ed anzi ad ognuno che osservava dava qualche esclamazione, la quale indicava al suo amico com’egli, anche non comprendendolo, facesse gran caso del pensiero che gli bolliva nel cervello.
Alle frutta d’Artagnan appoggiò la schiena alla spalliera della seggiola, incrociò le gambe una sull’altra, e si tentennò in aria di uno che sia veramente contento di sè.
Porthos pose il mento sulle due mani, e i due gomiti sulla tavola, e guardò d’Artagnan in quel modo pien di fiducia che dava a quel colosso una certa cera di somma bonarietà.
«Ebbene? fece il Guascone dopo un momento.
«Ebbene? ripetè Porthos.
«Dicevate dunque, mio caro?...
«Io? non diceva nulla.
«Sì, sì.... che avevate voglia di andarvene di qua.
«Ah! questo sì, non è la voglia quella che mi manca.
«Ed aggiungevate che perciò bastava staccare una porta e rompere un muro.
«È vero, così ho detto, ed anco lo ridico.
«Ed io, Porthos, vi rispondevo esser codesto un tristo compenso, e che non faremmo cento passi senza essere ripresi ed accoppati, ammenochè avessimo abiti da travestirci ed armi da difenderci.
«Certo, ci occorrerebbero abiti ed armi.
«Or bene, ne abbiamo! disse d’Artagnan alzatosi, e di più qualche cosa di meglio.
«Veh! fece Porthos guardandosi attorno.
«Non istate a cercare, sarebbe inutile; tutto ci verrà all’istante opportuno. A che ora all’incirca vedemmo jeri passeggiare le guardie svizzere?
«Se non isbaglio, un’ora dopo fattasi notte.
«Se escono stassera come jeri, dunque non istaremo un quarto d’ora ad attendere il piacere di vederli.
«Fatto sta che resteremo tutto al più quel quarto d’ora.
«Avete sempre il braccio assai buono, non è così?»
Porthos si sbottonò la manica, si tirò in su la camicia, si osservò con compiacenza le braccia robuste, grosse come la coscia di un uomo di statura ordinaria.
«Eh sì.... rispose, assai buono.
«Talchè fareste, senza disturbarvi di troppo, un cerchio di queste mollette, e di questa paletta una specie di rampino?
«Di sicuro!
«Vediamo un po’».
Il gigante prese i due oggetti indicati, ed operò con la maggior facilità e senza sforzo apparente, le due metamorfosi richieste dal compagno.
«Ecco, disse poi.
«Stupendo! e siete in buonissimo stato, Porthos!
«Io intesi a parlare, disse questi, di un certo Milone da Crotona che faceva cose straordinarissime, come stringersi la fronte con una fune e farla andar in pezzi, ammazzare un bue con un pugno e portarlo a casa sulle spalle, fermare un cavallo dalle zampe di dietro, ec.; mi sentii raccontare tutte queste prodezze a Pierrefonds, e feci quanto esso faceva, meno che rompere la fune col gonfiarmi le tempie.
«Egli è che la vostra forza non istà nella testa, rispose d’Artagnan.
«No, è nelle braccia e nelle spalle, replicò semplicemente Porthos.
«Ebbene, accostiamoci alla finestra, e valetevi della vostra forza per distaccarne un ferro. Aspettate ch’io spenga il lume».
Porthos si avvicinò alla finestra, prese colle due mani uno dei ferri, e vi si aggrappò, lo tirò a sè, e lo fe’ piegare come un arco, a segno che le due cime uscirono dall’alveola di pietra dove le teneva conficcate da trent’anni la calcina.
«Ecco ciò che non sarebbe riuscito al ministro, disse d’Artagnan, benchè sia un uomo di genio.
«Ne ho da levar degli altri? domandò Porthos.
«No; questo è sufficiente: ormai può passarvi un uomo».
Porthos provò e mise fuori tutto il busto.
«Sì, disse allora.
«Realmente, è una bella apertura. Adesso infilate il braccio.
«Di dove?
«Da quell’apertura.
«Per che fare?
«Lo saprete tra poco.... infilatelo».
Porthos obbedì, docile come un soldato, e cacciò il braccio tra i ferri.
«Ottimamente! fece d’Artagnan.
«Par che si vada avanti bene?
«A meraviglia, mio caro.
«Meglio! Ed ora che ho da fare?
«Nulla.
«Dunque è finito tutto?
«Ancora no.
«Per altro avrei gusto di capire qualche cosa.
«Sentitemi, e in due parole saprete tutto, si apre la porta del corpo di guardia, come vedete.
«Sì, veggo.
«Si manderanno subito nel nostro cortile, che traversa il signor Mazzarino per recarsi allo stanzone degli agrumi, le due guardie che lo accompagnano.
«Appunto escono.
«Basta che rinchiudano la loro porta!... Ah bene! la serrano.
«E poi?
«Silenzio! ci potrebbero udire.
«Allora non saprò niente.
«Sì, a misura che andrete eseguendo comprenderete.
«Io però avrei preferito....
«Godrete del piacere della sorpresa.
«Oh si! è vero, fece Porthos.
«Zitto!»
Porthos rimase muto ed immobile.
I due soldati si avanzavano dalla parte della finestra stropicciandosi le mani, perocchè, secondo avvertimmo, era di febbrajo e tempo freddo.
Nel momento fu riaperta la porta del corpo di guardia e chiamato indietro un dei due militari.
Questi lasciò il camerata e tornò dentro.
«Va sempre bene? chiese Porthos.
«Meglio che mai, rispose d’Artagnan. Adesso, ascoltatemi. Io chiamerò quel soldato e mi metterò a discorrer seco come feci jeri con uno de’ suoi compagni, ve ne ricordate?
«Sì, ma non intesi una parola di quel che diceva.
«Veramente aveva una pronunzia un po’ marcata. Ma, Porthos, non perdete una parola di ciò che io sono per dirvi: il tutto sta nell’esecuzione.
«Eh! per l’esecuzione io non burlo.
«Lo so, cospetto! e per questo conto sopra di voi.
«Dite su.
«Chiamo il militare e discorro con lui....
«Lo avete detto.
«Mi volgerò a sinistra in maniera ch’egli sia a man destra nel punto che salirà sul muricciolo.
«Ma se non ci sale?
«Ci salirà, non dubitate. Nell’atto ch’ei vien sul muricciolo, voi allungherete il formidabile braccio e lo piglierete pel collo. Poi alzandolo di peso, come Tobia alzò il pesce dalle orecchie, lo introdurrete nella nostra camera, avendo cura di stringerlo sì forte che non possa urlare.
«Sì.... ma se lo strangolo?
«Prima di tutto, sarà il male di uno Svizzero di meno, ma spero che non lo strangolerete. Lo poserete qui pian piano, e noi gli tapperemo la bocca e lo legheremo in qualche posto, poco importa il dove. Con ciò avremo intanto un’uniforme ed una spada.
«Oh bellissima! disse Porthos con ammirazione.
«Eh? fece d’Artagnan.
«Sì, ma una uniforme ed una spada non sono assai per noi due.
«Ebbene! e non ha il suo camerata?
«Sicuro!
«Dunque, quando io tossirò allungate il braccio, e sarà tempo.
«Benone!».
I due amici si misero ciascuno nel luogo indicato. Porthos, situato com’era, stava nascosto del tutto nell’angolo della finestra.
«Buona sera, camerata, disse d’Artagnan colla sua voce più moderata e gentile.
«Pone sere, rispose il soldato.
«Non fa caldo a passeggiare, disse d’Artagnan.
«Brrrummm! fece il soldato.
«E credo che non vi spiacerebbe un bicchiere di vino?
«Picchiere di fine sarebbe ben fenute.
«Ci viene il pesciolino! bucinò il tenente a Porthos.
«Capisco, fece questi.
«Ne ho una bottiglia pronta.
«Pottiglia!
«Sì.
«Piena?
«Pienissima, ed è vostra se la volete bere alla mia salute.
«Folentieri! seguitò lo Svizzero avvicinandosi.
«Su, caro, venite a pigliarla, disse il Guascone.
«Perchè no? me pare c’è muricciolo.
«Veh! sembra messo là espressamente, saliteci.... là.... così... amicone».
E d’Artagnan tossì.
Nel medesimo istante piombò giù il braccio di Porthos, il suo pugno d’acciajo rapido come il baleno e saldo come una tenaglia strinse il collo al militare, lo alzò soffocandolo, lo trasse a sè dalla apertura a rischio di strozzarlo nel passare, e lo posò in terra, ove d’Artagnan lasciandogli a puntino il tempo di riprender fiato gli coperse la bocca con la sua ciarpa, e poi subito si accinse a spogliarlo con la sollecitudine e la destrezza di chi ha imparato il mestiere sul campo di battaglia.
Poscia lo Svizzero legato e manettato fu portato sul camino, di cui i nostri amici avevano prima spenta la fiamma.
«Tanto, ecco una spada e un abito, disse Porthos.
«Io li prendo, rispose d’Artagnan; se voi pure volete altrettanto, bisogna ricominciare la faccenda. Attenti! veggo appunto l’altro soldato ch’esce dal corpo di guardia e viene in qua.
«A me pare, obbiettò Porthos, che sarebbe imprudenza il principiare la stessa manovra. Si accerta che non si ottiene buon esito due volte col medesimo mezzo. Se mi mancasse, sarebbe perduto tutto. Scenderò, lo afferrerò nel momento che non ha sospetto, e ve lo porgerò bell’e legato.
«Sarà anche meglio, disse il Guascone.
«State pronto».
Porthos si calò abbasso dall’apertura; le cose andarono com’ei le aveva promesse. Il gigante si rimpiattò ove doveva transitare lo Svizzero, e quando questi gli fu davanti lo prese per il collo, gli turò la bocca, lo spinse a modo di una mummia a traverso ai ferri slargati della finestra, e rientrò dietro a lui.
Fu spogliato il secondo prigioniero ugualmente che il primo, e disteso sul letto, e fermato con delle cinghie, ed essendo il letto di quercia e le cinghie foderate si rimase tranquillissimi per questo al pari che pel precedente.
«Va ottimamente, disse d’Artagnan; ora datemi il vestito di quel briccone. Dubito che vi stia bene, Porthos, ma se vi è troppo stretto non abbiate paura, vi basterà il budriere, e specialmente il cappello con le penne rosse».
Si combinò per caso che l’ultimo dei due soldati era uno Svizzero gigantesco, talmente che eccetto pochi punti delle cuciture che si ruppero, il resto andò egregiamente.
Per qualche tempo non si udì se non lo stropiccio del panno, mentre Porthos e d’Artagnan si abbigliavano in fretta.
«È finita, dissero poi insieme. A voi altri, compagni (avvertirono ai due militari), nulla succederà se state buoni, ma se vi movete siete morti».
Coloro rimasero chiotti; dal pugno di Porthos comprendevano che la faccenda era seria, e che non esisteva ombra di scherzo.
«Adesso, disse d’Artagnan, voi, Porthos, avreste caro d’intendere?
«E sì, piuttosto.
«Or dunque, noi scendiamo nel cortile.
«Sì.
«Pigliamo il posto di quei manigoldi.
«Bene.
«Passeggiamo su e giù.
«E sarà un bel vedere, sendochè non fa caldo.
«Fra un momento il cameriere chiama come jeri quei di servizio.
«E rispondiamo?
«No, anzi, non rispondiamo.
«Come vi pare, per me non me ne curo.
«Soltanto ci cacciamo in testa il cappello, e scortiamo Sua Eccellenza.
«Dove?
«Dove va, da Athos. Vi pensate che gl’incresca di vederci?
«Oh! capisco! esclamò Porthos.
«Aspettate un poco ad esclamare, giacchè, in parola, non siete ancora al più bello, fece il Guascone con dileggio.
«E che ha da accadere?»
«Venite meco, e vedremo».
D’Artagnan passando dall’apertura si calò leggermente nel cortile.
Porthos fece la stessa strada, ma meno presto e con più stento.
Si sentivano tremare di paura i due Svizzeri manettati in camera.
Appena d’Artagnan e Porthos ebbero toccato terra, fu schiuso un uscio, e il cameriere gridò:
«Il servizio!»
Si spalancò anche il posto di guardia, e una voce comandò:
«La Bruyere e du Barthois, andate!
«Pare che io abbia nome la Bruyere, mugolò d’Artagnan.
«Ed io du Barthois, aggiunse Porthos.
«Dove siete? domandò il domestico, che con gli occhi abbagliati dal lume, non poteva distinguere fra l’oscurità i nostri due eroi.
«Eccoci» fece d’Artagnan.
E voltosi a Porthos:
«Che ne dite, signor du Vallon?
«Perdinci! pur che la duri, dico che va benone.
LXXXIX.
Le carceri perpetue del signor di Mazzarino.
I due nuovi soldati camminarono con tutta gravità dietro al cameriere; questi aprì ad essi una porta del vestibolo, poi un’altra che pareva di una sala d’ingresso, e additando loro due sgabelli, disse:
«La consegna è semplicissima; non lasciate entrar qui che una persona, una sola, avete inteso! niente più! e a quella persona obbedite in tutto. In quanto al ritorno, non vi è da sbagliare, aspettate che io vi dia la muta».
D’Artagnan era noto assai al suddetto cameriere, ch’era precisamente Bernouin, il quale da sei o otto mesi a questa parte lo aveva introdotto una decina di volte presso al ministro; onde egli invece di rispondere si limitò a brontolare jà nel modo meno guascone e più tedesco che potesse.
In quanto a Porthos, lo aveva obbligato a promettere di non parlare in verun caso. Se mal fosse ridotto agli estremi gli era concesso di proferire soltanto il tarteifle proverbiale e solenne.
Bernouin chiuse, si allontanò.
«Oh oh! disse Porthos udendo la chiave nella serratura, si vede che qui è di moda rinchiudere la gente. Secondo me, non abbiamo fatto altro che barattar carcere; senonchè invece di esser carcerati laggiù, lo siamo nel capannone degli agrumi. Non so se ci abbiamo guadagnato.
«Amico mio, fece piano d’Artagnan, non dubitate della Provvidenza, e lasciatemi riflettere e meditare.
«Riflettete e meditate, brontolò Porthos istizzito nel mirare che le cose pigliavano quell’aspetto anzi che un altro.
«Abbiamo fatto ottanta passi.... saliti sei gradini; qui, dunque, come ha detto testè il mio illustre amico di Comminges, è l’altro padiglione in linea paralella al nostro accennato per padiglione degli agrumi; sicchè il conte di la Fère non dev’essere lontano; solamente le porte sono chiuse.
«Bella difficoltà! ribattè Porthos, con una spinta delle spalle....
«Per Bacco! tenetevi in riserva codeste vostre forze, o all’occorrenza non avranno più il valore che si meritano. Non avete inteso che qui dee venire qualcuno?
«Sì.
«Il qualcuno ci aprirà.
«Ma, mio caro, se il qualcuno ci riconosce, e ciò fatto si mette ad urlare, siamo perduti.... perchè, in conclusione, m’immagino non abbiate idea di farmi accoppare o strangolare quell’uomo! e sarebbero maniere buone con Inglesi o Tedeschi, ma....
«Dio me ne liberi, ed anco voi! il giovanetto forse ce ne sarebbe alquanto grato, ma la regina non ce lo perdonerebbe, e a lei fa d’uopo usar riguardo. D’altronde, sangue inutile, mai! mai! mai! Il mio piano è stabilito, e quindi lasciatemi agire, e rideremo.
«Meglio così! disse Porthos, ne sento il bisogno.
«Zitto! fece d’Artagnan, ecco la persona annunziata».
Allora si udì nella stanza precedente, cioè nel vestibolo, un camminare leggerissimo. Gli arpioni della porta stridevano, e comparve un uomo vestito da cavaliere, avvolto in un mantello scuro, con un cappellone calato su gli occhi, e in mano una lanterna.
Porthos si trasse accosto al muro, ma non potè farsi talmente invisibile che nol vedesse l’inferrajuolato: quello gli presentò il lampioncino, dicendogli:
«Accendete la lampada del soffitto».
E poi a d’Artagnan:
«Sapete pure la consegna.
«Jà, replicò il Guascone, deciso a limitarsi a questo piccolo campione di lingua tedesca.
«Tedesco! disse in italiano il cavaliere, va bene».
Ed avanzatosi verso la porta situata di faccia a quella d’onde era venuto, l’aperse e la richiuse poichè fu sparito per dentro.
«Ed ora, domandò Porthos, che faremo?
«Ora, amico Porthos, ci prevarremo di codesta spalla se la porta è serrata. Ogni cosa a suo tempo, e tutto viene a punto a chi sappia aspettare. Ma avanti si spranghi e impedisca l’uscio in modo opportuno, e indi terremo appresso a quel forestiero».
I due compagni si accinsero tosto all’opra, ed ingombrarono l’ingresso con quanti mobili trovarono nella sala, lo che rendeva l’adito più impraticabile dacchè la bussola si apriva di dentro.
«Oh! disse d’Artagnan, ora siamo sicuri di non essere sorpresi da tergo. Andiamo innanzi».
Arrivarono alla porta da cui era sparito Mazzarino; questa era chiusa; invano d’Artagnan tentò aprirla.
«Ecco, egli disse, dov’è bisogno di dare un colpo delle vostre spalle; spingete, Porthos, ma adagio e senza far rumore, non isfondate, staccate gli sporti, e tanto basta».
Porthos appoggiò la robusta spalla ad uno degli sporti, il quale cedè, e d’Artagnan introdusse la punta della spada fra la stanghetta e la bocchetta della serratura; la stanghetta tagliata a ugnatura non resse, e si spalancò l’usciale.
«Ma se ve lo dicevo, Porthos, che si ottien tutto dalle donne o dalle porte con la dolcezza.
«Fatto sta, rispose Porthos, che siete un gran moralista!
«Entriamo».
Entrarono. Dietro ad una invetriata, al lume del lanternino del ministro posato in terra in mezzo alla galleria, si scorgevano i melaranci e i melagrani del castello di Rueil, collocati in lunghe file facenti un gran viale e due altri laterali più piccoli.
«Niente ministro, fece d’Artagnan, ma soltanto la sua lucerna; e dunque dove diamine sarà?».
E mentre esplorava una delle ali laterali, dopo aver fatto cenno ai Porthos di esplorare l’altra, adocchiò ad un tratto alla sua mano manca una cassa discostata dalla sua linea, e sul posto di quella una larga buca. Dieci uomini avrebbero durato fatica a muovere la cassa, ma per un meccanismo qualunque si fosse, essa aveva girato con la lastra che la sosteneva.
D’Artagnan, secondo noi avvertimmo, trovò ivi una buca, ed in questa i gradini di una scala a chiocciola.
Chiamò Porthos con un gesto e gli additò il vacuo e gli scalini.
Entrambi si guatarono confusi, perplessi.
«Se non volessimo altro che oro, disse sommessamente il Guascone, avremmo trovato il nostro bisognevole, e saremmo ricchi in eterno.
«E come?.
«Non intendete, Porthos, che in fondo a questa scala, secondo ogni probabilità, è il famoso tesoro di Mazzarino di cui tanto si parla, e che a noi basterebbe scendere, vuotare una cassa, rinchiudervi dentro il ministro, andarcene portando via quant’oro potessimo tirar con noi, rimettere al posto quel melarancio, e nessuno al mondo ci domanderebbe donde ci viene la nostra ricchezza, nemmeno il ministro?
«Sarebbe un bel colpo per dei villani, disse Porthos, ma mi pare indegno di due gentiluomini.
«Così penso io pure, e perciò vi ho detto: se non volessimo altro che oro, ma noi abbiamo altro in mira».
Nell’istante, e quando d’Artagnan si chinava verso il sotterraneo per ascoltare, gli colpì l’orecchio un suono metallico e duro come di un sacco d’oro che sia mosso. Egli si scosse. Tosto fu chiusa una porta, e sulla scala comparvero i primi riflessi di un lume.
Mazzarino aveva lasciata la sua lampada nel locale degli agrumi, per far credere che passeggiasse, ma aveva una candela di cera per visitare il misterioso suo forziere.
«Eh eh! diceva in italiano intanto che saliva lentamente, esaminando un sacco ben rotondo di reali, eh eh! ecco con che pagare cinque consiglieri al Parlamento, e due generali di Parigi. Ancor io sono un gran capitano; soltanto fo la guerra alla mia maniera».
D’Artagnan e Porthos si erano rannicchiati ciascuno in un viale laterale, dietro una cassa, ed attendevano.
Mazzarino venne a distanza di tre passi dal Guascone, a spingere una molla celata dal muro. La lastra girò, e il melarancio ch’essa sosteneva tornò al suo posto.
Allora il ministro spense la candela e se lo rimise in tasca, e ripresa la lampada, disse:
«Si vada a veder il signor di la Fère.
«Bene! pensò d’Artagnan, è la stessa strada che facciamo noi, andremo insieme!»
Tutti tre si avviarono, Mazzarino pel viale di mezzo, e Porthos e d’Artagnan per quelli dalle parti. Questi due ultimi scansavano attentamente le lunghe linee luminose che fra le casse andava segnando la lanterna.
Il ministro arrivò ad una seconda porta coi vetri senza accorgersi di essere seguitato, perocchè l’arena molle attutiva il rumore che facevano gli altri camminando.
Indi voltò a sinistra, prese da un corridojo a cui i due amici non avevano ancor badato; ma sul punto di aprirne l’usciale si ristette pensoso.
«Ah diavolo! proferì, mi scordavo la raccomandazione di Comminges: bisogna che io pigli i soldati e li ponga qui fuori, onde non mettermi a discrezione di quel demonio sfrenato».
E con un atto d’impazienza, si girò per tornare indietro.
«Non vi state ad incomodare, monsignore, disse d’Artagnan piantato avanti il piede, col cappello in mano, con graziosissima ciera, abbiamo seguitato sempre Vostra Eccellenza; e siamo qua.
«Sì, siamo qua, confermò Porthos».
E fe’ lo stesso gesto di garbato saluto.
Mazzarino fece correr gli occhi spaventati dall’uno all’altro, li ravvisò ambedue, e si lasciò cadere la lanterna, dando un gemito di paura.
D’Artagnan raccolse questa da terra; per buona sorte nel cascare non si era smorzata.
«Oh! disse egli, monsignore, che imprudenza! non conviene andar senza lume; Vostra Eccellenza potrebbe urtare in una cassa o ruzzolare in una buca.
«Signor d’Artagnan! balbettò Mazzarino attonito.
«Sì, monsignore, son io che ho l’onore di presentarvi il signor du Vallon, l’ottimo mio amico, a cui l’Eccellenza Vostra ebbe in addietro la bontà d’interessarsi cotanto?»
E d’Artagnan diresse la luce della lampada verso la faccia allegra di Porthos, che cominciava a comprendere ed era contentissimo. Di poi continuò:
«Andavate dal signor di la Fère, monsignore; non vi pigliate soggezione di noi; anzi, insegnateci la strada, e vi verremo appresso».
Mazzarino a poco a poco ripigliava fiato.
«Signori, è un pezzo che siete nel locale degli agrumi?» domandò con voce tremula pensando alla visita che avea fatta allora al suo tesoro.
Porthos aprì bocca per rispondere, d’Artagnan gli fe’ un cenno, e la bocca ammutolitasi, gradatamente si richiuse.
«Siamo giunti adesso» rispose il Guascone.
Il ministro respirò: non temeva più pel tesoro, ma solo per sè stesso. Sulle labbra gli corse una specie di sorriso.
«Animo, replicò, mi avete preso nella rete, e mi do per vinto. Volete chiedermi la libertà, non è vero? ve la concedo.
«Oh Eccellenza! siete troppo buono, ma la libertà noi l’abbiamo, e avremmo più caro di domandarvi tutt’altro.
«Avete la libertà! disse sbigottito il ministro.
«Senza dubbio, ed all’incontro, voi, monsignore, l’avete perduta; e adesso, che vuole ella, Eccellenza? tale è la legge della guerra, si tratta di ricomprarsela».
Mazzarino si sentì rabbrividire in fondo al cuore. Fissò lo sguardo penetrante, ma invano, sul volto beffardo del Guascone e su quello impassibile del gigante. Entrambi stavano nascosti all’ombra, e nulla vi avrebbe potuto leggere tampoco la Sibilla di Cuma.
«Ricomprare la mia libertà!
«Sì, monsignore.
«E quanto mi costerebbe, signor d’Artagnan?
«Eh.... non lo so ancora; lo domanderemo a momenti al conte di la Fère, se Vostra Eccellenza lo permette; sicchè ella si degni aprire la porta che guida da lui, e fra dieci minuti saprà l’occorrente».
Il ministro si scosse.
L’altro proseguì:
«L’Eccellenza Vostra vede con quanti riguardi la trattiamo; siamo però costretti ad avvertirla che non abbiamo tempo da sprecare; dunque, monsignore; aprite di grazia, e favorite ricordarvi una volta per sempre, che al minimo movimento che faceste per fuggire, al minimo grido che deste, essendo noi in una situazione eccezionale, non dovreste avervi a male se ci portassimo a qualche estremità.
«Non dubitate, signori, disse Mazzarino, non farò alcun tentativo, vi do la mia parola d’onore».
D’Artagnan ammiccò a Porthos che usasse maggiore sorveglianza, e rispose:
«E adesso, monsignore, entriamo, se non vi spiace».
XC.
Conferenze.
Mazzarino mosse il chiavistello di una doppia porta, e sulla soglia si trovò Athos pronto a ricevere l’illustre visitante, a tenore dello avviso dategli da Comminges.
E visto ch’ebbe il ministro, gli fece un inchino, dicendo:
«Vostra Eccellenza poteva dispensarsi da farsi accompagnare: l’onore che mi concede, è troppo grande per ch’io me ne dimentichi.
«E perciò, caro, conte, disse d’Artagnan, Sua Eccellenza non ci voleva assolutamente; du Vallon ed io abbiamo insistito, forse in modo disdicente, tanto era nostro desiderio di vedervi».
Alla voce, all’accento motteggiatore, al gesto ben noto ch’era compagno all’accento e alla voce, Athos balzò stupefatto esclamando:
«D’Artagnan! Porthos!
«In carne e in ossa, amico.
«E che vuol dir codesto? domandò il conte.
«Vuol dire, rispose Mazzarino tentando, conforme già aveva tentato di sorridere, e sorridendo mordendosi le labbra, che si sono cambiate le parti, e che invece di esser questi signori miei prigionieri, io sono prigioniero di loro, talchè mi vedete costretto a ricever qui la legge in luogo di dettarla. Ma ve lo avverto, ammenochè mi ammazziate, sarà di poca durata la vostra vittoria; toccherà poi a me, e verrà....
«Monsignore! interruppe d’Artagnan, non minacciate, gli è cattivo esempio. Noi siamo tanto docili e gentili con l’Eccellenza Vostra! Orsù, bando al mal umore, bando ai rancori, e discorriamola garbatamente.
«Per me non voglio altro, disse Mazzarino, ma sul punto di discutere pel mio riscatto, non vuo’ che stimiate la vostra situazione per migliore di quel ch’ella sia. Cogliendo me nel lacciuolo, vi ci siete colti anco voi. Come uscirete di qua? Guardate le grate, guardate le porte, guardate, o piuttosto figuratevi le sentinelle che sono a invigilare dietro di esse, e i soldati che ingombrano i cortili, e transigiamo. Ecco, io vi mostrerò che son leale.
«Ahi pensò d’Artagnan, giudizio, ci vuol fare qualche burla!
«Vi esibivo la libertà, continuò il ministro, e tuttora ve la esibisco. La volete? Fra men di un’ora sarete scoperti, arrestati, e obbligati ad uccidermi, lo che sarebbe delitto orribile e indegno totalmente di integri gentiluomini pari vostri.
«Ha ragione!» fece Athos internamente.
E come ogni ragione che passava nell’animo suo, il quale non aveva se non se nobili pensamenti, il suo concetto gli apparve negli occhi.
«E perciò, rispose d’Artagnan onde correggere la speranza che la tacita adesione di Athos aveva data a Mazzarino, non ci ridurremo a tale atto di violenza che agli ultimi estremi.
«Se al contrario, proseguì Mazzarino, mi lasciate andare, accettando la vostra libertà....
«E come mai, gli troncò la parola così il Guascone, come mai intendereste che accettassimo la nostra libertà, poichè potete ritorcela voi stesso cinque minuti dopo avercela data?... E tal quale vi conosco, monsignore, ce la ritogliereste!
«No, da ministro che sono! non mi credete?
«Non siete più ministro, monsignore, ma prigioniero.
«Dunque, da Mazzarino! Mazzarino sono, e sarò sempre, lo spero.
«Uhm! borbottò il tenente dei moschettieri, io ho inteso a parlare di un Mazzarino poco mantenitore dei giuramenti, ed ho paura che fosse uno degli antenati di Vostra Eccellenza.
«Signor d’Artagnan, avete molto spirito, e mi rincresce di essermi messo in dissapori con voi.
«Monsignore, riconciliamoci, non chiedo di meglio.
«Or bene, se vi pongo in sicuro, in modo evidente, palpabile?
«Ah! è tutt’altro, fece Porthos.
«Sentiamo, seguitò Athos.
«Si senta, aggiunse d’Artagnan.
«Ma prima di tutto, accettate?
«Spiegateci il vostro piano, monsignore, e si vedrà.
«Badate che siete bell’e presi, e rinserrati.
«Sapete pure che ci riman sempre un’ultima risorsa, ribattè il Guascone.
«E quale?
«Quella di morire insieme».
Mazzarino ebbe addosso un brivido.
«Ecco, egli disse, in fondo al corridojo è una porta, di cui io ho la chiave, e che dà sul parco. Andatevene con questa chiave. Siete svelti, robusti, armati. A distanza di cento passi, voltando a sinistra, incontrerete il muro del parco; lo passerete, e in tre salti sarete sulla via maestra e liberi.... Ed io vi conosco abbastanza per esser certo che se alcuno vi assalisce, questo non sarà già di ostacolo alla vostra fuga.
«Ah cospettone! fece d’Artagnan, manco male! questo si chiama parlare. Dov’è la chiave che favorite offerirci?
«Eccola.
«Ma.... Vostra Eccellenza ci condurrà ella stessa sino a quella porta?
«Volentieri, se questo abbisogna per mettervi in quiete».
Mazzarino che non si lusingava di uscirne con sì poco, si avviò allegro verso il corridojo ed aprì.
La porta dava sul parco, ed i fuggiaschi se ne accorsero dal vento notturno che fece volar loro la neve fin sul viso.
«Diamine! brontolò d’Artagnan, monsignore, è una nottata orribile! non conosciamo le località, e non potremo ritrovare la via. Poichè Vostra Eccellenza ha fatto tanto di venire fin qua, qualche altro passo, di grazia, e ci guidi sino al muro.
«Va bene, disse il ministro».
E prendendo in retta linea, camminò sollecito verso il muro, appiè del quale furono in breve tutti quattro.
«Siete contenti, signori? domandò Mazzarino.
«Lo credo, io! bisognerebbe esser troppo difficili! capperi! che tocco d’onore! tre poveri gentiluomini scortati da un tal principone!.... Appunto, Vostra Eccellenza diceva dianzi che eravamo prodi, svelti ed armati?
«Sì.
«Ella s’ingannava: armati siamo soltanto io ed il signor du Vallon; il conte non lo è, e se c’imbattessimo in qualche pattuglia, bisogna che ci possiamo difendere.
«È troppo giusto.
«Ma dove avremo una spada? chiese Porthos.
«Monsignore, disse d’Artagnan, presterà all’occorrenza la sua, che gli è inutile.
«Volentieri, rispose il ministro, ed anzi pregherò il signor conte di ritenerla per un mio ricordo.
«Questa è galanteria! fece il Guascone giratosi ad Athos.
«E perciò, questi replicò, io prometto a Sua Eccellenza di non mai togliermela dal fianco.
«Benone, esclamò d’Artagnan, scambio di cortesie.... che cosa commovente! Porthos, e non vi vengono le lacrime agli occhi?
«Sì, rispose Porthos, ma non so se sia tenerezza oppure il vento che mi faccia piangere.... Ho idea che sia il vento.
«Ed ora, seguitò d’Artagnan, Athos, salite, e sbrigatevi».
Athos, ajutato da Porthos, che lo sollevò come una penna, arrivò sulla gradinata.
«Adesso saltate».
Athos saltò, e sparì dall’altro lato del muro.
«Siete a terra? domandò il tenente.
«Sì.
«Senza disgrazie?
«Sano e salvo.
«Porthos, state ad osservare il signor ministro, intanto che io salgo. No, non ho necessità di voi, salirò da per me: badate al signor ministro, e tanto basta.
«Bado.... disse Porthos. Ebbene?
«Avete ragione, è più difficile di quel che m’immaginavo. Porgetemi la schiena, ma senza lasciare andare monsignor ministro.
«Non lo lascio».
Porthos porse la schiena al Guascone, il quale mercè quell’appoggio fu presto cavalcioni sul cornicione.
Mazzarino fingeva di ridere.
«Ci siete? domandò Porthos.
«Sì.... ed ora....
«Ora, che?
«Datemi su il signor ministro, e se grida, strozzatelo».
Mazzarino voleva esclamare, ma Porthos lo strinse con ambe le mani, e lo alzò sino a d’Artagnan, che lo pigliò pel collare dell’abito, e se lo mise a sedere accanto, e indi strillò minaccioso:
«Signore, balzate subito abbasso vicino al signor di la Fère, o da gentiluomo, vi uccido!
«Oh! urlò il Mazzarino, mancate alla fede promessa!
«Io? vi ho promesso forse qualche cosa?»
Il ministro cacciò un sospiro, e rispose:
«Siete libero per dato e fatto mio; la vostra libertà era il mio riscatto.
«Sarà; ma il riscatto dell’immenso tesoro nascosto nella galleria, ed a cui si scende spingendo una molla celata nella muraglia, che fa girare una cassa, la quale poi scuopre una scala, ehi! non si ha da discorrere un pochetto anche di quello?
«Gesù! fece Mazzarino quasi soffocando e a mani giunte, Gesù, mio Dio! sono un uomo perduto!»
D’Artagnan, però, senza dar mente a’ suoi lamenti, lo afferrò di sotto il braccio e lo fe’ scivolare pian piano nelle mani di Athos che era rimasto giù fermo.
E voltosi a Porthos, d’Artagnan continuò:
«Pigliatemi per la mano; io mi reggo al muro.»
Porthos fece uno sforzo che scosse il muro, ed a vicenda arrivò in cima.
«Non avevo capito del tutto, esso disse, ma ora capisco: è curiosissima!
«Vi pare così? replicò il Guascone, tanto meglio! ma perchè sia curiosa sino all’ultimo, non isprechiamo il tempo».
E balzò abbasso.
E Porthos lo imitò.
«Signori, seguitò d’Artagnan, accompagnate il signor ministro; io scandaglio il terreno».
Il tenente cavò fuori la spada, e marciò alla vanguardia.
«Monsignore, domandò, d’onde si deve girare per giungere alla strada maestra? Riflettete bene innanzi di rispondere, poichè se Vostra Eccellenza prendesse abbaglio, ne potrebbero resultare gravi conseguenze, non solo per noi, ma anche per lei.
«Rasentate la muraglia, rispose Mazzarino, e non arrischierete di smarrirvi».
I tre amici si sollecitarono, ma indi a poco dovettero rallentare il passo, chè ad onta di tutta la buona volontà il ministro non poteva tener loro appresso.
Ad un tratto d’Artagnan inciampicò in qualche cosa tepida, la quale si mosse.
«Veh! disse egli, un cavallo; signori, ho trovato un cavallo.
«Ed anch’io, aggiunse Athos.
«Io pure, confermò Porthos, che puntuale alla consegna teneva sempre Mazzarino per il braccio.
«Questa è sorte, monsignore! fece d’Artagnan, appunto nel momento che Vostra Eccellenza si lagnava di dover ire a piedi....»
Però nell’atto che profferiva queste parole, gli si calò sul petto la canna di una pistola, ed egli udì a pronunziare gravemente:
«Non toccate!
«Grimaud, esclamò allora, Grimaud, che fai tu costì? Il cielo ti ha mandato.
«Signor no, rispose l’onesto domestico, è il signor Aramis che mi ha ordinato di badare ai cavalli.
«Dunque Aramis è qui?
«Sì, fino da jeri.
«E che fate?
«Facciamo la posta.
«Come, è qui Aramis? ripetè Athos.
«Alla piccola porta del castello: era là il suo posto.
«Sicchè siete in molti?
«Siamo sessanta.
«Fallo avvertire.
«Subito».
Grimaud, pensando che nessuno eseguirebbe meglio di lui l’incombenza, si partì a gambe, mentre i tre amici contenti di essere finalmente riuniti rimanevano ad attendere.
Fra tutta la comitiva non v’era altro di mal umore che il signor di Mazzarino.
XCI.
Ove si comincia a credere che alla fine Porthos sarà barone e d’Artagnan capitano.
A capo a dieci minuti arrivò Aramis, accompagnato da Grimaud e da otto o dieci gentiluomini. Era esultante, e si gittò al collo agli antichi colleghi.
«Fratelli! dunque siete liberi? liberi senza mio ajuto! e nulla avrò potuto io fare a pro vostro, non ostante i miei sforzi?
«Non vi disperate, mio caro: il differito non è perduto; ciò che non poteste fare, lo farete.
«Eppure avevo prese bene le mie misure, rispose Aramis, ho ottenuto dal Coadjutore sessanta uomini: venti custodiscono le mura del parco, venti la strada da Rueil a San Germano, venti sono sparsi per la macchia; così, e mediante queste disposizioni di strategia, ho intercettato due corrieri di Mazzarino per la regina».
Mazzarino drizzò le orecchie.
«Ma, disse d’Artagnan, mi figuro che gli avrete garbatamente rimandati al signor ministro?
«Oh sì! con lui, giusto, mi picchierò di simili delicatezze! In uno di quei dispacci Mazzarino dichiara alla sovrana che i forzieri sono vuoti e che Sua Maestà non ha più danari; nell’altro annunzia che farà trasportare i suoi prigionieri a Melun, non sembrandogli Rueil assai sicuro. Capite che quest’ultima lettera mi ha date delle speranze; mi sono imboscato co’ miei sessanta, ho attorniato il castello, ho fatto preparare dei cavalli scossi, e li ho affidati all’intelligente Grimaud, ed ho aspettato che usciste; non me ne lusingavo sino a domattina, e non speravo di liberarvi senza una scaramuccia. Siete liberi questa sera, liberi, senza battaglia, meglio così! Come avete fatto per isfuggire a quel gaglioffo di Mazzarino? dovete aver avuto da lagnarvene di molto!
«Non troppo, fece d’Artagnan.
«Davvero?
«Dirò anzi di più: abbiamo avuto da lodarcene.
«È impossibile!
«Sì; in verità: per grazia sua siamo liberi.
«Per grazia sua!
«Certo: ci ha fatti condurre nel locale degli agrumi dal signor Bernouin suo cameriere, e di là lo abbiamo seguitato fino dal conte di la Fère. Allora ci ha offerto di renderci la libertà; abbiamo accettato, ed egli ha portata la compiacenza sino a insegnarci la strada e guidarci alla muraglia del parco, la quale avevamo scalata con buonissimo esito quando abbiamo incontrato Grimaud.
«Oh bene! continuò Aramis, questo mi rappattuma con lui, e vorrei che fosse qui per dirgli che non lo supponevo capace di una azione tanto bella.
«Monsignore, disse d’Artagnan che non poteva più frenarsi, permettetemi di presentarvi il signor cavaliere d’Herblay, che desidera fare, secondo avrete udito, le sue rispettose congratulazioni a Vostra Eccellenza».
E si ritirò discuoprendo Mazzarino confuso agli sguardi sbigottiti di Aramis.
«Ah ah! gridò questi, il ministro! bella presa! olà, amici! presto! i cavalli!»
Accorsero parecchi cavalieri.
«Cospetto! ei continuò, sarò stato utile a qualcosa. Monsignore, l’Eccellenza Vostra si degni di ricevere il mio omaggio!.... scommetto che è quel Porthos che ha fatto questo buon colpo!.... a proposito, mi scordavo....»
E diede sotto voce qualche ordine ad uno de’ suoi.
«Mi pare che sarebbe prudenza andarcene, osservò d’Artagnan.
«Sì, ma io attendo uno.... un amico di Athos....
«Un amico? domandò il conte.
«Ah! eccolo, che viene di galoppo fra i cespugli.
«Signor conte! signor conte! gridò una voce giovanile che fece palpitare Athos.
«Raolo! Raolo! esclamò il signor di la Fère».
Per un momento il giovanetto dimenticò il rispetto suo consueto, e si gittò al collo a suo padre.
«Vedete, signor ministro, non sarebbe stato peccato di separare persone che si amano come noi?.... Signori (disse poscia Aramis ai cavalieri che giungevano in numero sempre maggiore), circondate Sua Eccellenza onde farle onore; si compiace accordarci il favore della sua compagnia, e non dubito che voi gliene sarete grati. Porthos, non perdete di vista monsignore».
Ed Aramis, riunitosi a d’Artagnan ed Athos che parlavano, conferì insieme con essi.
«Animo, in cammino! fece quindi d’Artagnan.
«E dove si va? chiese Porthos.
«Da voi, mio caro, a Pierrefonds; la vostra bella villa è degna di offrire la sua signorile ospitalità a Sua Eccellenza; e di più benissimo situata, nè troppo vicina, nè troppo lontana da Parigi; di là si potranno stabilire facili comunicazioni colla capitale. Venite, monsignore, ci starete da principe come siete.
«Principe decaduto, ribattè in tuono dolente Mazzarino.
«La guerra ha le sue eventualità, replicò Athos, ma siate certo che non ne faremo abuso.
«No, ma ne faremo uso», terminò d’Artagnan.
In tutto il resto della nottata, i rapitori corsero con la instancabile rapidità dei tempi passati; Mazzarino, cupo e pensoso, si lasciava trascinare in mezzo a quel cammino da fantasme.
All’alba avevano fatte dodici leghe in una tirata; la metà della scorta era spossata, caddero varj cavalli.
«I cavalli d’oggidì, disse Porthos, non sono come quelli che si avevano in addietro; tutto va degenerando.
«Ho mandato Grimaud a Dammatin, rispose Aramis, deve portarci cinque palafreni riposati, uno per Sua Eccellenza e quattro per noi. L’essenziale si è di non abbandonare monsignore; il rimanente della scorta ci seguirà più tardi: una volta che siasi oltrepassato San Dionigi, di nulla abbiamo più da temere».
Realmente Grimaud condusse cinque corsieri; il signore, a cui si era egli rivolto, essendo amico di Porthos, erasi affrettato, non a venderli, conforme gli si proponeva, ma bensì a regalarli. Dopo dieci minuti la scorta si fermava ad Ermenonville, ma i quattro camerati trottavano con maggiore impegno, facendo guardia al signor ministro.
E a mezzogiorno succedeva l’ingresso nel viale della villa di Porthos.
«Ah! fece Mousqueton, che era accanto a d’Artagnan e non aveva cacciata fuori una parola in tutto il tragitto; mi avete a credere se vi pare, signor mio, ma questa è la prima volta che respiro da dopo che sono partito da Pierrefonds».
E spronò al galoppo per annunziare agli altri servi l’arrivo di du Vallon e de’ suoi amici.
«Siamo quattro, disse d’Artagnan ai colleghi, faremo la muta per essere di guardia a monsignore, e ciascuno di noi veglierà per tre ore. Athos va a visitare il palazzo, che convien rendere inespugnabile in caso di assedio; Porthos baderà alle vettovaglie, ed Aramis all’entrata delle guarnigioni, lo che vuol dire che Athos sarà ingegnere principale, Porthos generale provveditore, ed Aramis governatore della piazza».
Frattanto misero il Mazzarino nel più bell’appartamento.
«Signori, ei disse quando fu ivi stabilito, m’immagino che non abbiate idea di tenermi qui gran tempo incognito?
«No, monsignore, rispose d’Artagnan, al contrario, divisiamo annunziare prestissimo che vi abbiamo nelle mani.
«E sarete assediati!
«L’abbiam per sicuro.
«E che farete?
«Ci difenderemo. Se fosse vivo il fu ministro signor di Richelieu, vi racconterebbe una storia di sul bastione San Gervasio, dove noi quattro, con altrettanti nostri lacchè e dodici morti, reggemmo forte contro un’intera armata.
«Codeste prodezze si fanno una volta, e non si rinovano.
«E perciò, in quest’oggi non avremo bisogno di tanto eroismo. Domani l’armata parigina sarà prevenuta: posdomani la sarà qui. La battaglia, anzichè darsi a San Dionigi o a Charenton, si darà dunque verso Compiegne o Villers-Cotterets.
«Il signor principe vi batterà come ha fatto sempre.
«Può essere; ma prima del combattimento faremo sgambettare Vostra Eccellenza in un’altra tenuta del nostro du Vallon, ed esso ne ha tre simili a questa. Non vogliamo esporre l’Eccellenza Vostra ai cimenti della guerra.
«Orsù, disse Mazzarino, vedo che converrà capitolare.
«Avanti l’assedio?
«Sì; forse saranno migliori le condizioni.
«Oh! per quanto alle condizioni, osserverete, monsignore, quanto siamo ragionevoli.
«Animo, che condizioni sono le vostre?
«Prima, monsignore, riposatevi; e noi ci rifletteremo.
«Non ho necessità di riposo, ma di sapere se sono in mani amiche o nemiche.
«Amiche, amiche, Eccellenza!
«Or dunque, ditemi subito ciò che volete, onde io conosca se è possibile fra noi un aggiustamento. Parlate, signor conte di la Fère.
«Monsignore, replicò Athos, per me nulla ho da chiedere, e troppo per la Francia; quindi mi astengo, e cedo la parola al cavaliere d’Herblay».
Ed inchinatosi, mosse un passo all’indietro, e rimase in piedi appoggiato al caminetto, come semplice spettatore.
«Dite su, riprese il ministro, che bramate? non vi siano ambiguità, non finezze; siate breve, succinto e preciso.
«Io, monsignore, giuocherò a carte scoperte.
«Dunque, fuori il vostro giuoco!
«Ho in saccoccia, disse Aramis, il programma dei patti che venne ad imporvi jeri l’altro a San Germano la deputazione nella quale facevo parte ancor io. Rispettiamo in primo luogo i diritti antichi: le domande inserite nel programma saranno concesse.
«Su quelle, rispose Mazzarino, eravamo quasi d’accordo: si passi perciò ai patti particolari.
«Credete dunque che ve n’abbiano da essere? fece Aramis sogghignando.
«Credo che non tutti avrete un disinteresse eguale a quello del signor di la Fère, ripicchiò Mazzarino volgendosi a salutare Athos.
«Ah! monsignore, avete ragione, disse Aramis, e sono lieto di scorgere che finalmente rendete giustizia al conte: il signor di la Fère è una mente superiore, che sorvola sui desiderj volgari e sulle umane passioni, è un’anima all’antica ed altera. Il signor conte è un uomo diverso dagli altri. Dite bene, monsignore, noi non siamo da suo pari, e siamo i primi a confessarlo con voi.
«Aramis! domandò Athos, forse burlate?
«No, caro conte, no.... dico quel che pensiamo e noi e tutti coloro che ci conoscono.... ma avete ragione: non si tratta di voi, e bensì di monsignore, e dell’indegno suo servo cavaliere d’Herblay.
«Ebbene! che desiderate oltre i patti generali sui quali torneremo a discorrere?
«Desidero, Eccellenza, che si dia la Normandia alla signora di Longueville, con piena e intera assoluzione, e cinquecento mila lire; che Sua Maestà il re si degni esser compare del figliuolo ch’ella ha dato alla luce di recente; e che monsignore, dopo avere assistito al battesimo, vada a presentare i suoi omaggi al sommo Pontefice.
«Cioè, volete ch’io mi dimetta dalle mie funzioni di ministro, che abbandoni la Francia, che me ne vada esule? E voi, signorino? domandò Mazzarino a d’Artagnan.
«Io, rispose il Guascone, sono precisamente dell’opinione del cavaliere d’Herblay, eccetto che sull’ultimo punto; invece di bramare che monsignore lasci la Francia, bramo che resti in Parigi, ed in sostanza che rimanga primo ministro, perocchè egli è un gran politico. Procurerò ancora, per quanto da me dipenda, ch’egli abbia la preponderanza su tutta la Fronda, ma a patto che si rammenti alcun poco dei fidi servitori del re, e dia la prima compagnia di moschettieri ad uno il quale sarà da me accennato. E voi, du Vallon?
«Sì, tocca a voi, fece Mazzarino, parlate.
«Io, replicò Porthos, vorrei che il signor ministro, per onorare la mia casa che gli ha dato asilo, in memoria di quest’avventura, favorisse erigere le mia tenuta in baronia, con promessa dell’ordine per uno de’ miei amici alla prima promozione che farà Sua Maestà.
«Sapete pure, signor mio, che per ricever l’ordine bisogna fare delle prove.
«E l’amico le farà. D’altronde, se occorresse assolutamente, monsignore gli direbbe come si scansa questa formalità».
Mazzarino si morse le labbra; il colpo era diretto, ed egli riprese aspramente:
«Tutte queste cose, a parer mio, si combinano malamente, poichè se soddisfo alcuni, forzatamente disgusto gli altri. Se sto a Parigi, non posso andare a Roma; se ci vado, non posso rimaner ministro, e se non lo sono, non posso far capitano messer d’Artagnan e barone messer du Vallon.
«È vero, confermò Aramis, e perciò, siccome io formo minorità, ritiro la mia proposizione in quel che si spetta alla gita a Roma ed alla dimissione di Sua Eccellenza.
«Dunque resto ministro? domandò Mazzarino.
«Ci s’intende! disse d’Artagnan, la Francia ha d’uopo di voi.
«Ed io desisto dalle mie pretese, e Sua Eccellenza rimarrà primo ministro, ed anche favorito di Sua Maestà, se vuol concedere a me ed agli amici miei ciò che chiediamo per la Francia e per noi.
«Badate a voi, signori, e lasciate che la Francia si accomodi meco come intendo, brontolò Mazzarino.
«Signor no! signor no! gridò Aramis, abbisogna ai Frondisti un trattato, e l’Eccellenza Vostra si compiacerà redigerlo e firmarlo davanti a noi, obbligandosi con quello ad ottenerne la ratifica dalla regina.
«Non posso guarentire se non per me, non posso guarentire per la regina: e se Sua Maestà ricusa....
«Oh! interruppe il Guascone, voi sapete, monsignore, che nulla può ricusarvi la sovrana.
«Ecco, continuò Aramis, ecco il trattato proposto dalla deputazione dei Frondisti: si degni Vostra Eccellenza leggerlo ed esaminarlo.
«Lo conosco, disse Mazzarino.
«Dunque sottoscrivetelo.
«Riflettete, signori, che una firma apposta nelle circostanze in cui siamo potrebbe considerarsi come carpita con violenza!....
«E Vostra Eccellenza sarà là pronta a dichiarare di averla data volontariamente.
«Ma, in conclusione, se io do un rifiuto?
«Ah! fece d’Artagnan, Vostra Eccellenza avrà a dolersi con sè sola delle conseguenze del rifiuto.
«Osereste alzar la mano sul ministro!
«Osaste pure alzarla voi sui moschettieri di Sua Maestà.
«La regina mi vendicherà.
«Non lo credo.... benchè la reputi a ciò dispostissima; ma noi andremo a Parigi con Vostra Eccellenza, e i Parigini sono gente da difenderci.
«In che inquietudine debbono essere in questo momento a Rueil e a San Germano! disse Aramis, come devono domandare ove sia il ministro, ove sia passato il favorito! come devono cercarlo da per tutto! quanti commenti si debbono fare, e come deve trionfare la Fronda se sa che sia sparito monsignore!
«È terribile! mormorò Mazzarino.
«Dunque sottoscrivete il trattato, disse Aramis.
«Ma se io lo firmo, e Sua Maestà nega la sua ratifica?
«Mi assumo io di andare da Sua Maestà e di ottenerla, ribattè il Guascone.
«Badate, fece Mazzarino, di non ricevere a San Germano l’accoglienza a cui vi credete aver diritto.
«Eh via! mi regolerò in modo da esser colà benvenuto; so bene un mezzo.
«E quale?
«Recherò alla regina la lettera con cui Vostra Eccellenza le annunzia totalmente esauste le finanze.
«E poi? disse il ministro fattosi più pallido.
«E poi quando vedrò Sua Maestà nel massimo imbarazzo, la ricondurrò a Rueil, la farò entrare nel locale degli agrumi, e le indicherò una certa molla che fa muovere una cassa.
«Basta, signore! basta! brontolò il ministro, dov’è il trattato?
«Eccolo, rispose Aramis.
«Vedete che siamo generosi, soggiunse d’Artagnan, poichè molte cose potevamo fare con un simil segreto.
«Orsù, firmate, proseguì Aramis porgendo la penna».
Mazzarino si alzò, passeggiò un poco, più pensieroso che abbattuto; indi fermatosi ad un tratto:
«Signori, e quando avrò sottoscritto, qual sarà la mia garanzia?
«La mia parola d’onore, proferì Athos».
Mazzarino si scosse, si volse verso il conte di la Fère, esaminò per un istante quel volto leale e nobile, e presa la penna, disse:
«Questa mi basta, signor conte».
E firmò.
«Adesso, signor d’Artagnan, soggiunse poi, preparatevi a partire per San Germano, ed a portare alla regina una mia lettera».
XCII.
Qualmente con una penna e una minaccia si fa meglio e più presto che con la spada e lo zelo.
D’Artagnan era istrutto in mitologia; sapeva che l’occasione ha un solo ciuffo di capegli, da cui si possa afferrarla, e non era uomo da lasciarla passare senza fermarla dal toppè. Organizzò un metodo di viaggio pronto e sicuro, mandando anticipatamente dei cavalli da muta a Chantilly, in guisa ch’ei potrebbe essere a Parigi in cinque o sei ore. Ma innanzi di partire riflettè che per un giovane di spirito e d’esperienza, era una posizione singolare quella di camminare all’incerto, e dietro di sè andar lasciando codesta incertezza.
«Infatti, diceva fra sè stesso sul punto di salire a cavallo per adempiere al periglioso suo incarico, Athos è un eroe da romanzo per la generosità; Porthos, un’indole ottima, ma soggetto alle altrui influenze; Aramis, un viso geroglifico, cioè impossibile sempre a leggersi. Che produrranno questi tre elementi, quando io non sarò più là a ricongiungerli insieme? Forse la liberazione del ministro! e questa è la rovina delle nostre speranze, e le speranze nostre sono finora l’unica ricompensa di venti anni di fatiche a confronto delle quali quelle di Ercole sono opere da pigmei».
D’Artagnan se n’andò da Aramis.
«Voi, caro cavaliere d’Herblay, gli disse, siete la Fronda incarnata; diffidatevi adunque di Athos, che non vuol fare gli affari di veruno, e tampoco i suoi propri; diffidatevi specialmente di Porthos, che per dare nel genio al conte, cui considera come una Divinità sulla terra, lo ajuterà a far fuggire Mazzarino, se questi ha tanto giudizio da piangere un pochino o da mostrar sentimenti cavallereschi».
Aramis mosse il suo solito sorrisetto scaltro e risoluto.
«Non temete, rispose, ho da stabilire le mie condizioni. Io non lavoro per me, ma per gli altri, e bisogna che la mia piccola ambizione tenda a profitto di chi si spetta.
«Bene! pensò d’Artagnan, per questo lato sto quieto».
Strinse la mano ad Aramis, e se n’andò da Porthos.
«Amico, gli disse, voi avete lavorato tanto con me per costruire l’edifizio della nostra fortuna, che nel momento in cui siamo a procinto di cogliere il frutto delle nostre fatiche sarebbe una ridicola baggianata se vi lasciaste dominare da Aramis, del quale vi è nota la scaltrezza (diciamolo pure fra noi) non sempre scevra da egoismo, o da Athos, uomo nobile e disinteressato, ma anche stuccato e indifferente, che nulla più bramando per sè stesso, non comprende che gli altri bramino qualche cosa. Che direste se uno o l’altro di quei nostri amici vi proponesse di lasciar andare Mazzarino?
«Oh! direi che abbiamo stentato troppo a pigliarlo, per levarcelo di mano così!
«Bravo, Porthos! ed avreste ragione, mio caro; perchè insieme con lui vi levereste di mano la baronia che avete bell’e pronta, senza contare che Mazzarino appena fosse fuori di qui vi farebbe appiccare.
«Veramente? lo credete?
«Ne sono sicuro.
«Allora, piuttosto lo ammazzerei che lasciarlo scappare.
«Ed agireste benone. Capite che quando abbiamo pensato di fare i fatti nostri, non ci dobbiamo ridurre ad aver travagliato per i Frondisti, i quali d’altronde non intendono le quistioni politiche come noi vecchi soldati.
«Non abbiate paura, disse Porthos, sto alla finestra a vedervi saltare a cavallo, vi seguo con gli occhi sino a che siate sparito, poi torno a piantarmi alla porta del ministro, ad un usciale coi vetri che dà sulla camera; di là osserverò ogni cosa, ed al minimo gesto sospetto fo un esterminio.
«Ottimamente! pensò d’Artagnan, spero che da questo lato il ministro sarà custodito a dovere».
E stretta la destra al signor di Pierrefonds, andò da Athos.
«Mio caro Athos, disse allora, io parto; non ho da darvi che un avviso: voi conoscete la regina Anna; la detenzione del signor di Mazzarino è l’unica mia guarentigia; se ve lo lasciate scivolare, io son morto.
«Non ci voleva meno di questa considerazione, d’Artagnan mio, per indurmi a fare il mestiere del carceriere; vi do parola che ritroverete il ministro dove ora lo sapete.
«Questo mi pone in quiete meglio che tutte le regie firme, pensò il tenente dei moschettieri; ora che ho la promessa di Athos, posso partire».
E realmente si avviò, solo, senz’altra scorta che la propria spada, e con un semplice passavanti di Mazzarino onde pervenire presso alla sovrana. Sei ore dopo essersi mosso da Pierrefonds era a San Germano.
Vi s’ignorava tuttavia che fosse scomparso Mazzarino; lo sapeva soltanto Anna, la quale occultava il suo dispiacere anche alle persone di sua maggiore intimità. Nella stanza di d’Artagnan e di Porthos eransi rinvenuti i due soldati legati e manettati; a questi si era reso immediatamente l’uso delle membra e della favella, ma non avevano da dire altro se non ciò che stava a lor cognizione, cioè, come fossero stati tirati su, avvinti e spogliati; però di quel che avessero fatto Porthos e d’Artagnan essendo usciti dalla porta onde eglino erano entrati, i meschinelli si rimanevano all’oscuro al pari di tutti gli altri abitanti del castello.
Bernouin soltanto era un po’ più informato. Non vedendo ritornare il suo padrone, e udita suonare la mezzanotte, si era azzardato a penetrare nel locale degli agrumi; la porta chiusa mediante i mobili postivi a ridosso gli aveva dato qualche sospetto; bensì egli non avea voluto di questi dare comunicazione a veruno, e con pazienza erasi aperto il varco sgombrando tutta quella roba. Poi giunto nel corridojo lo trovava spalancato da ogni lato; così pure succedeva della porta della camera di Athos e di quella del parco. Arrivato colà, gli fu facile di seguitare i passi impressi sulla neve; vide che questi finivano al muro. Dalla parte opposta scorse la stessa traccia, e indi zampate di cavalli, e poscia le orme di una intera compagnia di cavalleria allontanatasi nella direzione di Enghien. Allora non gli restò più dubbio che il ministro fosse stato portato via dai tre prigionieri, dacchè questi insieme con lui erano spariti, e di tutto ciò Bernouin correva a dar avviso alla regina a San Germano.
Anna gli raccomandò il silenzio, ed egli lo serbò rigorosamente. Se non che ella fece venire a sè il signor Principe, al quale raccontò tutto, e che tosto mise in moto cinque o seicento uomini a cavallo, con ordine di visitare i contorni, e ricondurre a San Germano qualunque truppa sospetta che movesse da Rueil per qual si fosse direzione.
Ed ora, siccome d’Artagnan non formava una truppa, giacchè era solo, giacchè non si allontanava da Rueil, giacchè andava a San Germano, così niuno gli badò, nè fuvvi il menomo ostacolo al suo viaggio.
La prima persona che il nostro ambasciadore ebbe veduta, all’entrare nel cortile del vecchio palazzo fu propriamente messer Bernouin, che, ritto sulla soglia, attendeva notizie del padrone.
Bernouin, scorgendo d’Artagnan che passava a cavallo nel cortile d’onore, si fregò gli occhi e credè avere sbagliato. Ma d’Artagnan col capo gli fece un piccol cenno amichevole, e smontò, e gettata la briglia del palafreno sul braccio di un lacchè, si avanzò col sorriso sul labbro incontro al gran cameriere.
Il quale alla guisa di uno che preso quasi da incubo parli di notte dormendo, esclamò:
«Il signor d’Artagnan!
«Per l’appunto, signor Bernouin.
«E a che venite?
«A recar nuove del signor di Mazzarino, ed anche freschissime.
«Ah! e che n’è stato di lui?
«Sta precisamente come voi ed io.
«Non gli è dunque avvenuta alcuna disgrazia?
«Nessuna assolutamente. Ha provato soltanto il bisogno di fare una gita nell’Isola di Francia, e ci ha pregati di accompagnarlo, il conte di la Fère, du Vallon e me. Eravamo talmente suoi servi da non potergli ricusare una simile domanda. Partimmo jeri sera, ed eccomi qua.
«Eccovi qua!
«Sua Eccellenza aveva da far dire a Sua Maestà qualche cosa, di particolare, di segreto, un’ambasciata de non affidarsi che ad un soggetto sicuro, e perciò mi ha inviato a San Germano. Sicchè, mio caro signor Bernouin, se volete far cosa gradita al vostro padrone, avvertite Sua Maestà del mio arrivo e partecipategliene lo scopo».
O parlasse sul serio, o il suo discorso fosse un mero scherzo, essendo però evidente che nelle attuali circostanze d’Artagnan era l’unico individuo in grado di trarre dall’inquietudine la regina Anna, Bernouin non ebbe difficoltà ad andare a riportarle quel singolare messaggio, e secondo aveva egli preveduto, la sovrana gli diede ordine d’introdurre sul momento il signor d’Artagnan.
D’Artagnan si appressò alla regina con dimostrazioni di profondo rispetto. Arrivato a tre passi di distanza da lei, mise a terra un ginocchio e le porse il dispaccio.
Era, conforme accennammo, una semplice lettera, mezza d’introduzione e mezza di credito. La regina la lesse, riconobbe benissimo il carattere del ministro, benchè fosse scritto un po’ tremolante, e siccome il foglio non le spiegava niente di quanto era accaduto, ne addimandò dei dettagli.
Il Guascone le raccontò ogni cosa con le maniere ingenue che sapeva assumere a meraviglia in certe circostanze.
A misura ch’ei favellava Anna lo guardava con maggiore stupore; non comprendeva come un uomo osasse immaginare una tale impresa, ed anche meno che avesse l’audacia di narrarla a lei, di cui era interesse e quasi dovere di punirla.
«Come! ella esclamò quando egli ebbe terminato, come! ardite confessarmi il vostro delitto! informarmi così del vostro tradimento!»
E si faceva rossa per la somma indignazione.
«Perdonate, signora, ma mi sembra che o mi sono spiegato male o Vostra Maestà non mi ha inteso bene. Non v’è in ciò delitto nè tradimento. Il signor di Mazzarino teneva carcerati du Vallon e me, perchè non avevamo potuto credere ch’ei ci avesse spediti in Inghilterra onde veder tranquillamente tagliar la testa al re Carlo I, cognato del defunto re vostro consorte, sposo di Enrichetta vostra sorella, e ospite vostra, e che abbiam fatto quanto per noi si poteva onde salvare la vita al regio martire. Eravamo dunque convinti, il mio amico ed io, che vi fosse sotto qualche errore di cui noi stessi fossimo vittime, e ch’esistesse la necessità di una spiegazione nostra con Sua Eccellenza. Ora, acciò una spiegazione dia il suo frutto è d’uopo che si faccia tranquillamente, lungi da strepiti e da importuni. In conseguenza, abbiamo condotto il signor ministro nel castello del mio amico, e là si è proceduto agli schiarimenti. Or bene, quel che avevamo preveduto era vero, v’era un abbaglio. Il signor di Mazzarino aveva pensato che avessimo servito il generale Cromvello invece che il re Carlo: la quale sarebbe stata una vergogna che ridonderebbe da noi a lui e da lui a Vostra Maestà; una viltà che macchiata avrebbe sul suo primo ceppo la regia autorità dell’illustre vostro figlio. E noi gli demmo la prova del contrario, e questa prova siamo pronti a darla a Vostra Maestà, appellandoci all’augusta vedova che piange in quel Louvre dove le ha dato alloggio la vostra regale munificenza. E la prova lo ha appagato a tal segno, che in attestato della sua soddisfazione mi ha mandato, secondo vede la Maestà Vostra, a ragionare con essolei del risarcimento naturalmente dovuto a gentiluomini male apprezzati e perseguitati a torto.
«Vi ascolto e vi ammiro! disse Anna. In verità, rade volte ho veduto un eguale eccesso d’impudenza!
«Oh! fece d’Artagnan, ecco che adesso anche Vostra Maestà s’inganna in proposito delle nostre intenzioni, come era avvenuto al signor di Mazzarino.
«Siete in errore, signore, ribattè la regina, e tanto è vero che non m’inganno, che fra dieci minuti voi sarete arrestato, e fra un’ora io partirò alla testa della mia armata per andar a liberare il mio ministro.
«Sono certo che Vostra Maestà non commetterà una tale imprudenza, rispose il Guascone, prima perchè sarebbe inutile, e poi perchè trarrebbe a risultati gravissimi. Innanzi di esser liberato il signor ministro sarebbe morto, e Sua Eccellenza è sì ben persuasa della realtà di ciò ch’io asserisco, che mi ha pregato, pel caso ch’io vedessi la Maestà Vostra in queste disposizioni, di fare il possibile onde ottenere che muti progetto.
«Or bene, dunque mi contenterò di farvi arrestare.
«Neppur questo, signora, perocchè il caso del mio arresto è preveduto non meno che quello della liberazione del ministro. Se domani ad un’ora fissa io non sono tornato, doman l’altro mattina il signor ministro sarà condotto a Parigi.
«Signor mio, ben si vede, che per ragione della vostra situazione vivete lungi dagli uomini e dalle faccende; chè diversamente sapreste qualmente il ministro è stato cinque o sei volte a Parigi, da quando noi ne siamo usciti, e colà ha veduto il signor di Bouillon, il signor Coadjutore, il signor d’Elboeuf, e neppur uno di essi ha avuta l’idea di farlo arrestare.
«Chiedo scusa, Maestà; tutto ciò mi è noto: e per questo, nè da Beaufort, nè da Bouillon, nè dal Coadjutore, i miei amici condurranno il ministro, attesochè quei signori fanno la guerra per loro proprio conto, ed il signor Mazzarino con accordare ad essi quel che desiderano presto si sbrigherebbe, ma bensì al Parlamento, che individualmente, in dettaglio, certamente si può comprare, ma per comprarlo in blocco, neppure il signor Mazzarino è ricco abbastanza.
«Mi pare, disse Anna fissando uno sguardo che sdegnoso in una donna, diventava terribile in una regina, mi pare che minacciate la madre del vostro re?
«Minaccio, perchè vi sono costretto. M’ingrandisco, perchè ho d’uopo di pormi all’altezza degli eventi e delle persone. Per altro, signora, credete una cosa, vera quanto è vero che v’è in questo petto tuttora un cuore che balza per voi: credete che voi foste l’idolo costante della nostra vita, che arrischiammo, e già il sapete, mio Dio! venti volte per la Maestà Vostra.... Or dunque, Vostra Maestà non avrà pietà de’ suoi servi, che da venti anni hanno vegetato nell’ombra senza lasciarsi fuggire in un solo sospiro i segreti sacri e solenni che aveano avuto la sorte di dividersi insieme con voi? Miratemi, signora, me che vi discorro, me che incolpate di alzar la voce e di assumere un tuono minaccioso. Che sono io? un povero ufficiale senza fortune, senza rifugio, senza avvenire, se lo sguardo della mia regina, che tanto tempo io ricercai, non si ferma su di me un momento. Mirate il conte di la Fère, tipo di nobiltà, fiore di cavalleria; egli ha preso partito contro la sua regina, o no, piuttosto contro il di lei ministro: e quegli non ha esigenze, mi sembra. Mirate finalmente du Vallon, animo fido, braccio di ferro; sono venti anni che attende dal vostro labbro una parola, la quale mercè il blasone lo faccia quel ch’egli è pel sentimento e pel valore. Mirate il vostro popolo, che è qualche cosa, poi, per una regina; il vostro popolo, che vi ama, eppur soffre; che voi amate, che pure ha fame; che non vorrebbe di meglio che benedirvi, e che voi però.... No no, ho torto; il vostro popolo non vi maledirà giammai.... Or bene, proferite un accento, e tutto è finito, e la pace succede alla guerra, la gioja al pianto, la felicità alle calamità».
Anna considerò con qualche meraviglia la faccia marziale di d’Artagnan, su cui poteva scorgersi una singolare espressione di commozione interna.
«Perchè non diceste tutto questo prima di agire? domandò.
«Perchè si trattava di provare alla Maestà Vostra un fatto di cui mi pare ch’ella dubitava: cioè che abbiamo tuttavia qualche valore, ed è giusto che di noi si faccia alcun caso.
«E codesto valore, per quanto io veggo, da nulla sarebbe trattenuto? disse Anna.
«Da nulla fu trattenuto in passato; perchè dovrebbe far meno all’avvenire?
«E codesto valore, in caso di rifiuto, e in conseguenza di lotta, andrebbe sino a portarmi via di mezzo alla mia corte per consegnarmi alla Fronda come volete consegnarle il mio ministro?
«Non ci abbiamo mai pensato, rispose d’Artagnan con la smargiassata da Guascone che in lui era solo ingenuità, ma se tanto si fosse risoluto fra noi quattro, di sicuro lo faremmo.
«Dovevo saperlo! mormorò la sovrana, sono uomini di ferro.
«Ahimè! replicò d’Artagnan, ciò mi prova che da oggi soltanto Vostra Maestà ha di noi una giusta idea.
«Bene, ma questa idea, se l’ho finalmente....
«La Maestà Vostra ci renderà giustizia; rendendoci giustizia, non ne tratterà più come uomini volgari. Vedrà in me un ambasciadore degno degli alti interessi ch’è incaricato di discuter seco.
«Dov’è il trattato?
«Eccolo».
Anna volse gli occhi sul trattato che le porgeva il tenente.
«Non ci veggo, disse, se non che le condizioni generali; vi sono fissati gl’interessi dei signori di Conti, di Beaufort, di Bouillon, di d’Elboeuf e del signor Coadjutore: ma i vostri?
«Noi ci rendiamo giustizia, signora, mentre ci poniamo all’altezza che a noi si conviene. Abbiamo pensato non essere i nostri nomi degni di figurare accanto a quei nomi grandiosi.
«Ma voi, m’immagino, non avrete rinunziato ad espormi le vostre pretese?
«Io stimo che voi siate una grande possente regina, e che indegno sarebbe della grandezza e possanza vostra il non premiare in modo congruo i prodi che ricondurranno Sua Eccellenza a San Germano.
«Tale è la mia intenzione, parlate pure.
«Quegli che ha trattato l’affare (perdonate se incomincio da me, ma è d’uopo che io dia a me medesimo l’importanza, non già che ho assunta, ma che mi è stata data), quegli che ha trattato l’affare del riscatto del signor ministro, a senso mio, acciò il premio non sia al disotto della Maestà Vostra, dev’esser fatto capo delle guardie, come diremmo colonnello dei moschettieri.
«Così mi chiedete il posto del signor di Tréville!
«Il posto è vacante, e da un anno che fu lasciato dal signor di Tréville, questi non è rimpiazzato.
«Ma è una delle prime cariche militari della casa del re!
«Di Tréville era, al pari di me, un semplice cadetto di Guascogna; ebbe la carica pel corso di venti anni.
«Trovate risposta a tutto, signore! disse Anna».
E preso di sul tavolino un brevetto, lo riempiè e lo firmò.
«Certo, Maestà, fece d’Artagnan pigliando il brevetto ed inchinandosi, è questa una bella e nobile ricompensa: ma le cose di questo mondo sono soggette a grande instabilità, ed un uomo che incorresse in disgrazia presso Vostra Maestà, perderebbe domani la carica.
«E allora che volete? esclamò la regina, vergognandosi di essere scoperta da quello spirito non meno accorto del suo.
«Cento mila scudi per quel povero capitano dei moschettieri, pagabili nel giorno in cui i suoi servigi non fossero più graditi dalla Maestà Vostra».
Anna rimase perplessa.
«E a dire, seguitò d’Artagnan, che i Parigini offerivano giorni sono, per decreto del Parlamento, seicento mila lire a chi consegnasse loro il ministro o vivo o morto! vivo per appiccarlo, morto per trascinarlo in un letamajo!
«Animo! disse la sovrana, siete ragionevole, poichè non domandate ad una regina che il sesto di ciò che proponeva il Parlamento».
E sottoscrisse una promessa di cento mila scudi.
«E poi?.... continuò.
«Signora, il mio amico du Vallon è ricco, e in conseguenza nulla ha da bramare dal lato delle fortune; parmi però aver memoria che fra lui e il signor di Mazzarino fosse stato discorso di erigere la sua tenuta a baronìa.... anzi, per quanto posso sovvenirmi, è cosa promessa.
«Un villano! disse Anna, la gente ne riderà.
«Sarà! ma io son sicuro che quei che ne ridano davanti a lui non rideranno due volte.
«Sia pure la baronìa, rispose la regina».
E firmò.
«Adesso resta il cavaliere o l’abate d’Herblay come vorrà la Maestà Vostra.
«Vuol esser vescovo?
«No, brama una cosa più facile.
«E quale?
«Che il re si degni esser compare del figlio di madama di Longueville».
Anna sorrise.
«Maestà, fece d’Artagnan, il signor di Longueville è nato da stirpe reale.
«Sì, ma il figliuolo!
«Il figliuolo, dev’esserlo, poichè lo è il marito di sua madre.
«E il vostro amico non ha niente da chiedere di più per madama di Longueville?
«No.... poichè s’immagina che Sua Maestà il re degnandosi esser compare del suo bambino non può fare alla madre un regalo da meno di cinque cento mila lire, ben intesi mantenendo al padre il governo della Normandia.
«Quanto al governo della Normandia, ribattè la regina, io credo di poter impegnarmi, ma per le cinquecento mila lire il ministro non cessa di ripetermi che non v’è più danaro nelle casse dello Stato.
«Ne cercheremo insieme, Maestà, s’ella lo permette, e ne troveremo.
«E poi?
«E poi?
«Sì.
«Non v’è altro.
«Non avete il quarto compagno?
«Certo: il conte di la Fère.
«Che chiede?
«Nulla.
«Nulla?
«No.
«E v’è al mondo un uomo che potendo chiedere non chieda?
«V’è il conte di la Fère: il conte di la Fère non è un uomo.
«E che è egli mai?
«È un semidio.
«Non ha un figlio, un giovinetto, un parente, un nepote, di cui di Comminges mi tenne proposito come di un bravo ragazzo, e che riportò col signor di Chatillon le bandiere di Lens?
«Secondo accenna Vostra Maestà ha un pupillo chiamato il visconte di Bragelonne.
«Se gli dessi un reggimento, che direbbe il tutore?
«Forse accetterebbe.
«Forse?
«Sì, qualora Vostra Maestà in persona lo pregasse di accettare.
«Diceste bene, è un uomo singolare. Basta, rifletteremo, e può darsi che lo preghiamo. Siete contento?
«Sì, Maestà; ma v’è una cosa non sottoscritta dalla regina.
«Ed è?
«La più importante.
«L’adesione al trattato?
«Appunto.
«Che serve? firmo il trattato domani.
«Credo poter avanzare alla Maestà Vostra un’asserzione: che s’Ella non firma oggi quel consenso, non troverà tempo da firmarlo dipoi. Vogliate dunque, ve ne supplico, scrivere in piè del programma disteso tutto di pugno di Mazzarino come vedete: «acconsento a ratificare il trattato proposto dai Parigini».
Anna era presa al laccio; non poteva trarsi indietro e sottoscrisse. Ma poi di subito, l’orgoglio irruppe in essa alla guisa di una tempesta, ed ella si mise a piangere.
D’Artagnan si scosse al vedere quelle lacrime. Sin da quel tempo le regine piangevano come semplici donne.
Egli scosse il capo: pareva che tali lacrime gli abbruciassero il cuore.
«Signora! inginocchiato soggiunse, guardate l’infelice gentiluomo ch’è a’ vostri piedi; ei vi prega di credere che ad un cenno di Vostra Maestà tutto gli sarebbe possibile. Ha fede in sè, ha fede negli amici suoi, vuole aver fede puranco nella sua regina; e la prova che di nulla paventa, che su nulla specula, si è che ricondurrà il signor di Mazzarino presso la Maestà Vostra senza condizioni. A voi, signora, ecco le sacre firme di Vostra Maestà; se crederete dovermele restituire, lo farete. Ma da questo momento, più a nulla esse vi obbligano».
E d’Artagnan sempre genuflesso, con occhio fiammeggiante di orgoglio e maschile intrepidezza, consegnò ad Anna quelle carte che tolte aveale di mano con tanta fatica.
V’hanno dei momenti, avvegnachè in questo mondo non è tutto cattivo, e non tutto è buono, v’hanno dei momenti in cui ne’ cuori più aridi e freddi va germogliando, irrigato dalle lacrime di estrema emozione, un sentimento generoso, che dal calcolo e dalla superbia vien soffocato se un altro cuore non lo afferra sul nascere. Anna era in uno di quei dati istanti. D’Artagnan, cedendo alla propria commozione, in armonia con quella della sovrana, avea compiuta l’opera di una profonda diplomazia; e quindi fu immediatamente premiato dell’arte sua o del suo disinteresse, secondo che vorremo dar onore al suo spirito od al cuor suo della ragione che lo fece agire.
«Dite bene, signore, replicò Anna; non avevo saputo conoscervi. Ecco gli atti firmati, che liberamente io vi rendo; ed al più presto riconducete a me il ministro.
«Signora, disse d’Artagnan, sono già venti anni, ho buona la memoria, ch’ebbi l’onore, dietro a un parato del palazzo comunitativo, di baciare una di codeste bellissime mani.
«Ed ecco l’altra, fece la regina, ed acciò la sinistra non sia men liberale che la destra (e si trasse dal dito un diamante consimile all’incirca al primo) prendete e conservate questo anello per mio ricordo.
«Regina, disse d’Artagnan alzandosi, non ho che un solo desiderio, che la prima cosa che a me richiedete sia la mia vita».
E con quel bel portamento ch’era tutto suo, levatosi in piedi, si ritirò.
«Non ho conosciuti costoro, pensò Anna mentre d’Artagnan si allontanava, ed ora è tardi per ch’io ne cavi profitto: fra un anno il re sarà in maggiorità».
Di là a quindici ore, d’Artagnan e Porthos accompagnavano Mazzarino presso alla regina, e ricevevano, uno il brevetto da luogo-tenente capitano dei moschettieri, l’altro il diploma da barone.
«Siete contenti? domandò loro Anna».
D’Artagnan fece un inchino; Porthos si girava tra le dita il diploma osservando Mazzarino.
«Che altro v’è egli? chiese il ministro.
«Monsignore, v’è che s’era parlato di una promessa di cavaliere dell’Ordine alla prima promozione.
«Ma sapete, signor barone, che non si può esser cavaliere dell’Ordine, senza aver dato prova di sè.
«Oh! fece Porthos, non già per me richieggo il cordone turchino.
«E per chi? interrogò il ministro.
«Pel mio amico signor conte di la Fère.
«Oh! rispose la sovrana, è tutt’altro! quegli ha date le prove necessarie.
«Lo avrà egli?
«Lo ha».
Nel medesimo giorno era sottoscritto il trattato di Parigi, e dappertutto si proclamava che il ministro si fosse rinchiuso nelle sue stanze onde redigerlo con maggiore attenzione.
Ed ecco ciò che vi guadagnava ciascuno:
Il signor di Conti si aveva Damvilliers, ed avendo fatto mostra di sè come generale, otteneva di restare uomo d’arme e non diventare cardinale. Di più, erano state lanciate alcune parolette di matrimonio con una nepote di Mazzarino, le quali poi eransi raccolte favorevolmente dal principe, a cui poco premeva chi si fosse la moglie, pur che moglie gli si desse.
Il duca di Beaufort rientrava in corte, con tutte le soddisfazioni dovutegli per le fattegli offese, e con gli onori a cui aveva diritto pel suo rango. Gli si concedeva la piena e intera grazia di quelli che lo avevano ajutato nella fuga, la sopravvivenza all’ammiragliato che teneva il duca di Vendome suo padre, ed una indennizzazione per le case e ville di suo che il Parlamento di Brettagna avea fatto demolire.
Il duca di Bouillon riceveva delle proprietà di valore eguale al suo principato di Sedan, una indennizzazione per le otto annate di non godimento del suddetto principato, e il titolo di principe accordato a lui ed a quelli di sua casa.
Il duca di Longueville aveva il governo del Ponte-dell’Arca, cinquecento mila lire per la sua consorte, e l’onore di vedere il suo figlio tenuto a battesimo dal giovane re e dalla giovane Enrichetta d’Inghilterra.
Aramis stipulò che Bazin officiasse a quella solennità, e che Planchet avesse a vendere i confetti.
Il duca d’Elboeuf ottenne il pagamento di certe somme dovute a sua moglie, cento mila lire pel maggiore de’ suoi figli, e venticinque mila per ognuno degli altri.
Il Coadjutore soltanto non ebbe nulla; gli fu promesso di trattare pel bramato cappello, ma egli sapeva quanto si potesse contare su tali promesse di Anna e di Mazzarino; ed all’opposto dal signor di Conti, non potendo essere cardinale, gli toccava rimanere uomo di guerra.
E così, quando tutta Parigi si rallegrava del ritorno del re fissato al posdomani, Gondi, solo in mezzo alla generale esultanza, era tanto di mal umore, che mandò tosto a chiamare due individui cui voleva ricercare quando era in pari disposizione di spirito.
Un di costoro era il conte di Rochefort, e l’altro il mendico da Sant’Eustachio.
Vennero con la consueta puntualità, e il Coadjutore stette con essi porzione della nottata.
XCIII.
Nel quale si prova come talvolta sia ai re più difficile lo rientrare nella capitale del loro reame, che lo uscirne.
Mentre d’Artagnan e Porthos erano andati ad accompagnare il ministro a San Germano, Athos ed Aramis avendogli lasciati a San Dionigi eran tornati a Parigi.
Ciascuno di essi aveva da fare la sua visita.
Aramis appena toltisi gli stivali da viaggio corse al palazzo comunitativo dov’era madama di Longueville. Alla prima notizia avuta della pace, la bella duchessa strillò ed inveì: la guerra la faceva regina, la pace produceva la sua abdicazione; dichiarò che non apporrebbe mai la firma al trattato e che voleva guerra eterna.
Ma allorchè Aramis le ebbe presentata quella pace sotto il vero suo aspetto, cioè con tutti i suoi vantaggi; allorchè le ebbe mostrato, in iscambio della sua sovranità precaria e contrastata in Parigi, la dignità di vice-regina al Ponte-dell’Arca, vale a dire dell’intera Normandia; allorchè ebbe fatto suonare alle orecchie le cinquecento mila lire promesse dal ministro; allorchè le ebbe fatto brillare davanti agli occhi l’onore che le concederebbe il re tenendo il suo figliuolo sul fonte battesimale: madama di Longueville non disputò più altro che per l’abitudine che hanno di disputare le belle donne, e non più si difese se non se per arrendersi.
Aramis s’infinse di dar fede alla sua opposizione, e non volle di faccia a sè stesso privarsi del merito di averla persuasa.
«Signora, le disse, voi avete voluto battere una volta il signor principe vostro fratello, il più grande capitano dell’epoca attuale, e quando le donne di genio hanno fissa un’idea vi riescono sempre. Voi ci siete dunque riuscita. Il principe è sconfitto, dacchè non può più far guerra. Adesso, traetelo nel nostro partito. Distaccatelo pian piano dalla regina, ch’ei non ama, e dal signor di Mazzarino, ch’ei disprezza. La Fronda è una commedia della quale non abbiamo peranche rappresentato se non il primo atto. Aspettiamo Mazzarino allo scioglimento, cioè al giorno in cui il principe, vostra mercè, si sarà volto contro alla corte».
La Longueville restò convinta. Avea tanta fiducia nel potere de’ suoi begli occhi, la duchessa Frondista, che punto non dubitò della loro influenza, anche sopra il signor di Condé, e la cronaca di que’ tempi diceva che non aveva presunto di troppo.
Athos, lasciando Aramis sulla Piazza Reale, si era recato dalla signora di Chevreuse. Essa pure era una Frondista da persuadere, ma più difficile che la sua rivale: in favor suo non erasi stipulata condizione veruna. Il signor di Chevreuse non era nominato governatore di alcuna provincia, e se la regina acconsentiva ad esser comare, non poteva ciò essere che del suo nepotino o della nepotina.
E quindi, alle prime parole della pace, madama di Chevreuse inarcò le ciglia, e non ostante tutta la logica di Athos per mostrarle essere impossibile una guerra più lunga, insistè per le ostilità.
«Bella amica, disse Athos, permettetemi di dirvi che tutti sono stanchi della guerra; che eccettuato voi, e forse il signor Coadjutore, tutti bramano la pace. Vi farete esigliare come a tempo del re Luigi XIII. Credete a me, abbiamo passata l’età dei buoni successi nell’intrigo, e i vostri occhi vaghissimi non sono destinati ad estinguersi piangendo Parigi, dove saranno ognora due regine sinchè voi vi sarete.
«Oh! disse la duchessa, se non posso far la guerra da me sola, posso però vendicarmi di quella ingrata regina e dell’ambizioso favorito.... e mi vendicherò!
«Signora, rispose Athos, non apprestate un tristo avvenire al signor di Bragelonne; oramai è slanciato, il signor Principe lo ha preso a benvolere, è giovane, lasciamo che si stabilisca un giovinetto re.... Ahimè! scusate la mia debolezza: viene il momento in cui l’uomo rivive e ringiovanisce ne’ suoi figli».
La Longueville sorrise, un po’ teneramente e un po’ con ironia.
«Conte, essa replicò, temo che siate già devoluto al partito della corte. Non avreste per caso in saccoccia qualche cordone turchino?
«Sì signora, ripicchiò Athos, ho quello della Giarrettiera datomi dal re Carlo I pochi giorni innanzi la sua morte».
Ei diceva il vero: ignorava la domanda di Porthos, e non sapeva di averne altri fuor di quello.
«Animo! bisogna diventar vecchia, sospirò la duchessa pensierosa».
Athos le prese e le baciò la mano. Ella guardandolo diè un altro sospiro e soggiunse:
«Conte, dev’essere un’amena dimora Bragelonne; voi siete uomo di buon gusto: dovete avervi acqua, boschi, fiori....»
Sospirò di nuovo, ed appoggiò la leggiadrissima testa sulla mano graziosamente ricurvata e sempre egregia per la forma e la bianchezza.
«Madama, rispose il conte, che dicevate poc’anzi? io non vi vidi mai più giovane, mai non vi vidi più bella».
La signora scosse alquanto il capo.
«Il signor di Bragelonne rimane in Parigi? domandò poi.
«Che ne pensate? chiese a lei Athos.
«Lasciatemelo, conte.
«No signora. Se voi vi siete scordata la storia di Edippo, io me la rammento.
«In verità, siete amabilissimo.... e mi piacerebbe vivere un mese a Bragelonne.
«Non avete timore di suscitarmi molti invidiosi, duchessa? disse con tutta galanteria Athos.
«No, ci andrò incognita, sotto nome di Maria Michon.
«Madama, siete adorabile!
«Ma Raolo, non lo lasciate presso di voi.
«E perchè?
«Perchè è innamorato.
«Egli! un fanciullo!....
«E diffatti, ama da fanciullo».
Il conte si diede a pensare.
«Duchessa, avete ragione, quell’amore singolare per una bambinella di sette anni può renderlo un dì molto infelice. Deve esservi battaglia in Fiandra, egli vi andrà.
«E al suo ritorno lo manderete a me, io gli farò un usbergo contro l’amore.
«Ohimè! oggidì l’amore è come la guerra, e l’usbergo gli è divenuto inutile».
Nel momento entrava Raolo; veniva ad annunciare come il conte di Guiche suo amico lo aveva allora avvertito che alla domane avrebbe luogo l’ingresso solenne del re, della regina e del ministro.
E in fatti, alla domane all’alba la corte fece tutti i suoi preparativi onde abbandonare San Germano.
Sin dalla sera avanti la regina aveva chiamato a sè d’Artagnan.
«Signore, gli aveva detto, mi assicurano che Parigi non è quieta; temo per il re: ponetevi accanto allo sportello a destra.
«Vostra Maestà stia pur tranquilla, disse d’Artagnan, rispondo io per il re».
E salutata la sovrana, uscì.
In quel punto Bernouin si fece ad avvisarlo che il ministro lo attendeva per oggetti importanti.
Egli si recò tosto dal ministro.
Il quale gli parlò così:
«Si discorre di sommosse in Parigi; io starò alla parte sinistra presso al re, e siccome sarò principalmente minacciato, voi tenetevi allo sportello da sinistra.
«Vostra Eccellenza non dubiti, replicò d’Artagnan: al re nessuno toccherà un sol capello».
Quando fu nell’anticamera borbottò:
«Diamine! come farò a cavarmene fuori? Non posso mica trovarmi al tempo stesso a diritta ed a manca.... Eh sì! io farò guardia al re, e Porthos farà guardia a Mazzarino».
Questo compenso fu di genio di tutti, lo che avviene ben di rado: la regina fidava nel coraggio di d’Artagnan a lei noto, ed il ministro nella forza di Porthos ch’egli aveva provata.
Il corteggio si avviò pella capitale nell’ordine prestabilito; Guitaut e Comminges alla testa delle guardie, andavano per i primi; indi la regia carrozza, avendo da un lato d’Artagnan e dall’altro Porthos; poi i moschettieri i vecchi amici di d’Artagnan da ventidue anni, che da venti anni era loro tenente, e dal dì innanzi loro capitano.
Giunta alla barriera, la carrozza fu salutata dalle grida di «Evviva il re! evviva la regina!»
Vi si mischiarono alcuni: «Evviva Mazzarino!» ma non ebbero eco.
Si dirigevano a Nostra Donna, ove doveva cantarsi il Te Deum.
Tutto il popolo di Parigi era per le strade. Si erano schierati gli Svizzeri in tutta la lunghezza della via, ma sendo questa assai lunga stavano un dall’altro distante di sei o otto passi e all’altezza di un sol uomo. Sicchè il baluardo era insufficiente, e tratto tratto quell’argine rotto da un’ondata di gente stentava di molto a tornare a formarsi.
Ad ognuna di codeste rotture, fatta però con buona intenzione, provenendo dal desiderio che avevano i Parigini di rivedere il lor re e la loro regina, dei quali erano privi da un anno, la sovrana guardava inquieta d’Artagnan, e questi con un sorriso la riconfortava.
Mazzarino, che aveva speso un migliajo di scudi per fare strillare: «Evviva Mazzarino!» e non valutava gli strilli uditi a una ventina di doppie, adocchiava pur inquieto Porthos; ma la gigantesca guardia del corpo rispondeva all’occhiatina con una voce tanto sonora: «State tranquillo monsignore» che monsignore cominciava a tranquillarsi.
Arrivati al Palazzo Reale, trovarono anche maggior folla; essa era accorsa sulla piazza di tutte le strade adjacenti, e si vedeva alla guisa di un largo fiume agitato, tutta quella calca che veniva incontro al cocchio, e tumultuosamente traboccava nella via sant’Onorato.
Quando e’ furono sulla piazza echeggiarono grida clamorosissime di «Viva le Loro Maestà!» Mazzarino si chinò un poco in fuori da’ cristalli; salutarono la sua comparsa due o tre gridi di «Viva il ministro!» ma quasi subito una scarica di fischiate le soffocò spietatamente. Mazzarino impallidito si cacciò dentro colla massima fretta.
«Birbanti!» borbottò Porthos.
D’Artagnan non disse nulla, ma si arricciò i baffi con un gesto particolare, il qual significava che gli si cominciava a riscaldare la bile da Guascone.
Anna si chinò verso il giovanetto re, e gli disse all’orecchio:
«Figliuolo, fate un gesto grazioso e dite qualche parolina al signor d’Artagnan».
Onde il re abbassatosi allo sportello:
«Signor d’Artagnan, non vi ho ancora dato il buon giorno, eppure vi ho riconosciuto benissimo; siete voi ch’eravate dietro alle cortine del mio letto in quella notte che i Parigini vollero vedermi dormire.
«E se il re lo permette, rispose il capitano, io gli starò al fianco ogni qualvolta vi sia per lui alcun rischio.
«Signore, domandò Mazzarino a Porthos, che fareste se tutto il popolo si avventasse addosso a noi?
«Ne ammazzerei più che potessi, monsignore.
«Uhm! per quanto siate robusto e animoso, non potreste ammazzarlo tutto.
«È vero, ribattè Porthos rizzandosi sulle staffe a meglio scuoprire l’immensa folla, è vero, e’ son di molti!
«Quasi quasi, avrei più caro quell’altro» mugolò Mazzarino, e si buttò in fondo alla carrozza.
La regina e il suo ministro avevano ragione di star in pensiero, e quest’ultimo specialmente. La moltitudine, benchè serbasse le apparenze di rispetto ed anche di affetto per il re e la reggente, principiava ad agitarsi in tumulto. Si udivano correre quei tristi rumori, che mentre vanno rasentando le onde danno indizio di tempesta, e mentre danno su la turba presagiscono sommossa.
D’Artagnan si volse ai moschettieri, e facendo occhiolino venne a far un cenno, per la calca impercettibile, ma per quel corpo scelto e prode assai chiaro a comprendersi.
Si ristrinsero le file dei cavalli, fra gli uomini fu bisbiglio.
Alla barriera dei Sergenti bisognò fermarsi; Comminges si tolse dalla testa della scorta, e si appressò al cocchio della regina.
La sovrana con uno sguardo interrogò d’Artagnan, il quale le rispose con lo stesso linguaggio.
«Andate avanti» disse allora Anna.
Comminges ritornò al suo posto. Fu fatto uno sforzo, e si aperse con impeto la barriera vivente.
Sorse qualche mormorìo tra la folla, e questa volta diretto ugualmente al re che al ministro.
«Avanti! urlò d’Artagnan.
«Avanti! ripetè Porthos».
Ma come se la moltitudine non avesse atteso altro che questa dimostrazione per infuriare, si manifestarono insieme tutti i sentimenti ostili ch’essa racchiudeva, e da ogni parte gridavasi: «Abbasso il Mazzarino! morte al ministro!»
Nello stesso tempo, dalle strade del Gallo e di Grenelle sant’Onorato si scagliò un’ondata di popolo che ruppe la debole fila delle guardie svizzere e venne romoreggiando sino alle zampe dei cavalli di d’Artagnan e di Porthos.
Questa nuova irruzione era più pericolosa delle altre, perocchè componevasi di gente armata, e armata meglio che non suol essere in simili casi la plebe. Si scorgeva che quest’ultimo movimento non era effetto del caso che avesse riunito un dato numero di malcontenti sul medesimo punto, ma bensì calcolo di uno spirito ostile che ordinato avesse un attacco.
Le due masse erano condotte ciascheduna da un capo, dei quali uno sembrava appartenesse non al volgo, ma anzi alla onorevole corporazione degli accattoni, e l’altro, ancorchè affettasse d’imitare le maniere della plebe, facilmente riconoscevasi essere un gentiluomo.
Agivano ambedue, ed evidentemente pel medesimo impulso.
Fuvvi una forte scossa, che si sentì per sino dentro al regio cocchio; di poi migliaja di strida fecero udire immenso clamore, a cui si aggiunsero due o tre spari.
«A me i moschettieri!» chiamò d’Artagnan.
La scorta si divise in due file; una passò a man destra dalla carrozza e l’altra a sinistra; una in ajuto a d’Artagnan e l’altra a Porthos.
Allora s’impegnò una zuffa tanto più terribile in quanto che era senza scopo, tanto più funesto in quanto che nessuno sapeva perchè, e per chi si battesse.
Come tutti i movimenti del popolaccio, l’urto di quella folla fu tremendo; i moschettieri in piccol numero, male ordinati, non potendo framezzo alla turba far circolare i loro cavalli, cominciarono a soffrire d’assai.
D’Artagnan aveva ordinato si calassero le stuoje del legno; il giovanetto re però stendendo il braccio avea detto:
«No no, signor d’Artagnan, voglio vedere.
«Vostra Maestà vuol vedere? fece d’Artagnan, ebbene, guardi pure!»
E d’Artagnan voltosi con quella furia che lo rendeva terribile, balzò verso il capo dei sollevati che con in mano una pistola e nell’altra la spada procurava aprirsi il passo, sino allo sportello contrastando con due moschettieri.
«Largo, corpo di Diana! egli urlò, largo! largo!»
A quella voce, l’uomo della pistola e della spada alzò la testa; ma era già tardi, chè d’Artagnan avea data la botta, e la sua draghinassa gli aveva già attraversato il petto.
«Ah, caspita! esclamò d’Artagnan, tentando, ma non più a tempo, di trattenere il colpo, conte, e che diavolo venivate a fare qua?
«A compiere il mio destino, rispose Rochefort cadendo con un ginocchio in terra, son già scapolato da tre colpi della vostra spada, ma non così mi riuscirà dal quarto.
«Conte, disse d’Artagnan con una qualche emozione, ho percosso senza sapere che foste voi; mi dorrebbe, se morite, che moriste con sentimento d’odio per me».
Rochefort gli porse la destra; voleva parlare, ed il sangue corsogli alla bocca gli tolse la parola; s’irrigidì in una convulsione, e spirò.
«Indietro, canaglia! urlò il Guascone, il vostro capo è morto, e qui voi altri non avete più che fare».
E realmente, come se il conte di Rochefort fosse stata l’anima dell’attacco che rivolgevasi dalla parte della carrozza del re, tutta la folla che lo avea seguitato e che gli obbediva si diede alla fuga al mirar la sua caduta. D’Artagnan mandò una carica con una ventina di moschettieri nella contrada del Gallo, e quella porzione d’insorti si dileguò come un fumo disperdendosi su la piazza di San Germano l’Auxerrois, e poi scappando giù pei ponti.
D’Artagnan tornò addietro per dar soccorso a Porthos ove ne abbisognasse; ma Porthos dal lato suo aveva lavorato con minor coscienza di lui. Il lato sinistro della vettura era sgombrato a pari del destro, e si rialzava la stuoja dello sporto, che Mazzarino non tanto bellicoso quanto il re avea fatto calare.
Porthos sembrava malinconico.
«Che brutta cera fate mai? disse d’Artagnan, che aspetto singolare avete così per un uom vittorioso!
«Ma anche voi mi parete agitato!
«E ne ho ben d’onde, caspita! ho ucciso un antico amico.
«Davvero! e chi?
«Il povero conte di Rochefort!...
«Veh! com’è accaduto a me: ho ucciso un tale di cui non mi è ignota la faccia; disgraziatamente l’ho percosso sul capo, e in un momento gli si è cosparso di sangue tutto il volto.
«E nel cadere non ha detto nulla?
«Anzi sì.... ha detto: uf!
«Capisco, rispose d’Artagnan senza poter frenare le risa, che se non ha pronunziato altro, ciò non vi deve avere schiarito molto.
«Ebbene? domandò la regina.
«Maestà, replicò d’Artagnan, la strada è libera; la Maestà Vostra può proseguire il tragitto».
Tutto il seguito arrivò senz’altri inconvenienti a Nostra Donna, ove sotto al loggiato della porta maggiore, il clero intero, col Coadjutore alla testa, attendeva il re, la regina ed il ministro, pel beato ritorno di cui dovevasi cantare il Te Deum.
Durante il servigio religioso, e verso l’istante che questo si avvicinava alla fine, entrò un biricchino in chiesa, tutto ansante, corse alla sagrestia, si vestì presto presto da cantore, e mercè la rispettabile uniforme indossata, passando fra mezzo alla calca che riempieva il tempio, si accostò a Bazin, il quale colla sua cappa turchina, e con la mazza di balena guernita di argento in mano, stava gravemente impettito di faccia allo svizzero all’ingresso del coro.
Bazin si sentì tirare per la manica. Abbassò verso il suolo gli occhi divotamente alzati al cielo, e riconobbe Friquet.
«Ebbene, sguajato! disse il bidello, che v’è egli per osar disturbarmi nell’esercizio delle mie funzioni?
«Signor Bazin, e’ v’è che il signor Maillard.... sapete pure, quello che dava l’acqua benedetta in sant’Eustachio....»
«Sì.... e poi?...
«Gua’! nella barabuffa ha avuto una botta di spada.... e gliel’ha data quel gigantone là, che voi vedete tutto ricami sulle cuciture.
«Sì sì.... oh! allora, deve star male davvero!
«Tanto male, ch’è per morire, e avanti di morire vorrebbe confessarsi al signor Coadjutore, che dicono abbia potere di assolvere dai peccati grossi.
«E si figura che il signor Coadjutore si scomodi per lui?
«Eh! sì, perchè pare glielo abbia promesso.
«Chi te lo ha detto?
«Il signor Maillard.
«Dunque lo hai veduto?
«Di sicuro; quando è cascato in terra.
«E che facevi laggiù?
«Senti! strillavo: «Abbasso il Mazzarino! a morte il ministro! alla forca l’Italiano!» non mi avevate detto di urlare così?
«Vuoi stare zitto, briccone? disse Bazin guardandosi attorno.
«Sicchè, il povero Maillard mi ha detto: «Friquet, va a chiamarmi il Coadjutore, e se me lo conduci ti fo mio erede». Ehi, padre Bazin? erede del signor Maillard, che dava l’acqua benedetta in sant’Eustachio! non avrei più bisogno di far nulla.... Basta, avrei caro di fargli questo servizio, che ne dite?
«Vo ad avvertire il signor Coadjutore» rispose Bazin.
E si accostò rispettosamente e lentamente al prelato, e gli pronunziò all’orecchio qualche parola, a cui quegli diede in replica un cenno affermativo; laonde ritornato col passo medesimo col quale era ito, ordinò a Friquet:
«Vattene a dire al moribondo che abbia pazienza, e fra un’ora sarà da lui monsignore.
«Bene! fece il ragazzo, ecco fatta la mia fortuna.
«Appunto, domandò il bidello, dov’è stato portato?
«Alla torre San Jacopo la Boucherie».
E Friquet contentissimo della sua ambasciata uscì dalla basilica, e si avviò con tutta la lestezza di che era capace alla torre indicata.
Terminato il Te Deum, il Coadjutore, conforme avea promesso, e senza togliersi neppure le vesti sacerdotali, s’incamminò alla vecchia torre a lui ben cognita. Arrivava a tempo: benchè ogni momento peggiorasse, il ferito non era ancor morto.
Gli fu aperto l’uscio della stanza ove il mendico stavasi agonizzante.
Indi a poco venne fuori Friquet tenendo in mano un grosso sacco di cuojo, e lo sciolse appena partitosi dalla camera, e con sommo stupore lo trovò pieno d’oro.
L’accattone gli aveva mantenuta la parola facendolo erede.
«Ah! mamma mia! ah mamma Biagia!» esclamò Friquet.
Non potè profferire altro, ma la forza mancatagli per parlare gli rimase per agire. Si diede verso la strada a una corsa disperata, e come il Greco di Maratona che cadeva sulla piazza di Atene con l’alloro in mano, egli arrivò sulla soglia del consigliere Broussel, ed arrivato cadde sul pavimento, spargendo su questo i luigi che straboccavano dal sacco.
La Biagia cominciò dal tirar su le monete, e poi tirò su il figliuolo.
Frattanto il corteggio entrava nel Palazzo Reale.
«È un uomo molto prode, madre mia, quel signor d’Artagnan, disse il giovine re.
«Sì, figlio mio, e rese grandi servigi a vostro padre: sicchè all’avvenire abbiategli riguardo.
«Signor capitano, disse smontando il piccolo re a d’Artagnan, la regina m’incarica d’invitarvi a pranzo per oggi, voi ed il vostro amico barone du Vallon».
Era questo un grande onore pei due gentiluomini, e quindi Porthos ne fu soddisfattissimo; ma non ostante, in tutta la durata del pasto si mostrò assai pensieroso.
«Che cosa avevate, barone? gli domandò d’Artagnan scendendo le scale del Palazzo Reale, a tavola, avevate la cera pensierosa.
«Cercavo, rispose Porthos, di ricordarmi dove avessi visto quel mendico che debbo aver ucciso.
«E non vi riesce?
«No no.
«Or bene, cercate, e quando avrete trovato me lo direte, non è così?
«Eh cospetto! fece Porthos.
CONCLUSIONE.
I due amici, trasferitisi alla loro abitazione, trovarono una lettera di Athos che fissava loro l’appuntamento al Gran Carlomagno per la mattina seguente.
Ambedue si coricarono a buon’ora, ma non dormirono. Non si giunge già alla meta di tutte le nostre brame, senza che la meta una volta toccata influisca a discacciare il sonno, almeno per la prima notte.
All’indomani all’ora stabilita si recarono da Athos. Trovarono il conte ed Aramis vestiti da viaggio.
«Veh! disse Porthos, dunque si parte tutti? anch’io ho fatto il mio fardello.
«Eh sì, rispose Aramis, a Parigi nulla vi è da far più tosto che non v’ha più Fronda. Madama di Longueville mi ha invitato a andar a passare alcuni giorni in Normandia, ed intanto che si battezzi il suo figliuolo mi ha incaricato di andare a farle apparecchiare la casa a Rouen. Vo ad eseguire questa incombenza; di poi, se non v’è niente di nuovo, tornerò a seppellirmi nel convento di Noisy-le-Sec.
«Ed io, fece Athos, me ne vo da capo a Bragelonne. Lo sapete pure, caro d’Artagnan, oramai non son altro che un bravo e buon campagnuolo; Raolo non ha altro patrimonio che il mio; poveretto! e di questo bisogna ch’io abbia cura, poichè in certo modo sono soltanto un prestanome.
«E di Raolo, che ne fate?
«Ve lo lascio, amico mio. Va a farsi la guerra in Fiandra, voi lo condurrete: temo che il soggiorno di Blois sia pernicioso alla giovane sua testa. Guidatelo, ed insegnategli ad esser prode e leale come voi.
«Io dunque, disse d’Artagnan, non vi avrò più meco, Athos, ma almeno avrò quella cara testina bionda; e sebbene sia solamente un fanciullo, siccome in lui rivive intera l’anima vostra, crederò sempre di avervi vicino, ad accompagnarmi e a sostenermi».
I quattro amici si abbracciarono con le lacrime agli occhi, e si separarono senza sapere se mai si rivedrebbero.
D’Artagnan tornò in via Tiquetonne, con Porthos sempre pensoso e intento a ricercare chi fosse colui ch’egli aveva ucciso. Arrivati davanti all’albergo del Granchio, videro pronte le carrozze del barone, e Mousqueton in sella.
«A voi, d’Artagnan, disse Porthos, lasciate via la spada, e venite meco a Pierrefonds, a Bracieux o a du Vallon: invecchieremo insieme favellando dei nostri camerati.
«No, disse d’Artagnan, sta per aprirsi la campagna, ed io voglio esservi; spero di guadagnarci qualche cosa!
«E che sperate di diventare?
«Capperi! maresciallo di Francia.
«Ah ah! fece Porthos guardando d’Artagnan, alle di cui guasconate non aveva mai potuto interamente avvezzarsi.
«Venite con me, Porthos, soggiunse d’Artagnan, vi farò duca.
«No no, Mouston non vuol più guerreggiare; e poi è stata preparata un’entratura solenne in casa mia, che farà crepar d’astio tutti i miei vicini.
«A ciò non ho che rispondere, riprese il capitano che conosceva la vanità del nuovo barone. Sicchè, amico, a rivederci.
«A rivederci, caro capitano. Sapete che quando vorrete venire a trovarmi sarete sempre gradito nella mia baronia.
«Sì, al ritorno dalla campagna.
«Le carrozze del signor barone sono all’ordine» avvertì Mousqueton.
E i due antichi colleghi si separarono dopo essersi stretta la mano. D’Artagnan restò sul portone, seguitando con occhio malinconico Porthos che si allontanava.
Ma dopo venti passi questi si fermò di botto, si picchiò la fronte e retrocedè dicendo:
«Mi rammento!
«Che cosa? domandò d’Artagnan.
«Del mendico che ho ammazzato.
«Davvero! e chi è?
«Quel furfante di Bonacieux».
E Porthos contentissimo di aver la mente libera raggiunse Mouston, e seco disparve dal canto della strada.
D’Artagnan stette un istante immobile e a riflettere; poscia volgendosi vide la bella Maddalena, che dolente delle nuove grandezze di lui rimaneva su la soglia senza muoversi.
«Maddalena, le disse il Guascone, datemi l’appartamento dei primo piano; sono costretto a figurare ora che sono capitano delle guardie. Ma tenetemi sempre a disposizione la camera del quinto piano, chè non si sa quel che possa succedere».
FINE.
INDICE
I. La larva di Richielieu Pag. 5 II. Ronda notturna 14 III. Due antichi nemici 21 IV. La regina Anna sui quarantasei anni 34 V. Guascone e Italiano 43 VI. D’Artagnan sui quarant’anni 47 VII. D’Artagnan è nell’imbarazzo, e lo viene a soccorrere un antico conoscente 53 VIII. Influenze diverse che può avere una mezza doppia sopra un bidello e sopra un piccolo cantore 60 IX. Come d’Artagnan cercando ben lontano Aramis, si accorse ch’era in groppa dietro a Planchet 67 X. L’Abate d’Herblay 74 XI. I due volponi 79 XII. Il signor Porthos Du Vallon de Bracieux di Pierrefonds 88 XIII. Come d’Artagnan, nel ritrovare Porthos, si accorgesse che non sempre le ricchezze formano la felicità 93 XIV. Ove si dimostra qualmente se Porthos era scontento del proprio stato, Mousqueton però era soddisfattissimo del suo 101 XV. Due teste da angioli 106 XVI. Il castello di Bragelonne 114 XVII. Diplomazia di Athos 121 XVIII. Il signor di Beaufort 130 XIX. Ricreazioni del duca di Beaufort nella torre di Vincennes 136 XX. Entra in funzioni Grimaud 145 XXI. Ciò che contenevasi ne’ pasticci del successore di maestro Marteau 156 XXII. Un’avventura di Maria Pichon 165 XXIII. L’abate Scarron 176 XXIV. San Dionigi 190 XXV. Uno dei quaranta mezzi di fuga del sig. di Beaufort 198 XXVI. D’Artagnan giunge opportuno 207 XXVII. La strada maestra 215 XXVIII. L’incontro 221 XXIX. Il buon uomo Broussel 229 XXX. Quattro antichi amici si dispongono a rivedersi 235 XXXI. La Piazza Reale 243 XXXII. La barca dell’Oise 247 XXXIII. Scaramuccia 255 XXXIV. Il supposto monaco 261 XXXV. Colloquio segreto 270 XXXVI. Grimaud parla 275 XXXVII. Alla vigilia della battaglia 281 XXXVIII. Un pranzo del tempo addietro 291 XXXIX. Lettera di Carlo I 299 XL. Lettera di Cromvello 304 XLI. Mazzarino ed Enrichetta 311 XLII. Come gl’infelici confondono talvolta il caso con la Provvidenza 316 XLIII. Zio e nepote 323 XLIV. Paternità 327 XLV. Un’altra regina che chiede soccorso 334 XLVI. Ove si prova che il primo impulso è sempre il migliore 344 XLVII. Il Te Deum della vittoria di Lens 351 XLVIII. Il mendico di Sant’Eustachio 367 XLIX. La torre di Saint-Jacques-la-Boucherie 376 L. La sommossa 381 LI. La sommossa diventa ribellione 388 LII. Con le disgrazie viene la memoria 398 LIII. Abboccamento 404 LIV. Fuga 410 LV. La carrozza del Coadjutore 420 LVI. Come a vendere della paglia, d’Artagnan e Porthos guadagnassero, uno duecentodiciannove luigi e l’altro duecentoquindici 432 LVII. Vengono notizie d’Athos e d’Aramis 440 LVIII. Lo Scozzese spergiuro alla fè Un danajo vendette il suo re 449 LIX. Il vendicatore 457 LX. Oliviero Cromvello 464 LXI. I gentiluomini 469 LXII. Gesù Signore! 474 LXIII. In cui si prova qualmente nelle più scabros situazioni i cuori grandi non perdono mai il coraggio, nè gli stomachi buoni l’appetito 481 LXIV. Salve alla decaduta Maestà 487 LXV. D’Artagnan trova un progetto 495 LXVI. La partita a zecchinetta 506 LXVII. Londra 512 LXVIII. Il processo 518 LXIX. Whitehall 527 LXX. Gli operaj 535 LXXI. Remember 542 LXXII. L’immascherato 548 LXXIII. La casa di Cromvello 556 LXXIV. Conversazione 563 LXXV. La filuca. Il Lampo 572 LXXVI. Il vino di Porto Porto 582 LXXVII. Fatality 595 LXXVIII. Nel quale Mousqueton, stato in procinto d’essere arrostito, andò a rischio di esser mangiato 601 LXXIX. Ritorno 609 LXXX. Gli ambasciadori 617 LXXXI. I tre luogotenenti del generalissimo 624 LXXXII. Combattimento di Charenton 636 LXXXIII. La strada della Piccardia 645 LXXXIV. La riconoscenza della regina Anna 652 LXXXV. Regia autorità di Mazzarino 657 LXXXVI. Precauzioni 661 LXXXVII. La mente e il braccio 666 LXXXVIII. Il braccio e la mente 674 LXXXIX. Le carceri perpetue del signor di Mazzarino 680 XC. Conferenze 686 XCI. Ove si comincia a credere che alla fine Porthos sarà barone e d’Artagnan capitano 691 XCII. Qualmente con una penna e una minaccia si fa meglio e più presto che con la spada e lo zel 698 XCIII. Nel quale si prova come talvolta sia ai re più difficile lo rientrare nella capitale del loro reame, che lo uscirne 711 Conclusione 721
NOTE:
[1] È noto che Mazzarino, non avendo ricevuto alcuno degli ordini che vietano il matrimonio, aveva sposata la regina Anna. (Vedansi le memorie di Laporte e quelle della principessa Palatina).
[2] Madama di Motteville.
[3] Ciò non ostante il regio procuratore Omer Talon lo chiamava sempre signor Particelle, seguendo l’abitudine dell’epoca d’infrancesare i nomi forestieri.
[4] Questa mane si è alzato un vento di Fronda, e credo che vada fischiando contro a Mazzarino.
[5] Vedasi Luigi XIV e il suo secolo, congiura di Chalais.
[6] Dimmi su, Laboissière, non istò bene da uomo? Affè, voi cavalcate meglio che quanti siamo. Ella sta fra le alabarde, nel reggimento delle guardie, alla guisa di un cadetto.
[7] Beaufort, di eccelsa fama, che seppe vettovagliar Parigi, deve sempre sguajnare la spada ma non dir mai la sua opinione. — Se vuol servire la Francia non si accosti alla tribuna: si mandi addietro la sua eloquenza, e il brando suo cavi dal fodero. — Ei brilla e tuona in battaglia, ed ivi ognuno giustamente lo teme; ma all’udirlo ragionare ognuno lo prenderebbe per istupido. — Gastone è men di lui nell’imbarazzo quando abbia da pronunziar un’arringa. Ah! perchè a Beaufort manca la lingua? Ah! perchè a Gastone manca il braccio?
[8] Qui l’Autore intende riportarsi al suo romanzo I Tre Moschettieri, di cui il presente romanzo è soltanto un seguito. (Il T.)
[9] Poire d’angoise. Era una sbarra perfezionata; aveva la forma di una pera, si cacciava dentro alla bocca, e mediante una molla si dilatava in guisa da distendere le mascelle nella maggior larghezza possibile.
[10] Fu per equivoco creduto dalle due fuggiasche che l’uomo coricato fosse un prete; si riscontra il contrario dal seguito del racconto.
[11] Io pensava che il destino dopo tante ingiuste sventure, giustamente v’incoronò di gloria, onori e splendori; ma ch’eravate più felice essendo in passato.... non dirò io innamorata.... ma la rima vuol però così.
[12] Io pensava che il povero amore, il qual vi presta sempre le sue armi, è sbandito dalla vostra corte senza gli strali e la faretra; e di che poss’io prevalermi, o Maria, passando presso di voi, se tanto maltrattate quei che sì bene vi servirono?
[13] Io pensava, noi poeti pensiamo con bizzarrìa, a ciò che fareste nell’umore in cui vi trovate, se quivi in questo momento vedeste venire il duca di Buckingham; e qual dei due sarebbe in disgrazia, o il duca o il padre Vincenzo (Padre Vincenzo era il confessore della regina).
[14] In Inglese: venite.
[15] I nostri leggitori sanno certamente che Pan Pane (nume mitologico) e Paon pavone (uccello) hanno la stessa pronunzia; quindi l’equivoco, che ha un significato in francese, ma non in italiano.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.