LXIX
Whitehall.
Il Parlamento condannò a morte Carlo Stuart, secondo era agevole prevedersi. I giudizj politici sono quasi sempre vane formalità, conciossiachè le medesime passioni che fanno accusare fanno condannare pur anco. Tale è la terribile logica delle rivoluzioni.
Abbenchè i nostri amici si attendessero quella sentenza, ne provarono sommo dolore. D’Artagnan, la di cui mente nei momenti estremi aveva maggiori risorse che mai, giurò di nuovo che tutto tenterebbe onde impedire lo scioglimento della sanguinosa tragedia. Ma con che mezzi? ecco ciò che tuttavia egli vedeva vagamente. Tutto dipenderebbe dall’indole delle circostanze. Intanto che si potesse fissare un piano completo, era d’uopo ad ogni costo per acquistar tempo porre ostacolo a che l’esecuzione avesse luogo all’indomani conforme avevano i giudici deciso. L’unico modo era di fare sparire da Londra il carnefice: sparito il carnefice, non poteva eseguirsi la sentenza. Certo, sarebbe mandato a chiamare quello della città più vicina, ma con questo si guadagnerebbe almeno un giorno, e un giorno in casi simili è forse la salvezza! D’Artagnan si assunse questa impresa più che difficile.
Era poi cosa non meno essenziale il prevenire Carlo Stuart che si procurerebbe di salvarlo, affinchè egli secondasse quanto fosse possibile i suoi difensori, o almeno non agisse in senso opposto a loro. Ed Aramis s’incaricò di codesta rischiosissima diligenza. Carlo aveva richiesto che si permettesse al vescovo Juxon di visitarlo nella sua prigione di Whitehall. Mordaunt era venuto in quella stessa sera dal vescovo onde fargli noto il desiderio religioso espresso dal re, ugualmente che l’autorizzazione di Cromvello. Aramis risolse di ottenere dal vescovo, o col terrore o con la persuasione, di lasciar lui penetrare in sua vece e rivestito delle sue insegne sacerdotali nel palazzo di Whitehall.
Finalmente Athos si addossò di preparare ad ogni evento i mezzi di abbandonare l’Inghilterra tanto in caso di riuscita che nell’ipotesi contraria.
Fattasi notte, si fissarono l’appuntamento all’albergo per le undici ore, e ciascuno si avviò ad eseguire la sua perigliosa incombenza.
Il palazzo di Whitehall era custodito da tre reggimenti di cavalleria, ed in ispecie (se così è lecito dire) dall’incessante inquietezza di Cromvello, che andava e veniva, e mandava i suoi generali o i suoi agenti.
Solo e nella solita sua camera, rischiarata da due candele, il monarca, condannato a morte, guardava mestamente il lusso delle sue passate grandezze, come si vede nell’ora estrema la immagine della vita più brillante e soave che mai.
Parry non erasi discostato dal suo padrone, e dacchè questi era stato condannato, non aveva più terminato di piangere.
Carlo Stuart, posate le gomita sovra un tavolino, contemplava un medaglione su cui stavano accanto uno all’altro i ritratti della moglie e della figlia. Attendeva prima Juxon, e dopo Juxon il martirio.
Fermava talora il suo pensiero su quei prodi gentiluomini che già gli parevano lontani le mille leghe, favolosi, chimerici, e simili a quelle figure che si scorgono in sogno e si dileguano al destarsi.
Perocchè alcune volte Carlo fra sè domandava se tutto quanto gli era avvenuto fosse propriamente un sogno, o per lo meno il delirio della febbre.
E a questa idea si alzava, moveva pochi passi quasi per uscire dal suo torpore, e andava sino alla finestra: ma tosto sotto a questa vedeva risplendere i moschetti delle guardie; e allora gli faceva d’uopo convenire ch’era desto e ch’era pur vero il suo sogno sanguinoso.
Ei ritornava in silenzio sul suo seggiolone, rimetteva le gomita sopra la tavola, lasciava ricadersi la testa sulla mano, e rifletteva.
«Ahimè! tra sè diceva, se almeno avessi per confessore uno di quei luminari della Chiesa la di cui anima ha scandagliati tutti i misteri della vita, tutte le piccolezze della grandezza, forse la sua voce soffocherebbe quella che va querelandosi nell’anima mia! ma avrò un prete di mente non elevata, e di cui mediante il mio infortunio ho troncata la carriera e la fortuna. Esso mi parlerà di Dio e della morte secondo ne ha parlato ad altri moribondi, senza comprendere che questo moribondo regio lascia un trono all’usurpatore, mentre i figli suoi non hanno più pane».
Indi, appressandosi alle labbra il ritratto, balbettava a vicenda il nome di ciascuno dei suoi figli.
Era, conforme dicemmo, notte oscura e nebbiosa. Suonava lenta l’ora all’orologio della chiesa vicina. I pallidi barlumi delle due candele spandevano nell’ampia ed alta stanza delle fantasme rischiarate da stranissimi riflessi. Le fantasme, le larve, erano gli avi del re Carlo, che risaltavano nelle loro cornici d’oro; i riflessi erano gli ultimi splendori azzurri del fuoco di carbone che si estingueva.
S’impossessò di Carlo summa tristizia. Ei nascose il capo in fra le due mani, pensò al mondo tanto bello quando noi lo lasciamo, o piuttosto quando egli ci lascia; agli amplessi de’ nostri pargoletti sì dolci e soavi specialmente quando ne siam divisi per non più rivederli, e poi alla consorte, nobile e coraggiosa donna, che sostenuto lo aveva sino all’ultimo momento. Si trasse di seno la croce di diamanti e la placca della Giarrettiera da lei inviategli per mezzo di quegli animosi Francesi, e le baciò. Poscia, all’idea ch’ella non rivedrebbe questi oggetti se non dopo ch’ei giacesse freddo e mutilato in una tomba, si sentì nell’interno scorrere uno di quei brividi gelidi che la morte ci getta addosso come primo suo manto.
Allora, in quella camera che a lui riproduceva tante regali rimembranze, dov’erano passati tanti cortigiani e tante adulazioni, solo con un afflittissimo servo il di cui animo debole non poteva essere sostegno all’animo suo, il re lasciò cadere il proprio coraggio a pari a quelle debolezze, a quelle tenebre, a quel gelo invernale; e, dovremo noi dirlo? questo re, che morì sì grande e sublime, col sorriso della rassegnazione sul labbro, asciugò all’ombra una lacrima ch’era scesa sul tavolino e tremolava sopra il tappeto ricamato di oro.
Si udì improvvisamente camminare nelle gallerie, fu aperta la porta, varie torcie empierono la stanza con la lor luce, ed un ecclesiastico, indossando vesti vescovili, entrò seguito da due guardiani ai quali Carlo fe’ con la mano un gesto imperioso.
I due guardiani si ritirarono: fu nuovamente oscurità profonda.
«Juxon! esclamò Carlo! Juxon! grazie, ultimo amico mio, voi giungete opportuno».
Il vescovo diede un’occhiata inquieta e bieca all’uomo che singhiozzava all’angolo del camminetto.
«Orsù, Parry, disse il re, non pianger più, ecco che a noi viene Iddio.
«Se è Parry, disse il supposto vescovo, non ho più di che temere; e così, o sire, permettetemi di riverire Vostra Maestà e di dirle chi sono e perchè qui vengo».
A tal vista, a tal voce, Carlo era certamente per dare una forte esclamazione; Aramis, postosi un dito sul labbro, salutò umilmente il re d’Inghilterra.
«Il cavaliere! balbettò Carlo.
«Sì, sire, fece Aramis alzando la voce, sì, il vescovo Juxon, fedel cavaliere di Cristo, e che si presta al desiderio di Vostra Maestà».
Il re unì insieme le mani; aveva riconosciuto d’Herblay; rimase stupefatto, annichilito, dinanzi a quegli uomini, che, stranieri e senza altro movente che un dovere imposto dalla lor propria coscienza, si ponevano così a contrasto con il volere di un popolo e il destino di un re!
«Voi! disse, voi! e come poteste arrivare sin qua? Dio! Dio! se vi riconoscessero, sareste perduti!»
Parry stava in piedi, ed in tutta la sua persona esprimevasi il sentimento di somma ed ingenua ammirazione.
«Sire, non pensate a me, rispose Aramis sempre coi gesti raccomandando a Carlo il silenzio, pensate a voi soltanto; i vostri invigilano, ben lo vedete; che faremo, ancora non lo so, ma quattro uomini risoluti ponno far molto. Frattanto non chiudete occhio in tutta la notte, non vi stupite di cosa alcuna, ed a tutto attendetevi».
Carlo scosse la lesta.
«Amico, replicò, vi è pur noto che non avete tempo d’avanzo, e se volete agire vi è d’uopo sollecitarvi. Sapete che domattina a dieci ore io debbo morire?
«Sire, di qui a quel tempo accadrà qualche cosa che renderà impossibile l’esecuzione».
Il re guardò Aramis con meraviglia.
Nel momento fuvvi sotto alla finestra un rumore singolare, e come lo produrrebbe il discarico di una carrettata di legna.
«Udite?» disse Carlo.
Poi s’intese un grido di dolore.
«Ascolto, fece Aramis, ma non comprendo che sia il rumore, e specialmente quel grido....
«Del grido, ignoro chi lo abbia mandato, rispose il re, ma il rumore, tosto ve lo spiego. Sapete che debbo essere giustiziato fuori da questa finestra?»
E Carlo stendeva la mano verso la piazza buja e deserta, ove non erano altro che soldati e sentinelle.
«Lo so, disse Aramis.
«Or bene, la legna che si arreca sono i travi e l’intavolato con che vuol costruirsi il mio patibolo. Scaricandola, qualche operajo si sarà fatto male».
Aramis rabbrividì.
«Vedete dunque, continuò Carlo, che è inutile ostinarvi più a lungo; sono condannato, lasciatemi subire la mia sorte.
«Sire, replicò Aramis, riacquistate la quiete turbata per un istante; possono innalzare un patibolo, ma non troveranno un carnefice.
«Che intendete mai dire?
«Dico che a quest’ora il carnefice è portato altrove o comprato; domani sarà pronto il palco, ma mancherà il boja, e quindi l’esecuzione verrà differita a domani l’altro.
«Ebbene?
«Ebbene, domani, nella notte, noi vi conduciamo fuori di qui.
«Come mai? chiese il re a cui rischiarò la faccia un lampo di gioja.
«Oh signore! balbettò Parry, siate benedetti, e voi ed i vostri!
«Ma come? ripetè Carlo, occorre che io lo sappia, acciò vi secondi se bisogna.
«Sire, neppur io lo so, fece Aramis; ma il più valoroso, il più zelante di noi quattro mi lasciò dicendomi: — Cavaliere, dite al re che domani sera a dieci ore lo condurremo via. — E se lo ha detto, oh! lo farà.
«Palesatemi il nome di quel generoso amico, onde io gli serbi eterna gratitudine, o riesca o no il suo progetto.
«D’Artagnan, quello stesso ch’era in procinto di salvarvi, quando sì male a proposito capitò il colonnello Harrison.
«In verità, siete uomini meravigliosi! seguitò il re, e se tali cose mi si fossero narrate io non le avrei credute.
«Adesso, sire, ascoltatemi. Non vi dimenticate che noi vegliamo pella vostra salvezza: il minimo gesto, il minimo canto, il minimo cenno di coloro che vi si appresseranno sia da voi osservato, udito, commentato.
«Oh cavaliere! soggiunse il re, che posso dirvi? Niuna parola, quando sorgesse dal più profondo del mio cuore, varrebbe a esprimere la mia riconoscenza. Se riuscite, non vi dirò che salvate un re: no, vista come io la veggo dal patibolo, la regia autorità è pur cosa da poco, ve lo giuro; ma conserverete un marito alla moglie, un padre a’ suoi figli. Cavaliere, toccate questa mano, la mano di un amico che vi amerà sino all’ultimo respiro».
Aramis voleva baciare la destra di Carlo, ma Carlo, presa a lui la sua, se la strinse al petto.
Nel momento entrò un uomo senza tampoco bussare all’uscio. Aramis andava per ritirare la mano, il re lo trattenne.
Colui che entrava era uno di quei puritani mezzo preti e mezzo soldati che tanto abbondavano presso a Cromvello.
«Che volete? domandò il re.
«Desidero sapere s’è terminata la confessione di Carlo Stuart.
«Che v’importa? disse Carlo, noi non siamo della stessa religione.
«Tutti gli uomini son fratelli, rispose il puritano; un mio fratello è per morire, ed io vengo ad esortarlo alla morte.
«Andate! gridò Parry, il re non sa che farsi delle vostre esortazioni.
«Sire, avvertì piano Aramis, abbiategli riguardo, è certamente uno spione.
«Signore, disse a colui il re, dopo il reverendo dottor vescovo, vi udrò con piacere».
L’individuo, di sguardo bieco, se ne andò, non senza avere osservato Juxon con tale attenzione di cui Carlo si accorse.
«Cavaliere, disse il re dopo che la porta fu chiusa, credo che avevate ragione, e che quell’uomo era venuto qui con triste intenzioni; siate cauto nel ritirarvi, badate che non vi accadano disgrazie.
«Sire, replicò Aramis, io ringrazio Vostra Maestà; ma Ella stia pur quieta, sotto a questa veste ho il giacco di maglia ed il pugnale.
«Andate dunque, e Dio vi tenga nella sua santa guardia, come dicevo al tempo ch’ero re».
Aramis uscì. Carlo lo accompagnò fin sulla soglia.
Aramis sparse la sua benedizione, la quale fece inchinare i custodi, passò maestosamente per le anticamere piene di soldati, salì nella sua carrozza ove lo seguirono i suoi due guardiani, e si fe’ condurre al vescovado dov’essi lo lasciarono.
Juxon attendeva ansioso.
«Ebbene? domandò vedendo Aramis.
«Ebbene, disse questi, tutto è riuscito a seconda delle mie brame: spioni, guardie, satelliti, mi hanno preso per voi, ed il re vi benedice aspettando che voi lo benediciate.
«Dio vi protegge, figlio mio, ed il vostro esempio mi ha dato insieme speranza e coraggio».
Aramis si rimise i suoi abiti e il ferrajuolo, e partì, avvertendo Juxon che ricorrerebbe a lui un’altra volta ancora.
Appena ebbe fatto dieci passi in istrada si accorse che lo seguiva un tale impastranato; mise mano al pugnale e si fermò.
Quel tale era Porthos.
«Caro amico! disse Aramis, e gli porse la destra.
«Ecco, rispose Porthos, ciascuno di noi aveva il suo incarico; il mio si era di far guardia a voi, e così feci. Vedeste il re?
«Sì, e tutto va bene. Ed ora i nostri amici dove sono?
«Abbiamo il convegno per le undici ore all’albergo.
«Dunque non v’è tempo da perdere».
Infatti suonavano le dieci e mezzo alla chiesa di San Paolo.
Bensì i due colleghi essendosi sollecitati arrivarono i primi.
Dopo di loro entrò Athos.
«Tutto va ottimamente, annunziò avanti d’essere interrogato.
«Che faceste? gli chiese Aramis.
«Ho preso a nolo una piccola filuca, stretta come una piroga, leggera come una rondine; questa ci attende a Greenwich di faccia all’isola dei Cani; ha un capitano e quattro marinaj, che mediante cinquanta lire sterline staranno a nostra disposizione per tre notti consecutive. Una volta che siamo a bordo col re, profittiamo della marea, scendiamo giù pel Tamigi, e in due ore siamo in alto mare. Allora, da veri pirati, rasentiamo le coste, ci rimpiattiamo verso le spiagge, o se il mare è libero volgiamo la prua sopra Boulogne. Se mai io restassi ucciso, sappiate che il padrone si chiama capitano Roger e la barca Il Lampo. Con questo avviso ritroverete questa e quello. Il segno di riconoscimento è un fazzoletto con quattro nodi uno per cantonata».
A capo a poco giunse pure d’Artagnan.
«Vuotatevi le tasche, esso disse, sino a concorrenza di cento lire sterline, perchè le mie (e le rivoltava) son vuote affatto».
In un minuto secondo fu messa a parte la somma. D’Artagnan uscì, e ritornò indi a un momento.
«Oh! disse, è finita.... uf! non senza fatica però!
«Il boja è partito da Londra? domandò Athos.
«Eh sì! in ciò non v’era sicurezza bastante; poteva uscire da una porta e rientrare dall’altra.
«E dov’è?
«In cantina.
«In qual cantina?
«In quella del nostro locandiere; Mousqueton sta seduto sulla porta, ed ecco la chiave.
«Bravo! fece Aramis, ma come lo avete indotto a sparire?
«Come s’inducono tutti in questo mondo, col danaro; mi è costato caro, ma vi ha acconsentito.
«E quanto vi è costato? ricercò Athos, giacchè capite, amico, che adesso che non siamo più a dirittura poveri moschettieri senza casa nè tetto; tutte le nostre spese devono essere in comune.
«Dodici mila lire, rispose d’Artagnan.
«E dove le avete trovate? possedevate forse una tal somma?
«E il famoso diamante della regina?
«Ah! è vero, disse Aramis, ve lo avevo riconosciuto in dito.
«Dunque lo avete ricomprato da Des Essarts? disse Porthos.
«Eh sì, mio Dio! replicò d’Artagnan, ma lassù sta scritto ch’io non possa conservarlo. Che volete? i diamanti, per quanto è da credere, hanno le loro antipatie o simpatie come gli uomini, e sembra che quello mi aborrisca.
«Ma, osservò Athos, codesto va bene in quanto al boja; pur troppo ogni boja ha il suo ajuto, il suo servo, che so io?
«Anche quello lo aveva; noi però siamo fortunati.
«Come mai?
«Nel momento che credevo di aver da trattare di un secondo negozio, hanno portato colui con una coscia rotta. Per eccesso di zelo egli ha accompagnata fin sotto alle finestre del re la carretta che conteneva i travi e gl’intavolati; un di quei travi gli è caduto sulla gamba e glie l’ha fracassata.
«Ah! disse Aramis, era suo l’urlo che io intesi dalla camera del re?
«Può essere, rispose d’Artagnan; ma, essendo un uomo che pensa bene, ha promesso nel ritirarsi di mandare in suo luogo e vece quattro operaj abili ed esperti per ajutare quei che sono già al lavoro; e tornando a casa del suo padrone, benchè fosse ferito, ha scritto subito a maestro Tom Lowe, garzone di falegname suo amico, di recarsi a Whitehall ad eseguire la sua promessa. Ecco la lettera che egli spediva con un espresso, il quale doveva portarla per dieci pence e l’ha venduta a me per un luigi.
«E che diamine volete farvi di codesta lettera? fece Athos.
«Non ve lo indovinate? disse d’Artagnan con gli occhi che brillavano di accortezza.
«No, sull’anima mia!
«Or bene, caro Athos, voi che parlate inglese come John Bull in persona, siete maestro Tom Lowe e noi siamo i vostri tre compagni. Adesso capite?»
Athos diede un grido di giubilo e di ammirazione, corse in uno stanzino, ne trasse degli abiti da operaj con cui si rivestirono subito i quattro amici; dopo di che essi uscirono dall’albergo, Athos portando una sega, Porthos un palo di ferro, Aramis una piccozza, e d’Artagnan un martello e dei chiodi.
La lettera del servo del carnefice faceva fede qualmente eglino fossero quelli ch’erano aspettati.
LXX
Gli operaj.
Verso la metà della notte Carlo udì grande strepito sotto la finestra: erano colpi di martello e di piccozza, puntate di palo, e stridere di sega.
Essendosi egli coricato tutto vestito, e cominciando appunto ad addormentarsi, si destò trasalito a tal fracasso, e perchè questo oltre al suono materiale aveva anche un eco morale e terribile nell’animo suo, tornarono ad assalirlo gli orribili pensieri della sera. Solo, nell’isolamento e fra le tenebre, non ebbe forza di reggere a quella nuova tortura non compresa nel programma del suo supplizio, e mandò Parry a dire alla sentinella che pregasse gli operaj di picchiar meno forte e aver pietà dell’ultimo sonno di lui ch’era stato loro re.
La sentinella non volle abbandonare il suo posto, ma lasciò passare Parry.
Il quale, giunto vicino alla finestra, dopo fatto il giro del palazzo, vide a livello col davanzale del quale si era staccata l’inferriata un largo palco non peranco terminato, ma su cui cominciavasi ad inchiodare un parato di serge nera.
Il palco, a pari altezza della finestra, cioè di circa venti piedi, aveva due piani interni.
Parry, per quanto odiosa gli fosse quella vista, cercò in fra otto o dieci lavoranti che costruivano la trista macchina, coloro che col rumore che facevano doveano dare al re maggior molestia, e sul secondo intavolato scôrse due uomini che con un palo staccavano le ultime aste del balcone di ferro; uno di essi, vero colosso, faceva l’uffizio dell’ariete antico incaricato di atterrare le muraglie; ad ogni botta del suo arnese volava in pezzi la pietra; l’altro, stando inginocchiato, traeva a sè le pietre rimosse.
Era evidente esser quelli che facevano lo strepito di cui lagnavasi Carlo.
Parry salì su la scala di legno e venne da loro.
«Amici, disse, vorreste lavorare un poco più piano? ve ne prego: il re dorme, e ha bisogno di sonno».
L’individuo che batteva col palo si fermò e si volse alquanto; però, siccome stava in piedi, Parry non potè distinguere il suo viso perduto nelle tenebre che si rendevano sempre più dense. Quello ginocchioni, si girò esso pure, e perchè essendo più basso che il compagno, il lanternino gli rischiarava la faccia, Parry potè vederlo.
Quegli guardò lui molto fisso e si portò un dito alla bocca.
Parry retrocedè stupefatto.
«Va bene, disse l’operajo in ottimo inglese, torna a dire al re che se dorme male questa notte dormirà meglio la notte prossima».
Queste acerbe parole, che, prese alla lettera, avevano un senso sì terribile, furono accolte dagli artigiani che travagliavano dalle parti ed al palco inferiore con atti di atroce gioia.
Parry si ritirò credendo di sognare.
Carlo lo attendeva impaziente.
Nel momento ch’ei tornò dentro, la sentinella della porta passò con curiosità la testa dall’apertura onde vedere che cosa facesse il re.
Il re stava con le gomita posate sul letto.
Parry chiuse l’uscio, ed appressandosi a Carlo con la cera più allegra del mondo gli disse sommessamente:
«Sire, sapete che operaj sono quelli che fanno tanto chiasso?
«No, rispose il sovrano scuotendo mestamente il capo, come vuol tu ch’io lo sappia? conosco io forse coloro?
«Sire, soggiunse Parry anche più sottovoce e chinandosi verso il suo padrone; è il conte di La Fère e il suo compagno.
«Che mi costruiscono il patibolo! disse attonito il re.
«Sì, e costruendolo fanno un foro al muro.
«Zitto! fece Carlo guardandosi attorno atterrito, gli hai veduti?
«Ho loro parlato».
Il re, a mani giunte, alzò gli occhi al cielo; indi, dopo breve ma fervida preghiera, balzò dal letto, andò alla finestra, e scostò le portiere; v’erano sempre le sentinelle, e più là del balcone estendevasi un’oscura piattaforma su cui passavano come specie di ombre.
Carlo non potè discernere cosa alcuna, ma si sentì sotto i piedi la scossa dei colpi che menavano i suoi amici; e ognuno di quei colpi ormai corrispondeva a lui nel cuore.
Parry non si era ingannato credendo di ravvisare Athos: questo realmente, ajutato da Porthos, faceva una buca su cui doveva posare una delle assi trasversali.
Il buco comunicava ad una sorta di tamburo formato sotto il pavimento della camera regia; una volta pervenuti in quel tamburo, che somigliava ad un mezzanino assai basso, si poteva con un ferro e buone spalle (ed a ciò toccava a pensare a Porthos) far saltare una lastra del pavimento; allora il re si calava giù da codesta apertura, insieme co’ suoi liberatori arrivava ad uno dei compartimenti del palco totalmente coperto di panno nero, s’imbacuccava esso pure con un abito da operajo già apparecchiatogli, e senza ostentazione nè timore scendeva coi quattro compagni.
Le sentinelle, scevre d’ogni sospetto, mirando degli artieri che avevano lavorato al palco li lasciavano passare.
E secondo noi dicemmo, la filuca era all’ordine.
Questo piano era grande, semplice e facile, come tutte le cose che nascono da un’ardimentosa risoluzione.
Athos adunque si squarciava le belle mani tanto bianche e sottili levando le pietre che Porthos aveva svelte dalla loro base; poteva digià introdurre la testa sotto gli ornamenti di che era guarnito il parapetto del balcone. Innanzi giorno il foro sarebbe finito e sparirebbe alla vista mercè una tenda interna che porrebbe d’Artagnan. D’Artagnan erasi spacciato per operajo francese e metteva i chiodi con la regolarità del più abile tappezziere. Aramis tagliava l’eccedenza della serge che pendeva sino a terra e dietro alla quale sorgeva l’intavolato del patibolo.
Comparve la luce del giorno sulla cima delle case; gran fuoco di zolle e di carbone aveva ajutato i lavoranti a passare la fredda nottata dal 29 al 30 gennajo; ad ogni momento i più attenti alla lor bisogna la sospendevano per andare a scaldarsi. Soltanto Athos e Porthos non avevano lasciate le loro faccende. E quindi all’alba la buca era terminata. Athos vi entrò, portando seco le vesti destinate pel re avvolte in un ritaglio di saja nera; Porthos gli fece avere là dentro il palo; e d’Artagnan (lusso grandissimo ma utile) inchiodò un parato interno di lana da cui restarono celati e il foro e quello al quale questo serviva di nascondiglio.
Ad Athos non mancavano più che un pajo d’ore di lavoro onde poter comunicare col re, e secondo i calcoli dei quattro amici, essi avrebbero per sè tutta la giornata, poichè non essendovi il carnefice occorrerebbe andar a chiamare quello di Bristol.
D’Artagnan tornò a riprendere il suo abito color marrone, e Porthos il giubbetto rosso; Aramis si trasferì da Juxon ad oggetto di penetrare se pur fosse possibile insieme con esso presso a Carlo.
Tutti e tre si erano dati l’appuntamento pel mezzodì sulla piazza di Whitehall per vedere ciò che ivi accaderebbe.
Avanti di muoversi dal palco, Aramis si era avvicinato all’apertura dove stava Athos nascosto, onde annunziargli che andrebbe a procurare di rivedere il re.
«Sicchè addio e coraggio! disse Athos, riferite al re a che punto ormai sono le cose; ditegli che appena sarà solo picchi sul pavimento, acciocchè io possa continuare con sicurezza le mie faccende. Se Parry fosse in grado di giovarmi, staccando anticipatamente la lastra inferiore del caminetto, che è senza dubbio di marmo, sarebbe un tanto acquistato. Voi, Aramis, cercate di non lasciare il re. Parlate forte e di molto, giacchè staranno alla porta ad ascoltarvi. Se v’è una sentinella per dentro all’appartamento, uccidetela senza cerimonie; se ve ne son due, Parry ne uccida una e voi l’altra; se son tre, fatevi ammazzare, ma salvate il sovrano.
«Non dubitate, rispose Aramis, piglierò due pugnali per darne uno a Parry. Basta così?
«Sì, andate. Ma raccomandate al re di non usare una inopportuna generosità. Mentre voi vi batterete, ove ciò avvenga, egli fugga; una volta rimessa a segno la lastra, e voi su questa o morto o vivo, bisogneranno almeno dieci minuti a ritrovare il buco da cui egli sarà scappato. In quei dieci minuti noi avremo fatto cammino, e Carlo sarà libero.
«Sarà eseguito quanto accennate, Athos. Qua la mano, chè forse non ci rivedremo più».
Athos abbracciò Aramis.
«Ecco per voi, egli disse; ora, se muojo, dite a d’Artagnan che lo amo come mio figlio, ed abbracciatelo per me.... ed un amplesso ancora date al buono e prode Porthos. Addio.
«Addio, rispose Aramis. Io son adesso tanto sicuro che il re si salverà, quanto lo sono di stringere in questo punto la mano più leale ch’esista al mondo».
Aramis si divise da Athos, e andò all’albergo, fischiarellando l’aria di una canzone in lode di Cromvello. Trovò i due amici a tavola, accanto al fuoco, che bevevano una bottiglia di Porto-Porto e si divoravano un pollo freddo; Porthos mangiava mandando mille ingiurie contro gli infami parlamentari: d’Artagnan mangiava in silenzio, ma formando nel suo cervello i più audaci pensieri.
Aramis gli raccontò tutto quel ch’era convenuto; d’Artagnan approvò col capo, e Porthos con la voce.
«Bravo! disse questi; d’altronde noi saremo là al momento della fuga; si è benissimo celati sotto quel palco, e noi possiamo rimanervi. Tra d’Artagnan, me, Grimaud e Mousqueton, ne ammazzeremo bene otto; non parlo di Blaisois, buono soltanto a badare ai cavalli. A due minuti per uomo, sono quattro minuti; Mousqueton ne perderà uno e fanno cinque, ed in quei cinque voi potete aver fatto un quarto di lega».
Aramis s’ingojò prestamente un boccone e un bicchier di vino, e cambiò vestimento.
«Ora, ei disse, me ne vo da Sua Grandezza; voi, Porthos, incaricatevi di preparar le armi; d’Artagnan, sorvegliate a modo il boja.
«State quieto; Grimaud è subentrato a Mousqueton, e tiene il piede sopra.
«Non serve, raddoppiate la vigilanza, e non restate inoperoso un momento.
«Inoperoso? mio caro, domandate a Porthos: non vivo, son sempre ritto e in moto, fo la figura di un ballerino.... Caspita! come amo la Francia in questo punto! e bella cosa ell’è pure l’avere una patria di suo, quando si sta tanto male in quella degli altri!»
Aramis li lasciò come Athos, cioè abbracciandoli, e si recò dal vescovo Juxon, al quale avanzò la sua richiesta. Juxon aderì tanto più facilmente a condurre Aramis in quanto che aveva di già avvertito che avrebbe d’uopo di un prete in caso che il re volesse aver la comunione, e specialmente nel caso probabile che bramasse udire una messa.
Il vescovo, coi panni che il dì precedente indossava d’Herblay, montò in carrozza; accanto ad esso salì Aramis più mascherato ancora dalla sua pallidezza e dalla sua mestizia che dall’abbigliamento da diacono. Il legno si fermò al portone di Whitehall. Erano circa nove ore del mattino. Non si scorgeva verun cambiamento; le anticamere e le gallerie come il giorno innanzi erano piene di guardie. Due sentinelle si mantenevano alla porta del re, altre due passeggiavano davanti al balcone sulla piattaforma del patibolo ov’era già posato il ceppo.
Il re era ricolmo di speranza: la speranza si convertì in allegrezza, visto ch’egli ebbe Aramis. Strinse a questi la mano, ed abbracciò Juxon. Il vescovo affettò di parlar forte a Carlo, e dinanzi a tutti, del loro colloquio del giorno prima. Carlo gli rispose che le parole da lui dettegli allora aveano avuto buon effetto, e ch’ei desiderava un altro colloquio consimile. Juxon volgendosi agli astanti gli pregò di lasciarlo solo col re.
Ognuno si ritirò. Chiuso l’uscio, Aramis disse con la massima prontezza:
«Sire, voi siete salvo! il carnefice di Londra è sparito; il suo ajuto si ruppe jeri una coscia sotto le finestre di Vostra Maestà. Era suo il grido che udimmo. Certamente a quest’ora sarà noto che l’esecutore non v’è, ma non v’ha un boja che a Bristol, e vi vuol tempo per andare a chiamarlo; talchè abbiamo per lo meno sino a domani.
«Ma il conte di la Fère? domandò Carlo.
«È distante da voi di un braccio al più: prendete il poker del braciere e date tre colpi, e lo sentirete rispondervi».
Il re con mano tremante eseguì quanto gli si accennava, tosto di sotto al pavimento altri colpi dati con cautela risposero al segnale.
«Sicchè.... quegli che batte da basso?....
«È il conte di la Fère, o sire. Dispone la via per cui potrà fuggire Vostra Maestà. Parry solleverà la lastra di marmo, e sarà aperto il varco.
«Ma, disse Parry io non ho alcun arnese.
«Prendete questo pugnale; solamente badate di non ispuntarlo, perchè può essere che ne abbiate bisogno per bucare tutt’altro che la pietra.
«O Juxon! disse Carlo premendo al vescovo ambe le mani, ritenetevi la preghiera di quello che fu vostro re.
«Che lo è tuttora e lo sarà sempre, replicò Juxon baciando la destra al principe.
«Pregate sin che avrete vita per questo gentiluomo che vedete, per l’altro che udite qua sotto, e per altri due pure, che ovunque siano si adoprano, ne son sicuro, per la mia salvezza.
«Sire, sarete obbedito: fin tanto ch’io viva vi sarà ogni giorno un’orazione offerta a Dio per quei fidi amici della Maestà Vostra».
Fu continuato ancora, un poco di lavoro da abbasso, che via via si sentiva più vicino. Ad un tratto s’intese un romore inaspettato nella galleria. Aramis afferrando il poker diede il segnale della interruzione.
Il romore si faceva ognor più prossimo: era come, di un certo numero di passi eguali e regolari. I quattro uomini rimasero immobili; fissarono gli occhi sulla porta, la quale fu aperta lentamente e con una sorta di solennità.
Erano schierate delle guardie nella stanza che precedeva quella del re. Un commissario del Parlamento, vestito a nero e pieno di gravità di mal augurio, entrò, salutò il sovrano, e spiegata una pergamena gli lesse la sua sentenza secondo suol farsi ai condannati che denno andare al patibolo.
«Che significa codesto? domando Aramis a Juxon».
Questo fe’ un cenno ch’esprimeva non saperne egli niente più di lui.
«Dunque è per oggi? chiese il re con emozione, ch’era visibile unicamente a Juxon e ad Aramis.
«Sire, non eravate prevenuto ch’era per questa mattina? disse l’uomo vestito di nero.
«E debbo io morire, seguitava Carlo, come un colpevole volgare, per mano del carnefice di Londra?
«Il carnefice di Londra è sparito, sire; rispose il commissario del Parlamento, ma si è esibito un tale in sua vece. E così l’esecuzione non sarà ritardata se non del tempo che chiederete per dar sesto alle cose vostre temporali e spirituali».
Un lieve sudore che apparve alla radici dei capelli di Carlo fu l’unico indizio di emozione ch’egli desse all’udire tal notizia.
Aramis però diventò livido in volto; non gli batteva più il cuore; chiuse gli occhi, ed appoggiò una mano sulla tavola. E Carlo all’aspetto del suo duolo profondo parve obliasse quello che opprimeva lui stesso.
Gli si accostò, gli prese la destra e lo abbracciò.
«Orsù, amico! disse con dolce eppur triste sorriso, coraggio!»
E voltosi al commissario:
«Signore, io sono pronto. Vedete, non bramo se non due cose, le quali non vi recheranno grande indugio: la prima, la comunione; la seconda un amplesso a’ miei figli dicendo ad essi addio per l’ultima volta. Mi sarà ciò permesso?
«Sì, o Sire, fece l’uomo in abito nero».
Ed uscì.
Aramis tornato in sè, si cacciava le unghie nelle carni; dal petto gli esciva un gemito continuo.
«Oh monsignore! esclamò afferrando le mani di Juxon. Dov’è Dio? dov’è Dio?
«Figlio, rispose con fermezza il vescovo, voi nol vedete perchè lo ascondono le passioni terrestri.
«Figliuol mio, disse il re ad Aramis, non disperarti in tal modo. Tu domandi che fa Iddio? Iddio vede il tuo zelo e il mio martirio, e credi a me, entrambi avranno il loro premio: sicchè di quanto avviene devi dolertene contro gli uomini e non contro a Dio; gli uomini mi fanno morire, gli uomini ti fanno piangere.
«Sì, avete ragione, replicò Aramis, dagli uomini debbo volerne ragione, e da loro io la vorrò!
«Sedete, Juxon, proseguì Carlo inginocchiandosi, chè ancor rimane a voi da udirmi, a me da confessarmi. Trattenetevi pure, disse ad Aramis che si accingeva a ritirarsi, trattenetevi, Parry; nulla ho da dire, anche nel segreto della penitenza, che dire non possa al cospetto di tutti; trattenetevi, e soltanto mi dolgo che il mondo intero non possa udirmi come voi e con voi».
Juxon si assise, ed il re genuflesso a lui dinanzi come il più umile dei fedeli, incominciò la sua confessione.
LXXI
Remember.
Terminata la confessione, Carlo I. comunicò, e poi chiese di vedere i suoi figli. Suonavano le dieci ore, talchè conforme egli aveva detto non era lungo il ritardo.
Non ostante, il popolo era già pronto: sapeva che per le dieci era fissata l’esecuzione, si affollava nelle strade adjacenti al palazzo, ed il re cominciava a distinguere quel fragore lontano che producono la moltitudine e il mare quando sono agitati, quella dalle passioni e questo dalle tempeste.
Giunsero i figli del re: prima la principessa Carlotta, indi il duca di Glocester, cioè una fanciulletta bella bionda, e molle il ciglio di lacrime, e un fanciullo di otto o nove anni, in cui l’occhio asciutto e il labbro rialzato disdegnosamente già indicavano la nascente fierezza. Il ragazzo aveva pianto tutta la notte, ma davanti a tutta quella gente non piangeva più.
Carlo si sentì struggere il cuore all’aspetto di quelle due creature, che viste non aveva da più di due anni, e che rivedeva soltanto sul punto di morire. Gli corse al ciglio una lacrima, e si volse per asciugarla, imperocchè voleva mantenersi forte dinanzi a coloro a’ quali lasciava un sì pesante retaggio di pene e di sventura.
Parlò prima alla bambina, e traendola a sè, le raccomandò la pietà, la rassegnazione e lo amor figliale; poscia prese il giovane duca di Glocester, e fattolo sedere sulle sue ginocchia onde potere a un tempo stesso stringerlo al cuore e baciarlo in volto, gli disse:
«Figliuol mio, voi vedeste per le strade e nelle anticamere molte genti che venivano qui. Quelle genti troncheranno la testa a vostro padre. Non lo dimenticate giammai. Forse un giorno, mirandovi presso di loro ed avendovi in loro potere, diviseranno farvi re con esclusione del principe di Galles o del duca d’York vostri fratelli maggiori, che sono l’uno in Francia e l’altro io non so dove; ma voi non siete il re, nè tale potete divenire se non mediante la morte di essi. Giuratemi adunque di non lasciarvi porre la corona sinchè a questa non abbiate legittimo diritto.... chè un giorno, ascoltatemi bene, figlio mio, se ciò faceste, un giorno, eglino atterrerebbero tutto, capo e corona, ed allora voi non potreste morire quieto e senza rimorsi siccome io muojo.... Giurate».
Il ragazzo stese la piccola sua mano fra quelle del genitore, e rispose:
«Sire, giuro a Vostra Maestà....»
Carlo lo interruppe.
«Enrico, disse, chiamami tuo padre.
«Padre mio, vi giuro che mi uccideranno prima che farmi re.
«Bene Enrico.... Adesso abbracciatemi, ed anche voi Carlotta, e di me non vi scordate.
«Oh no! mai! mai! esclamarono i due giovanetti cingendo il collo a Carlo con le loro braccia.
«Addio.... addio, figli miei, disse il re, Juxon, guidateli altrove; il loro pianto mi torrebbe il coraggio di morire».
Juxon levò i poveri bambini dalle braccia del loro padre, li consegnò a quelli che ivi gli aveano condotti.
Al loro uscire si apersero le porte, ed ebbe accesso tutta la gente.
Il re vedendosi solo fra mezzo alla turba di guardie e di curiosi che cominciavano a riempire la camera, si rammentò che il conte di la Fère era lì vicinissimo sotto il pavimento della stanza, non potendo vederlo e forse sempre sperando.
Tremava che il minimo rumore sembrasse ad Athos un segnale, e che questo rimettendosi al lavoro si scuoprisse da per sè. Procurò quindi di stare immobile, e col suo esempio fece rimanere in riposo gli astanti.
Il re non s’ingannava: Athos era veramente sotto a’ suoi piedi; ascoltava, s’inquietava di non udire il segnale; a volte nella sua impazienza riprincipiava a rompere la pietra, ma per timore di essere inteso si fermava subito.
Durò due ore sì terribile inazione. Regnava nella regia camera silenzio di morte.
Athos allora si decise a ricercare la causa della mesta e tetra tranquillità che sola turbava l’immenso strepito della folla. Schiuse un poco il parato che nascondeva il loro fatto, e scese sul primo piano nel palco. Più su della sua testa appena quattro pollici era l’intavolato che si estendeva al livello della piattaforma e che faceva il patibolo.
Il rumore che fino a quel punto aveva udito confusamente, ormai giungendogli cupo e minaccioso, lo fe’ balzare di spavento. Andò fin sull’orlo del palco, scostò il panno nero alla altezza dell’occhio, e vide vari cavalieri raccolti sulla terribile macchina; più là di questa, una fila di partigianieri, dopo moschettieri, poi le prime file del popolo, che simile ad un oceano agitato mugghiava e ribolliva.
«Che sarà accaduto? disse fra sè Athos più tremante che il panno di cui stropicciava le pieghe, il popolo accorre, i soldati sono sotto le armi, e fra gli spettatori che tutti tengono fissi gli occhi alla finestra, io vedo d’Artagnan! che attende mai? che guarda? Gran Dio! che abbiano lasciato fuggir via il boja?»
Ad un tratto fuvvi sulla piazza il rullo funebre del tamburo. Di sopra al suo capo si sentivano passi gravi e prolungati. Gli sembrò che qualche riunione simile ad una processione immensa calpestasse i pavimenti di Whitehall. Di lì a poco udì scricchiolare la tavola del palco. Diede un ultimo sguardo su la piazza, e l’attitudine degli spettatori gli palesò ciò che tuttora impedivagli d’indovinare un’ultima speranza in fondo al cuore rimastagli.
Era cessato il bisbiglio esterno. Tutti tenevano attente le ciglia verso la finestra di Whitehall; labbra schiuse, respiri trattenuti, indicavano l’aspettativa di un tremendo spettacolo.
Lo strepito dei passi, che Athos si era sentito sopra alla testa dal luogo ch’egli occupava sotto l’appartamento del re, si riprodusse sul palco, il quale cedè al peso in tal modo che le tavole toccarono quasi il capo al misero gentiluomo. Erano evidentemente due file di soldati che si collocavano al loro posto.
Nel medesimo istante una voce al gentiluomo ben nota, nobile voce, di sopra a lui pronunciò queste parole:
«Signor colonnello, io bramo di parlare al popolo».
Athos raccapricciò: era il re sul patibolo quel che così favellava.
In fatti, Carlo, bevute alcune goccie di vino ed assaggiato un pane, stanco di attendere la morte, si era deciso improvvisamente a andarle incontro, ed avea dato il segnale della marcia.
Allora era stata aperta del tutto la finestra che dava sulla piazza, e di fondo alla vasta stanza il popolo avea potuto vedere avanzarsi tacitamente prima un uomo immascherato che dalla scure che aveva in mano egli aveva riconosciuto pel carnefice; questi, appressatosi al ceppo, vi posava la mannaja.
E tale era il primo rumore inteso da Athos.
Poi, dietro a quell’uomo, pallido sì, ma tranquillo, e che camminava con tutta fermezza, Carlo Stuart, il quale s’inoltrava fra mezzo a due preti, e seguitato da parecchi ufficiali superiori, incaricati di presiedere all’esecuzione, e scortato da due file di partigianieri che si schierarono su’ due lati del palco.
L’aspetto dell’immascherato provocò lungo bisbiglio. Ciascuno era curioso di saper chi fosse quel carnefice incognito presentatosi così appuntino perchè potesse aver luogo il terribile spettacolo promesso al popolo, mentre questo credeva che lo spettacolo fosse differito all’indomani; sicchè ognuno se lo era divorato con gli occhi, ma tutto quanto avean potuto vedere si era esser egli un uomo di media statura, vestito interamente a nero, il qual pareva di già alquanto attempato, perocchè l’estremità della barba un po’ grigia gli oltrepassava la maschera che cuoprivagli il volto.
Però alla vista del re, sì giusto, sì nobile, tosto ripristinavasi il silenzio, in guisa che da tutti fu udito il desiderio ch’ei manifestava di favellare al popolo.
E di certo a questa domanda l’individuo a cui ell’era diretta aveva risposto con un cenno affermativo, poichè con voce salda e sonora che andò in fondo al cuore ad Athos, il re incominciò la sua parlata.
Spiegava desso alla gente ivi adunata la propria condotta, e le dava de’ consigli pel bene dell’Inghilterra.
«Oh! fra sè diceva Athos, è mai possibile ch’io oda ciò che odo, e vegga ciò che veggo? è mai possibile che Dio abbia abbandonato il suo rappresentante sulla terra a tal segno da lasciarlo morire tanto miseramente? Ed io che non l’ho visto! ed io che non gli ho detto un addio!»
S’intese un rumore simile a quello che avrebbe prodotto l’istrumento di morte rimosso sopra al ceppo.
Il re sospese il discorso.
«Non toccate la scure! disse egli».
E riprincipiò l’arringa d’onde l’aveva interrotta.
Terminata questa, fu di sopra alla testa del conte un gelido silenzio. Ei si teneva sulla fronte la mano, e tra la mano e la fronte cadevano goccie di sudore abbenchè l’aria fosse diacciata.
Quel silenzio dava indizio degli estremi preparativi.
Il re, dopo finito di parlare, avea volto su la moltitudine uno sguardo pien di misericordia, e staccato l’ordine che portava, e ch’era la stessa placca di diamanti inviatagli dalla regina, lo consegnò al prete che accompagnava Juxon. Indi si levò di seno una piccola croce parimente di diamanti, che pure gli proveniva da Enrichetta.
«Signore, disse al sacerdote ch’era insieme con Juxon, io terrò in mano questa croce sino all’ultimo mio momento; voi me la torrete allorchè io sarò morto.
«Sì, sire, rispose una voce, presto riconosciuta da Athos per quella di Aramis».
Allora Carlo, che sino a quel punto era stato a testa coperta, si levò il cappello e lo gittò vicino a sè; poscia si sciolse uno per uno tutti i bottoni del giubbetto, se ne spogliò e lo buttò accanto al cappello. E perchè faceva freddo, chiese la vesta da camera, la quale gli venne data.
Tutti questi preparativi eransi fatti con una calma che incuteva terrore. Avreste detto che il re fosse per distendersi nel suo letto e non già in una bara.
Alfine tirandosi in su i capelli con la mano, domandò al boja:
«Vi daranno forse impaccio? in tal caso si potrebbero fermare con una cordellina».
Carlo accompagnò queste parole con un’occhiata che pareva volesse penetrare sotto il volto posticcio dell’incognito.... e l’occhiata secura e nobile costrinse colui a girarsi da parte.... Ma esso a tergo allo sguardo profondo del re trovò quello ardentissimo di Aramis.
Carlo osservando ch’ei non rispondeva, ripetè la richiesta.
«Basterà, disse l’uomo con voce burbera, che li tiriate da un lato sul collo».
Il re con ambe le mani si spartì i capelli, e considerato attentamente il ceppo disse:
«Quel ceppo è molto basso; non ve ne sarebbe uno più alto?
«È il solito, replicò l’immascherato.
«Credete tagliarmi la testa con un sol colpo? fece il re.
«Spero di sì, rispose l’esecutore».
Nello spero di sì eravi una tale intonazione che fe’ rabbrividire tutti quanti tranne il sovrano.
«Va bene, questi soggiunse, ed ora, tu, o boja, ascolta».
Il travestito mosse un passo verso il re, e si appoggiò sulla scure.
«Non voglio che tu mi sorprenda; continuò Carlo, io m’inginocchierò per pregare; sicchè non dar peranche il colpo.
«E quando lo darò?
«Allorchè io poserò il collo e stenderò le braccia dicendo: Remember (rammentatevi) allora dà pure liberamente».
Il travestito fece un piccolo inchino.
«Ecco il momento di abbandonare il mondo, disse il re a quei che gli erano attorno, signori, io vi lascio in mezzo alla procella, e vi precedo in quella patria che non conosce procelle: addio».
Guatò Aramis, e gli fe’ col capo un cenno particolare.
«Adesso, seguitò, allontanatevi e lasciatemi far sommessamente la preghiera. Fatti da parte tu pure (disse all’immascherato); è per un sol momento, e so che sono cosa tua, ma rammentati di non percuotere se non dopo il segnale».
Carlo s’inginocchiò, si fece il segno della croce, accostò la bocca ai tavoloni quasi avesse voluto baciare la piattaforma; indi appoggiandosi da una mano al pavimento e dall’altra al ceppo disse in francese:
«Conte di la Fère, siete voi costì, e posso parlare?»
Quegli accenti corsero direttamente al cuore di Athos e lo punsero come un ferro freddissimo.
«Sì, Maestà, egli rispose tremando.
«Amico fedele, cuor generoso, soggiunse Carlo, non potei essere da te salvato, non dovevo esserlo. Ora, quando anche dovessi commettere un sacrilegio, io ti dirò: Sì, ho parlato agli uomini, ho parlato a Dio, parlo a te per l’ultimo. Per sostenere una causa che ho creduta sacra, ho perduto il trono dei padri miei e distrutto il patrimonio de’ miei figli. Mi resta un milione in oro, l’ho sotterrato nelle cantine del castello di Newcastle al momento di lasciare quella città. Quel danaro, tu solo sai ch’esiste; fanne uso quando crederai che sia tempo pel maggior bene del figliuol mio primogenito. E adesso, conte di la Fère, ditemi addio.
«Addio, Maestà santa e martire, balbettò Athos gelando di terrore».
Vi fu breve silenzio, durante il quale parve ad Athos che il re si alzasse e cambiasse posizione.
Poi con voce piena e sonora, in maniera da essere udito non solo sul palco ma ben anco su la piazza, il re disse:
«Remember».
Appena aveva terminato di profferire questa parola un colpo terribile scosse il pavimento del palco; la polvere uscita dal panno acciecò il misero gentiluomo. Mentre questi per un moto macchinale alzava gli occhi e la testa, gli cadde sulla faccia una goccia calda. Athos retrocedè inorridito e nel medesimo istante le goccie si convertirono in uno scroscio nero che sprillò sul pavimento.
Athos cascato ginocchioni rimase alquanto come colpito da impotenza e demenza. In breve dal romorìo che scemava, ei comprese che si allontanava la folla: stette ancora un momento fermo, mutolo, in costernazione. Indi volgendosi, andò ad attuffare la cima del suo fazzoletto nel sangue del re martire: poscia, siccome la moltitudine si allontanava sempre più, egli scese, ruppe il panno, si cacciò fra mezzo a due cavalli, si mischiò fra il volgo del quale indossava il vestimento, e fu il primo ad arrivare alla taverna.
Salito alla propria camera, si guardò allo specchio, vide che aveva sulla fronte una larga macchia rossa, vi si portò la mano, e la ritolse piena del sangue del re, e svenne.
LXXII
L’immascherato.
Quantunque fossero solamente le quattro ore pomeridiane, si faceva digià bujo; cadeva fitta e ghiaccia la neve. Aramis essendo tornato trovò Athos, se non privo dei sensi, però in sommo abbattimento.
Questi bensì alle prime parole dell’amico uscì dalla specie di letargo in cui era piombato.
«Ebbene! disse Aramis, vinti dalla fatalità!
«Vinti! ripetè Athos, re nobile e infelice!
«Siete forse ferito?
«No, questo è sangue suo».
Ed Athos si asciugava la fronte.
«Ov’eravate? domandò Aramis.
«Dove voi mi avete lasciato: sotto il palco.
«E vedeste tutto?
«No, ma intesi: Dio mi liberi da un’altra ora simile a quella che ho passata dianzi! non ho i capelli bianchi?
«Dunque sapete ch’io non l’ho abbandonato?
«Ho udita la vostra voce sino all’ultimo momento.
«Ecco la piastra che mi ha data, continuò Aramis, ecco la croce che ho ritirata dalla sua destra; era sua brama che fossero consegnate alla regina.
«Ed ecco un fazzoletto per avvolgerle dentro, soggiunse Athos».
E si cavava dalla saccoccia la pezzuola che aveva tuffata nel sangue del re.
«Adesso, domandò Athos, che ne hanno fatto, del povero cadavere?
«Gli si renderanno per ordine di Cromwello i regi onori. Noi abbiam posto il corpo in una bara di piombo; i medici sono occupati a imbalsamare quel miseri avanzi, e terminata l’opra loro si metterà il re in una cappella ardente.
«Derisione! mormorò Athos, regi onori a quello che hanno assassinato.
«Ciò prova, fece Aramis, che il re muore, ma non muore la dignità regale.
«Ahimè! egli è forse l’ultimo re cavaliere che avrà il mondo.
«Orsù, non vi disperate, conte! disse una grossa voce di sulla scala dove si udivano i gravi passi di Porthos, siamo tutti mortali, amici miei.
«Siete arrivato tardi, caro Porthos, rispose il conte di la Fère.
«Sì, per la strada erano alcune genti che mi hanno fatto ritardare. Ballavano, sciagurati! ne ho preso uno pel collo, e credo averlo un poco strangolato. Appunto in quel momento è venuta una pattuglia. Fortunatamente colui col quale avevo che fare particolarmente è rimasto qualche minuto senza poter parlare. Ho profittato della circostanza per cacciarmi in una straduzza. Questa mi ha condotto in un’altra anche più piccola. Allora mi sono smarrito. Non conosco Londra, non so l’inglese, non credevo di avervi a ritrovare mai più. Alla fine eccomi qua.
«Ma d’Artagnan, chiese Aramis, non lo avete veduto? che non gli sia successo nulla?
«La folla ci ha separati, e per quanto io abbia fatto non ho potuto raggiungerlo.
«Oh! riprese Athos con amarezza, io sì, lo vidi: era nelle prime file di quella folla in ottima situazione per non perder niente; e siccome in sostanza era curioso spettacolo, avrà voluto contemplarlo sino all’ultimo.
«Oh! conte de la Fère, disse una voce tranquilla benchè fiacca pella rapidità della corsa, e siete voi che calunniate gli assenti?»
Il rimprovero colpì nel cuore Athos. Per altro, siccome era profonda l’impressione in lui prodotta dal mirare d’Artagnan confuso tra quel popolo stupido e feroce, si contentò di rispondere:
«Non vi calunnio, amico mio. Qui si stava in pensiero per voi, e ho detto dov’eravate. Voi non conoscevate il re Carlo, egli per voi non era altro che uno straniero, e non avevate obbligo di amarlo».
Così favellando porse la mano a d’Artagnan.
Ma d’Artagnan finse di non badare al suo gesto e tenne la mano sotto al ferrajuolo.
Athos lasciò cadersi al fianco la sua.
«Uf! sono stanco, disse il tenente; e si assise.
«Bevete un bicchiere di Porto-Porto, e questo vi calmerà, gli offerse Aramis, presa dal tavolino la bottiglia ed empiuto un bicchiere.
«Sì, beviamo, soggiunse Athos, il quale sensibile al malcontento del Guascone voleva toccar seco il bicchiere, e poi abbandoniamo questo abbominevol paese. La filuca ci attende, lo sapete; si parta questa sera, qui non abbiamo più che fare.
«Avete la gran fretta, signor conte, replicò d’Artagnan.
«Questo suolo insanguinato mi abbrucia i piedi, fece Athos.
«A me la neve non produce codesto effetto, ribattè tranquillamente il Guascone.
«Ma che volete che qui facciamo? domandò Athos, adesso che il re è morto?
«Sicchè, messer conte, seguitò con indolenza il tenente, non vedete anzi che ci rimane da fare qualche cosa in Inghilterra?
«Nulla, nulla, rispose Athos, se non è dubitare della divina bontà e sprezzare le mie proprie forze!
«Or bene, continuò d’Artagnan, io meschino, io scioperato e curioso sanguinario, che sono andato a piantarmi distante trenta passi dal patibolo per veder meglio cadere la testa di quel re che non conoscevo, e che per quanto pare mi era indifferente, io penso diversamente dal signor conte.... io mi trattengo».
Athos impallidì fuor di modo; ogni rampogna dell’amico gli andava in fondo al cuore.
«Ah! restate a Londra? domandò Porthos a d’Artagnan.
«Sì, questi rispose, e voi?
«Eh!.... fece Porthos, un poco confuso dirimpetto ad Athos ed Aramis; se voi rimanete, io che sono venuto con voi, con voi soltanto me ne andrò; non vi lascerò solo in questo esecrabile paese.
«Grazie, ottimo amico mio. Allora ho da proporvi una piccola impresa, che porremo insieme in esecuzione quando sia partito il signor conte, e della quale mi è nata l’idea mentre osservavo lo spettacolo che voi sapete.
«E quale? disse Porthos.
«Di sapere qual sia l’uomo immascherato che si offerse sì gentilmente per troncare il collo al re.
«Un uomo immascherato! esclamò Athos, dunque non lasciaste fuggire il carnefice?
«Il carnefice? replicò d’Artagnan, è sempre in cantina, e mi suppongo che abbia detto due paroline alle bottiglie del nostro locandiere: ma adesso mi ci fate pensare....»
E andò verso l’uscio.
«Mousqueton! chiamò.
«Signore? fu la risposta, che sembrava scaturisse dalle viscere della terra.
«Liberate il vostro prigioniero; tutto è finito, ordinò il tenente.
«Ma, soggiunse Athos, e chi è lo sciagurato che portò le mani addosso al suo re?
«Un boia dilettante, che però maneggiava la scure con facilità, giacchè, secondo sperava, gli è bastato un sol colpo, disse Aramis.
«Non lo vedeste in viso? chiese Athos.
«Aveva la maschera, fece d’Artagnan.
«Ma voi, Aramis, che gli stavate vicino?
«Vidi una barba un po’ grigia che veniva fuori dal volto posticcio, e non altro.
«Dunque è un uomo piuttosto attempato? seguitò Athos.
«Oh! disse d’Artagnan, ciò non significa niente; chi si mette la maschera può mettersi anche la barba posticcia.
«Mi rincresce di non averlo seguitato, aggiunse Porthos.
«Ebbene, caro Porthos, ripigliò il Guascone, ecco appunto l’idea che a me è nata».
Athos comprese tutto e si alzò dicendo:
«Perdonami, d’Artagnan; ho dubitato di Dio, potevo dubitare di te; perdonami, amico.
«Or ora si vedrà, disse sorridendo il tenente.
«Or dunque? domandò Aramis.
«Or dunque, riprese d’Artagnan, frattanto che guardavo, non già il re, come s’immagina il signor conte, poichè so che cos’è un uomo che sta per morire, e quantunque dovessi essere assuefatto a questa specie di faccende, esse mi fanno sempre male, ma bensì il boia immascherato, mi venne l’idea, conforme vi ho detto, di sapere chi egli fosse. Ed essendo che noi abbiamo per uso di completarci gli uni mediante gli altri e chiamarci in ajuto nella guisa che si chiama la seconda mano in soccorso alla prima, così mi guardai macchinalmente attorno per vedere se per là v’era Porthos; giacchè, Aramis, io vi aveva ravvisato presso al re, e di voi, conte, mi era noto che dovevate essere sotto al palco.... lo che fa sì ch’io vi perdoni (e d’Artagnan porgeva ad Athos la destra), chè dovete aver sofferto di molto!.... Ecco dunque che alla mia diritta vidi una testa ch’era stata spaccata ed alla meglio raggiustatasi con del drappo di seta nera. — Cospetto! dissi fra me, codesta mi pare una cucitura fatta da me; sì, mi sembra di aver ricucito quel cranio in qualche luogo. — Difatto era il disgraziato Scozzese, il fratello di Parry, vi ricordate? quello sul quale master Groslow si divertì a provare le sue forze, e che quando noi lo incontrammo non aveva altro che mezza testa.
«Precisamente, fece Porthos, l’uomo delle galline nere.
«Per l’appunto; faceva dei cenni ad un altro che si trovava a mano manca da me; mi voltai, e riconobbi l’onesto Grimaud, tutto occupato al pari di me a divorarsi cogli occhi il travestito carnefice. — Oh! — gli dissi. E siccome questa sillaba è l’abbreviazione di che si vale il signor conte nei giorni che gli parla, Grimaud capì che si chiamava lui e si voltò quasi mosso da una molla. Ei mi riconobbe pure, ed allora allungando il dito verso l’immascherato, pronunziò: — Eh? — lo che voleva esprimere: — Avete visto? — Per Diana! io risposi. — Ci eravamo intesi a meraviglia. Mi volsi dalla parte del nostro Scozzese; anche quello aveva occhiate parlanti. Alle corte, tutto terminò, già sapete il come, in modo molto lugubre. A poco a poco si allontanò il popolo; annottava; io m’era ritirato in un canto della piazza con Grimaud e lo Scozzese, a cui avevo accennato di rimanere con noi, e di là osservavo il boia che rientrato nella regia camera cambiava d’abito, avendo il suo senza dubbio insanguinato; dopo di che esso si mise in testa un cappello nero e addosso un ferrajuolo, e disparve. Indovinai che presto uscirebbe, e corsi dirimpetto alla porta, e realmente in capo a cinque minuti lo vedemmo scendere la scala.
«Lo seguitaste? esclamò Athos.
«Capperi! e come! disse d’Artagnan, ma non senza fatica, no! ad ogni momento si voltava, e allora noi eravamo costretti a nasconderci o assumere una cert’aria d’indifferenza. Gli sarei andato incontro e lo avrei ucciso; ma io non sono egoista, ed era questo un piacere che serbavo ad Aramis ed a voi, Athos, per consolarvi un poco. Finalmente, dopo mezz’ora di cammino per le strade più tortuose della Città-Vecchia, egli giunse ad una casetta isolata, dove nè rumore nè lume di sorta alcuna davano indizio che vi fosse un uomo. Grimaud si levò dalle ampie brache una pistola. — Eh? — fece mostrandomela. — No, — io gli dissi. E gli trattenni il braccio.... Ve l’ho detto, avevo la mia idea. L’uomo travestito si fermò davanti una porticella, e cavò fuori una chiave, ma innanzi di metterla nella serratura si girò a vedere se qualcuno lo seguiva. Io stava rannicchiato dietro un albero; Grimaud dietro a un muricciuolo. Lo Scozzese, che non aveva con che rimpiattarsi, si buttò in terra bocconi. E bisogna che quello che noi inseguivamo si credesse solo, poichè intesi stridere la chiave, la porta fu aperta ed esso sparì.
«Disgraziato! disse Aramis, intanto che voi siete tornato ci sarà fuggito, e non lo ritroveremo.
«Eh via! disse d’Artagnan; ma per chi mi pigliate?
«Bensì, obiettò Athos, in assenza vostra....
«E in assenza mia, non avevo a rimpiazzarmi Grimaud e lo Scozzese? Prima ch’egli avesse tempo di far dieci passi per dentro, io avevo fatto il giro del casamento. Ad una delle porte, cioè quella donde egli era entrato, misi il nostro Scozzese, ammiccandogli che se usciva l’individuo dalla maschera nera era d’uopo tenergli dietro dove andrebbe, mentre Grimaud andrebbe appresso a lui e verrebbe ad attenderci dove eravamo; piantai Grimaud alla seconda uscita con uguale raccomandazione; ed eccomi qui! La bestia è attorniata, e adesso chi vuole vada a vedere».
Athos si precipitò nelle braccia di d’Artagnan, il quale si asciugava la fronte.
«Amico, ei disse, davvero, siete stato buono a perdonarmi; ho torto, ho mille torti; dovrei pure conoscervi, ma nel nostro interno v’è qualche cosa di tristo che dubita sempre.
«Uhm! fece Porthos, e il boia non sarebbe forse per caso il signor Cromvello, che per esser certo che la faccenda fosse fatta, avesse voluto farla da sè stesso?
«Eh sì! Cromvello è grosso e corto, e colui alto e sottile, piuttosto grande che piccolo.
«Qualche soldato condannato, a cui si sia offerta a quel patto la grazia, disse Athos, come si praticò pel misero Chalais.
«No no, continuò d’Artagnan, non ha il camminare misurato di uno d’infanteria; nemmeno il passo largo di uno di cavalleria; v’è una gamba sottile, un’andatura elegante: o ch’io la sbaglio, o abbiamo che fare con un gentiluomo.
«Un gentiluomo! gridò Athos, non è possibile; sarebbe un disonore per tutta la signoria.
«Bella caccia! disse Porthos con una tal risata che fe’ tremare i vetri, bella caccia, per Bacco!
«Siete sempre di partenza, Athos? domandò il Guascone.
«No, resto qui, rispose Athos con un gesto di minaccia che nulla di buono prometteva a quello a cui era diretto.
«Dunque le spade! le spade! fece Aramis, e non si perda un momento».
I quattro amici indossarono prontamente le loro vesti da gentiluomini, si cinsero le spade, fecero salire Mousqueton e Blaisois, a’ quali ordinarono di aggiustare il conto col locandiere e tener tutto allestito pella partenza, essendovi probabilità di abbandonar Londra in quella notte medesima.
Era tempo vieppiù bujo, seguitava a cader la neve e somigliava ad un ampio lenzuolo disteso sulla città regicida; erano circa le sette ore di sera; si vedevano appena pochi viandanti per le strade, ciascuno ragionava sommessamente in famiglia dei terribili eventi della giornata trascorsa.
I quattro compagni inferrajuolati traversarono tutte le piazze e le vie della Città-Vecchia, sì frequentate nel giorno, allora tanto deserte. D’Artagnan li guidava, procurando tratto tratto di riconoscere delle croci che col suo pugnale aveva fatte sui muri, ma era notte sì oscura che si stentava a distinguere tali vestigia indicatrici. Egli però si era fitto così bene in mente ogni muricciuolo, ogni fontana, ogni insegna, che dopo aver camminato una mezz’ora giunse coi suoi tre compagni alle viste dell’abitazione isolata.
Per un momento d’Artagnan credè che il fratello di Parry fosse sparito, ma s’ingannava: il robusto Scozzese, avvezzo ai ghiacci delle sue montagne, si era disteso in terra, e simile ad una statua buttata giù dalla sua base si era lasciato cuoprir tutto di neve, ma all’avvicinarsi dei quattro uomini egli si alzò.
«Animo, disse Athos, anche questo è un buon servitore. Vero Dio! le brave genti non sono rare come si crede, e questa è cosa che dà coraggio.
«Non ci affrettiamo di troppo ad intesser corone pel nostro Scozzese; rispose d’Artagnan, secondo me, il briccone è qui per suo proprio conto. Io ho inteso dire che quei signori che son nati dall’altra parte della Tweed sogliono serbar molto rancore.... giudizio con messer Groslow! potrebbe passare un tristo quarto d’ora se lo incontrasse».
E distaccatosi dagli amici, si appressò allo Scozzese e si fece riconoscere; indi accennò agli altri che venissero.
«Ebbene? domandò Athos in inglese.
«Non è uscito alcuno, rispose il fratello di Parry.
«Bene; Porthos, restate con quest’uomo, e voi pure, Aramis. D’Artagnan mi condurrà presso a Grimaud».
Grimaud, non meno immobile che lo Scozzese, stava come appiccicato a un salice rotto, con una buca del quale si era fatto una specie di casotto. Per un poco, conforme aveva temuto dell’altra sentinella, d’Artagnan credè che l’immascherato fosse uscito e che Grimaud lo avesse seguitato.
Ad un tratto comparve una testa e fece udire un piccolo fischio.
«Oh! disse Athos.
«Sì», disse Grimaud.
Si accostarono al salice.
«Orsù, domandò d’Artagnan, è partito qualcuno?
«No, ma qualcuno è entrato, fece Grimaud.
«Uomo o donna?
«Uomo.
«Ah ah! allora sono due.
«Vorrei che fossero quattro, replicò Athos, almeno la partita sarebbe uguale.
«Saranno forse quattro, ribattè d’Artagnan.
«Come mai?
«E forse non potevano esser degli altri nella casa ad attenderli?
«Si può vedere, suggerì Grimaud additando una finestra dalle imposte della quale trapelava qualche raggio di lume.
«Così è, approvò d’Artagnan, chiamiamo gli altri».
E girarono attorno all’abitazione per far segno di tornare indietro a Porthos ed Aramis.
I quali accorsero con tutta premura.
«Avete veduto qualche cosa?
«No, ma ora sapremo», disse d’Artagnan.
E mostrava Grimaud, che aggrappandosi alle punte del muro, era già in alto di cinque o sei piedi più su del suolo.
Tutti quattro si avvicinarono. Grimaud continuava a salire con l’agilità di un gatto; finalmente gli riuscì di afferrare uno di quei ganci che servono a tener ferme le imposte quando sono aperte; nello stesso tempo incontrò col piede uno scavo che gli sembrò gli presentasse un sufficiente punto d’appoggio, poichè accennò di essere arrivato alla meta. E allora mise l’occhio alla fessura dello sportello.
«Ebbene?» domandò d’Artagnan.
Grimaud mostrò la mano chiusa con due sole dita ritte.
«Parla, disse Athos, non si veggono i tuoi segni. Quanti sono?»
Grimaud fece uno sforzo inaudito, poichè rispose:
«Due: uno è dirimpetto a me, l’altro mi volge le spalle.
«Ottimamente. E qual è quello di faccia a te?
«L’uomo che ho visto passare.
«Lo conosci?
«Ho creduto di riconoscerlo, e non isbagliavo: grosso e corto.
«Chi è? richiesero insieme e a voce bassa i quattro amici.
«Il generale Oliviero Cromvello».
Eglino si guardarono.
«E l’altro? seguitò ad interrogare Athos.
«Alto e magro.
«È il boja, dissero uniti d’Artagnan ed Aramis.
«Non gli vedo se non la schiena, aggiunse Grimaud, ma aspettate, si muove, si gira: si è levata la maschera, potrò distinguere.... Ah!»
Grimaud, quasi avesse avuta una botta al cuore, lasciò andare il gancio di ferro e si gittò all’indietro urlando. Porthos lo trattenne fra le sue braccia.
«Lo hai visto? dissero i quattro camerati.
«Sì, rispose Grimaud, irti i capelli e col sudore sulla fronte.
«Il grande e magro? fece d’Artagnan.
«Sì.
«Insomma, il boja? chiese Aramis.
«Sì.
«E chi è? disse Porthos.
«Lui! lui! balbettò Grimaud, giallo come un morto, e con la sua mano tremante premendo quella del padrone.
«Chi, lui?
«Mordaunt!»
D’Artagnan, Porthos ed Aramis diedero una esclamazione di giubilo. Athos mosse un passo indietro, si mise la mano sulla fronte, e disse:
«Fatalità, fatalità!»
LXXIII
La casa di Cromvello.
Difatti era Mordaunt quello che d’Artagnan aveva seguitato senza riconoscerlo.
Entrato nella casa si era tolta la maschera e staccata la barba grigia postasi onde meglio cambiarsi, aveva salito la scala, aperto un usciale, ed in una camera rischiarata da una lampada e parata di colore molto oscuro, erasi trovato in faccia ad un uomo che scriveva seduto davanti al tavolino.
Era questi Cromvello.
Cromvello aveva in Londra, come è noto, due o tre di quei ricoveri, che non si sapevano tampoco da’ suoi amici, e di cui affidava il segreto soltanto ai più intimi: e fra questi, noi ce ne rammentiamo, poteva essere annoverato Mordaunt.
Quando esso entrò, Cromvello alzò il capo.
«Siete voi, Mordaunt? gli disse, siete venuto assai tardi.
«Generale, rispose il giovane, ho voluto veder la cerimonia sino alla fine, e mi ha preso tempo.
«Ah! fece Cromvello, non vi credevo per solito tanto curioso.
«Sono sempre curioso di contemplare la caduta di un nemico di Vostro Onore, e quello non era fra i minimi. Ma voi, generale, non eravate a White-Hall?
«No» disse Cromvello.
E vi fu un momento di silenzio.
«Avete avuti dei dettagli? domandò Mordaunt.
«Nessuno. Sono qui da stamane: sapevo unicamente che v’era un complotto per salvare il re.
«Ah! lo sapevate?
«Poco importa: quattro uomini travestiti da operaj dovevano trarre di prigione il re e condurlo a Greenwich, dove lo attendeva una barca.
«E istrutto di tutto questo, Vostro Onore se ne stava qui, distante dalla Città-Vecchia, quieto ed inoperoso?
«Quieto sì, disse Cromvello, ma chi vi dice inoperoso?
«Per altro, se riusciva la trama?
«Lo avrei bramato.
«Io pensava che Vostro Onore considerasse la morte di Carlo I come una disgrazia necessaria al bene dell’Inghilterra.
«E tale è sempre la mia opinione; ma purchè morisse, non era d’uopo d’altro; e forse sarebbe stato meglio che ciò non avvenisse sul patibolo.
«Perchè mai?»
Cromvello sorrise.
«Perdonatemi, generale, vi è però noto che io sono apprendista politico, e desidero in ogni circostanza approfittarmi delle lezioni che si compiace darmi il mio maestro.
«Perchè si sarebbe detto ch’io lo avevo fatto condannare per giustizia e lasciato fuggire per misericordia.
«Ma se fuggiva realmente?
«Impossibile.
«Impossibile?
«Erano prese le mie precauzioni.
«E Vostro Onore conosce i quattro che avevano intrapreso di salvare il re?
«Sono Francesi: due mandati da Enrichetta a suo marito, e due da Mazzarino a me.
«E credete, signore, che Mazzarino li abbia incaricati di far ciò che hanno fatto?
«Può darsi, ma ora li biasimerà.
«Lo pensate?
«Ne son certo.
«Perchè?
«Perchè non hanno avuto buon esito.
«Vostro Onore mi aveva donati due di quei Francesi quando non erano colpevoli se non di essersi armati a favore di Carlo I; adesso che sono rei di complotto contro l’Inghilterra, vuol darmeli tutti quattro?
«Prendeteli» disse Cromvello.
Mordaunt s’inchinò con un sorriso di ferocia trionfante.
«Ma, soggiunse Oliviero, scorgendo che quegli si accingeva a ringraziarlo, torniamo di grazia a quell’infelice Carlo. Fra il popolo vi sono state delle grida?
«Poche, se non se: evviva Cromvello!
«Voi, dove eravate?»
Mordaunt guardò un momento il generale, per discernere da’ suoi occhi se gli faceva una domanda inutile e sapeva già tutto.
Ma lo sguardo acuto di Mordaunt non potè penetrare nelle oscure profondità di quello di Cromvello.
«Io era situato in maniera da vedere e udir tutto», rispose.
Allora toccò a Cromvello di fissar ben bene Mordaunt, ed a questo toccò di rendersi impenetrabile. Dopo pochi minuti secondi di esame girò in là il ciglio con indifferenza.
«Pare, soggiunse Oliviero, che il carnefice capitato d’improvviso abbia fatto benone l’obbligo suo; almeno, da quanto mi fu riferito, il colpo è stato vibrato con mano maestra».
Mordaunt si ricordò come Cromvello gli aveva detto non averne avuto verun dettaglio, e quindi fu convinto che il generale fosse stato presente all’esecuzione, benchè nascosto dietro ad una cortina o a qualche persiana.
«Realmente, replicò Mordaunt con voce quieta e faccia impassibile, è bastato un sol colpo.
«Sarà stato forse, osservò Cromvello, un uomo del mestiere.
«Credete così, signore?
«E perchè no?
«Non aveva però la cera di un boja.
«E chi altro che un boja, disse Cromvello, avrebbe voluto esercitare sì orribili funzioni?
«Eh! fece Mordaunt, chi sa? un nemico particolare del re Carlo che avesse fatto voto di vendetta e compiuto il suo voto; forse un gentiluomo che avesse motivi d’odiare il re decaduto, e sapendo ch’esso era per fuggire, e per sottrarglisi, si sia impiantato a lui dinanzi, mascherato il viso ed in pugno la scure, non più come ajuto del carnefice, ma qual mandatario della fatalità.
«Può essere, disse Cromvello.
«E se così fosse, Vostro Onore biasimerebbe la sua azione?
«A me non si spetta a giudicarlo: è un affare tra Dio e quel tale.
«Ma se Vostro Onore conoscesse il gentiluomo?
«Non lo conosco, signor mio, ribattè Cromvello, nè voglio conoscerlo. Che importa a me che sia uno o l’altro? Dacchè Carlo era condannato, non è un uomo che gli ha troncata la testa, è la mannaja.
«Eppure, aggiunse Mordaunt, senza colui, il re era salvo».
Cromvello sorrise.
«Ma di certo! voi stesso lo diceste, lo portavano via.
«Lo portavano sino a Greenwich. Là s’imbarcava sopra una filuca co’ suoi quattro liberatori. Sulla filuca però erano quattro uomini miei, e quattro botti di polvere della nazione. In mare i miei uomini scendevano nella lancia.... e voi, Mordaunt, siete già troppo abile politico perchè io vi spieghi il resto.
«Sì, in mare saltavano tutti per aria.
«Precisamente. L’esplosione operava ciò che non aveva voluto operare la mannaja. Il re Carlo spariva annientato. Si diceva che sottratto all’umana giustizia, la celeste vendetta lo aveva inseguito e raggiunto: noi eravamo soltanto suoi giudici, Dio solo aveva voluta la sua morte. Ecco quanto mi ha fatto perdere il vostro immascherato. Vedete dunque che avevo ragione quando bramavo non conoscerlo; mentre, davvero, ad onta delle sue eccellenti intenzioni, non potrei essergli grato di ciò che ei fece.
«Signore, replicò Mordaunt, al solito io m’inchino e mi umilio a voi dinanzi; voi siete un pensatore profondo, e (continuò) era sublime la vostra idea della barca incendiata.
«Assurda, replicò Cromvello, assurda, poichè è diventata inutile. In politica non v’è altra idea sublime fuor di quella che porta al risultato; quelle che non l’ottengono sono stolide ed aride. Questa sera dunque andrete a Greenwich (seguitava Oliviero alzandosi) domanderete del padrone del Lampo, gli mostrerete un fazzoletto bianco con un nodo a ciascuna delle quattro cocche: tale è il segno convenuto; direte alla gente di riprender terra, e farete riportare la polvere all’arsenale, ammenochè....
«Ammenochè.... ripetè il giovane a cui brillava il volto di allegrezza selvaggia mentre parlava il generale.
«Ammenochè la filuca nello stato in cui è, non possa servire ai vostri particolari progetti.
«Ah, milord, milord! Iddio facendovi suo eletto, vi diede anco il suo sguardo a cui nulla può sfuggir mai!
«Mi pare che mi chiamiate milord! fece ridendo Cromvello. Va bene perchè siamo qui fra noi, ma converrebbe badare che non vi scappasse una parola simile davanti agli imbecilli nostri puritani.
«E non sarà Vostro Onore chiamato così fra poco?
«Almeno lo spero, ma non è ancora tempo».
Cromvello si levò e prese il ferrajuolo.
«Partite, mio signore? domandò Mordaunt.
«Sì; ho dormito qui jeri l’altro e jeri, e sapete che non è mio costume dormire tre volte nello stesso letto.
«Dunque, Vostro Onore, mi concede piena libertà per tutta la nottata?
«Ed anche per la giornata di domani, se occorre. Da jeri sera (aggiungeva Cromvello sogghignando) faceste abbastanza pel mio servizio, e se avete qualche affare vostro proprio da regolare è giusto che io vi dia il tempo a ciò opportuno.
«Grazie, signore, e mi lusingo che sarà bene impiegato».
Cromvello fece a Mordaunt un cenno col capo; indi volgendosi gli domandò:
«Siete armato?
«Ho la mia spada.
«E nessuno che vi attenda alla porta?
«Nessuno.
«Allora dovreste venir meco, signor Mordaunt.
«Grazie, signore: il giro che vi convien fare passando dal sotterraneo mi toglierebbe tempo, e da quanto mi avete detto ne ho perduto digià troppo. Uscirò dall’altra porta.
«Andate» disse Cromvello.
E posando la mano sopra un bottoncino celato, fece aprire un usciale sì ben nascosto dal parato ch’era impossibile all’occhio più pratico il riconoscerlo.
E questo mosso da una molla di acciajo, si chiuse dietro di lui.
Era uno di quegli sbocchi segreti che l’istoria ci riferisce esistessero in tutte le case misteriose dove abitava Cromvello.
Passava sotto una strada che andava a dare in fondo ad una grotta, nel giardino di un’altra casa situata distante cento passi da quella onde si era partito il futuro protettore.
Da ciò si spiega come Grimaud non aveva potuto vedere escire alcuno, e come nulladimeno fosse escito Cromvello.
Durante codesta ultima parte della scena, dall’apertura che lasciava un lembo della cortina mal tirata Grimaud aveva distinti i due uomini, e successivamente ravvisati Cromvello e Mordaunt.
Noi già sappiamo l’effetto che produsse questa nuova sui quattro amici.
Fu il primo d’Artagnan a riacquistare per intiero le sue facoltà intellettuali.
«Mordaunt! esclamò, ah, Iddio ce lo manda!
«Sì, disse Porthos, si sfondi la porta, ed avventiamoci addosso a lui.
«Anzi, non isfondiamo, non facciamo chiasso. Il rumore richiama gente, giacchè se egli è, conforme asserisce Grimaud, col suo degno padrone, deve essere nascosto a qualche cinquantina di passi qua lontano un corpo di guardia di coste di ferro. Olà Grimaud! venite qui, e procurate star ritto sulle gambe».
Grimaud si avvicinò. Col sentimento gli era tornato il furore, ma stava saldo.
«Bene, fece d’Artagnan, adesso salite di nuovo a quel balcone, e diteci se il Mordaunt è tuttora in compagnia, se si dispone ad andarsene o a coricarsi; s’è in compagnia, attenderemo che sia solo; se va fuori, lo prenderemo all’uscire; se si trattiene, romperemo la finestra. È sempre meno difficile e rumoroso che una porta».
Grimaud cominciò ad arrampicarsi cheto cheto.
«Athos ed Aramis, custodite l’altro sbocco; Porthos ed io restiamo qua».
I due camerati obbedirono.
«Ebbene? domandò d’Artagnan.
«È solo, rispose Grimaud.
«Ne sei certo?
«Sì.
«Non abbiam visto partirsi l’altro.
«Sarà andato dal secondo usciale.
«Che fa egli?
«Si avvolge nel ferrajuolo e si mette i guanti.
«A noi!» disse d’Artagnan.
Porthos mise mano al pugnale, e macchinalmente lo trasse dal fodero.
«Riponi, amico Porthos, avvertì il tenente; non si deve tirar subito. Lo abbiamo in nostro potere, si proceda con ordine. Abbiamo da richiederci qualche scambievole spiegazione, e questa è una copia della scena di Armentières: se non che speriamo che costui non abbia progenie, e schiacciato lui sia tutto schiacciato.
«Zitto! fece Grimaud, ecco che si apparecchia ad andarsene. Si accosta al lume. Lo smorza. Non veggo più niente.
«Dunque in terra, in terra!»
Grimaud saltò all’indietro e cadde in piedi. La neve attutiva il rumore; nulla si intese.
«Va a prevenire Athos ed Aramis; si pongano uno per ogni lato della porta, come faremo Porthos ed io; battano le mani se lo acchiappano, e noi eseguiremo altrettanto se egli è nostro».
Grimaud disparve.
«Porthos! raccomandava il Guascone, tirate meglio indietro le larghe spalle; è necessario ch’esca senza scorgere cosa alcuna.
«Purchè venga di qua!
«Silenzio!»
Porthos si pigiò al muro quasi volesse entrarvi dentro; lo stesso fece d’Artagnan.
Allora si udì camminare Mordaunt per la scala. Scorse stridendo uno sportello non visto nell’intelajatura. Mordaunt guardò, e mercè le precauzioni prese dai due amici nulla distinse. Introdusse la chiave nella serratura, aprì, e si mostrò su la soglia.
E nel punto medesimo si trovò faccia a faccia con d’Artagnan.
Voleva respingere la porta, ma Porthos slanciandosi ad afferrare il bottoncino la spalancò affatto.
Porthos battè tre volte le mani, ed accorsero Athos ed Aramis.
Mordaunt diventò paonazzo, ma non diede un grido, non chiamò ajuto.
D’Artagnan andò direttamente addosso a Mordaunt, e spingendolo per così dire col petto gli fece risalire a passi indietro tutta la scala, rischiarata da una lampada che permetteva al Guascone di non perdere di vista le mani di Mordaunt. Ma questi comprese che anche ucciso d’Artagnan, gli resterebbe da disfarsi degli altri tre nemici: sicchè non fece un movimento di difesa, non un gesto di minaccia. Mordaunt, arrivato all’uscio, si sentì su questo incalzato, e di certo credè che là fosse per finir tutto: s’ingannava però, chè il tenente stese la mano ed aprì, ed esso e Mordaunt si trovarono nella stanza ove dieci minuti prima il giovane se ne stava a discorrere con Cromvello.
Dopo di lui entrò Porthos; aveva disteso il braccio e staccata la lampada dal palco, e con questa ne accese un’altra.
Comparvero Athos ed Aramis, e chiusero a chiave.
«Favorite accomodarvi», disse d’Artagnan a Mordaunt porgendogli una sedia.
Quegli prese la seggiola e si mise pallido e tranquillo. A tre passi di distanza Aramis ne recò altre tre, per sè, per d’Artagnan e per Porthos.
Athos andò ad assidersi in un canto, nel luogo più appartato della camera, sembrando deciso di rimanere immobile spettatore di quanto accadrebbe.
Porthos si situò a mano sinistra, ed Aramis alla destra del Guascone.
Athos pareva abbattuto. Porthos si stropicciava le palme delle mani con impazienza febbrile.
Aramis, sogghignando, si mordeva le labbra sino a spremerne il sangue.
D’Artagnan era il solo che si moderasse, almeno in apparenza.
«Signor Mordaunt, esso disse, giacchè dopo tante giornate perdute a correrci appresso uno coll’altro, alla fine il caso ci riunisce, discorriamola un poco, se non vi dispiace».
LXXIV
Conversazione.
Mordaunt era stato sorpreso tanto all’improvviso, ed aveva salito i gradini agitato da un sentimento tuttavia sì confuso, che le sue riflessioni non avevano potuto esser chiare; in realtà, quel primo sentimento era stato tutto di emozione, di stupore e d’insormontabile terrore, quale lo prova qualunque individuo a cui un nemico acerrimo e superiore di forza stringe il braccio nel momento preciso ch’ei lo crede in altro luogo ed occupato ad altre cure.
Però una volta che si fu seduto e si accorse che gli si accordava una dilazione, un respiro, con qualsivoglia intenzione ciò pur fosse, concentrò tutte le proprie idee ed a sè richiamò tutte le sue forze. Il fuoco dello sguardo di d’Artagnan, anzi che impaurirlo, quasi diremmo lo elettrizzò: conciossiachè quello sguardo, comunque su di lui si fissasse bollente di minaccia, era schietto nel suo odio e nel suo sdegno. Mordaunt, pronto a cogliere ogni occasione che se gli offerisse di trarsi dall’impaccio o col vigore o con l’astuzia, si raggruppò sopra sè stesso come fa l’orso incalzato nella tana che con occhio apparentemente immobile bensì osserva tutti i gesti del cacciatore da cui fu inseguito.
Frattanto quell’occhio, con moto rapidissimo, si portò su la spada lunga e solida che gli batteva sull’anca; egli, senza affettazione posò la mano sinistra sull’elsa, la ricondusse a portata della man diritta, e si assise secondo ne era pregato dal tenente dei moschettieri francesi.
Questi di sicuro attendeva qualche parola aggressiva onde intavolare una di quelle conversazioni dileggiatrici o terribili come ben sapeva sostenerne.
Aramis borbottava:
«Sentiremo ciarle volgari».
Porthos si mordeva i baffi mormorando:
«Cospetto! quante cerimonie per ischiacciare questo serpentello!»
Athos si appiattava nell’angolo della stanza, immobile e pallido quanto un bassorilievo di marmo, e non ostante con la fronte molle di sudore.
Mordaunt nulla diceva; e soltanto quando si stimò certo di aver sempre a sua disposizione la spada, incrociò imperturbabile le gambe ed aspettò.
Non poteva un tal silenzio prolungarsi di più senza dare nel ridicolo. D’Artagnan lo comprese, ed avendo egli invitato l’altro ad accomodarsi per discorrere, pensò che a lui toccava di dar principio al dialogo.
«Mi pare, signor mio, disse con la sua micidiale civiltà, che voi mutiate abito quasi con la medesima prontezza ch’io lo vidi fare agli istrioni italiani che il signor Mazzarino fece venir da Bergamo, e che senza dubbio vi condusse a vedere in occasione del vostro viaggio in Francia».
Mordaunt non rispose.
«Poc’anzi, continuò il Guascone, eravate travestito, anzi volevo dire vestito, da assassino, e adesso....
«E adesso, al contrario, sembro vestito come un uomo vicino ad essere assassinato, non è così? fece Mordaunt con la calma sua solita.
«Oh! soggiunse d’Artagnan, come potete dire cose simili quando siete in compagnia di gentiluomini, e avete al fianco una sì buona spada?
«Non v’è spada assai buona da valere contro quattro spade e quattro pugnali, senza contare le spade e i pugnali de’ vostri accoliti che vi attendono alla porta.
«Scusate, signore, voi fate sbaglio: quelli che ci attendono da basso non sono nostri accoliti, ma nostri lacchè. A me preme di ristabilire le cose nella loro più scrupolosa verità».
Mordaunt fece un sorriso ironico che gl’increspò le labbra.
«Ma non si tratta di questo, riprese d’Artagnan, ed io ritorno alla mia richiesta. Avevo avuto l’onore di domandarvi perchè avete cambiato d’esteriore. La maschera, per quanto mi sembra, vi stava assai comoda; la barba grigia vi andava a meraviglia; e in quanto alla scure con la quale deste un colpo sì illustre, io credo ch’ella non vi starebbe male nemmeno in guesto momento. Dunque perchè l’avete abbandonata?
«Perchè, ricordandomi la scena d’Armentières, ho pensato che troverei quattro scuri contro una, dacchè ero per trovarmi fra quattro carnefici.
«Signore, replicò d’Artagnan con tutta calma, sebbene un piccolo movimento delle ciglia dinotasse esser prossimo a riscaldarsi; quantunque profondamente vizioso e corrotto, voi siete eccessivamente giovane, per lo che io non mi fermerò ai vostri frivoli discorsi.... Sì, frivoli, mentre ciò che ora dite in proposito d’Armentières non ha il minimo rapporto con l’attuale circostanza. Infatti, noi non potevamo offerire una spada alla vostra signora madre e pregarla di battersi di scherma con noi; ma a voi, signorino, ad un cavaliere che maneggia il pugnale e la pistola come vi abbiamo visto fare, e che porta al fianco una spada di questa lunghezza, chiunque ha diritto di chiedere il favore di battersi seco.
«Ah, ah! disse Mordaunt, volete dunque un duello?»
E si alzò, con l’occhio infuocato quasi fosse disposto a rispondere nell’istante alla provocazione.
Si rizzò pure Porthos, pronto, secondo il consueto, a tali sorte di avventure.
«Scusate, scusate, disse d’Artagnan con lo stesso sangue freddo, non ci diamo tanta fretta, giacchè ognuno di noi deve desiderare che le cose succedano in tutta regola. Sicchè, caro Porthos, sedete, e voi, signor Mordaunt, favorite star fermo. Stimeremo alla meglio questa faccenda, ed io sarò con voi schiettissimo. Confessate, signor Mordaunt, che avete la gran voglia di ammazzarci, o gli uni o gli altri?
«E gli uni e gli altri», replicò Mordaunt.
D’Artagnan si volse così ad Aramis:
«Caro Aramis, convenitene meco, è una grande fortuna che messer Mordaunt conosca tanto bene le sottigliezze della lingua francese: almeno fra di noi non vi saranno male intesi, ed ora regoleremo il tutto egregiamente».
E indi disse all’altro:
«Caro signor Mordaunt, vi dirò che questi signori contraccambiano i vostri buoni sentimenti a lor riguardo, e anch’essi avrebbero a genio di ammazzarvi. Dirò di più: che probabilmente vi ammazzeranno.... ma da leali gentiluomini, e la miglior prova ch’io possa darne eccola qua».
E d’Artagnan gittò il cappello sul tappeto, rinculò la sua seggiola al muro, accennò agli amici che facessero altrettanto, e salutato Mordaunt con una grazia assolutamente francese, continuò:
«Signore, ai vostri comandi; poichè se non avete che ridire sull’onore ch’io reclamo, comincerò io con vostra licenza. La mia spada è più corta della vostra, è vero, ma basta! spero che il braccio supplisca al ferro.
«Alto là! gridò Porthos avanzandosi, son io che principio, e senza tanta rettorica.
«Permettete, Porthos», fece Aramis.
Athos non si mosse; pareva una statua: sembrava che gli si fosse fermato anco il respiro.
«Signori, signori, disse d’Artagnan, state buoni, toccherà poi a voi altri. Guardate gli occhi di questo signore e leggete in essi l’odio bellissimo che noi gl’inspiriamo; vedete con che abilità ha sguainato il brando; ammirate con quanta circospezione si cerca d’intorno se vi sia qualche ostacolo che gl’impedisca di distendersi. Or bene, tutto questo forse non vi prova che il signor Mordaunt è un’ottima lama, e che voi mi subentrerete fra poco se io lo lascio fare? Dunque statevene al vostro posto quieti come Athos, del quale vi raccomando la calma, e lasciate a me l’iniziativa che ho digià presa. E poi (continuò levando fuori il ferro con un gesto terribile) ho che fare in particolare con questo signore, e comincerò; lo bramo, lo voglio!»
Era la prima volta che d’Artagnan profferiva questa parola parlando ai suoi amici. Sino allora si era limitato a pensarla.
Porthos indietreggiò, Aramis si cacciò la spada sotto il braccio, Athos rimase fermo nel cantone, non quieto, conforme diceva d’Artagnan, ma ansante, smanioso.
«Cavaliere, disse d’Artagnan ad Aramis, rimettete l’arme nel fodero, questo signore potrebbe supporre delle intenzioni che voi non avete».
E volgendosi a Mordaunt:
«Signore, vi attendo.
«Ed io vi ammiro tutti quanti; discutete fra voi chi debba cominciare a battersi meco, e non consultate me, a cui mi sembra che ciò riguardi alcun poco. Vi odio tutti, è vero, ma in diversi gradi. Spero tutti uccidervi, ma ho più probabilità di uccidere il primo che il secondo, il secondo che il terzo, il terzo che l’ultimo. Reclamo quindi di scegliere io il mio avversario. Se mi negate questo diritto, ammazzatemi, non mi batterò».
I quattro colleghi si guardarono.
«È giusto» dissero Porthos ed Aramis, lusingandosi di essere i prescelti.
Athos e d’Artagnan non parlarono, ma lo stesso loro silenzio era un assenso.
«Or bene, fece Mordaunt fra il profondo e solenne silenzio che regnava nella misteriosa abitazione, io mi eleggo per primo avversario quello di voi, che non credendosi più degno di nominarsi conte di la Fère, si è fatto chiamare Athos».
Athos si rizzò dalla sedia come se lo avesse fatto balzare in piedi una molla; ma con somma sorpresa dei compagni, dopo un momento d’immobilità taciturna, disse scuotendo il capo:
«Signor Mordaunt, tra di noi è impossibile qualunque duello: fate a qualcun altro l’onore che a me destinavate».
E tornò a sedersi.
«Ah!! disse Mordaunt, eccone uno di già che ha paura!
«Corpo di una bomba! esclamò d’Artagnan scagliatosi verso di lui, e chi ha detto qui che Athos aveva paura?
«Lasciatelo dire, fece Athos con un sorriso pieno di mestizia e disprezzo.
«Siete deciso così, Athos? domandò il Guascone.
«Immutabilmente.
«Va bene, non se ne parli più.... Signor Mordaunt, avete inteso che il conte di la Fère non vuol farvi l’onore di battersi con voi. Scegliete fra noi uno che lo rimpiazzi.
«Subito che non mi batto con lui, poco m’importa con chi che sia. Ponete i vostri nomi in un cappello, e trarrò a sorte.
«Buona idea! approvò d’Artagnan.
«Realmente con questo mezzo si concilia tutto, confermò Aramis.
«Io non ci avrei pensato, disse Porthos, eppure era tanto semplice!
«Orsù, Aramis, continuò d’Artagnan, scriveteci un po’ codesto col bel carattere con cui scrivevate a Maria Michon per avvertirla che la madre del signorino voleva far assassinare milord Brougham».
Mordaunt sopportò questo nuovo attacco senza far motto: stava in piedi, colle braccia incrociate, e pareva tranquillo quanto può esserlo un uomo in tale circostanza. Se non era in lui coraggio, era per lo meno orgoglio, lo che assai gli somiglia.
Aramis si accostò al tavolino di Cromvello, tagliò tre pezzi di carta di grandezza eguale, segnò sul primo il suo proprio nome e sopra gli altri due quelli de’ suoi camerati, li presentò aperti a Mordaunt, il quale senza leggerli fe’ con la testa un cenno che esprimeva rapportarsi egli a lui pienamente, e ripiegatili li mise in un cappello che porse al giovanotto.
Questi cacciò dentro la mano, ne levò uno dei tre fogli, e senza leggerlo lo lasciò sprezzantemente ricadere sul tavolino.
«Ah! serpentello, mormorò d’Artagnan, darei tutte le mie speranze al grado di capitano dei moschettieri perchè il mio nome fosse su quel bigliettino».
Aramis sciolse il foglietto, ma per quanta calma o freddezza ostentasse, si scorgeva che gli tremava la voce d’odio e di desiderio.
«D’Artagnan!» disse forte.
Il tenente guascone diede un grido di giubilo.
«Ah! esclamò, dunque v’è in cielo giustizia!»
E direttosi a Mordaunt:
«Spero, signore, che non abbiate da affacciare obbiezioni?
«Nessuna» quegli rispose.
E cavata fuori la spada ne appoggiava la punta sullo stivale.
Tosto che d’Artagnan fu sicuro ch’era esaudita la sua brama e che l’uomo non gli sfuggirebbe, ritornò in tutta la sua quiete, la sua flemma, ed anche la lentezza che aveva costume di usare nei preparativi della grave faccenda che chiamasi duello. Si arricciò le basette, stropicciò la suola del piè destro in terra, e ciò non tolse che osservasse come per la seconda volta Mordaunt si mandava attorno lo sguardo singolare del quale altra fiata ei si era accorto.
«Siete pronto? domandò poi.
«Anzi, sono io che aspetto; replicò Mordaunt sollevando il capo e fissando su d’Artagnan un’occhiata che non sapremmo descrivere.
«Dunque badate a voi, fece il Guascone, perchè tiro bene di spada.
«E anch’io.
«Meglio! così ho più quieta la coscienza: in guardia!
«Un momento, disse Mordaunt: signori, datemi la vostra parola di non attaccarmi se non se uno dopo l’altro.
«Forse ci domandi codesto per aver il piacere d’insultarci, piccolo serpente? rimbrottò Porthos.
«No: per avere, come diceva testè questo signore, la coscienza quieta.
«Dev’essere per qualche altro fine, bucinò d’Artagnan tentennando la testa e osservandosi d’appresso con dubbiezza.
«Sulla fede di gentiluomo! risposero insieme Aramis e Porthos.
«Se così è, signori, soggiunse Mordaunt, ritiratevi in un canto come ha fatto il signor conte di la Fère, il quale se non vuol battersi mostra almeno esser cognito delle regole del combattimento, e dateci libero lo spazio: ne avremo bisogno.
«Sia pure, fece Aramis.
«Uh! quante ciancie! mugolò Porthos.
«Da parte, signori! da parte! seguitò d’Artagnan, non va lasciato al signorino il menomo pretesto di contenersi malamente, del che, salvo il rispetto che gli debbo, mi pare che abbia la gran voglia».
Questo nuovo dileggio andò ad estinguersi sulla faccia impassibile di Mordaunt.
Porthos ed Aramis si trassero nell’angolo opposto a quello dov’era Athos, talmentechè i due campioni si trovarono ad occupare il posto di mezzo della stanza, cioè erano situati in piena luce, stando sul tavolino di Cromvello le due lampade che rischiaravano la scena. Già s’intende che la luce diventava più fiacca a misura che uno si discostava dal centro ov’ella splendeva.
«Orsù, disse d’Artagnan, siete all’ordine alfine?
«Sono all’ordine» rispose Mordaunt.
Amendue fecero nello stesso tempo un passo innanzi, e mercè quest’unico e medesimo movimento s’incrociarono i ferri.
D’Artagnan era troppo abile schermidore per trastullarsi, conforme si dice in termini di sala, a tasteggiare l’avversario. Fece una bella e rapida finta; e questa fu parata da Mordaunt.
«Ah ah!» disse questo con un sorriso di soddisfazione.
E senza perder tempo, credendo di vedere un’apertura, allungò una botta diritta, celere, e fiammeggiante come il lampo.
Mordaunt parò una contro di quarta così stretta che non sarebbe uscito il ferro dall’anello di una fanciulla.
«Principio a credere che ci divertiremo, disse d’Artagnan.
«Sì, ripicchiò Aramis, ma divertendovi, incalzate a modo.
«Perdinci! amico, state avveduto!» aggiunse Porthos.
Allora Mordaunt si diede a sogghignare.
«Uh! signor mio, gli disse d’Artagnan, che brutto sorriso avete mai! gli è il diavolo che vi ha insegnato a sorridere così, non è vero?»
Mordaunt non rispose se non cercando di imbracciare il ferro di d’Artagnan con un vigore che questi non s’immaginava di trovare in quel corpo in apparenza sì debole; ma mediante una parata non meno ben eseguita che quella dell’emulo incontrò a tempo la lama di Mordaunt, che sdrucciolò lungo la sua senza toccargli il petto.
Il giovanotto retrocedè sollecito di un passo.
«Ah! vi stendete? disse il Guascone, ah! vi girate? a vostro genio sia pure, io ci guadagno anzi qualche cosa: che non vedo più il vostro volto maligno. Eccomi del tutto all’ombra: tanto meglio. Non potete figurarvi che tristo sguardo è il vostro, in ispecie quando avete paura. Guardate un poco i miei occhi, e vedrete una cosa che il vostro specchio non vi mostrerà mai, cioè uno sguardo franco e leale».
A cotesta abbondanza di parole, forse non gentili, ma abituali in d’Artagnan che aveva per massima di tener distratto l’avversario, Mordaunt non replicò nemmeno; ma sempre stendendosi e girando pervenne a cambiar posto col tenente.
E vieppiù sorrideva. E il suo sorriso cominciò a dar noja al Guascone.
«Eh via! va finita, disse questi; il birbante ha i garretti di ferro. Avanti le botte maestre!»
Ed incalzò Mordaunt, il quale continuò a distendersi, ma evidentemente per semplice tattica, senza fare un fallo di cui il tenente potesse approfittarsi, senza che la sua spada scartasse un momento dalla linea. Peraltro siccome il combattimento avea luogo in una stanza ed era scarso lo spazio, in breve il piede di Mordaunt toccò il muro, ed esso vi appoggiò la mano sinistra.
«Ah! fece d’Artagnan, mio bell’amico, questa volta non vi allargherete più! signori (seguitò stringendo le labbra e aggrottate le ciglia) avete mai visto uno scorpione appiccicato a una muraglia? No? benissimo, ora lo vedrete».
In un minuto secondo d’Artagnan diè tre colpi tremendi a Mordaunt. Lo toccarono tutti, ma leggerissimamente. Il Guascone non ci capiva più nulla. I tre amici guardavano ansiosi, con la fronte bagnata di sudore.
Finalmente d’Artagnan, stretto troppo da vicino, fece egli pure un passo indietro onde preparare un quarto colpo, o piuttosto per eseguirlo: imperciocchè per esso le armi siccome gli scacchi erano un vasto calcolo di cui tutti i dettagli andavano concatenati l’uno all’altro; ma nel punto che più accanito che mai, si scagliava sul nemico, nel punto che dopo una finta celere e forte si avventava ratto come un baleno, parve si aprisse il muro; Mordaunt sparì da un vacuo, e la spada del tenente inceppata fra due sporti si ruppe quasi fosse di vetro.
Egli rinculò alquanto. La parete tornò a chiudersi.
Mordaunt, mentre si difendeva, avea manovrato in tal guisa da venire a ridosso alla porta segreta dalla quale noi già vedemmo uscire Cromvello. Giunto colà, con la manca cercò e spinse il bottoncino. Poi disparve come in teatro spariscono i genj malefici che hanno il dono di passare a traverso ai muri.
Il Guascone mandò un’imprecazione furibonda, a cui dal lato opposto rispose una risata selvaggia, funebre, la quale fece passare i brividi sino nelle vene allo scettico Aramis.
«Qua con me, miei signori! gridò d’Artagnan, si sfondi la porta!
«È il demonio in persona! disse Aramis accorrendo.
«Ci scappa, sangue del diavolo! ci scappa! urlò Porthos posando le larghe spalle sul tramezzo, che trattenuto da qualche molla interna non si mosse.
«Meglio! mormorò truce Athos.
«Me lo figuravo, caspita! disse d’Artagnan tentando inutili sforzi, me lo figuravo quando lo sciagurato girava per la stanza attorno attorno; prevedevo qualche infame manovra, indovinavo che tramava qualchecosa; chi poteva immaginarsi mai questa?
«È una disgrazia terribile mandataci dal diavolo suo amico! esclamò Aramis.
«È una fortuna manifesta inviataci da Dio! ribattè Athos con la massima allegrezza.
«In verità, rispose d’Artagnan stringendosi nelle spalle, e abbandonando la porta che assolutamente non voleva aprirsi, andate un poco giù, Athos! come potete dire cose simili a genti quali noi siamo? Caspita! ma dunque non comprendete la situazione?
«Che cose? che situazione? domandò Porthos.
«A quel giuoco chi non uccide è ucciso. Sentiamo, mio caro, sta forse nei vostri treni espiatorii che Mordaunt ci sacrifichi alla sua pietà figliale? Se tale è la vostra opinione, ditelo francamente.
«Oh d’Artagnan! amico mio!
«È propriamente vergogna considerare le cose sotto questo aspetto. Il furfante ci manderà cento coste di ferro che ci pesteranno come tanto grano in questo mortajo di messer Cromvello. Animo, animo! si vada! se stiamo qui cinque minuti, per noi è finita!
«Sì, avete ragione, si vada! ripeterono Athos ed Aramis.
«E dove si andrà? domandò Porthos.
«All’albergo, a prendere le nostre robe e i nostri cavalli; e di là, se piace a Dio, in Francia, dove almeno io conosco l’architettura dei casamenti. Il battello ci aspetta; affeddiddio! è anche una gran sorte!»
E d’Artagnan, unendo l’esempio al precetto, rimise nel fodero il suo pezzo di spada, ripigliò il cappello, schiuse l’uscio di sulla scala, e scese velocemente seguito dai tre compagni.
Al portone i fuggiaschi ritrovarono i loro lacchè, e domandarono ad essi contezza di Mordaunt, ma eglino non avevano veduto a partirsi veruno.
LXXV
La filuca. Il Lampo.
D’Artagnan non si era ingannato: Mordaunt non aveva tempo da perdere, e non lo aveva perduto; conosceva la prontezza nel decidere e nell’agire de’ suoi nemici, e risolse di operare in conseguenza. Questa volta i moschettieri avevano trovato un avversario degno di loro.
Mordaunt, chiusasi bene la porta dietro, si cacciò nel sotterraneo, e riponendo nel fodero il brando inutile, e recandosi alla casa contigua, si ristette alquanto per tastarsi e riprender fiato.
«Buono, buono! disse, quasi nulla; qualche sgraffio e non altro.... due al braccio, uno al petto.... Le ferite che fo io sono migliori!... Lo domandino pure al boja di Bethune, a mio zio di Winter e al re Carlo!... Adesso non si perda un minuto secondo, chè anche questo può salvarli; bisogna che muojano tutti quattro insieme, d’un sol colpo, divorati dalla folgore degli uomini poichè nol sono da quella celeste; bisogna che spariscano, rotti, dispersi, annientati.... Si corra dunque sino a tanto che le gambe non mi possano più reggere, sino a tanto che in seno mi si gonfi il cuore; ma si giunga prima di loro».
E Mordaunt si mise a camminare sollecitamente verso la prima caserma di cavalleria distante circa un quarto di lega; e il quarto di lega fu da lui fatto in quattro o cinque minuti.
Arrivato alla caserma si diede a conoscere, prese il miglior cavallo della stalla, vi saltò sopra, e pigliò la strada maestra. Dopo un quarto d’ora era a Greenwich.
«Ecco il porto, borbottava, quel punto oscuro laggiù è l’isola dei Cani.... Bene! sono avanti a loro di una mezz’oretta.... forse di un’ora.... fui pure sciocco! ho avuto da asfissiarmi per la stolida mia precipitazione.... E adesso (aggiunse drizzandosi sulle staffe a guardare più lontano fra tutti i cordami, fra tutti gli alberi di navi) il Lampo? dov’è il Lampo?»
Nel momento che pronunziava mentalmente queste parole, come per rispondere al suo proprio pensiero, si alzò un uomo ch’era sdrajato sopra un rotolo di gomene, e mosse alcuni passi incontro a lui.
Mordaunt si levò di saccoccia il fazzoletto, e lo sventolò per aria.
L’uomo sembrò attentissimo, ma non si mosse più nè innanzi, nè indietro.
Mordaunt fece un nodo a ciascuna delle quattro cantonate della pezzuola; e allora quegli gli si avvicinò. Tale era, conforme noi ci ricordammo, il segnale convenuto. Il marinajo aveva addosso un largo cappotto di lana che gli nascondeva il personale e gli cuopriva la faccia.
«Il signore (disse colui) non viene forse di Londra per fare una passeggiatina in mare?
«Precisamente, rispose Mordaunt, e dalla parte dell’isola dei Cani.
«Appunto. E senza dubbio vossignoria ha una preferenza? avrebbe più caro un bastimento che un altro? vorrebbe un bastimento buon veliero, un bastimento veloce....
«Come il lampo, replicò Mordaunt.
«Ottimamente; dunque è il mio quello che cerca vossignoria; io sono il capitano che le abbisogna.
«Comincio a crederlo, soprattutto se non avete dimenticato un certo segno di riconoscimento.
«Eccolo, ribattè il marinaro togliendo dalla tasca del cappotto una pezzuola col nodo alle quattro cocche.
«Benissimo! esclamò Mordaunt; e balzò giù da cavallo. Ora non v’è da perder tempo: fate condurre il mio cavallo al primo albergo, e portatemi qua la vostra barca.
«Ma i vostri compagni? domandò il marinajo, credeva che foste in quattro, senza contare i lacchè.
«Sentite, gli disse Mordaunt accostandosi di più; io non son quello che aspettate, come voi non siete quello ch’essi sperano di trovare. Voi avete preso il posto del capitano Rogers, non è vero? siete qui per ordine del generale Cromvello, ed io vengo da parte sua.
«Diffatti vi riconosco: siete il capitano Mordaunt».
Il giovane si scosse.
«Oh! non temete di nulla, fece il padrone discuoprendosi la testa, sono un amico.
«Il capitano Groslow!
«Per l’appunto! Il generale si è rammentato che in addietro ero stato uffiziale di marina, e mi ha incaricato di questa spedizione. V’è forse qualche cambiamento?
«No, niente; anzi, tutto rimane nel medesimo stato.
«Per un poco avevo pensato che la morte del re....
«La morte del re non ha fatto altro che sollecitare la loro fuga; tra un quarto d’ora, forse fra dieci minuti, saranno qui.
«E dunque, che venite a fare?
«A imbarcarmi con voi.
«Ah ah! il generale dubita del mio zelo?
«No; ma voglio assistere da me alla mia vendetta. Non avete qualcuno che possa sbarazzarmi del mio cavallo?»
Groslow fischiò, e comparve un marinajo.
«Patrick, gli comandò Groslow, menate il cavallo alla stalla del più prossimo albergo. Se vi domandano di chi è, dite d’un signore irlandese».
Patrick se ne andò senza far veruna osservazione.
«Adesso, disse Mordaunt, non avete paura che vi ravvisino?
«Non v’è pericolo, con questo vestimento avvolto nel cappotto, in una nottata così buja. E poi, voi non mi avevate ravvisato, e tanto più deve succedere di loro.
«È vero; d’altra parte saranno ben lontani dal pensare a voi. Tutto è pronto, non è così!
«Sì.
«Il carico è imbarcato?
«Sì.
«Cinque botti piene?
«E cinquanta vuote.
«Giusto.
«Portiamo ad Anversa del vino di Porto Porto.
«A meraviglia. Conducetemi a bordo, e tornate qui al vostro posto, chè non tarderanno molto a capitare.
«Sono all’ordine.
«Interessa assai che nessuno de’ vostri uomini mi vegga entrare.
«Ne ho uno solo sul bastimento, e sono sicuro di lui quanto di me stesso. Inoltre e’ non vi conosce, ed al pari de’ suoi compagni è pronto ad obbedire ai nostri ordini, ma all’oscuro di tutto.
«Va bene; andiamo».
Scesero verso il Tamigi. Era legata una piccola lancia alla riva con una catena di ferro fissata ad un palo. Groslow tirò a sè la barca, l’assicurò mentre Mordaunt vi si calava, indi vi saltò dentro esso pure, e quasi subito dato di mano ai remi si mise a vogare in maniera da provare a Mordaunt la verità di ciò che aveva asserito, cioè di non essersi scordato il suo mestiere d’uomo di mare.
In cinque minuti furono districati da quella quantità di navigli, che già in quell’epoca ingombravano le vicinanze di Londra, e Mordaunt potè distinguere come un punto oscuro la piccola filuca che si muoveva sull’áncora non lontana dall’isola dei Cani.
Appressandosi al Lampo, Groslow fischiò in un dato modo, e si vide la testa di un uomo apparire di sopra al muro.
«Siete voi, capitano? colui domandò.
«Sì, butta giù la scala».
E Groslow passando leggiero e rapido sotto al bompresso venne a mettersi accosto a lui.
«Salite» disse poi a Mordaunt.
Mordaunt, senza rispondere, afferrò la fune e si arrampicò su pei fianchi del bastimento con abilità e fermezza non comune alle genti di terra; è che in esso il desío di vendetta faceva le veci dell’abitudine ed a tutto lo rendeva adattato.
Secondo avea preveduto Groslow, il marinajo di guardia sul Lampo non mostrò tampoco di accorgersi che il padrone tornasse accompagnato.
Mordaunt e Groslow si avanzarono verso la camera del capitano. Era uno stanzino provvisorio formato di tavole sul ponte. L’appartamento di gala era stato ceduto ai passeggieri.
«Ed essi, dove stanno? chiese Mordaunt.
«All’altra estremità della filuca, rispose Groslow.
«E non hanno da far niente per qui?
«Nulla assolutamente.
«A meraviglia! io me ne sto nascosto nel vostro camerino. Andate a Greenwich e conduceteli subito. Avete una lancia?
«Questa in cui siamo venuti noi.
«Mi è sembrata leggera e di buon taglio.
«Una vera piroga.
«Legatela a poppa con un canapo, metteteci i remi perchè ci segua direttamente e non vi sia altro che da troncare la corda. Provvedetela di rum e di biscotto. Se per caso fosse mare grosso, ai vostri uomini non increscerebbe di aver alla mano con che ristorarsi lo stomaco.
«Tanto sarà fatto. Volete visitare la Santa-Barbara?
«No, al vostro ritorno. Voglio porre la miccia da per me onde esser certo che non faccia molto fuoco. Specialmente celatevi bene il viso, chè non vi riconoscano.
«Non dubitate.
«Andate, suonano le dieci ore a Greenwich».
Realmente i tocchi di una campana ripetuti dieci volte traversarono lugubremente l’aria carica di grossi nuvoli che scorrevano in cielo come tante onde tacite e ognor succedentisi.
Groslow spinse l’usciale, che da Mordaunt fu chiuso per di dentro, e dato al marinajo di guardia l’ordine d’invigilare colla massima attenzione, discese nella barca, e questa si allontanò solcando i flutti con il doppio suo remo.
Era vento freddo, e la spiaggia deserta quando Groslow approdava a Greenwich. Erano partite varie barche. Nel momento ch’ei mise piede a terra udì come il galoppo di cavalli sulla strada cosparsa di ghiaja.
«Oh oh! disse, Mordaunt aveva ragione di farmi premura: non v’era tempo d’avanzo, eccoli».
Erano difatti i nostri amici, o piuttosto la loro vanguardia composta di d’Artagnan e di Athos. Giunti rimpetto al luogo ove stava Groslow si fermarono, quasi indovinassero esser là quello con cui avevano da trattare. Athos smontò, sciolse tranquillamente un fazzoletto del quale erano annodate le quattro punte, e lo fece sventolare per aria, intanto che d’Artagnan, sempre prudente, rimaneva mezzo chinato sul suo cavallo, con una mano nella sacca delle pistole.
Groslow, che nel dubbio che i cavalieri fossero o no quei che attendeva, si manteneva accosciato dietro ad uno di quei ferri conficcati nel terreno che servono ad arrotolare i cavi, si alzò visto il segnale stabilito, e si avviò incontro a loro. Aveva sì basso il cappuccio del pastrano che non era possibile di distinguergli il volto. E di più tale precauzione era superflua con la grande oscurità della nottata.
Eppure l’occhio penetrante di Athos, non ostante il bujo, si accorse non esser quegli Rogers.
«Che volete da me? disse a Groslow facendo un passo indietro.
«Milord, voglio dirvi, rispose Groslow affettando la pronunzia irlandese, che cercate inutilmente il capitano Rogers.
«E come mai?
«Perchè stamane è caduto da un albero di gabbia e s’è rotta la gamba. Ma io sono suo cugino; mi ha raccontata tutta la faccenda, e mi ha incaricato di riconoscere per lui e condurre in sua vece dovunque bramassero i gentiluomini che mi porterebbero una pezzola con un gruppo ad ogni cocca come quello che voi avete in mano e questo ch’io ho in tasca».
E si traeva dalla saccoccia il fazzoletto di già mostrato a Mordaunt.
«Non c’è altro? domandò Athos.
«Oh, sì, milord: vi sono anche settantacinque lire promessemi s’io vi sbarco sani e salvi a Boulogne o su tutt’altro punto della Francia che m’indicherete.
«Che ne dite, d’Artagnan? chiese Athos in francese.
«Prima di tutto, che dice costui?
«Ah sì, mi scordavo che non capite l’inglese».
E Athos ripetè a d’Artagnan il dialogo avuto col padrone.
«Mi par verosimile, disse il Guascone.
«E anche a me.
«E poi, se quest’uomo c’inganna, seguitò il tenente, potremo sempre fargli saltar il cervello.
«E chi ci condurrà?
«Voi, Athos: sapete tante cose che non dubito saprete anche guidare un bastimento.
«Affè, replicò Athos sorridendo, benchè scherziate, avete dato nel segno: ero destinato da mio padre a servire nella marina, ed ho qualche nozione del pilotaggio.
«Oh vedete! esclamò d’Artagnan.
«Sicchè, mio caro, andate a cercare i nostri amici e tornate; sono le undici, non abbiam tempo di soprappiù».
D’Artagnan si avanzò verso due cavalieri, che colla pistola in pugno stavano in sentinella alle prime case della città, aspettando e sorvegliando; sulla parte opposta della strada, e ritiratisi a ridosso di una specie di tettoja, altri tre facevano la posta e parevano pure in aspettativa.
Le due sentinelle di mezzo erano Porthos ed Aramis. I tre della tettoja, Mousqueton, Blaisois e Grimaud: se non che quest’ultimo, a osservarlo bene, era doppio, poichè aveva in groppa Parry, il quale doveva ricondurre a Londra i cavalli dei gentiluomini e dei loro domestici venduti al locandiere per la spesa che da lui avevano fatta. Mediante questo colpo di commercio, i quattro amici avevano potuto portar con sè una somma, se non ragguardevole, almeno bastante per far fronte ai ritardi ed alle eventualità.
D’Artagnan invitò Porthos ed Aramis a seguirlo, e questi accennarono ai servi che scendessero da cavallo e sciogliessero le loro valigie.
Parry si separò, non senza rincrescimento, dai suoi amici; gli era stato proposto di venire in Francia, ma aveva ricusato ostinatamente.
«È naturale, diceva Mousqueton, ha le sue idee relativamente a Groslow».
Noi ci rammentiamo che il capitano Groslow gli aveva spaccata la testa.
La piccola comitiva raggiunse Athos. Ma d’Artagnan aveva ripresa la sua consueta diffidenza; trovava lo scalo troppo deserto, la notte troppo buja, il padrone troppo buono e corrente.
Aveva raccontato ad Aramis l’incidente da noi riferito, ed Aramis non meno di lui diffidente, contribuiva di molto ad accrescere i suoi sospetti.
Un lieve batter della lingua sui denti palesò ad Athos le inquietezze del Guascone.
«Non abbiamo tempo da metterci in sospetto, disse Athos, la barca ci attende, entriamoci.
«E d’altronde, fece Aramis, chi c’impedisce di sospettare ed entrar non ostante? Si sorveglierà il capitano.
«E se non tira diritto, lo accoppo, ed è finita, continuò Porthos.
«Bene! rispose d’Artagnan, dunque si vada. Passa tu, Mousqueton».
Ma d’Artagnan tratteneva i suoi camerati, facendo che i servi precedessero, onde provare il tavolone che portava dalla spiaggia alla lancia.
I tre domestici passarono senza disgrazie.
Athos gli seguitò, poi Porthos, indi Aramis. Il tenente fu l’ultimo, e non cessava di muover la testa.
«Che diavolo avete, mio caro? gli chiese Porthos, in verità, fareste paura a un Cesare.
«Ho, che non veggo su questo porto nè sentinella, nè ispettore, nè doganiere.
«Oh sì, lagnatevi! rispose Porthos, tutto va come sui fiori o foglie.
«Tutto va troppo bene! Basta, alla grazia di Dio!»
Tosto fu levata la tavola, il padrone sedè al timone, e fece un cenno ad un marinajo, il quale armatosi di un grosso gancio, principiò a manovrare per uscire dal laberinto di navigli fra cui era impacciata la barca.
L’altro marinaro stava già col remo in mano.
Quando ei potè adoprarlo, il suo compagno si unì a lui, e lo schifo cominciò ad andare più lestamente.
«Alla fine si parte! disse Porthos.
«Ahimè! rispose il conte di la Fère, partiamo soli!
«Sì, ma noi quattro insieme, e senza un graffio: è una consolazione.
«Non siamo ancora arrivati, fece d’Artagnan, guai agli incontri!
«Eh! disse Porthos, siete come i corvi, voi! cantate sempre a disgrazia! chi può incontrarci in questa notte oscurissima, che non si vede a distanza di venti passi?
«Sì, ma domattina?
«Domattina saremo a Boulogne.
«Lo desidero di cuore, soggiunse il Guascone, e confesso la mia debolezza: ecco, Athos, adesso riderete, ma sinchè siamo stati a tiro di schioppo dallo scalo o dai bastimenti che v’erano attorno, mi attendevo qualche terribile fucilata che ci distruggesse tutti.
«Ma, osservò Porthos col suo giudizio un po’ materiale, era impossibile, poichè avrebbero ucciso nello stesso tempo e padrone e marinai.
«Veh! grande affare per messer Mordaunt! credete che badi a così poco?
«Insomma, disse Porthos, ho piacere che d’Artagnan convenga di aver avuto paura.
«Non solo ne convengo, ma me ne vanto: non sono mica un rinoceronte come voi.... Ehi! che roba è questa?
«Il Lampo, disse il capitano.
«Dunque siamo arrivati? domandò Athos in inglese.
«Si arriva».
E dopo tre colpi di remo, erano accanto al piccolo bastimento. Il marinaro aspettava, la scala era apparecchiata, chè egli aveva riconosciuta la barca.
Athos salì per il primo con abilità da uomo di mare; Aramis con una certa abitudine che aveva ai mezzi ingegnosi di traversare spazi proibiti; d’Artagnan come un cacciatore di camosci; Porthos con la forza che in lui suppliva a tutto.
In quanto ai servitori l’operazione fu più difficile, non per Grimaud, ch’era una specie di gatto magro e sfilato, e trovava sempre modo di cacciarsi in qualunque luogo, ma per Mousqueton e Blaisois, che i marinaj dovettero sollevare in braccio sino a portata di Porthos, il quale afferratili pel collare della casacca li piantò ritti sul ponte.
Il capitano guidò i passeggieri alla stanza ad essi apparecchiata e in cui dovevano rimanere tutti insieme, e poi cercava di andarsene col pretesto di dare degli ordini.
«Un momento, disse d’Artagnan; padrone, quanti uomini avete a bordo?
«Non capisco, rispose quello in inglese.
«Athos, domandateglielo nella sua lingua».
Athos fece l’interrogazione.
«Tre, disse Groslow, ben inteso senza contar me».
D’Artagnan comprese, perchè il capitano così replicando aveva alzate tre dita.
«Oh! egli aggiunse, tre: comincio ad esser più quieto. Ma non serve, intanto che voi altri vi accomodate qui, io vo a fare un giro per il bastimento.
«Ed io, continuò Porthos, mi occuperò della cena.
«È bello e generoso il vostro progetto, Porthos! ponetelo in esecuzione. Voi, Athos, imprestatemi Grimaud che dalla compagnia del suo caro Parry ha imparato a borbottare un po’ d’inglese, e mi farà da interprete.
«Andate, Grimaud», disse Athos.
V’era sul ponte una lanterna, d’Artagnan l’alzò con una mano, nell’altra prese una pistola, e disse al padrone:
«Come[14]».
Che unito a goddam era quanto ei sapesse dell’idioma britannico.
Il Guascone pigliò dal boccaporto e scese nella stiva.
La quale stiva dividevasi in tre compartimenti: quello in cui passava d’Artagnan, e che poteva estendersi dal terzo alberetto all’estremità da poppa, e che in conseguenza era ricoperto dal pavimento della camera dove Athos, Porthos ed Aramis si disponevano a pernottare; il secondo, che occupava il mezzo del naviglio, e destinato ai domestici; il terzo di sotto alla prora, vale a dire sotto al camerino fatto di nuovo in cui stava nascosto Mordaunt.
«Oh oh! fece d’Artagnan scendendo la scaletta del boccaporto e facendosi precedere dal lampione che teneva steso di tutta la lunghezza del braccio, quante botti! pare la caverna di Alì-Baba».
(In quell’epoca appunto erano state tradotte per la prima volta ed erano in gran voga le Mille e una Notte.)
«Che dite?» domandò in inglese il capitano.
Il tenente capì dall’intuonazione della voce, e rispose:
«Desidero sapere che cosa v’è in quelle botti?»
E posò sopra ad una di queste la lanterna.
Il padrone fece un atto come per ritornar su, ma poi si fermò e disse:
«Porto.
«Ah! vino di Porto Porto! anche questa è una consolazione, non morremo di sete», fece d’Artagnan.
E girandosi verso Groslow che si asciugava sulla fronte grosse gocce di sudore, lo richiese:
«E sono piene?»
Grimaud tradusse la interrogazione.
«Alcune piene, altre vuote», disse Groslow con tal voce che ad onta d’ogni sforzo manifestava grande inquietudine.
D’Artagnan picchiò col dito sui fusti, e riconobbe esserne cinque pieni e gli altri vuoti; dipoi introdusse con vie maggiore sbigottimento di Groslow, il lume che aveva in mano negli intervalli lasciati fra le botti, e visto che quelli erano vacui:
«Animo, andiamo avanti, disse, e s’inoltrava verso l’usciale che dava sulla seconda divisione.
«Aspettate, lo avvertì l’Inglese rimasto indietro, sempre nella maggiore agitazione; aspettate, ho io la chiave di costì».
Allora, passando innanzi al Guascone e a Grimaud, mise con mano tremante la chiave nella serratura, e così furono nel secondo compartimento, dove Mousqueton e Blaisois si preparavano a cenare.
In quello evidentemente non trovavasi cosa da cercare o da osservare; si scorgeva ogni posto, ogni angolo, mediante una lampada che avevano i due degni compagni.
Sicchè, senza fermarsi, andarono a visitare il terzo locale.
Quello era la camera dei marinaj.
Tre o quattro cuccette sospese al palco, una tavola sostenuta da una fune doppia passata a ciascuna delle sue estremità, due panche marce e zoppe, ne formavano tutta la mobilia. D’Artagnan andò a sollevare due o tre vecchie vele che pendevano dalle pareti, e nulla vedendo di sospetto, ritornò dal boccaporto sul ponte.
«E questo camerino?» domandò d’Artagnan.
Grimaud fece all’Inglese la versione delle parole del moschettiere.
«È il camerino mio, rispose il padrone; ci volete entrare?
«Aprite», seguitò d’Artagnan.
Groslow obbedì. Il Guascone allungò il braccio munito del lampione, cacciò dentro il capo dall’usciale socchiuso, ed osservato che si trattava a dirittura di un buco, disse:
«Bene, bene: se a bordo v’è un’armata, di certo la non sarà rimpiattata qui. Si vada a sapere se Porthos ha trovato da cena».
E ringraziato con un moto della testa il capitano, si recò nuovamente nella stanza dove erano i suoi amici.
Porthos, per quanto pare, non aveva trovato cosa alcuna, e pure la stanchezza aveva vinta la fame, e sdraiatosi sul suo ferrajuolo dormiva profondamente quando entrò d’Artagnan.
Athos ed Aramis, cedendo ai dolci movimenti cagionati dai primi flutti del mare principiavano a chiuder gli occhi: li riapersero al rumore fatto dal tenente.
«Ebbene? chiese Aramis.
«Tutto va ottimamente, disse d’Artagnan, e possiamo dormire tranquilli».
Dietro di che Aramis si lasciò nuovamente andar giù la testa; Athos colla sua fe’ un cenno affettuoso a d’Artagnan, il quale al pari di Porthos aveva più bisogno di sonno che di cibo, licenziò Grimaud e si coricò sul suo pastrano, con la spada nuda, in modo tale che col suo corpo ingombrava il passo, e che nessuno potrebbe entrare nella camera senza urtare addosso a lui.
LXXVI
Il vino di Porto Porto.
Dopo dieci minuti i padroni dormivano, ma non così i servitori affamati, e specialmente assetati.
Blaisois e Mousqueton si accingevano ad apparecchiarsi il letto, consistente in un tavolone ed una valigia, mentre sopra una tavola sospesa come quella della stanza contigua si tentennavano al moto del mare un pane, un boccale di birra e tre bicchieri.
«Maledetto scuotimento! diceva Blaisois, sento che mi ritorna il male come quando si arrivò.
«E per combattere questa nausea, rispondeva Mousqueton, non avere altro che pane d’orzo e vino di luppoli.... buff!....
«E la vostra fiaschetta di giunchi, signor Mouston, l’avete perduta? domandò Blaisois che aveva terminato il suo preparativo e barcollando si accostava alla tavola, davanti alla quale Mousqueton era già seduto e dove riuscì anche a lui di sedersi.
«No; disse Mousqueton, ma Parry se l’è ritenuta. Quei maledetti Scozzesi hanno sempre sete!.... E voi, Grimaud?.... disse poi al camerata che appunto capitava dopo aver accompagnato d’Artagnan nel suo giro, e voi, avete sete?
«Quanto uno Scozzese, fece Grimaud laconicamente».
E si assise accanto agli altri due, si cavò di tasca un libretto, e si mise a fare i conti della società, di cui era l’economo.
«Ohimè, ohimè!.... disse Blaisois, mi si rimescola lo stomaco!
«Se così è, consigliò Mousqueton in tuono da dottore, pigliate un po’ di cibo.
«E codesto, lo chiamate cibo? replicò Blaisois con cera dolente e sprezzante accennando col dito il pan d’orzo e la birra.
«Blaisois, riprese Mousqueton, rammentatevi che il pane è il vero nutrimento del Francese, e anche il Francese non ne ha sempre: domandatelo a Grimaud.
«Sì, ma la birra, gridò Blaisois con una prontezza che faceva onore al suo spirito vivace, ma la birra è ella forse la sua vera bevanda?
«Per questo poi, rispose Mousqueton acchiappato dal dilemma e imbrogliatissimo per rispondere, devo confessare di no, ed anzi aggiungerò ch’ella gli è tanto antipatica quanto è il vino agli Inglesi.
«Come, signor Mouston? seguitò Blaisois, che questa volta dubitava delle profonde cognizioni di Mousqueton, per le quali nelle circostanze ordinarie della vita aveva però la massima ammirazione, come, agli Inglesi non piace il vino?
«Lo abborriscono.
«Eppure, glie l’ho visto bere, io.
«Per penitenza; e la prova, continuò Mouston impettito, si è, che un giorno un principe inglese morì per essere stato dentro a una botte di malvagia. Io l’ho inteso raccontare dal signor d’Herblay.
«Imbecillone! fece Blaisois, vorrei esser io nel suo posto.
«Lo puoi far benissimo, disse Grimaud mentre accomodava i suoi numeri in fila.
«E in che modo?
«Sì sì, confermò Grimaud, e teneva a mente quattro per riportarlo alla somma della colonna seguente.
«Posso farlo? spiegatevi, signor Grimaud».
Durante le interrogazioni di Blaisois Mousqueton stava in silenzio, ma facilmente si scorgeva dal suo viso non esser questo per effetto d’indifferenza.
Grimaud continuò il suo conteggio e stabilì il totale.
«Porto Porto, disse allora stendendo la mano nella direzione del primo compartimento visitato da lui e da d’Artagnan in compagnia del capitano.
«Come! quelle botti che ho adocchiate dall’usciale socchiuso....
«Porto, ripetè Grimaud, e ricominciò una nuova operazione di aritmetica.
«Ho inteso dire, seguitò Blaisois volgendosi a Mousqueton, che il Porto Porto è un vino eccellente di Spagna.
«Eccellente, rispose Mousqueton strisciandosi sulle labbra con la lingua, ce n’è nella cantina del signor barone di Bracieux.
«Se pregassimo questi Inglesi di vendercene una bottiglia? progettò l’onesto Blaisois.
«Vendere! obbiettò Mousqueton tornando all’antico suo istinto di ruberia; ben si capisce, giovanotto, che non avete ancora l’esperienza delle cose della vita. Perchè comprare quando si può prendere?
«Prendere! desiderare il bene del prossimo! è proibito, mi pare!
«Dove?
«Nei comandamenti di Dio.... o della Chiesa.... non so.... ma so che v’è. E non desiderare i beni del prossimo tuo, nè la sua sposa....
«Chiacchere! chiacchere! dove avete mai trovato che gli Inglesi siano nostro prossimo?
«In nessun luogo, è vero.... almeno non me ne ricordo.
«Bambinate! bambinate! seguitò Mousqueton. Se aveste guerreggiato dieci anni come io e Grimaud, caro Blaisois, sapreste fare la differenza che v’è tra il bene del prossimo e il bene del nemico: ora un Inglese è nemico, e il vino appartiene agl’Inglesi; dunque appartiene a noi, che siamo Francesi....»
Questa facondia, appoggiata da tutta l’autorità che Mousqueton traeva dalla sua lunga pratica, incantò Blaisois. Costui chinò il capo come per riflettere, e ad un tratto rialzandolo alla maniera di un uomo armatosi di un argomento irresistibile, disse:
«Signor Mousqueton, e i padroni saranno della vostra opinione?»
Mousqueton sogghignò con disprezzo.
«Dovrei forse, rispose, andare a disturbare nel sonno quegli illustri signori per dir loro: «Signori, il vostro servo Mousqueton ha sete, gli permettete di bere?» Ma che importa al signor di Bracieux, ch’io abbia sete o no?
«È vino che costa caro! osservò Blaisois scuotendo la testa.
«Fosse anche oro, messer Blaisois, i nostri padroni non se ne priverebbero. Sappiate che il signor barone di Bracieux è da sè solo assai ricco per bere una botte di Porto Porto, anco dovesse pagarlo una doppia ogni goccia. E io non veggo, continuava Mousqueton nel suo magnifico orgoglio, giacchè i padroni non so lo farebbero mancare, il perchè abbiano a lasciarselo mancare i domestici».
Indi essendosi alzato, pigliò il boccale della birra, lo vuotò da uno sportello di bordo sino all’ultima stilla, e si avanzò maestosamente verso l’usciale che dava sulla divisione.
«Ah ah! disse, è chiuso. Quei bricconi d’Inglesi, come sono diffidenti!
«Chiuso! fece Blaisois non meno dolente, peccato, in verità! di più che mi sento travagliare lo stomaco peggio di prima!....»
Mousqueton si girò verso Blaisois con ciera così mesta che si conosceva a quale alto grado si associasse al di lui rincrescimento.
«Chiuso! ripetè.
«Ma, azzardò Blaisois, io vi ho sentito raccontare, signor Mousqueton, che una volta nella vostra gioventù, a Chantilly se non isbaglio, manteneste il vostro padrone e voi stesso prendendo delle pernici colla rete, dei carpioni colla lenza, e delle bottiglie col lacciuolo....
«Positivamente, questo è esattissimo; ed ecco Grimaud che ve lo può attestare; ma alla cantina v’era uno spiraglio, e il vino era imbottigliato. Non posso gettare il lacciuolo a traverso a questo tramezzo, nè tirare con uno spago un fusto che pesa forse duecento cantara.
«No, ma dal tramezzo potreste levare due o tre tavoloni, ed a un fusto fare un buco colla verrina».
Mousqueton spalancò smisuratamente gli occhi, e guardando Blaisois da uomo che stupisce di riscontrare in un altro una capacità di cui non lo giudicava suscettibile, replicò:
«È vero, si può; ma lo scalpello per fare saltare le tavole, e la verrina per forare la botte?
«L’astuccio, fece Grimaud bilanciando il dare e avere del suo conto.
«Ah sì! l’astuccio, disse Mousqueton, ed io che non ci pensavo!»
Realmente Grimaud era non soltanto economo della compagnia ma anche suo armajuolo: oltre al registro aveva l’astuccio. Ed essendo egli uomo di grandissime precauzioni, l’astuccio ben ripiegato nella valigia era fornito di tutti gli arnesi di prima necessità, e quindi conteneva una verrina di grossezza ragionevole.
Mousqueton se ne impossessò.
Per lo scalpello non lo dovè cercare lontano, chè il pugnale che portava alla cintura era in grado di essergli sostituito utilmente.
Mousqueton trovò agevolmente un canto ove le tavole fossero disgiunte, e si mise subito all’opra.
Blaisois lo stava ad osservare con ammirazione mista ad impazienza, tratto tratto avventurando sul modo di staccare un chiodo, o di pigiar meglio, delle riflessioni piene di abilità e di chiarezza.
A capo a un momento Mousqueton aveva fatto schizzar via tre tavoloni.
«Là! disse Blaisois».
Mousqueton era tutto all’opposto della rana della favola, che si credeva più grossa di quel che la si fosse. Sfortunatamente, se era pervenuto a scemare di un terzo il proprio nome, non gli era riuscito lo stesso pel suo ventre. Tentò di passare dall’apertura formata, e vide con sommo duolo che bisognerebbe togliere altre due o tre tavole perchè quella gli bastasse.
Sospirò, e si ritirò per riaccingersi al lavoro.
Ma Grimaud che aveva terminato il conteggio, si era alzato, e col massimo interesse per l’operazione che colà si eseguiva si era avvicinato a’ suoi due compagni, e scorgeva gli inutili sforzi di Mousqueton per arrivare alla terra promessa.
«Io, disse Grimaud».
Questa parola sola valeva quanto un sonetto, che come ognuno sa vale quanto un poema.
Mousqueton si voltò domandando:
«Che cosa, voi?
«Io passerò.
«Oh sì, rispose Mousqueton dando un’occhiata al personale lungo e secco dell’amico, voi sì, e facilmente.
«Va bene, seguitò Blaisois, e conosce le botti piene, poichè è già stato in cantina col signor cavaliere d’Artagnan. Signor Mousqueton, lasciate che s’introduca messer Grimaud.
«Mi ci sarei introdotto io pure egualmente che Grimaud, disse Mousqueton un po’ sdegnato.
«Sì, ma ci vorrebbe più tempo, ed io ho molta sete.... sento che mi si rimescola sempre più lo stomaco.
«Andate dunque, Grimaud, ordinò Mousqueton dando a quello che si recava a tentare l’impresa in sua vece il boccale da birra e la verrina.
«Netta i bicchieri, disse Grimaud».
Poi fece un gesto amichevole a Mousqueton, acciò questi gli perdonasse di compiere una spedizione cominciata in maniera tanto brillante da un altro, ed alla guisa di un serpente si cacciò dentro dall’apertura e disparve.
Blaisois sembrava in estasi. Di tutte le imprese fatte dopo il loro arrivo in Inghilterra dagli uomini straordinari a’ quali aveva la sorte di essere addetto, quella di certo gli sembrava la più miracolosa.
«Ora vedrete, disse allora Mousqueton fissando in viso Blaisois con una superiorità a cui questi non cercava tampoco di sottrarsi, ora vedrete, Blaisois, come beviamo noi altri soldati quando abbiamo sete.
«Il pastrano, fece Grimaud di fondo alla cantina.
«Ah sì! è giusto, disse Mousqueton.
«Che cosa vuole? domandò Blaisois.
«Che si tappi l’ingresso con un pastrano.
«Per che fare?
«Innocentino! e se entrasse qualcuno?
«Ah! è vero! esclamò Blaisois con sempre maggiore ammirazione, ma sarà al bujo, non ci vedrà.
«Grimaud ci vede sempre, di notte come di giorno.
«È fortunato! io quando non ho lume non posso far due passi senza dare qualche urtonata!
«Perchè voi non siete stato al servizio; replicò Mousqueton a Blaisois, se no, avreste imparato a raccattare un ago dentro a un forno.... Oh silenzio! vien gente, se non isbaglio».
Mousqueton diede un piccolo fischio d’allarme già familiare ai lacchè nei tempi di loro giovinezza, ripigliò il suo posto a tavola, ed ammiccò a Blaisois di fare altrettanto.
Questi obbedì.
Fu schiuso l’uscio, comparvero due uomini inferrajuolati.
«Oh oh! disse uno di essi, alle undici e un quarto, non per anche a letto? è contro le regole. Fra un quarto d’ora tutto sia al bujo e tutti russino».
I due s’incamminarono verso la porticella del compartimento in cui si era cacciato Grimaud, e l’apersero, ed entrarono, e dietro se la serrarono di nuovo.
«Ah! fece Blaisois raccapricciando, egli è perduto!
«Grimaud è volpe vecchia! bucinò Mousqueton».
Ed attesero, postisi in orecchio e trattenendo il fiato.
Scorsero dieci minuti, nei quali non si udì alcun rumore da dar sospetto che Grimaud fosse stato scoperto.
Passato quell’intervallo, Mousqueton e Blaisois videro riaprirsi la porta, ne uscirono i due intabarrati, tornarono a chiudere con la medesima precauzione di prima, e si allontanarono ripetendo l’ordine di coricarsi e spegnere i lumi.
«Si ha da obbedire? domandò Blaisois, tutto questo mi par brutto.
«Hanno detto un quarto d’ora, ci restano cinque minuti, rispose Mousqueton.
«Se avvertissimo i padroni?
«Aspettiamo Grimaud.
«Ma se lo hanno ammazzato?
«Eh! avrebbe urlato.
«Sapete pure ch’è quasi mutolo.
«Si sarebbe inteso il colpo.
«Ma, se non viene più?
«Eccolo!»
Diffatti nello stesso momento Grimaud discostava il pastrano che celava il foro, e da questo metteva fuori una faccia livida, di cui gli occhi spalancati e rotondi per lo spavento lasciavano distinguere una piccola pupilla in un largo cerchio bianco. Teneva in mano il vaso di birra, pieno di una sostanza qualunque, l’avvicinò al raggio di luce che tramandava la lampada fumosa, e balbettò il semplice monosillabo Oh! con espressione di sì fiero terrore, che Mousqueton rinculò sbigottito e Blaisois fu in procinto di svenire.
Entrambi però diedero un’occhiata al boccale da birra: era pieno di polvere.
Grimaud appena convinto essere il bastimento carico di polvere, anzi che di vino, si slanciò al boccaporto, ed in un salto fu alla camera ove dormivano i quattro amici. Giunto là, spinse piano l’usciale, col che destò immediatamente d’Artagnan coricato dietro a questo.
Non sì tosto d’Artagnan ebbe veduta la faccia sconvolta di Grimaud, comprese esservi qualchecosa straordinaria, e andava per gridare; il domestico però con un gesto più rapido che la parola, si mise un dito sulle labbra, e con un soffio di cui nessuno avrebbe avuto idea in un corpo sì gracile, estinse il lumicino da tre passi distante.
D’Artagnan si sollevò sul gomito; Grimaud posò in terra un ginocchio, e divi, a collo steso, con un’agitazione tremenda, gli bisbigliò all’orecchio un racconto, che a tutto rigore era abbastanza drammatico per rendere superfluo il gesto e i movimenti della fisonomia.
Durante quella relazione, Athos, Porthos ed Aramis dormivano come uomini che non abbiano dormito da otto notti, e nella stiva Mousqueton per precauzione si legava gli aghetti, mentre Blaisois inorridito e coi capelli ritti in testa si provava a far lo stesso.
Ecco ciò che era accaduto.
Subito che Grimaud fu sparito dal foro e si trovò nel primo compartimento, si diede a cercare, ed incontrò una botte; vi picchiò sopra: ell’era vuota. Andò ad un’altra: vuota egualmente. Ma la terza su cui ripetè l’esperimento diede un tal suono che non v’era da ingannarsi, ed egli riconobbe ch’era piena.
Si fermò a questa, cercò un luogo adattato per bucarla con la verrina, e nel far ciò posò la mano sur una chiavetta o robinetto.
«Bene! disse fra sè, risparmio di fatica!»
Appressò il vaso di birra, girò la chiavetta, e sentì il contenuto passare adagio dall’uno all’altro recipiente.
Grimaud, usata la cautela di richiudere il robinetto, si accingeva ad accostarsi alla bocca il vaso suddetto, essendo egli uomo di troppa coscienza per recare ai compagni un liquido del quale non potesse garantir loro la qualità, quando ecco intese il segnale d’allarme datogli da Mousqueton; ebbe sospetto di qualche ronda notturna, si cacciò nello spazio esistente tra due fusti, e si rimpiattò dietro ad uno di questi.
Realmente, di lì a poco fu aperta la porta e indi richiusa, dopo esserne venuti fuori i due individui col ferrajuolo che noi già vedemmo andar su e giù dinanzi a Blaisois e Mousqueton col dare ad essi l’ordine di smorzare le candele.
Uno dei due teneva una lanterna guarnita di vetri, ben serrata, e tanto alta che la fiamma non poteva arrivare sino alla cima; inoltre i vetri erano ricoperti da un foglio bianco che mitigava o piuttosto assorbiva e la luce e il calore.
Colui era Groslow.
L’altro reggeva una qualche cosa pieghevole e arrotolata come una corda bianchiccia. Gli cuopriva il viso un cappello a tese larghe.
Grimaud supponendoli là per lo stesso sentimento per cui egli vi era, e credendo che al pari di lui venissero a fare una visita al vino di Porto Porto, si rannicchiò sempre più a tergo alla botte, calcolando inoltre che qualora fosse scoperto il delitto non era poi molto grave.
I due sopraggiunti, quando furono al fusto dietro al quale appiattavasi Grimaud, si fermarono.
«Avete la miccia? domandò in inglese quello del lampione.
«Eccola, disse l’altro».
Alla voce dell’ultimo, Grimaud si scosse e si sentì un brivido sino nel midollo delle ossa; si rizzò lentamente sino a tanto che colla testa sorpassasse il cerchio di legno, e sotto l’ampio cappellone riconobbe il pallido volto di Mordaunt.
«Quanto può durare questa miccia? costui richiese.
«Eh! circa cinque minuti, gli rispose il padrone».
Neppur quella voce era ignota a Grimaud. Egli mandò lo sguardo dal primo al secondo, e dopo Mordaunt ravvisò Groslow.
«Dunque, continuò Mordaunt, avvertirete i vostri uomini di star pronti, senza dir loro a che. La lancia seguita il bastimento?
«Come un cane seguita il padrone reggendosi a una fune di canapa.
«Allora quando l’orologio toccherà il quarto dopo mezzanotte, riunirete i vostri uomini, e scenderete senza far rumore nella lancia.
«Dopo aver dato fuoco alla miccia?
«A questo penso io: voglio esser sicuro della mia vendetta. I remi sono nella barca?
«Tutto è apparecchiato.
«Bene.
«Siamo intesi».
Mordaunt s’inginocchiò e fissò una cima della miccia alla chiavetta, per non aver più da far altro che dar fuoco all’estremità opposta.
E terminata tale operazione, cavò fuori l’oriuolo.
«Avete inteso? un quarto dopo mezza notte; disse alzandosi, cioè fra venti minuti.
«Ottimamente, signore, rispose Groslow. Soltanto, devo farvi osservare per l’ultima volta che v’è qualche pericolo nell’incarico riserbatovi, e che sarebbe meglio incombenzare un dei nostri subalterni nell’accensione.
«Mio caro Groslow, replicò Mordaunt, sapete pure il proverbio: Chi fa da sè fa per tre, ed io lo metterò in pratica».
Grimaud aveva ascoltato tutto, se tutto non aveva inteso: ma in lui la vista suppliva alla mancanza di piena intelligenza dell’idioma; avea veduto e riconosciuto i due acerrimi nemici dei moschettieri; avea visto Mordaunt preparare la miccia; aveva udito il proverbio detto in francese da Mordaunt; finalmente tastava e ritastava il contenuto del boccale, ed invece del liquido che attendevano Mousqueton e Blaisois, scricchiolavano sotto le sue dita i grani di una grossa polvere da botta.
Mordaunt si avviò col capitano; sull’uscio si fermò in ascolto,
«Sentite come dormono? disse».
Difatti si udiva russare Porthos a traverso al palco.
«Iddio li mette in mano vostra! fece Groslow.
«E questa volta, soggiunse Mordaunt, il diavolo non li salverebbe».
Ed uscirono insieme.
Grimaud aspettò sino ad aver inteso stridere la stanghetta della porta, e quando fu certo di esser solo si alzò adagio rasente al muro.
«Ah! disse asciugandosi colla manica le grosse goccie di sudore che gli correvano sulla fronte, che fortuna che Mousqueton abbia avuto sete!»
Si sollecitò a ripassare dal buco, credendo tuttavia di sognare, ma la vista della polvere nel vaso da birra gli provò come quel sogno era un incubo mortale.
D’Artagnan, secondo è da pensarsi, ascoltò tutti quei particolari col massimo interesse, e senza attendere che Grimaud avesse terminato si rizzò senza impeto alcuno, ed accostata la bocca alle orecchie di Aramis che dormiva dalla sua parte sinistra, e toccandogli la spalla onde impedire qualunque movimento repentino, gli disse:
«Alzatevi! cavaliere, e non fate chiasso».
Aramis si destò. D’Artagnan ripetè l’invito stringendogli la mano, ed egli obbedì.
«Accanto a voi è Athos, seguitò a dirgli, prevenitelo come io ho fatto a voi».
Aramis svegliò facilmente Athos, che aveva il sonno leggiero conforme sogliono tutti i naturali delicati e nervosi. Ma si durò maggior fatica a svegliare Porthos. Questi si accingeva a domandare le cause e le ragioni di quella interruzione dei suoi sonni, che gli pareva spiacevolissima, ma d’Artagnan per unica spiegazione gli piantò una mano sulla bocca.
Allora il nostro Guascone, allungate le braccia e ricondottole a sè, rinchiuse nel cerchio di esse le tre teste degli amici in maniera che per dir così si toccassero.
«Miei cari, avvertì, lasceremo subito questa barca, o che siamo tutti morti.
«Veh! da capo? fece Athos.
«Sapete chi e il capitano?
«No.
«Il colonnello Groslow».
Una scossa dei tre moschettieri manifestò a d’Artagnan che il suo discorso cominciava a far loro qualche impressione.
«Groslow! disse Aramis, oh diavolo!
«Che roba è questo Groslow? domandò Porthos, non me ne rammento più.
«Quello che ruppe la testa a Parry, e in questo momento si dispone a romperla a noi.
«Oh oh!
«E il suo luogotenente, sapete chi è?
«Luogotenente? fece Athos, non se ne hanno in una filuca di quattro uomini d’equipaggio.
«Sì, ma messer Groslow non è già un capitano come gli altri. Egli lo ha, e nella persona del signor Mordaunt».
Questa volta non bastò ai moschettieri una scossa, vi fu anche un grido. Quegli uomini invincibili erano soggetti all’influenza misteriosa e fatale che su di loro esercitava quel nome, e sentivano terrore al solo udirlo a pronunziare.
«Che si fa? disse Athos.
«Impossessarci della feluca, progettò Aramis.
«E ucciderlo, aggiunse Porthos.
«Nella feluca è fatta una mina, disse d’Artagnan; le botti che ho prese per fusti pieni di Porto Porto sono botti di polvere. Quando Mordaunt si vegga scoperto farà saltar per aria tutti, amici e nemici, e affè! egli è un signorino di troppo trista società perch’io abbia voglia di presentarmi con lui nè in cielo nè all’inferno.
«Dunque avete già un piano? richiese Athos.
«Sì.
«E quale?
«Avete fiducia in me?
«Ordinate, risposero i tre moschettieri.
«Or bene, venite qua».
D’Artagnan andò ad un finestrino bassissimo, ma che bastava perchè un uomo vi passasse, e lo fece scorrere sulla cerniera.
«Ecco la strada, disse allora.
«Diavolo! fece Aramis, caro mio, fa un gran freddo!
«Restate qui se volete, ma vi avviso che tra poco ci farà troppo caldo.
«Ma non possiamo mica arrivare a nuoto a prender terra!
«La lancia ci seguita legata a un cavo; arriveremo alla lancia, e taglieremo il cavo: non v’è altro. Andiamo, signori.
«Un momento.... disse Athos, e i servitori?
«Eccoci, risposero Mousqueton e Blaisois».
Perocchè Grimaud era stato a chiamarli, onde concentrare tutte le forze nel camerino, ed essi dal boccaporto quasi attiguo alla porta erano entrati senza esser veduti.
Frattanto i tre amici rimanevano immobili dinanzi al terribile spettacolo a loro scoperto da d’Artagnan sollevando l’imposta, e che osservavano da quella stretta apertura.
Infatti chiunque abbia veduto una volta tale spettacolo, sa che non v’ha cosa la quale faccia maggior sensazione che il mare agitato che manda i neri suoi flutti con un cupo rumore allo scarso chiarore della luna d’inverno.
«Per bacco! disse d’Artagnan, siamo titubanti, mi pare! e se noi lo siamo, che faranno i nostri lacchè?
«Io non esito punto, disse Grimaud.
«Signore, soggiunse Blaisois, io ve lo avverto, non so nuotare se non nei fiumi.
«Ed io non so nuotare per niente, seguitò Mousqueton».
In quel frattempo d’Artagnan si era messo già fuori dal finestrino.
«Siete dunque deciso? domandò Athos.
«Sì, rispose il Guascone. Animo, Athos! voi che siete l’uomo perfetto, ordinate allo spirito di dominare la materia; voi, Aramis, date il comando ai servi; voi, Porthos, uccidete quanti ci diano ostacolo».
E d’Artagnan, avendo stretta la mano ad Athos, colse il momento che per un moto di ondeggiamento il naviglio si sommergeva da poppa, talchè non ebbe da far altro che lasciarsi calare nell’acqua che lo avvolgeva di già sino alla cintura.
Athos gli andò appresso anche prima che la feluca fosse rialzata; questa si trasse in su, e si vide scaturir dal mare il cavo a cui era legata la scialuppa.
D’Artagnan nuotò verso quella corda e la raggiunse.
Poi alla svolta del bastimento si distinsero due teste: quelle di Aramis e di Grimaud.
«Blaisois mi dà da pensare, disse Athos; non avete inteso, d’Artagnan, che ci ha detto non saper nuotare se non nei fiumi?
«Quando si sa nuotare, si nuota da per tutto, rispose il tenente, al bargio! al bargio!
«Ma Porthos? non lo veggo!
«Verrà tra poco, non dubitate; nuota come un leviathan».
Realmente Porthos non compariva, perchè fra esso e Mousqueton e Blaisois, aveva luogo una scena buffonesca e mezzo drammatica.
Questi due, spaventati dal rumore dell’acqua, e dal fischiar del vento, e dall’aspetto dell’onda nera e gorgogliante in un vortice, retrocedevano anzi che avanzarsi.
«Animo, giù! in mare! disse Porthos.
«Ma, signore, non so nuotare, rispondeva Mousqueton; lasciatemi qui.
«E anco me! pregava Blaisois.
«Vi assicuro che vi darò più impaccio che altro in quella barchetta, soggiunse Mousqueton.
«Ed io mi annegherò prima di arrivarvi, continuava Blaisois.
«Eh! vi strangolo tutti due se non uscite! fece Porthos afferrandoli pel collo; innanzi, Blaisois!»
Questi non diede altra risposta che un gemito soffocato dalla ferrea mano di Porthos, perocchè il gigante, tenendolo per la gola e pei piedi, lo fe’ sdrucciolare come una tavola dal finestrino e lo mandò capovolto nell’acqua.
«Adesso, Mouston, disse Porthos, mi lusingo che non abbandoniate il vostro padrone.
«Ah, signore! sospirò colle lacrime agli occhi Mousqueton, perchè vi siete rimesso al servizio? stavamo tanto bene nel castello di Pierrefonds!»
E senza altra rampogna, diventato obbediente e passivo, o per vero zelo, o per l’esempio dato a proposito da Blaisois, Mousqueton si tuffò a capo all’ingiù.... atto in ogni caso, sublime, dappoichè ei si teneva per morto.
Ma Porthos non era uomo da lasciar così il fedele compagno. Il padrone seguitò tanto da vicino il servitore, che la caduta dei due corpi fece un solo e medesimo tonfo, talmentechè quando Mousqueton ritornò a galla affatto cieco si trovò sorretto dalla larga mano di Porthos, e senza aver bisogno di far alcun moto, potè avanzarsi verso la fune, con tutta la maestà di un Dio marino.
Nell’istante, Porthos vide scuotersi qualche cosa prossima al suo braccio: la qualche cosa era Blaisois, ed egli lo afferrò pei capelli.
Athos gli si faceva di già incontro, ma Porthos disse a questo:
«Andate, conte, andate, non ho necessità di voi».
E veramente con un robusto colpo dei garretti, Porthos si rizzò come il gigante Adamastor al di sopra dei flutti, ed in tre slanci ebbe raggiunti i camerati.
D’Artagnan, Aramis e Grimaud aiutarono Mousqueton e Blaisois a salire; indi toccò a Porthos, il quale scavalcando di su lo sportello del bordo ebbe a far travirare il piccolo schifo.
«E Athos? domandò d’Artagnan.
«Eccomi! disse Athos, che alla guisa di un generale che sostenga la ritirata non avea voluto andar su se non da ultimo, e stava accanto agli orli della barca, siete tutti riuniti?
«Tutti, rispose d’Artagnan. E voi, Athos, avete il pugnale?
«Sì.
«Dunque, tagliate il cavo, e venite».
Athos si levò dalla cintola un pugnale appuntato; la feluca si allontanò, la lancia restò ferma senz’altro movimento che quello che le davano le onde.
«Venite, Athos» ripetè d’Artagnan.
E porse la mano al conte di la Fère, che si accomodò pure nel battello.
«Era tempo! disse il Guascone, e ora vedrete qualche cosa di curioso!»
LXXVII
Fatality.
E realmente aveva appena d’Artagnan profferite quelle parole, che sul naviglio risuonò un fischio.
«Capite bene, disse il Guascone, che questo significa qualcosa».
E si distinse un lampioncino sul ponte trasparire dall’ombra della poppa.
Ad un tratto traversò lo spazio un grido terribile, grido di disperazione; e quasi avesse questo discacciati i nuvoli, si diradò il velo che nascondeva la luna, e si mostrarono sul cielo inargentato da squallida luce il velame grigio e il cordame nero del bastimento.
Correvano ombre smarrite su pel naviglio, ed urli lamentevoli le accompagnavano nell’aggirarsi che follemente facevano.
E frattanto si mirò sulla sommità della poppa Mordaunt, con una torcia in mano.
Le ombre che andavano come perdute sulla feluca erano Groslow ed i suoi uomini, i quali, all’ora da Mordaunt indicata erano stati radunati, mentre costui, dopo essere stato a sentire sull’usciale del camerino se i moschettieri dormivano sempre, era disceso alla stiva, riconfortato dal loro silenzio.
E diffatto, chi avrebbe potuto sospettare ciò ch’era accaduto?
Mordaunt in conseguenza aveva aperta la porta ed era corso alla miccia; impetuoso come chi abbia sete di vendetta, e sicuro di sè come quelli che accieca la passione, aveva dato fuoco allo zolfo.
Nel frattempo Groslow ed i suoi marinaj si erano riuniti a poppa.
«Allate la gomena! disse Groslow, e tirate a noi il bargio».
Uno dei marinaj scavalcò la parete del bastimento, afferrò il cavo e tirò: la corda venne verso di lui senza far resistenza.
«Il cavo è tagliato! esclamò colui, non v’è più lancia!
«Come! non più lancia? fece Groslow scagliandosi sulla impagliatura, è impossibile!
«Eppure è così! guardate.... nulla in tutto il solco, e poi ecco la cima della fune».
E allora fu che Groslow cacciò il gemito udito dai moschettieri.
«Che c’è egli? esclamò Mordaunt uscito dal boccaporto con in mano la torcia.
«C’è che i nemici ci scappano; c’è che hanno tagliato il canapo e fuggono con la scialuppa».
Mordaunt fu in un salto sino al camerino e lo sfondò con una pedata.
«Vuoto! strillò, oh demonj!
«Gl’inseguiremo, disse Groslow, non possono esser lontani, e li caleremo a fondo passando loro addosso.
«Sì, ma il fuoco! rispose Mordaunt, ho appiccato il fuoco!
«A che?
«Alla miccia!
«Corpo di una saetta! urlò Groslow verso il boccaporto. È forse ancor tempo!»
Mordaunt non rispose che con una terribile risata, e scomposto il sembiante dall’odio ancor più che dal terrore, cercando cogli occhi il cielo come volesse mandar fuori un’ultima bestemmia, buttò prima la torcia e indi sè stesso in mare.
Nel medesimo punto, e mentre Groslow poneva il piede sulla scala del boccaporto, il naviglio si aperse come il cratere di un vulcano, sorse in alto una vampa di fuoco con iscoppio non dissimile da quello di cento cannoni che sparassero insieme; l’aria s’incendiò tutta segnata e ripercossa da rottami ugualmente incendiati, poscia disparve l’orribile lampo, i pezzi infranti ricaddero uno dopo l’altro mugghiando nell’abisso in cui si estinguevano, ed eccettuato un certo rimbombo rimasto per l’aere, di lì a poco avreste creduto nulla fosse avvenuto.
Se non che la feluca era scomparsa dalla superficie del mare, e distrutti, annientati Groslow ed i suoi tre sottoposti.
I quattro amici avevano veduto tutto, non era loro sfuggita veruna circostanza di quel tremendo dramma. Innondati per un momento da quel lume risplendentissimo che avea rischiarato il mare alla distanza di più di una lega, rimanevano ciascuno in diversa attitudine, esprimendo lo spavento da cui non potevano astenersi ad onta dei loro cuori di bronzo. In breve ricadde intorno a loro la pioggia di fiamme, ed alla fine il vulcano si estinse conforme dianzi noi narravamo, e tutto ritornò nelle tenebre; barca galleggiante ed oceano agitato.
Eglino stettero per un istante taciti ed abbattuti. Porthos ed Aramis, avendo preso un remo per ciascheduno, lo reggevano macchinalmente più su dell’acqua, aggrappandovisi sopra con tutto il corpo, e lo stringevano con le mani irrigidite.
«Affè, disse Aramis, il primo a troncare quel silenzio di morte, questa volta credo che tutto sia finito!
«Qua a me milords! soccorso! ajuto!» gridò una voce lamentevole, i di cui accenti giunsero sino ai moschettieri, simile a quella di qualche spirito del mare.
Tutti si guardarono; anche Athos palpitò.
«È desso! disse, è la sua voce!»
E tutti avendola di fatti riconosciuta ugualmente che Athos, restarono cheti; soltanto le loro pupille si volsero nella direzione onde era sparito il bastimento, tentando ad ogni moto di penetrare fra l’oscurità.
Di là ad un momento si cominciò a distinguere un uomo.
Nuotava vigorosamente, e si avvicinava.
Athos stese lentamente un braccio dalla sua parte onde additarlo ai suoi camerati.
«Sì, sì, disse d’Artagnan, lo veggo.
«Esso da capo! fece Porthos respirando come un mantice, oh! ma dunque è di ferro?
«Mio Dio! mio Dio! balbettò Athos».
Aramis e d’Artagnan si parlavano all’orecchio.
Mordaunt fece alcune altre bracciate, e levata in segno di abbandono una mano più su del mare:
«Pietà, signore! in nome dei cielo, pietà! sento mancarmi le forze! mi muojo!...»
Era così sonora la voce che implorava ajuto che andò a risvegliare la compassione in fondo al cuore di Athos.
«Infelice! questi mormorò.
«Bravo! disse d’Artagnan, non mancherebbe altro che lo compiangeste!... In verità, mi pare che venga verso di noi.... Si crede forse che lo prendiamo? vogate, Porthos, vogate».
E per dar l’esempio ei tuffò il remo, e in due colpi lo schifo si allontanò di venti braccia.
«Oh! non mi abbandonerete! non mi lascerete perire! non sarete senza pietà! esclamò Mordaunt.
«Ah ah! gli rispose Porthos, se non isbaglio siete nostro finalmente, bel signorino, e per salvarvi di qui non avete altra porta che l’inferno.
«Oh Porthos! brontolò il conte di la Fère.
«Eh! lasciatemi quieto, Athos; in coscienza, diventate ridicolo con la vostra sempiterna generosità! prima di tutto, vi dichiaro che se viene dieci passi vicino alla lancia gli spacco la testa col mio remo.
«Di grazia!... signori non mi sfuggite!... di grazia, abbiatemi pietà!...» gridava il giovanotto.
E talvolta, quando col capo andava sotto all’onde, il suo respiro affannoso faceva gorgogliare l’acqua ghiaccia.
D’Artagnan, che attendendo cogli occhi ad ogni movimento di Mordaunt, aveva terminato il suo colloquio con Aramis, si alzò.
«Signor mio, disse a Mordaunt, compiacetevi allontanarvi. Il vostro pentimento è di troppo fresca data perchè noi vi abbiamo grande fiducia. Badate che il barco nel quale volevate arrostirci fuma ancora sott’acqua, e che la situazione in cui voi siete è un letto di rose a paragone di quella in che intendevate di metter noi, e nella quale avete piantato messer Groslow ed i suoi compagni.
«Signori, replicò Mordaunt in tuono vieppiù disperato, vi giuro ch’è verace il mio pentimento; signori, sono tanto giovane, ho appena ventitrè anni! signori, sono stato trasportato da un risentimento naturale; bramavo di vendicare mia madre, e voi avreste fatto quel ch’io feci.
«Eh via! secondo....» fece d’Artagnan che vedeva Athos sempre più intenerirsi.
Mordaunt era già molto prossimo alla lancia, perocchè la paura di morire quasi gli dava un vigore soprannaturale.
«Ahimè! soggiunse, dunque dovrò morire! dunque ucciderete il figlio come uccideste la madre! Eppure, io non era colpevole. Secondo tutte le leggi un figlio deve vendicare sua madre.... E poi (seguitava unendo ambe le mani) s’è delitto, giacchè me ne pento, giacchè ne chiedo perdono, devo essere perdonato».
E come se gli mancassero le forze, sembrò non si potesse sostenere più a galla, e un’ondata che gli passò sul capo gli estinse la voce.
«Oh mi fa pur male!» disse Athos.
Mordaunt tornò a mostrarsi.
«Ed io, rispose d’Artagnan, dico che va finita. Signor assassino del vostro signor zio, signor boja del re Carlo, signor incendiario, vi esorto a lasciarvi calare a fondo, o se vi accostate un tantino di più alla scialuppa, vi rompo la testa col mio remo».
Mordaunt, in atto di disperazione, fece una bracciata. D’Artagnan pigliò il remo colle due mani.
Athos si alzò.
«D’Artagnan! esclamò esso, d’Artagnan, figliuol mio! ve ne supplico! Il disgraziato è per morire, ed è orribile lasciar morire un uomo senza stendergli la mano quando ciò basta per salvarlo. Oh! il mio cuore mi vieta una simile azione! Non posso resistere; bisogna ch’egli viva.
«Caspita! replicò d’Artagnan, e perchè non ci consegnate subito, legandoci i piedi e le braccia, a questo sciagurato? La terminereste più alla lesta.... Ah! conte di la Fère, voi volete perire per mezzo suo; ebbene io, figliuol vostro, conforme mi chiamate, non voglio!»
Era la prima volta che d’Artagnan si opponesse a un priego fattogli da Athos con quel titolo affettuoso.
Aramis sguainò freddamente la spada, che, nuotando, si era portata fra i denti.
«Se mette la mano sul legname del bordo, egli disse, gliela taglio come a un regicida ch’egli è.
«Ed io, fece Porthos, aspettate!
«Che farete? domandò Athos.
«Mi butto in mare e lo strangolo.
«Oh signori! urlò Athos con un sentimento irresistibile, siamo uomini, siamo cristiani!»
D’Artagnan cacciò un sospiro che pareva un gemito, Aramis abbassò il ferro, Porthos si rimise a sedere.
«Vedete, continuava Athos, la morte gli sta dipinta sul volto, sono esauste le sue forze.... un minuto di più, e precipita nell’abisso.... Ah! non mi date un sì fiero rimorso; non mi astringete a morire poi io di vergogna, amici miei, concedetemi la vita di questo infelice, vi benedirò, vi....
«Muojo!.... balbettava Mordaunt, qua a me!.... a me!....
«Acquistiamoci un minuto!» disse Aramis chinandosi a sinistra a parlare a d’Artagnan.
E poi calatosi a destra verso Porthos:
«Una buona remata!»
D’Artagnan non rispose nè col gesto nè colla parola; principiava ad essere commosso un poco dalle suppliche di Athos, un poco dallo spettacolo che aveva dinanzi. Porthos solo diede un colpo col remo, e siccome questo non aveva contrappeso, la barca girò soltanto in tondo, e quel moto non fece che avvicinare Athos al moribondo.
«Signor conte di la Fère, esclamò Mordaunt, signor conte di là Fère!.... a voi mi rivolgo! voi prego e scongiuro! abbiatemi pietà!.... Oh!.... siete voi, signor conte di la Fère?.... Non ci vedo più.... muojo.... ajuto a me!.... ajuto!....
«Eccomi, disse Athos chinandosi a porgere il braccio a Mordaunt con gli atti di dignità e di nobiltà ch’erano in lui usuali; eccomi, prendete la mia mano, ed entrate nella nostra lancia.
«Avrei più caro di non guardare, disse d’Artagnan; tanta debolezza mi ripugna».
E si volse ai due amici, i quali si rannicchiarono in fondo alla barca quasi temessero di toccare colui a cui Athos solo porgeva senza ribrezzo la destra.
Mordaunt fece uno sforzo supremo, si sollevò, afferrò la mano, che verso di lui era stesa, e vi si aggrappò con l’impeto dell’ultima disperazione.
«Bene! disse Athos, mettete qui l’altra mano».
E gli offerse la sua spalla per secondo punto d’appoggio, talchè la sua testa toccava quasi la testa di Mordaunt, e i due acerrimi nemici se ne stavano abbracciati come due fratelli.
Mordaunt, colle dita irrigidite, stringeva il collare ad Athos.
«Bene! continuò il conte, ora siete salvo, calmatevi.
«Ah madre mia! gridò Mordaunt con lo sguardo infuocato ed un accento d’odio impossibile a descriversi; non posso offrirti che una vittima, ma almeno sarà quella che tu stessa ti saresti prescelta!....»
E mentre d’Artagnan dava un urlo, Porthos alzava il remo, Aramis cercava in che luogo ferire Mordaunt, una terribile scossa data allo schifo trascinò Athos nell’acqua, ed intanto Mordaunt, dato un grido di trionfo, stringeva la gola alla vittima, e per impedirle ogni movimento avvolgeva le sue gambe con le proprie gambe, siccome avrebbe potuto fare col suo corpo un serpente.
Per un momento, senza strillare, senza chiamare ajuto, Athos procurò mantenersi a galla, ma il peso lo trasse al basso, e a poco a poco ei disparve; in breve non si vide più altro che i suoi lunghi capelli; poscia tutto sparì in una larga ondata, che, presto calatasi, lasciò il segno soltanto del luogo ove ambedue si erano sommersi.
I tre amici, ammutoliti dall’orrore ed immobili per lo spavento, erano rimasti a bocca aperta, con gli occhi stralunati, le braccia distese; sembravano tante statue; ma pur si udivano i battiti dei loro cuori.
Porthos fu il primo a tornare in sè, e strappandosi i capelli, proruppe con tali singulti che straziavano l’anima, specialmente venendo da un uomo della sua fatta:
«Oh Athos! Athos! cuor nobile!.... guai! guai a noi che ti lasciammo morire!
«Sì, guai! ripetè d’Artagnan.
«Guai! mormorò Aramis».
Nel momento, in mezzo al vasto cerchio illuminato dai raggi della luna, a distanza di quattro o cinque braccia dalla barca, lo stesso gorgogliare dell’acqua che già aveva dato annunzio della sommersione venne a rinovarsi, e si videro apparire, prima una chioma, poi un volto squallido con gli occhi aperti ma smorti, indi un corpo, che dopo essersi rizzato sino ai fianchi sopra al mare, ricadde supino secondando il capriccioso andamento dei flutti.
Nel petto del cadavere era piantato un pugnale di cui risplendeva il pomo d’oro.
«Mordaunt! Mordaunt! Mordaunt! gridarono i tre amici.
«È Mordaunt! ripeterono.
«Ma Athos?» disse d’Artagnan.
Ad un tratto la lancia pendè a sinistra sotto un nuovo peso inaspettato, e Grimaud diede un urlo di allegrezza; tutti si volsero e videro Athos pallido, con l’occhio estinto e la mano tremante, riposarsi appoggiandosi sull’orlo dello schifo. Otto braccia nerborute lo alzarono tosto e lo adagiarono nel battello, ove in pochissimo tempo Athos si sentì rianimato, rinascendo fra gli amplessi e le premure degli amici ebbri tutti di gioja.
«Ma almeno, non siete ferito? domandò d’Artagnan.
«No, rispose Athos, e colui?
«Colui, questa volta, grazie a Dio, è morto davvero! A voi!....»
E d’Artagnan, obbligando Athos a guardare nella direzione che gli accennava, gli mostrò il corpo di Mordaunt tuttavia galleggiante sull’onde, e che ora abbassandosi ed ora risorgendo, pareva peranco perseguitasse i quattro moschettieri con isguardi ricolmi d’insulto e di odio acerrimo.
Alla fine si inabissò.
Athos lo aveva osservato con occhio pietoso e afflitto.
«Bravo Athos! fece Aramis con uno slancio in lui molto raro.
«Bellissimo colpo! aggiunse Porthos.
«Avevo un figlio, rispose Athos, e volli vivere.
«Al fine, disse d’Artagnan, Dio ha parlato!
«Non fui io che lo uccisi, balbettò Athos, fu il destino!»
LXXVIII
Nel quale Mousqueton, stato in procinto d’essere arrostito, andò a rischio di esser mangiato.
Vi fu nella lancia lungo silenzio dopo la terribile scena da noi raccontata. La luna, mostratasi per un momento, come se Dio avesse voluto che nessun dettaglio di quell’avvenimento restasse celato agli spettatori, scomparve a tergo alle nuvole; tutto tornò nell’oscurità, spaventosa in tutti i deserti, e specialmente sul liquido deserto chiamato l’oceano, e non s’intese più altro che il sibilo dei venti sulla cima dei flutti.
Porthos fu il primo a parlare, e disse:
«Molte cose io vidi, ma niuna mi commosse quanto quella veduta poc’anzi. Eppure, benchè turbato, vi dichiaro che mi sento contento: ho sul petto cento libbre di meno, e alfine respiro libero».
E di fatti Porthos respirò con tal fracasso che diè prova vantaggiosa della forza dei suoi polmoni.
«Per me, rispose Aramis, non dirò come voi; sono ancora atterrito, a segno che non do fede a’ miei proprj occhi; dubito di quel che ho visto, cerco attorno alla barca, e mi aspetto ogni minuto che comparisca di nuovo quello sciagurato tenendo in mano il pugnale che aveva fitto nel cuore.
«Oh! io sto quieto, seguitò Porthos, il colpo è stato vibrato verso la sesta costola e cacciato sino all’elsa.... Athos, non ve ne fo rimprovero; al contrario quando uno percuote, così deve percuotere. E perciò adesso io vivo, respiro, sono lieto.
«Non vi affrettate a cantar vittoria, soggiunse d’Artagnan, mai non fummo in maggior rischio che in quest’ora, giacchè un uomo riesce contro un uomo, ma non contro un elemento, e noi siamo in mare, di notte, senza guida, in una fragile barca: se un colpo di vento fa rovesciare la lancia, siamo belli e perduti!»
Mousqueton mandò fuori un sospiro.
«D’Artagnan, voi siete ingrato, replicò Athos, sì, ingrato, nel dubitare della Provvidenza nel punto in cui ci ha salvati tutti in modo tanto miracoloso. Credete forse ch’ella ci abbia fatti passare guidandoci per mano fra tanti perigli per quindi abbandonarci? No no. Siamo partiti con vento da ponente, e questo soffia sempre».
Athos si fissava verso la stella polare.
«Ecco l’Orsa minore, e in conseguenza là è la Francia. Lasciamoci portare dal vento, e sino che non cambia ci spingerà verso le coste di Calais o di Boulogne. Se la barca si rovescia, siamo assai forti e buoni nuotatori, almeno noi cinque, per rivoltarla, o per aggrapparci ad essa ove l’impresa sia superiore al nostro vigore. Ora, noi ci troviamo sul cammino medesimo di tutte le navi che vanno da Douvres a Calais e da Portsmouth a Boulogne; se l’acqua conservasse le traccie, quelle del loro passaggio avrebbero fatto un solco nel luogo appunto ove noi siamo. Sicchè è impossibile che a giorno non incontriamo qualche barca da pescatori che ci dia ricovero.
«Ma se per esempio non ne incontrassimo, e il tempo girasse a tramontana?
«Allora è tutt’altro, fece Athos; non troveremmo la terra se non dall’altra parte dell’Atlantico.
«Lo che vuol dire che si morrebbe di fame, osservò Aramis.
«Questo è più che probabile, disse il conte di la Fère».
Mousqueton mandò un sospiro più affannoso del primo.
«Animo, Mouston, domandò Porthos, di che avete da gemere così? è cosa fastidiosa?
«È che ho freddo, signore.
«Non può essere!
«Non può essere?
«Di certo. Voi avete il corpo ricoperto di uno strato di grasso che lo rende impenetrabile all’aria; v’è qualche altra cosa, parlate schiettamente.
«Or bene, signor sì; e precisamente quel grasso che mi vantate è quello che mi sgomenta.
«E perchè, Mouston? dite liberamente: questi signori ve lo permettono.
«Perchè mi ricordavo che nella biblioteca del castello di Bracieux, v’è una quantità di libri di viaggi, e tra questi, quelli di Giovanni Mouquet, il famoso viaggiatore del re Enrico IV....
«E poi?
«Or bene, in quei libri si discorre di molto di avventure marittime, e di avvenimenti simili a quello di che noi siamo adesso minacciati.
«Continuate, Mouston, disse Porthos, codesta analogia è assai interessante.
«Or dunque, in tali casi, i viaggiatori affamati, dice Giovanni Mouquet, hanno l’orribile usanza di mangiarsi uno coll’altro e di cominciare dal....
«Dal più grasso! esclamò d’Artagnan, non potendo far a meno di ridere ad onta della scabrosa situazione.
«Signor sì, replicò Mousqueton un po’ stordito da questa sua ilarità, e permettetemi di dirvi che non vedo che cosa vi sia da ridere.
«Questo caro Mouston è lo zelo in persona, la divozione in carne e in ossa! fece Porthos. Scommettiamo che ti pareva di esser già tagliato a pezzi e mangiato dal tuo padrone?
«Sì, signore, benchè confesso che il contento che mi supponete non sia senza un qualche miscuglio di tristezza; non ostante non mi rincrescerebbe troppo di me stesso, se morendo avessi la certezza di esservi ancora utile.
«Mouston! seguitò Porthos intenerito, se mai rivediamo il mio castello di Pierrefonds, avrete in assoluta proprietà per voi e vostri discendenti il vigneto che sovrasta al podere.
«E gli porrete nome: Vigneto della fedeltà, aggiunse Aramis, onde trasmettere all’età venture la memoria del vostro sacrifizio.
«Cavaliere, disse ridendo d’Artagnan, non è vero che vi sareste mangiato un po’ del Mouston senza grande ripugnanza, in ispecie dopo due o tre giorni di dieta?
«No, per Bacco, rispose Aramis, avrei preferito Blaisois; è minor tempo che lo conosciamo».
È da comprendersi che durante questo scambio di facezie avente per principale scopo di levar di mente ad Athos la scena recente avvenuta, i servi (eccetto Grimaud il quale sapeva che in qualunque caso il pericolo non toccherebbe a lui) i servi, noi diciamo, non erano punto quieti.
Sicchè Grimaud senza prender parte alla conversazione, e mutolo al suo solito, si adoprava meglio che potesse con un remo in ogni mano.
«E tu voghi? gli disse Athos».
Grimaud ammiccò di sì.
«E perchè?
«Per aver caldo».
Infatti, mentre gli altri naufraghi tremavano dal freddo, il tacito Grimaud sudava a goccioloni.
Ad un tratto Mousqueton diede un grido di allegrezza, alzandosi di sopra al capo la mano armata di una bottiglia.
«Oh, signore, oh! disse porgendo questa a Porthos, siamo salvi! la lancia è carica di viveri!»
E frugando sollecito sotto la panca da cui aveva già levato il prezioso campione, portò su una dopo l’altra dodici bottiglie consimili, e del pane ed un pezzo di bove salato.
È superfluo il dire che questa roba trovata rese a tutti il buon umore, meno che ad Athos.
«Per Diana! disse Porthos, il quale ci rammentiamo aveva fame sino da quando poneva il piede sulla feluca; non è credibile quanto le emozioni indeboliscono lo stomaco!»
E s’inghiottì il contenuto di una bottiglia, divorandosi da sè solo un terzo del pane e della carne.
«Adesso, signori, disse Athos, dormite, o procurate di dormire, io veglierò».
Per altri uomini che i nostri ardimentosi avventurieri, una tale proposizione sarebbe stata derisoria. Realmente erano bagnati sino alle ossa, soffiava un vento diacciato, e le commozioni provate dovevano impedir loro di chiudere occhio; ma a quei naturali straordinari, a quei ferrei temperamenti, a que’ corpi avvezzi a tutti gli strapazzi, il sonno arrivava all’ora fissa senza mai mancare alla chiamata.
E quindi di là ad un momento, ciascheduno pien di fiducia nel piloto, ebbe posate le gomita a suo modo, e procurato di profittare del consiglio dato da Athos, il quale, seduto al timone e con gli occhi vôlti costantemente al cielo, ove di certo ei cercava non solo il cammino per la Francia, ma anche la faccia di Dio, rimase solo, conforme aveva promesso, desto e pensoso, dirigendo nella via da seguirsi la piccola barca.
Dopo alcune ore di sonno, Athos svegliò i viaggiatori.
I primi barlumi del giorno imbiancavano il mare azzurro, e a dieci tiri di schioppo circa verso la prora si scorgeva una mole nera, al di sopra della quale estendevasi una vela triangolare lunga e sottile come l’ala di una rondine.
«Una barca!» dissero in una voce i tre amici.
E i domestici dal canto loro esprimevano il giubilo in tuoni fra lor differenti.
Era un bastimento da trasporto di Dunkerque, che faceva vela per Boulogne.
I quattro padroni, Blaisois e Mousqueton mandarono insieme un grido che echeggiò sulla superficie delle onde, mentre Grimaud senza dir nulla, metteva il suo cappello in cima al remo per richiamare gli sguardi di coloro a cui il grido doveva giungere.
Dopo un quarto d’ora la lancia di quel bastimento li rimorchiava; essi ponevano il piede sul trasporto; Grimaud offeriva venti ghinee al capitano a nome del suo padrone; e la mattina a nove ore con buonissimo vento i nostri francesi sbarcavano sul suolo della patria.
«Cospettone! come si è forti qua sopra! disse Porthos affondando i larghi piedi nell’arena; vengano ora a darmi molestia, a guardarmi bieco, a stuzzicarmi, e vedranno con chi avranno che fare! Per Bacco! sfiderei un regno intero!
«Ed io, avvertì d’Artagnan, vi esorto a non proferire tanto forte questa sfida, giacchè mi pare che qui ci guardino di molto.
«Eh diamine! ci ammirano.
«Ed io, caro Porthos, non ci metto punto amor proprio, ve lo giuro. Vedo soltanto degli uomini colla giubba nera, e confesso che nella nostra situazione tali genti mi spaventano.
«Sono i cancellieri delle mercanzie del porto, rispose Aramis.
«Sotto l’altro ministro, osservò Athos, sotto il grande, avrebbero badato più a noi che alle mercanzie; ma ora non dubitate, baderanno più alle merci che a noi.
«Non me ne fido, replicò d’Artagnan, e vo subito su per le dune.
«Perchè non dalla città? fece Porthos; avrei più caro un buon albergo che quei tristi deserti di rena creati da Dio solamente per i conigli. E poi, ho fame, io.
«Fate come volete, Porthos, soggiunse il Guascone; ma per me, sono persuaso che la più sicura per persone nel nostro stato è la campagna aperta».
E certo di aver per sè la maggioranza dei voti, d’Artagnan s’inoltrò nelle dune senza attender risposta.
Tutti lo seguirono, ed in breve disparvero seco dietro ai monticelli di sabbia, non senza però aver richiamato sopra sè medesimi la pubblica attenzione.
«Adesso discorriamo, propose Aramis dopo ch’ebbero fatto circa un quarto di lega.
«No no, disse d’Artagnan, scappiamo; siamo fuggiti a Cromvello, a Mordaunt, al mare; tre abissi ci volevano ingojare, non isfuggiremo al signor Mazzarino.
«Avete ragione, approvò Aramis, e la mia opinione è che per più sicurezza ci separiamo.
«Sì sì, fece d’Artagnan, separiamoci».
Porthos voleva parlare per opporsi a questa risoluzione; ma il nostro Guascone gli fe’ capire, stringendogli la mano, che doveva star cheto. Porthos era molto obbediente, e a quei cenni del suo compagno di cui riconosceva la superiorità intellettuale, si rimandò addietro le parole che gli stavano per uscire dalla bocca.
«Ma perchè dividerci? domandò Athos.
«Perchè, rispose d’Artagnan, fummo mandati da Mazzarino a Cromvello, Porthos ed io, ed invece di servire Cromvello servimmo il re Carlo I, lo che non è mica lo stesso. Tornando con i signori di la Fère e d’Herblay, il nostro delitto è provato; tornando soli, il nostro delitto rimane in istato di dubbio, e col dubbio si va molto innanzi.... E io ne vuo’ far vedere delle belle al signor di Mazzarino.
«Che! disse Porthos, è vero!
«Voi, osservò Athos, vi scordate che siamo vostri prigionieri, che non ci riguardiamo come sciolti dalla nostra parola verso di voi, e che riconducendoci prigionieri a Parigi....
«Athos, interruppe d’Artagnan, mi duole che un uomo di spirito quale voi siete dica sempre delle meschinità di cui si vergognerebbero scolaretti di terza classe. Cavaliere (e si volgeva ad Aramis, che superbamente appoggiato sulla sua spada, ed ancorchè avesse prima esternata un’opinione contraria, sembrava essersi presto riunito a quella del suo collega), cavaliere, intendete che qui come al solito il mio carattere diffidente esagera le cose. Porthos ed io in conclusione nulla arrischiamo. Ma bensì, se per caso si tentasse di arrestarci davanti a voi, ebbene! non si arresteranno mica sette uomini come si farebbe a tre; le spade vedrebbero il sole; e la faccenda trista per tutti lo sarebbe maggiormente per noi e ci rovinerebbe tutti quattro. D’altronde, se accade qualche disgrazia a due di noi, non è forse meglio che gli altri due siano in libertà per levar quelli dall’impaccio, strisciare, spezzare, congiurare, in somma liberarli? E poi, chi sa che non otteniamo separatamente, voi dalla regina e noi da Mazzarino, il perdono che insieme ci verrebbe negato? Orsù, Athos ed Aramis pigliate a diritta; voi, Porthos, venite meco a sinistra; lasciate che quei signori se ne vadano in Normandia, e noi dalla strada più corta andiamocene a Parigi.
«Ma se per viaggio siamo presi, come potremo darci reciproco avviso di questa catastrofe? domandò Aramis.
«Nulla v’è di più facile. Stabiliamo un itinerario da cui non ci dipartiremo. Andate a Saint-Valery, poi a Dieppe, dopo prendete la via retta da Dieppe a Parigi; noi piglieremo da Abbeville, Amiens, Peronne, Compiegne e Senlis, ed in ogni locanda, in ogni casa dove ci fermeremo, scriveremo sul muro colla punta di un coltello, o sui vetri col taglio di un diamante, uno schiarimento che possa essere di guida alle ricerche di quelli che fossero liberi.
«Ah! amico mio come ammirerei le risorse della vostra testa, se non mi fermassi a quelle del vostro cuore per adorarle!»
E porgeva la destra a d’Artagnan.
«E forse la volpe ha ella dell’ingegno? rispose questi scrollando le spalle; no, sa rubare le galline, sviare i cacciatori e ritrovare la sua strada di giorno come di notte, nient’altro. Or bene, è combinato?
«È combinato.
«Dunque dividiamoci il danaro, continuò d’Artagnan; debbono rimanere circa duecento doppie. Quanto resta, Grimaud?
«Cento ottanta mezzi luigi, signore.
«Appunto. Evviva! ecco il sole. Buon giorno, sole amico; sebbene tu non sia lo stesso che quello della Guascogna, ti riconosco o m’imagino di riconoscerti.... Era un pezzo che non ti vedevo!
«Animo, animo d’Artagnan, disse Athos, non fate da spirito forte, avete le lacrime agli occhi. Siamo sempre schietti fra noi, quando anche questa schiettezza dovesse fare scorgere le nostre buone qualità.
«Oh! mio caro, credete si lascino a sangue freddo e in un momento non esente da pericoli due amici come voi ed Aramis?
«No! e per questo, venite fra le mie braccia, figliuol mio!
«Perdinci! fece singhiozzando Porthos, piango, se non isbaglio: uh che sciocchezza!»
Ed i quattro camerati formarono un sol gruppo gettandosi l’uno al seno dell’altro. In tale istante, quei quattro uomini riuniti dall’amplesso fraterno non ebbero per certo che una sola anima.
Blaisois e Grimaud dovevano andar con Athos ed Aramis; a Porthos e d’Artagnan bastava Mousqueton.
Si ripartirono, siccome avevano fatto sempre, il danaro con una regolarità da fratelli; e strettasi scambievolmente la mano, e ripetutesi le proteste di eterna amistà, i gentiluomini si separarono per avviarsi ciascuno nella direzione convenuta, non senza voltarsi, non senza mandarsi ancora affettuose parole, cui ridiceva tosto l’eco delle dune.
Alfine si perderono di vista.
«Corpo di Bacco! esclamò Porthos, questa, d’Artagnan mio, bisogna ch’io ve la dica subito, giacchè non posso tener sul cuore qualche cosa contro di voi: in questa circostanza non vi ho riconosciuto.
«Perchè? domandò d’Artagnan col suo sorrisetto malizioso.
«Perchè, se conforme assicurate, Athos ed Aramis son veramente esposti ad un rischio, non è momento da abbandonarli. Io vi confesso ch’ero pronto ad accompagnarli, e lo sono tuttavia a raggiungerli, non ostante tutti i Mazzarini dell’universo.
«Ah! avreste ragione, Porthos, se così fosse; ma sappiate una cosarella, che, quantunque piccola, varierà il corso alle vostre idee: ell’è che il maggior rischio non è per quei signori, ma bensì per noi; è che li lasciamo, non per abbandonarli, ma per non comprometterli.
«Davvero! fece Porthos spalancando gli occhi.
«Eh! senza dubbio: se sono arrestati, per loro v’è la Bastiglia semplicemente; per noi, se lo siamo, v’è la piazza di Grève.
«Oh oh! disse Porthos, c’è differenza da questo alla corona da barone che mi promettevate!
«Non tanto forse, oibò! voi sapete il proverbio francese: Tout chemin mène à Rome.
«Ma perchè corriamo maggiori pericoli che Athos ed Aramis?
«Perchè essi non hanno fatto altro che attenersi all’incarico ricevuto dalla regina Enrichetta, e noi abbiamo tradito quello datoci da Mazzarino; perchè partiti come messaggieri presso a Cromvello, siamo diventati partigiani del re Carlo; perchè invece di dar mano a far cadere la regia sua testa condannata da quei furfanti chiamati Mazzarino, Cromvello, Joyce, Pridge, Farfaix, ec., ec., siamo stati in procinto di salvarla.
«È vero, rispose Porthos; però, mio caro, come volete che in mezzo alle sue grandi occupazioni di mente il generale Cromvello abbia avuto tempo da pensare?....
«Pensa a tutto, ha tempo per tutto; e noi, datemi retta, non perdiamo il nostro, ch’è prezioso. Non saremo in sicuro se non dopo aver visto Mazzarino, ed anche....
«Diamine! e che gli diremo?
«Lasciate fare a me, ho io il mio piano preparato: Cromvello è forte, Mazzarino è scaltro, ma ho più gusto di trattare in diplomazia contro di essi che contro il defunto messer Mordaunt.
«Ecco! fece Porthos, eppure v’è piacere a dire: defunto messer Mordaunt!
«Sì sì, replicò d’Artagnan, ma in viaggio subito».
Ed ambedue senza perdere un momento si diressero verso la strada di Parigi, seguiti da Mousqueton, che dopo aver avuto freddo tutta la notte, aveva digià troppo caldo a capo a un quarto d’ora.
LXXIX
Ritorno.
Athos ed Aramis avevano preso l’itinerario indicato da d’Artagnan, e camminato quanto più presto potevano; ad essi sembrava che fosse per loro più vantaggioso l’essere arrestati vicino a Parigi che lontano.
Ogni sera, nella tema che questo caso avvenisse loro di notte, tracciavano o sul muro o sui vetri il pattuito segno di riconoscimento, ma ogni mattina con sommo stupore al destarsi si trovavano liberi.
A misura che s’inoltravano verso la capitale, i grandi eventi dei quali erano stati spettatori, e che sconvolta avevano l’Inghilterra, si andavano dileguando come tanti nuvoli, mentre all’opposto venivano loro incontro quelli che avevano scosso Parigi e la provincia.
In quelle sei settimane d’assenza erano succedute in Francia tante cose piccole da formare quasi insieme un grandissimo caso. I Parigini, svegliatisi la mattina senza regina nè re, furono molto dolenti di siffatto abbandono, e l’assenza di Mazzarino sì caldamente bramata non compensò il rincrescimento di quella dei due augusti fuggiaschi.
Il primo sentimento che agitasse Parigi, allorchè intese la fuga per San Germano, a cui noi già facemmo assistere i nostri leggitori, fu dunque quella specie di spavento che assale i bambini quando e’ si destano di notte o nella solitudine. Il parlamento si mise in moto, e fu deciso che una deputazione si trasferisse presso la sovrana a pregarla di non privare più a lungo la capitale della sua regia presenza.
Ma la regina era tuttavia sotto la duplice impressione del trionfo di Lens e dell’orgoglio della sua scappata eseguita tanto felicemente. I deputati non solo non ebbero l’onore di esser da lei ricevuti, ma anche si fecero aspettare sulla scala grande, dove il cancelliere (lo stesso Seguier che noi vedemmo nella prima parte di quest’opera insistere ostinatamente per una lettera ripostasi perfino in seno dalla regina), il cancelliere, dicevamo, venne a dare loro l’ultimatum della corte, il quale portava che se il Parlamento non si umiliava dinanzi alla regale maestà, passando sopra senz’altro a tutte le questioni che avevano cagionata la contesa che li divideva, Parigi sarebbe assediata all’indomani; che digià, pure, nella previdenza di codesto assedio, il duca d’Orleans occupava il ponte di San Cloud, e il signor Principe, ancora risplendente della sua vittoria di Lens, stava in possesso di Charenton e San Dionigi.
Disgraziatamente per la corte, a cui una risposta moderata avrebbe forse restituito un buon numero di partigiani, questa cotanto minacciosa produsse un effetto contrario a quel che si attendeva; urtò l’orgoglio del Parlamento, che sentendosi robustamente appoggiato dal ceto borghese, a cui la grazia di Broussel aveva dato un concetto della propria forza, replicò alle lettere patenti, dichiarando che il ministro Mazzarino era notoriamente l’autore di tutti i disordini, e quindi lo dichiarava nemico del re e dello Stato, e gl’ingiungeva di ritirarsi dalla corte nel medesimo giorno, e dalla Francia negli otto giorni di tempo, spirato il qual termine, ove non obbedisse, comandava a tutti i sudditi del re di scagliarglisi contro.
Questa energica replica, che la corte non si aspettava, metteva Parigi e Mazzarino fuor della legge. Rimaneva solamente da sapersi chi la vincerebbe, o il parlamento o la corte.
Allora la corte fece i suoi preparativi di attacco, e Parigi quelli di difesa. I borghesi adunque erano occupati all’opera consueta dei borghesi in tempo di sommossa, cioè a stendere delle catene e tôrre il lastrico dalle strade, quando videro arrivare e dar loro ajuto, e condotti dal Coadiutore, il principe di Conti, fratello del principe di Condé, e il duca di Longueville suo cognato. E tosto si riconfortarono, perocchè avevano dalla loro due principi del sangue, e di più il vantaggio dal numero.
Nel dì 10 gennajo giungeva a’ Parigini questo non sperato soccorso.
Dopo una burrascosa discussione, il principe di Conti fu nominato a generalissimo delle armate del re fuori di Parigi con i duchi di Elboeuf e di Bouillon, e il maresciallo La-Mothe per luogotenenti generali; il duca di Longueville senza carica, nè titolo, si contentava di assistere il cognato.
In quanto al signor di Beaufort, era tornato dal Vendomese, portando (dice la cronaca) la sua bella cera, capelli belli e lunghi, e quella popolarità che gli procacciò la sovranità delle piazze da mercato.
L’armata parigina erasi allora ordinata con la prontezza con la quale i cittadini si travestono da soldati quando a questa trasformazione li spinga un sentimento qualunque. Al dì 19, l’esercito, raccoltosi, aveva tentata una sortita, piuttosto per assicurare sè medesimo e gli altri della propria esistenza che per avventurare qualche cosa di serio, facendosi sventolare più su del capo una bandiera su cui leggevasi questa singolare divisa: Cerchiamo il nostro re.
I giorni seguenti furono impiegati ad alcune piccole operazioni parziali, che non ebbero altro risultato se non la preda di varj armenti, e l’incendio di due o tre case.
Così si giunse ai primi di febbrajo, e nel primo assolutamente di quel mese i nostri quattro camerati approdavano a Boulogne e si avviavano solleciti a Parigi, ognuno dalla sua parte.
Verso la fine del quarto giorno di cammino scansarono cautamente Nanterre onde non cadere in qualche turba del partito della regina.
Athos pigliava a malincuore simili precauzioni, ma Aramis gli aveva fatto giudiziosamente osservare come non aveano diritto di essere imprudenti, ed erano incaricati dal re Carlo di una missione suprema e sacra, la quale ricevuta appiè del patibolo non si compirebbe che a’ piedi della regina.
E quindi Athos cedè.
Nei sobborghi i nostri viaggiatori trovarono buona guardia. Tutta Parigi era armata. La sentinella ricusò di lasciar passare i due gentiluomini, e chiamò il suo sergente.
Il sergente venne subito fuori, ed assumendo tutta l’importanza che sogliono assumere i borghesi quando hanno la fortuna di esser rivestiti di una dignità militare, domandò:
«Chi siete, signori?
«Due gentiluomini, rispose Athos.
«Di dove venite!
«Da Londra.
«Che venite a fare a Parigi?
«Adempiere ad un incarico presso Sua Maestà la regina d’Inghilterra.
«Ehi dico! ma oggi vanno tutti dalla regina d’Inghilterra! replicò il sergente. Abbiamo di già al posto di guardia tre gentiluomini di cui si visitano i fogli, e che vanno da Sua Maestà. I vostri fogli dove sono?
«Non ne abbiamo.
«Come! non ne avete?
«No, arriviamo dall’Inghilterra, secondo vi abbiamo detto; ignoriamo totalmente a che punto siano gli affari politici, essendo partiti da Parigi prima del re.
«Ah! disse il sergente in aria da scaltro, siete tanti mazzarini, che vorreste entrare da noi per farci la spia!
«Caro amico! replicò Athos, che sino allora aveva lasciato ad Aramis la cura di rispondere; se fossimo mazzarini avremmo anzi tutte le carte possibili. Nella situazione in cui siete, diffidatevi prima di tutto, credete a me, di coloro che sono in piena regola.
«Entrate al corpo di guardia, esporrete le vostre ragioni al superiore».
Il sergente fe’ un cenno alla sentinella; questa si trasse da parte a lasciarlo passare, mentre i due gentiluomini lo seguivano.
Il corpo di guardia era interamente occupato da borghesi ed uomini del volgo; chi giuocava, chi beveva, chi discorreva.
In un canto, e quasi custoditi a vista, erano i tre gentiluomini primi arrivati, e di cui l’ufficiale esaminava i ricapiti. L’ufficiale stava nella stanza contigua, perchè l’importanza del suo grado gli concedeva l’onore di un alloggio particolare.
Il primo movimento dei primi e degli ultimi giunti, fu dalle due estremità del locale di darsi scambievolmente un’occhiata rapida e indagatrice. Quelli capitati avanti erano coperti, e ben celati da lunghi ferrajuoli. Uno di essi, meno grande che i compagni, si stava indietro ed all’ombra.
All’annunzio dato all’entrare dal sergente, che, secondo ogni probabilità, conduceva due innanzi, i tre gentiluomini drizzarono le orecchie e si fecero attentissimi. Il più piccolo, che aveva mossi due passi, ne fece uno all’indietro, e si ritrovò all’ombra.
All’avviso che i nuovi venuti non avevano carte di passo, fu unanime parere del corpo di guardia ch’essi non entrassero.
«Anzi, signori, disse Athos, è probabilissimo ch’entriamo, giacchè ci sembra di aver che fare con genti ragionevoli. E la maniera sarà semplicissima: basterà far trasmettere i nostri nomi a Sua Maestà la regina d’Inghilterra, e s’ella si fa per noi responsabile, spero che non vedrete più inconveniente a darci libero ingresso».
A tali parole l’attenzione di quello che era nascosto all’ombra diventò anco maggiore, e fu pure accompagnata da un moto di stupore sì improvviso, che gli cadde il cappello spinto dal ferrajuolo nel quale si avviluppava più che mai; egli si chinò prestamente a raccoglierlo.
«Oh mio Dio! disse Aramis dando di gomito ad Athos, avete visto?
«Che cosa? domandò Athos.
«Il più basso di quei tre?
«No.
«È che mi pareva.... ma già non è possibile!»
In quel punto il sergente, ch’era andato nella stanza particolare a prender gli ordini dall’uffiziale, uscì, ed accennando i tre gentiluomini a cui consegnò un foglio, disse:
«Le carte sono in regola; lasciate passare questi tre signori».
I tre signori fecero un segno colla testa, e si affrettarono a profittare del permesso e della strada, che, per comando del sergente, veniva lor fatta libera.
Aramis li seguitò cogli occhi, e nell’atto che il più piccolo gli passava davanti, strinse la mano ad Athos.
«Che avete, mio caro? chiese questi.
«Ho.... di certo, è una visione....»
Ed Aramis domandò al sergente:
«Ditemi, conoscete i tre gentiluomini usciti adesso di qua?
«Li conosco per i loro fogli: sono i signori di Flamarens, di Chatillon e di Bruy, tre della Fronda, che vanno a raggiungere il signor duca di Longueville.
«È singolare! disse Aramis rispondendo piuttosto al suo proprio pensiero che al militare, mi era sembrato di ravvisare il Mazzarino in persona».
Il militare diede una grossa risata.
«Lui! disse, arrischiarsi così da noi per esser impiccato! non è tanto babbeo!
«Uhm!... potrei essermi ingannato; non ho mica l’occhio infallibile di d’Artagnan.
«Chi è che parla di d’Artagnan? fece l’uffiziale, che appunto comparve sulla soglia della sua camera.
«Oh! urlò Grimaud spalancando gli occhi.
«Che? domandarono insieme Aramis ed Athos.
«Planchet! rispose Grimaud, Planchet col gorgerino!
«I signori di la Fère e d’Herblay di ritorno a Parigi! esclamò l’uffiziale. Oh che allegrezza è questa per me! chè di sicuro, venite a unirvi ai signori principi.
«Precisamente, mio caro Planchet, replicò Aramis, mentre Athos sorrideva veggendo il grado considerevole che occupava nella milizia cittadina l’antico camerata di Mousqueton, di Bazin e di Grimaud.
«E il signor d’Artagnan, del quale discorrevate poc’anzi, signor d’Herblay? oserò ricercarvi se ne avete notizia?
«L’abbiamo lasciato, or sono quattro giorni, e tutto ci induce a credere che ci avesse preceduti in Parigi.
«No, signore, io ho certezza che non è rientrato nella capitale; in sostanza, può essere che sia rimasto a San Germano.
«Non lo credo: abbiamo l’appuntamento al Granchio.
«Io ci sono stato oggi appunto.
«E la bella Maddalena non ne aveva nuove? fece sogghignando Aramis.
«No, e anzi non vi nascondo che pareva assai inquieta.
«In conclusione, disse Aramis, non abbiamo ancora perduto tempo, e si è fatto alla lesta. Sicchè, permettete, caro Athos, senza che io m’informi di più del nostro amico, che faccia i miei complimenti a messer Planchet.
«Ah! signor cavaliere, disse Planchet con un inchino.
«Tenente! esclamò Aramis.
«Tenente sì, e con promessa d’esser capitano.
«Bellissima cosa! rispose Aramis, e come sono venuti a voi tutti questi onori?
«Già, prima sapete, signori, che fui io che feci scappare il signor di Rochefort?
«Sì, cospetto! egli ce lo ha raccontato.
«Ma in quella circostanza stetti in procinto di essere impiccato dal Mazzarino, lo che naturalmente mi rese più popolare che nol fossi per lo avanti.
«E mercè codesta popolarità?...
«No, mercè qualcosa di meglio. Inoltre vi è noto che ho servito nel reggimento di Piemonte, dove avevo l’onore di essere sergente?
«Sicuro.
«Or bene! un giorno che nessuno poteva mettere in fila una quantità di paesani armati che si partivano chi col piè sinistro e chi col diritto, io riuscii a farli muovere tutti con lo stesso piede, e fui fatto tenente sul campo.... delle manovre.
«Ecco la spiegazione, fece Aramis.
«Dimodochè, soggiunse Athos, avete con voi un diluvio di nobiltà?
«Certissimo; in primo luogo abbiamo, conforme saprete senza dubbio, il principe di Conti, il duca di Longueville, il duca di Beaufort, il duca d’Elboeuf, il duca di Chevreuse, il signor di Brissac, il maresciallo di la Mothe, il signor di Luynes, il marchese di Vitry, il principe di Marillac, il marchese di Noirmontier, il conte di Fiesques, il marchese di Laigues, il conte di Montresor, il marchese di Sevigné, e che so io, quanti mai?
«E il signor Raolo di Bragelonne? chiese Athos con qualche agitazione, d’Artagnan mi disse avervelo raccomandato nel partire, mio buon Planchet.
«Sì, signor conte, e come fosse stato suo figliuolo, e debbo dichiarare che non l’ho perduto di vista un momento.
«Dunque sta bene? seguitò Athos con voce alterata dal contento; non gli è accaduta alcuna disgrazia?
«Nessuna.
«E abita?...
«Sempre al Gran Carlomagno.
«E passa le giornate?...
«Ora dalla regina d’Inghilterra, ora da madama di Chevreuse. Esso e il conte di Guiche non si lasciano un istante.
«Grazie, Planchet, grazie».
E Athos gli porgeva la destra.
«Oh! signor conte, fece Planchet toccando quella mano con la punta delle dita.
«Conte, ebbene? che fate? ad un antico lacchè! osservò Aramis.
«Amico, mi dà notizie di Raolo.
«E adesso, continuò Planchet il quale non aveva udita l’osservazione di Aramis, che avete idea di fare?
«Rientrare in Parigi, se pure voi ci date il permesso, caro signor Planchet.
«Come! se vi do il permesso? mi burlate, non sono altro che il vostro servo».
E Planchet fece una riverenza.
Poi voltosi a’ suoi uomini:
«Lasciate passare questi signori; li conosco, sono amici del signor di Beaufort.
«Evviva il signor di Beaufort! gridò tutto il corpo di guardia facendo largo ad Athos ed Aramis».
Il sergente solo si accostò a Planchet.
«Chè? borbottò, senza passaporto?
«Senza passaporto.
«Badate, capitano, ribattè il sergente dando anticipatamente a Planchet il titolo promessogli; badate che uno dei tre uomini usciti poco fa mi ha detto pianino di non fidarmi di loro.
«Ed io, ripigliò Planchet maestosamente, li conosco e rispondo per essi».
E strinse la mano a Grimaud, il quale parve molto onorato da tale distinzione.
«Dunque a rivederci capitano, soggiunse Aramis in tuono beffardo, se ci accadesse qualche cosa chiameremmo voi in appoggio.
«Signor mio, disse Planchet, in questo come in tutt’altro, sono vostro servitore umilissimo.
«Ha spirito e di molto, il briccone! esclamò Aramis montando a cavallo.
«E come non deve averne? fece Athos ponendosi in sella, dopo avere per tanto tempo spazzolati i cappelli del suo padrone?»