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XIII…

Part 2 of 9 · Dumas, Alexandre, Maquet, Auguste · Public domain text

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Contents (88)
  1. Opening under 1 min
  2. I about 14 min
  3. II about 12 min
  4. III about 18 min
  5. IV about 13 min
  6. V about 6 min
  7. VI about 8 min
  8. VII about 11 min
  9. VIII about 9 min
  10. IX about 10 min
  11. X about 8 min
  12. XI about 13 min
  13. XII about 8 min
  14. XIII about 11 min
  15. XIV about 8 min
  16. XV about 12 min
  17. XVI about 11 min
  18. XVII about 14 min
  19. XVIII about 8 min
  20. XIX about 15 min
  21. XX about 15 min
  22. XXI about 13 min
  23. XXII about 18 min
  24. XXIII about 20 min
  25. XXIV about 11 min
  26. XXV about 14 min
  27. XXVI about 11 min
  28. XXVII about 7 min
  29. XXVIII about 11 min
  30. XXIX about 9 min
  31. XXX about 10 min
  32. XXXI about 7 min
  33. XXXII about 13 min
  34. XXXIII about 9 min
  35. XXXIV about 13 min
  36. XXXV about 7 min
  37. XXXVI about 7 min
  38. XXXVII about 15 min
  39. XXXVIII about 12 min
  40. XXXIX about 7 min
  41. XL about 10 min
  42. XLI about 8 min
  43. XLII about 11 min
  44. XLIII about 6 min
  45. XLIV about 11 min
  46. XLV about 15 min
  47. XLVI about 10 min
  48. XLVII about 24 min
  49. XLVIII about 13 min
  50. XLIX about 7 min
  51. L about 10 min
  52. LI about 15 min
  53. LII about 8 min
  54. LIII about 8 min
  55. LIV about 13 min
  56. LV about 16 min
  57. LVI about 11 min
  58. LVII about 13 min
  59. LVIII about 11 min
  60. LIX about 11 min
  61. LX about 6 min
  62. LXI about 8 min
  63. LXII about 10 min
  64. LXIII about 10 min
  65. LXIV about 11 min
  66. LXV about 14 min
  67. LXVI about 9 min
  68. LXVII about 9 min
  69. LXVIII about 14 min
  70. LXIX about 12 min
  71. LXX about 11 min
  72. LXXI about 10 min
  73. LXXII about 12 min
  74. LXXIII about 9 min
  75. LXXIV about 13 min
  76. LXXV about 15 min
  77. LXXVI about 18 min
  78. LXXVII about 10 min
  79. LXXVIII about 12 min
  80. LXXIX about 10 min
  81. LXXX about 11 min
  82. LXXXI about 18 min
  83. LXXXII about 14 min
  84. LXXXIII about 11 min
  85. LXXXIV about 7 min
  86. LXXXV about 6 min
  87. LXXXVI about 9 min
  88. LXXXVII about 1 h 24 min

Continue:

XIII

Come d’Artagnan, nel ritrovare Porthos, si accorgesse che non sempre le ricchezze formano la felicità.

D’Artagnan passò il cancello e si trovò di faccia al castello. Quando poneva piedi a terra comparve sul verone una specie di gigante. Si renda giustizia a d’Artagnan: a parte da ogni sentimento di egoismo, gli balzò il cuore di gioja all’aspetto di quell’alto personale e di quel volto marziale che gli rammentavano un uomo buono e prode.

Corse incontro a Porthos e si gettò nelle sue braccia. Tutta la servitù disposta in circolo, a distanza rispettosa, guardava con umile curiosità. Mousqueton in prima fila si asciugò gli occhi; il povero giovinotto non aveva cessato di piangere per l’allegrezza dacchè aveva riconosciuti d’Artagnan e Planchet.

Porthos prese a braccetto d’Artagnan, esclamando con voce che dal baritono era passata al basso:

«Ah! che piacere di rivedervi! dunque voi non mi avete obliato?

«Obliarvi! oh, caro du Vallon! e si dimenticano i più bei giorni della nostra gioventù, e gli amici affezionati, ed i pericoli affrontati insieme? e nel rivedervi, tutti i momenti dell’antica nostra esistenza si riproducono al mio pensiero.

«Sì, sì, seguitò Porthos procurando di dare alle basette quella piega elegante che avevano perduta nella solitudine, sì, al tempo nostro ne facemmo delle belle, e si diede da sudare ben bene a quel povero ministro!»

E cacciò fuori un sospiro.

D’Artagnan lo guardò fisso.

Ma egli continuò in tuono languido:

«Basta, siate il ben venuto; mi ajuterete a ritrovare la sparita mia gioja; domani rincorreremo la lepre nella mia pianura ch’è bellissima, o il capriuolo ne’ miei boschi che sono superbi; ho quattro levrieri che son tenuti per i più leggieri di tutta la provincia, e una muta che non ha l’eguale di qui a venti leghe».

E Porthos mandò un altro sospiro.

«Ohe! fece tra sè d’Artagnan, che fosse meno felice di quello che pare?»

Indi rispose:

«Però, prima di tutto mi presenterete a madama du Vallon, giacchè mi rammento di una certa lettera di cortese invito che vi piacque scrivermi, ed in fondo alla quale essa favorì mettere alcuni versi».

Terzo sospiro di Porthos.

«Da due anni ho perduta madama du Vallon, egli disse, e ne sono tuttavia afflittissimo; perciò lasciai il mio castello du Vallon, vicino a Corbeil, per venire ad abitare nella mia tenuta di Bracieux, cambiamento che mi ha indotto a comprar questa. Povera madama du Vallon! (seguitò con una smorfia di rammarico) non era una donna di carattere molto costante e eguale, ma aveva terminato coll’avvezzarsi alle mie maniere e adattarsi a’ miei capriccetti.

«Sicchè siete ricco e libero? domandò il tenente.

«Ahimè! son vedovo, ed ho quarantamila lire di rendita. Andiamo a far colazione: volete?

«Certamente; l’aria della mattina mi ha dato appetito.

«Sì, fece Porthos, la mia aria è ottima».

Entrarono nel palazzo; da cima a fondo erano tutte indorature; dorati i cornicioni, dorati i finimenti, dorato il legno delle seggiole.

Stava pronta una tavola apparecchiata.

«Vedete, disse Porthos, questo è il mio ordinario.

«Caspita! me ne congratulo con voi; il re non lo ha consimile.

«Sì; ho inteso dire che Mazzarino lo tratta male a cibo.... Assaggiate questa costoletta, caro d’Artagnan, è de’ miei montoni.

«Avete de’ montoni molto teneri, e di nuovo vi fo i miei complimenti.

«Sì, sono mantenuti nelle mie praterie, che sono stupende.

«Datemene un’altra.

«No; piuttosto, pigliate di questa lepre, che ammazzai jeri in una delle mie conigliere.

«Per bacco, che sapore!... ma dunque le nutrite a forza di sermollino le vostre lepri?

«E che vi pare del mio vino? è grato, non è vero?

«È delizioso.

«Eppure è del paese.

«Propriamente!

«Di un piccolo terreno lassù sulla mia montagna; mi fornisce da venti botti.

«Ma l’è addirittura una vendemmia!»

Porthos sospirò per la quinta volta. D’Artagnan aveva contati i suoi sospiri.

«Orsù, disse questi, curioso d’investigare il problema, sembra che siate angustiato da qualche cosa; state male forse? la salute....

«Ottima, migliore che non fosse mai; ammazzerei un bove con un pugno.

«Allora, dispiaceri di famiglia.

«Di famiglia? per buona sorte non ho al mondo altri che me.

«E dunque, di che avete da sospirare?

«Ah! sarò schietto con voi.... non sono felice.

«Voi, non felice! voi che avete palazzo, praterie, montagne; voi che avete quaranta mila lire di rendita, non siete felice!

«È vero, possiedo tutto questo, e fra tutto questo, son solo.

«Eh! capisco, siete circondato da villani, che non potete frequentare senza derogare in certo modo....»

Porthos impallidì alquanto, e vuotò un enorme bicchiere di vino.

«No, disse, all’incontro: figuratevi che son tutti gentiluomini di campagna, i quali hanno un qualche titolo, e pretendono di risalire a Faramondo, a Carlomagno, o almeno ad Ugo Capeto. Sul principio io era l’ultimo venuto, e in conseguenza dovevo essere il primo a usare le cortesie; lo feci, ma sapete bene, d’Artagnan, che madama du Vallon....»

Parve che nel dir questo Porthos inghiottisse a stento la sciliva.

«Madama du Vallon, continuò, era di una nobiltà assai dubbia; di primo letto (non credo raccontarvi cose nuove) aveva sposato un procuratore. Qui trovarono che questo era nauseante.... sì, dissero nauseante.... capite? è una parola da far uccidere trentamila uomini; io ne uccisi due, lo che fece tacere gli altri, ma non me li rese amici. Sicchè non ho più compagnia, vivo solo, mi annojo, mi struggo».

D’Artagnan sorrise; vedeva la mancanza di usbergo, e preparava la botta.

«Ma insomma, disse, siete nobile di per voi, e la vostra moglie non vi può disfare.

«Sì; ma intendete, non essendo di nobiltà storica come i Coucy che si contentavano di esser Signori (sires), ed i Rohan che non volevano esser duchi, tutti coloro che sono visconti o conti, passano avanti a me, in chiesa, nelle cerimonie, dappertutto, ed io non ci posso ridire.... Ah! se fossi soltanto....

«Barone, non è così? fece d’Artagnan terminando la frase.

«Oh! esclamò Porthos, se fossi barone!

«Bene! pensò il tenente, qui riuscirò».

E rispose:

«Or bene, amico mio, quel titolo che bramate, oggi vengo a portarvelo».

Porthos fece un balzo che scosse tutta la stanza; due o tre bottiglie perderono l’equilibrio e ruzzolando in terra si ruppero. Al romore accorse Mousqueton, e si vide in prospettiva Planchet con la bocca piena e il tovagliuolo in mano.

«Monsignore mi ha chiamato? domandò Mousqueton».

A cui il padrone ammiccò di raccattare i pezzi delle bottiglie.

«Veggo con piacere, disse d’Artagnan, che avete sempre questa bravo giovine.

«È mio maggiordomo.... (ed alzando la voce): ha fatto il fatto suo, il briccone! e si conosce subito... Ma (seguitò piano) mi è affezionato, e non mi lascerebbe per qualunque cosa.

«E lo chiama monsignore! pensò d’Artagnan.

«Uscite, Mouston, disse Porthos.

«Avete detto Mouston?... ah sì! per abbreviazione: Mousqueton era troppo lungo a pronunziarsi.

«Sì, replico Porthos, poi puzzava di sergente maggiore da una lega lontano.... Noi però discorrevamo di affari; quando è capitato quel birbante.

«Appunto, fece d’Artagnan, per altro, si rimetta la conversazione a più tardi; i vostri servi potrebbero sospettare di qualcosa; vi possono essere delle spie nel paese; comprendete che si tratta di oggetti serj.

«Diamine! or via, per far la digestione, passeggiamo nel mio parco.

«Volentieri».

E perchè entrambi avevano fatta una colazione abbastanza copiosa, cominciarono a fare il giro di un giardino magnifico; viali di castagni e di tigli racchiudevano uno spazio di trenta jugeri per lo meno; alla fine di ciascuno di essi, e nel più folto di alberi e arboscelli, si vedevano correre i conigli, e sollazzarsi fra l’erbe le più alte.

«Affè, disse d’Artagnan, il parco corrisponde a tutto il rimanente, e se nel vostro stagno vi sono tanti pesci quanti conigli v’hanno nelle conigliaje, siete un uomo fortunatissimo, caro Porthos; purchè abbiate conservato il genio per la caccia ed acquistato quello della pesca.

«Amico mio, rispose Porthos, io lascio la pesca a Mousqueton: gli è un piacere da plebei; ma a volte vado a caccia, cioè quando mi annoio, seggo sopra uno di quei sedili di marmo, mi fo portare il mio schioppo; mi fo condurre il mio cane prediletto, e tiro a’ conigli.

«Ma è un gran divertimento! fece d’Artagnan.

«Sì, ripetè Porthos con un sospiro, è un gran divertimento!»

D’Artagnan aveva smesso di contarli.

«Poi, aggiunse Porthos, Gredinet va a cercarli, e li porta da sè al cuoco: c’è benissimo avvezzato.

«Oh, che cara bestiuolina!

«Ma lasciamo stare Gredinet, che vi darò, se ne avete voglia, perchè principio a infastidirmene, e torniamo a’ nostri affari.

«Volentieri: soltanto vi avverto, acciò non diciate ch’io v’abbia preso a tradimento, che vi toccherà cambiar vita.

«Come mai?

«Indossare da capo l’armatura, cinger la spada, andare incontro alle avventure, lasciare come in passato qualche brano di carne per la via.... Sapete, alla maniera di prima....

«Oh diavolo!

«L’intendo; siete mal avvezzo, avete fatto pancia, ed il pugno non ha più quella elasticità di cui ebbero tante prove le guardie del signor ministro.

«Ah! il pugno è ancora buono, vi giuro, seguitò Porthos stendendo una mano non dissimile da una spalla di montone.

«Meglio così!

«Sicchè si ha da fare la guerra?

«Eh sì, Dio buono!

«E contro a chi?

«Siete stato a giorno di politica?

«Io? neppure per ombra.

«E siete per il Mazzarino, o per i principi?

«Io? son per nessuno.

«Vale a dire che siete per noi; bene, bene! questa è la vera posizione per fare i fatti suoi. Orsù, mio caro, io vi dirò che vengo da parte del ministro».

Queste parole produssero effetto sopra Porthos come se fossero stati sempre nel 1640.

«Oh oh! egli disse, che vuol da me sua Eccellenza?

«Avervi al suo servizio.

«E chi le ha parlato di me?

«Rochefort; vi ricordate?

«Sì, cospetto! quello che tempo addietro ci diede tanto tormento, e ci fece correr tanto; lo stesso a cui voi somministraste una dopo l’altra tre stoccate, che per lui non erano rubate, in sostanza!

«Ma sapete ch’è diventato amico nostro?

«No, non lo sapevo.... Ah! non serba rancore?

«V’ingannate, Porthos; son’io che non lo serbo a lui».

Porthos non capì appieno: ma già noi ci ricordiamo che il suo forte non era la facilità di comprensiva.

«Sicchè, continuò, il conte di Rochefort è quello che ha discorso di me al ministro?

«Sì, e poi la regina.

«Come, la regina?

«Per ispirarci fiducia, essa gli ha perfino consegnato il famoso diamante, vi sovviene? che io aveva venduto al signor des Essarts, e che non so come è tornato in suo possesso.

«Ma mi pare, osservò Porthos col suo solito giudizio un po’ rozzo, che avrebbe fatto meglio di darlo a voi.

«Così penso anch’io, replicò d’Artagnan; ma che volete? i re e le regine hanno talvolta singolari capricci. In conclusione, siccome sono essi che tengono le ricchezze e gli onori, che distribuiscono danaro e titoli, tutti son dediti a loro.

«Sì, gli si è dediti.... E allora, voi siete dedito in questo momento?...

«Al re, alla regina e al ministro; e di più, ho garantito della vostra divozione.

«E dite che avete stabilite per me certe condizioni?

«Stupende, caro mio, stupende! Prima di tutto, avete danaro, non è vero? quaranta mila lire di rendita, me lo avete detto».

Porthos entrò in diffidenza.

«Eh! ribattè, danari, non se ne ha mai di troppo. Madama du Vallon lasciò un patrimonio imbrogliatissimo; io poi non sono un signorone, dimodochè vivo a giorno per giorno.

«Ha paura ch’io sia qui per chiedergli de’ soldi in prestito, pensò il tenente dei moschettieri.

«Oh! rispose forte, meglio, meglio, se siete in ristrettezze!

«Come, meglio? fece Porthos.

«Sì, perchè sua Eccellenza darà tutto quel che si voglia, terre, numerario e titoli.

«Ah! ah! ah! esclamò Porthos, e spalancava gli occhi.

«Sotto l’altro ministro, proseguì d’Artagnan, non sapemmo profittare della fortuna; e sì, gli era il caso, veh! non lo dico per voi che avevate in vista le vostre quaranta mila lire di entrata e mi parevate l’uomo più avventurato di questo mondo».

Nuovo sospiro del signor de Bracieux di Pierrefonds.

«Bensì, tirò innanzi il tenente, non ostante le vostre quaranta mila lire, e forse anche per ragione di queste, ho idea che una piccola corona farebbe ottima comparsa sulla vostra carrozza.... eh?

«Ma sì, ripicchiò Porthos.

«Or bene, guadagnatevela. Ella sta su la punta della vostra spada. Noi non ci nuoceremo. Il vostro scopo è un titolo; il mio è danaro. Che io ne guadagni a sufficienza per far ricostruire Artagnan (lasciato andare in rovina da’ miei antenati impoveriti mediante le crociate), e per comprare intorno a questo una trentina di jugeri, non mi occorre altro: mi vi ritiro, e là muojo tranquillo.

«Ed io, disse Porthos, voglio esser barone.

«Lo sarete.

«E non avete pensato pure agli altri nostri amici?

«Sì, ho veduto Aramis.

«Ed egli che desidera? innalzarsi, ci s’intende.

«Aramis, fece d’Artagnan il quale non voleva far perdere a Porthos le sue illusioni, Aramis, figuratevi, vive come un orso, rinunzia a tutto, non pensa che alla salute dell’anima; le mie esibizioni non valsero a deciderlo.

«Male! disse Porthos, aveva tanto spirito! E Athos?

«Non l’ho ancor visto, ma andrò da lui quando vi lascio. Sapete dove lo troverò?

«Vicino a Blois, in una piccola tenuta ereditata non so da qual parente.

«E che si chiama?

«Bragelonne. Capite questa, mio caro? Athos, ch’era nobile come l’imperatore e ha per eredità una tenuta la quale ha nome di contea! e che ne farà egli, di tutte quelle contee? contea di La Fère, contea di Bragelonne?

«Di più che non ha figliuoli, aggiunse d’Artagnan.

«Uhm! mugolò Porthos, ho inteso dire che avesse adottato un giovinetto che nel volto gli somiglia.

«Athos, ch’era virtuoso come Scipione, lo avete riveduto?

«No.

«Domani, dunque, andrò à dargli le vostre nuove. Temo, a dirla fra noi, che la sua inclinazione per il vino lo abbia invecchiato assai.

«Sì, è vero, beveva molto.

«E poi, era maggiore a tutti noi, osservò d’Artagnan.

«Di pochi anni, riprese Porthos; l’aspetto suo grave lo faceva parere più vecchio che non fosse.

«Così è. Sicchè, se abbiamo Athos sarà tanto meglio; se non lo abbiamo, ne faremo di meno: siamo buoni per dodici, noi due.

«Sì, disse Porthos sorridendo alla rimembranza delle ultime sue imprese, ma noi quattro saremmo stati buoni per trentasei.... e di più, che, secondo dite, il mestiere sarà scabroso.

«Scabroso per reclute, ma per noi no.

«Sarà lungo?

«Eh! può durare tre o quattro anni.

«Vi sarà da battersi di molto?

«Spererei.

«Bene, alla fine dei conti, benone! esclamò Porthos, non avete idea, mio caro, quanto mi sento scricchiolare le ossa dacchè sono qui. Alle volte, la domenica, all’uscire dalla messa vo a cavallo per i campi e sulle terre dei vicini, onde incontrare qualche piccola disputa, giacchè sento che ne ho bisogno; ma nulla! o mi rispettano o mi temono, lo che è più probabile, mi lasciano calpestare il trifoglio insieme co’ miei cani, passare addosso a tutti, e torno indietro più annojato che mai.... Almeno, ditemi un poco, a Parigi v’è più facilità di battersi?

«Per cotesto, amico mio, gli è un gusto: non più editti, non guardie del ministro, non Jussac nè altri bracchi. Mio Dio! vedete, sotto un lampione, in una locanda, da per tutto, siate del Mazzarino, siate della Fronda, fuori la spada e basta. Il signor di Guise ha ucciso il signor di Coligny sulla Piazza Reale, e non è successo niente.

«Ah! va ottimamente, disse Porthos.

«E poi, tra poco, seguitò d’Artagnan, avremo battaglie ordinate, cannone, incendi; sarà una faccenda variata.

«Dunque mi ci decido.

«Mi date la vostra parola?

«Sì, è finita. Tirerò di stocco e di taglio per il Mazzarino.... ma....

«Ma?

«Mi fa barone?

«Ehi perdinci! è cosa stabilita prima; ve l’ho detto e ve lo ripeto, vi garantisco la baronia».

Dietro questa promessa, Porthos che non aveva mai dubitato della parola del suo amico si avviò nuovamente al palazzo.

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XIV

Ove si dimostra qualmente se Porthos era scontento del proprio stato, Mousqueton però era soddisfattissimo del suo.

Tornando verso il palazzo, mentre Porthos nuotava ne’ suoi sogni di baronia, d’Artagnan rifletteva alla miseria della povera natura umana sempre scontenta di quel che ha, e bramosa di quel che non ha. Egli, nei piedi di Porthos, si sarebbe considerato per l’uomo più avventurato dell’universo, ed a Porthos per esser tale che mai mancava? sei lettere da porre innanzi a tutti i suoi nomi, ed una piccola corona da far dipingere su gli sportelli della sua carrozza.

«E dunque, diceva tra se d’Artagnan, starò tutta la vita guardando a destra e a sinistra senza veder mai la faccia di un uomo completamente felice?»

Quando faceva questa filosofica riflessione, parve che la Provvidenza gli volesse dare una mentita. Appena Porthos lo aveva lasciato per dar degli ordini al suo cuoco, ei si vide avvicinare Mousqueton. Il viso del buon giovanotto, salvo una certa confusione che alla guisa di un nuvolo d’estate velava anzi che oscurare la di lui fisionomia, sembrava quello di un uomo pago al maggior segno.

«Ecco quel che cercavo, disse fra sè il tenente dei moschettieri, ma ohimè! il poveretto non sa perchè io sia venuto qui».

Mousqueton se ne stava alquanto distante. Egli si mise sopra un sedile e gli accennò si accostasse.

«Signore, disse colui profittando del permesso, ho da chiedervi una grazia.

«Parla, mio caro, rispose d’Artagnan.

«È che non ardisco, ho paura che pensiate che la mia grande prosperità mi abbia guastato.

«Sicchè sei soddisfatto?

«Soddisfatto quanto si possa, eppure potete esser cagione ch’io lo sia anco di più.

«Di’ su, e s’è cosa che dipenda da me è conclusa.

«Oh! non dipende che da voi.

«Aspetto.

«Signore, la grazia che ho da domandarvi è di non più chiamarmi Mousqueton, ma bensì Mouston. Dacchè ho l’onore di esser maggiordomo di monsignore, ho preso quest’ultimo nome, ch’è più decoroso e vale a farmi rispettare da’ miei subalterni... e sapete quanto è necessaria la subordinazione alla servitù».

D’Artagnan sorrise: Porthos allungava i suoi nomi, e Mousqueton scorciava il suo.

«Ebbene, signore? fece il buon domestico tremando.

«Oh! sì, mio caro Mouston, sta quieto, non dimenticherò la tua richiesta, e se lo gradisci non ti darò nemmeno più del tu.

«Ah! se mi faceste un tale onore ne sarei riconoscente per tutta la vita; ma forse sarebbe domandar troppo.

«Ohimè! disse fra sè d’Artagnan, è ben poco in cambio delle inattese tribolazioni che reco a questo diavolaccio il quale mi ha accolto tanto bene.

«E vossignoria si trattiene dimolto con noi? domandò Mousqueton a cui il volto restituitosi in tutta la sua serenità diventava rosso come un fringuello.

«Parto domani, mio caro.

«Ah! eravate venuto soltanto per cagionarci un rincrescimento?

«Ho paura di sì, fece d’Artagnan».

Ma tanto piano, che Mousqueton il quale si ritirava salutando non potè udirlo.

Passava un rimorso in mente a d’Artagnan, sebbene gli si fosse allargato il cuore: non gli spiaceva d’impegnare Porthos in una carriera in cui sarebbero compromesse la di lui vita e le fortune, giacchè Porthos arrischiava volentieri tutto questo pel titolo di barone che desiderava da quindici anni; ma Mousqueton che bramava solamente di esser chiamato Mouston, non era crudeltà il toglierlo dalla vita deliziosa del suo granajo di abbondanza? Mentre quest’idea lo confondeva, ricomparve Porthos.

«A tavola! disse questi.

«Come a tavola? domandò d’Artagnan, e che ore sono?

«È passata l’un’ora.

«La vostra abitazione è un paradiso, Porthos! uno vi dimentica il tempo. Vi seguo, ma non ho fame.

«Venite; se non sempre si può mangiare, si può bere però; l’è una delle massime del povero Athos di cui ho riconosciuta la solidità dacchè m’infastidisco».

D’Artagnan, renduto ognora assai sobrio dal suo naturale guascone, non sembrava convinto al pari del suo amico della verità dell’assioma di Athos; nulladimeno fece quanto potè per mantenersi a petto del suo accoglitore.

Frattanto, stando a veder mangiare Porthos, e bevendo egli benone, gli tornava in capo l’idea di Mousqueton, e ciò con tanto più di forza in quanto che quest’ultimo, senza servire a tavola (lo che sarebbe stato al disotto della nuova sua posizione), compariva tratto tratto sull’uscio, e dimostrava la sua gratitudine per il nostro tenente mediante la qualità e la vecchiezza dei vini che faceva imbandire.

E quindi, allorchè alle frutta, Porthos dietro un cenno di d’Artagnan ebbe mandati via i suoi domestici; e i due amici si trovarono soli, d’Artagnan disse:

«Porthos, e chi vi accompagnerà nelle vostre campagne?

«Eh! Mousqueton, mi figuro, rispose Porthos con tutta naturalezza».

Codesto fu un colpo per d’Artagnan; già vedeva cambiarsi in ismorfie di dolore, il benevolo sorriso del maggiordomo.

«Peraltro, replicò il tenente, Mouston non è più giovanissimo; inoltre è ingrassato assai, ed avrà forse perduta l’abitudine ad un servizio attivo.

«Lo so, ma mi sono assuefatto a lui; e poi, non vorrebbe lasciarmi, mi è troppo affezionato.

«Oh, cieco amor proprio! pensò d’Artagnan.

«D’altronde, domandò Porthos, voi stesso non avete sempre al vostro servizio il medesimo vostro lacchè, quel buono, bravo e intelligente.... come lo chiamate?

«Planchet.... sì, l’ho ritrovato ma non è più lacchè.

«E ch’è egli?

«Con le mille sei cento lire, che voi sapete guadagnò all’assedio di La Rochelle portando la lettera a lord de Winter, ha messo su una piccola bottega in via dei Lombardi; ed è confettiere.

«Ah! è confettiere in via de’ Lombardi! ma come vi serve?

«Ha fatto qualche scappata, e teme di esser molestato.

«Ebbene! fece allora Porthos, se vi avessero detto che un giorno Planchet farebbe scappare Rochefort, e che per questo voi lo nasconderete?

«Non lo avrei creduto; ma che volete? gli avvenimenti cambiano gli uomini.

«Non v’è cosa più vera; bensì quel che non cambia, o cambia soltanto per megliorarsi, è il vino. Assaggiate di questo; è d’una qualità di Spagna che il nostro amico Athos teneva in grande stima, è Xères».

Nel momento venne il maestro di casa a consultare il padrone sulla disposizione di tavola dell’indomani ed anche sulla gita a caccia progettata.

«Dimmi, Mouston, chiese Porthos, le mie armi sono in buono stato?»

D’Artagnan cominciò a battere il tempo sulla mensa onde celare il suo imbarazzo.

«Le vostre armi, monsignore? rispose Mouston, e quali?

«Eh, per brio! la mia armatura.

«Che armatura?

«Da guerra.

«Ah!... sì!... almeno, credo.

«Domani te ne assicurerai, e le farai pulire se ne hanno bisogno. Qual è il mio miglior cavallo da corsa?

«Vulcano.

«E per fatica?

«Bajardo.

«A te, quale piace?

«A me piace Rustaud; è una buona bestia e mi c’intendo a meraviglia.

«È robusto, non è così?

«Normanno, deciso Mecklembourg; andrebbe via di giorno e di notte.

«Ecco quanto ci bisogna. Farai mettere a sesto i tre animali, netterai o farai nettare le mie armi; e di più, pistole per te ed un coltello da caccia.

«Sicchè viaggeremo, monsignore? domandò Mousqueton digià sgomento».

D’Artagnan che sino allora aveva fatto qualche accordo vago, battè una marcia.

«Anco di meglio! rispose Porthos.

«Si fa forse una spedizione? seguitò il maestro di casa, in cui le rose delle guance principiavano a convertirsi in gigli.

«Si torna al servizio, replicò il padrone, procurando sempre di rendere alle basette la perduta loro piega marziale».

Erano appena pronunciate quelle parole, che assalse Mousqueton un tremito tale da scuotergli le gote impallidite. Esso guardò il tenente dei moschettieri in atto indicibile, di tenera rampogna, cui d’Artagnan non potè sopportare senza sentirsi commuovere; poi vacillò, e disse con voce soffocata:

«Servizio? servizio nelle armate del re?

«Forse sì e forse no. Andiamo a rifar campagna, a cercare ogni sorta di avventure, a riprendere finalmente la vita di tempo addietro».

L’ultima frase cadde addosso a Mousqueton come un fulmine.

Era quel tempo addietro sì terribile che faceva l’adesso tanto dolce.

«Mio Dio! che sento? esclamò egli con uno sguardo anco più supplice del primo diretto a d’Artagnan.

«Che volete, Mouston mio? fece questi, la fatalità....»

Ad onta della precauzione usata dal tenente di non dargli del tu e scorciare il suo nome nel modo ch’egli ambiva, la botta fu tremenda per Mousqueton, ed esso se ne andò tutto sconvolto dimenticando per fino di chiuder l’uscio.

«Che caro Mouston! non cape nella pelle dal contento! disse Porthos, nella medesima guisa in cui è da credere che don Chisciotte incoraggisse il suo Sancho a por la sella al suo somaro per l’ultima campagna».

I due amici rimasti soli si misero a discorrere dell’avvenire ed a far mille castelli in aria. Il buon vino faceva vedere a d’Artagnan una prospettiva tutta rilucente di doppie e dobloni, ed a Porthos il cordone turchino ed il manto ducale. La sostanza si è che dormivano sulla tavola quando venne la servitù ad invitarli ad andare a letto.

Nel dì seguente però Mousqueton fu alquanto riconfortato da d’Artagnan, il quale gli annunziò come probabilmente la guerra avrebbe sempre luogo nel cuor di Parigi, ed a portata del castello di Vallon ch’era vicino a Corbeil, di Bracieux ch’era prossimo a Melun, e di Pierrefonds ch’era tra Compiegne e Villers-Cotterets.

«Ma mi pare che in passato.... fece timidamente il buon servo.

«Oh! rispose il tenente, non si guerreggia più nella maniera che si usava in passato: oggidì sono faccende diplomatiche; domandalo a Planchet».

Mousqueton andò a ricercare quegli schiarimenti dall’antico suo amico, che confermò appieno ciò che avea detto d’Artagnan, e soltanto aggiunse:

«In questa guerra i prigionieri vanno a rischio di essere impiccati.

«Capperi! disse Mousqueton, credo che avrei più a caro l’assedio di la Rochelle».

In quanto a Porthos, dopo aver fatto dal suo ospite ammazzare un capriolo, dopo averlo condotto da’ suoi boschi alla sua montagna, e da questa a’ suoi stagni, dopo avergli mostrato i suoi levrieri e la muta, e Gredinet, insomma tutto quel che possedeva, e fattogli rifare tre altri pasti de’ più lauti, chiese le sue istruzioni definitive a d’Artagnan costretto a lasciarlo per continuare il suo viaggio.

«Ecco, amico carissimo, gli disse il messaggiero; mi occorrono quattro giorni per andare di qui a Blois, uno per trattenermici, tre o quattro per tornare a Parigi; sicchè, partite fra una settimana col vostro equipaggio, smonterete in via Tiquetonne all’albergo della Chevrette, e mi attenderete.

«Sta bene, rispose Porthos.

«Io vo a fare un giro senza speranza da Athos, seguitò d’Artagnan, ma benchè io lo creda diventato inabile conviene osservare la creanza cogli amici.

«Se vi andassi con voi, propose Porthos, ciò mi servirebbe di qualche distrazione.

«Può essere, ed anche a me; ma non avreste più tempo da terminare i vostri preparativi.

«È vero.... Dunque partite, disse Porthos, e coraggio. Per me sono tutto ardore.

«A meraviglia! fece il tenente».

E si separarono sui limiti della tenuta di Pierrefonds, sino all’estremità della quale Porthos volle accompagnare l’amico.

«Almeno non sarò solo, ruminava fra sè d’Artagnan. Quel diavolaccio di Porthos è ancora in tutto il vigore. Se viene Athos saremo tre a farci beffe di Aramis, quell’uomo tutto riserbatezza e pien di raggiri amorosi».

Da Villers-Cotterets egli scrisse al ministro:

«Monsignore,

«Ne ho di già uno da offrire a Vostra Eccellenza, e quello vale per venti uomini. Io parto per Blois, perchè il conte di La Fère abita nel castello di Bragelonne nelle vicinanze di questa città».

E s’incamminò verso Blois, chiaccherando con Planchet, che nel lunghissimo viaggio gli giovava assai a distrarsi.

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XV

Due teste da angioli.

Si trattava di un lungo cammino, ma d’Artagnan non se ne prendeva pensiero; sapeva che i suoi cavalli si erano rinfrescati alle ben fornite mangiatoie del signore de Bracieux. Si avventurò quindi con tutta confidenza alle quattro o cinque giornate di viaggio che aveva da fare, seguito dal fido Planchet.

Siccome già dicemmo, quei due uomini, per iscacciare la noja del tragitto, andavano uno accosto all’altro e ciarlavano sempre insieme. D’Artagnan a poco a poco si era spogliato della qualità di padrone, e Planchet aveva deposta affatto la pelle da servitore. Era un accorto volpone, che dopo l’improvvisa sua dignità borghese spesso aveva ricordati con rammarico i bei pasti di sulle strade maestre, non meno che la conversazione e la brillante compagnia dei gentiluomini, e che sentendo di avere un certo valore personale, pativa nel vedersi deprezzare dal perpetuo contatto di genti d’idee sciocchissime.

S’inalzò pertanto in breve tempo, verso di quello che tuttavia chiamava suo padrone, al rango di confidente. D’Artagnan da molti anni non aveva sfogato il proprio cuore. Accadde che ritrovandosi, que’ due soggetti si aggiustarono fra di loro egregiamente.

E d’altronde Planchet non era un compagno di avventure del tutto volgare: era uomo di buon consiglio; benchè non cercasse il pericolo, non retrocedeva in faccia ai colpi, secondo spesso d’Artagnan aveva avuto occasione di accorgersene; finalmente era stato soldato, e le armi nobilitavano; e poi, a di più di tutto questo, se Planchet aveva d’uopo di d’Artagnan, neppure era egli a lui inutile. Talchè all’incirca sul tenore di due buoni amici giungevano essi nel Blaisois.

Cammin facendo, d’Artagnan, scuotendo il capo, e reduce ognora a quel pensiero che incessantemente l’occupava, diceva:

«So che il mio tentativo presso Athos è inutile ed assurdo, ma debbo questo atto di convenienza al mio antico amico, uomo che aveva in sè quanto abbisogna al più nobile e generoso di tutti gli uomini.

«Oh! il signor Athos era un famoso gentiluomo! disse Planchet.

«Non è così? riprese d’Artagnan.

«Da lui piovevano danari, come dal cielo la grandine, tirò innanzi Planchet ponendo mano alla spada con atto veramente regale. Vi rammentate, signor mio, del duello cogli Inglesi nel recinto dei Carmelitani? Ah! com’era bello e magnifico il signor Athos quando disse all’avversario: — Voleste ch’io dicessi il mio nome; peggio per voi, mentre ora sarò costretto ad uccidervi! — Io gli stava vicino e lo intesi: sono precisamente le sue parole. E quello sguardo quando toccò l’avversario conforme aveva avvisato, e questo cascò giù senza nemmeno dire hoi! Lo ripeto, sì, sì, era un famoso gentiluomo!

«Va bene, fece d’Artagnan, codesto è vero, è Vangelo, ma egli avrà perduti tutti i suoi pregi per un solo difetto.

«Me ne ricordo, gli piaceva bere.... o piuttosto beveva.... ma non come gli altri, no! I suoi occhi non esprimevano niente quando si avvicinava il gotto alle labbra. In coscienza, non vi fu mai silenzio tanto parlante. Per me, mi pare di udirlo a balbettare: — Liquore, entra e discaccia il mio dolore! — E come vi riduceva in pezzi il piede di un bicchierino o il collo di un fiasco! per codesto non aveva l’eguale.

«Or bene, soggiunse d’Artagnan, oggi ecco il tristo spettacolo che si appresta. Quel nobile gentiluomo d’occhio sì fiero, quel bel cavaliere sì brillante sotto le armi che tutti si meravigliavano come in mano tenesse una semplice spada anzichè il bastone del comando, si sarà trasformato in un vecchio curvo, con il naso arrossato e il ciglio piagnoloso. Lo troveremo disteso sull’erba, d’onde ci guarderà con le pupille fosche, e forse non ci ravviserà. Iddio mi è testimone, Planchet, che sfuggirei così triste spettacolo se non m’importasse di provare il mio rispetto a quell’ombra illustre del conte di La Fère che tanto a noi fu caro».

Planchet tentennò la testa e non fiatò; di leggieri acorgevasi com’egli si associasse ai timori del suo padrone.

«E poi, ripigliò a dire il tenente, la decrepitezza, giacchè ormai Athos è vecchio; forse la miseria, giacchè avrà trascurato le poche sostanze che aveva; il sordido Grimaud più muto che mai e più ubbriaco del suo superiore.... Planchet, son cose che mi spezzano il cuore!

«E’ mi par di esserci, e di vederlo là, balbuziente e vacillante...., fece Planchet in tuono dolentissimo.

«Lo confesso, replicò d’Artagnan, l’unica mia paura si è che Athos accetti le mie proposizioni in un momento di ebbrezza bellicosa. Per me e per Porthos sarebbe grande disgrazia, e specialmente sommo imbarazzo; ma sul primo del suo trasporto lo lasceremo, e basta; tornando in sè stesso capirà.

«In ogni caso, soggiunse Planchet, non tarderemo a venire in chiaro di tutto, giacchè io credo che quelle mura tanto alte che si arrossano al sole sul tramonto siano appunto di Blois.

«È probabile, e quei campanili appuntati e scolpiti che si scorgono laggiù a sinistra nel bosco somigliano a quanto io ho inteso dire di Chambord.

«Entreremo in città? domandò Planchet.

«Senza dubbio, per prendere informazioni.

« Signore, se v’entriamo, vi consiglio di assaggiare certi vasetti di crema de’ quali ho udito discorrere di molto, ma che disgraziatamente non si possono far venire a Parigi, e bisogna mangiarli là sul luogo.

«Ne mangeremo, sta quieto».

Nel momento uno di quei gravi carri tirati da’ buoi che portano la legna tagliata nelle belle macchie del paese sino ai porti della Loira, sboccò da un sentiero pieno di buche sulla strada che battevano i nostri due cavalcanti. Lo accompagnava un uomo, che con una lunga pertica avente in cima un chiodo pungolava i lenti animali.

«Ehi, galantuomo! gridò a questo d’Artagnan.

«Che posso fare per servirvi?» disse il villico con la purezza del linguaggio particolare alle genti di quella contrada, e che farebbe vergognare cittadini puristi della piazza della Sorbona e della via dell’Università.

«Cerchiamo la casa del signor conte di la Fère: conoscete questo nome tra quelli dei signori delle vicinanze?»

Il contadino, udendo tal nome, si levò il cappello.

«Signori, questa legna ch’io trasporto è sua; l’ho tagliata nel suo bosco, e la conduco al castello».

D’Artagnan non volle interrogare colui: temeva forse di sentir ripetere da un altro ciò ch’egli stesso aveva detto a Planchet.

«Il castello! fece tra sè, capisco: Athos non ha pazienza, ed avrà obbligato come Porthos i suoi contadini a chiamar lui monsignore e castello la sua bicocca; aveva la mano pesante, il caro Athos, specialmente dopo aver bevuto».

I manzi andavano adagio. D’Artagnan e Planchet camminavano dietro al carro; presto s’infastidirono.

«Sicchè, è questa la strada? chiese il tenente al bifolco, e possiamo seguirla senza rischio di smarrirci?

«Oh! signor sì; e potete inoltrarvici invece di annojarvi a venire appresso a bestie così lente. Avete a far soltanto mezza lega, e distinguerete un castello a man destra; di qua non si vede a motivo di una fila di pioppi che lo nasconde. Quello non è Bragelonne, è la Vallière. Passerete più avanti, ma a tre tiri di schioppo più in là v’è una gran casa bianca, col tetto di lavagne, fabbricata sopra un poggio adombrato da enormi sicomori, è quella del signor conte di la Fère.

«E la mezza lega è alla lunga? chè nel nostro bel paese di Francia vi sono leghe e leghe!

«Dieci minuti di cammino, signore, per le zampe sottili del vostro cavallo».

D’Artagnan ringraziò il boaro e diede di sprone. Indi, turbato a suo malgrado dall’idea di rivedere quell’uomo singolare che tanto lo aveva amato, che tanto aveva contribuito coi consigli e con l’esempio alla sua educazione di gentiluomo, rallentò un poco il passo, e continuò ad avanzarsi, china la testa a modo di un gran pensatore.

Planchet pure aveva trovato nell’incontro e nell’attitudine di quel villico materia a gravi riflessioni. Giammai, nè in Normandia, nè nella Franche-Comté, nè in Artois, nè in Piccardia, contrade da esso particolarmente abitate, non aveva veduto presso i campagnuoli quel contegno disinvolto, l’aspetto civile, la favella purissima. Era quasi tentato di credere di essersi imbattuto in qualche gentiluomo al pari di lui della Fronda, che per causa politica fosse costretto a pari suo a travestirsi.

In breve, alla svolta, apparve agli occhi de’ nostri viandanti, e secondo aveva avvertito il bifolco, il castello di La Vallière, e poscia ad un quarto di lega circa la casa bianca contornata da’ sicomori si mostrò sul campo di un folto gruppo di alberi che la primavera impolverava con una neve di fiori.

A tal vista d’Artagnan, il quale per solito poco si comuoveva, sentiva uno strano dubbio penetrargli nel cuore, tanto potenti sono in tutto il corso della vita quelle rimembranze di gioventù. Planchet, che non aveva gli stessi motivi d’impressione, sbigottito dal mirare il suo padrone così agitato, guardava a vicenda e l’abitazione e il tenente.

Quest’ultimo mosse ancora alcuni passi innanzi, e si trovò di faccia ad un cancello lavorato con tutto il gusto di quell’epoca.

Dal cancello si scorgevano degli orti mantenuti con la massima cura, un cortile assai spazioso in cui battevano i piedi impazienti varj cavalli scossi, retti da servi con diverse livree, ed una carrozza alla quale erano attaccati due cavalli.

«O facciamo sbaglio, o colui ci ha ingannati, disse d’Artagnan; non può essere che colà abiti Athos. Dio mio! fosse morto? il podere appartenesse a qualcuno del suo nome? Smonta, Planchet, e va ad informarti; per me confesso che non ne ho coraggio».

Planchet smontò.

«E aggiungerai, che un gentiluomo passando di qui brama aver l’onore di riverire il signor conte di la Fère, e se sei contento dei dettagli che ottieni, allora dà pure il mio nome».

Planchet, trascinando per la briglia il suo cavallo, si avvicinò alla porta, fece suonare il campanello, e tosto si presentò a riceverlo un uomo di servizio, con i capelli bianchi e il personale diritto ad onta dell’età.

«Dimora qui il signor conte di la Fère? domandò Planchet.

«Sì, signore, gli rispose il domestico, poichè Planchet non indossava la livrea.

«È un signore ritiratosi dal servizio militare, non è vero?

«Precisamente.

«E che aveva un lacchè chiamato Grimaud, seguitò Planchet, che con la sua abituale prudenza non credeva mai troppe le informazioni.

«Il signor Grimaud è per adesso assente dal castello, replicò l’altro cominciando a squadrarlo da capo a piedi, essendo poco avvezzo a simili interrogazioni.

«Allora! esclamò Planchet tutto allegro, capisco ch’è proprio il conte di la Fère che si cerca. Dunque favorite aprirmi, giacchè desidererei annunziare al signor conte che il mio padrone, gentiluomo suo amico, è qua e vorrebbe salutarlo.

«Perchè non lo dicevate prima? fece il domestico schiudendo il cancello; ma il vostro padrone dov’è?

«È dietro a me, mi viene appresso».

Il servitore, avendo aperto, precedè Planchet, e questi fe’ cenno a d’Artagnan, che palpitando più che mai entrò a cavallo nel cortile.

E Planchet, quando fu sul verone, udì una voce che usciva da una sala a terreno dicendo:

«Ebbene! dov’è quel gentiluomo, e perchè non lo conducete qua?»

La voce, arrivando sino a d’Artagnan, ridestò nel suo cuore mille sentimenti, mille ricordanze già dileguatesi. Esso saltò giù da cavallo, mentre il suo compagno di viaggio col sorriso sul labbro si avanzava verso il proprietario della casa.

«Ma lo conosco io quel giovanotto! disse Athos comparso sulla soglia.

«Oh! sì, signor conte, mi conoscete, e vi conosco anch’io. Sono Planchet, Planchet, sapete pure....»

Ma l’onesto servo non potè dir altro, tanto gli aveva fatto specie l’inatteso aspetto di quel gentiluomo.

«Come, Planchet! esclamò Athos, è forse qui d’Artagnan?

«Eccomi, amico, eccomi, Athos! gridò d’Artagnan balbettando e quasi barcollando».

A tali parole apparve un’emozione visibilissima sopra il bel volto e i quieti lineamenti di Athos. Ei fece sollecito due passi verso il tenente senza lasciarlo d’occhio, e se lo strinse teneramente fra le braccia. Questi, calmatosi alquanto, premè lui al seno con una cordialità che gli brillava in lacrime nel ciglio.

Athos lo prese per mano e lo guidò in sala, dov’erano riunite parecchie persone. Tutti si alzarono.

«Vi presento, disse Athos, il signor cavalier d’Artagnan, tenente nei moschettieri di Sua Maestà, amico affezionato, ed uno dei più prodi ed amabili gentiluomini ch’io abbia mai conosciuti».

D’Artagnan, secondò l’uso, ricevè i complimenti degli astanti, li restituì come meglio potè, prese posto nel circolo, e mentre la conversazione, interrotta un momento, diventava di nuovo generale, si mise ad esaminar Athos.

Cosa strana! Athos era appena invecchiato. I suoi begli occhi, liberi da quel cerchio paonazzo che segnano le vigilie e le orgie, sembravano più grandi e di un fluido più puro che mai: il viso un poco allungato aveva acquistato in maestosità ciò che perduto aveva in agitazione febbrile; la mano, sempre di mirabile modello e nerboruta, non ostante la sottigliezza delle carni, rispondeva sotto i manichini di merletti, come certe mani del Tiziano e di Van Dyck; era più svelto che non fosse in passato; le spalle ben distese e larghe dinotavano vigore non comune; i lunghi capelli neri, frammischiati da pochissimi grigi, gli cadevano elegantemente sull’omero ondulandosi come per una piega naturale; la voce era sempre fresca quasi che avesse avuto soli venticinque anni; e i denti superbi conservatisi bianchi ed intatti davano un indicibile incanto al suo sorriso.

Frattanto gli ospiti del conte, accortisi dalla impercettiblle freddezza della conversazione che i due amici erano ansiosi di trovarsi soli, cominciarono a preparare con l’arte e la cortesia dei tempi antichi la loro partenza, quell’affare gravissimo delle genti d’alta società, quando vi erano genti di alta società; ma allora echeggiò nel cortile grande susurro di cani che abbajavano, e varie persone dissero insieme:

«Ecco Raolo che ritorna!»

Al nome di Raolo, Athos guardò d’Artagnan, e sembrò che aspettasse di discernere i segni di curiosità che questo nome doveva fargli nascere sul volto. D’Artagnan però non capiva ancor nulla; era malamente rinvenuto dal suo primo bagliore. Sicchè si girò quasi macchinalmente, quando entrò nella stanza un bel giovane di quindici anni, vestito con semplicità, ma con un gusto squisito, alzando con molta grazia il cappello adorno di lunghe penne rosse.

Eppure quel nuovo personaggio del tutto inaspettato lo sorprese. Un mondo d’idee novelle gli corse alla mente, spiegandogli con tutte le risorse del suo intendimento il cambiamento di Athos che sino allora gli era sembrato incomprensibile. Una singolare somiglianza tra il gentiluomo e il garzoncello gli schiariva il mistero di quella vita rigenerata. Aspettò guardando attento e stando in ascolto.

«Eccovi di ritorno, Raolo! disse il conte.

«Sì, signore, rispose rispettosamente il giovane; ho disimpegnata l’incombenza da voi datami.

«Ma che avete, Raolo? fece Athos con premura; siete pallido, mi parete scomposto.

«Gli è, replicò il sopraggiunto, ch’è accaduta una disgrazia alla nostra piccola vicina.

«Madamigella di La Vallière? gridò con impeto Athos.

«Che cosa? che cosa? domandarono parecchi.

«Ella passeggiava con la sua Marcellina nel recinto dove i taglialegne troncano gli alberi, ed io, passando a cavallo, l’ho veduta e mi sono fermato. Essa pure mi ha visto, e nel volere saltar giù da un monte di legne dov’era salita, poverina! le è mancato il piede.... non ha potuto alzarsi; io credo si sia rotta la noce del piede.

«Oh mio Dio! disse Athos, e madama di S. Remy, sua madre, è stata avvisata?

«No, signore; madama di S. Remy è a Blois presso la signora duchessa d’Orleans. Io ho avuto paura che i primi soccorsi fossero stati apprestati con poca abilità, e correvo a domandarvi consiglio.

«Mandate presto a Blois; o meglio, pigliate il vostro cavallo e andateci da per voi».

Raolo s’inchinò.

«Ma dov’è Luigia? continuò il conte.

«L’ho portata sin qui, e l’ho posta dalla moglie di Charlot, che frattanto le ha fatto mettere i piedi nell’acqua ghiacciata».

Dopo questa spiegazione, la quale aveva dato un pretesto per alzarsi, gli ospiti di Athos da esso si accomiatarono. Il vecchio duca di Barbò soltanto, che trattava familiarmente in forza di un’amicizia di venti anni con la casa di La Vallière, andò a veder la Luigetta che piangeva, e che nel mirare Raolo terse i begli occhi e subito sorrise.

Egli propose di condur seco nella sua carrozza la piccola Luigia.

«Avete ragione, disse Athos, così sarà più presto presso a sua madre. In quanto a voi, Raolo, sono persuaso che avete agito da scappato e ne avete un po’ di colpa.

«Oh! no, no! ve l’assicuro»; esclamò la ragazzina, mentre il ragazzo impallidiva al concetto di poter essere causa di quella disgrazia.

«Ah! vi assicuro....» questi balbuziò.

«Ma tanto andrete a Blois, soggiunse il conte, presenterete a madama di S. Remy le vostre scuse e le mie, e poi verrete indietro».

Sulle guancie del giovanetto ricomparvero i bei colori; consultato con uno sguardo il signor di la Fère, riprese nelle robuste sue braccia la fanciullina che posava su le di lui spalle la testa indolenzita eppur sorridente, l’adagiò bene e meglio in carrozza, indi saltato a cavallo con l’eleganza e l’agilità di un esperto cavallerizzo, e salutati Athos e d’Artagnan, si allontanò velocemente, andando a lato allo sportello del legno, nell’interno del quale rimasero fissi costantemente i di lui occhi.

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XVI

Il castello di Bragelonne.

D’Artagnan durante quella scena era restato con gli occhi stralunati e la bocca aperta; aveva riscontrate le cose sì poco conformi alle sue previdenze, che la meraviglia lo aveva istupidito.

Athos lo prese per un braccio e lo condusse in giardino.

«Mentre ci si allestisce la cena, disse sorridendo, non vi increscerà, mi figuro, di dilucidare questo mistero che vi dà da pensare?

«Così è, signor conte», rispose d’Artagnan, il quale a grado a grado aveva sentito riassumersi da Athos l’immensa superiorità su di lui avuta sempre.

Athos lo guatò dolcemente.

«Prima di tutto, caro d’Artagnan, ei replicò, qui non v’è signor conte. Se vi ho chiamato cavaliere, è stato per presentarvi ai miei commensali e onde sapessero chi siete; ma per voi sono, lo spero, sempre Athos, vostro compagno ed amico. Preferite forse il tuono cerimonioso perchè mi siete meno affezionato?

«Oh, Dio me ne liberi! fece il Guascone con uno di quei lieti slanci di gioventù che di rado ritrovansi nell’età matura.

«Dunque torniamo alle nostre abitudini, e per cominciare siamo schietti, principiò il conte. Qui tutto vi sorprende?

«Al maggior segno.

«Ma più di tutto, seguitò Athos sogghignando, io stesso: confessatelo.

«Ve lo confesso.

«Sono ancor giovane, non è vero, nonostante i miei quarantanove anni? sono tuttavia in grado da riconoscermi.

«All’incontro! gridò il tenente pronto a portare all’eccesso la raccomandazione di Athos di trattare con franchezza, non lo siete per niente!

«Ah! intendo, fece Athos, ed arrossiva alquanto, tutto ha il suo fine, la follìa come tutt’altro.

«E poi, mi pare sia accaduto un cambiamento nel vostro stato di fortuna; avete un’ottima abitazione; questa casa, mi figuro, è vostra.

«Sì, è il piccolo podere che vi dissi aver ereditato quando lasciai il militare.

«Avete parco, cavalli, equipaggi....»

Athos sorrise.

«Mio caro, il parco è di una ventina di jugeri, dei quali prendono porzione gli orti e i fabbricati; i cavalli sono due, s’intende che non conto il cortaldo del mio servitore; gli equipaggi si riducono a quattro cani da macchia, due levrieri e un cane da guardia.... Ed anche tutta questa muta di lusso non è per me.

«Sì, comprendo, è per il giovanetto, per Raolo, fece d’Artagnan guardando sott’occhi Athos.

«Avete indovinato, amico mio, disse questo.

«E quegli è forse vostro commensale, vostro figlioccio, vostro parente... Oh! come siete variato, Athos mio!

«È un orfanello, abbandonato da sua madre presso un povero curato di campagna; io l’ho mantenuto, allevato.

«E dev’esservi attaccato assai?

«Credo che mi ami come se fossi suo padre.

«È specialmente molto grato?

«Oh! la gratitudine poi è scambievole, disse Athos, io gli debbo quanto egli deve a me, e se a lui non lo dico, lo dico però a voi, son io quello che abbia più obbligazioni.

«E come mai? fece il moschettiere attonito.

«Eh sì! egli fu che in me cagionò la variazione che osservate: mi risecchivo come un povero albero isolato che a nulla abbia rapporto sulla terra; non v’era se non se un affetto profondo che potesse farmi rimettere radice nella vita: un’amante? ero troppo vecchio; amici? non vi avevo più meco. Ebbene! quel fanciullo mi fece ritrovare tutto ciò che avevo perduto. Non mi sentivo più il coraggio di campare per me, campai per lui. Per un fanciullo le lezioni son molto, l’esempio val di più. Io gli ho dato l’esempio. Dei vizi che avevo, mi sono corretto; le virtù che non possedevo, ho finto di possederle. Sicchè non credo illudermi, d’Artagnan, ma Raolo è destinato ad essere un gentiluomo compito quando sia ancora al nostro secolo impoverito concesso di darne».

D’Artagnan guardava Athos con sempre maggiore ammirazione.

Passeggiavano insieme sotto un viale fresco e ombroso, ove entravano obliquamente alcuni raggi di sole sul tramonto. Uno di questi raggi dorati illuminava il volto di Athos, e sembrava che i suoi occhi a vicenda rendessero quel fuoco tepido e quieto della sera che ricevevano.

Venne a presentarsi allo spirito di d’Artagnan l’idea di milady.

«E siete felice?» domandò all’amico.

Le pupille penetranti di Athos si volsero in fondo al cuore a d’Artagnan, e parve vi leggessero il suo concetto.

«Felice per quanto sia dato ad una creatura di Dio di esserlo in questo mondo... ma terminate di esprimere il vostro pensiero, non me lo avete detto tutto.

«Siete terribile, Athos! nulla si può occultarvi. Or bene, sì, volevo domandarvi se avete talvolta qualche improvviso impulso di terrore che somigli....

«A rimorsi? continuò Athos, finisco io la vostra frase. Forse sì, forse no. Non ho rimorsi, perchè quella donna, io credo, meritava la pena che ha subita; non ho rimorsi, perchè se l’avessimo lasciata vivere ella avrebbe indubitatamente proseguita l’opera sua di distruzione; ma ciò non vuol dire ch’io sia convinto che avessimo diritto di far ciò che facemmo. Forse qualunque sangue versato vuole un’espiazione. Ella compiè la sua; chi sa che a noi non rimanga da compiere la nostra?

«Io pure con voi lo pensai alcune volte, replicò il tenente.

«Aveva un figlio, colei?

«Sì.

«Ne udiste parlare?

«Giammai.

«Deve avere ventitrè anni, borbottò Athos, io penso spesso a quel giovane.

«È singolare! io lo aveva dimenticato».

Athos fece un sorrisetto malinconico.

«E di lord de Winter ne aveste notizia?

«So ch’era in gran favore presso il re Carlo I.

«Avrà seguitata la di lui sorte, che in questo momento è cattiva. Ecco, d’Artagnan, con questo si torna a quel ch’io vi diceva poc’anzi; egli lasciò scorrere il sangue di Strafford; il sangue chiama sangue. E la regina?

«Qual regina?

«Enrichetta d’Inghilterra, figlia di Enrico IV.

«È al Louvre, come sapete.

«Sì, e sprovvista di tutto, non è vero? Dicono che nei forti freddi di quest’inverno la sua figliuola ammalata abbia dovuto restarsene a letto per mancanza di legna. Capite un po’! (e Athos si stringeva nelle spalle) la figlia di Enrico IV a tremare per non avere due fascine da accendere! Perchè non venne a chiedere ospitalità al primo di noi, invece di domandarla a Mazzarino? nulla le sarebbe mancato.

«La conoscete voi, dunque, Athos?

«No, ma mia madre la vide bambina. Vi ho detto mai che mia madre era stata dama d’onore di Maria de’ Medici?

«No, mai; voi non le dite codeste cose.

«Oh! anzi sì, vedete pure.... ma bisogna che ne capiti l’occasione.

«Porthos non l’aspetterebbe con tanta pazienza, fece d’Artagnan sorridendo.

«Ognuno ha il suo naturale, mio caro. Porthos, non ostante un poco di vanità, ha qualità eccellenti. Lo avete rivisto?

«L’ho lasciato cinque giorni sono», rispose d’Artagnan.

E raccontò con tutta la vivacità dell’indole sua da Guascone le magnificenze di Porthos nel suo castello di Pierrefonds, e mentre lacerava l’amico mandò due o tre botte all’ottimo signor Mouston.

«Ammiro, replicò Athos sogghignando a quel brio che gli ricordava i loro giorni felici, ammiro che in addietro noi abbiamo formato a caso una società d’uomini ancora tanto ben collegati uno con l’altro a malgrado di venti anni di separazione. L’amicizia pone delle radici molto profonde nei cuori onesti, d’Artagnan; credete a me, i malvagi soli negano l’amicizia, perchè non la comprendono. Ed Aramis?

«Ho visto anco lui, ma mi è sembrato freddo.

«Ah! avete veduto Aramis? riprese Athos fissando sul tenente un occhio indagatore; ma fate a dirittura un pellegrinaggio al tempio dell’Amistà, come direbbero i poeti.

«Eh! sì...., fece d’Artagnan imbarazzato.

«Aramis, vi è già noto, continuò Athos, è naturalmente freddo; e poi, è sempre confuso negl’intrighi di donne.

«Credo che ne abbia nel momento uno complicatissimo» disse il tenente.

L’altro non rispose.

Non solo Athos non rispose, ma anche cambiò conversazione, ed accennando all’amico ch’eran tornati vicini al palazzo dopo un’ora di passeggio:

«Ecco, disse, abbiamo già fatto il giro de’ miei dominj.

«In essi tutto è bello, e specialmente dimostra il gentiluomo», replicò d’Artagnan.

Nel momento si udì camminare un cavallo.

«È Raolo che ritorna, disse Athos, avremo notizie della povera fanciulla».

Realmente comparve al cancello il giovanetto, e rientrò nel cortile tutto coperto di polvere; indi smontando dal cavallo, e consegnando questo ad una specie di palafreniere, venne a salutare il conte ed il tenente con rispettosa civiltà.

«Questo signore, fece Athos volto a Raolo, e posando la mano sulla spalla a d’Artagnan, è il cavaliere d’Artagnan di cui mi avete inteso spesso a discorrere».

E Raolo direttosi al tenente, e riveritolo più profondamente, soggiunse:

«Il signor conte ha pronunziato davanti a me il vostro nome come un esempio ogni volta che gli è occorso di citare un gentiluomo generoso ed intrepido».

Il piccolo complimento scese dolcissimo al cuore di d’Artagnan. Questi porse la mano a Raolo rispondendogli:

«Giovane amico mio, tutti gli elogi che di me si fanno devono ritornare al signor conte, giacchè egli formò la mia educazione in tutte le cose, e non è sua colpa se l’allievo abbia profittato poco o punto; ma egli si rifarà sopra di voi, ne sono certo. Mi piace il vostro aspetto, Raolo, ed ho gradita la vostra cortesia».

Athos fu più contento che non sapremmo esprimere; mirò in viso d’Artagnan con riconoscenza: poi volse sopra Raolo uno di quegli stranissimi sorrisi di che i ragazzi vanno tanto gloriosi.

«Adesso, ripigliò il tenente a cui non era sfuggito quel giuoco alla mutola, adesso ne sono più che sicuro.

«Ebbene? domandò Athos, spero che lo inconveniente accaduto non abbia avuto conseguenze?

«Non si sa ancora niente: il medico nulla ha potuto dire a motivo dell’enfiagione; teme però che abbia sofferto qualche nervo.

«E non vi siete trattenuto sino a più tardi, presso madama di S. Remy?

«Avrei dubitato di non esser qui all’ora vostra di pranzo e di farvi aspettare», rispose Raolo.

In quel punto un ragazzetto mezzo contadino e mezzo lacchè venne ad avvisare che la cena era in tavola.

Athos condusse il suo commensale nel salotto da mangiare, semplicissimo, ma avente le finestre che da un lato davano sul giardino e dall’altro sopra una stufa ove crescevano fiori magnifici.

D’Artagnan diede un’occhiata al servito; il vasellame era superbo; ben si scorgeva esser tutta vecchia argenteria di famiglia. Sopra una credenza stava un bellissimo mesciroba dello stesso metallo. Ei si fermò a contemplarlo.

«Oh! questo è fatto egregiamente! disse poi.

«Sì, fece Athos, è un capolavoro di un sommo artista fiorentino chiamato Benvenuto Cellini.

«E la battaglia che rappresenta?

«È quella di Marignano; è il momento in cui uno de’ miei antenati dà la sua spada a Francesco I che aveva rotta la sua. Si fu in quella circostanza che Enguerrando di La Fère, mio avo, venne fatto cavaliere di S. Michele. Inoltre, dopo quindici anni, il re, che non si era dimenticato di aver combattuto ancor tre ore col brando dell’amico Enguerrando senza che questo si rompesse, gli donò quel mesciroba ed una spada che forse avrete vista in addietro da me e ch’è ugualmente un bellissimo capo di oreficeria. Quello era il tempo dei giganti, seguitò Athos, noi siamo tanti nani a petto a quegli uomini.... Sediamo, d’Artagnan, e ceniamo. Oh! (avvertì quindi al piccolo lacchè che aveva messa in tavola la zuppa) chiamate Carletto».

Il ragazzo uscì, e indi a un momento venne il domestico a cui i due viaggiatori si erano diretti al loro arrivo.

«Caro Carletto, gli disse Athos, vi raccomando particolarmente, per tutto il tempo che resterò qui, Planchet, servo del signor d’Artagnan. Gli piace il vino buono, voi avete la chiave della cantina; egli ha dormito per un pezzo malamente, e non gli deve increscere di aver un buon letto: procurateglielo, ve ne fo premura».

Carletto fece un inchino e se ne andò.

«Anch’esso è un brav’uomo, disse il conte, mi serve oramai da diciotto anni.

«Voi pensate a tutto, replicò d’Artagnan, e vi ringrazio per Planchet, mio caro Athos».

A questo nome Raolo spalancò gli occhi, come per assicurarsi che il tenente parlasse propriamente al conte.

«Raolo, gli disse Athos sorridendo, questo nome vi sembra bizzarro? Era il mio da guerra, quando il signor d’Artagnan, due valorosi amici, ed io, facevamo prodezze a la Rochelle sotto il defunto ministro, e sotto Bassompierre ch’è morto esso pure. Il signor d’Artagnan si degna conservarmi codesto nome di amicizia, e ad ogni volta che l’odo il mio cuore ne esulta.

«Quel nome era celebre, seguitò il tenente de’ moschettieri, e ottenne un giorno gli onori del trionfo.

«Che intendete dir mai? domandò Raolo con curiosità.

«Davvero non lo so» fece Athos.

«Che? vi siete scordato del bastione S. Gervasio, e del tovagliolo di cui tre palle fecero una bandiera? Io ho la memoria migliore della vostra, me ne sovvengo, ed ora, giovanotto, vi racconterò la faccenda».

E d’Artagnan narrò a Raolo tutta la storia del bastione, siccome Athos aveva narrata a lui quella del suo avolo.

A tal relazione parve al giovanetto di udire il racconto di uno dei fatti descritti dal Tasso, o dall’Ariosto, spettanti ai prestigiosi tempi della cavalleria.

«Ma ciò che non vi dice d’Artagnan, soggiunse Athos, si è ch’egli era uno de’ migliori combattenti dell’epoca; garretto di ferro, pugno d’acciajo, colpo d’occhio sicuro, sguardo di fuoco, ecco quanto offeriva all’avversario; aveva diciotto anni, tre anni più di voi, Raolo, la prima volta ch’io lo vidi all’opra e contro ad uomini sperimentati.

«Ed il signor d’Artagnan fu vincitore? domandò Raolo, a cui brillavano le pupille durante quella conversazione e sembrava implorassero ulteriori dettagli.

«Ne uccisi uno, se non isbaglio, disse il tenente interrogando Athos collo sguardo, l’altro lo disarmai, o lo ferii, non mi ricordo....

«Sì, lo feriste.... Ah, eravate un fiero atleta!

«Ed ancora non ho perduto di troppo; contento, riprese d’Artagnan con la risatina da Guascone, ed ultimamente pure....»

Athos lo fissò in viso in maniera che gli chiuse la bocca, e disse a Raolo:

«Vuo’ che sappiate voi, mio caro, che vi credete spada fina, e nella vostra vanità potreste un giorno soffrirne qualche spiacevole disinganno, vuo’ che sappiate quanto è pericoloso l’uomo che congiunge il sangue freddo all’agilità, giacchè non potrei mai ritrovarne un più chiaro esempio: pregate domani il signor d’Artagnan, qualora non sia troppo stanco, di darvi una lezione.

«Diamine! ripicchiò d’Artagnan, voi, Athos, siete pure buon maestro, soprattutto per le qualità che di me vantate. Anche oggi Planchet mi parlava del famoso duello del recinto dei Carmelitani con lord de Winter ed i suoi compagni.... Giovanetto! ei proseguiva, qui dev’esservi in qualche luogo una spada, che spesse fiate io chiamai la prima del reame.

«Oh, avrò guastata la mia mano con quel fanciullo! fece Athos.

«Mio caro, vi sono mani tali che non si guastano, ma che sciupano le altre» disse il tenente.

Raolo avrebbe voluto si prolungasse tutta la notte il colloquio; ma il conte gli fece osservare come l’ospite loro doveva essere stanco e aver d’uopo di riposo. D’Artagnan si difese con molta cortesia. Athos insistè perchè ei pigliasse possesso della sua camera. Raolo condusse a quella il forestiero, ed Athos figurandosi che si tratterrebbe più tardi che potesse onde fargli riepilogare tutte le prodezze dei tempi giovanili, venne a prenderlo dopo un momento, e chiuse quella buona serata con una stretta di mano cordialissima, augurando la felice notte al moschettiere.

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XVII

Diplomazia di Athos.

D’Artagnan erasi coricato, non tanto per dormire, quanto per esser solo e ripensare a tutto ciò che aveva udito e veduto in quella sera.

Essendo egli di ottimo naturale, e avendo avuto per Athos sino da principio una spontanea propensione, la quale aveva terminato col diventare sincera amicizia, gli fu grato il trovare un uomo che brillasse d’intendimento e di vigore anzichè l’abbietto ubriaco cui si attendeva di rivedere sdrajato sul letame a digerire il vino tracannato; si rassegnò pure senza difficoltà alla costante superiorità di Athos sopra di lui, ed invece di risentire il disappunto e l’astio che avrebbero attristato un animo men del suo generoso, non provò in sostanza che uno schietto e onesto giubilo il quale gli fe’ concepire per le sue attrattive le più favorevoli speranze.

Bensì parevagli di non ritrovare Athos chiaro e franco sovra tutti i punti. Che giovanetto era quello, ch’egli diceva di aver adottato, e che tanto gli somigliava? d’onde il ritorno alla vita di società e l’esagerata sobrietà da lui notata nel medesimo a mensa? Ed una cosa, in apparenza inconcludente, cioè l’assenza di Grimaud, da cui in addietro Athos non poteva separarsi, e del quale neppur si era proferito il nome non ostante che si fosse cercato di entrare su quel proposito, inquietava d’Artagnan. Dunque egli non possedeva più la fiducia dell’amico, ovvero Athos era legato da qualche catena invisibile, o anche anticipatamente prevenuto contro la visita ch’ei gli faceva?

Non potè a meno di riflettere a Rochefort ed a ciò ch’esso gli aveva detto nella chiesa di Nostra Signora. Che Rochefort lo avesse preceduto recandosi presso del conte?

D’Artagnan non aveva avuto tempo da perdere in lunghe congetture. E quindi risolse venirne l’indomani ad una spiegazione. Le scarse fortune di Athos abilmente occultate indicavano desiderio di figurare, e manifestavano un resto di ambizione facile a risvegliarsi. La robustezza di mente e la lucidezza d’idee rendevano Athos più sollecito di un altro ad agitarsi. Egli entrerebbe nei progetti del ministro con tanto maggior calore, in quanto che l’attività sua naturale raddoppiata sarebbe da una dose di necessità.

Queste idee mantenevano desto d’Artagnan ad onta della sofferta fatica; ei preparava il suo piano di attacco, e benchè sapesse essere Athos un avversario terribile, fissò di agire subito al dì vegnente dopo la colazione.

Però, da un altro lato fra sè diceva, che sopra un terreno così nuovo facea mestieri inoltrarsi con prudenza, studiare più giorni le aderenze di Athos, abbadare alle sue novelle abitudini e farsene un giusto concetto; procurar di trarre dall’ingenuo giovane, o battendosi seco di scherma o rincorrendo qualche animale a caccia, le notizie intermedie che gli mancavano per riunire l’Athos di prima all’Athos attuale: e ciò doveva riuscire agevole, imperocchè il precettore avrebbe sicuramente comunicato qualcosa del suo al cuore ed allo spirito dell’alunno. Ma d’Artagnan stesso, ch’era accorto abbastanza, comprese tosto quali armi fornirebbe contro di sè in caso che un’imprudenza o una inavvertenza qualunque discoprisse i suoi raggiri all’occhio esperto di Athos.

E poi, sarà egli d’uopo di dirlo? d’Artagnan pronto a far uso di astuzie contro la scaltrezza di Aramis o la vanità di Porthos, si vergognava ad andare per vie indirette con Athos, uomo schietto, animo leale. Gli sembrava che riconoscendolo per lor maestro in diplomazia, Aramis e Porthos lo stimerebbero vieppiù, laddove Athos all’opposto lo avrebbe in minor stima.

«Ah! perchè non è qui, egli diceva, Grimaud, il taciturno Grimaud? Molte sono le cose che dal suo silenzio io avrei capite. Era tanto eloquente il silenzio di Grimaud!»

Frattanto era cessato in casa ogni rumore; egli aveva udito chiudere usci ed imposte: indi i cani, dopo essersi scambievolmente risposto per la campagna, si erano pure chetati; finalmente un usignolo solo in un gruppo d’alberi aveva gorgheggiato alquanto le sue note armoniose e si era addormentato. Nel castello non succedeva se non se un movimento di passi uguali e monotoni di sotto alla sua camera. Ed ei suppose fosse quella la stanza di Athos.

«Passeggia e riflette! fece d’Artagnan, e per che fare? Ecco quel ch’è impossibile di sapere. Il resto si poteva indovinare, questo no».

In ultimo Athos certamente si mise in letto, poichè si estinse anco quel rumore.

Stanchezza e silenzio insieme uniti vinsero d’Artagnan, ei chiuse gli occhi e lo prese il sonno.

Non era solito a dormir molto. Appena l’alba ebbe indorate le sue cortine si levò ed aprì la finestra. Allora gli parve di distinguere dalla persiana qualcuno che ronzasse pel cortile scansando di farsi sentire. Seguendo la sua usanza di non lasciar passare cosa a lui vicina senza assicurarsi di ciò che si fosse, guardò attento e senza far chiasso, e riconobbe il giustacuore color di granato ed i capelli scuri di Raolo.

Il garzoncello (chè era desso) schiuse la porta della stalla, ne tolse il cavallo bajo di che si era servito il giorno avanti, gli mise da sè la sella e la briglia con la prontezza e la destrezza del più abile cavallerizzo, poi trasse fuori l’animale pel viale diritto dell’orto, aperse un uscio laterale che dava sopra una strada, lo riserrò; ed allora d’Artagnan di cima al muro lo vide scappare come un dardo chinandosi sotto i rami pendenti e fioriti degli aceri e degli acacia.

Nella sera precedente d’Artagnan aveva osservato che quel sentiero doveva condurre a Blois.

«Eh, eh! disse il Guascone, ecco un bricconcello che già ne fa di belle, e che non mi sembra odiare il bel sesso come Athos. Non va a caccia, poichè non ha nè armi nè cani; non va per un’incombenza, poichè parte di soppiatto.... Di soppiatto da chi? da me, o da suo padre? chè, ne sono certissimo, il conte è suo padre.... Cospetto! questo poi lo saprò, ne parlerò alla libera ad Athos».

Si faceva sempre più giorno; si risvegliavano i clamori cessati la sera innanzi; l’uccello fra i rami, il cane nella stalla, i montoni nei campi; anche le barche legate sulla Loira distaccandosi dalla riva si lasciavano trascinare dal moto delle acque. D’Artagnan rimase alla finestra per non destare alcuno; indi, quando ebbe inteso spalancarsi usciali e imposte del palazzo, si accomodò i capelli, si allisciò i baffi, per abitudine si spazzolò le tese del cappello con la manica del giubbetto e andò abbasso.

Ed aveva appena saltato l’ultimo gradino del verone, che vide Athos chinato verso terra come un uomo che cerchi uno scudo tra la rena.

«Oh! buon giorno, mio caro albergatore», disse d’Artagnan.

«Buon giorno, amico: la nottata è andata bene?

«A meraviglia; tutto è andato benone, come il vostro letto, come la vostra cena che doveva condurmi al sonno, come la vostra accoglienza. Ma che guardavate costì con tanta attenzione? siete forse diventato amatore di tulipani?

«Ah! non per questo dovreste burlarmi: in campagna variano di molto i gusti, e si arriva ad amare senza accorgersene tutte quelle belle cose che lo sguardo di Dio fa scaturire dal più profondo della terra e per cui nelle città si ha disprezzo sì grande. Io osservava semplicemente alcuni iridi che avevo messi vicino a quella conserva d’acqua, e che stamane sono stati schiacciati. Quei giardinieri sono pure sbadati! nel menare indietro il cavallo che ha tirata la noria, lo avranno fatto camminare sulle cassette».

D’Artagnan sorrise dicendo:

«Uhm?... credete così?»

E condusse Athos giù pel viale, dov’erano impressi molti passi simili a quelli che avevano schiacciati l’iridi.

«Eccone degli altri, mi pare, disse con indifferenza.

«Eh si! fece Athos, e passi recenti!

«Recentissimi!

«Chi sarà uscito stamane? domandò Athos come fra sè ed inquieto; fosse fuggito un cavallo dalla stalla?

«Non è probabile, ribattè d’Artagnan, perchè le orme sono eguali e ben solcate.

«Dov’è Raolo? esclamò Athos, e come va ch’io non lo abbia veduto?

«Zitto! rispose il tenente mettendosi un dito sulla bocca.

«Che c’è?» chiese l’altro.

D’Artagnan raccontò ciò che aveva visto, ma esaminando bene la cera di Athos.

Questi replicò facendo un piccolo moto delle spalle.

«Ah, ah! ora capisco; il povero ragazzo sarà andato a Blois.

«A che fare?

«Mio Dio! per aver notizie della piccola La Vallière.... sapete pure, della fanciulletta che jeri si stravolse un piede.

«Ne siete persuaso? seguitò d’Artagnan incredulo.

«Non solo persuaso, ma sicurissimo, disse Athos; non avete osservato che Raolo è innamorato?

«Eh via! di chi mai? di quella bambina di sette anni?

«Caro mio, alla sua età il cuore è così pieno ch’è necessario riversarlo sopra qualche cosa, o sogno o realtà.... E l’amore di lui è metà dell’uno e metà dell’altra.

«Via scherzate! come! quella bimba?....

«Non l’avete forse guardata? è la più bella creaturina che sia al mondo: capelli biondi e lucidi, occhi azzurri, digià maliziosetti e languidi ad un tempo....

«Ma che ne dite di codesta fiamma?

«Io non dico niente; me la rido, e mi fo beffe di Raolo. Peraltro, quei primi bisogni del cuore sono sì imperiosi, questi sfoghi della malinconia amorosa ne’ giovanetti sono tanto dolci ed insieme amari, che spesso, mostrano tutti i caratteri della passione. Io mi ricordo che alla di lui età mi ero invaghito di una statua greca data dal buon Enrico IV a mio padre, ed ebbi ad impazzire quando mi fu detto che l’istoria di Pigmalione era soltanto una favola.

«È tutto effetto d’ozio; voi non date a Raolo occupazione bastante, ed esso cerca dal canto suo di occuparsi.

«Non v’è altro; e perciò penso ad allontanarlo di qua.

«E farete bene.

«Senza dubbio; ma sarà uno straziargli il cuore, ed egli ne soffrirà quanto per un vero amore. Da tre o quattro anni indietro, ed allora esso pure era bambino, si è preso diletto ad abbellire ed ammirare quell’idoletto, che un giorno poi finirebbe con adorare se rimanesse qui. I due fanciulli stanno insieme giornate intere a riflettere e discorrere su molte cose serie come veri amanti di venti anni. Insomma per un pezzo i parenti della piccola La Vallière ne ridevano, ma adesso credo che comincino a far cipiglio.

«Ragazzate! bensì Raolo ha d’uopo di distrarsi: levatelo di qui presto, o per Bacco! non ne farete mai un uomo.

«Ho idea, disse Athos, di mandarlo a Parigi.

«Ah!» fece il tenente de’ moschettieri.

E stimò giunto il momento delle ostilità.

«Se volete, rispose, possiamo fargli uno stato a quel giovinetto.

«Ah! ripetè a vicenda Athos.

«Anzi, vorrei consultarvi sopra una cosa passatami per il capo.

«Dite pure.

«Credete che sia tempo da porsi nel servizio militare?

«E non ci siete sempre, voi, d’Artagnan?

«M’intendo da me.... servizio attivo.... L’antica nostra vita non ha più nulla che vi dia tentazione, e se vi fossero riserbati dei vantaggi reali, non gradireste di ricominciare in compagnia mia e del nostro amico Porthos le imprese di nostra gioventù?

«Dunque mi fate una proposizione? domandò Athos.

«Chiara e schietta.

«Per tornare in campagna?

«Si.

«Dalla parte di chi, e contro a chi? chiese subito Athos fissando l’occhio lucido e benevolo sopra al Guascone.

«Cospetto! come siete pressante!

«E specialmente preciso. Sentitemi, d’Artagpan: non v’è più altro che una persona, o piuttosto una causa, a cui un uomo par mio possa esser utile: quella del re.

«Per l’appunto.

«Sì; ma intendiamoci: se per la causa del re ponete quella del signor Mazzarino, non ci capiremo più.

«Non dico a dirittura...» rispose imbarazzato il Guascone.

«Animo d’Artagnan, non facciamo gara di astuzia. La vostra titubanza, i vostri ripieghi, mi manifestano da parte di chi venite. Quella causa, infatti, non si osa dichiararla apertamente, e chi va reclutando per lei lo fa a testa bassa e con voce balbuziente.

«Ah, caro Athos!....

«D’Artagnan, sapete bene che non parlo per voi, che siete la perla degli uomini valorosi e audaci; vi discorro di quell’Italiano imbroglione e meschino, di quel mascalzone che procura di porsi in capo una corona che ha rubata sotto un capezzale; di quel villano che chiama il suo partito, partito del re, e si diverte a far porre in carcere i principi del sangue perchè non ardisce ucciderli come faceva il nostro gran ministro; uno spilorcio che pesa i suoi scudi d’oro e serba i più tosati per paura di perderli al giuoco dove ruba di soppiatto; un birbante, insomma, che per quanto si accerta strapazza la regina.... peggio per lei, già s’intende! e che fra tre mesi ci susciterà una guerra civile per conservarsi le sue pensioni.... È quello il padrone che mi proponete? grazie mille!

«Dio mi perdoni! disse d’Artagnan, siete più focoso di prima, e gli anni vi hanno riscaldato il sangue invece di raffreddarlo. E chi vi dice ch’egli sia il mio padrone, e che io voglia darlo a voi?»

Il Guascone aveva borbottato fra sè: «Diamine! non si confidino i nostri segreti ad un uomo sì mal disposto!»

«E allora, amico mio, soggiunse Athos, che proposte sono codeste?

«Eh! è naturale: voi campate ne’ vostri feudi, e sembra che siate felice nella vostra aurea mediocrità; Porthos ha cinquanta o sessanta mila lire di rendita; Aramis ha sempre quindici duchesse che fanno a gara a possederlo come quando era moschettiere: è tuttavia il cucco della sorte: ma io che fo in questo mondo? porto la corazza e la pelle di bufalo da venti anni, inchiodato a questo grado insufficiente, senza avanzare, senza retrocedere, senza vivere. In conclusione, sono morto! E quando per me si tratta di risuscitarmi un tantino, venite tutti a esclamarmi: È un villano, è un briccone, è un pessimo padrone! Oh cappio! sono anch’io del vostro parere, ma trovatemene uno migliore, o assegnatemi una buona pensione».

Athos riflettè per tre minuti secondi, ed in questo piccolo intervallo comprese l’astuzia di d’Artagnan, il quale per essersi avanzato di troppo sulle prime parava onde nascondere il suo giuoco. Vide chiaro che i progetti fattigli erano reali e si sarebbero appalesati in tutto il loro sviluppo qualora egli ci avesse prestato orecchio.

«Bene, bene! disse tra sè, d’Artagnan è Mazzarino».

E da tal momento si tenne estremamente guardingo.

D’Artagnan dal lato suo fece giuoco anco più stretto.

«Ma in sostanza, avete un’idea? continuò Athos.

«Di certo: bramavo prender consiglio da voi tutti, e pensare ai mezzi di far qualche cosa, giacchè uno senza l’altro saremo sempre scompleti.

«È giusto. Mi parlavate di Porthos: lo avete dunque indotto a cercar fortuna? ma le fortune, le ha digià.

«Sì, le ha; ma l’uomo è fatto così, che desidera sempre.

«Ed egli che desidera?

«D’esser barone.

«Ah! è vero, me lo scordavo, disse Athos ridendo.

«È vero! bucinò fra sè il tenente. E di dove lo sa egli? che sia in corrispondenza con Aramis? Oh! se sapessi questo, saprei tutto».

Terminò là il colloquio, perchè appunto capitò Raolo. Athos voleva dolcemente rimproverarlo; pure nel mirarlo afflitto non n’ebbe coraggio, ed anzi sospese il discorso per domandargli che cosa avesse.

«Forse la vostra vicina sta di peggio?» chiese d’Artagnan.

«Ah, signore! replicò Raolo quasi soffocato dall’affanno, la caduta è grave, e benchè senza apparente difformità, il medico teme che zoppichi sinchè vive.

«Oh, sarebbe terribile! fece Athos».

D’Artagnan aveva una facezia in cima alla lingua, ma visto l’interesse che prendeva Athos a quel caso, ei si frenò.

«Quel che più mi fa disperare, continuò Raolo sospirando, è che di questa disgrazia son io la cagione.

«Voi! come? l’interrogò Athos.

«Eh sì! non fu per correre incontro a me che saltò giù da quel fascio di legna?

«Mio caro, soggiunse d’Artagnan, vi rimane un solo compenso, cioè di sposarla per espiazione.

«Signore! replicò il giovanetto, voi scherzate sopra un dolore verace, reale.... è mal fatto!»

E perchè aveva bisogno di star solo per piangere in libertà, se ne andò in camera sua, e non ne uscì che all’ora di colazione.

La buona intelligenza de’ due amici non era stata minimamente alterata dalla scaramuccia della mattina; sicchè fecero colazione con ottimo appetito, guardando tratto tratto il povero ragazzo, che con gli occhi bagnati e il cuore gonfio poteva appena mangiare.

Alla fin del pasto arrivarono due lettere. Athos le lesse con somma attenzione, e non seppe astenersi da scuotersi più volte.

D’Artagnan, che aveva la vista acuta e l’osservava da una estremità all’altra della tavola, giurò che riconosceva incontrastabilmente il carattere minuto di Aramis; l’altro foglio era d’uno scritto da donna lungo e imbrogliato. Ed accorgendosi che Athos bramava di rimaner solo o per rispondere alle missive o per riflettervi sopra, ei disse a Raolo:

«Andiamo a far un giro alla sala d’armi: vi distrarrete un poco».

Il ragazzo diede un’occhiata ad Athos, il quale fe’ un cenno di assenso.

Passarono entrambi in un salotto a terreno, dov’erano appesi fioretti, maschere, guanti, piastroni e tutti gli accessorj della scherma.

«Ebbene? chiese Athos arrivato colà dopo un quarto d’ora.

«Ha digià la vostra mano, Athos mio, rispose il tenente, e se ha il vostro sangue freddo, non avrò che da congratularmene con lui».

Il giovane si peritava alquanto. Per una o due volte che aveva toccato d’Artagnan o sul braccio o sulla coscia, questo gli aveva dato di bottone venti fiate a mezzo al corpo.

Venne Carletto a recare un biglietto di gran premura per d’Artagnan portato da un messaggiero.

Toccò ad Athos a guardare con la coda dell’occhio.

Il tenente lesse senza mostrare veruna commozione, e indi tentennando un poco il capo, disse:

«Vedete, amico mio, che cos’è il servizio militare; e affè, avete ragione di non volerlo riprendere: il signor di Tréville è ammalato, ed ecco che la compagnia non può far a meno di me: talchè si trova troncata la mia licenza.

«Tornate a Parigi? domandò Athos con impeto.

«Eh sì.... ma non vi venite anche voi?»

Athos arrossì un poco, e rispose:

«Se vi andassi, avrei il massimo piacere nel rivedervici.

«Olà, Planchet! gridò sull’uscio il tenente, si parte fra dieci minuti; date la biada ai cavalli».

Poi, voltosi ad Athos:

«Mi pare che qui mi manchi qualcosa, e mi duole davvero di lasciarvi senza aver rivisto il buon Grimaud.

«Grimaud?.... ah! sì.... mi stupivo che non me ne ricercaste notizie. L’ho imprestato ad un mio amico.

«Che capirà i suoi cenni? fece d’Artagnan.

«Spero di sì».

D’Artagnan ed Athos si abbracciarono cordialmente. Quegli strinse la mano a Raolo, si fe’ promettere da Athos di fargli visita qualora andasse a Parigi, o di scrivergli in caso contrario, e saltò a cavallo. Planchet era già in sella.

«Non venite con me? disse ridendo a Raolo, io passo da Blois».

Il giovane si girò verso Athos, il quale lo trattenne con un gesto impercettibile, e perciò rispose:

«No, signore, resto col signor conte.

«Dunque addio a tutti e due, miei buoni amici, seguitò il tenente premendo loro di nuovo la destra, e Iddio vi conservi! come dicevamo ogni volta che ci lasciavamo a tempo del defunto ministro».

Athos gli fece un cenno colla mano, Raolo un inchino, e d’Artagnan e Planchet partirono.

Il conte li seguitò cogli occhi, posando la destra sulla spalla del ragazzo ch’era digià alto quasi al pari di lui; ma tosto che coloro furono spariti dietro al muro, ei disse:

«Raolo, questa sera partiremo per Parigi.

«Come! esclamò questi, e impallidiva.

«Potete andare a dir addio per voi e per me a madama di S. Remy; vi aspetterò qui alle sette ore».

Raolo s’inchinò con espressione di rincrescimento misto a gratitudine, e si ritirò per andare a por la sella al suo cavallo.

D’Artagnan poi, appena trovatosi fuori di luogo da esser visto, si era tratto di saccoccia il biglietto e lo aveva riletto

«Tornate sul momento a Parigi».

«G. M.»

«È secca, questa lettera, brontolò, e se non ci fosse per fortuna un poscritto non l’avrei capita».

E diede una scorsa al poscritto, che gli faceva passar sopra al laconismo della missiva:

P. S. «Passate dal tesoriere del re a Blois, dategli il vostro nome, e mostrategli la presente, e riscuoterete duecento doppie».

«Ecco! fece il tenente, mi piace questa prosa, e il ministro scrive meglio che non mi credevo. Planchet, si vada a far visita al signor tesoriere, e poi di galoppo.

«Per Parigi?

«Per Parigi.»

E mossero intanto tutti due di trotto steso.

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XVIII

Il signor di Beaufort.

Ed ora, ecco ciò ch’era successo, e quali cause rendevano necessario il ritorno di d’Artagnan alla capitale.

Mazzarino recandosi una sera, secondo la sua abitudine, dalla regina, dopo che tutti si erano ritirati, nel passare accanto al salone delle guardie di cui un usciale dava sulle sue anticamere, udì parlar forte in quella stanza, e volle sapere di che discorrevano i soldati; si avvicinò chiotto chiotto al suo solito, spinse la porta, e cacciò il capo nella mezza apertura.

Tra le guardie era grande discussione.

«E io vi garantisco, diceva una di esse, che se Coysel ha prognosticata questa cosa, l’è certa come se fosse accaduta. Io non lo conosco, ma ho inteso dire ch’è non solo astrologo, ma anche mago.

«Capperi! mio caro, s’è tuo amico, badaci! gli fai un brutto servizio!

«Perchè?

«Perchè potrebbe esser messo sotto processo.

«Eh via! oggidì non si abbruciano più gli stregoni.

«No? eppure, mi pare non sia gran tempo dacchè il defunto ministro fece abbruciare Urbano Grandier. Lo so ben io! ero di guardia al rogo, e lo vidi arrostire.

«Caro mio, Urbano Grandier non era uno stregone, ma un sapiente, lo che è tutt’altro. Grandier non prediceva l’avvenire, sapeva il passato, il che alle volte è anco di peggio».

Mazzarino scosse la testa per assenso; però bramando conoscere il prognostico su cui si discuteva restò allo stesso posto.

«Io non ti dico, soggiunse il militare, che Coysel non sia stregone, ma che se pubblica la sua predizione, è la maniera da far che non si compia.

«Perchè?

«Senza dubbio. Se ci battiamo fra noi, ti avverto: «Ora ti darò una botta diritta, o una in seconda» naturalmente la parerai. E se Coysel dice ad alta voce tanto che il ministro lo senta: «Prima del tal giorno scapperà il tal prigioniero» è chiaro che il ministro piglierà tante precauzioni che il prigioniero non iscappi.

«Ohimè! seguitò un altro che sembrava dormisse disteso sopra una panca e non ostante quel sonno figurato non perdeva una parola della conversazione, ohimè! v’immaginate che gli uomini possano sottrarsi al loro destino? Se lassù sta scritto che il duca di Beaufort si abbia a salvare, il signor di Beaufort si salverà, e tutte le precauzioni del ministro uon gli faranno un’acca».

Mazzarino palpitò. Era italiano, cioè superstizioso. Si avanzò sollecito framezzo alle guardie, che nel mirarlo troncarono la conferenza.

«Che dicevate, signori miei? domandò con l’aria sua carezzevole, che il signor di Beaufort è fuggito, se non isbaglio?

«Oh! no, monsignore, fece il soldato incredulo, per adesso non ci pensa mica; soltanto si diceva che dovesse fuggire.

«E chi lo ha detto?

«Animo, Saint Laurent, ripetete la vostra storia, disse il militare al narratore.

«Monsignore, replicò questi, raccontavo pura e semplicemente a questi signori quel che ho inteso del prognostico di un certo Coysel, il quale pretende che per quanto sia ben custodito Beaufort, si salverà innanzi alla Pentecoste.

«E quel Coysel è un sognatore, un pazzo? riprese Mazzarino sempre ridendo.

«No no, ribattè il soldato tenacissimo nella sua credulità, ha presagito molte cose che sono successe: come per esempio, che la regina darebbe alla luce un figliuol maschio, che il signor di Coligny sarebbe ucciso nel suo duello col duca di Guise, e finalmente che il Coadiutore sarebbe nominato cardinale. Or bene, la regina ha partorito non solo un primo figlio, ma dopo due anni un altro, ed il signor di Coligny è stato ammazzato.

«Sì, disse Mazzarino, ma il Coadiutore non è per anche cardinale.

«No, monsignore, però lo sarà».

Mazzarino fece una boccaccia che significava: «Non ha ancora il cappello».

Indi aggiunse:

«Sicchè, mio caro, la vostra opinione è che Beaufort debba scappare?

«È tanto la mia opinione, che se Vostra Eccellenza mi offerisse adesso il posto del signor di Chavigny, vale a dire quello di governatore del castello di Vincennes, io non lo accetterei. Oh! all’indomani dalla Pentecoste sarebbe un’altra faccenda».

Nulla v’è che convinca meglio di un’intima convinzione: questa influisce persino sugl’increduli, e Mazzarino, lungi da esser tale, era superstizioso. Quindi si ritirò pensieroso.

«Spilorcio! fece la guardia che teneva il gomito posato al muro, finge di non aver fede nel vostro mago, Saint-Laurent, per non avere da darvi un soldo, ma appena sia nel suo appartamento si approfitterà del vostro presagio».

Infatti, Mazzarino, invece di continuare a camminare verso la camera della regina, entrò nel proprio gabinetto, e chiamato Bernouin, ordinò che all’indomani all’alba si andasse a cercare il birro che aveva messo appresso al signor di Beaufort, e si venisse a destar lui appena quegli capitasse.

Il soldato senza immaginarselo aveva toccato col dito la piaga più aperta del ministro. Da cinque anni che Beaufort era in carcere non passava giorno in cui Mazzarino non pensasse che in un momento o nell’altro ei ne uscirebbe. Non si poteva tenere tutta la vita prigioniero un nepote di Enrico IV, in ispecie quando questo nepote di Enrico aveva appena trent’anni. Ma in qualunque maniera se ne traesse fuori, quant’odio doveva nella sua carcerazione aver raccolto nel petto contro quello a cui egli era debitore della medesima! che lo aveva preso, ricco, valoroso, glorioso, caro alle donne, temuto dagli uomini, per togliere alla sua vita gli anni più belli, imperocchè non è esistere il vivere in prigione! Intanto Mazzarino accresceva la sua sorveglianza contro a de Beaufort. Soltanto egli era simile all’avaro della favola, il quale non potea dormire accanto al suo tesoro. Spesse fiate di notte si destava trasalendo e sognandosi che alcuno gli avesse rubato il Beaufort. E allora ricercava di lui, e ad ogni informazione che prendeva aveva il dispiacere di sentire che il detenuto giuocava, beveva e cantava a più non posso, ma giuocando, cantando e bevendo, sospendeva queste sue operazioni per giurare che Mazzarino gli pagherebbe a caro prezzo i divertimenti cui l’obbligava a procurarsi a Vincennes.

Codesta idea diede grande molestia al ministro durante i suoi sonni, talchè alla mattina alle sette, quando Bernouin entrò in camera per isvegliarlo, furono le prime sue parole:

«Ebbene, che c’è? Beaufort è forse scappato da Vincennes?

«Non crederei, monsignore; rispose Bernouin costante nella sua calma officiale, ma in ogni caso ora ne avrete le nuove, giacchè il birro la Ramée mandato a chiamare a Vincennes è di là ad aspettar gli ordini di Vostra Eccellenza.

«Aprite qui, e fatelo passare, fece Mazzarino, accomodandosi i guanciali in modo da poter riceverlo stando seduto sul letto».

Entrò l’uffiziale. Era un uomo grande e grosso, paffuto e di buona cera. Aveva un’aria di tranquillità, che inquietò il ministro.

«Quel briccone mi pare un imbecille, questi borbottò».

L’altro rimaneva in piedi accanto all’uscio.

«Venite qua, disse Mazzarino».

Ed il birro obbedì.

«Sapete quel che qui si dice? fece il ministro.

«No, Eccellenza.

«Che il signor di Beaufort fuggirà da Vincennes, se non lo ha digià fatto».

Sul viso dell’agente si vide grande stupore. Aprì esso ad un tempo e i piccoli occhi e la larga bocca per godersi meglio la facezia che l’Eccellenza gli faceva l’onore d’indirizzargli; poi non potendo più mantenersi serio a tale supposizione, diede in uno scroscio di risa, ma sì forte che dall’ilarità gli si scuotevano tutte le membra come per effetto di febbre.

A Mazzarino fu grato quello sfogo, poco però rispettoso; non cessò peraltro di conservare il suo più grave aspetto.

La Ramée, quando ebbe riso ben bene, e si fu asciugati gli occhi, reputò al fine opportuno di parlare e scusare la sconvenienza di cotanto suo brio.

«Fuggire, monsignore! fuggire? egli disse, ma dunque, Vostra Eccellenza non sa dove è il signor di Beaufort.

«Signor sì, so ch’è nella torre di Vincennes.

«Sì, Eccellenza: in una stanza dove le mura sono grosse di sei piedi francesi, e le finestre con inferriate a graticola, di che ogni ferro è grosso quanto il mio braccio.

«Eh! fece Mazzarino con la pazienza si forano i muri, con una molla da oriuolo si sega una spranga.

«Ma allora Vostra Eccellenza non sa che ha presso di sè otto guardie, quattro nell’anticamera e quattro in camera, e queste non lo lasciano mai?

«Egli però esce dalla sua stanza, giuoca alla palla e al pallamaglio.

«Sono i divertimenti permessi ai prigionieri; pure se Vostra Eccellenza vuole, gli si leveranno.

«No no (rispose il Mazzarino il quale temeva che privandolo di quei piaceri, il detenuto uscisse di Vincennes, quando mai ciò accadesse, più esacerbato contro di lui) domando soltanto con chi giuoca.

«Monsignore, con l’uffiziale di guardia, o con me, o cogli altri prigionieri.

«Ma allora non si avvicina alle muraglie?

«E le muraglie, dunque Vostra Eccellenza non le conosce? sono alte sessanta piedi, e non credo che il signor di Beaufort sia ancora tanto stanco di vivere da arrischiarsi a rompersi il collo saltando di lassù.

«Uhm! fece il ministro che cominciava ad acquietarsi, sicchè voi dite, caro la Ramée....

«Che a meno che il Beaufort trovi modo di diventare un uccellino, io garantisco per lui.

«Badate! vi avanzate di molto. Beaufort disse alle guardie le quali lo conducevano a Vincennes che spesso aveva pensato al caso di essere carcerato, e per quel caso avea raccapezzate quaranta maniere di scappare.

«Monsignore, date retta a me, se fra le quaranta maniere ve ne fosse stata una buona, egli sarebbe fuori da un bel pezzo.

«Via via, non è tanto sciocco come mi figuravo, mormorò il ministro.

«E poi, Vostra Eccellenza si dimentica che il signor di Chavigny è governatore di Vincennes, e che non è punto amico del signor di Beaufort.

«Sì, ma Chavigny si assenta qualche volta.

«Quando si assenta ci son io.

«Ma quando voi vi assentate?

«Quando mi assento ho in mia vece un tocco d’uomo che aspira a diventar birro di Sua Maestà, e che ve lo accerto, monsignore, gli fa buonissima guardia. Da tre settimane l’ho al mio servizio, e non ho da rimproverargli se non una cosa: di esser troppo duro per il detenuto.

«E chi è quel cerbero?

«Un certo signor Grimaud.

«E che faceva innanzi di stare presso di voi a Vincennes?

«Era in provincia, secondo mi disse quello che me lo raccomandò; v’ebbe non so quale affaraccio a motivo della sua testa calda, e credo non gl’increscerebbe di trovare la sua impunità sotto l’uniforme del re.

«Chi ve lo ha raccomandato?

«Il maggiordomo del signor duca di Grammont.

«Allora, a parer vostro, v’è da fidarsene?

«Quanto di me stesso, monsignore.

«Non è un ciarlone?

«Gesù mio! per molto tempo ebbi idea che fosse mutolo; non parla, e non risponde che a forza di cenni: pare che il suo antico padrone lo abbia avvezzato così.

«Or bene, mio caro La Ramée, ditegli che se ci fa buona e fedel guardia, si chiuderà un occhio sulle sue imprudenze di provincia, gli si metterà addosso un’uniforme che lo faccia rispettare, e nelle saccoccie di questa alcune doppie per bere alla salute del re».

Mazzarino era largo di promesse; era tutto al contrario del bravo Grimaud, tanto vantato da La Ramée, che parlava poco ed agiva molto.

Il ministro fece a La Ramée una quantità di altre domande sopra al prigioniero, ed al modo in cui esso era stato alloggiato e cibato, ed alle quali costui rispose in guisa sì soddisfacente, ch’egli lo licenziò quasi tranquillo.

Poi essendo le nove ore, si alzò, si profumò, si vestì e passò dalla regina a darle parte dei motivi che lo avevano trattenuto nel proprio appartamento.

La regina che temeva di Beaufort quanto ne temeva il ministro, ed era superstiziosa poco meno di lui, gli fe’ ripetere esattamente tutte le promesse del birro e gli elogi ch’esso prodigava al suo ajutante, e dopo che Mazzarino ebbe finito ella disse sotto voce:

«Ahimè! avessimo un Grimaud al fianco ad ogni principe!

«Pazienza! fece Mazzarino col suo sorrisetto all’italiana, forse un giorno ci si verrà, ma frattanto....

«Frattanto?

«Io voglio prendere le mie precauzioni, ribattè il ministro».

Dietro di che scrisse a d’Artagnan di sollecitarsi a tornare.

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XIX

Ricreazioni del duca di Beaufort nella torre di Vincennes.

Il prigioniero che incuteva tanta paura al ministro, e i di cui quaranta mezzi di fuga turbavano il riposo di tutta la corte, non s’immaginava lo spavento che per cagion sua risentivasi nel palazzo reale.

Si vedeva sì ben custodito che aveva riconosciuta l’inutilità di ogni suo tentativo; tutta la sua vendetta consisteva nel mandare un diluvio d’imprecazioni ed ingiurie contro al Mazzarino. Si era pure provato a comporre qualche strofetta, e poi ci aveva rinunziato subito. Infatti il signor di Beaufort non ricevè dal cielo il dono di tesser versi, ed anche in prosa si esprimeva difficilmente: per lo che di lui diceva Blot, canzoniere dell’epoca:

Beaufort, de grande renommée, Qui sut ravitailler Paris, Doit toujours tirer son epée Sans jamais dire son avis.

S’il veut servir toute la France, Qu’il n’approche pas du barreau! Qu’il rengaine son éloquence Et tire son fer du fourreau.

Dans un combat, il brille, il tonne, On le redoute avec raison; Mais de la façon qu’il raisonne, On le prendrait pour un oisou.

Gaston, pour faire une harangue, Eprouve bien moins d’embarras; Pourquoi Beaufort n’a-t-il la langue? Pourquoi Gaston n’a-t-il le bras?[7].

Premesso questo, è da capirsi che il detenuto si limitasse ad ingiurie e imprecazioni.

Era il duca di Beaufort nepote di Enrico IV e di Gabriella d’Estrée, tanto buono, valoroso e fiero, e specialmente tanto guascone, quanto il suo avolo, ma molto meno letterato. Dopo essere stato per qualche tempo, alla morte del re Luigi XIII, favorito, uomo di confidenza, insomma il primo in corte, avea dovuto un giorno cedere il posto a Mazzarino e trovarsi secondo, e all’indomani avendo avuto il poco giudizio di crucciarsi per tale trasposizione e l’imprudenza di dirlo, la regina lo avea fatto arrestare e condurre a Vincennes da quello stesso Guitaut che noi vedemmo comparire sul principio di questa storia, e che avremo occasione d’incontrare di nuovo. Ben intesi la regina vuol dire Mazzarino. Non solo si erano sbarazzati così della sua persona e delle sue pretensioni, ma anche non si facevano più conti con lui, benchè fosse principe popolare, e da cinque anni egli abitava in una stanza pochissimo regia nella torre di Vincennes.

Codesto spazio di tempo, che avrebbe maturate le idee di qualunque altro, sul cervello del signor di Beaufort non produsse effetto alcuno. Infatti, un altro avrebbe riflettuto e qualmente s’ei non si fosse piccato ad urtare il ministro, a sprezzare i principi, ad andarsene solo senza altri seguaci (come dice il cardinale di Retz) che pochi malinconici con faccie da tristi cogitabondi, in cinque anni avrebbe ottenuto o la sua libertà o dei difensori. Probabilmente queste considerazioni non si presentarono tampoco alla mente del duca; la lunga sua detenzione non fece che consolidarlo maggiormente nello spirito di dispettosa ribellione, ed ogni giorno il ministro riceveva di lui tali notizie ch’erano a Sua Eccellenza oltremodo spiacevoli.

Il signor di Beaufort, dopo aver fatto fiasco in poesia, si era provato alla pittura. Disegnava col carbone la figura del ministro, e siccome la sua abilità men che mediocre nell’arte suddetta non gli permetteva di arrivare ad una grande somiglianza, così non volendo che rimanessero dubbi in quanto all’originale, egli scriveva sotto in italiano: Ritratto dell’illustrissimo facchino Mazzarino.

Il signor di Chavigny si recò a fare una vista al duca, e lo pregò di applicarsi ad altri passatempi, o almeno far ritratti senza la leggenda. Il giorno dopo la camera era piena di leggende e di ritratti. Il signor di Beaufort, secondo avviene però di tutti i prigionieri, faceva come i bambini che più si ostinano nelle cose più a loro proibite.

Il signor di Chavigny fu avvertito di questa nuova quantità di profili. Beaufort non abbastanza sicuro di sè per arrischiarsi alla testa di faccia, ne aveva provvista la sua stanza come una sala da esposizione. Questa volta il governatore non disse nulla, ma un giorno mentre il duca giuocava alla palla ci fece passare una spugna su tutti i disegni e dipingere la camera a guazzo.

Il signor di Beaufort ringraziò il Chavigny, che avea tanta bontà da ripulire e ridurre a nuovo i suoi cartoni, ed allora divise la camera in più compartimenti, dei quali dedicò ciascuno ad un tratto della vita del signor Mazzarino.

Il primo doveva rappresentare l’illustrissimo Mazzarino ricevendo un fiacco di bastonate dal Bentivogli di cui era stato servitore;

Il secondo, l’illustrissimo stesso, facendo la parte d’Ignazio nella tragedia del medesimo nome o titolo;

Il terzo, l’illustrissimo rubando il portafogli da primo ministro al signor di Chavigny che già si credeva di possederlo;

E finalmente il quarto, l’illustrissimo negando le lenzuola a Laporte cameriere di Luigi XIV, con dirgli che per un re di Francia era abbastanza mutare le lenzuola ad ogni trimestre.

Queste erano grandi composizioni, che di certo oltrepassavano la misura del talento del carcerato; ed infatti egli si era contentato di tracciare i quadri e porvi le iscrizioni.

Per altro le iscrizioni ed i quadri furono sufficienti a risvegliare gli scrupoli del signor di Chavigny, il quale fe’ prevenire il signor di Beaufort che se non rinunziava ai progettati ritratti ei gli toglierebbe tutti i mezzi di eseguirli. Il Beaufort rispose che poichè gli si levava il modo di acquistarsi rinomanza nelle armi voleva acquistarsela nella pittura, e non potendo essere un Bojardo o un Trivulzio intendeva diventare un Michelangiolo o un Raffaello.

Una mattina che il duca passeggiava nel cortile, gli fu tolto il fuoco, e col fuoco i carboni, e coi carboni la cenere, talchè quando tornò non trovò il più piccolo oggetto di cui servirsi a guisa di matita.

Il Beaufort gridò, strillò, bestemmiò, disse che si voleva farlo morire di freddo e di umidità come erano morti Puylaurens, il maresciallo Ornano e il gran priore di Vendome; al che gli fu risposto dal governatore, che qualora desse parola di abbandonare il disegno, o promettesse di non far pitture storiche, gli si renderebbe la legna e l’occorrente per accenderla. Egli non volle dare la parola, e rimase senza fuoco tutto il resto dell’inverno.

E di più, in un momento che il prigioniero era fuori furono raspate le iscrizioni, e la camera si ritrovò bianca e nuda senza il menomo segno dei di lui lavori.

Allora il signor di Beaufort comprò da uno de’ suoi guardiani un cane chiamato Pistacchio, dappoichè non v’era difficoltà che i carcerati avessero un cane. Il signor di Chavigny dette la sua autorizzazione per che il quadrupede cambiasse padrone. Il signor di Beaufort se ne stava delle ore intiere con quella bestia. Ognuno si figurava che in tali ore il detenuto attendesse all’educazione di Pistacchio, ma non si sapeva qual direzione a questa egli desse. Una volta, essendo ormai Pistacchio assai bene avvezzato, il Beaufort invitò il Chavigny e gli uffiziali di Vincennes ad una grande rappresentazione nella sua camera. Giunsero gl’invitati. La stanza era illuminata con quanti moccoli aveva il duca potuto procurarsi. Cominciarono gli esercizi.

Il signor di Beaufort, con un pezzo di gesso staccato dal muro, aveva segnata in mezzo all’appartamento una lunga riga bianca che rappresentava una corda. Pistacchio al primo comando si mise su quella linea, e si rizzò sulle zampe di dietro, e fra le zampe davanti tenendo uno scudiscio da sbattere gli abiti, principiò ad andare su per la riga con tutte le contorsioni che fanno i saltatori, poi restituita la mazza al padrone, ricominciò le medesime mosse senza equilibrio.

Grandi applausi si prodigarono all’intelligentissimo animale.

Dividevasi lo spettacolo in tre parti. Finita la prima, si passò alla seconda.

Bisognava innanzi a tutto dir quante ore erano.

Il signor di Chavigny mostrò il suo oriuolo a Pistacchio. Erano le sei e mezza.

Pistacchio alzò ed abbassò la zampa sei volte, ed alla settima restò con la zampa per aria. Non si poteva esser più chiari; un quadrante solare non avrebbe risposto di meglio: come ognuno sa il quadrante solare ha l’inconveniente di non accennare le ore se non se fino a tanto che risplende il sole.

Poi si doveva riconoscere fra tutta la comitiva quale fosse il miglior carceriere di tutte le prigioni di Francia.

Il cane fece tre volte il giro della stanza, e andò ad accucciarsi rispettosamente ai piedi del signor di Chavigny.

Il signor di Chavigny fece mostra di trovare graziosissima la celia, e ne rise un pochettino. Poi, finito ch’ebbe di ridere, si morse le labbra ed aggrottò le ciglia.

In ultimo il signor di Beaufort propose al cane la questione difficilissima, cioè, chi fosse il più gran ladro del mondo conosciuto.

Pistacchio andò attorno attorno, non si fermò vicino a nessuno, e corso all’uscio si mise a raspare brontolando.

«Vedete signori, disse il principe, l’interessante animale non trovando qui quei che io gli domando va fuori a cercarlo; ma non dubitate, non per questo sarete privi di risposta.»

E continuò:

«Pistacchio, qua!»

La bestia obbedì.

«Il più gran ladro del mondo conosciuto, fece il duca, è egli il segretario del re Le Camus, che venuto a Parigi con sei lire possiede adesso sei milioni?»

Il cane mosse la testa in atto negativo.

«È forse, proseguì il signor di Beaufort, il soprintendente d’Emery, che ha dato a suo figlio signor Thorè, nel dargli moglie, trecento mila lire di rendite, ed un palazzo a petto al quale le Tuileries è un tugurio, e il Louvre un bugigattolo?»

E il suddetto cane mosse la testa in atto negativo.

«Non è neppur quello? fece il principe, cerchiamo a modo: sarebbe egli per caso l’illustrissimo facchino Mazzarino di Piscina?»

Pistacchio ammiccò disperatamente di sì, rizzando ed abbassando la zucca otto o dieci volte di seguito.

«Signori! capite, disse il Beaufort agli astanti, che questa volta nemmeno osavano ridere un pochettino, l’illustrissimo facchino Mazzarino di Piscina è il più gran ladro del mondo conosciuto. Così almeno dice Pistacchio. Si passi ad un altro esercizio.»

E il duca di Beaufort profittando del silenzio onde produrre il programma della parte terza della serata, disse:

«Signori, tutti quanti vi rammenterete che il signor duca di Guise aveva insegnato a tutti i cani di Parigi a saltare per madamigella de Pons da lui proclamata la bella fra le belle; ebbene! quello era un nulla, giacchè quegli animali obbedivano macchinalmente, e non sapendo fare dissidenza (il Beaufort intendeva dire differenza) tra coloro per cui dovevano saltare e coloro per i quali no. Pistacchio vi mostrerà, egualmente che al signor governatore, com’egli sia superiore a’ suoi colleghi. Signor di Chavigny, abbiate la bontà d’imprestarmi la vostra canna d’India».

Il signor di Chavigny porse la canna richiestagli.

Il Beaufort la colloco orizzontalmente all’altezza di mezzo braccio.

«Pistacchio caro, disse poi, fatemi il piacere di saltare per madama di Montbazon».

Tutti dettero in uno scroscio di risa: era noto come nel punto in cui fu arrestato il Beaufort era amante palese della Montbazon.

E l’animale non fece difficoltà alcuna, e scavalcò allegramente di sopra alla mazza.

«Eh! osservò il Chavigny, mi pare che Pistacchio faccia per l’appunto quel che facevano i suoi colleghi quando balzavano per la de Pons.

«Aspettate! rispose il principe, Pistacchio, carino mio, saltate per la regina».

E alzò il bastone di cinque o sei polzate.

Il quadrupede balzò rispettosamente di sul bastone.

«Pistacchio, amor mio, continuò il duca tirando su la mazza di altri sei pollici, saltate per il re».

La bestia si slanciò, e ad onta dell’altezza schizzò sveltamente.

«E adesso, attenti! fece il duca abbassando il giunco sino a terra, Pistacchio, mio bello, salta per l’illustrissimo facchino Mazzarino».

Il cane voltò il preterito al giunco.

«Oh! che azioni sono codeste? gridò il Beaufort segnando un semicircolo dalla testa alla coda dell’animale, e presentandogli da capo la mazza, salta su, Pistacchio!»

Ma Pistacchio, come prima, girò in tondo e volse alla mazza il preterito.

Beaufort ripetè il movimento e la frase. Il cane impazientito si avventò addosso alla canna d’india, la levò di mano al principe e la ruppe coi denti.

Il signor di Beaufort gli tolse di bocca i due pezzi, e con tutta serietà li rese al signore di Chavigny, chiedendogli mille scuse, e dicendogli che il trattenimento era terminato, ma che se fra tre mesi si compiacesse intervenire ad una seduta consimile, Pistacchio avrebbe in allora imparato nuovi giuochi.

Dopo tre giorni Pistacchio era avvelenato.

Si cercò il reo, ma il reo (com’è da credere) rimase ignoto.

Il signor di Beaufort fece erigere una tomba col seguente epitaffio:

_Qui giace Pistacchio, uno dei cani più intelligenti che mai esisterono._

Su questo elogio non v’era che ridire, nè il signor di Chavigny potè proibirlo.

Ma allora il duca disse ben altamente che sul suo cane si era fatta la prova delle droghe che si dovevano adoprare per lui, e un giorno dopo pranzo si mise a letto gridando che aveva i dolori di corpo e che il Mazzarino lo aveva fatto avvelenare.

Questa burletta arrivò alle orecchie del ministro e gli mise gran paura. La torre di Vincennes era reputata malsana, e madama di Rambouillet aveva detto qualmente la stanza in cui erano morti Puylaurens, il maresciallo Ornano e il gran priore di Vendome valeva tanto arsenico quanto pesava, e codesto detto aveva fatto molto incontro. Ordinò quindi che il prigioniero non mangiasse più cosa alcuna senza farsi prima il saggio del vino e delle vivande, ed allora fu che il birro La Ramée gli fu posto vicino come assaggiatore.

Frattanto il signor di Chavigny non aveva perdonate al duca le impertinenze scontate dall’innocente Pistacchio. Era una creatura del defunto ministro, si diceva perfino che fosse suo figlio, e dunque doveva intendersi un bricciolino di tirannia. Si piccò a rendere i suoi tormenti al signor di Beaufort, gli levò quanti coltelli di ferro e forchette di argento gli erano stati lasciati per lo innanzi, e gli fece dare coltelli di argento e forchette di legno. Il Beaufort si lagnò, ma il Chavigny gli mandò a rispondere come aveva inteso appunto che il ministro avendo detto a madama di Vendome che suo figlio starebbe tutta la vita nella torre di Vincennes, aveva temuto che il prigioniero a sì trista notizia si portasse a qualche tentativo di suicidio. Dopo due settimane il signor di Beaufort trovò due file di alberi grossi quanto un dito mignolo schierati sulla via che conduce al giuoco del pallone, domandò che cosa fosse, e gli fu risposto ch’erano là per dargli dell’ombra in un certo giorno. Finalmente, una mattina venne da lui il giardiniere, e in apparenza di voler dargli nel genio gli annunziò che gli si pianterebbero degli sparagi. Come tutti sanno, gli sparagi che ora stanno quattro anni per nascere ne richiedevano cinque in quell’epoca in cui era meno perfezionata l’arte dell’ortaggio. E tale alto di gentilezza fece andare sulle furie il duca di Beaufort.

Quindi pensò esso esser tempo di ricorrere ad uno dei suoi quaranta mezzi, e cominciò dal più semplice, ch’era di corrompere la Ramée: ma la Ramée aveva comprata la sua carica per mille cinquecento scudi, e bramava di conservarsela; sicchè invece di secondare le vedute del detenuto andò correndo ad avvertire il signor di Chavigny, il quale mise tosto otto uomini nella camera stessa del duca, raddoppiò le sentinelle e triplicò i posti di guardia. Da quel momento il principe cominciò a camminare, come i re da teatro, con quattro uomini davanti e quattro dietro, senza contare quei che andavano in fila.

Sul principio il signor di Beaufort se la rise di molto di questa severità, che per lui diventava una distrazione. Ripetè quanto poteva, «la mi diverte, la mi svaria,» voleva dire mi svaga, ma secondo ci è noto e’ non diceva sempre ciò che avrebbe voluto. Poi aggiungeva: «E d’altronde, quando avrò idea di sottrarmi alle onoranze che mi fate, ho altri trentanove mezzi».

A lungo andare però la distrazione si convertì in noja. Per millanteria il signor di Beaufort la resse per sei mesi, alla fine dei quali, vedendo sempre otto uomini che sedevano quando egli sedeva, si alzavano quando egli si alzava, si fermavano quando ei si fermava, cominciò a far cipiglio ed a contare i giorni.

Questa nuova persecuzione cagionò un incremento all’odio contro al Mazzarino. Il principe bestemmiava da mattina a sera, e non parlava che di fare un ammorsellato di orecchie del ministro. Era cosa da fremere; il ministro informato di quanto succedeva a Vincennes, si calcava senza volere la berretta fin sul collo.

Un giorno il signor di Beaufort, radunò i guardiani, e ad onta della sua difficoltà di elocuzione passata già in proverbio, fece ad essi il seguente discorso, apparecchiato, ben è vero anticipatamente:

«Signori, e soffrirete che un nepote del buon re Enrico IV sia oppresso d’oltraggi e d’ignobilia? (intendeva dire ignominia) cappeterina! come diceva mio nonno, io ho quasi regnato in Parigi, sapete? per un’intera giornata ho avuto in custodia il re e monsieur. Allora la regina mi accarezzava e mi chiamava il più onest’uomo del regno. Signori borghesi, adesso mettetemi fuori, andrò diritto al Louvre, torcerò il collo al Mazzarino, voi sarete le mie guardie del corpo, vi farò tutti uffiziali e con buone pensioni. Cappiterina! avanti, marcia!»

Ma comunque si fosse patetica, l’eloquenza del nepote di Enrico IV, non commosse quei cuori di macigno; nessuno fece motto. E visto ciò, il signor di Beaufort disse loro ch’erano tutta canaglia, e se li fece nemici acerrimi.

Alcune fiate, quando il signor di Chavigny si portava a trovarlo, al che non mancava mai due o tre volte per settimana, il duca profittava del momento per minacciarlo.

«Che fareste, gli diceva, se un bel giorno vedeste comparire un’armata di Parigini ricoperti di ferro e carichi di schioppi venuti a liberarmi?

«Monsignore, rispondeva Chavigny al principe con una profonda riverenza, io ho sulle mura venti pezzi di artiglieria, e nelle casematte l’occorrente per tirar trentamila colpi di cannone, e ci lavorerei meglio che mi potessi.

«Sì, ma dopo che aveste fatti i trentamila spari, quelli piglierebbero la torre, ed io poi sarei costretto a lasciar che v’impiccassero, del che, per certo, sarei dolentissimo!»

Ed il principe salutava esso pure Chavigny con estrema cortesia.

«Ma io, monsignore, soggiungeva il Chavigny, al primo ribelle che passasse fuori dalle mie porte o ponesse i piedi sui miei bastioni, sarei obbligato con mio sommo rincrescimento ad ammazzarvi di mia propria mano, attesochè siete affidato a me in particolare e devo restituirvi o vivo o morto».

E riveriva di nuovo Sua Altezza.

«Sì, ribatteva il duca, ma siccome quelle brave genti non verrebbero qui che dopo aver data una buona impiccatura al signor Giulio Mazzarino, vi guardereste bene dal pormi addosso le mani, e mi lascereste vivere per paura di essere tirato da quattro cavalli, dai Parigini, lo che è più tristo ancora d’essere appiccato, non dubitate!»

Questi scherzi agrodolci andavano innanzi, dieci minuti, quindici, o venti al più, ma finivano sempre che Chavigny verso la porta gridava:

«Olà! la Ramée!»

Ed il chiamato accorreva.

«Ehi! gli diceva il signor di Chavigny, vi raccomando in particolar modo il signor di Beaufort, trattatelo con tutti i riguardi dovuti al suo nome ed al suo rango, e a tale effetto non lo perdete un momento di vista».

E poscia si ritirava, salutando il Beaufort con una cortesia cotanto ironica che faceva venire a questo la mosca al naso.

La Ramée, adunque, era diventato il commensale obbligato del principe, il suo sempiterno guardiano, l’ombra del di lui corpo; ma noi dobbiamo pur dirlo, la compagnia di la Ramée, buon gaudente, schietto camerata a tavola, bevitore riconosciuto, gran giuocatore, in sostanza buona creatura, e non avente per Beaufort se non un solo difetto, quello cioè di essere incorruttibile, si era cambiata pel duca da molestia in distrazione.

Pur troppo non succedeva altrettanto di la Ramée, e quantunque ei valutasse sino a un certo segno l’onore di star rinchiuso con un prigioniero di sì alta importanza, pure il piacere di vivere familiarmente col nepote di Enrico IV, non gli compensava quello che avrebbe provato ad andare di quando in quando a fare una visita alla sua famiglia. Uno può essere ottimo birro del re, e nel tempo stesso buon padre e buon marito.

E messer la Ramée adorava la moglie e i figliuoli, che ormai vedeva a mala pena di cima alla muraglia quando essi per procacciargli quella contentezza paterna e conjugale se ne venivano a passeggiare dall’altra parte dei fossi, ed assolutamente per lui questo era poco, ed egli capiva che il suo umore allegro, da lui considerato qual cagione della sua buona salute — non calcolando che probabilmente ne era ben anzi il risultato — non reggerebbe lungo tempo ad un simile metodo di vita.

E siffatta persuasione maggiormente si accrebbe nella sua mente allorchè poco a poco Beaufort e Chavigny sempre più inaspritisi, cessarono totalmente di frequentarsi. Allora la Ramée sentì più forte aggravarsi sul suo capo la responsabilità; e siccome giustamente, per le ragioni da noi quivi spiegate, ei cercava qualche sollievo, accolse premurosamente la proposizione fattagli dal suo amico l’intendente del maresciallo di Grammont di dargli un compagno, e tenutone subito proposito col signor di Chavigny, gli era stato da questo risposto non opporvisi in veruna maniera, con patto che peraltro il soggetto fosse di suo genio.

A noi sembra inutilissimo il dare ai nostri leggitori il ritratto fisico o morale di Grimaud: se essi, come noi speriamo, non hanno dimenticata del tutto la prima parte della presente opera[8] debbono aver serbato assai chiara ricordanza di quello stimabile individuo, in cui non era avvenuto altro cambiamento se non se di avere venti anni di più, il quale acquisto non aveva fatto che renderlo più taciturno che mai, ancorchè Athos dopo la variazione in lui succeduta gli avesse resa piena licenza di parlare.

Ma in quell’epoca Grimaud aveva già da dodici o quindici anni adottata l’abitudine di tacersi, ed un’abitudine di dodici o quindici anni è diventata una seconda natura.

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XX

Entra in funzioni Grimaud.

Sicchè Grimaud si presentò alla torre di Vincennes con l’esteriore suo favorevole. Il signor di Chavigny si piccava d’aver l’occhio infallibile, lo che potrebbe indurci ad opinare che realmente fosse figliuolo di Richelieu che aveva in eterno codesta pretensione: quindi esaminò attentamente il postulante, e congetturò che i sopraccigli accosti, le labbra sottili, il naso ricurvo e i grossi pomelli di Grimaud fossero indizi perfetti. Gli disse soltanto dodici parole, e Grimaud ne rispose quattro.

«Ecco, fece Chavigny, un giovanotto come si deve; andate a farvi accettare da la Ramée, dicendogli che fate ottimamente al caso mio».

Grimaud voltò le calcagna, e andò a passare sotto l’inspezione assai più rigorosa di la Ramée. Ciò che rendeva costui più difficile si era che Chavigny sapeva di potersi riposare su di lui, ed egli voleva poter riposarsi sopra Grimaud.

Aveva Grimaud per l’appunto le qualità capaci di dare nel genio ad un birro il qual desideri un sottobirro; dimodochè dopo mille interrogazioni che ottennero appena un quarto di risposta, la Ramée affascinato da quella sobrietà di parole si stropicciò le mani ed arruolò il Grimaud.

«Gli ordini? chiese quest’ultimo.

«Eccoli. Non lasciar mai solo il detenuto, levargli qualunque arnese pungente e tagliente, impedirgli di far de’ cenni alle genti di fuori e troppe ciarle co’ suoi guardiani.

«Non v’è altro?

«Niente altro pel momento. Nuove circostanze, se ve ne saranno, daranno luogo a nuove istruzioni.

«Bene» fece Grimaud.

Ed entrò dal duca di Beaufort.

Questi stava occupato a pettinarsi la barba. La barba, ei se la lasciava crescere, ugualmente che i capelli, per far dispetto a Mazzarino mostrando la sua miseria e alterando la sua trista figura. Però, essendogli sembrato, pochi giorni innanzi, di su dalla torre, di riconoscere in fondo ad una carrozza la bella Montbazon, la di cui memoria gli era tuttavia cara, non voleva essere per lei qual era per Mazzarino, e nella speranza di rivederla aveva chiesto un pettine di piombo, che gli era stato concesso.

Il Beaufort aveva domandato il pettine di piombo, perchè alla guisa di tutti i biondi egli era di pelo un po’ rossiccio, e pettinandoselo veniva a tingerlo più cupo.

Grimaud capitato colà adocchiò il suddetto pettine posato dal principe sul tavolino, e lo prese facendo una riverenza.

Il duca guardò attonito quella figura singolare.

La figura si mise in tasca il pettine.

«Ehi! olà! che roba è questa? gridò il duca, e chi è quel birbante?»

Grimaud non fiatò, ma fe’ un altro saluto.

«Sei tu mutolo?» esclamò il duca.

L’altro ammiccò di no.

«Dunque, chi sei? rispondi, te lo comando! disse il Beaufort.

«Guardiano, pronunziò Grimaud.

«Guardiano? strillò il principe, oh bene! non mancava altro alla mia raccolta che questo muso da forca!... Ehi! la Ramée! qua, qua gente!»

Venne la Ramée. Disgraziatamente pel duca, questo fidandosi di Grimaud stava in procinto di trasferirsi a Parigi; era già nel cortile, e tornò su malcontento.

«Che v’è egli, mio principe? domandò.

«Che mascalzone è quello che mi piglia il pettine e se lo mette nella sua saccoccia sporca?

«È una delle vostre guardie, monsignore, un giovane pien di merito, e che, ne sono certo, apprezzerete come facciamo il signor di Chavigny ed io.

«Perchè mi prende il pettine?

«Ma davvero, poi, disse la Ramée, perchè prendete il pettine di monsignore?»

Grimaud si cavò di tasca il pettine, ci passò sopra il dito, e guardando, e mostrando la zanna si limitò a profferire questa parola:

«Pungente.

«È vero! fece la Ramée.

«Che dice quella bestia? chiese il duca.

«Monsignore, dice che dal re vi è proibito qualunque arnese pungente.

«Ah! ribattè Beaufort, siete forse impazzito, la Ramée? se me lo deste voi stesso!

«E feci male, perchè nel darvelo, Altezza, contravvenni agli ordini».

Il principe guatò con collera Grimaud, che aveva restituito a la Ramée l’oggetto della questione, e borbottò:

«Prevedo che quel furfante mi darà noja assai!»

Infatti, in carcere non v’hanno sentimenti intermedj: uomini e cose, tutto vi è amico o nemico; s’ama e si odia qualche volta con ragione, ma più ancora per istinto. Ora, pel motivo semplicissimo che alla prima occhiata Grimaud era piaciuto a Chavigny e la Ramée, per questo, i suoi pregi di faccia al governatore ed al birro diventando difetti in faccia al prigioniero, ei dovea subito spiacere a Beaufort.

Bensì Grimaud non volle tosto al primo giorno romperla col detenuto: egli aveva bisogno non di una repugnanza repentina, ma di un odio bello e buono e tenace. Per lo che si ritirò, cedendo il posto a quattro custodi, i quali avendo fatto colazione potevano riassumere il loro servizio appresso al principe.

Il signor di Beaufort dal canto suo aveva da preparare una burla di cui faceva gran caso: aveva chiesto dei gamberi per la colazione dell’indomani, e divisava di occuparsi tutta la giornata a metter su una piccola forca, onde appiccare il più bello di tutti in mezzo alla stanza. Il color rosso che doveva dargli la cottura aumenterebbe l’illusione, e così egli godrebbe della soddisfazione d’impiccare Mazzarino in effigie, aspettando che fosse impiccato in realtà, senza però che alcuno potesse a lui rimproverare di aver giustiziato altro che un gambero.

Lavorò assiduo all’apparecchio dell’esecuzione. In carcere si rimbambisce, e il signor di Beaufort era di tal carattere da subire più di chiunque questo inconveniente. Andò a passeggiare al solito, strappò due o tre ramoscelli destinati ad aver parte nella sua scena buffonesca, dopo aver cercato di molto trovò un pezzo di bicchiere rotto (del che si mostrò contentissimo), e tornato in camera sfilacciò un fazzoletto.

Nessuno di questi atti sfuggì all’attenzione di Grimaud.

La mattina dipoi la forca fu pronta; e per poterla piantare in mezzo alla stanza il signor di Beaufort ne affilava una delle punte col suo pezzo di vetro.

La Ramée lo guardava con la curiosità di un padre che pensi di scoprire tra poco un nuovo balocco da dare a’ suoi figliuoli, ed i quattro custodi con quell’aria d’indolenza che formava in allora, come oggi pure, il carattere principale della fisonomia del soldato.

Quando entrò Grimaud, il duca aveva posato il pezzo di bicchiere; sebbene non avesse ancora terminato di assottigliare il piede del patibolo, aveva sospesa l’operazione per legare il refe alla punta opposta.

Il principe diede a Grimaud un’occhiata che manifestava qualche resto del mal umore della sera precedente, ma siccome gioiva anticipatamente del risultato che avrebbe la sua invenzione, così non gli badò più altrimenti.

Se non che quando ebbe finito di fare un nodo fisso ad una cima del filo ed all’altra un nodo scorridojo, quando ebbe dato uno sguardo al piatto di gamberi e scelto il più maestoso, si girò per andare a pigliare l’avanzo di bicchiere, e questo era sparito.

«Chi mi ha preso il vetro?» domandò il duca aggrottando le ciglia.

Grimaud ammiccò esser egli stesso.

«Come! tu? e perchè?

«Ma davvero, chiese la Ramée, perchè avete preso il vetro di Sua Altezza?»

Grimaud che aveva in mano il nuovo oggetto di contesa ci passò sopra il dito, e disse:

«Tagliente.

«È giusto, monsignore! fece la Ramée, capperi! che prezioso custode abbiamo acquistato!

«Signor Grimaud, disse Beaufort, per vostro bene vi scongiuro a badare di non trovarvi mai a portata della mia mano».

Grimaud fece una riverenza e si ritirò in fondo alla camera.

«Zitto, zitto, monsignore! seguitò la Ramée, datemi codesto palo, e ve lo affilerò col mio coltello.

«Voi? domandò il duca ridendo.

«Io, sì: non era questo che volevate?

«Certo... veh! così sarà più ridicola!... a voi, mio caro la Ramée».

Il birro, che non aveva capita l’esclamazione del principe, assottigliò con tutto garbo il piede del palo.

«Bravo! fece il Beaufort, adesso fatemi un buco in terra, intanto ch’io vo a prendere il paziente».

L’altro posò un ginocchio al suolo e fece la buca.

Frattanto il duca attaccò il gambero al refe.

Poi fissò il patibolo nel pavimento, dando in uno scroscio di risa.

Rise anche la Ramée, ma senza sapere di che; e le guardie vi si unirono in coro.

Grimaud fu il solo che non ridesse. Si avvicinò a la Ramée, e additandogli l’animaletto che girava in cima al filo, gli disse:

«Ministro.

«Appiccato da Sua Altezza duca di Beaufort! continuò il principe smascellandosi dalle risa, e da messer Jacopo Crisostomo la Ramée birro del re».

Il qual birro inorridito cacciò un urlo, si scagliò verso il palo, lo levò di terra, e lo ridusse a pezzetti, e questi buttò via dalla finestra. Ed altrettanto stava per fare del gambero, mentre era fuori di sè, ma Grimaud glielo prese di mano.

«Buono da mangiare», esso disse.

E se lo ripose in saccoccia.

Questa volta il duca si era divertito tanto che quasi perdonò a Grimaud la parte da lui fatta. Però, nel corso della giornata riflettè all’intenzione avutasi dal guardiano, e questa in fondo gli parve pessima, e sentì accrescersi in petto l’odio contro di lui.

Frattanto, con sommo dolore di la Ramée, la storia del gambero fece molto strepito nell’interno della torre ed anche fuori. Il signor di Chavigny, che in cuore aborriva il ministro, si diè premura di confidare l’aneddoto a due o tre amici, che subito lo divulgarono.

E ciò tenne allegro per due o tre giorni il signor di Beaufort.

Il duca aveva osservato fra’ suoi custodi un uomo di buon aspetto, e lo accarezzava tanto più quanto ad ogni istante aveva maggior rancore contro Grimaud. Una mattina, che aveva preso in disparte quell’uomo, ed era riuscito a parlargli qualche tempo da solo a solo, capitò Grimaud, esaminò quel che là succedeva, ed accostatosi rispettosamente ai due interlocutori pigliò per un braccio il guardiano.

«Che volete?» gli domandò brutalmente il duca.

Grimaud accompagnò il custode quattro passi in là, e gli disse:

«Andate».

Quegli obbedì.

«Oh! esclamò il principe, mi siete insopportabile, vi castigherò».

Grimaud s’inchinò ossequiosamente.

«Vi romperò le ossa!» gridò il principe esacerbato.

Grimaud ossequiosamente s’inchinò.

«Signore spione, continuò il duca, vi strozzerò con le mie mani!»

Grimaud salutò camminando all’indietro.

«E questo, non più tardi di adesso!» soggiunse il signor di Beaufort, che pensava esser meglio finirla subito.

E stese i due pugni verso Grimaud.

Grimaud si contentò di spinger fuori il guardiano e chiuder l’uscio.

Al tempo stesso sentì le mani del signor di Beaufort che gli si abbassavano sulle spalle come due tanaglie di ferro, ma in vece di chiamare o difendersi si limitò a portarsi lentamente l’indice a pari altezza delle labbra, ed a profferire a mezza voce sotto un graziosissimo sorriso:

«Zitto!»

Erano cose sì rare in Grimaud un gesto, un sorrisetto e una parola, che Sua Altezza si fermò in tronco, giunta al massimo grado di stupefazione.

Grimaud approfittò del momento per cavarsi dalla fodera della casacca un bel bigliettino con sigillo signoresco, a cui la lunga permanenza ne’ suoi abiti non aveva fatto perdere del tutto il buon odore, e senza pronunziare un accento lo porse al signor duca.

Il quale, vieppiù maravigliato, lasciò libero Grimaud, pigliò il biglietto, e riconosciutone il carattere, esclamò:

«Madama di Montbazon!»

Grimaud col capo ammiccò di sì.

Il principe lacerò sollecito la sopraccarta, si passò una mano sugli occhi, tant’era il bagliore che provava, e lesse quanto segue:

«Mio caro duca

«Potete fidarvi totalmente al bravo uomo che vi consegnerà il presente, essendo egli il domestico di un gentiluomo ch’è tutto nostro, e ce lo ha garantito come esperimentato mediante venti anni di costante fedeltà. Ha aderito ad entrare al servizio del vostro birro e rinchiudersi con voi a Vincennes, onde disporre e secondare la vostra fuga, della quale noi ci andiamo occupando.

«Si avvicina il momento della liberazione. Abbiate pazienza e coraggio, pensando che non ostante il tempo e la lontananza tutti gli amici vostri vi serbano ancora i sentimenti che per voi nudrivano.

Vostra affezionatissima

MARIA DE MONTBAZON.

P. S. Firmo per intiero, giacchè sarebbe troppa vanità il supporre che dopo cinque anni di assenza riconosceste le mie iniziali».

Per un poco il duca restò sbalordito. Quel che cercava da un quinquennio senza aver mai potuto trovarlo, cioè un servo, un ajuto, un amico, gli cadeva giù dal cielo in un botto allorchè meno se lo aspettava. Guardò Grimaud con istupore, e tornò a leggere da cima a fondo la lettera.

«Oh cara Maria!» balbettò dopo ch’ebbe finito, «dunque era dessa che avevo veduta in carrozza! come! pensa ancora a me dopo cinque anni di separazione! Questa, cospetto! è una costanza che non si vede se non nell’Astrea!»

Indi volgendosi a Grimaud:

«E tu, brav’uomo, gli domandò, acconsenti ad ajutarci?»

Quegli fe’ segno di sì.

«E venisti qui espressamente per questo?»

Ripetuto il medesimo cenno.

«Ed io che ti voleva strozzare!» esclamò il signor di Beaufort.

Grimaud sogghignava.

«Ma aspetta!» disse il principe.

E si frugò nel taschino.

«Aspetta! continuò, e rinnuovava la prova riuscita inutile la prima volta, non sarà detto che rimanga non premiato tanto zelo per un nepote di Enrico IV!».

I movimenti del duca di Beaufort indicavano le migliori intenzioni del mondo, ma una delle precauzioni prese a Vincennes erasi quella di non lasciargli danari.

Per lo che Grimaud ch’ebbe visto il rincrescimento del duca, si levò dalla saccoccia una borsa piena d’oro e la presentò a lui.

«Ecco, disse, quel che voi cercate».

Beaufort aprì la borsa per vuotarla nelle mani di Grimaud, ma questi scosse la testa e indietreggiando un poco, disse:

«Grazie, monsignore, sono pagato».

Passava il duca da una ad altra sorpresa. Porse la mano a Grimaud, costui gliela baciò rispettosamente. Grimaud aveva preso alquanto delle maniere alla grande di Athos.

«E adesso, domandò di Beaufort, che faremo?

«Monsignore, sono le undici antimeridiane; alle due chiedete di fare una partita alla palla con la Ramée e mandate due o tre palle per disopra ai bastioni.

«Ebbene? e poi?

«E poi, vi aggrapperete al muro, e griderete a un uomo che lavora nei fossi di rimandarvele.

«Capisco», rispose il principe.

Apparve somma soddisfazione in viso a Grimaud; il poco uso ch’ei faceva della favella gli rendeva difficile il conversare.

Egli fece un atto come per andarsene.

«Ma, seguitò il duca, non vuoi accettar nulla?

«Vorrei che Vostra Altezza mi facesse una promessa.

«E quale? di’ pure.

«Che quando scapperemo, io passi sempre e dappertutto il primo; giacchè se ripigliano Vostra Altezza, il maggior rischio per lei è di esser rimessa nella sua prigione, mentre a me, se mi acchiappano, il meno che possa succedere è di essere impiccato.

«È giusto, replicò il duca, e da gentiluomo sarà fatto come tu richiedi.

«Ora, proseguì Grimaud, non ho da domandarvi più altro che una cosa, monsignore, ed è di farmi l’onore di aborrirmi quanto prima.

«Procurerò», disse il duca.

Fu bussato.

Il principe si mise in tasca biglietto e borsa, e si gettò sul letto. Si sapeva esser quello il suo compenso nei momenti di noja. Grimaud andò ad aprire. Era la Ramée che veniva dalle stanze del ministro dov’era accaduta la scena già da noi narrata.

La Ramée diede intorno uno sguardo indagatore, e veduti sempre i medesimi sintomi di antipatia fra il prigioniero e il custode sorrise d’interna soddisfazione.

E poi disse a Grimaud:

«Bene, mio caro, benone. È stato parlato di voi dianzi in buon luogo, e spero che abbiate presto delle notizie che non vi spiaceranno».

Grimaud salutò in un modo che cercò di rendere grazioso, e si ritirò conforme soleva quando giungeva il suo superiore.

«Ebbene, monsignore! disse la Ramée con la sua risata grossolana, fate sempre muso al povero giovanotto?

«Ah! siete voi, la Ramée? rispose il duca, affè gli era tempo che veniste. Mi ero buttato sul letto, ed avevo voltato il viso verso il muro per non cedere alla tentazione di mantener la promessa con istrangolare quello scellerato di Grimaud.

«Dubito però assai, ribattè il birro, spiritosamente alludendo alla mutolezza del suo subalterno, che abbia dette a Vostra Altezza cose spiacevoli.

«Lo credo, per Diana! un mutolo d’Oriente! vi giuro ch’era tempo che veniste, ed avevo premura di rivedervi.

«Troppa bontà, monsignore, seguitò la Ramée sensibile al complimento.

«Sì, in coscienza, continuò il principe, oggi mi sento sì poco agile che non vi divertireste a guardarmi.

«Dunque faremo una partita alla palla, propose macchinalmente la Ramée.

«Se non v’incresce.

«Sono ai comandi di Vostra Altezza.

«Gli è, caro mio, che siete molto garbato, e vorrei rimanere eternamente a Vincennes per avere la soddisfazione di passare la mia vita con voi.

«Monsignore, io credo che non sarà colpa del ministro se non si compiono le vostre brame.

«Come, come? lo avete visto da poco in qua?

«Mi ha mandato a chiamare stamane.

«Davvero! per parlarvi di me?

«E di chi volete che mi parli? se siete propriamente il suo tormento, il suo incubo, monsignore!»

Il duca sogghignò amaramente.

«Ah! disse, se accettaste le mie offerte!

«Eh via! Altezza, si torna a discorrere di questo? ma ecco, non siete ragionevole!

«La Ramée, vi ho detto e vi ripeto, che farei la vostra fortuna.

«E con che cosa? appena usciate di carcere saranno confiscati i vostri beni.

«Appena io esca di carcere sarò padrone di Parigi.

«Zitto là! zitto! posso sentire cose simili, io? Bella conversazione da tenersi a un ufficiale regio! Comprendo, monsignore, che mi toccherà a cercare un secondo Grimaud!

«Animo, non ne parliamo più. Sicchè, fra te e il ministro si è tenuto proposito di me? La Ramée, un giorno ch’ei ti mandi a chiamare, dovresti indossare le mie vesti, io andrei in vece tua, lo strozzerei, e da gentiluomo! se tu esigessi questo patto, tornerei in prigione.

«Monsignore, mi accorgo che mi toccherà far venir qui Grimaud!

«Orsù, ho torto.... E che ti ha detto l’assassino?

«Monsignore, vi meno buona questa parola perchè fa rima con Mazzarino.... Che mi ha detto? di sorvegliarvi.

«E perchè sorvegliarmi? richiese inquieto il duca.

«Perchè un astrologo ha prognosticato che scappereste.

«Ah! un astrologo lo ha prognosticato! ripetè Beaufort quasi tremando.

«Eh sì, Dio buono! in parola d’onore, non sanno che diamine ideare per tormentare le genti come quegl’imbecilli di stregoni.

«E che hai risposto all’illustrissimo?

«Che se l’astrologo faceva del lunarj, lo consigliavo a non comprarli.

«Perchè?

«Perchè, per fuggire bisognava diventare un fringuello o uno scricciolo.

«E hai ragione pur troppo!... Andiamo a giuocare alla palla, la Ramée.

«Domando scusa a Vostra Altezza, ma occorre che mi conceda una mezz’ora.

«E perchè?

«Perchè il signor Mazzarino ha più superbia di voi, quantunque non sia di nascita tanto buona, e si è scordato d’invitarmi a colazione.

«Or bene, vuoi ch’io ti faccia portar da mangiare qui?

«No, no; avete da sapere che il pasticciere che stava dirimpetto al castello, e si chiamava maestro Marteau....

«Ebbene?

«Otto giorni sono vendè il suo negozio a un pasticciere di Parigi, al quale pare che i medici abbiano ordinata l’aria di campagna.

«E che m’importa?

«Un momento! talchè questo maledetto pasticciere ha davanti alla bottega un mucchio di robe che fanno venire l’acquolina alla bocca.

«Ghiottone!

«Eh! non siamo mica ghiottoni, rispose la Ramée, perchè si ha caro di mangiar bene. Sta nella natura dell’uomo di cercare la perfezione tanto nelle sfogliate come nelle altre cose. Ora quel manigoldo, quando mi ha visto fermare dinanzi la sua mostra, mi è venuto incontro con la lingua tutta infarinata, dicendo: — Signor la Ramée, mi avete da procurare per avventori i prigionieri della torre; ho comprato lo stabilimento dal mio predecessore, perchè mi assicurava che provvedeva il castello, eppure, sul mio onore, da otto giorni che son qua, il signor di Chavigny non ha fatto prendere da me un biscottino. — Ma, gli ho risposto, forse il signor di Chavigny avrà paura che le vostre paste non siano buone. — Che non sian buone! ecco, signor la Ramée, voglio farvene giudice, e ora subito. — Non posso, devo andare assolutamente alla torre. — Andate pei fatti vostri, giacchè avete premura, ma tornerete fra mezz’ora. — Fra mezz’ora? — Sì: avete fatto colazione? — No davvero. — Dunque, ecco un pasticcio che vi aspetterà, con una bottiglia di Borgogna vecchio.... — Sicchè, monsignore, capite ch’essendo a digiuno, bramerei con licenza di Vostra Altezza....»

E la Ramée fece un inchino.

«Va pure, imbecille! disse il duca, ma bada che ti do una sola mezz’ora.

«Posso promettere al Marteau che sarete suo avventore?

«Sì, purchè non cacci de’ funghi nei pasticci: tu sai che i funghi del bosco di Vincennes sono micidiali alla nostra famiglia».

La Ramée uscì senza por mente all’allusione, e dopo cinque minuti l’ufficiale di guardia entrò col pretesto di far onore al principe tenendogli compagnia, ma in realtà per eseguire gli ordini del ministro, il quale conforme ci è noto, raccomandava di non perdere di vista il prigioniero.

Ma il duca, nei cinque minuti ch’era stato solo, aveva avuto agio di rileggere il biglietto di madama di Montbazon, da cui gli rimaneva provato che gli amici non lo dimenticavano ed anzi si occupavano della sua liberazione; egli ignorava con qual modo, ma si proponeva di finire con far parlare Grimaud, in cui aveva tanto maggior fiducia, in quanto che ormai comprendeva tutta la sua condotta, e capiva non aver esso inventate le sue piccole persecuzioni contro di lui, se non per togliere a’ guardiani ogni sospetto d’intelligenza seco.

Tale astuzia diede al signor di Beaufort una ottima idea del giudizio di Grimaud, ed egli risolse di fidarsene interamente.

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XXI

Ciò che contenevasi ne’ pasticci del successore di maestro Marteau.

Mezz’ora dopo tornò la Ramée, svelto ed allegro come uno che abbia mangiato bene, e specialmente ben bevuto. Aveva trovato il pasticcio stupendo: e il vino delizioso.

Era bel tempo e da permettere la partita progettata. Il giuoco di palla di Vincennes era situato all’aria aperta, talchè al duca rimaneva facilissimo di eseguire quel che gli aveva raccomandato Grimaud, cioè di mandare le palle nei fossi.

Bensì fin che non furono le due il signor di Beaufort non cadde in questa svista, perchè quella era l’ora prefissa. E non ostante perdè sempre, e così gli fu dato d’incollerirsi, e fare, secondo succede in casi simili, uno sbaglio sull’altro.

Al tocco delle due le palle cominciarono a pigliar la via dei fossi, con grande soddisfazione di la Ramée, il quale segnava un quindici ad ogni fallo che faceva il principe.

Ed i falli furono tanti che presto mancarono le pillotte. La Ramée propose d’inviare qualcuno a ripescarle. Il duca giudiziosamente fece osservare che sarebbe tempo perduto, ed avvicinatosi al muro del bastione, che in quel punto, siccome diceva il birro, era alto per lo meno cinquanta piedi; vide un uomo che lavorava in uno dei molti giardinetti coltivati dai contadini sul di dietro del fossone.

«Ehi, galantuomo!» disse il duca.

Quegli alzò il capo, ed il principe ebbe a dare un urlo dalla sorpresa. L’uomo, il contadino, il giardiniere, era Rochefort, che il principe credeva alla Bastiglia.

«Eh! che c’è egli costassù? domandò Rochefort.

«Favorite rigettarci le nostre palle».

Il coltivatore fe’ un cenno con la testa e si mise a buttar le pillotte. La Ramée e le guardie le coglievano da terra. Una ne cadde ai piedi del duca. Esso che capì essere a lui destinata, se la pose in saccoccia.

E fatto un segno di ringraziamento al contadino, ritornò alla partita.

Ma il duca era assolutamente in una giornataccia, continuava a far falli anzichè mantenersi nei limiti; due o tre palle balzarono di nuovo giù, e rimasero perdute dacchè non v’era più il giardiniere che lo rinviasse. Poi il signor di Beaufort dichiarò che aveva persino vergogna del suo poco garbo e non voleva seguitare.

La Ramée era contentissimo di aver battuto così un principe del sangue.

Questi se n’andò in camera e si pose a letto. Vi stava quasi tutte le giornate intere dacchè gli si erano tolti i libri.

La Ramée prese i panni di Sua Altezza, col pretesto che erano carichi di polvere e li farebbe spazzolare, ma in realtà per esser certo che Sua Altezza non si movesse. Era un uomo cauto la Ramée!

Per buona sorte il signor di Beaufort aveva avuto tempo di rimpiattare la palla sotto il capezzale.

Ne strappò coi denti l’invoglia, perocchè non gli lasciavano alcun arnese tagliente: mangiava coi coltelli a lama d’argento flessibili, e che non tagliavano.

Sotto l’invoglia trovò una lettera ove erano scritte le seguenti parole:

«Monsignore

«I vostri amici invigilano, e si appressa l’ora della vostra liberazione. Domani l’altro chiedete di mangiare un pasticcio fatto dal nuovo pasticciere che ha acquistato il negozio dell’antico, e che è Noirmont in persona, il vostro maestro di casa; non lo aprite se non quando siete solo, e spero che sarete contento di ciò che vi è dentro.

«Servitore sempre devoto di Vostra Altezza alla Bastiglia come altrove.

«Conte di Rochefort».

PS. ««Vostra Altezza può fidarsi in tutto e per tutto di Grimaud; è pieno di intendimento, ed è tutto nostro».

Il duca di Beaufort, a cui era stato restituito il fuoco dacchè egli aveva rinunziato alla pittura, abbruciò la lettera conforme avea fatto con maggior rincrescimento di quella della Montbazon, e si disponeva ad abbruciare ancor la pillotta; ma riflettè che questa potrebbe essergli utilissima, per far pervenire a Rochefort la sua risposta.

Egli era ben custodito, giacchè al movimento ch’ei fece capitò immediatamente la Ramée.

«Monsignore, domandò questi, vi occorre qualche cosa?

«Avevo freddo, rispose il duca, ed attizzavo la fiamma per aver un po’ di caldo. Sapete pure che le stanze della torre di Vincennes sono rinomate assai per la freschezza. Vi si potrebbe conservare il ghiaccio, e vi si fa raccolta di salnitro. Quelle dove morirono Puylaurens, il maresciallo d’Ornano e il gran priore mio zio, valevano per codesto verso, secondo diceva madama di Rambouillet, tanto arsenico quanto pesavano».

Il signor di Beaufort tornò a coricarsi. La Ramée sorrise un pocolino. In fondo era un buon uomo, che aveva preso grande affetto al prigioniero e si sarebbe disperato se gli fosse avvenuta una disgrazia. E le disgrazie avvenute ai tre soggetti menzionati dal principe non ammettevano contrasto.

«Monsignore, ei rispose, non v’avete da abbandonare a queste idee; son queste che ammazzano, e non il salnitro.

«Eh mio caro! siete curioso! soggiunse il principe, se potessi come voi andare a mangiare i pasticcini e bere la Borgogna dal successore di Marteau, mi distrarrei.

«Fatto si è, replicò la Ramée, che la roba di quel negozio è ottima.

«In ogni caso, seguitò il duca, non ci vuol molto perchè la sua cucina e la sua cantina siano da meglio di quelle del signor di Chavigny.

«Eh! monsignore, fece l’altro, cadendo nel laccio, chi vi impedisce di assaggiarle? e poi, gli ho promesso di farvi essere suo ricorrente.

«Hai ragione: se debbo restar qui in perpetuo, conforme ha avuto la bontà di far intendere messer Mazzarino, bisogna ch’io mi crei una distrazione per la vecchiaja, conviene che mi faccia ghiottone.

«Date retta a un buon consiglio: per questo, non aspettate ad esser vecchio.

«Bene! borbottò da sè il signor di Beaufort, qualunque uomo, per poco che attentamente si consideri, sembra, Dio mi perdoni, avere a compagno uno dei sette peccati capitali, se non ne ha due, e par che quello di messer la Ramée sia la gola. Ne profitteremo».

Indi continuò:

«Ebbene, caro la Ramée, domani l’altro è festa.

«Sì, Altezza, è Pentecoste.

«Volete in quel giorno darmi una lezione?

«Di che?

«Di ghiottoneria.

«Volentieri.

«Ma lezione da solo a solo. Manderemo a desinare le guardie alla cucina del signor di Chavigny, e noi faremo qui una colazione di cui lascio la direzione a voi.

«Uhm!» mugolò la Ramée.

L’offerta era seducente; ma il nostro birro, per quanto avesse potuto pensar di lui svantaggiosamente il ministro, era un volpone che conosceva tutte le reti che può tendere un prigioniero: il signor di Beaufort, per quel che diceva, aveva preparati quaranta mezzi di uscir di carcere: quella colazione non celava qualche agguato?

Riflettè un momento; il resultato fu però che ordinerebbe egli stesso le vivande e il vino, ed in conseguenza a quelle nessuna polvere ed a questo nessun liquore sarebbe mescolato. Di ubbriacarlo poi il duca non poteva aver l’intenzione; anzi ei si mise a ridere all’immaginarlo: dopo di che gli venne un’idea atta a conciliar tutto.

Il signor di Beaufort aveva osservato il monologo interno di la Ramée con inquietudine, a misura che questa appariva anco dalla di lui fisonomia. Alla fine si rasserenò il viso del birro.

«Ebbene? domandò il principe, sta egli così?

«Sì, monsignore, con un patto.

«Cioè?

«Che Grimaud ci serva a tavola».

Non v’era cosa che meglio accomodasse al duca. Eppure ebbe tal capacità da assumere nel volto una grossa tinta di mal umore.

«Eh! al diavolo il vostro Grimaud! esclamò, mi guasterà la festa.

«Gli comanderò di starsene dietro a Vostra Altezza, e siccome ei non fiata nemmeno, Vostra Altezza non lo vedrà e non lo udrà, e, volendo, potrà figurarsi che sia lontano da lei le mille miglia.

«Caro mio, ribattè il principe, sapete che ci veggo chiaro, in tutto questo? che non vi fidate di me.

«Monsignore, doman l’altra è Pentecoste?

«E che m’importa della Pentecoste? ha da succedere un miracolo per ispalancarmi le porte della carcere?

«No, ma vi ho raccontato ciò che aveva predetto il maledetto stregone.

«E che mai?

«Che non passerebbe il giorno di Pentecoste senza che Vostra Altezza fosse fuori di prigione.

«Stupido! e credi agli stregoni?

«Io, me ne curo tanto come di questo! disse la Ramée, e fece schioccare insieme le dita, ma il signor Giulio se ne cura, e in qualità d’Italiano è superstizioso».

Il duca si strinse nelle spalle.

«Or via, rispose, fingendo la massima bonarietà, accetto Grimaud, perchè se no non si finirebbe più, ma non voglio altri che lui; voi v’incaricherete di tutto, voi disporrete il pasto a vostro talento. L’unico piatto che chiedo io si è uno dei pasticci de’ quali mi avete parlato. L’ordinerete per me, acciocchè il successore di maestro Marteau faccia portenti, e gli prometterete che mi avrà per avventore, non solo in tutto il tempo che ho da star in prigione, ma anche dal momento che ne sarò uscito.

«Dunque credete sempre di uscirne?

«Diamine! quando non fosse che alla morte del Mazzarino. Io ho quindici anni meno di lui.... È vero (aggiunse il principe sogghignando) che a Vincennes la vita va sollecita.

«Monsignore! monsignore!

«O sia che vi si muore più presto.... lo che in sostanza è lo stesso.

«Altezza, vado a ordinare la colazione.

«E vi pensate di fare qualche cosa del vostro discepolo?

«Spererei.

«Se vi dà tempo! borbottò di Beaufort.

«Che dice Vostra Altezza?

«La mia Altezza dice che non facciate risparmio con la borsa del signor ministro, il quale si è compiaciuto incaricarsi della nostra pensione».

La Ramée si fermò sulla porta.

«Monsignore, chi volete ch’io vi mandi?

«Chi vi pare, eccetto Grimaud.

«Dunque l’ufficiale delle guardie.

«Col suo giuoco di scacchi.

«Sì».

La Ramée se n’andò.

Indi a cinque minuti entrava l’uffiziale, e il duca sembrava assorto profondamente nei calcoli sublimi dello scaccomatto.

È cosa pur singolare il pensiero, e i cambiamenti che vi recano un cenno, una parola, una speranza! Da cinque anni il principe era in prigione, ed uno sguardo datosi all’indietro gli faceva parere quegli anni tanti, passati però ben lungamente, più brevi che i due giorni, le quarantott’ore, che ancor lo separavano dall’istante prefisso alla fuga.

Ed inoltre, quel che terribilmente l’occupava, era il modo onde si effettuerebbe la fuga. Gli si era data lusinga del resultato, ma celati i dettagli di quanto contener doveva il pasticcio misterioso. Quali amici lo attendevano? dopo un quinquennio di carcerazione aveva tuttavia degli amici? In tal caso era un principe veramente privilegiato.

Egli obliava che fra’ suoi amici (e codesto era anco più straordinario) una donna si era di lui ricordata. È vero che essa forse non gli era stata molto fedele, ma non lo aveva dimenticato, lo che era digià molto.

In tutto ciò esisteva materia più del bisogno a far riflettere il duca; e quindi accadde agli scacchi come alla palla, il signor di Beaufort fece uno sbaglio sull’altro, e l’ufficiale lo battè la sera conforme la mattina lo avea battuto la Ramée.

Però, le continue sconfitte aveano avuto il vantaggio di condurre il principe sino alle otto ore; erano tre ore acquistate, poi verrebbe la notte, e con essa il sonno.

Così almeno ei s’immaginava. Ma il sonno è una divinità assai capricciosa, ed appunto allorchè uno la invoca si fa aspettare. Il duca l’aspettò sino a mezzanotte voltandosi di qua e di là sulle materasse. Alla fine si addormentò.

Ma a giorno si destò. Si era fatti dei sogni stravaganti: gli erano cresciute le ali; allora naturalmente avea tentato involarsi; sul principio le ali lo sostenevano benone; arrivato bensì ad una certa altezza, quel singolare appoggio gli era mancato, si rompevano i vanni, ed a lui sembrava di ruzzolare in un abisso senza fondo. E così si destava con la fronte bagnata di sudore, e tutto tronco quasi avesse fatta realmente una caduta aerea.

Si riaddormentava per andar nuovamente errando in un labirinto di sogni uno più stolto dell’altro. Appena aveva chiusi gli occhi, la sua mente, intenta ad una sola meta, alla fuga, ricominciava a tentare la fuga. E allora era tutt’altro: si trovava un passaggio sotterraneo che doveva condurlo fuori di Vincennes; egli vi s’inoltrava, e Grimaud camminava innanzi a lui con una lanterna in mano; a poco a poco il passo diventava più stretto, eppure il duca continuava a andare avanti; poi il sotterraneo si faceva sì angusto ch’ei procurava invano d’ire più oltre; le muraglie si ristringevano, si assestavano una all’altra, egli faceva sforzi tremendi per proseguire, e non poteva.... E frattanto vedeva da lontano Grimaud colla lanterna che badava a camminare; voleva chiamarlo acciò lo ajutasse a togliersi da quel luogo ove si sentiva soffocare, e nemmeno gli riusciva di proferire un accento. Ed ecco all’estremità opposta a quella da cui era venuto, udiva correre quei che lo inseguivano, essi si avvicinavano, egli era scoperto, non gli rimaneva più speranza di scampo. Pareva che il muro fosse d’accordo coi suoi nemici, e lo incalzasse quanto più d’uopo egli aveva di scappare.... Indi udiva la voce di la Ramée.... lo vedeva in persona. La Ramée stendeva la mano, e questa mano gliela posava sulla spalla dando uno scroscio di risa.... Ed egli era ripreso, e menato nella stanza bassa ed a vôlta dov’erano morti il maresciallo Ornano, Puylaurens e suo zio. Stavano là le loro tre tombe, là sul terreno, ed era aperta una quarta fossa che attendeva un cadavere.

Sicchè il duca, quando si svegliò, fece tanti sforzi per mantenersi desto quanti ne aveva fatti per addormentarsi, e la Ramée, nell’entrare, lo trovò sì pallido e affaticato che gli domandò se era ammalato.

«Difatti, disse uno dei guardiani, il quale era rimasto in camera e non avea potuto riposare a motivo di un mal di denti prodottogli dall’umidità. Sua Altezza ha avuto una nottata agitatissima, e due o tre volte sognando ha chiamato ajuto.

«Che cos’ha Vostra Altezza? chiese la Ramée.

«Eh scimunito! sei tu, che con le tue cianciafruscole di fuga, jeri mi rompesti il capo, e sei causa ch’io abbia sognato che scappavo, e scappando mi rompevo il collo».

La Ramée rise come un matto.

«Vedete, monsignore, rispose, questo è un avvertimento del cielo; sicchè spero che non commetterete mai simili imprudenze altro che in sogno.

«E avete ragione, mio caro, disse il duca asciugandosi il sudore che tuttavia gli colava dalla fronte, non voglio più pensare che a mangiare e bere....

«Zitto!» fece la Ramée.

Ed allontanò uno ad uno i guardiani con frivoli pretesti.

«Ebbene? domandò il principe quando furono soli.

«È ordinato il pasto.

«Ah! e di che si compone? sentiamo, mio signor maggiordomo.

«Monsignore, avete promesso di rapportarvi a me.

«E vi sarà il pasticcio?

«Lo credo! e grosso come una torre.

«Fatto dal successore di mastro Marteau?

«Per l’appunto.

«Gli hai detto ch’è per me?

«Glie l’ho detto.

«E ha risposto?....

«Che farà meglio che potrà per contentare Vostra Altezza.

«Alla buon’ora! esclamò il duca stropicciandosi le mani.

«Corbezzole! seguitò la Ramée, come vi principiate a far ghiotto, monsignore! non vi ho mai veduto in viso tanto allegro da cinque anni in qua».

Il principe comprese non aver saputo frenarsi abbastanza. Ma, nel momento, come se egli avesse ascoltato alla porta e conosciuta urgente una distrazione alle idee di la Ramée, capitò Grimaud ed accennò a quest’ultimo che avea da dirgli qualcosa.

La Ramée si accostò a Grimaud, il quale gli parlò pian piano.

Intanto il signor di Beaufort si rimise a sesto.

«Ho già proibito a costui, egli disse, di presentarsi qui senza mia licenza!

«Altezza, convien perdonarglielo, giacchè son’io che l’ho fatto chiamare.

«E perchè, mentre sapete che mi spiace?

«Rammentatevi, monsignore, quel che si è fissato, che deve servirci al famoso pasto; Vostra Altezza si è scordata del pasto?

«No, ma mi ero scordato di Grimaud.

«Sapete pure, monsignore, che senza di lui non si va a tavola.

«Ebbene, fate a modo vostro.

«Avvicinatevi, giovanotto, disse la Ramée, e state a sentire quel che vi dico».

Grimaud si appressò con la cera più burbera che potesse.

L’altro continuò:

«Monsignore mi fa l’onore d’invitarmi a cena per domani da solo a solo».

Grimaud fece un atto che significava non capire egli in che lo risguardasse una tal cosa.

«Sicuro, sicuro; anzi vi riguarda, poichè avrete l’onore di servirci, senza contare che per quanto abbiamo buon appetito e gran sete, resterà un po’ di roba in fondo ai piatti e alle bottiglie, e quella sarà per voi».

Grimaud s’inchinò in segno di ringraziamento.

«E adesso, monsignore, proseguì la Ramée, chiedo licenza a Vostra Altezza: pare che il signor di Chavigny debba assentarsi per alcuni giorni, e avanti di partire mi avvisa che ha da darmi degli ordini».

Il duca procurò di ricambiare uno sguardo con Grimaud, ma l’occhio di questo era senza sguardo.

«Andate, rispose il principe al birro; e tornate al più presto.

«Monsignore, volete forse la rivincita della partita di jeri alla palla?»

Grimaud fece col capo un cenno impercettibile di su a giù.

«Sì; replicò il signor di Beaufort, ma badate, la Ramée, non tutte le giornate sono eguali, ed oggi io son deciso di battervi ben bene».

La Ramée uscì. Grimaud lo seguì cogli occhi senza che il rimanente del suo corpo scartasse di una linea. Quando vide chiusa la porta si levò sollecito di tasca un lapis e un pezzo di carta, e disse:

«Monsignore, scrivete.

«E che ho da scrivere?»

Grimaud fece un segno col dito, e poi dettò:

«Tutto è pronto per domani sera; state in guardia dalle sette alle nove ore; abbiate allestiti due cavalli; scenderemo dalla prima finestra della galleria».

«E poi? domandò il duca.

«E poi? riprese Grimaud attonito, firmate.

«Niente altro?

«E che volete di più, Altezza?» ribattè Grimaud partigiano del più rigido laconismo.

Il principe firmò.

«Adesso, soggiunse l’altro, monsignore, avete perduta la palla?

«E quale?

«Quella che conteneva la lettera.

«No; ho pensato che ci potrebbe essere utile: eccola».

Difatti di Beaufort, togliendola di sotto al capezzale, la porgeva a Grimaud.

Questi sorrise nel modo più grazioso che stesse in lui.

«E ora? chiese il duca.

«Ora ricucirò il foglio nella pillotta, e voi, giuocando, mandate questa nel fosso.

«Ma forse si perderà!

«Non dubitate, vi sarà qualcuno a raccoglierla.

«Un giardiniere?»

Grimaud ammiccò di sì.

«Lo stesso di jeri?»

Uguale specie di affermazione.

«Dunque il conte di Rochefort?»

Tre atti di Grimaud esprimenti di sì.

«Orsù, almeno dammi qualche dettaglio sulla maniera in cui dobbiamo fuggire.

«Mi è proibito prima del momento dell’esecuzione.

«Chi sono quelli che mi attenderanno dall’altra parte del fosso?

«Non lo so.

«Ma dimmi almeno che cosa conterrà il famoso pasticcio, se non vuoi ch’io impazzisca.

«Conterrà due pugnali, una fune annodata, e una pera d’angoscia[9].

«Bene! capisco.

«Vostra Altezza vede che ve ne sarà per tutti.

«Prenderemo per noi i pugnali e la fune, aggiunse il principe.

«E faremo mangiar la pera a la Ramée, rispose Grimaud.

«Mio caro Grimaud, replicò il signor di Beaufort, tu non parli spesso, ma quando parli, convien renderti giustizia, dici parole d’oro!»

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XXII

Un’avventura di Maria Pichon.

Verso la stessa epoca in cui si tramavano quei progetti di fuga infra ’l duca di Beaufort e Grimaud, due uomini a cavallo, seguìti a poca distanza da un lacchè, entravano in Parigi pella via del sobborgo San Marcello. Erano il conte di la Fère ed il visconte di Bragelonne.

Era quella la prima volta che il giovinetto veniva a Parigi, ed Athos non aveva fatto figurare di molto la capitale, sua antica amica, mostrandogliela da quella parte: che di certo l’infimo villaggio della Touraine era più gradito alla vista che non fosse Parigi preso dal lato per cui dà inverso Blois. E quindi n’è duopo il dirlo, a vergogna della tanto vantata città, essa non produsse sul garzoncello che un effetto mediocre.

Athos si manteneva nel suo aspetto sereno e non curante.

Arrivato a San Medard, egli, che nel grande laberinto faceva da guida al suo compagno di viaggio, pigliò dalla strada delle poste, indi da quella delle Estrapade, e dopo dai fossi di San Michele, e in seguito di Vaugirard. Giunti nella via Feron, entrambi vi s’inoltrarono. Verso la metà di questa, Athos, alzando gli occhi sorridendo, ed accennando al ragazzo una casa di media apparenza, gli disse:

«Ecco una casa, o Raolo, dove ho passati i sette anni più dolci eppur più crudi della mia vita».

Raolo sorrise anch’esso e salutò la dimora. La di lui pietà pel suo protettore si manifestava in qualunque atto della sua esistenza.

In quanto ad Athos, conforme già avvertimmo, Raolo era per lui, non solamente il centro, ma anche (meno le vecchie rimembranze del reggimento) l’unico oggetto d’ogni suo affetto, e ciascuno comprende in qual modo e tenero e profondo poteva amare questa volta il cuore di Athos.

I due viaggiatori si fermarono in via del Vecchio Colombajo, all’insegna della Volpe verde. Athos conosceva da lunga pezza quella taverna; v’era stato cento volte con gli amici, ma da venti anni erano accaduti molti cambiamenti nell’albergo, principiando dalla padrona.

I forestieri consegnarono i palafreni ai garzoni, e siccome quegli erano animali di razza nobile, raccomandarono di averne somma cura, e che ad essi non si desse altro che paglia e avena, e si lavasse loro il petto e le gambe con del vino tepido. Avevano fatte venti leghe nella giornata! Indi, occupatisi in primo luogo dei corsieri, come debbono fare i veri cavalieri, chiesero eglino per sè due camere.

«Ora vi vestirete meglio, Raolo, disse Athos; vi presenterò a qualcuno.

«Oggi! fece il giovanetto.

«Tra mezz’ora».

Raolo s’inchinò.

Forse meno instancabile di Athos, il qual pareva di ferro, egli avrebbe preferito un bagno in quel fiume Senna, di cui aveva inteso a parlar tanto, e ch’era persuaso di trovare inferiore alla Loira ed al suo letto; ma il conte de la Fère aveva favellato, ed egli non pensò che ad obbedire.

«Appunto, disse Athos, adornatevi bene; vuo’ che vi trovino bello.

«Signore, rispose il ragazzo, spero che non si tratti già di matrimonio; conoscete gli impegni miei con Luigia.

«No, no, benchè io vi voglia presentare ad una donna.

«A una donna?

«Sì, ed anche desidero che la amiate».

Raolo guardò il conte con una tal quale inquietudine, ma visto ch’esso sorrideva si fu presto acquietato.

«E quanti anni ha ella? richiese il visconte di Bragelonne.

«Caro mio, replicò Athos, sappiate una volta per sempre che codesta è una domanda da non farsi mai; quando potete scorgere sul viso di una donna la sua età è inutile ricercargliela; quando non potete più, è imprudenza.

«Ed è bella?

«Sedici anni fa passava non solo per la più leggiadra, ma anco per la più graziosa che fosse in tutta la Francia».

Questa risposta tranquillizzò il visconte. Athos non doveva avere progetto alcuno su di lui e sopra una femmina reputata la più leggiadra e graziosa della Francia un anno prima ch’ei venisse al mondo.

Si ritirò dunque nella sua camera, e con quella vanità che si addice alla gioventù, si applicò a seguire le istruzioni di Athos, cioè a farsi più bello che potesse. E ciò ben gli era facile con quanto aveva già a tal effetto disposto la natura.

Allorchè ei ricomparve, Athos lo accolse con quel sorriso paterno col quale in addietro aveva ricevuto d’Artagnan, ma che per Raolo portava in sè una maggior tenerezza.

Volse lo sguardo a’ suoi piedi, alle sue mani e a’ suoi capelli, tre segni che indicavano la razza. I capelli neri erano scompartiti come usavano in quell’epoca e ricadevano inanellati a contornargli il volto piuttosto pallidetto; guanti di pelle grigia, e che combinavano col colore del cappello, mostravano la vaga forma della mano sottile ed elegante, mentre gli stivali del color medesimo che i guanti ed il cappello stringevano due piedi che parevano di un fanciullo di dieci anni.

«Eh via! disse Athos, se non va superba di lui, conviene che sia pur difficile»

Erano le tre pomeridiane, cioè l’ora opportuna per le visite. I due s’incamminarono dalla via di Grenelle, presero da quella de’ Rosaj, entrarono nell’altra di San Domenico, e si fermarono davanti ad un magnifico palazzo, situato dirimpetto ai Giacobini avente in cima le armi di Luynes.

«È qui» disse Athos.

Entrò nel palazzo col portamento deciso che accenna al guarda-portone come quegli che arriva abbia diritto di agire così. Salì la gradinata, e domandò ad un lacchè, che aspettava in gran livrea, se la signora duchessa di Chevreuse era visibile e poteva ricevere il conte di la Fère.

Indi a un momento il servo ritornò dicendo che quantunque la duchessa di Chevreuse non avesse l’onore di conoscere il signor conte pur lo pregava di passare.

Athos andò col domestico, e questo gli fece traversare una lunga fila di stanze, e si ristette al fine dinanzi ad un usciale chiuso. Athos accennò al visconte che si trattenesse là fuori nel salotto.

Il lacchè avendo aperto annunziò il signor conte di La Fère. Madama di Chevreuse, di cui fu parlato sovente nella storia dei Tre moschettieri senza però che mai si desse occasione di poterla conoscere, era tuttora reputata una bellissima donna.

Difatti, benchè in quel tempo avesse digià quarantaquattro o quarantacinque anni, ne mostrava appena trentotto o trentanove; possedeva tuttavia i bei capelli biondi, gli occhi grandi e vivaci che tanto spesso aveva aperti il raggiro e socchiusi l’amore e il personale da ninfa, il quale faceva sì che a mirarla per dietro paresse ancora la stessa fanciulletta che insieme con Anna saltava di sul famoso fosso delle Tuilerie che nel 1623 privò d’un erede la corona di Francia.

Del rimanente, ell’era sempre la medesima pazza creatura che diede a’ suoi amori un tal carattere di originalità da far che questi diventassero una sorta d’illustrazione pella sua famiglia.

Stava in un piccolo gabinetto che dava con la finestra sul giardino. Secondo la moda messa su da madama di Rambouillet nel fabbricare il suo palazzo, il parato era tutto di una specie di damasco cilestro a fiori color di rosa e foglie d’oro. Grande atto di civetteria era pure in una femmina dell’età della Chevreuse lo starsene in un simil gabinetto, e soprattutto nella positura in cui si teneva in quel momento, cioè distesa in un seggiolone bislungo, con la testa appoggiata alla tappezzeria.

Aveva in mano un libro mezz’aperto, e poi un cuscino per reggere il braccio che sosteneva il libro.

All’annunzio del lacchè sollevò un poco il capo e lo avanzò curiosetta.

Comparve Athos.

Era vestito di velluto violetto con guarnizione di passamani consimili; gli aghetti erano di argento ben brunito, sul suo manto non vi era alcun ricamo d’oro, ed una semplice piuma paonazza gli avvolgeva il cappello nero.

Ai piedi aveva gli stivali di cuojo nero, e al cinturino inverniciato gli pendeva quella spada dalla magnifica impugnatura che tante volte Porthos ammirò in via di Feron, ma che Athos non volle mai imprestargli. Di superbe trine si formava il collo della camicia, e trine eguali ricadevano sulle rivolte degli stivali.

Nell’individuo annunziato a madama di Chevreuse sotto nome al tutto ignoto esisteva un tale aspetto di gran gentiluomo, ch’essa si alzò un pocolino sulla vita ad accennargli graziosamente che prendesse una sedia a lei vicina.

Athos s’inchinò ed obbedì. Il lacchè andava per ritirarsi, ed egli con un segno lo trattenne.

«Signora, disse alla duchessa, ho avuto l’audacia di presentarmi nel vostro palazzo senza essere da voi conosciuto; ben mi è riuscito, poichè vi degnaste ricevermi, e ardisco poi domandarvi una mezz’ora di colloquio.

«Ve lo concedo, signore, rispose la duchessa col più gentile dei suoi sorrisi.

«Ma ciò non basta, madama. Oh! sono un grande ambizioso! lo so; chiedo un colloquio a testa a testa, e bramerei caldamente non essere interrotto.

«Andate, ordinò al servo la signora, io non ci sono per alcuno».

E il domestico uscì.

Fuvvi breve silenzio, durante il quale quei due soggetti che scambievolmente si riconoscevano per personaggi di altissima schiatta, si esaminarono senza provare confusione veruna.

Fu la prima a parlare la duchessa.

«Ebbene, signore, disse con sommo garbo, non vedete che attendo con impazienza?

«Ed io, madama, rispose Athos, guardo con ammirazione.

«Dovete scusarmi, soggiunse la signora, se sono ansiosa di sapere con chi discorro. Voi siete un uomo di alto rango, non v’ha dubbio, eppure mai non vi vidi in corte. Venite forse dalla Bastiglia?

«No, replicò il conte sogghignando, ma forse sono sulla via che ivi conduce.

«In tal caso ditemi presto chi siete, e poi andatevene, soggiunse la dama con quel modo brioso che aveva in lei tanto pregio.

«Chi sono, signora? vi fu detto il mio nome: conte di la Fère. Questo nome non vi fu noto giammai. In passato io ne aveva un altro, che probabilmente sapeste, ma che di certo avete obbliato.

«Ditelo pure, non ostante.

«Prima io mi chiamava Athos».

La signora di Chevreuse, maravigliando, spalancò gli occhi. Era evidente, secondo le diceva il conte, che quel nome non fosse del tutto cancellato dalla sua memoria, ancorchè vi stesse confuso fra altre ricordanze.

«Athos?... ella fece...., aspettate....»

E si pose ambe le mani su la fronte, come per ritenere le mille idee fugaci che vi stavano rinchiuse a fissarsi un momento onde lasciarle discernere chiaro nella lor turba brillantissima.

«Volete ch’io vi ajuti, madama? seguitò Athos sorridendo.

«Oh! disse la duchessa digià stanca di cercare, mi farete piacere.

«Quell’Athos era in istretta relazione con tre giovani moschettieri che si chiamavano d’Artagnan, Porthos ed....

«Ed Aramis! finì con impeto la signora, perocchè Athos si era soffermato.

«Aramis appunto, questi confermò: non vi siete dunque dimenticata affatto di quel nome?

«No, no.... povero Aramis! era un amabile gentiluomo, elegante, prudente, e che faceva dei bei versi; credo che non abbia fatto buon fine.

«Si fece abate.

«Ohimè! peccato! ribattè la Chevreuse muovendo con indolenza il ventaglio. Davvero, signor mio, vi ringrazio.

«Di che, madama?

«D’avermi riprodotta quella rimembranza, ch’è una delle più piacevoli di mia gioventù.

«E allora, mi permettete di rendervene presente anche un’altra?

«Che a quella va congiunta?

«Forse sì, forse no.

«Oh! dite pure. Con un uomo come voi, mi arrischio a tutto».

Athos s’inchinò.

«Aramis, esso proseguì, era in istretti rapporti con una giovane merciaja di Tours.

«Merciaja di Tours?

«Sì, sua cugina, che si chiamava Maria Michon.

«Ah! la conosco! esclamò la duchessa, è quella a cui egli scriveva dall’assedio di la Rochelle onde avvertirla di un complotto che si tramava contro al povero Buckingham.

«Precisamente. Mi concedete di favellarvi di lei?»

La dama fissò in volto Athos.

«Sì, rispose, purchè non ne diciate molto male.

«Sarei un ingrato, ed io considero l’ingratitudine, non come difetto o delitto, ma come vizio, lo che è di peggio.

«Voi ingrato verso Maria Michon? domandò la signora di Chevreuse, procurando di leggere negli occhi di Athos. E come mai potrebbe essere? non la conosceste già personalmente.

«Chi sa, madama! v’è un proverbio popolare il quale dice che solo le montagne non s’incontrano; e i proverbi popolari sono talvolta estremamente giusti.

«Oh! continuate, signore! fece con calore la duchessa, non vi potete figurare quanto mi diverta questa conversazione.

«Voi m’incoraggite, ed io seguiterò. Quella cugina di Aramis, Maria Michon, la merciaja, ad onta della sua volgare condizione, aveva le più elevate conoscenze; chiamava sue amiche le primarie dame della corte, e la regina, benchè superba, diceva a lei sorella.

«Ahimè! interruppe la Chevreuse con un leggierissimo sospiro e col piccolo moto del ciglio che era proprio di lei sola, da quel tempo le cose sono cambiate di molto!

«E la regina aveva ragione, tirò innanzi Athos, giacchè essa le era al sommo affezionata e devota; devota a segno da servirle di mediatrice col suo fratello re di Spagna.

«Il che, ripigliò la duchessa, oggi le si ascrive a gran delitto.

«A tal punto, rispose Athos, che il ministro, il vero ministro, l’altro, una mattina risolse di far arrestare la misera Maria Michon e condurla al castello di Loches. Per fortuna ciò non potè eseguirsi tanto segretamente che non ne traspirasse qualcosa; il caso era preveduto: se a Maria sovrastasse qualche pericolo, la regina dovea farle pervenire un libro di orazioni rilegato di velluto verde.

«Giusto così! siete bene informato.

«Una mattina arrivò il libro verde recato dal principe di Marsillac. Non v’era tempo da perdere. Per buona sorte Maria Michon ed una sua serva, una certa Ketty, portavano egregiamente il vestimento da uomo. Il principe procacciò a Maria un abito da cavaliere, a Ketty uno da lacchè, diede loro due ottimi cavalli, e le due fuggiasche abbandonarono prestamente Tours, avviandosi inverso Spagna, tremando al minimo rumore, pigliando strade indirette perchè non osavano battere le strade maestre, e chiedendo ospitalità quando non trovavano alberghi.

«Ma davvero, fu propriamente a questo modo! gridò la Chevreuse battendo le mani, sarebbe curiosa....»

E si tacque di botto.

«Ch’io seguitassi le due raminghe sino al termine del loro viaggio? disse Athos. No, madama, non abuserò in tal guisa del vostro tempo, e noi non le accompagneremo se non se ad un piccolo villaggio del Limosino situato fra Tulle e Angouleme, e che ha nome di Roche-l’Abeille».

La duchessa diede un grido di sorpresa, e mirò in faccia Athos in cotal atto di stupore che fece sorridere l’antico moschettiere.

«Aspettate, signora, questi continuò, giacchè ciò che ho da dirvi è assai più strano di quel che vi ho detto.

«Eh! replicò la Chevreuse, ormai vi tengo per uno stregone, e da voi mi attendo a tutto.... ma basta.... andate pure innanzi.

«La giornata era stata lunga e faticosa; faceva freddo, era il dì 11 ottobre. Il villaggio non presentava nè locanda, nè palazzo, le case dei contadini erano povere e sporche. Maria Michon era una persona molto aristocratica; come la regina sua sorella, era essa avvezza a odori delicati e biancheria fine.... sicchè si decise a dimandare ospitalità al presbiterio».

Athos fece una breve pausa.

«Ah! seguitate, disse la duchessa, vi ho prevenuto che mi aspettavo a qualunque cosa.

«I due viaggiatori bussarono alla porta. Era tardi; il prete, coricato[10], gridò loro ch’entrassero, ed entrarono mentre la porta non era chiusa. Nelle campagne esiste grandissima fiducia. Stava accesa una lucerna nella camera. Maria Michon, che pareva il più grazioso cavaliere del mondo, spinse l’usciale, avanzò la testa, e chiese ospitalità.

« — Volentieri, mio giovane signore, rispose il padrone del luogo, se volete adattarvi agli avanzi della mia cena ed a metà della mia camera.... —

«Le due viaggiatrici si consultarono un momento; quegli udì che ridevano forte, e indi il padrone, o anzi la padrona, replicò:

« — Grazie, signore, accetto.

« — Dunque cenate, questo soggiunse, e fate meno chiasso che potete, perchè ancor io ho camminato tutto il giorno e non m’increscerebbe di riposare stanotte».

Madama di Chevreuse passava da sorpresa a meraviglia, e da meraviglia a stupefazione; osservava Athos in un modo che non sapremmo definire: si scorgeva che avrebbe bramato di parlare, eppur si taceva per timore di perdere una parola del suo interlocutore.

«E poi? essa disse.

«E poi? fece Athos, ah! qui sta il difficile!

«Dite, dite, dite! a me si può dir tutto.... e d’altronde io non ci ho che fare, è cosa che riguarda Maria Michon.

«Oh! questo è giusto; seguitò Athos. Or bene, Maria Michon mangiò insieme con la sua serva, e dopo, secondo il permesso datole tornò nella stanza dove riposava il suo albergatore, intanto che Kelly si sdrajava sopra una poltrona nell’altra dov’erasi fatto il loro piccolo pasto.

«In coscienza, riprese la duchessa, ammenochè voi siate il demonio in persona, non so come possiate conoscere tutti codesti dettagli.

«Era una cara donnetta, la Maria Michon, continuò Athos, una di quelle pazzarelle a cui passano sempre per la mente le idee le più singolari, uno di quegli esseri nati espressamente per mandarci in dannazione quanti siamo. E pensando che quegli che a lei dava ricovero era un abate, saltò in capo alla bricconcella che sarebbe stata una delle più allegre memorie per la sua vecchiaja (ella ne aveva digià parecchie altre) di fare anche a lui una burla.

«Conte! interruppe la signora di Chevreuse, in parola d’onore, voi mi spaventate.

«Ahimè! disse Athos, il povero galantuomo non era un Sant’Ambrogio, e lo ripeto, Maria Michon era una creatura adorabile.

«Signore! esclamò la duchessa afferrandogli ambe le mani, spiegatemi subito come sapete tutto questo, o che fo venire dal convento dei vecchi Agostini uno che vi esorcizzi».

Athos si mise a ridere.

«Madama, non v’è niente di più facile. Un cavaliere incaricato d’importante incombenza era venuto un’ora prima di voi a domandare ospitalità al presbiterio, nel momento appunto che il curato chiamato presso ad un moribondo si assentava non solo da casa sua ma anche dal villaggio per tutta la notte; l’uomo di Dio, pien di fiducia nel suo ospite, il quale d’altronde era gentiluomo, aveva ad esso abbandonato e casa e cena e camera. Quindi all’ospite del prete, e non al prete, Maria Michon chiedeva ricovero.

«E il cavaliere, il gentiluomo, l’ospite giunto innanzi a lei?

«Era io, conte di la Fère», disse Athos alzatosi a salutare rispettosamente la signora di Chevreuse.

Questa per un istante rimase stupefatta, poi ad un tratto dando una forte risata:

«Affè! disse, il caso è curiosissimo; e la pazza Maria Michon si trovò meglio che non isperasse. Sedete, conte, e ripigliate il filo della vostra narrazione.

«Adesso, o madama, mi resta da incolpare me stesso. Io viaggiava, come vi ho detto, per affari di premura. All’alba uscii dalla camera senza far rumore, lasciando dormire il mio amabile compagno di alloggio. Nella prima stanza dormiva pure con la testa adagiata sulla poltrona la serva, degna in tutto e per tutto della padrona. Il suo vago volto mi fece sensazione, me le accostai, e riconobbi la piccola Ketty che presso di lei avea posta il nostro Aramis. E così fu ch’io seppi che la bella viaggiatrice era....

«Maria Michon, interruppe con impeto la duchessa.

«Maria Michon, confermò Athos. Me ne andai di casa, passai nella stalla, trovai il mio cavallo con la sella addosso e il lacchè pronto, e partimmo.

«Nè più capitaste in quel villaggio? domandò con calore la signora.

«Un anno dopo.

«Ebbene?

«Ebbene! volli rivedere il buon curato. Era inquieto per un avvenimento che non comprendeva. Otto giorni avanti aveva ricevuto in una culla un grazioso bambinello di tre mesi, con una borsa piena d’oro ed un biglietto contenente queste semplici parole: 11 OTTOBRE 1633.... Egli, poveretto, nella notte di quella data era stato al fianco a un moribondo, e Maria si era partita dal presbiterio innanzi il di lui ritorno.

«Signore, vi è noto che Maria Michon, reduce in Francia nel 1643, ricercò tosto notizie di quel fanciullo; mentre fuggiasca non poteva tenerlo seco, ma recatasi di nuovo nella capitale voleva presso di sè farlo educare.

«E che le disse l’abate? chiese Athos.

«Che un signore da lui non conosciuto erasi compiaciuto d’incaricarsene, si era fatto garante del suo stato avvenire, e lo aveva condotto via.

«Era vero.

«Ah! allora capisco: quel signore eravate voi.... suo padre!

«Zitto! non parlate tanto forte, madama! egli è qui.

«È qui! esclamò la duchessa di Chevreuse rizzatasi in piedi, mio figlio! il figlio di Maria Michon è qui! voglio vederlo subito!

«Badate, signora, ch’ei non conosce nè suo padre nè sua madre, la interruppe Athos.

«Voi serbaste il segreto, e me lo conducete così, persuaso di farmi lieta, oh! lietissima! Grazie! grazie! seguitò la dama prendendogli la mano e procurando portarsela sulle labbra, grazie! Che cuor nobile è il vostro!

«Ve lo conduco, madama, replicò Athos ritirando la destra, acciò voi pure facciate per esso qualche cosa. Sinora io solo invigilai alla sua educazione, e credo averne fatto un compito gentiluomo; ma è giunto il momento in cui mi trovo da capo costretto a riprender la vita errante e perigliosa dell’uomo di parte. Domani mi slancierò in un affare azzardoso nel quale posso essere ucciso: allora ei non avrà altri che voi per avanzarlo nel mondo ov’è chiamato ad occupare un posto.

«Non dubitate! gridò la Chevreuse, disgraziatamente, ho attualmente poco credito, ma quel tanto che me ne rimane è per lui. Quanto alle sue fortune ed al suo titolo....

«Di ciò non vi pigliate pensiero, signora: io gli ho trasferita in sostituzione la tenuta di Bragelonne, che possiedo per eredità, e che gli dà il titolo di visconte e dieci mila lire di rendita.

«Sull’anima mia, siete un vero gentiluomo.... Ma io sono ansiosa di vederlo! dov’è?

«È di là nel salotto; lo fo venire se lo gradite».

Athos fece un movimento verso la porta. La signora di Chevreuse lo trattenne, domandandogli:

«È bello?»

Il conte sorrise, e le rispose:

«Somiglia a sua madre».

Ed aperto l’usciale, fece un cenno al giovanetto, il quale tosto comparve sulla soglia.

La donna non potè frenare un grido di giubilo mirando un sì gentil cavaliere, che oltrepassava quante speranze avesse mai concepite il suo cuore.

«Avvicinatevi, visconte, disse Athos, la signora duchessa di Chevreuse vi permette di baciarle la mano».

Quegli si appressò, coll’amabile suo sorriso, a testa scoperta, e messo in terra un ginocchio baciò la destra a madama di Chevreuse.

«Signor conte, ei richiese volgendosi ad Athos, forse per usar riguardo alla mia timidezza mi dite esser questa la duchessa di Chevreuse, e non è ella piuttosto la regina?

«No, visconte, rispose la signora pigliandolo per la mano, facendolo sedere al suo fianco, ed osservandolo con occhi che brillavano dal contento, no, pur troppo non sono la regina.... chè se lo fossi, farei tosto per voi tutto ciò che meritate; ma orsù, tal quale io sono (e si tratteneva a stento da posare il labbro su la di lui purissima fronte) orsù, qual carriera bramate di seguire?»

Athos in piedi li considerava entrambi con espressione di letizia indicibile.

«Signora, disse il garzoncello con voce dolce ad un tempo e sonora, mi sembra che per un gentiluomo siavi una sola carriera, quella delle armi. Il signor conte mi educava, da quanto io credo, con intenzione di farmi soldato, e mi dava lusinga di presentarmi in Parigi a persona atta a raccomandarmi al signor Principe.

«Sì, capisco: si conviene ad un giovane soldato par vostro di servire sotto un giovane generale suo pari.... ma aspettate.... io nel mio particolare sto piuttosto male con esso a motivo delle contese di madama di Montbazon mia suocera con la signora di Longueville.... però in quanto al principe di Marsillac.... Eh, signor conte, appunto così: il principe di Marsillac è mio vecchio amico; raccomanderà il signorino a madama di Longueville, la quale gli darà una lettera per suo fratello il signor Principe, e questo ama lei troppo teneramente per non fare a pro di esso quanto ella gli chiegga.

«Va a meraviglia, rispose il conte, soltanto oserò pregarvi della maggiore sollecitudine! ho delle ragioni per desiderare che domani a sera il visconte non sia più in Parigi.

«Gradite che si sappia che v’interessate per lui?

«Sarebbe forse meglio pel suo stato avvenire che s’ignorasse avermi egli neppur mai conosciuto.

«Oh signore! esclamò il giovanetto.

«Bragelonne, gli replicò Athos, sapete che nulla io fo giammai senza ragione.

«Sì, so che in voi è la suprema saggezza, e vi obbedirò com’è mio costume.

«Or bene, conte, soggiunse la duchessa, lasciate fare a me; mando a chiamare il principe di Marsillac, che per fortuna è adesso in Parigi, e non mi divido da lui sinchè la cosa non sia terminata.

«Ottimamente, signora duchessa; mille e mille grazie. Io pure ho per oggi da far diverse gite, e al mio ritorno, cioè sulle sei ore di sera, attenderò all’albergo il visconte.

«Che farete questa sera?

«Andremo dall’abate Scarron, per cui ho una lettera, e dal quale devo incontrare un amico mio.

«Benone; ci passerò ancor io per un momento; sicchè non vi partite dalle sue sale finchè non mi abbiate veduta».

Athos salutò madama di Chevreuse e si dispose ad uscire.

«Eh via, signor conte, disse ridendo la duchessa, e si lasciano con tanta cerimonia gli antichi amici?

«Ah! balbettò Athos baciandole la mano, se avessi saputo che Maria Michon era una creatura tanto amabile!...»

E se ne andò sospirando.

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