LXXX
Gli ambasciadori.
I due amici si avviarono tosto scendendo il ripido pendio del sobborgo. Però, giunti appiè di quello, videro con istupore che le strade di Parigi si erano cambiate in fiumi e le piazze in tanti laghi: in conseguenza delle forti pioggie del mese di gennajo, la Senna aveva dato di fuori, e colle sue acque ingombrava metà della capitale.
Athos ed Aramis entrarono animosamente con i loro cavalli in quella inondazione; ma in breve i poveri animali vi affondarono sino al petto, e bisognò che i due gentiluomini si decidessero a lasciarli ed a prendere una barca, dopo avere raccomandato ai loro domestici di andare ad attenderli ai mercati.
In conseguenza arrivarono in barchetta al Louvre. Era notte già fatta, e Parigi vista così al lume di alcuni lampioni tremolanti fra tutti quei paduli, co’ suoi battelli carichi di pattuglie con armi risplendenti, con le grida di vigilia che di notte si ricambiano fra i posti di guardia, Parigi insomma presentava un aspetto che abbagliò Aramis, l’uomo più accessibile che mai potesse incontrarsi a sentimenti bellicosi. Giunsero dalla regina; però fu d’uopo far anticamera, sendochè nel momento Sua Maestà dava udienza a gentiluomini che recavano notizie d’Inghilterra.
«E anche noi, disse Athos al servo che gli dava questa risposta, non solo portiamo notizie d’Inghilterra, ma veniamo pure di là.
«Come vi chiamate?
«Il signor conte di la Fère e il signor cavaliere d’Herblay, replicò Aramis.
«Oh! allora, signori, fece il servitore udendo quei nomi dalla regina proferiti tante volte nella sua speranza, allora è tutt’altro, e credo che Sua Maestà non mi perdonerebbe di avervi fatto aspettare un momento. Seguitemi, di grazia».
E camminò avanti, precedendo i due forestieri.
Poi quando fu nella stanza ove stava la sovrana fece ad essi cenno di attendere, ed aperta la porta, disse:
«Signora, spero che Vostra Maestà mi perdoni di aver disobbedito ai di lei ordini, quando saprà che coloro cui vengo ad annunziarle sono i signori conte di la Fère e cavaliere d’Herblay».
La regina diè un grido di giubilo, che dai gentiluomini fu inteso dal luogo ove si erano trattenuti.
«Povera regina! borbottò Athos.
«Oh, passino, passino! esclamò pure la giovane principessa slanciatasi verso l’uscio».
La meschinella non si divideva mai dalla madre, e procurava farle obliare mediante le sue premure e la filiale sua tenerezza l’assenza dei due fratelli e della sorella.
«Entrate, signori, entrate», disse e terminava da sè di schiudere la porta.
Si presentarono Athos ed Aramis. La regina stava seduta sopra una poltrona, e a lei dinanzi erano in piedi due dei tre gentiluomini da loro incontrati nel corpo di guardia.
Erano questi i signori di Flamarens e Gasparo di Coligny, duca di Chantillon, fratello di quello che fu ucciso sette od otto anni prima in un duello ch’ebbe luogo a motivo di madama di Longueville.
All’annunziarsi dei due amici costoro indietreggiarono alquanto, e sotto voce ricambiarono alcune parole.
«Ebbene, signori! disse la regina, visti ch’ebbe Athos ed Aramis, eccovi alfine, fidi amici, ma i corrieri di Stato sono venuti anco più presto di voi. La corte è stata istrutta degli affari di Londra nel momento che voi arrivavate alle porte di Parigi, ed ecco i signori di Flamarens e di Chatillon che mi portano da parte di Sua Maestà la regina Anna le più recenti informazioni».
Aramis ed Athos si guardarono; la tranquillità, l’allegrezza persino che traluceva in volto alla sovrana, li faceva stupire.
«Favorite continuare, essa disse a Chatillon ed a Flamarens; dicevate adunque che Sua Maestà Carlo I, mio augusto signore, era stato condannato a morte non ostante il voto della maggioranza dei sudditi inglesi....
«Sì signora», balbettò Chatillon.
Athos ed Aramis si fissavano in viso un coll’altro vieppiù attoniti.
«E che, condotto al patibolo, ella proseguiva, al patibolo! o mio signore, o mio re!... era stato salvato dal popolo pieno d’indignazione.
«Sì signora», rispose Chatillon con voce tanto bassa che a mala pena poterono i due gentiluomini, comunque attentissimi, udir questa affermazione.
La regina giunse insieme le mani con generosa riconoscenza, mentre la figlia le cingeva il collo con un braccio e la stringeva al seno, molle il ciglio di pianto.
«Ora, non altro ci rimane che presentare a Vostra Maestà l’umile nostro ossequio, disse Chatillon a cui pareva fosse di peso la parte che faceva, e che arrossiva sempre più sotto lo sguardo fisso e penetrante di Athos.
«Ancora un momento, signori, seguitò la regina trattenendoli con un cenno, un momento, di grazia! giacchè ecco i signori di la Fère e d’Herblay, che secondo avrete inteso vengono da Londra, e vi daranno forse come testimoni oculari dettagli a voi ignoti. Tali dettagli li recherete alla regina mia buona madre. Parlate, signori, vi ascolto; nulla mi nascondete, non abbiate alcun ritegno: subito che Sua Maestà vive, ed è salvo il regio onore, io sono indifferente a tutto il resto».
Athos impallidì e si posò una mano sul cuore.
«Ebbene! fece la sovrana che si accorse del pallore e del movimento; parlate, giacchè io ve ne prego.
«Perdonate, madama, rispose Athos, ma io nulla voglio aggiungere al racconto di questi signori innanzi ch’essi abbiano riconosciuto da per sè che forse si sono ingannati.
«Ingannati? esclamò Enrichetta poco meno che soffocando, ingannati!... e che v’è egli? mio Dio!
«Signori, disse di Flamarens ad Athos, se abbiamo sbagliato, l’errore proviene dalla regina, e voi non avrete, suppongo, intenzione di rettificarlo, poichè sarebbe lo stesso che dare una mentita a Sua Maestà.
«Dalla regina? gridò Athos con voce quieta ma sonora.
«Sì», balbettò Flamarens, e chinava le pupille.
Athos mandò un doloroso sospiro.
«E non piuttosto da quello che vi accompagnava, e che abbiamo veduto con voi al corpo di guardia del Roule, proviene tale errore? disse Aramis con la sua insultante cortesia, giacchè se il conte di la Fère ed io non abbiam preso abbaglio, eravate in tre all’entrare in Parigi».
Chatillon e Flamarens si scossero.
«Ma spiegatevi, conte! esclamò la regina in angoscia sempre più fiera; sulla vostra fronte io leggo la disperazione, il vostro labbro esita ad annunziarmi qualche nuova terribile, vi tremano le mani.... Dio mio! Dio mio! ch’è accaduto?
«Signore! disse la principessina inginocchiandosi accanto alla madre, abbiate pietà di noi!
«Signore, fece Chatillon, se siete latore di una funesta notizia, operate da uomo crudele quando la date alla regina».
Aramis si accostò a Chatillon sino quasi a toccarlo, e con le labbra strette dalla rabbia e lo sguardo infuocato, gli rispose:
«Ehi! mi figuro che non abbiate già idea di insegnare al conte di la Fère ed a me ciò che qui dobbiamo dire».
Durante quel breve alterco, Athos sempre con la mano sul cuore e la testa china, appressatosi alla sovrana, le disse con somma commozione:
«Signora, i principi, che per la loro natura sono al disopra degli uomini, riceverono dal cielo un cuore atto a sopportare infortunj più grandi che quelli del volgo, imperocchè il cuore in essi partecipa alla loro superiorità; perciò mi sembra non si debba operare con una grande regina qual’è Vostra Maestà nel modo stesso che con una donna del nostro ceto. Regina, destinata a tutti i martirj su questa terra, ecco il risultato della missione di cui ci onoraste».
Ed Athos, inginocchiatosi dinanzi alla infelice che gelava e palpitava, si levò di seno, chiusi in una medesima scatola, l’ordine di diamanti che la regina aveva consegnato a lord Winter prima di partire, e l’anello nuziale che prima di morire Carlo aveva consegnato ad Aramis. Athos non si era mai tolto d’indosso quei due oggetti dacchè gli avea ricevuti. Egli aprì il cassettino che li conteneva, e con tacito e profondo dolore li porse alla regina.
Questa avanzò la mano, prese l’anello, se lo trasse in atto convulso fino sulle labbra, e senza poter dare un sospiro, nè mandare un singulto, stese le braccia, impallidì, e cadde priva di sensi fra quelle della figlia e delle sue donne.
Athos baciò il lembo della veste della sventurata vedova, e rialzandosi con tal maestà che produsse sugli astanti la maggiore impressione, parlò così:
«Io, conte di la Fère, gentiluomo che non mentii giammai, giuro prima innanzi a Dio e quindi innanzi a questa povera regina, che tutto quanto poteva farsi per salvare il re fu da noi fatto sul suolo d’Inghilterra. Ed ora (e si volgeva a d’Herblay) cavaliere, si parta, l’obbligo nostro è compiuto.
«Non per anche, fece Aramis, ci rimangono da dire due parole a questi signori».
E giratosi verso Chatillon:
«Signor mio, gli disse, vi compiacereste di venir fuori, anche per un momento, per sentire le poche parole che non posso dirvi davanti alla regina?»
Chatillon senza rispondere s’inchinò in segno di assenso.
Athos ed Aramis passarono per i primi; a loro dopo andarono Chatillon e Flamarens; traversarono senza far motto il vestibolo: ma giunti ad una terrazza ch’era a livello d’una finestra, Aramis si diresse alla terrazza in cui non trovavasi veruno, si fermò però alla finestra e disse al duca di Chatillon:
«Poc’anzi, mi pare, vi siete fatto lecito di trattarci molto alla libera. Ciò non era conveniente in alcun caso, ma assai meno poi in persone che venivano a recare alla regina il messaggio di un mentitore.
«Signore! gridò Chatillon.
«Che avete mai fatto del signor di Bruy? domandò ironicamente Aramis. Fosse egli andato per combinazione a cambiarsi la faccia che somiglia di troppo a quella del signor di Mazzarino? È noto che al palazzo reale vi sono molte maschere italiane da muta, da quella di Arlecchino sino a quella di Pantalone.
«Ma voi ci provocate, io credo! disse Flamarens.
«Ah! lo credete soltanto?
«Cavaliere! cavaliere! disse Athos.
«Eh! lasciatemi fare; rispose con stizza Aramis, sapete pure che a me non piacciono le cose a mezza via.
«Finitele dunque! ribattè Chatillon con non minor alterigia che d’Herblay».
Questi fece un inchino, e replicò.
«Signori, un altro fuori di me o del conte di la Fère vi farebbe arrestare, giacchè abbiamo in Parigi alcuni amici; ma noi vi offriamo un mezzo di partire senza esser molestati. Venite a discorrere con noi cinque minuti colla spada in pugno su quel terrazzo abbandonato.
«Volentieri, rispose Chatillon.
«Un momento! esclamò Flamarens, so che la proposta è tale da tentarci, ma adesso ci è impossibile accettarla.
«E perchè? domandò Aramis in tuono di scherno, la vicinanza del signor Mazzarino è forse quella che vi rende sì prudenti?
«Ah, Flamarens, lo udite? disse Chatillon, non rispondere sarebbe una macchia al mio nome e all’onor mio.
«Così la penso io pure, disse freddamente Aramis.
«Voi però non risponderete, e questi signori fra poco saranno, io spero, della mia opinione».
Aramis scosse il capo con un gesto di estrema insolenza.
Chatillon vide il gesto, e pose mano alla spada.
«Duca, disse Flamarens, vi dimenticate che per domani avete il comando di una spedizione della massima importanza, e che indicato dal signor Principe, accettato dalla regina, sino a domani sera non siete padrone di voi?
«Benissimo! dunque per domani l’altro mattina, fece Aramis.
«A doman l’altro, osservò Chatillon, è troppo lungo l’indugio!
«E non sono già io, riprese d’Herblay, che fisso questo termine o chiedo dilazione, tanto più (aggiunse), che mi sembra, potremmo trovarci a quella spedizione.
«Signor sì, avete ragione, esclamò il duca, e con molto piacere, se volete pigliarvi l’incomodo di venire sino alle porte di Charenton.
«E come, signor mio! per aver l’onore di incontrarvi andrei a capo al mondo; tanto maggiormente farò per ciò una lega o due.
«Dunque a domani.
«Io ci conto. Andate pure a raggiungere il vostro Mazzarino; ma prima, giurate sul vostro onore che non lo avvertirete del nostro ritorno.
«Condizione?
«E perchè no?
«Perchè queste si spetta ai vincitori il farle, e voi non siete tali.
«E allora, si sguaini subito il ferro. Ciò poco importa a noi che non comandiamo l’impresa di domani».
Chatillon e Flamarens si guardarono; v’era cotanta ironia nel gesto e nelle parole di Aramis, che Chatillon specialmente stentava a tener a freno la collera. Ma a un detto di Flamarens si fermò.
«Or bene, disse, il nostro compagno, chiunque sia, nulla saprà di quel ch’è accaduto. Ma voi mi promettete di esser domani a Charenton, non è vero?
«Ah signori! non dubitate! rispose Aramis».
I quattro gentiluomini si salutarono, ma questa volta Chatillon e Flamarens uscirono primi dal Louvre, ed Athos e Aramis li seguirono.
«Ma con chi l’avete, con tanta furia? domandò Athos.
«Cospetto! con quelli co’ quali me la rifò!
«Che mai v’hanno fatto?
«Non avete veduto?
«Io no.
«Si sono messi a sogghignare quando voi giuravate che avevamo fatto l’obbligo nostro in Inghilterra. Ora, o lo hanno creduto o no: se lo credono, sogghignavano per insultarci, se non lo credono, c’insultavano parimente, ed è urgente di provare a costoro che siamo buoni a qualche cosa. Del rimanente, non m’incresce che abbiano rimessa la faccenda a domani: penso che per questa sera abbiam da fare di meglio che sguajnare la spada.
«E che abbiam da fare?
«Per Bacco! far prendere il Mazzarino».
Athos fe’ con le labbra un moto di disprezzo.
«Aramis, lo sapete, tali intraprese non mi piacciono.
«Perchè?
«Perchè pajono piuttosto sorprese.
«In verità, Athos, sareste un generale di armata singolare: non vi battereste che a chiarissima luce, fareste prevenire il vostro avversario dell’ora in cui avreste divisato di attaccarlo, e vi asterreste da tentar nulla a suo danno di notte, per timore che vi tacciasse di aver profittato dell’oscurità».
Athos sorrise.
«Sapete, disse, che nessuno può cambiare il proprio naturale; e poi, avete forse in idea a qual punto siamo, e se l’arresto di Mazzarino non sarebbe più mal che bene, più impaccio che trionfo?
«Dite dunque, Athos, che disapprovate la mia proposta.
«No; al contrario, la stimo di buona guerra, ma....
«Ma che?
«Penso che non avreste dovuto farvi giurare da quei signori di non dir nulla al ministro, giacchè esigendo tal giuramento, avete quasi assunto l’impegno di non far niente.
«Non ho assunto impegno veruno, io, e così mi riguardo come affatto.... Andiamo, Athos! andiamo!
«Dove?
«Dal signor di Beaufort o dal signor di Bouillon, e ad essi diremo com’ella va.
«Sì, ma con un patto, cioè che cominceremo dal Coadjutore, a cui, dotto com’è sui casi di coscienza, esporremo il nostro.
«Oh! disse Aramis, guasterà tutto, si approprierà ogni cosa; terminiamo con lui, invece di principiare».
Athos se la rideva sotto i baffi, come chi in fondo al cuore abbia un pensiero che non vuol esprimere.
«Ebbene, sia pur così, rispose, da quale si comincia?
«Dal signor di Bouillon, se non vi spiace; è il primo che si presenta nel nostro cammino.
«Adesso, mi permetterete una cosa, non è vero?
«Ed è?
«Ch’io passi dall’albergo del Gran Carlomagno ad abbracciar Raolo.
«Ma ci vengo con voi! lo abbraccieremo insieme».
Tutti e due avevano ripresa la barca che gli aveva condotti e si erano fatti portare ai mercati. Ivi ritrovarono Grimaud e Blaisois che custodivano i loro cavalli e tutti quattro si avviarono verso la contrada Guénégaud.
Raolo però non era alla locanda del Gran Carlomagno; ricevuto nella giornata un messaggio dal signor Principe, era partito subito dopo con Olivain.
LXXXI
I tre luogotenenti del generalissimo.
Secondo era stabilito, e nell’ordine fra di loro convenuto, Athos ed Aramis usciti dal Gran Carlomagno s’incamminarono verso il palazzo del duca di Bouillon.
Era notte oscurissima, e quantunque inoltrata nelle ore di maggior silenzio e solitudine, cominciavano ad echeggiare quei clamori che destano trasalita una città assediata. Ad ogni passo s’incontravano barricate, a tutte le svolte delle strade catene stese, in ciascun vicolo dei bivacchi; s’incrociavano le pattuglie ricambiandosi la parola d’ordine, i messaggeri spediti dai vari capi traversavano le piazze; e finalmente si facevano dialoghi animatissimi, e che indicavano l’agitazione degli spiriti, fra i pacifici abitanti, i quali se ne stavano affacciati alle finestre e i loro concittadini più bellicosi che correvano per le vie con la partigiana in spalla o l’archibugio al braccio.
Athos ed Aramis non aveano fatto cento passi senza essere trattenuti dalle sentinelle messe alle barricate, che lor chiedevano la parola d’ordine; ma rispondevano che andavano dal signor di Bouillon per dargli una notizia importante, ed allora quelle si erano contentate di dare ad essi una guida, la quale col pretesto di accompagnarli e agevolar loro il passo era incaricata di sorvegliarli. E la guida si era mossa precedendoli e cantarellando:
Ce brave monsieur de Bouillon Est incommodé de la goutte....
nuovissimo componimento del genere dei triolets francesi, non so di quante stanze in cui ciascuno aveva la sua parte.
Giunti nelle vicinanze della casa di Bouillon, s’imbatterono in una piccola comitiva di tre a cavallo, che avevano tutte le parole possibili, poichè andavano senza scorta, e quando arrivavano alle barricate non avevano da far altro che ricambiare con coloro che ne stavano a guardia certi detti bastanti a far sì che si lasciassero tirare innanzi con tutta la deferenza senza dubbio dovuta al loro rango.
All’aspetto di quei tali, Athos ed Aramis si fermarono.
«Oh oh! vedete, conte? disse Aramis.
«Sì, rispose Athos.
«Che vi pare di quei tre cavalieri?
«E a voi?
«Che siano i nostri.
«Non v’ingannate, ho riconosciuto benone di Flamarens.
«Ed io, di Chatillon.
«In quanto all’altro col ferrajuolo scuro....
«Era il ministro.
«In persona.
«Come diamine si azzardano così, nei dintorni del palazzo di Bouillon? fece Aramis».
Athos sorrise senza rispondere.
Di là a cinque minuti bussavano al portone del principe.
Al portone faceva guardia una sentinella, come si costuma per i soggetti rivestiti di gradi superiori; nel cortile era pure un piccol corpo di guardia pronto ad obbedire agli ordini del luogotenente del principe di Conti.
A forma di quel che diceva la canzone il duca di Bouillon aveva la gotta e stava a letto; non ostante questa grave malattia, che da un mese gl’impediva di cavalcare, cioè da quando era assediata Parigi, fece dire, però, ch’era disposto a ricevere i signori conte di la Fère e cavaliere d’Herblay.
I quali furono tosto introdotti. L’ammalato era nella sua camera, coricato, ma circondato dall’apparecchio più militare che potesse immaginarsi: da per tutto, sospesi alle muraglie, spade, pistole, usberghi e archibugi, e agevolmente si scorgeva che il signor di Bouillon, appena non avesse più la podagra, darebbe non poca briga e molestia ai nemici del Parlamento. Intanto con sommo suo rincrescimento, conforme ei diceva, gli toccava starsene in letto.
«Ah! signori, esclamò visti ch’ebbe i due visitanti e tentando per sollevarsi un tantino uno sforzo che gli fe’ fare una boccaccia pel dolore terribile, siete fortunati, voi altri! potete montare a cavallo, andare e venire, combattere, per la causa del popolo. Ma io, vedete pure, sono confitto su queste lenzuola!.... Uh maledetta gotta! aggiunse con una nuova smorfia, maledettissima gotta!
«Monsignore, disse Athos, veniamo d’Inghilterra e toccando Parigi è stata nostra prima cura di portarci a domandar notizie della vostra salute.
«Grazie, grazie mille!.... la salute? cattiva, come osserverete.... maledetta gotta!.... Ah! siete arrivati d’Inghilterra? e il re Carlo sta bene, per quanto ho inteso poco fa.
«È morto, monsignore, disse Aramis.
«Veh! fece attonito il duca.
«Morto sopra il patibolo, condannato dal Parlamento.
«È impossibile!
«E giustiziato alla nostra presenza.
«Ma dunque che mi diceva di Flamarens?
«Di Flamarens! esclamò Aramis.
«Sì, è uscito adesso di qua.
«Con due compagni? domandò Athos sogghignando.
«Sì, con due compagni, rispose il duca».
Indi con qualche inquietudine seguitò:
«Gli avete forse incontrati?
«Ma sì.... mi pare, per la strada, replicò Athos».
E guardò sorridendo Aramis, che dal canto suo osservò lui pure alquanto meravigliato.
«Maledettissima gotta! ripetè il signor di Bouillon che pativa assai.
«Monsignore, continuò Athos, in verità ci vuol tutta la vostra divozione alla causa parigina per rimanere, incomodato come siete, alla testa delle armate; tanta perseveranza produce in noi sincera ammirazione.
«Che volete, signori miei? bisogna pure (e voi due ne siete un esempio, voi sì prodi e zelanti, a cui il mio caro collega duca di Beaufort è debitore della libertà e fors’anco della vita) bisogna pure sacrificarsi alle pubbliche faccende. E perciò, lo vedete, io mi sacrifico. Bensì vi confesso che ho esaurita tutta la mia forza. Il cuore è buono, buona è la testa, ma questa podagra briccona mi ammazza, e non vi nego che se la corte rendesse paghe le mie domande, d’altronde giustissime, poichè non chiedo se non una indennizzazione promessami dall’antico ministro stesso quando mi fu tolto il mio principato di Sedan, se mi si dessero dominj del medesimo valore; se mi si risarcisse del non godimento di quella mia proprietà dacchè mi fu tolta, cioè da diciotto anni, se a quelli della mia casa si accordasse il titolo di principi; se il mio fratello di Turenne fosse rimesso in possesso del suo comando; mi ritirerei immediatamente nelle mie terre, e lascerei la corte ed il Parlamento aggiustarsi fra loro come meglio potessero.
«Ed avreste ragione, monsignore, rispose Athos.
«Voi pensate così; non è vero, signor conte di la Fère?
«Assolutamente.
«E anche voi, signor cavaliere d’Herblay.
«Pienissimamente.
«Or bene, vi confesso, che secondo ogni probabilità, mi appiglierò a questo partito. Nel momento appunto la corte mi fa alcune proposte, e da me solo dipende l’accettarle. Le avevo rigettate finora, ma poichè uomini della vostra fatta mi dicono che ho torto, e specialmente giacchè questa maladetta gotta mi mette nell’impossibilità di giovare alla causa parigina, affè! ho voglia di seguitare il vostro consiglio e accogliere la proposta avanzatami dal signor di Chatillon.
«Accettatela, principe, disse Aramis.
«Oh sì! anzi mi dispiace di averla quasi sprezzata questa sera.... ma domani v’è conferenza e vedremo».
I due amici riverirono il duca.
«Andate, signori, questi continuò, dovete essere stanchi dal viaggio. Povero re Carlo! ma in sostanza egli ne ha un po’ di colpa, e ciò che deve consolarci si è che la Francia non ha da farsi alcun rimprovero in questa occasione, ed ha fatto tutto quanto ella poteva per salvarlo.
«Oh! di questo siamo noi testimoni, replicò Aramis, particolarmente il signor di Mazzarino!....
«Ecco, io ho caro che gli facciate una tale testimonianza; in fondo ha del buono, il ministro, e se non fosse forestiero, gli si renderebbe giustizia.... Ahi! gotta maladettissima!»
Athos ed Aramis uscirono, ma le grida del signor di Bouillon li accompagnarono sino nell’anticamera; era evidente ch’ei soffriva come un dannato.
Aramis arrivato al portone domandò:
«Ebbene, Athos, che ne pensate?
«Di che?
«Per diana! del signor di Bouillon.
«Caro mio, quel che ne pensa il triolet della nostra guida:
Ce pauvre monsieur de Bouillon Est incommodé de le goutte....
«E perciò, fece Aramis, vedete che non gli ho aperto bocca sull’oggetto che qui ci conduceva.
«E avete operato con prudenza; gli avreste mosso un nuovo attacco di podagra. Si vada dal signor di Beaufort».
E i due amici si avviarono al palazzo di Vendome.
Suonavano le dieci quando essi vi giungevano.
Il palazzo di Vendome era custodito non meno, e presentava un aspetto non meno guerresco di quello di Bouillon. V’erano sentinelle, corpo di guardie nel cortile, armi e fasci, cavalli sellati legati agli anelli. Due cavalieri, ch’escivano allorchè Athos ed Aramis entravano dovettero far fare un passo indietro ai loro palafreni acciò questi passassero.
«Ah ah! signori, disse Aramis, ma l’è assolutamente la nottata degl’incontri, e dichiaro che avremmo grande sfortuna se dopo di esserci incontrati così spesso, stassera, non pervenissimo ad incontrarci domani.
«Oh! in quanto a codesto, rispose Chatillon (ch’era egli insieme con Flamarens partito allora da casa di Beaufort) potete star quieto; se c’incontriamo di notte senza cercarci, tanto più c’incontreremo di giorno cercandoci.
«Lo spero, fece Aramis.
«Ed io ne son sicuro, ribattè il duca».
Di Flamarens e di Chatillon proseguirono la lor via, e Athos ed Aramis anzi smontarono.
Avevano appena infilate le briglie dei loro cavalli alle braccia dei lacchè, e si erano sbarazzati dei ferrajuoli, che a loro avvicinossi un tale, e guardatili un momento al dubbio lume di un lanternino appeso in mezzo al cortile diè un grido di sorpresa, e corse a gettarsi fra le loro braccia.
«Conte di la Fère! urlò colui, cavaliere d’Herblay! come mai siete in Parigi?
«Rochefort! dissero insieme ambedue.
«Sì, di certo! Siamo giunti dal Vendomese or sono quattro o cinque giorni, e ci accingiamo a dar da fare ben bene al Mazzarino. Siete sempre dei nostri, mi figuro?
«Più che mai. E il duca?
«È indemoniato contro il ministro. Vi sono noti i successi del nostro caro duca? È il vero re di Parigi; non può andar fuori senza arrischiare di esser soffocato.
«Ah! tanto meglio; disse Aramis, ma ditemi, non sono i signori di Flamarens e di Chatillon quelli usciti poc’anzi di qui?
«Giusto! hanno avuto udienza dal duca; vengono da parte del Mazzarino, senza dubbio, ma avranno trovato a chi parlare, ve lo garantisco.
«Manco male, rispose Athos; e non si potrebbe aver l’onore di vedere Sua Altezza?
«E perchè no? subito! sapete che per voi è sempre visibile. Venite con me, io reclamo il bene di presentarvi».
Rochefort andò avanti. Furono aperte tutte le porte: a lui ed ai due amici. Trovarono essi il signor di Beaufort sul punto di porsi a tavola. Le mille occupazioni della giornata avevano ritardata sino allora la sua cena; ma per quanto fosse grave la circostanza, il duca ebbe appena uditi i nomi annunziatigli da Rochefort, che si alzò dalla sedia che precisamente accostava alla mensa, ed avanzatosi con impeto incontro ai due colleghi disse loro:
«Ah per bacco! ben venuti, signori miei. Siete qua a prender parte alla mia cena, non è così? Boisjoli, avvertite Noirmont che ho due commensali. Lo conoscete, Noirmont, eh signori? è il mio maestro di casa, il successore di Mastro Marteau, che fa gli ottimi pasticci a voi noti. Boisjoli, di’ che ne mandi uno fatto da lui, ma non del genere di quello che aveva preparato per la Ramée.... Grazie a Dio! non abbiamo più bisogno di scale, di funi o di pugnali.
«Monsignore, rispose Athos, non istate a disturbare per noi il vostro illustre maggiordomo, del quale ci sono cogniti i molti e svariati talenti. Questa sera, con licenza di Vostra Altezza, avremo soltanto l’onore di domandarle nuove di sua salute e ricevere i di lei comandi.
«Oh! per la salute, ottima. Una salute che ha resistito a cinque annate di Bastiglia con la compagnia obbligata di messer di Chavigny, è capace di tutto. Per comandi, cospetto! vi confesso che sarei in un grande impiccio per conferirveli, sendo che ciascuno dà i suoi dal canto suo, e se si va avanti così io finirò con non darne più affatto.
«Davvero? disse Athos, eppure credevo che il Parlamento contasse sopra la vostra unione.
«Oh sì! la nostra unione è bella, veh! Con il duca di Bouillon, tanto tanto.... ha la podagra e non si leva dal letto, v’è da intendersi; ma col signor d’Elboeuf e i suoi figliuoli che son tanti elefanti.... Signori miei, sapete il componimento (triolet) sopra il duca d’Elboeuf?
«No monsignore.
«Propriamente?»
Il duca si mise a cantare:
Monsieur d’Elboeuf et ses enfants Faut rage à la place Royale. Il vont tous quatre piaffants, Monsieur d’Elboeuf et ses enfants. Mai sitot qui il faut battre aux champs, Adieu leur humeur martiale, Monsieur d’Elboeuf et ses enfants Font rage à la place Royale.
«Ma, soggiunse Athos, spero non sia così del Coadjutore.
«Eh sì! con il Coadjutore è anche peggio. Invece di starsene fermo a cantare i Te Deum per le vittorie che noi non riportiamo, o per quelle in cui siamo sconfitti, sapete che cosa fa?
«No.
«Mette su un reggimento al quale dà il suo nome: il reggimento di Corinto. Fa luogotenenti e capitani nè più nè meno che un maresciallo di Francia, e colonnelli quanti ne fa il re.
«Sì, replicò Aramis, ma quando bisogna battersi mi lusingo che stia attaccato al suo arcivescovado?
«Niente affatto! Ecco dove sbagliate, mio caro d’Herblay. Allorchè è d’uopo battersi, si batte, talmentechè siccome la morte di suo zio gli ha dato un seggio nel Parlamento, adesso ce lo troviamo di continuo fra’ piedi, al Parlamento, al consiglio e nelle battaglie. Il principe di Conti è generale in pittura.... e che pittura! un principe gobbo, gli è come dire un sacco di noci. Ah! vanno male le faccende, signori miei, vanno male!
«Sicchè, monsignore, Vostra Altezza è scontenta? fece Athos e barattava un’occhiata con Aramis.
«Scontenta? Dite pure, conte, che la mia Altezza è per le furie, a segno che io dico a voi, ad altri non lo manifesterei, a segno che se la regina riconoscesse i torti che ha meco, se richiamasse mia madre esule, se mi desse in sopravvivenza l’ammiragliato ch’è del mio signor padre e che mi è promesso per l’epoca della sua morte, ebbene! non sarei lontano da avvezzare dei cani a cui insegnerei ad accennare che vi sono ancora in Francia ladroni più grandi che il signor di Mazzarino».
Non più uno sguardo solo, ma sguardo e sorriso, si ricambiarono Athos et Aramis, ed ancorchè non gli avessero incontrati avrebbero indovinato essere stata colà di Chatillon e di Flamarens. E quindi non fecero motto della presenza in Parigi di Mazzarino.
«Monsignore, disse Athos, noi siamo soddisfatti. Venendo a quest’ora da Vostra Altezza, non avevamo altro scopo se non se di dar prova della nostra devozione e dichiararle che stavamo a sua disposizione come i suoi servitori più fedeli.
«Come i miei più fidi amici, signori cari; me lo avete già dimostrato, e se mai mi riconcilio con la corte, spero provarvi ch’io pure sono rimasto amico vostro come di quei signori.... come diavolo li chiamate?.... d’Artagnan e Porthos.
«D’Artagnan e Porthos?
«Ah! sì.... appunto così.... Dunque m’intendete, conte di la Fère, m’intendete, cavaliere d’Herblay: tutto e per sempre vostro».
Athos ed Aramis fecero una riverenza e se ne andarono.
«Caro Athos, disse Aramis, credo, Dio mi perdoni, che abbiate aderito ad accompagnarmi solamente per darmi una lezione.
«Aspettate, rispose l’altro, sarete a tempo ad accorgervene quando usciremo dal Coadjutore.
«Dunque andiamo all’arcivescovado».
E si diressero verso la Città-Vecchia.
Partendo di là trovarono le strade allagate, e dovettero prendere una barchetta. Erano più dell’undici ore, ma si sapeva non esservi ora prefissa per presentarsi dal Coadjutore, la di cui somma attività faceva all’occorrenza di giorno notte, e di notte giorno.
Il palazzo arcivescovile sorgeva di fondo all’acqua, e dal numero di battelli legati intorno a questo, vi sareste creduti, non in Parigi ma a Venezia. Quei battelli andavano su e giù, incrociandosi in ogni senso, inoltrandosi nel labirinto delle vie di Città-Vecchia, o allontanandosi nella direzione dell’arsenale o dell’argine di S. Vittorio, ed allora nuotavano come in un lago. Alcuni erano misteriosi e tenuti in gran silenzio, altri illuminati e clamorosi. I due camerati si cacciarono tra quella quantità di schifi ed approdarono essi pure.
Tutto il pian terreno dell’arcivescovado era inondato, ma si erano adattate ai muri certe specie di scale, e tutto il cambiamento resultato dall’allagamento si riduceva ad entrare dalle finestre anzichè dalle porte.
Ed in tal guisa Athos ed Aramis penetrarono nell’anticamera, la quale era piena di lacchè, perchè una dozzina di signori stavano ad aspettare nella sala d’ingresso,
«Ehi! fece Aramis, ma vedete un poco, Athos: questo sciocco Coadjutore vuol egli aver il piacere dì farci fare anticamera?
«Amico mio, rispose Athos, le genti vanno prese con tutti gl’inconvenienti della loro situazione. Oggi egli è uno dei sette o otto re che regnano in Parigi, ed ha una corte.
«Sì, ma noi non siam mica cortigiani.
«E perciò gli faremo dare i nostri nomi, e se nel riceverli non dà una risposta convenevole, lo lasceremo occupato negli affari della Francia e ne’ suoi. Non v’è altro che chiamare un servitore e mettergli in mano mezza doppia.
«Oh! appunto.... esclamò Aramis.... non m’inganno.... sì.... no.... ma certo!.... Bazin, venite qua, furfante!»
Bazin, che precisamente passava in aria maestosa, si voltò inarcando le ciglia a guardare chi fosse l’impertinente che lo chiamava in simil maniera. Ma non sì tosto ebbe ravvisato Aramis, il tigre diventò agnello, ed accostatosi ai due gentiluomini disse:
«Che! siete voi, signor cavaliere! voi, signor conte! tutti due qui nel momento ch’eravamo tanto inquieti per voi!.... Oh! ho pur caro di rivedervi!
«Va bene, messer Bazin, disse Aramis, da banda i complimenti. Veniamo per parlare al signor Coadjutore, ma abbiamo tal fretta che ci necessita parlargli subito.
«E come! subito, davvero.... non si fanno già attendere signori della vostra specie.... ma soltanto adesso gli è in conferenza segreta con un certo signor di Bruy.
«Di Bruy! gridarono insieme i due colleghi.
«Sì, l’ho annunziato io stesso, e mi ricordo esattamente il suo nome. Lo conoscete? soggiungeva Bazin interrogando Aramis.
«Mi pare di conoscerlo.
«Io non posso dire altrettanto, giacchè era sì bene inviluppato nel ferrajuolo, che per quanto io mi sia ostinato non ho potuto scorgergli la minima parte del viso. Ma ora entrerò per annunziarvi, e forse questa volta sarò più fortunato.
«È inutile, disse Aramis; per questa sera rinunziamo a vedere il signor Coadjutore: non è vero, Athos?
«Come volete, rispose il conte.
«Sì sì, ha da trattare di affari troppo grandi col signor di Bruy.
«E lo devo avvisare che le signorie vostre erano venute?
«Non occorre, no, fece Aramis; Athos andiamo».
I due amici, passando in mezzo alla turba di servidori, si partirono dal palazzo seguiti da Bazin che dava indizio della loro importanza mediante i suoi ossequiosi saluti.
«Or bene, chiese Athos ad Aramis quando furono entrambi nella barca, cominciate a credere che avremmo fatta una trista burla a tutti coloro arrestando Mazzarino?
«Athos mio, siete la saggezza in carne ed ossa», replicò Aramis.
Ciò che maggiormente avea prodotto impressione ne’ due camerati, sì era il poco peso che davasi nella corte di Francia ai terribili avvenimenti, i quali aveano avuto luogo in Inghilterra, e che a loro sembravano meritevoli di occupare l’attenzione di tutta Europa.
Di fatti, tranne una misera vedova ed una regia orfanella, che piangevano in un canto del Louvre, pareva che nessuno sapesse come fosse estinto un re, Carlo I, e questo re fosso morto di recente sul patibolo.
I due compagni si erano fissato l’appuntamento per la mattina seguente a dieci ore, giacchè quantunque fosse notte molto avanzata quando giungevano alla porta del palazzo, Aramis, adducendo aver da fare parecchie visite, aveva lasciato Athos solo.
Al tocco delle dieci della domane si erano riuniti. Athos era fuori anch’esso fino dalle sei.
«Avete avuta qualche notizia? domandò Athos.
«Nessuna; d’Artagnan non si è visto in verun luogo, e Porthos non è ancora comparso. E da voi?
«Niente.
«Diamine!
«Realmente, continuò Athos, questo ritardo non è naturale; hanno presa la strada più diretta, e in conseguenza avrebbero dovuto arrivare prima di noi.
«Aggiungete, osservò Aramis, che d’Artagnan ci è ben noto per la prontezza del suo operare, e non è uomo da aver perduto un’ora sapendo che lo attendiamo.
«Se ve ne rammentate, si proponeva di esser qui al 5 di questo mese.
«E siamo al 9. Scade stasera il termine stabilito.
«Che avete idea di fare? chiese Athos, se questa sera non abbiamo nuove?
«Per Bacco! darci a cercarlo.
«Bene!
«Ma Raolo?...» seguitò Aramis.
Sulla fronte del conte passò un piccolo nuvolo.
«Raolo, egli disse, mi dà molta inquietudine; jeri ricevè un messaggio dal signor Principe, andò a trovarlo a Saint-Cloud, e non è tornato.
«Non avete veduta madama di Chevreuse?
«Non era in casa. E voi, Aramis, se non isbaglio, dovevate recarvi dalla signora di Longueville.
«Ci sono stato.
«Ebbene?
«Nemmeno essa era in casa, ma almeno aveva lasciato l’indirizzo della sua nuova dimora.
«Dov’era?
«Indovinate, ve lo do fra mille.
«Come ho da indovinare dov’è a mezzanotte, perchè mi figuro che nel dividervi da me vi siate presentato alla sua abitazione, dov’è a mezzanotte la più bella ed attiva di tutte le dame della Fronda?
«Al palazzo comunitativo, caro mio!
«Che! è ella forse nominata a prevosto dei mercanti?
«No, ma si è fatta regina provvisoria di Parigi, e non avendo ardito di primo botto andare a stabilirsi al Palazzo Reale o alle Tuileries, si è accomodata al Palazzo dalla Comunità, dove darà quanto prima un erede o maschio o femmina al carissimo duca.
«Non mi avevate dato parte di questa circostanza, disse Athos.
«Davvero! sarà stata mia dimenticanza: scusatemi.
«Adesso, chiese Athos, che faremo di qui a stasera? siamo in ozio, se non m’inganno.
«Vi scordate che abbiamo la bisogna bell’e pronta?
«Dove?
«Dalla parte di Charenton, cospettaccio! ho speranza, dietro la promessa avutane, d’incontrare colà un certo di Chatillon che aborrisco da gran tempo.
«E perchè?
«Perchè è fratello di un tal signore di Coligny.
«Ah sì? non ci pensavo.... il quale pretese l’onore di essere vostro rivale. Fu assai crudelmente punito di tanta audacia, mio caro, e dovrebbe già bastarvi.
«Sarà, ma che volete? a me non basta.... son uno di quelli che serbano rancore.... Del resto, intendete che non siete minimamente obbligato a tenermi compagnia.
«Eh via! fece Athos, voi scherzate!
«Allora poi, se siete deciso ad accompagnarmi, non v’è tempo da perdere. È battuto il tamburo, ho incontrato i cannoni che partivano, ho veduto i borghesi schierarsi in battaglia sulla piazza della Comunità; di certo fra poco vi sarà combattimento verso Charenton, conforme jeri ci disse il duca di Chatillon.
«Avrei creduto, seguitò Athos, che le conferenze della scorsa notte avessero variato d’alquanto codeste bellicose intenzioni.
«Sì, ma non ostante vi sarà zuffa, quando appunto non fosse che per meglio mascherare le conferenze stesse.
«Povere genti, che vanno a farsi ammazzare perchè sia restituito Sedan a Bouillon, perchè si dia in sopravvivenza l’ammiragliato a di Beaufort, e perchè il Coadjutore sia cardinale!
«Animo, animo, Athos! convenite che non sareste tanto filosofo, se non dovesse trovarsi mischiato Raolo a tutto quel parapiglia.
«Può essere che abbiate detto il vero, rispose Athos.
«Or dunque, si vada dov’è battaglia, continuò Aramis, è il mezzo certo di ritrovare d’Artagnan, Porthos, e chi sa? anco Raolo.
«Ahimè!
«Amico mio, disse Aramis, adesso che siamo a Parigi, credete a me, vi convien perdere codesta abitudine di sospirar sempre. Alla guerra! cospettone, alla guerra! Non siete più uomo da spada?... eh eh! guardate que’ bei borghesi che passano! è roba da dar animo, per Diana! E quel capitano, vedete mo’, ha un portamento quasi militare!
«Escono dalla via del Montone.
«Preceduti da’ tamburi, come veri soldati.... Oh! osservate quel briccone! come si tentenna e si archeggia sui fianchi!
«Uh! fece Grimaud.
«Che c’è, domandò Athos.
«Planchet, signor mio!
«Jeri tenente, disse Aramis, oggi capitano, domani senza dubbio colonnello, fra otto giorni il manigoldo sarà generale di Francia.
«Domandiamogli qualche notizia», propose Athos.
E i due amici si appressarono a Planchet, il quale più superbo che mai di esser veduto in funzione, si degnò di spiegare ai due gentiluomini qualmente aveva ordine di prendere posizione sulla Piazza Reale con duecento uomini formanti la retroguardia dell’esercito parigino, e di là avviarsi inverso Charenton quando occorresse.
Siccome Athos ed Aramis andavano dalla stessa parte, così fecero scorta a Planchet sino al suo posto.
Planchet fe’ manovrare abilmente i suoi uomini sulla Piazza Reale, e li schierò dietro una lunga fila di borghesi situata nella strada e nel sobborgo di Sant’Antonio, attendendo il segnale della pugna.
«Sarà calda la giornata! disse Planchet in tuono guerriero.
«Sì, fece Aramis, ma è lontano di qua il nemico.
«Signore, si abbrevierà la distanza, rispose un capodieci».
Aramis lo salutò, e voltosi ad Athos lo avvertì:
«Non ho genio ad accamparmi in Piazza Reale con tutte quelle genti. Volete che andiamo avanti? vedremo meglio le cose.
«E poi qui non verrebbe già a cercarvi il signor di Chatillon, non è così? Dunque si vada innanzi, mio caro.
«Non avete dal canto vostro da dire due paroline al signor di Flamarens?
«Amico, replicò Athos, io ho presa una risoluzione, cioè di non più sguainare il brando se non ci sono assolutamente costretto.
«E da quando in qua?
«Da che levai fuori il pugnale.
«Oh bella! un altra rimembranza di messer Mordaunt? Eh, mio caro, non vi mancherebbe più altro che di provar rimorso di aver ucciso colui!
«Zitto! disse Athos ponendosi un dito sulla bocca con quel mesto sorriso ch’era proprio di lui solo, non discorriamo più di Mordaunt, ci porterebbe disgrazia».
E diè di sprone verso Charenton, rasentando il sobborgo, e poi la valle di Fécamp tutta piena di borghesi armati.
Già s’intende che Aramis lo seguitava a mezza lunghezza del cavallo.
LXXXII
Combattimento di Charenton.
A misura che Athos ed Aramis si avanzavano, e con ciò oltrepassavano i diversi corpi schierati sulla strada, vedevano usberghi forbiti e risplendenti succedere alle armi rugginose, e moschetti ben lucidi alle variopinte partigiane.
«Mi pare che sia qui il vero campo di battaglia; disse Aramis, vedete quel corpo di cavalleria che sta davanti al ponte con le pistole in pugno? Ehi, badate! ecco che arrivano i cannoni.
«Ma, mio caro, rispose Athos, dove ci avete condotti? mi sembra di vedere intorno a noi figure di uffiziali dell’armata reale. Non è il signor di Chatillon in persona quello che viene innanzi co’ suoi due brigadieri?»
Così parlando, mise mano alla spada, mentre l’amico, credendo infatti di avere oltrepassati i limiti del campo parigino, dava di piglio alla sacchetta delle pistole.
«Buon giorno, signori, disse il duca avvicinatosi, mi accorgo che nulla intendete di quanto succede, ma in due parole io ve lo spiegherò. Per il momento siamo in tregua, v’è conferenza; il signor Principe, il signor di Retz, il signor di Beaufort e il signor di Bouillon, stanno attualmente conversando di politica. Ora dunque, una delle due: o le faccende non si aggiusteranno, e noi, cavaliere, ci ritroveremo: o si aggiustano, e siccome io sarò disbrigato dal mio comando, ci ritroveremo anche allora.
«Signor mio, rispose Aramis, voi discorrete a meraviglia. Sicchè, permettetemi di farvi una domanda.
«Fate pure.
«Dove sono i plenipotenziarj?
«A Charenton stesso, nella seconda casa a man dritta venendo dalla parte di Parigi.
«E la conferenza non era preveduta?
«No: par che sia il resultato di nuove proposte fatte jer sera dal signor di Mazzarino ai Parigini».
Athos ed Aramis si guardarono ridendo: sapevano meglio di chiunque quali fossero quelle proposte, a chi erano state avanzate, e da chi.
«E la casa dove sono i plenipotenziarj, chiese Athos, appartiene?...
«Al signor di Chanleu, che comanda le vostre truppe a Charenton. Dico vostre truppe, perchè mi figuro che voi, signori, siate della Fronda.
«Eh! all’incirca, disse Aramis.
«Come, all’incirca?
«Eh! voi lo sapete meglio di chicchessia: in questo tempo non si può dire precisamente che cosa uno è.
«Noi siamo per il re e pei signori principi, conchiuse Athos.
«Bisogna però che c’intendiamo: soggiunse Chatillon, il re è con noi, ed ha per generalissimi i signori d’Orleans e di Condé.
«Sì, replicò Athos, ma il suo posto è nelle nostre file con i signori di Conti, di Beaufort, d’Elboeuf e di Bouillon.
«Può darsi, ribattè Chatillon, ed è noto che per conto mio ho pochissima simpatia pel signor di Mazzarino: anzi i miei interessi sono in Parigi: ho colà una lite da cui dipende tutta la mia fortuna, e come mi vedete esco da consultare il mio avvocato.
«A Parigi?
«No, a Charenton: messer Viole, che voi conoscete di nome; un uomo eccellente, un po’ ostinato, ma non è mica del Parlamento per nulla. Avevo idea d’incontrarlo jeri sera, ed il nostro incontro m’impedì di occuparmi de’ miei affari, e siccome gli affari in sostanza vanno fatti, ho profittato della tregua, ed ecco in che modo mi trovo in mezzo a voi altri.
«Dunque messer Viole dà udienza e pareri all’aria aperta? fece ridendo Aramis.
«Signor sì, ed anche a cavallo. Per oggi comanda cinquecento pistolieri, ed io per onorarlo gli ho fatto visita accompagnato da questi due pezzi di cannone, alla testa dei quali mi siete sembrati tanto attoniti di vedermi. Sul principio, lo confesso, non lo ravvisavo; ha una lunga spada sulla toga e le pistole alla cintola, il che gli dà un’aria formidabile, che vi divertirebbe se aveste la sorte d’incontrarlo.
«Se è tanto curioso di aspetto, si può prendersi l’incomodo di cercarlo espressamente, disse Aramis.
«Converrebbe che vi sollecitaste, perchè le conferenze non possono durar più molto.
«E se si sciolgono senza alcun resultato, domandò Athos, tenterete di prendere Charenton?
«Tale è l’ordine che ho ricevuto; ho il comando delle truppe di attacco, e farò meglio che possa onde riuscire.
«Signore, seguitò Athos, poichè comandate la cavalleria....
«Con licenza, la comando in capo.
«Anco meglio! dovete conoscere tutti i vostri uffiziali; intendo già quelli di distinzione.
«Eh sì, a un di presso.
«Abbiate allora la bontà di dirmi se avete sotto i vostri ordini il signor cavaliere d’Artagnan, tenente nei moschettieri.
«Signor no, non è con noi; da sei settimane ha abbandonato Parigi, e dicesi che sia per una missione in Inghilterra.
«Lo sapevo, ma lo credevo tornato.
«No, e non so che alcuno lo abbia riveduto. Io posso tanto più rispondervi su questo proposito in quanto che i moschettieri sono dei nostri, ed il signor di Cambon tiene provvisoriamente il posto del signor d’Artagnan».
I due amici si guardarono.
«Vedete? disse Athos.
«È singolare! fece Aramis.
«Bisogna che sia loro accaduta qualche disgrazia per viaggio!
«Oggi ne abbiamo 9 del mese, e questa sera spira il termine fissato. Se stassera non ne abbiamo notizie, domattina partiremo».
Athos fe’ con la testa un cenno affermativo, e indi continuò:
«E il signor di Bragelonne, un giovinetto di quindici anni, addetto al signor Principe... (e provava il massimo imbarazzo dimostrando così allo scettico Aramis le sue paterne inquietezze).... ha egli l’onore di esservi noto, signor duca?
«Sicuramente, replicò Chatillon, ci è giunto questa mane col signor Principe. Amabilissimo giovane! È vostro amico, signor conte?
«Sì signore, rispose Athos dolcemente commosso, a tal segno che avrei desiderio di vederlo. Sarebbe ciò possibile?
«Possibilissimo: favorite meco, e vi guiderò al quartier generale.
«Olà! gridò volgendosi Aramis, dietro di noi è grande strepito, se non isbaglio.
«Realmente ci viene incontro un corpo di uomini a cavallo.
«Riconosco il Coadjutore dal suo cappello a uso Fronda.
«Ed io il signor di Beaufort dalle penne bianche.
«Corrono di galoppo. È con loro il signor Principe.... Oh! ecco che li lascia.
«È battuta la chiamata! esclamò Chatillon, la sentite? bisogna informarci».
Veramente si scorgevano i soldati correre alle armi, i cavalieri ch’erano in piedi saltar di nuovo in sella, suonavano le trombe, battevano i tamburi. Il signor di Beaufort cavò fuori la spada.
Il signor Principe dal canto suo fece un segno di riunione, e tutti gli ufficiali dell’esercito reale mescolatisi momentaneamente alle truppe parigine corsero verso di lui.
«Signori, disse Chatillon, è evidente ch’è rotta la tregua; è per cominciare la battaglia; dunque rientrate in Charenton, perchè io tra poco darò l’attacco. Ecco il segnale che mi dà il signor Principe».
Diffatti un alfiero alzava in aria per tre volte la bandiera del principe.
«A rivederci, signor cavaliere! gridò Chatillon».
E si partì di galoppo a raggiungere la sua scorta.
Athos ed Aramis voltarono la briglia e si fecero a riverire il Coadjutore e il signor di Beaufort. In quanto a di Bouillon, esso aveva avuto verso la fine della conferenza un attacco di podagra sì terribile che fu riportato a Parigi in una lettiga.
Al contrario, il duca d’Elboeuf circondato dai suoi quattro figli come da uno stato maggiore, percorreva le file dell’armata parigina.
In quel frattempo, fra Charenton e l’esercito reale si formava un lungo spazio bianco che sembrava si preparasse a servire di ultimo letto ai cadaveri.
«Quel Mazzarino è una vera vergogna per la Francia! disse il Coadjutore stringendosi il cinturino della spada, che portava alla moda degli antichi prelati militari sulla zimarra arcivescovile, è un gaglioffo che vorrebbe governare la Francia come una fattoria; e perciò la Francia non può sperare tranquillità se non quando egli ne sia uscito.
«Pare che non sieno andati d’accordo sul colore dal cappello, borbottò Aramis».
Nel momento il signor di Beaufort alzò in aria la spada.
«Signori, ei disse; abbiamo messa in moto una diplomazia inutile; volevamo sbarazzarci di quel gaglioffo di Mazzarino, ma la regina che n’è incapriccita intende assolutamente conservarselo per ministro: talchè non ci resta più che una risorsa, cioè di batterlo in modo congruo e adattato.
«Bene! fece il Coadjutore, ecco la solita eloquenza del signor di Beaufort!
«Fortunatamente, soggiunse Aramis, corregge gli errori di lingua ed i pleonasmi con la punta della spada.
«Uhm! replicò il Coadjutore con disprezzo, vi giuro che in tutta questa guerra è molto meschino».
E sguainò anch’esso il ferro, dicendo:
«Signori, ecco il nemico che ci viene incontro; spero gli risparmieremo mezza strada».
E si partì senza curarsi di essere o no seguitato. Il suo reggimento, che portava il nome di reggimento di Corinto, dal nome del suo arcivescovado, si mosse dietro di lui, e incominciò la zuffa.
Di Beaufort dal canto suo lanciava la sua cavalleria sotto la direzione del signor di Noirmoutiers, inverso Estampes, ove doveva trovare un convoglio di vettovaglie aspettato con ansietà dai Parigini. Di Beaufort si accingeva a sostenerlo.
Di Chanleu che comandava la piazza se ne stava col più forte delle sue truppe, pronto a resistere all’assalto, ed anche in caso che il nemico fosse respinto, a tentare una sortita.
A capo a mezz’ora era principiato il combattimento su tutti i punti.
Il Coadjutore, inasprito dalla fama di coraggioso di che godeva di Beaufort, si era scagliato innanzi e faceva in persona prodigi di valore. La sua vocazione, conforme sappiamo, era per la spada, ed egli andava contento ogni qual volta poteva trarla dal fodero, senza badare al perchè. Ma in quella circostanza, se aveva adempiuto bene al suo mestiere di soldato, aveva fatto malamente quello di colonnello. Con sette o otto cento uomini era ito ad urtarne tremila, i quali poi messi tutti in un mucchio riconducevano indietro i soldati del Coadjutore che giunsero alle mura nel massimo scompiglio. Però il fuoco dell’artiglieria di Chanleu fermò di botto l’armata reale, che per un istante sembrò avvilita. Ciò per altro fu di poca durata, ed essa andò a formarsi di nuovo a tergo a un gruppo di case ed a un picciol bosco.
Chanleu stimò giunto il momento; corse alla testa di due reggimenti per inseguire il regio esercito. Questo, bensì, come accennammo, si era ricomposto e riedeva alla carica, guidato dal signore di Chatillon. Fu così aspra e ben diretta la carica, che Chanleu ed i suoi si trovarono pressochè attorniati. Chanleu ordinò la ritirata, la quale principiò ad effettuarsi. Per disgrazia egli cadde ferito mortalmente.
Di Chatillon lo vide piombare a terra, ed annunziò ad alta voce quella morte, che accrebbe il coraggio della regia armata e demoralizzò appieno i due reggimenti con cui Chanleu aveva fatta la sortita. In conseguenza ciascuno pensò alla propria salvezza, e più non si occupò di altro che di arrivare ai trinceramenti appiè dei quali il Coadjutore tentava di rimettere a sesto il suo reggimento sconquassato.
Ad un tratto uno squadrone di cavalleria venne ad incontrare i vincitori, ch’entravano confusi e misti coi fuggiaschi nelle trincee. Athos ed Aramis agirono, quegli col brando nel fodero e la pistola nelle saccoccie, e questi con la pistola e il brando in pugno. Athos era quieto e freddo come alla parata, se non che il bello e nobile suo sguardo si attristava nel vedere uccidersi scambievolmente tanti uomini sacrificati per un lato dalla regia ostinazione e per l’altro dal rancore dei principi; Aramis all’opposto ammazzava, e s’inebbriava poco a poco secondo la sua abitudine; gli occhi vivaci gli diventavano infuocati; la bocca di un taglio sì delicato sorrideva in modo tetro; le narici mezzo aperte traevano a sè l’odore del sangue; ogni suo colpo coglieva a segno, ed il pomo della sua pistola accoppava e rifiniva il ferito che avesso sperato di rialzarsi.
Dall’altra parte, e nelle file dell’esercito reale, due cavalieri, uno con l’usbergo dorato, l’altro con una semplice pelle di bufalo da cui uscivano le maniche di un giustacuore di velluto turchino, tiravano nel primo rango. Colui dall’usbergo indorato venne ad urtare Aramis e gli diè una stoccata, che da questo fu parata con la sua ordinaria abilità.
«Ah! siete voi, signor di Chatillon! fece il sopraggiunto; siate ben venuto, vi attendevo.
«Spero non avervi fatto aspettare di troppo, rispose il duca; in tutti i casi, eccomi qua.
«Signor di Chatillon, disse Aramis cavando fuori una seconda pistola riserbatasi per quella occasione, credo che se la vostra arme è scarica, siete bell’e morto.
«Grazie a Dio, non è così!»
E il dura levata in su l’arme, l’assegnò e fece fuoco. Però Aramis abbassò la testa nell’atto in cui vide Chatillon pigiare il dito sui grilletto, e la palla gli passò di sopra senza toccarlo.
«Oh! avete fallito! gridò Aramis, ma io giuro a Dio di non fallire.
«Se vi do tempo! urlò il signor di Chatillon dando di sprone e balzandogli addosso, alto il ferro».
Aramis lo attendeva con quel sorriso terribile che di lui era proprio in simili occasioni; e Athos che mirava il duca avanzarsi verso d’Herblay con la prontezza del lampo apriva bocca onde strillare: «Tirate! tirate!» quando partì la botta, e Chatillon slargate le braccia, si gittò supino sulla groppa del cavallo.
Gli era entrata la palla nel petto dallo scavo della corazza.
«Sono morto! balbettò il duca».
E sdrucciolò di sul cavallo al suolo.
«Signore, ve lo avevo detto, e ora mi duole di aver tanto bene mantenuta la mia parola. Posso esservi utile in qualche cosa?»
Chatillon fe’ un gesto con la mano, ed Aramis si apprestava a smontare, ma ad un tratto ricevè un colpo fortissimo in un fianco.
Era una stoccata; l’usbergo però bastò a pararla.
Egli si volse con impeto, afferrò col pugno quel nuovo antagonista... ed ecco due grida mandate in un momento medesimo, uno da lui, uno da Athos:
«Raolo!
«Raolo!»
Il giovinetto riconobbe ad un tempo e il volto del cavaliere d’Herblay e la voce di suo padre, e lasciò andarsi il ferro di mano.
Parecchi cavalieri dell’armata parigina si slanciavano sopra Raolo: Aramis lo coperse col suo brando.
«Prigioniero mio! esclamò, passate al largo!»
Athos frattanto prendeva per la briglia il palafreno di suo figlio e lo traeva fuor della mischia.
In quell’atto, il signor Principe, il quale sosteneva Chatillon in seconda linea, comparve in mezzo alla zuffa: fu visto a folgoreggiare il suo occhio da aquila, fu riconosciuto dalle botte che dava.
Al suo aspetto, il reggimento dell’arcivescovo di Corinto, cui il Coadjutore per quanti sforzi tentasse non era valso a riordinare, si scagliò fra le truppe parigine, atterrò tutto, e rientrò fuggendo in Charenton, e lo percorse per intero senza mai fermarsi. Il Coadjutore da quello trascinato ripassò presso al gruppo formato da Athos, Aramis e Raolo.
«Ah ah! disse Aramis, che nella sua gelosia non poteva a meno di rallegrarsi dello scacco provato dal Coadjutore, monsignore, voi dovete conoscere quel che si legge....
«E che ha da fare quel che si legge.... con quel che ora mi avviene?
«Che oggi il signor Principe vi tratta molto bene, per quanto veggo.
«Animo, animo! fece Athos, ma non bisogna aspettar qua le cerimonie. Avanti! avanti!.... o piuttosto indietro! giacchè la battaglia mi pare perduta per quei della Fronda.
«Poco m’importa! rispose Aramis, io non ero venuto se non per incontrare il signor di Chatillon; l’ho trovato, e sono contento. Un duello con un Chatillon! è cosa che fa onore!
«E di più un prigioniero! soggiunse Athos additando Raolo».
E i tre a cavallo seguitarono il viaggio di galoppo.
Il giovanetto aveva palpitato di gioja ritrovando suo padre. Andavano l’uno accanto dell’altro, con la mano sinistra di Raolo nella destra di Athos.
Allorchè furono lontani dal campo di battaglia, il conte di la Fère domandò al garzoncello:
«Che andavate a fare, mio caro, tanto innanzi nella mischia? Non era quello il vostro posto, mi sembra, non essendo armato di meglio per il combattimento.
«E realmente non dovevo battermi in quest’oggi. Ero incaricato di una missione per il ministro, e partivo per Rueil, quando vedendo il signor di Chatillon che caricava, mi è venuto voglia d’imitarlo ponendomi al di lui fianco. Allora ei mi disse che due cavalieri dell’armata parigina mi cercavano, e mi nominò il conte di la Fère.
«Come! sapevate che eravamo qua, e vi disponevate ad uccidere il vostro amico, il cavaliere?
«Non lo avevo ravvisato sotto l’armatura, replicò Raolo ed arrossiva, e sì, avrei dovuto riconoscerlo dalla sua destrezza e dal sangue freddo.
«Grazie del complimento, mio giovane amico, disse Aramis, e ben si distingue da chi riceveste lezione di cortesia.... Ma dicevate che andate a Rueil?
«Sì.
«Dal ministro?
«Certo: ho un dispaccio del signor Principe per Sua Eccellenza.
«Bisogna portarlo, fece Athos.
«Oh! per questo, un momento; non si usino generosità inopportune, conte mio. Che diamine! la nostra sorte, e forse quella dei nostri amici, sta riposta in quel dispaccio.
«Ma Raolo non deve mancare all’obbligo suo, obbiettò Athos.
«In primo luogo egli è prigioniero, ve ne scordate? Dunque ciò che noi facciamo sta nel diritto di buona guerra. E poi i vinti non debbono essere schizzinosi su la scelta dei mezzi. Date qua il plico, Raolo».
Raolo esitava guardando Athos come per cercare nei di lui occhi una norma alla sua condotta.
«Date il piego; confermò Athos, voi siete prigioniero del cavaliere d’Herblay».
Il giovanetto cedè con ripugnanza. Aramis però, meno scrupoloso che il conte di la Fère, pigliò premurosamente il dispaccio, lo lesse, e restituendolo ad Athos gli disse:
«Voi che siete buon credente, leggete e vedrete, riflettendovi, in questa lettera qualche cosa che dalla Provvidenza si giudica importante di porre a nostra cognizione».
Athos pigliò la lettera inarcando le ciglia; ma l’idea che in essa si trattasse di d’Artagnan lo ajutò a superare il disgusto che provava a percorrerla.
Ed ecco quel che v’era scritto:
«Monsignore.
«Io manderò questa sera a Vostra Eccellenza, ad oggetto di rinforzare le truppe del signor di Comminges, i dieci uomini ch’ella mi richiede. Sono buoni soldati, atti a tenere a dovere i due fieri avversari di cui Vostra Eccellenza teme l’abilità e la risolutezza».
«Oh oh! disse Athos.
«Eh? domando Aramis, che ve ne pare di due avversarj, per custodire i quali bisognano dieci buoni soldati, oltre la truppa di Comminges? Non somigliano per l’appunto a d’Artagnan e Porthos?
«Batteremo Parigi tutto il giorno, rispose Athos, e se stassera non abbiamo notizie, riprenderemo il nostro cammino per la Piccardia, ed io, mercè l’immaginazione di d’Artagnan, garantisco che non tarderemo a trovare qualche indicazione da toglierci tutti i nostri dubbi.
«Si ricerchi dunque per tutta Parigi, ed informiamoci specialmente da Planchet se abbia udito a parlare del suo antico padrone.
«Povero Planchet! dite presto, voi! senza dubbio oramai è trucidato; saranno usciti tutti quei bellicosi borghesi, e ne sarà stato fatto un macello».
Essendo ciò assai probabile, fu grande l’inquietezza con la quale i due amici rientrarono in Parigi dalla porta del tempio, e si diressero verso la piazza reale, ove speravano aver nuove di quei poveri borghesi; ma fu anche maggiore il loro stupore quando li ritrovarono occupati a bere e celiare, essi ed il loro capitano, sempre accampati in piazza reale, e pianti certamente dalle rispettive famiglie che udivano lo strepito del cannone di Charenton e li supponevano in mezzo al fuoco.
Athos ed Aramis domandarono da capo a Planchet; questi però nulla aveva saputo di d’Artagnan. Volevano condurlo via seco, ed egli dichiarò non poter lasciare il suo posto senza ordine superiore.
Soltanto alle cinque ore tornarono a casa dicendo che venivano dalla battaglia; non avevano perduto di vista il cavallo di bronzo di Luigi XIII.
«Corpo di una bomba! disse Planchet rientrando nella sua bottega della via dei Lombardi; siamo stati sconfitti addirittura! non me ne consolerò mai!...»
LXXXIII
La strada della Piccardia.
Athos ed Aramis, in piena sicurezza a Parigi, non nascondevano già a sè stessi che appena mettessero il piede fuori andrebbero esposti ai più gravi pericoli; ma noi sappiamo che cosa sia la questione del periglio, per simili soggetti. D’altronde essi sentivano che si avvicinava lo scioglimento di quella seconda Odissea, e non v’era da darvi, come suol dirsi, altro che l’ultima mano.
Del rimanente, Parigi non era mica quieto; cominciavano a mancare i viveri, e secondo che qualcuno dei generali del signor Principe di Conti aveva d’uopo di riassumere la sua influenza, sollevava una piccola sommossa, la quale egli stesso indi veniva a calmare, e che per un momento gli dava la superiorità sui suoi colleghi.
In una di quelle sommosse il signor di Beaufort aveva fatto porre a sacco la casa e la biblioteca del signor di Mazzarino, onde dare, così egli diceva, qualche cosa da rosicare al povero popolo.
Athos ed Aramis abbandonarono la capitale dopo quel colpo di Stato, che aveva avuto luogo alla sera del giorno medesimo in cui i Parigini erano stati battuti a Charenton.
Ambedue lasciavano Parigi nella miseria, e vicinissimo alla fame, ed agitato dal timore e straziato dalle fazioni. Parigini e Frondisti si aspettavano di trovare ugual miseria, pari paure, consimili intrighi, nel campo nemico. Furono dunque molto sorpresi allorchè nei passare a San Dionigi seppero che a San Germano tutti ridevano, cantavano e campavano allegramente.
I due gentiluomini si avviarono per strade indirette, prima di tutto per non cadere nelle mani dei Mazzarini sparsi nell’isola di Francia, indi per isfuggire ai Frondisti che ingombravano la Normandia, e che non avrebbero mancato di condurli dal signor Longueville acciò questi li riconoscesse come amici o come nemici. Sottratti che si furono a quei due rischi, ripigliarono la strada di Boulogne ad Abbeville e la seguitarono passo a passo tutta quanta.
Stettero però un poco indecisi; due o tre locande si erano visitate, ed altrettanti locandieri interrogati, senza che verun indizio schiarisse i loro dubbi o guidasse le loro indagini, quando però a Montreuil Athos sentì sulla tavola qualche cosa di rozzo al tatto delle sue dita delicate. Alzò la tovaglia e lesse sul legno questi geroglifici intagliati profondamente con la lama di un coltello:
Port... d’Art... 2 febbrajo.
«Ottimamente, disse Athos mostrando l’iscrizione ad Aramis; volevamo pernottar qui, ma gli è inutile, si vada più oltre».
Montarono a cavallo ed arrivarono ad Abbeville.
Ivi si fermarono assai perplessi a motivo della grande quantità di alberghi; a tutti non si poteva andare, e come indovinare in quale fossero stati alloggiati coloro che si cercavano?
«Date retta a me, Athos, suggerì Aramis, non pensiamo a trovar nulla in Abbeville. Se noi siamo nell’imbarazzo, vi sono stati anche i nostri amici. Se fosse stato solo Porthos, sarebbe ito ad alloggiare nella più magnifica locanda, e noi facendocela indicare saremmo sicuri di rinvenire le traccie del suo passaggio; ma d’Artagnan non ha tali debolezze: invano Porthos gli avrà fatto osservare che moriva di fame, egli avrà proseguito il cammino, inesorabile quanto il destino, e noi dobbiamo ricercarlo altrove».
Continuarono adunque il viaggio, ma nulla si presentò; era impresa delle più ardue, e specialmente fastidiosa, quella assuntasi da Athos ed Aramis, e senza il triplice movente dell’onore, dell’amicizia e della riconoscenza, fisso nell’animo loro, essi avrebbero rinunziato mille volte a frugare tra l’arena, a interrogare i viandanti, a commentare i segni, ad osservare i volti.
Andarono così fino a Peronne.
Athos principiava a disperare. Quest’uomo nobile e interessante, faceva a sè rimprovero dell’oscurità in che si trovavano egli ed Aramis: o non avevano cercato bene, o non avevano usata insistenza abbastanza nel domandare, o sufficiente accortezza nello investigare. Erano pronti a tornarsene indietro; ed ecco che traversando il sobborgo che guidava alle porte della città, sopra un muro bianco, formante l’angolo di una strada che girava attorno al bastione, venne fatto ad Athos di adocchiare un disegno eseguito con la pietra nera, il quale rappresentava con la semplicità delle prime prove di un fanciulletto che adopri la matita, due cavalieri correndo come frenetici, ed uno di questi tenendo in mano un cartellone ove era scritto in ispagnuolo:
Siamo seguitati.
«Oh oh! disse Athos, questa è chiara: d’Artagnan, quantunque inseguito, si sarà fermato qua cinque minuti; d’altronde ciò prova che non era inseguito molto da vicino, e forse gli sarà riuscito di fuggire».
Aramis tentennava il capo:
«Se fosse fuggito, lo avremmo riveduto, o almeno inteso discorrere di lui.
«Avete ragione, replicò Athos, continuiamo».
Sarebbe impossibile esprimere l’inquietudine e l’impazienza dei due gentiluomini: l’inquietudine era pel cuore tenero ed amichevole di Athos, l’impazienza per la mente facile a sconcertarsi di Aramis. Sicchè entrambi galopparono per tre o quattro ore, tanto da frenetici quanto i due cavalieri dipinti sul muro. Ad un tratto, in una gola ristretta fra la scarpa di due muraglie, videro la strada mezzo chiusa da una pietra enorme; era accennato di questa il posto primitivo sur un lato della scarpa, e il vuoto che vi aveva lasciato mediante l’estrazione, provava che non poteva esser caduta di per sè sola, mentre il suo peso dimostrava che a farla muovere era abbisognato il braccio di un Encelado o di un Briareo.
Aramis si ristette a guardare la pietra.
«Oh! disse, qui v’è dell’Ajace di Telamone o del Porthos. Scendiamo, conte, e si esamini questo masso».
Andarono tutti e due abbasso. La pietra era stata portata col chiarissimo scopo di chiudere la strada ai cavalieri; dunque era stata collocata da prima per traverso; poscia avendo incontrato in essa un ostacolo, erano smontati e l’avevano tolta dal posto.
I due amici esaminarono il sasso da tutti i lati esposti alla luce; esso non offeriva niente di straordinario. Chiamarono Blaisois e Grimaud, e tutti e quattro insieme pervennero a rivoltare il masso: sul lato che toccava a terra era scritto:
«C’inseguono otto cavalleggieri. Se arriviamo sino a Compiegne, ci tratterremo al Pavone coronato; l’oste è amico nostro».
«Ecco qualcosa di positivo, disse Athos, ed in un caso o nell’altro sapremo come regolarci; andiamo al Pavone.
«Sì, ribattè Aramis, ma se vogliamo giungere sin là, diamo un po’ di riposo ai nostri cavalli; in verità, sono quasi attrappati».
Ed Aramis non diceva mica bugia. Si fermarono alla prima frasca; fecero inghiottire ad ogni palafreno doppia dose di avena bagnata nel vino; dettero a questi tre ore di quiete, e si avviarono da capo. Anche gli uomini erano oppressi da stanchezza, ma li reggeva la speranza.
Sei ore dopo, Athos ed Aramis entravano in Compiegne, e ricercavano del Pavone Coronato. Fu loro additata un’insegna che rappresentava il dio Pane con una corona in testa[15].
I due gentiluomini scesero di sella, senza punto por mente alla pretensione letteraria della mostra, che in tutt’altro tempo Aramis avrebbe criticata rigorosamente. Trovarono un locandiere bonaccio, calvo e panciuto come un idolo chinese, a cui domandarono se avesse dato alloggio per più o meno spazio di tempo a due gentiluomini inseguiti dai cavalleggieri. L’oste, senza rispondere, andò a pigliare da un baule una mezza lama di draghinassa, e disse:
«Conoscete questa roba?»
Athos non fece altro che dare un’occhiata alla lama.
E disse:
«È la spada di d’Artagnan.
«Del grande o del piccolo? chiese il trattore.
«Del piccolo.
«Ora vedo che siete loro amico.
«Ebbene! ad essi ch’è accaduto?
«Che sono entrati nel mio cortile coi cavalli attrappati, e avanti che avessero tempo di richiudere il portone, sono capitati dopo di loro otto cavalleggieri che gl’inseguivano.
«Otto! fece Aramis, ma mi maraviglio che d’Artagnan e Porthos, due prodi di quella fatta, si siano lasciati arrestare da otto uomini.
«Certamente, mio signore, e coloro non vi sarebbero riusciti, se non avessero raccolto per la città una ventina di soldati del reale italiano in guarnigione in questa piazza, talmente che i vostri due amici sono stati, come si può dire alla lettera, oppressi dal numero.
«Arrestati! fece Athos, e si sa egli perchè?
«No signore; sono stati condotti via subito, e non hanno avuto campo a dirmi nulla; soltanto, quando sono partiti, io ho trovato questo pezzo di spada sul campo di battaglia nell’ajutare a levar di terra due morti e cinque o sei feriti.
«E a loro, domandò Aramis, non è avvenuto niente?
«No, non crederei.
«Orsù! è sempre una consolazione, seguitò Aramis.
«E sapete dove siano stati condotti? chiese Athos.
«Dalla parte di Louvres.
«Lasciamo qui Blaisois e Grimaud, propose Athos, torneranno domani a Parigi coi cavalli che oggi ci lascerebbero a mezza via, e noi prendiamo la posta.
«Prendiamo la posta», approvò Aramis.
Si mandarono a cercare i cavalli. In quel frattempo i due amici pranzarono in fretta; volevano, qualora rinvenissero a Louvres qualche schiarimento, poter continuare il loro viaggio.
Giunsero a Louvres. Non v’era un albergo. Vi si beveva un liquore che ha conservato anche ai nostri giorni la sua riputazione, e che già vi si faceva in quell’epoca.
«Smontiamo qui, disse Athos, d’Artagnan non avrà perduta questa occasione, non di bere un bicchierino, ma di prepararci qualche indizio».
Entrarono in una bottega e chiesero due bicchierini di rosolio, sul banco, ritti, come dovevano aver fatto d’Artagnan e Porthos. Il banco era coperto da una piastra di stagno. Su questa era scritto con la punta di un grosso spillo:
Rueil, D.
«Sono a Rueil! esclamò Aramis, vista ch’ebbe l’iscrizione.
«Andiamoci! disse Athos.
«È quanto correre in bocca al lupo.
«Se fossi stato amico di Giona, come lo sono di d’Artagnan, rispose Athos, sarei ito con lui anco nel ventre della balena; e voi, Aramis, fareste lo stesso.
«In coscienza, caro conte, credo che mi supponiate migliore di quel ch’io sono. Se fossi solo, non so se andrei così a Rueil senza grandi precauzioni; ma con voi ci vado».
Ed ambedue partirono insieme.
Athos, senza immaginarselo, aveva dato ad Aramis il miglior consiglio possibile. I deputati del Parlamento erano appena giunti a Rueil per le famose conferenze che dovevano durare tre settimane e portare a quella pace zoppa, in seguito della quale il signor Principe fu arrestato. Rueil trovavasi piena per parte de’ Parigini, di avvocati, presidenti, consiglieri, togati d’ogni sorta; e per parte della corte, di gentiluomini, uffiziali e guardie: quindi era facile fra tanta confusione restare incogniti quanto si bramasse. D’altronde le conferenze avevano recata una tregua, ed arrestare in quel momento due gentiluomini, ancorchè addetti alla Fronda, era portare offesa al diritto delle genti.
I due amici credevano che tutti fossero occupati dal pensiero che tormentava loro. Si mischiarono fra le comitive ed i capannelli, nella speranza di sentir dire qualche cosa di d’Artagnan e di Porthos, ma ciascuno discorreva soltanto di articoli e ammendamenti.
Athos opinava di andare direttamente dal ministro.
«Mio caro, obbiettò Aramis, voi dite benissimo, ma badate! la nostra sicurezza proviene dalla nostra oscurità. Se ci facciamo conoscere in un modo o nell’altro, andremo immediatamente a raggiungere i nostri amici in qualche carbonaja, d’onde non ci caverà nè anche il diavolo. Procuriamo di non ritrovarli per combinazione, ma bensì a volontà nostra. Arrestati a Compiegne, sono stati condotti a Rueil, conforme ce ne siamo accertati a Louvres; condotti a Rueil sono stati esaminati dal ministro, che dopo l’interrogatorio li ha ritenuti presso di sè o mandati a San Germano. Alla Bastiglia essi non sono positivamente, poichè la Bastiglia è dei frondisti, e vi comanda il figlio di Broussel; non sono morti, perchè la morte di d’Artagnan farebbe strepito. Porthos, io lo credo eterno. Non disperiamo, aspettiamo e rimaniamo a Rueil, mentre io sono convinto che vi siano. Ma che avete, impallidite?
«Ho, rispose Athos, e gli tremava la voce, che mi ricordo che nel castello di Rueil il signor Richelieu aveva fatto fabbricare una famosa prigione perpetua!...
«Ah! state quieto, disse Aramis, il signor di Richelieu era un gentiluomo uguale a tutti noi per nascita e superiore per situazione; poteva, come un re, toccare i più grandi di noi sulla testa, e toccandoci farci vacillare la testa sulle spalle. Ma il signor di Mazzarino è un birbante, che può tutto al più pigliarci per il collo alla guisa di un birro. State tranquillo, amico mio; io insisto a sostenere che d’Artagnan e Porthos sono a Rueil vivi vivissimi.
«Non serve! replicò Athos, ci sarebbe necessario ottenere dal Coadjutore di prender parte alle conferenze, e così entreremmo in Rueil.
«Con tutti quei brutti togati! Vi pare, mio caro? e vi pensate che vi si discuta nemmeno su la libertà o la prigionia di d’Artagnan e Porthos? No, io sono di sentimento che cerchiamo qualche altro mezzo.
«Ebbene! riprese Athos, io ritorno al mio primo pensiero; non conosco miglior mezzo che operare franco e lealmente. Andrò a trovare, non Mazzarino, ma la regina, e le dirò: Signora, restituiteci i vostri due servi, nostri amici!»
Aramis scosse il capo e rispose:
«È l’ultima risorsa, di cui sarete sempre in facoltà di far uso; ma date retta a me; non ve ne prevalete se non agli estremi; sarà sempre tempo di ridurci a quel punto. Intanto si proseguano le nostre indagini».
E le continuarono e pigliarono tante informazioni, e con mille ingegnosi pretesti fecero parlare tante persone, che terminarono col trovare uno dei cavalleggieri, il quale confessò loro essere stato della scorta che aveva condotti d’Artagnan e Porthos da Compiegne a Rueil. Senza i cavalleggieri neppure si sarebbe saputo ch’erano entrati.
Athos tornava in sempiterno alla sua idea di vedere la regina.
«Per veder la regina, diceva Aramis, bisogna vedere il ministro, ed appena avrem veduto il ministro, ricordatevi di quel che vi dico, saremo riuniti ai nostri amici, ma non nel modo che intendiamo noi. E quel modo, ve lo dichiaro, mi va poco a genio. Si operi in libertà per operare bene e presto.
«Voglio parlare alla regina, ripetè Athos.
«Ebbene! se siete deciso a far questa pazzia, avvertitemi un giorno innanzi, ve ne prego.
«E perchè?
«Perchè profitterò della circostanza per andare a fare una visita a Parigi.
«A chi?
«E che so io? forse anche a madama di Longueville. Essa è colà onnipotente e mi ajuterà. Soltanto fatemi avvisare da qualcuno se siete arrestato, in tal caso io mi rigirerò alla meglio.
«Perchè non vi arrischiate meco all’arresto, Aramis?
«No, grazie!
«Arrestati in quattro e riuniti, credo che nulla più avventuriamo. A capo a ventiquattro ore siamo tutti fuori.
«Mio caro, dacchè ho ucciso Chatillon, l’idolo delle dame di S. Germano, ho troppo splendore attorno per non temere doppiamente la prigione. La regina sarebbe capace di seguitare i consigli di Mazzarino in quest’occasione, ed il consiglio ch’ei le darebbe sarebbe di mettermi sotto processo.
«Ma vi pensate, Aramis, ch’ella ami quell’italiano a tal segno come tutti dicono?
«Amava pure un inglese!
«Eh amico mio! è donna!
«No, Athos, è regina!
«Basta! io mi sacrifico, e vo a chiedere udienza ad Anna.
«Addio, Athos, io vado a mettere su una armata.
«Per che fare?
«Per ritornare ad assediar Rueil.
«Dove ci ritroveremo?
«Appiè della forca del ministro».
I due amici si separarono, Aramis per trasferirsi di nuovo a Parigi, Athos per aprirsi mediante qualche tentativo preparatorio la via sino presso alla regina.
LXXXIV
La riconoscenza della regina Anna.
Athos incontrò minor difficoltà che non si credesse a penetrare presso ad Anna; anzi, al primo passo tentato tutto riuscì semplicissimo, e l’udienza che bramava gli fu accordata per l’indomani dopo il ricevimento della mattina a cui gli dava diritto di assistere la sua nascita.
Riempieva gli appartamenti di San Germano grandissima moltitudine: Anna non aveva mai avuto al Louvre, o al Palazzo Reale, un maggior numero di cortigiani. Soltanto erasi fatto un movimento tra quella folla che apparteneva alla nobiltà secondaria, mentre tutti i primi gentiluomini di Francia stavano attorno al signor di Conti, al signor di Beaufort ed al Coadjutore.
Del resto regnava un gran brio in quella corte. Il carattere particolare di quella guerra si fu che v’ebbero più strofette composte che cannonate tirate. La corte metteva in canzone i Parigini, i quali mettevano lei pure in canzone, e le ferite, sebbene non mortali, erano assai dolorose, fatte come erano con l’arme del ridicolo.
Però, in mezzo alla generale ilarità ed alla frivolezza apparente, tra tutti quei pensieri esisteva una seria preoccupazione. Mazzarino rimarrebbe poi ministro o favorito, oppure Mazzarino venuto dal mezzogiorno come un nuvolo, se ne andrebbe trasportato dal vento che portato lo aveva? Ognuno lo sperava, ognuno lo desiderava, talmente che il ministro sentiva che tutti gli omaggi, tutte le lusinghe cortigianesche ricoprivano una gran dose di odio mal celata sotto il timore e l’interesse; ei si trovava imbarazzato, senza sapere su chi far conto nè su chi appoggiarsi.
Il signor Principe stesso che combatteva per lui non si lasciava mai fuggire un’occasione o di schernirlo o di umiliarlo; ed avendo voluto Mazzarino per due o tre volte davanti al vincitore di Rocroy esternare qualche sua volontà imperiosa, questi lo aveva guardato in maniera da dargli a comprendere che se lo difendeva ciò non era già per convinzione nè per entusiasmo.
Allora il ministro si rivolgeva verso la regina, unico suo sostegno; ma due o tre volte gli era sembrato sentirsi vacillare quel sostegno sotto la mano.
Arrivata l’ora dell’udienza fu annunziato al conte di la Fère che questa avrebbe luogo, ma gli conveniva attendere alquanto, avendo la sovrana da tener consiglio col ministro.
E ciò era vero. Parigi aveva mandata appunto una nuova deputazione, la quale doveva procurare di dar finalmente un certo giro agli affari, ed Anna si consultava con Mazzarino sulla accoglienza da farsi ai deputati.
Grande occupazione di mente avevano tutti gli alti personaggi dello Stato. Athos non poteva quindi scegliere peggior momento per parlare de’ suoi amici, poveri atomi perduti in quel turbine scatenatosi.
Athos però era un uomo inflessibile, che non si ritraeva da una decisione presa allorchè questa gli pareva emanata dalla sua coscienza e dettata dal suo dovere. Insistè onde essere introdotto, dicendo che quantunque non fosse deputato, nè di Conti, nè di Beaufort, nè di Bouillon, nè di d’Elboeuf, nè del Coadjutore, nè di madama di Longueville, nè del signor Broussel, nè del Parlamento, e venisse per suo proprio conto, aveva pur non ostante le cose più importanti da dire a Sua Maestà.
Finita la conferenza, la regina lo fece chiamare nel suo gabinetto.
Athos fu introdotto e diede il suo nome. Era un nome che troppe volte aveva risuonato alle orecchie di Sua Maestà, ed anche nel suo cuore, perchè ella non lo riconoscesse; bensì essa rimase impassibile, contentandosi di guardare il gentiluomo in quel modo fisso, che non è lecito se non se alle donne regine o per bellezza o per rango.
«Sicchè vi offrite a renderci un servigio, conte, domandò Anna dopo breve silenzio.
«Sì signora, un altro servigio», rispose Athos un poco urtato che la sovrana non mostrasse ricordarsi di lui.
Athos aveva un cuor grande, e quindi era un meschino cortigiano.
La regina inarcò le ciglia. Mazzarino che, seduto davanti a un tavolino sfogliava alcune carte come avrebbe potuto fare un semplice segretario di Stato, alzò il capo.
«Parlate», disse Anna.
Mazzarino si rimise a scartabellare i fogli.
«Signora, rispose Athos, due amici nostri, due dei più intrepidi servi di Vostra Maestà, i signori d’Artagnan e du Vallon, mandati in Inghilterra dal signor ministro, sono spariti tutto ad un tratto nel punto in cui ponevano il piede sul suolo di Francia, nè si sa che sia di loro.
«Ebbene?
«Ebbene; io mi rivolgo alla benevoglienza di Vostra Maestà per sapere che sia, dei due gentiluomini, riservandomi, ove poi faccia d’uopo, di ricorrere alla di lei giustizia.
«Signore, disse Anna con quell’alterezza che dirimpetto a certi uomini diventava impertinenza, e per questo ci disturbate fra i gravi pensieri che ci agitano? per un affare di polizia! Eh! vi è noto, o noto vi dev’essere, che non abbiamo più polizia dacchè non siamo più a Parigi.
«Io credo, replicò Athos inchinandosi rispettosamente, che Vostra Maestà non avrebbe bisogno di informarsi dalla polizia per conoscere ciò che sia stato di d’Artagnan e du Vallon; e che se si compiacesse interrogare il signor ministro, esso potrebbe risponderle su tal proposito senza consultare altro che le proprie rimembranze.
«Ma Dio mi perdoni! disse Anna con quello sdegnoso moto delle labbra che era a lei particolare, mi pare che interroghiate voi stesso!
«Sì signora, e quasi ne ho diritto, poichè si tratta di d’Artagnan; di d’Artagnan, m’intendete?»
E ciò proferiva Athos in tal guisa da curvare sotto le ricordanze della donna la fronte della regina.
Mazzarino capì esser tempo di ajutare la sovrana.
«Signor conte, egli disse, consentirò io a parteciparvi una cosa ignota a Sua Maestà, cioè quel che fu fatto dei due gentiluomini. Hanno disobbedito, e sono in arresto.
«Supplico adunque la Maestà Vostra, soggiunse Athos sempre impassibile e senza replicare a Mazzarino, di sciogliere l’arresto dei signori d’Artagnan e du Vallon.
«Quel che mi domandate è affare di disciplina, e non si spetta a me, fece la regina.
«Non rispose mai così d’Artagnan quando si trattò di servire Vostra Maestà».
E Athos avendo dette queste parole, salutò sostenuto, e mosse due passi indietro per avvicinarsi alla porta.
Mazzarino lo trattenne.
«Venite anche voi d’Inghilterra, signor mio, gli disse facendo un cenno ad Anna, la quale impallidiva e si accingeva a dare un ordine rigoroso.
«Ed ho assistito agli ultimi momenti del re Carlo I, ribattè Athos; povero re! colpevole tutto al più di debolezza, e punito ben severamente dai suoi sudditi, giacchè ormai sono fiacchi i troni, e punto non giova ai cuori zelanti il servire agl’interessi dei principi. Era la seconda volta che d’Artagnan si recava in Inghilterra: la prima fu per l’onore di una grande regina; l’ultima per la vita di un gran re.
«Signore, così parlò Anna a Mazzarino con un accento da cui tutta la sua abitudine a dissimulare non aveva potuto sbandire la vera espressione; vedete se si potesse far nulla per i due gentiluomini.
«Farò tutto quanto piaccia a Vostra Maestà, rispose il ministro.
«Fate quel che richiede il signor conte di la Fére.... non vi chiamate così, signore?
«Ho anche un altro nome: mi chiamo Athos.
«Maestà, fece Mazzarino con un sorriso che dimostrava con qual facilità comprendeva da una mezza parola, potete star quieta, saranno adempiti i vostri desiderj.
«Avete inteso, signore? disse la regina.
«Sì, e non mi aspettavo di meno dalla giustizia di Vostra Maestà.... Sicchè rivedrò tosto i miei amici, non è vero? è questo quel che intende Vostra Maestà?
«Li rivedrete, sì.... Ma a proposito, siete della Fronda, voi?
«Signora, servo il re.
«Sì, a modo vostro.
«Il mio modo è quello di tutti i veri gentiluomini, ed io non ne conosco due, proferì Athos alteramente.
«Andate, replicò la sovrana licenziandolo con un gesto; avete ottenuto ciò che bramavate, e noi sappiamo quel che desideravamo di sapere».
E quando Athos fu partito e calata la portiera, si volse così a Mazzarino:
«Fate arrestare quell’insolente gentiluomo innanzi ch’esca dal cortile.
«Ci avevo pensato, fece Mazzarino, e mi è grato che Vostra Maestà mi dia un ordine ch’ero appunto per richiederle. Questi smargiassi che portano nell’epoca nostra le tradizioni dell’altro regno ci danno sommo impaccio, e poichè ve ne sono digià due presi, aggiungiamoci il terzo».
Athos non si era lasciato totalmente illudere dalla sovrana. Nella di lei pronunzia esisteva qualche cosa che gli aveva prodotta molta impressione, e che gli sembrava minacciasse mentre prometteva. Ma egli non era uomo da allontanarsi per un mero sospetto, ed in ispecie quando gli si era detto chiaro che in breve rivedrebbe gli amici. E perciò attese in una delle stanze attigue al gabinetto dove aveva avuto udienza che si conducessero a lui d’Artagnan e Porthos, o si venisse a prenderlo per guidarlo da loro.
In tale aspettativa si era accostato alla finestra, e macchinalmente guardava nel cortile. Vide entrarvi la deputazione dei Parigini, che veniva a regolare il luogo definitivo delle conferenze e a riverire la regina. V’erano consiglieri al Parlamento, presidenti, avvocati, fra i quali tratto tratto qualche uomo d’arme. Li attendeva fuor dei cancelli una scorta imponente.
Athos osservava con maggiore attenzione, imperocchè fra mezzo alla moltitudine gli era sembrato di ravvisare qualcuno; ed eccolo sentirsi a toccar lieve lieve la spalla.
Si volse e disse:
«Ah, signor di Comminges!
«Sì, signor conte, son io, e incaricato di un’incombenza per la quale vi prego di accettare le mie scuse.
«E quale?
«Conte, favorite consegnarmi la vostra spada».
Athos sorrise.
Aperse la finestra e gridò:
«Aramis!»
Si girò un gentiluomo; era quello che ad Athos era sembrato di ravvisare. Salutò il conte amichevolmente.
«Aramis! disse Athos, sono arrestato.
«Bene, rispose con flemma Aramis.
«Signore, seguitò Athos presentando civilmente il suo brando a Comminges, ecco la mia spada: piacciavi custodirla bene onde rendermela quando uscirò di prigione. Mi preme assai: fu data dal re Francesco I al mio avolo. Nel tempo suo si armavano i gentiluomini, non si disarmavano. Ed ora dove mi guidate?
«Prima di tutto nella mia camera, fece Comminges, dipoi la regina fisserà il luogo dell’ulteriore vostro domicilio».
Athos andò appresso a Comminges senza aggiungere parola.
LXXXV
Regia autorità di Mazzarino.
L’arresto di Athos non aveva fatto strepito, non cagionata pubblicità, ed anche era restato quasi ignoto. Così non aveva in verun modo incagliato il corso degli avvenimenti, e la deputazione mandata dalla città di Parigi fu avvertita solennemente che tosto comparirebbe davanti alla sovrana.
E la regina la ricevè, tacita e superba al suo solito; ascoltò le lagnanze e le suppliche dei deputati, ma quando essi ebbero terminati i loro discorsi, nessuno avrebbe potuto asserire ch’essa li avesse uditi, tanto si manteneva al sembiante indifferente.
In compenso di ciò, Mazzarino, presente all’udienza, capiva ottimamente ciò che da loro chiedevasi: ed era la dimissione, il licenziamento di lui in termini chiari e precisi, puramente e semplicemente.
Ed ultimati i discorsi, e la sovrana mantenendosi mutola, Mazzarino disse:
«Signori, mi unirò a voi per pregare la regina di porre un termine ai mali de’ suoi sudditi. Io ho fatto quanto ho potuto onde mitigarli, eppure è pubblica credenza, secondo voi dite, che quelli provengano da me, povero straniero a cui non è riuscito di dar nel genio ai Francesi! Ahimè! non sono stato compreso, ed era naturale: succedevo all’uomo il più sublime che ancora avesse sostenuto lo scettro dei re di Francia. Le ricordanze del signor di Richelieu mi annientano. Invano contrasterei con esse qualora fossi ambizioso; ma tale non sono e voglio darne una prova. Mi do per vinto; farò ciò che chiede il popolo. Se i Parigini hanno qualche torto, e chi v’è che non ne abbia? Parigi è punita abbastanza; è stato sparso sangue assai, miseria assai opprime una città privata del suo re e della giustizia. Non tocca a me, semplice particolare, lo assumere tanta importanza da metter divisioni fra una regina e il suo reame. Poichè esigete ch’io mi ritiri, or bene, mi ritirerò.
«Allora, disse Aramis all’orecchio al suo vicino, la pace è fatta e le conferenze sono inutili. Non v’è altro che mandare sotto buona guardia il signor Mazzarino alla frontiera più lontana, e sorvegliare acciò non ritorni dentro nè da quella nè da altre.
«Un momento, un momento! fece il togato al quale si era rivolto Aramis. Capperi! come fate alla lesta! si vede che voi altri siete uomini d’armi. V’è da mettere in pulito il capitolo delle ricompense e delle indennizzazioni.
«Signor cancelliere, disse la regina a quello stesso Seguier nostro vecchio conoscente, voi aprirete le conferenze; queste avranno luogo a Rueil. Il signor ministro ha dette cose che mi hanno commossa moltissimo. Ecco perchè non vi rispondo più a lungo. Per quel che sia di rimanere o partirsi, io ho troppa gratitudine pel ministro per non lasciarlo su qualunque punto libero della sua volontà. Farà quel che gli piaccia».
Un momentaneo pallore tinse l’accorta faccia del primo ministro. Egli guatò inquieto la regina. Ma la di lei faccia era tanto impassibile ch’ei non poteva meglio degli altri discernervi i sensi che le si racchiudevano in petto.
«Ma, seguitò Anna, signor di Mazzarino, mentre si attende la decisione, di grazia non si ragioni che del re».
I deputati, fatto un inchino, se ne andarono.
«E che! disse la sovrana quando tutti si furono tolti dalla stanza, cedereste a quei togati, a quegli avvocati?
«Per il bene di Vostra Maestà, rispose Mazzarino fissandola in viso attentissimo, non v’è sacrifizio ch’io non sia pronto ad impormi».
Anna abbassò la testa, e cadde in una di quelle meditazioni che le erano tanto usuali. Le tornò in mente la ricordanza di Athos. Lo ardito contegno del gentiluomo, la favella ferma e insieme dignitosa, le larve che aveva invocate in una sola parola, le riproducevano allo spirito un passato ricolmo di deliziosa poesia; la giovinezza, la beltà, la vivacità degli amori di venti anni e i fieri contrasti de’ suoi sostegni, e la sanguinosa fine di Buckingham, l’unico uomo che mai ella avesse realmente amato, e l’eroismo degli oscuri suoi difensori che salvata l’avevano dal duplice odio di Richelieu e del re.
Mazzarino la guardava, ed ormai ch’ella si credeva sola e non aveva più una folla di nemici intenta ad osservarla, ei seguitava ogni suo pensamento sul suo volto, siccome veggonsi nei laghi trasparenti a passare i nuvoli, riflessi del cielo ugualmente che i pensieri.
«Sicchè, borbottava Anna, bisognerebbe cedere alla procella, comprar la pace, ed attendere con pazienza e religiosamente migliori tempi?»
Mazzarino sorrise amaramente a questa frase, che annunziava aver ella presa sul serio la proposta del ministro.
Anna teneva china la testa e non vide il sorriso; però dacchè non si dava replica alla sua domanda, alzò la fronte e soggiunse:
«Ebbene, non mi rispondete; che idea è la vostra?
«La mia idea, signora, si è che l’insolente gentiluomo che abbiam fatto arrestare da Comminges alludeva a Buckingham, cui lasciaste assassinare, alla Chevreuse cui lasciaste esiliare, a Beaufort cui faceste imprigionare; ma se alludeva a me, è perchè non sa ciò ch’io sono per voi».
Anna si scosse conforme soleva ogni qualvolta alcuno la batteva nel suo orgoglio; arrossì, e per non rispondere, si cacciò le unghie appuntate nelle bellissime mani.
«È uomo di buon consiglio, d’onore e di spirito, senza contare ch’è anche risoluto. Maestà, voi lo sapete, non è così? Io dunque voglio dirgli, e in ciò gli fo particolarmente una grazia, in qual punto l’abbia sbagliata a riguardo mio: ed è che veramente quella che mi vien proposta è quasi un’abdicazione, ed un’abdicazione merita che vi si rifletta.
«Abdicazione! disse la regina, io mi credeva, signor mio, che i re soltanto abdicassero.
«Ebbene! e non son io quasi re, e re di Francia? Vi assicuro, signora, che di notte la mia zimarra da ministro appiè di un regio letto somiglia molto al manto di un re».
Era questa una di quelle umiliazioni che Mazzarino faceva subire ad Anna assai sovente, ed alle quali essa curvava il capo. Non vi furono altre che Elisabetta e Caterina II, che restassero ad un tempo amanti e regine pei loro amatori.
Anna adunque considerò con una specie di terrore la fisonomia minacciosa del ministro, che in tai momenti non era mancante di una certa grandiosità.
«Signore, ella replicò, non dissi io, e voi non udiste che io diceva a coloro, che voi fareste ciò che vi piacerebbe?
«In questo caso, mi pare che deve piacermi di restare: in ciò v’ha non solo il vostro interesse, ma oso asserire anche la vostra salvezza.
«Dunque restate, io non bramo altro; allora però, non mi lasciate insultare.
«Volete parlare delle pretensioni dei rivoltosi e del tuono con cui le esprimono? pazienza! Hanno scelto un terreno sul quale io sono generale più abile di loro, quello delle conferenze. Basterà a noi temporeggiare per vincerli. Hanno digià fame, e peggio sarà fra otto giorni.
«Eh mio Dio, lo so bene che finiremo così; ma non si tratta unicamente di loro; non sono essi che mi dirigono le ingiurie per me più offensive.
»Ah! vi capisco; voi intendete accennare alle reminiscenze che vanno eternamente richiamando quei tre o quattro gentiluomini. Noi per altro li abbiamo prigionieri, e sono per l’appunto abbastanza rei perchè li lasciamo detenuti quanto tempo ci convenga. Uno solo è ancora fuori del nostro potere, e ci schernisce: ma che diavolo! arriveremo ad unirlo a’ suoi compagni. Mi sembra che abbiamo fatte cose ben più difficili. Prima di tutto, per precauzione, io ho fatto rinchiudere a Rueil, cioè vicino a me, sotto a’ miei occhi, a portata della mia mano i due più intrattabili. Ed oggi subito ve li raggiungerà il terzo.
«Finchè saranno prigionieri, disse Anna, andrà benissimo, ma un giorno usciranno.
«Sì, qualora la Maestà Vostra li ponga in libertà.
«Ah! continuò Anna rispondendo al proprio pensiero, qui si ha rammarico di non essere a Parigi!
«E perchè?
«Per la Bastiglia, eh! è tanto forte e segreta.
«Signora, con le conferenze abbiamo la pace, con la pace abbiamo Parigi, con Parigi abbiamo la Bastiglia! e i quattro gradassi vi marciranno».
La regina aggrottò alquanto le ciglia, mentre Mazzarino le baciava la mano per prendere da lei commiato.
Il ministro uscì dopo questo atto mezzo umile e mezzo galante. Anna lo seguitò cogli occhi, ed a misura ch’egli si allontanava si scorgeva apparirle sul labbro un sorriso sdegnoso.
«Ho disprezzato, mormorò essa, l’amore di un ministro che non diceva mai — farò — ma bensì — ho fatto —. Quegli conosceva ricoveri più sicuri che Rueil, più oscuri e silenziosi ancora che la Bastiglia.... Oh, come degenera il mondo!...»
LXXXVI
Precauzioni.
Mazzarino, lasciata ch’ebbe la regina, si avviò a Rueil dov’era la sua casa. Egli andava accompagnato, in quei tempi di turbolenze, e spesso pure travestito. In abito da uomo da spada, noi già lo dicemmo, egli era un bel gentiluomo.
Nel cortile del vecchio castello salì in carrozza, e prese lungo la Senna a Chatou. Il signor Principe gli aveva forniti cinquanta cavalleggieri di scorta, non tanto per fargli guardia, come per mostrare ai deputati quanto i generali della regina facilmente disponevano delle lor truppe, e potevano spargerle qua e là a loro capriccio.
Athos, guardato a vista da Comminges, a cavallo e senza spada, seguiva il ministro senza dir parola. Grimaud, lasciato dal padrone alla porta del castello, aveva udito la nuova del suo arresto, quando Athos l’aveva detta forte ad Aramis, e dietro a un cenno del conte era ito, non proferendo un accento, a situarsi accanto ad Aramis quasi nulla fosse accaduto.
Vero si è che Grimaud da ventidue anni che serviva Athos, aveva veduto questo cavarsi fuori da tante avventure, che di nulla si prendeva più pensiero.
I deputati, subito dopo la loro udienza, si erano nuovamente avviati verso Parigi, il che è quanto dire che precedevano il ministro di un cinquecento passi. Sicchè Athos poteva, guardandosi innanzi, veder di schiena Aramis, di cui il cinturino indorato e il superbo portamento richiamavano la sua attenzione in fra quella moltitudine al pari che la lusinga di liberazione che in lui avevano riposta l’abitudine, la frequentazione, e la specie di attrazioni risultanti, da qualunque amicizia.
Per lo contrario, Aramis non mostrava punto curarsi di essere o no seguitato da Athos. Si girò una volta sola: vero egli è che ciò fu all’arrivare al castello. Supponeva che Mazzarino lascierebbe forse là il suo nuovo prigioniero nel piccolo forte, posto che faceva guardia al ponte e governato da un capitano per la regina. Ma non fu così, ed Athos passò Chatou egualmente che il ministro.
Sulla crocevia della strada che va da Parigi a Rudi, Aramis si volse indietro. Questa volta le sue previsioni non lo avevano ingannato: Mazzarino pigliò a man destra, onde Aramis potè distinguere il prigioniero sparire a tergo gli alberi. Nel medesimo istante, Athos, mosso dallo stesso pensiero, girò pure il capo. I due amici ricambiarono fra di loro un semplice cenno della testa, ed Aramis si portò il dito al cappello come per salutare. Athos solo comprese che l’amico gli accennava qualmente aveva un’idea.
Dopo dieci minuti Mazzarino col suo sèguito entrava nel cortile del castello che il ministro suo predecessore avevagli fatto apparecchiare a Rueil.
Nel momento in cui poneva piede a terra in fondo alla gradinata, gli si appressò Comminges domandando:
«Monsignore, dove piacerebbe a Vostra Eccellenza che dessimo alloggio al signor di la Fère?
«Nel padiglione degli agrumi, dirimpetto a quello dov’è il posto di guardia. Voglio che gli si faccia ogni onore, benchè sia prigioniero di Sua Maestà.
«Monsignore, azzardò Comminges, e’ chiede l’onore di esser condotto vicino al signor d’Artagnan, che secondo ordinò Vostra Eccellenza, occupa il padiglione da caccia rimpetto a quel degli agrumi».
Mazzarino riflettè alquanto.
Comminges si accorse che titubava, e soggiunse:
«È un posto assai forte; quaranta uomini sicuri, soldati esperimentati, quasi tutti Tedeschi, e in conseguenza non aventi relazione veruna coi Frondisti nè interesse nella Fronda.
«Signor di Comminges, disse Mazzarino, se mettessimo quei tre soggetti insieme ci toccherebbe raddoppiare il corpo di guardia, e non siamo tanto ricchi in materia di difensori per esser così prodighi».
Comminges sorrise. Mazzarino osservò il sorriso e lo capì.
«Voi non li conoscete, signor di Comminges, ma io sì, prima per loro stessi e poi per tradizione. Li avevo incaricati di recar soccorso al re Carlo, e fecero cose miracolose; bisognò che così volesse il destino perchè quel caro re Carlo non sia a quest’ora in sicuro fra noi.
«Ma se hanno servita bene Vostra Eccellenza, perchè dunque li tiene ella in carcere?
«In carcere! e da quando in qua Rueil è un carcere?
«Dacchè vi sono dei prigionieri, rispose Comminges.
«Quei signori non sono miei prigionieri, replicò Mazzarino col suo sogghigno malizioso, sono ospiti miei, ospiti tanto preziosi che ho fatto mettere le inferriate alle finestre e i catenacci alle porte dei loro appartamenti, tale è il timore che ho che si stanchino di tenermi compagnia! Ma fatto sta che per quanto a prima vista sembrino prigionieri, io li stimo moltissimo, e la prova ne sia che bramo fare una visita al signor di la Fère per conversar seco a tu per tu. E perchè nessuno ci disturbi dal colloquio, conducetelo come vi ho già detto nel padiglione degli agrumi. Voi sapete ch’è il luogo consueto delle mie passeggiate, e passeggiando entrerò da lui e discorreremo. Ancorchè si pretenda essere egli mio nemico, ho per esso della simpatia, e se è ragionevole faremo forse qualche cosa».
Comminges fece un inchino, e tornò da Athos, che attendeva con apparente calma, ma con reale inquietudine, l’esito della conferenza.
«Ebbene? domandò questi al luogotenente delle guardie.
«Signore, rispose Comminges, pare che sia impossibile.
«Signor di Comminges, io sono stato soldato tutta la vita, e quindi so che cos’è la consegna, potreste rendermi un servigio.
«Con tutto il cuore! dacchè so chi siete e quali servigi voi rendeste in addietro a Sua Maestà; dacchè so quanto vi interessi quel giovane che venne sì valorosamente in mio soccorso nel giorno dell’arresto di quel vecchiaccio di Broussel, mi dichiaro tutto vostro, salva però la consegna.
«Mille grazie, ed io non desidero altro, e sto per chiedervi cosa che in nessun modo potrà compromettervi.
«Ancorchè comprometta un pocolino, disse sorridendo Comminges, chiedetela pure; non sono molto più propenso di voi pel signor Mazzarino; servo la regina, il che naturalmente mi porta a servire il ministro, ma per quella agisco con piacere e per questo contro voglia. Dunque parlate, aspetto e vi ascolto.
«Poichè non v’è inconveniente, fece Athos, ch’io sappia che d’Artagnan è qui, non ve ne sarà alcuno, mi suppongo, che a lui sia noto che ci sono ancor io?
«Su di ciò non ho ricevuti ordini.
«Or bene, favoritemi dunque di presentargli i miei distinti saluti ed avvisarlo che siamo vicini; nello stesso tempo gli annunzierete ciò che annunziavate a me poc’anzi, vale a dire che il signor di Mazzarino mi ha messo nel padiglione degli agrumi per poter farmi una visita, ed aggiungete che profitterò di quest’onore ch’ei vuole concedermi onde ottenere che sia resa più mite la nostra prigionia....
«La quale non può durare, interruppe Comminges; il signor ministro me lo diceva testè; qui non v’è carcere.
«Vi sono le perpetue, rispose sorridendo Athos.
«Oh! codesto è tutt’altro. Sì, so che esistono certe tradizioni su tal proposito, ma un uomo di bassa nascita com’è il ministro, un Italiano venuto in Francia a cercare fortuna, non oserebbe portarsi a simili eccessi verso uomini della nostra fatta: sarebbe cosa enorme! Andava bene a tempo dell’altro ministro che era un gran signore; ma con messer Mazzarino, oibò! Le perpetue sono vendette regie e non adattate per un villano par suo. Si sa il vostro arresto, presto si saprà quello dei vostri amici, e tutta la nobiltà di Francia gli domanderebbe ragione dell’essere voi spariti. No no, state quieto; da dieci anni in qua le carceri perpetue di Rueil sono novelle ad uso dei bambini. Su questo punto non abbiate il minimo pensiero. Io dal canto mio avvertirò il signor d’Artagnan del vostro arrivo. Chi sa che fra quindici giorni voi non facciate a me un favore del medesimo genere?
«Io?
«Sicuramente! non potrei essere poi io prigioniero del signor Coadjutore?
«Siate persuaso che in tal caso mi sforzerei a giovarvi, disse Athos.
«Mi farete l’onore di cenare con me, signor conte? disse Comminges.
«Grazie, sono di umore pessimo, e vi farei passar la serata in malinconia! grazie mille!»
Comminges guidò il conte in una stanza del terreno del padiglione che era in seguito a quello degli agrumi e a livello col medesimo. Al padiglione si giungeva da un cortile pieno di soldati e cortigiani. Il cortile a forma di ferro di cavallo, aveva nel centro gli appartamenti abitati da Mazzarino e a ciascuna delle ale il padiglione da caccia ove stava d’Artagnan, e quello degli agrumi in cui era entrato ultimamente Athos. Dietro l’estremità delle due ale il parco.
Athos, arrivando nella camera assegnatagli, vide dalla finestra ben guarnita d’inferriate, e mura e tetti.
«Che fabbricato è quello? richiese.
«È il di dietro del padiglione da caccia ove son detenuti i vostri amici, disse Comminges. Disgraziatamente le finestre che danno da quel lato furono murate a tempo dell’altro ministro, perchè più volte i due fabbricati servirono di carcere, ed il signor di Mazzarino rinchiudendovi non fa se non renderle alla loro prima destinazione: se le finestre non fossero murate, avreste la consolazione di corrispondere per mezzo di cenni co’ vostri amici.
«E siete certo, signor di Comminges, che il ministro mi onorerà di sua visita?
«Almeno me lo ha assicurato».
Athos sospirò guardando le grate.
«Eh sì! fece Comminges, è vero, l’è quasi una prigione; nulla vi manca, neppure le spranghe.... Ma anche che singolare idea vi saltò in testa, a voi che siete un fior di nobiltà, di andare a guastare il vostro valore e la vostra lealtà fra tutti quei funghi della Fronda! In coscienza, conte, se mai avessi creduto di aver qualche amico nelle file dell’armata reale, avrei pensato a voi. Voi, frondista! il conte di la Fère, nel partito di un Broussel, di un Blancmesnil, di un Viole!
«Mio caro, rispose Athos, affè, bisognava essere o Mazzarino o Frondista. Ho fatto suonare un pezzo alle mie orecchie questi due nomi, e mi sono determinato pel secondo: almeno gli è nome francese. E poi, io sono tale, non già con Broussel, Blancmesnil e Viole, ma col signor di Beaufort, col signor di Bouillon, col signor d’Elboeuf, con principi, e non mica con presidenti, consiglieri e togati. D’altronde, bel resultato a servire il signor ministro! Guardate quel muro senza finestre, e vi spiegherà a modo la riconoscenza mazzarinesca.
«Sì, disse sorridendo Comminges, e me la spiegherà anco meglio se ripeto le maledizioni che da otto giorni manda a lui il signor d’Artagnan.
«Povero d’Artagnan! sospirò Athos con quell’amabile malinconia ch’era una delle parti più distinte del suo carattere, un uomo sì prode, sì buono, sì terribile per coloro che non amano quei ch’egli ama! ah! signor di Comminges, avete due fieri prigionieri, e vi compiango se sono posti sotto la vostra responsabilità quei due uomini impossibili a domarsi!
«Eh eh! disse Comminges, ma, signor mio, vorreste mettermi paura! Nel primo giorno di sua carcerazione il signor d’Artagnan provocò tutti i soldati e tutti i bassi ufficiali, senza dubbio affine di avere una spada; la faccenda durò all’indomani, e si estese per sino al posdomani; ma dappoi egli è diventato quieto e docile come un agnellino. Adesso canta canzoni guascone che ci fanno morir dalle risa.
«E il signor du Vallon? domandò Athos.
«Ah! quello è tutt’altro: confesso ch’è un gentiluomo da fare spavento. Il primo giorno con un colpo della spalla sfondò tutti gli usci, e mi aspettavo di vederlo uscire da Rueil conforme uscì Sansone da Gaza; ma il suo umore ha preso lo stesso andamento di quello del suo compagno d’Artagnan. Ed ora, non solamente si avvezza alla sua detenzione, ma anco ci scherza sopra.
«Meglio così! disse Athos, meglio così!
«Vi figuravate diversamente? domandò Comminges, che combinando quel che aveva detto Mazzarino de’ suoi prigionieri con quello che ne diceva il conte di la Fère, cominciava ad avere qualche inquietezza».
Athos dal canto suo rifletteva che per sicuro quel miglioramento nel morale de’ suoi camerati nasceva da qualche piano formato da d’Artagnan. Quindi non volle ad essi nuocere coll’esaltarli di soverchio.
«Di loro? rispose, sono due teste infiammabili; uno è di Guascogna, e l’altro di Piccardia; entrambi sono facili ad accendersi, ma presto si estinguono. Ne avete avuta la prova, e ciò che ora mi narrate fa fede di quanto io vi asserisco».
Tale era pure l’opinione di Comminges, per cui egli si ritirò più tranquillo, ed Athos restò solo nella vasta stanza, ove secondo gli ordini del ministro fu trattato con gli onori dovuti a un gentiluomo.
D’altronde per farsi un’idea precisa della propria situazione, attendeva la famosa visita promessa da Mazzarino.